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08 aprile 2021

L'inferno dantesco della modernità secondo Pasolini/2


di Marco Sambruna

(vai a I parte)

IL VIAGGIO INFERNALE.

Il viaggio infernale di Pasolini inizia il mese di aprile del 1963 dal cinema “Splendor” di Roma che rappresenta la versione moderna dell’ingresso infernale dantesco. Il poeta, anch’egli perso nella “selva oscura” della modernità entra dunque nelle regioni infernali varcando la porta di un vecchio cinema: Pasolini ripercorre lo stesso itinerario dantesco con le medesime situazioni e incontrando i medesimi personaggi del sommo vate. Egli mima il viaggio dantesco, ossia imita mimeticamente il viaggio già compiuto da Dante – da cui il titolo di “La Divina Mimesis” –  attraversando un paesaggio urbano: la “valle oscura” è rappresentata da un lungo viale moderno al termine della quale inizia la salita di una impervia collina; Pasolini come Dante incontra le tre bestie cioè la lonza, la lupa e il leone che rappresentano allegoricamente i suoi vizi e le sue debolezze; infine anch’egli incontra il suo Virgilio rappresentato dal poeta stesso in una sua versione più saggia e meno ingenua, una specie di doppio che accompagna Pasolini nel prosieguo attraverso i gironi infernali.

Ma gli aspetti mimetici dell’opera pasoliniana naturalmente non si limitano ad una mera sovrapposizione di luoghi e personaggi dell’inferno dantesco, ma inseriscono degli elementi di originalità soprattutto nella definizione dei dannati. Nell’inferno de “La Divina Mimesis” infatti i dannati corrispondono a figure moderne di tipi umani che rappresentano nell’occidente trasformato dalla nuova religione laicista e consumistica i campioni dell’oltraggioso e del riprovevole.

Pasolini ne definisce i caratteri per accenni nel corso di una intervista alla Radio Svizzera Italiana del 1964 dividendoli, come sopra indicato, in due categorie: i ”troppo continenti” e gli “incontinenti” apparentemente molto diverse fra loro, ma in realtà accomunati dal peccato capitale che consiste nella rinuncia alla lotta contro il “genocidio culturale” e la “rivoluzione antropologica” che vorrebbero plasmare un demoniaco “uomo nuovo”.

I TROPPO CONTINENTI:

Tra i “troppo continenti” Pasolini elenca i Conformisti, i Volgari, i Cinici, i Deboli, gli Ambigui e i Paurosi. In questa categoria di dannati  Pasolini evidentemente ha raccolto coloro che per viltà e per tranquillo quieto vivere hanno deciso di “contenere” se stessi e rinunciato a valorizzare i propri talenti, ossia, in definitiva, hanno rinunciato a diventare ciò che potevano privandosi della possibilità realizzarsi a causa della loro partecipazione alla Storia: tale partecipazione ha imposto come tributo la perdita della loro individualità originale in un progetto collettivo e pertanto omologante. I “troppo continenti” in realtà sono tutti conformisti, ma con sfumature diverse:

I Conformisti condannati alle pene infernali sono gli alto borghesi frequentatori di salotti elitari prostituiti al Potere. Ad essi oggi possiamo far corrispondere i radical chic benestanti e disincantati e ampie porzioni del clero che per stupidità si trasformano in vassalli del mainstream, progressista, gli interpreti del politicamente corretto che appunto per conformismo si sono omologati allo spirito del tempo. Per la maggior parte si tratta di qualunquisti senza grandi pretese, semplici gregari o utili sprovveduti che si limitano al ruolo di “yesmen” del Potere. Sono le falangi che per prime si emancipano dall’antico modello conservatore, coloro che per superficialità e viltà si allineano alla moda culturale del momento e quindi, in quanto moda, appunto conformismo.

I Volgari sono esemplificati da Pasolini in figure che partecipano a un ricevimento, ad esempio al Quirinale. Si tratta dunque di personaggi influenti che agiscono dietro le quinte e realmente potenti siano essi politici, industriali, eminenze grigie, proprietari di mezzi di informazione, leader ombra che conoscono i meccanismi del Potere, strateghi della diplomazia e della comunicazione che determinano l’indirizzo politico di un paese, ne orientano le scelte e, soprattutto, inducono la politica a scelte indirizzate esclusivamente a soddisfare le loro esigenze. 

I Cinici sono i conformisti più scaltri. Esemplificati da Pasolini dalla figura del giornalista di un quotidiano importante, cioè il portavoce, il megafono, la cassa di risonanza dell’ideologia dominante siano essi appunto giornalisti, influencer, opinionisti, tuttologi televisivi, etc. Come tutti i cinici sono ideologicamente agnostici, cioè, in altri termini, orientano le vele dove tira il vento. Il loro freddo talento calcolatore e una specie di istinto li rendono abili nell’individuare a quale astro nascente prestare i propri servigi e a quale stella morente negarli.

I Deboli, gli Ambigui, i Paurosi sono i dannati che per viltà, per inedia o per pigrizia si accodano alle correnti di pensiero dominanti. Sono coloro che non tanto per convinzione quanto per convenienza decidono di adattarsi ad una vita ripiegata in un  gretto individualismo: sono il popolo dei gregari, del “tengo famiglia”, del “io mi faccio gli affari miei”, i tiepidi senza arte né parte.

GLI  INCONTINENTI

Gli  “incontinenti” sono coloro che etimologicamente “non si fanno contenere” entro gli asfissianti schemi del conformismo come i “troppo continenti”, ma che anziché vivere in lieta spontaneità la loro libertà ideologica ed esistenziale si sono arroccati per narcisismo in un esilio volontario dalla Storia o in una torre d’avorio ideologica estraniandosi dalle lotte collettive, coloro che valutano senza partecipare. Così come i “troppo continenti” sono tutti conformisti con diverse sfumature, altrettanto “gli incontinenti” sono tutti narcisisti con diversi connotati. Anche in questo caso Pasolini si limita a pochi accenni da cui è però possibile ricavare i tratti salienti.

I Rigoristi sono coloro che assumono un atteggiamento spocchiosamente distaccato,  i socialisti borghesi e i piccoli benpensanti che hanno trasformato la religione in moralismo e il marxismo in sterile e spesso ermetico cerebralismo. Sono i farisei della modernità, i pedanti del buon senso, gli zelanti e i probi bacchettatori dei pubblici vizi, oggi diremmo i giustizialisti, i denunciatori seriali, gli estremisti del politicamente corretto.

I Raziocinanti cristallizzati entro le loro asfittiche metafische e il loro scientismo positivista. Coloro che, aggiungiamo noi, annaspano disperatamente fra i residui del ciarpame ideologico, come i filosofi strutturalisti, decostruttivisti, esistenzialisti, neoilluministi e gli psicologi di scuola materialista, i freudiani ortodossi, i riduzionisti.

Seguono gli affetti da uno strano vizio che Pasolini definisce come eccesso di Rimorso: lo scrittore accenna brevemente a questa categoria di dannati che risulta perciò difficilmente definibile. Possiamo forse identificarli come coloro che dopo aver apostatato dal mainstream in un impulso di fierezza sollevando critiche alla modernità, una volta marginalizzati tentano disperatamente di riaccreditarsi per fame di notorietà pronunciando umilianti mea culpa, annacquando le loro posizioni massimaliste verso sempre più marcate acquiescenze di stampo democristiano,  i nostalgici della vetrina mediatica da cui sono stati banditi, gli ex tradizionalisti e conservatori convertiti al riformismo come forma moderata del progressismo, il clero pseudo conservatore in realtà cripto progressista.

Gli Irrazionali che Pasolini individua sinteticamente negli avanguardisti della cultura, che quindi possiamo definire nei poeti ermetici e futuristi, i crepuscolari di ogni risma, i solipsisti, coloro che si isolano in riserve per pochi eletti, gli epicurei egoici, i nichilisti goderecci.

Il conformismo come omologazione supina all’ideologia dominante e il narcisismo come rifiuto all’impegno mascherata da scelta estetica dunque per Pasolini sembrano essere i peccati mortali che riconducono al supremo peccato meritevole di dannazione: la rinuncia alla lotta contro il Potere scaturito dalla modernità che vuole ricreare l’uomo.

 

 

31 marzo 2021

L'inferno dantesco della modernità secondo Pasolini/1

La Divina Mimesis  dell'ultimo grande poeta italiano



di Marco Sambruna

Il progetto di una riscrittura della “Divina Commedia” di Dante insorse in Pasolini già nei primi anni Sessanta: tale progetto fu più volte abbandonato e poi ripreso nel corso degli anni seguenti finché uscì largamente incompiuto dopo la morte del poeta nel 1975. L’opera dal titolo “La Divina Mimesis” presenta i Canti I e II completi più alcuni frammenti e annotazioni relativi ai Canti III, IV e VII. 

È probabile che per Pasolini, da sempre estremamente critico verso la modernità, il viaggio infernale rappresentasse l’ideale strategia letteraria per descrivere l’orrore di una umanità che per il poeta era destinata trasformarsi nel segno della disumanità, della violenza, e del darwinismo sociale più brutale. Del resto nella produzione saggistica pasoliniana costituita dalle “Lettere luterane” e dagli “Scritti corsari” più volte Pasolini denuncia, profeta inascoltato, il “genocidio culturale” in atto che ha cancellata la millenaria visione del mondo tipica delle religioni e dato l’avvio alla “rivoluzione antropologica” diretta alla generazione di una sorta di aberrante “uomo nuovo” che nulla avrebbe più avuto a che fare con quello modellato nel corso dei secoli dalle culture tradizionali.

LA DIVINA MIMESIS

Il mondo pasoliniano presenta molti dualismi contrapposti a cominciare da quello fra sviluppo e progresso ad esempio che per il poeta non sono sinonimi dal momento che il primo è concetto economico e omologante, il secondo valoriale e virtuoso: perciò Pasolini diceva di essere a favore del progresso, ma non dello sviluppo laddove per “progresso” non intendeva l’ideologia progressista bensì una civiltà che rigettasse la nuova umanità consumistica e profana che lo sviluppo appunto andava preparando.

Anche ne “La Divina Mimesis” c’è una dicotomia. Essa riguarda la differenza fra i dannati “continenti” e “non continenti”. Per comprendere la differenza fra queste due categorie occorre rifarsi a un altro dualismo che percorre gran parte dell’opera di Pasolini: quello fra il concetto di Storia e l’idea di innocenza. Per Pasolini la società contemporanea pone l’individuo nella condizione di dover compiere una scelta drammatica: o si partecipa alla Storia cioè alla costruzione della civiltà borghese, disincantata, desacralizzata e laicista rinunciando perciò a una certa ingenua innocenza tipica delle culture pre industriali; oppure ci si congeda dalla Storia e ci si disimpegna da essa rinunciando così alla costruzione di una civiltà disumana conservando l’innocenza, ma a costo di isolarsi egoisticamente e narcisisticamente nella propria dimensione intimistica e privata.

In entrambi i casi il soggetto è colpevole o di cinismo o di egoismo. In realtà Pasolini in altri luoghi della sua opera definisce una terza via costituita da quella che lui determina come “adesione critica” alla Storia cioè una partecipazione al progresso, ma in funzione critica come “una forza del passato”1 ossia, per molti versi controrivoluzionaria. Tuttavia, per il momento il dualismo Storia - innocenza resta e si traduce ne “La Divina Mimesis” nelle due categorie di dannati infernali dei “continenti” che sono colpevoli in quanto partecipano alla Storia e quindi al processo di disumanizzazione della civiltà e dei “non continenti” cioè di coloro che rinunciano all’impegno sociale ponendo così in essere una sorta di “colpevole innocenza” che consiste in un’egoica e narcisistica separazione dalle vicende collettive.

Prima di esaminare meglio le categorie di dannati che appartengono al gruppo dei “troppo continenti” e dei “non continenti” è interessante notare che fra i diavoli che li vessano Pasolini inserisce le figure delle ”demonie” ossia donne crudelmente sadiche che con la loro fredda ed efficiente spietatezza custodiscono come delle aguzzine i dannati affidati alle loro cure.

Questa categoria femminile risponde all’idea pasoliniana secondo cui proprio gli ultimi arrivati chiamati a partecipare alla costruzione del nuovo mondo desacralizzato e disumanizzato si dimostrano i più zelanti e devoti alla causa. È la strategia borghese di ascendenza laicista, infatti, ad assoldare le categorie umane più umili e da sempre marginalizzate come le donne o i popoli extra europei per trasformarle in fedeli servi del Potere. 

Essi non si accorgono dell’inganno per cui barattano la loro innocente e lieta spontaneità in cambio dell’ammissione alla mensa delle élites dominanti che promettono la ricchezza materiale in cambio della loro servile collaborazione al processo di sviluppo consumistico di matrice laicista. Traspare dunque in queste figure femminili diaboliche la critica pasoliniana all’estremismo femminista che trasforma la donna in una grottesca imitazione del maschio nei suoi aspetti più brutali e violenti.

Per Pasolini paradossalmente proprio tramite la concessione di diritti il Potere sradica gli uomini dalle loro culture tradizionali disfunzionali alla costruzione dell’uomo nuovo. La Storia infatti, da intendersi come graduale cammino verso forme sempre più sofisticate e artificiali di vita, necessita di nuovi zelanti vassalli collaborativi e funzionali al “genocidio culturale” propedeutico alla “rivoluzione antropologica” da cui scaturirà uno spaventoso “uomo nuovo”. 

Naturalmente, come tutti gli inganni, anche questa strategia finisce col mostrare la propria vera fisionomia truffaldina; gli zelanti servitori del Potere ben presto si accorgeranno di essere stati ingannati. 

L’illusione di promozione umana promessa dalle élites dominanti si rivelerà per quello che è ossia una chimera di cui resta solo un sogno mai realizzato. Si tratta appunto de “Il sogno di una cosa”2 come dal titolo di un’altra celebre opera pasoliniana. Il sogno in questione è quello del marxismo che resta solo un vano miraggio nel momento in cui le classi umili che avrebbero dovuto beneficiarne scoprono che si è trattato solo di uno scaltro espediente borghese per spossessarli della loro cultura tradizionale che ostacolava l’acquisizione di una nuova mentalità consumistica. 

Il marxismo, come del resto il cristianesimo, viene così trasmesso dalle classi privilegiate a quelle popolari privato della sua forza eversiva in una sua versione innocua ossia funzionale al processo di modernizzazione omologante in cui l’arrivismo e il consumismo saranno l’humus comune che permette la trasformazione dei proletari in piccoli borghesi. Le classi popolari infine non sogneranno più la rivoluzione marxista o la vita eterna promessa dalla religione, ma il possesso di beni di consumo.

(continua)

______
1-P.P. Pasolini: Io sono una forza del passato, solo nella tradizione è il mio amore. da Poesie in forma di Rosa, ed. Corriere della Sera.  Vedi anche https://www.youtube.com/watch?v=nPNYgW3Mq00 
2- P.P. Pasolini, Il sogno di una cosa, ed. Corriere della Sera.

 

29 marzo 2020

Siamo schiavi del nostro tempo

di Marco Sambruna
Nell’attuale crisi virale un dato emerge ormai con cruda evidenza: noi tutti o quasi siamo schiavi del tempo.
Di fronte alla non remota possibilità della catastrofe si reagisce generalmente in tre modi: con mesta rassegnazione apatica da parte di molti, con pulsioni epicuree goderecce da parte di qualcuno e infine col ricorso alla razionalizzazione intellettualistica da parte di un’élite.
Modi di reagire molti diversi fra loro, ma accomunati dall’incapacità di cavalcare il tempo e in qualche modo di trascenderlo: anche in una situazione come questa le risposte sono racchiuse nell’involucro soffocante della dimensione temporale generate da un discrimine iniziale.

Cioè non ci si domanda più cosa è giusto fare o non fare rispetto alla complessità delle circostanze, ma ci si chiede innanzitutto se quello che si sta per dire è progressista o reazionario, politicamente corretto o impopolare, conforme al narrazione corrente o alternativa a essa. In base a questi criteri si esprimono opinioni che a prescindere dal contesto sono improntate al prono adeguamento alla cultura dominante; in una parola il criterio guida è quello dell’omologazione.

Ogni affermazione non può derogare alla dittatura del conformismo: si sprecano così consigli su come passare il tempo tra internet, pay tv, libri e musica e le analisi intellettuali che quasi sempre indicano nel senso civico e nei comportamenti urbani l’antidoto allo scoramento come se io potessi trovare conforto dalla quarantena pensando che tutto sommato posso tranquillamente proseguire a fare la raccolta differenziata.

La crisi viene così sezionata, segmentata e analizzata al fine di ridurla alle sue sole ricadute emotive: del resto la nostra è l’epoca dove lo psicologo e lo psichiatra hanno preso il posto del prete e dove la relativizzazione del reale ha preso il posto dei dogmi religiosi. La parola d’ordine è igienizzare, sanificare e sterilizzare qualsiasi riferimento ultra temporale. Ci si deve muovere entro il perimetro asfittico del tempo, vietato trascenderlo.

L’altro giorno è stata organizzata una diretta streaming che è consistita in una maratona intellettuale intitolata “Prendila con filosofia”: in pratica per 12 ore un gruppo di personaggi alcuni dei quali noti, altri sconosciuti - ma tutti certo di ottima levatura culturale - hanno cercato di dare una risposta razionale al disagio generato dall’epidemia. Fermo restando che la filosofia non è un mero lenitivo incoraggiante bensì l’indagine sulle cause prime, è sufficiente dare uno sguardo alla lista degli intervenuti per rendersi conto che almeno i più celebri fra i partecipanti appartengono tutti o quasi all’area del progressismo liberale il che va benissimo se si tratta di ascoltare anche il loro contributo, ma non va per niente bene se il loro è l’unico punto di vista rappresentato. Non ho visto la maratona nemmeno in parte, ma ho assistito a iniziative simili: in genere tra i partecipanti a questi dibattiti c’è da scommettere che non si troverà mai un teologo tomista o un filosofo identitario e nemmeno un pensatore metafisico.

D’altra parte la nostra non è un tipo di civiltà che premia chi osa arrischiarsi oltre i rassicuranti confini del consiglio buonsensaio, del pedagogismo più svenevole, degli argomenti tesi al rinforzo “dei nostri valori” che nemmeno la crisi deve porre in discussione anche quando alcuni di quei presunti valori hanno facilitato il disastro.
E’ tutto un proliferare di slogan ripetuti innumerevoli volte come una litania: da quello che recita che “i virus non conoscono confini” il che è vero, ma solo se i confini non sono sorvegliati o che “è il momento dell’unità, non delle polemiche” come se fosse opportuno solidarizzare con chi da prova di negligenze a quelli che in varie formule tendono a criminalizzare il vecchietto che passeggia in solitario o il giovane che porta il cane a mingere in un parcheggio deserto o Trump che ha agito con colpevole ritardo come se invece in Italia non fossimo stati altrettanto superficiali.

Qualsiasi spiegazione, risposta o analisi è buona purché non alluda nemmeno velatamente alla questione fondamentale, l’unica che conta, cioè porsi l’interrogativo se forse il nostro benessere, la nostra salute e il nostro futuro dipendono da realtà che ci eccedono o da dinamiche ultraterrene verso le quali vale la pena riconnettersi.
C’è speranza finché non si hanno troppe convinzioni riguardo le proprie certezze perché così come il credente può avere dei dubbi verso ciò in cui crede anche l’ateo o il materialista o l’agnostico non possono escludere di avere torto.
Bisogna veramente cominciare a preoccuparsi quando il pensiero sembra essere entrato in una nuova fase: quella del nichilismo non solo esperito personalmente, ma anche organizzato collettivamente e mediaticamente per cui si finisce col veicolare la convinzione autolesionistica che nulla valga la pena tranne desertificare ciò che ancora è fecondo.


 

14 ottobre 2019

Urge un chiarimento sulle frasi di Scalfari

di Marco Sambruna
Dunque la vicenda dell’intervista o meglio delle dichiarazioni attribuite da Scalfari a Bergoglio assume dei contorni che urge definire. Non per pedanteria, né per desiderio di sollevare un caso, ma semplicemente perché si evince da tali dichiarazioni un’ipotesi mai verificatasi prima nella storia della chiesa: un papa non cattolico alla guida della chiesa cattolica. Anzi se l’ipotesi che segue è valida siamo in presenza non di un papa teologicamente impreparato come alcuni sostengono o la cui ortodossia solleva dubbi come altri fanno notare, ma molto più drasticamente siamo di fronte a qualcuno che non è papa, né lo è mai stato pur avendone tutte le apparenze.

Le sconcertanti dichiarazioni che Bergoglio avrebbe rilasciato a Scalfari sono ricostruite a memoria da quest’ultimo come segue:
"Chi ha avuto, come a me è capitato più volte, la fortuna d’incontrarlo e di parlargli con la massima confidenza culturale, sa che papa Francesco concepisce il Cristo come Gesù di Nazareth, uomo, non Dio incarnato. Una volta incarnato, Gesù cessa di essere un Dio e diventa fino alla sua morte sulla croce un uomo".

Inoltre il papa avrebbe detto a Scalfari a proposito di alcuni episodi evangelici che
"sono la prova provata che Gesù di Nazareth una volta diventato uomo, sia pure un uomo di eccezionali virtù, non era affatto un Dio" (qui)

A questa ricostruzione è seguita come noto non la smentita, bensì la precisazione della sala stampa vaticana secondo cui:

“come già affermato in altre occasioni, le parole che il dottor Eugenio Scalfari attribuisce tra virgolette al Santo Padre durante i colloqui con lui avuti non possono essere considerate come un resoconto fedele di quanto effettivamente detto, ma rappresentano piuttosto una personale e libera interpretazione di ciò che ha ascoltato, come appare del tutto evidente da quanto scritto oggi in merito alla divinità di Gesù Cristo”. (qui)

Ora quando ci si trova davanti a una correzione di questo tipo i casi sono due: o si tratta di una correzione formale ossia che riguarda non il contenuto ma appunto la forma o il modulo espressivo utilizzato per verbalizzare il concetto veicolato dalle parole che resta dunque confermato; oppure si tratta di correzione sostanziale ossia non è contestata la forma o la modalità espressiva, ma il contenuto del messaggio cioè i suoi concetti intrinseci.
Nel caso della comunicazione vaticana si ha l’impressione non di una smentita e nemmeno di una correzione bensì di una precisazione che riguarda non la sostanza o i contenuti della dichiarazione che Scalfari attribuisce a Bergoglio, ma i suoi aspetti formali che riguardano la forma o la modalità con cui il concetto è stato verbalizzato. Infatti se Bergoglio avesse pronunciato ben altro concetto rispetto a quello ricordato da Scalfari era opportuno intervenire sia con una secca smentita che negasse la frase attribuita al papa, sia riportando la frase autentica e originale che Scalfari avrebbe liberamente interpretato.
Insomma il fatto manchi la proposizione autenticamente verbalizzata da Bergoglio già depone circa il fatto che probabilmente Scalfari ha riportato fedelmente il concetto espresso dal papa sia pure, forse, con parole diverse rispetto a quelle pronunciate effettivamente dal papa medesimo.

Già, il papa. Se l’ipotesi di cui sopra è corretta però a questo punto occorre fare una riflessione supplementare e cioè domandarsi se Bergoglio eventualmente non credendo nella divinità di Cristo possa essere papa. Infatti al momento dell’elezione papale occorre che il candidato eleggendo, cioè il nuovo potenziale pontefice, condivida in foro interno, cioè nel tribunale della coscienza o nella propria intimità tutto ciò che la chiesa cattolica propone a credere in primis che Cristo è Dio. Mancando questa intima convinzione l’elezione non è valida perché manca un requisito essenzialissimo che rende da potenziale ad attuale la carica papale: anzi in termini tecnici in un caso del genere l’elezione papale non solo è annullabile come se fosse stata valida fino a un certo punto e a causa di un accidente esterno subentrato in un secondo tempo non lo è più da quel punto in poi, ma è addirittura nulla come se non fosse mai avvenuta in quanto fin dall’origine mancava l’elemento principale che validasse l’elezione.
In altri termini: se la frase secondo cui Bergoglio non crederebbe alla divinità di Gesù è vera non solo il papa non è più tale, ma addirittura non lo è mai stato.
Ora bisogna uscire allo scoperto e porre fino a tutto il teatrino di ambiguità che finora ha caratterizzato il presente pontificato: o Francesco dichiara inequivocabilmente di credere nella divinità di Gesù ribadendo il fatto di essere legittimamente papa o conferma la sostanza di ciò che Scalfari gli attribuisce rendendo così nulla la sua elezione.


 

20 luglio 2019

Libri. "L'antivangelo. Radici filosofiche del nichilismo moderno"

Dopo "Il declino del sacro. Rumore sociale, mass media e nichilismo." Marco Sambruna con il nuovo libro prosegue la sua indagine sul nichilismo contemporaneo: mentre ne "Il declino del sacro" sono indagate soprattutto le ricadute conseguenti al processo nichilista che infetta l'Occidente moderno, ne "L'antivangelo" sono individuate le origini, il divenire e gli esiti odierni del nichilismo evidenziandone il carattere peculiare che lo ha sempre contraddistinto: la sua fondamentale struttura anticristiana e la sua fenomenologia anticristica. L'opera esamina le origini, lo sviluppo e il consolidamento attuale delle correnti di pensiero che osservano le religioni - e specialmente il cristianesimo - da un nuovo punto di vista. Con le filosofie moderne infatti si configurano progressivamente quattro nuovi tipi umani ossia l'idealista, il superomista, il materialista e il positivista i quali tendono a pensare come nichilista la credenza in un ordine metafisico: in altre parole per l'uomo nuovo attuale nella sua quadruplice inedita conformazione il nichilista è colui che crede nella trascendenza e sottrae così valore a ciò che è fisico e materiale considerato come l'unica realtà esistente e necessaria.
La metafisica religiosa e soprattutto quella cristiana appare dunque come una chimera, una menzogna, una forma alienante o una patologia di matrice nichilista che deve essere estirpata tanto dalla coscienza individuale quanto da quella collettiva.
Tramite le strategie della derisione, marginalizzazione e medicalizzazione del credente le nuove correnti di pensiero provocano il progressivo impoverimento dell'esperienza religiosa al fine di ridurla a mera produzione sociale ossia religione prima naturale e poi civile. In seguito a questa dinamica protesa a far percepire come nichilista la religione il credente dispone di tre alternative: confinare nell’intiimità la propria fede rinunciando alla testimonianza; scindere la fede vissuta intimamente da quella pubblicamente manifestata; disinnescare la propria fede adeguandola a livello di innocua partecipazione ai progetti sociali ed etici laicisti.
Anche a fini di utilità pratica il libro intende dunque mostrare le modalità operative del nichilismo moderno e farne emergere le subdole strategie di penetrazione perché siano riconosciute ed allontanate.



 

17 aprile 2019

NotreDame/2. La cattedrale e il convitato di pietra

di Marco Sambruna
Riguardo ai commenti circa l’incendio che ha distrutto la cattedrale di Notre Dame si avverte un’assenza, una specie di imbarazzata omissione tanto più manifesta quanto più taciuta. Questa presenza che si manifesta tramite un’assenza provo io a definirla: l’idea o meglio il sospetto che si tenda a considerare l’evento come un  fenomeno naturale e in quanto tale riducibile a meri commenti descrittivi privi di implicazioni di carattere politico, culturale e men che meno religioso.
In altre parole sono scomparsi dalle considerazioni mass mediatiche alcuno aspetti piuttosto rilevanti che hanno facilitato un interpretazione puramente didascalica ossia innocua sul piano politico e culturale. Altri elementi invece sono stati accentuati tramite una serie di strategie comunicative mirate. Ad esempio:

a) Accidentalità dell’evento: dopo le prime ore in cui si era paventata l’ipotesi terroristica questa eventualità è rapidamente scomparsa dal panorama dei commenti giornalistici. La tendenza nettamente prevalente è anzi quella di attribuire senz’altro l’incendio a incuria o presenza di materiale infiammabile che non avrebbe dovuto esserci nel cantiere di Notre Dame in fase di ristrutturazione. Il che è possibile, ma lascia perplessi che a poche ore del disastro ci sia già la certezza che si è trattato di un banale incidente tecnico non meritevole di ulteriori verifiche;

b) Dislocazione del focus: l’oggetto principale dei commenti riguarda l’importante perdita del patrimonio artistico conservato nella cattedrale o facente parte della sua struttura. C’è  la sensazione che ci sia lo sforzo di spostare l’attenzione del pubblico su questioni prettamente estetiche quindi in un ambito per esperti in materia mentre qualsiasi riferimento al valore religioso e spirituale è stato discretamente respinto in secondo piano. Insomma Notre Dame vale (o valeva) come reperto culturale artistico e non come cuore pulsante e simbolo della Francia cristiana;

c) Isolamento dell’evento:  la distruzione di Notre Dame è stato velocemente ridotto a mero episodio isolato e accidentale privo di qualsiasi legame con eventi simili che negli ultimi mesi o anni si sono verificati in Francia: nessuno pare far notare che la moda di profanare, devastare, lordare le chiese francesi sia ormai una consuetudine, quasi uno sport nazionale. Insomma si coglie l’intenzione da parte di molti di sorvolare sul clima generale di ostilità anticristiana che la Francia laicista non può o non vuole arginare;

d) La trasformazione di Notre Dame in un simbolo non già della Francia cristiana, ma della laicità repubblicana: insomma a essere stata colpita non sarebbe stata una realtà religiosa, ma un monumento laico: si sprecano i commenti in cui si sottolinea come sulla facciata della chiesa venissero esposte in occasione di feste nazionali la bandiera francese e di come il laico Victor Hugo vi avesse ambientato uno dei suoi romanzi. Insomma a essere stato sfregiato non è stata la Francia cattolica, ma quella secolarizzata e laica.

Questa serie di dinieghi, atti mancati, digressioni interpretative che vorrebbero ridurre l’evento a un fenomeno naturale su cui ben poco si può dire se non che si è trattato di una disgrazia si ha l’impressione trasmettano un contenuto anestetico, come un narcotico che abbia lo scopo di tranquillizzare chi lo assume.

La narcosi non riesce tuttavia a cancellare del tutto la presenza di un silenzioso, ma inquietante convitato di pietra: l’idea che la fine di Notre Dame indichi simbolicamente la fine di un’epoca e l’inizio di una svolta senza precedenti verso uno sconosciuto “nuovo che avanza” che ha rotto ogni legame col passato. In altri termini e per essere più diretti il significato metaforico di quella guglia che cade rovinosamente fra le fiamme mentre la cattedrale viene divorata dal fuoco non è solo il collasso di Notre Dame, ma anche e soprattutto della civiltà cristiana in Europa.
Se l’evento venisse così interpretato potrebbe ancora indurre una salutare riflessione, insinuare il dubbio se per caso ad andare in scena fra le lingue di fuoco e le scintille  non è solo l’agonia di Notre Dame, ma anche quella della nostra religione e quindi di noi stessi.
Insomma Notre Dame può essere letto come un invito perché finalmente si esca dalla narcosi e si ritorni ad un corretto esame di realtà cioè alla lucida visione finalmente depurata da filtri sentimentali di cosa ci attende se insistiamo con le tendenze liquidazioniste e autodemolitive.
Ma già immaginiamo quale sarà l’interpretazione prevalente di una parte del clero anche di alto livello: un generico appello alla pace cioè la versione clericale dei gessetti colorati.


 

30 dicembre 2018

Non votate quel partito

È più pericoloso di quanto sembri


di Marco Sambruna
Si vocifera ormai da tempo del cosiddetto "partito cattolico" sponsorizzato e fortemente voluto dalla CEI. Qualora una simile operazione si concretizzasse credo sia altamente sconsigliabile non solo per un  cattolico, ma anche per un conservatore votare quello che possiamo definire molto più come il partito della CEI che come il partito cattolico.
Ciò per due ragioni. In primo luogo occorre considerare bene la posizione di una parte significativa dei vescovi italiani su questioni di capitale importanza circa le questioni fino non molto tempo fa considerate come non negoziabili dalla morale cattolica.

Sui temi relativi alla bioetica abbiamo assistito a delle NON prese di posizione francamente sconcertanti. Ad esempio riguardo l'aborto sul quale si ha la sensazione di una posizione così sfumata, debole e vaga da parte della CEI da assomigliare spaventosamente a una resa e nemmeno troppo onorevole. Ci sono, è vero, delle singole personalità vescovili che di tanto in tanto recuperano l'argomento, ma quando c'è da scendere in campo con decisione per sostenere le organizzazioni pro life, come in occasione dei referendum pro o contro l'aborto in Irlanda e Argentina, siamo stati spesso assordati dai fragorosi silenzi della CEI che non è mai apparsa veramente determinata a condurre una battaglia che evidentemente non considera più di primaria importanza.
Idem riguardo le questioni relative all'eutanasia applicata senza troppi riguardi all'ospedale inglese Alder Hey nei confronti di neonati o in occasione dell'accompagnamento in Svizzera di persone che hanno scelto per l'interruzione volontaria delle funzioni vitali. Qualcuno ricorda una chiara, netta, compatta presa di posizione della CEI in queste occasioni? Credo si possa dire in tutta franchezza che non la ricordiamo.

E poi c'è un secondo aspetto che il cattolico deve valutare e che sconsiglia ulteriormente di votare per il futuribile partito della CEI.
Non è un mistero per nessuno come la CEI a fronte delle posizioni low cost sulle questioni di bioetica sia invece animata da sacri furori non appena si accostano altri problemi di natura sociale: riguardo la gestione dei flussi migratori o il giudizio sul sovranismo politico il consesso dei vescovi italiani ad esempio ha brandito lo spadone dei "diritti umani" schierandosi spesso per l'accoglienza indiscriminata perché occorre "fermare l'emorragia di umanità" o per fare in modo che "il securismo non prevalga sulla solidarietà". Riguardo l'agenda politica conosciamo bene anche il giudizio della CEI sul sovranismo: in sostanza una ideologia perniciosa che vorrebbe costruire muri anziché ponti dimenticando peraltro che proprio un salutare muro fisico e simbolico, quello di Berlino, ci ha evitato la dittatura comunista.

In definitiva si ha il forte dubbio che la CEI abbia deciso di profilarsi sul piano religioso e sul piano politico secondo un progetto: sul piano religioso vorrebbe facilitare in seno alla chiesa la transizione del cattolicesimo da religione soprannaturale a religione naturale o meglio civile i cui articoli di fede non differiscano troppo dal concertone mass mediatico che ci narra il mondo secondo categorie fortemente secolarizzate.
Sul piano politico il partito della CEI ha lo scopo di rispondere a una strategia ben precisa: attirare voti provenienti soprattutto dal primo partito italiano, quello degli indecisi che rappresenta circa il 40% del totale degli aventi diritto al voto, con l’obiettivo non di conseguire un grande risultato elettorale che i vescovi italiani - tutt'altro che sprovveduti - sanno non ci sarà mai quanto piuttosto di raccogliere un 3-4% dei consensi solo apparentemente insignificante. Una percentuale minima infatti può essere decisiva per determinare la vittoria di uno schieramento politico piuttosto che dell'altro in qualsiasi sistema elettorale presenti una quota proporzionale.

Del resto i voti non si contano, si pesano: anche con una percentuale modesta di consensi il partito della CEI può acquistare un potere enorme perché può consegnare il suo piccolo ma fondamentalissimo patrimonio di voti o seggi eventualmente conquistati a uno dei poli contendenti. Dovendo scegliere se consegnarli a un polo sovranista o a uno progressista in base a ciò che abbiamo osservato in questi ultimi anni possiamo essere abbastanza certi che li consegnerà allo schieramento progressista forse determinandone la vittoria. Alcuni di noi forse ricorderanno il movimento politico dell’UDEUR di Clemente Mastella essere stato decisivo nella formazione di un governo vacillante con appena un 2% circa di consensi. Dunque non bisogna farsi ingannare dagli eventuali sondaggi che assegneranno al partito della CEI una frazione minuscola di voti e sottovalutarne così il pericolo: anche pochi punti percentuali o pochi seggi possono essere sufficiente a reinsediare un governo di  matrice laicista.

Del resto una semplice constatazione deve indurre a una opportuna prudenza riguardo il partito della CEI: perché proprio ora i vescovi italiani avvertono l'esigenza di un partito cattolico e non prima durante la legislatura PD? Perché intervenire nella contesa politica ora quando c'è un governo che sia pure con dei limiti salvaguardia l'identità culturale italiana fra cui quella cattolica e non prima quando quell'identità è stata seriamente compromessa?


 

22 ottobre 2018

Un elogio di Radio Maria

di Marco Sambruna

La separazione post conciliare fra seguaci dell'ermeneutica della continuità e seguaci dell'ermeneutica della discontinuità e dunque fra progressisti e conservatori è evidente nella polarizzazione fra due realtà odierne. Da una parte alcuni settori del mondo catto-progressista ligi alla narrazione secolare, per certi versi conformisti e qualunquisti e dall'altra parte la chiesa popolare quanto al seguito e impopolare quanto ai temi trattati rappresentata da molte realtà sul web e da un'emittente ormai di dimensioni planetarie come Radio Maria.
L'emittente diretta da padre Livio Fanzaga ha successo perché è una delle pochissime voci che valorizza ancora i quattro aspetti che hanno sempre distinto la chiesa da altre realtà impegnate nel sociale: la trascendenza, l’unicità della relazione fra uomo e Dio, il conflitto delle idee, il rifiuto di omogeneizzare la fede. In assenza di questi quattro aspetti che rappresentano la quintessenza e l’originalità della fede cattolica, il cristianesimo perde ogni fascino e capacità d’attrazione perché non ha più nulla di  diverso da dire rispetto a qualsiasi altra realtà filantropica.

In primo luogo Radio Maria ha un focus particolare sulla trascendenza, l’escatologia e altre dottrine demodé come l'immortalità dell'anima, la resurrezione della carne, il premio o il castigo eterno, cioè su quell’insieme di temi considerati non più comprensibili all’uomo contemporaneo a giudizio di  altre entità cattoliche mediaticamente incensate. Giudizio che peraltro confligge clamorosamente col fatto che questo immaginoso “uomo contemporaneo”  palesa una decisa renitenza a seguire i nuovi percorsi indicati dalla chiesa ong come dimostra la defezione al culto e l’accostamento a realtà politiche extra clericali più aderenti a una visione tradizionale.

In secondo luogo l’emittente mariana insiste sulla dimensione individuale della relazione fra l'uomo e Dio che è e deve essere per sua natura una relazione di tipo intimo, personale e mistica cioè vissuta ed esperita in modo assolutamente originale e singolare. La chiesa ong insiste  invece nel divulgare una relazione  Dio - uomo di tipo collettivo che quasi sempre finisce con l'appiattire l'esperienza religiosa sulla produzione nel sociale o sul mero rispetto delle leggi civili.

Terzo pregio di Radio Maria: l'emittente ha salvaguardato se stessa dal confondere la Verità da sempre proclamata dalla Chiesa con la pace o meglio con la pacificazione universale laddove lo stesso Cristo disse di essere venuto non ad unire, ma a dividere. La radio non ha paura di apparire in controtendenza nel sottolineare l’alterità della Verità di sempre rispetto alle idee dominanti di matrice laicista e soprattutto non è agita dal mito mondialista dell’unità come priorità assoluta anche a costo del compromesso auto demolitivo. Direi anzi che il palinsesto della radio non rifugge dalla contesa dialettica, dal conflitto delle idee, dalla polemica, dall'apologetica e perfino dall'invettiva dantesca. Radio Maria secondo me ha questo enorme merito: continua la battaglia contro quelle idee che dalla Rivoluzione Francese in poi hanno rappresentato non solo posizioni anticlericali, ma perfino anticristiche.

Infine, quarto tratto distintivo, Radio Maria evita il conformismo linguistico che al di la dei contenuti caratterizza certi documenti conciliari e post conciliari, certe encicliche papali, certe proposizioni della CEI, certa editoria cattolica.

Molti di questi testi hanno infatti lo stesso tono medio: un irritante ingenuo ottimismo che vorrebbe ricomporre qualsiasi divisione in nome di un malinteso senso della fratellanza da raggiungere come scopo supremo anche ricorrendo all’autodenigrazione masochistica. Una messe di dichiarazioni e panegirici dal linguaggio arido e noioso, debole e inconsistente, standardizzato su un registro piagnucoloso, voglioso di piacere, de-virilizzato e mai incisivo; un accalcarsi di proposizioni inconcludenti e vaghe, attente a non scontentare nessuno, ligie alla narrazione dominante, dove nulla che ripugna ai mass media è nominato: lo stesso nome di Cristo non appare quasi mai, ogni orizzonte trascendente è accuratamente emarginato e se anche appare è diluito, confuso e caotizzato in una serie di digressioni, specificazioni, approssimazioni, attualizzazioni socializzanti che lasciano un sapore di cenere in bocca.

In definitiva di Radio Maria si potrà dire qualsiasi cosa, ma non che abbia la pessima abitudine di voler andare d'accordo con tutti o che non sollevi interrogativi sullo stato presente della cristianità.
Vi trasmetto una mia sensazione: ascoltandola si ha spesso l’impressione di udire parole autentiche e non accomodate, verità di fede proclamate a chiare lettere non diluite in interminabili analisi e specificazioni, limpide parole che ribadiscono la dottrina di sempre senza astrattezze o simbolismi al fine di disinnescarne la forza eversiva. 

Raramente ho ascoltato a Radio Maria o letto nei libri di padre Livio parole che siano state omogeneizzate al fine di renderle facilmente digeribili senza troppe difficoltà da parte di chiunque. Viceversa ho ascoltato spesso parole necessariamente impervie: è ovvio infatti che dogmi di fede quali la risurrezione della carne o l'esistenza dei regni ultraterreni o sottolineare le criticità di certo ecumenismo non possono che urtare la narrazione corrente e forse anche alcuni ambiti del cattolicesimo contemporaneo.


 

18 settembre 2018

Caro Matteo. Stacca la spina/2

di Marco Sambruna
Vorrei spiegare in modo più articolato perché il sequestro dei fondi alla Lega da catastrofe può diventare una opportunità eccezionale per sotttarsi a una situazione altrimenti pericolosa.
Come sovranista sono sempre più sconcertato dalla deriva governativa. Il motivo? Semplice: il governo gialloblu dopo i proclami massimalisti e rivoluzionari sta riducendosi al minimalismo striminzito di un governicchio insignificante.
Insomma l’esecutivo pare stia ripercorrendo la traiettoria di Tsipras: partirono rivoluzionari, finirono istituzionalizzati. In altri termini il temuto flop dovuto a una progressiva sinistrizzazione del programma politico contenuto nel contratto sta diventando una deludente realtà perché sono soprattutto gli aspetti caldeggiati dalla Lega a essere annacquati mentre quelli grillini appaiono ben più salvaguardati.

Ora il motivo del flop dei provvedimenti che piacciono alla Lega è dovuta sia a errori, sia a interferenze esterne: tra gli errori intrinseci quello di aver ceduto la presidenza del Senato a un esponente di Forza Italia e di aver accettato ministri forzisti, montiani e sinistrati in posizione chiave; tra le interferenze esterne il clima politico ostile alla Lega creato dal “rumore sociale” prodotto dal media system, dalle minacce UE,  dai vari influencer e opinionisti progressisti, dagli organismi sovranazionali, da taluni settori della chiesa, dal “fuoco amico” di certi stellati, dalle resistenze di alcuni ministri, e altro ancora tutti protesi alla  mostrificazione della componente più sovranista dell’esecutivo.
Sugli errori intrinseci non è più possibile rimediare salvo improbabili rimpasti di governo per cui concentriamoci sulle cause esterne: si è creato un clima politico generale che tende a boicottare gli aspetti più marcatamente sovranisti annunciati dall’esecutivo che spesso risultano ridimensionati o lasciate cadere nel dimenticatoio.

Breve e parziale elenco di ciò che avrebbe voluto fare la Lega rispetto a ciò che è stato fatto dal governo:


Proposta legge
Borghi: annunciati mini bot ossia mini assegni circolari paralleli all'euro.
Risultato effettivo
Nulla di fatto.

Proposta legge
Siri: annuncio di titoli di stato per le famiglie italiane con interesse maggiorato al fine di sovranizzare il debito.
Risultato effettivo
Nulla di fatto.

Proposta legge
Annunciati investimenti produttivi anche in presenza di deficit al fine di rilanciare occupazione e consumi anche senza il consenso della UE.
Risultato effettivo
Dietrofront, i parametri fissati da Bruxelles saranno rispettati come affermato da Tria pochi giorni fa.

Proposta legge
Flat tax: annunciate due sole aliquote da realizzare prioritariamente e velocemente.
Risultato effettivo
Dietrofront, le aliquote probabilmente saranno tre e da realizzare nel corso dell'intera legislatura cioè in tempi lunghi.

Proposta legge
Annuncio della normalizzazione dei rapporti con la Russia.
Risultato effettivo
Nulla di fatto, le sanzioni alla Russia restano.

Proposta legge
Annuncio dell’ eliminazione o riduzione del numero di vaccini obbligatori.
Risultato effettivo
Nulla di fatto, il numero di vaccini obbligatori resta invariato.


In compenso hanno trovato piena accoglienza i desiderata stellati su "decreto dignità” che peraltro condivido pienamente e la cosiddetta legge "spazza corrotti" che se non sarà modificata è un provvedimento legislativo da Cambogia anni 70: come sempre infatti  le pulsioni forcaiole nella loro ira funesta non distinguono gradazioni a seconda della gravità del reato: tutti colpevoli allo stesso modo  con i peccatucci veniali quasi equiparati ai peccatoni mortali.

E’ chiaro che lungo questa strada la Lega è destinata a logorarsi nella percezione degli elettori potendo realizzare nella migliore delle ipotesi solo delle mezze misure. Infatti una certa accondiscendenza degli elettori c’è e ci sarà solo nei primi mesi di governo, ma a medio e lungo termine le mezze misure e le proposte abortite provocheranno un’emorragia di consensi. Inoltre non è da escludere che questo logorio della Lega sia pianificato allo scopo di far floppare il sovranismo in Italia. Ma ora per Salvini si presenta una straordinaria occasione per staccare la spina al governo senza subire una lenta brasatura e senza pregiudicare il suo patrimonio di consensi.
Lo può fare adducendo non due pretesti, ma due realtà obiettive: la prima consiste nell’impossibilità di realizzare quanto promesso a causa delle interferenze esterne; la seconda consiste nella mancanza di fondi dopo il loro sequestro senza i quali è impossibile il normale funzionamento di un partito politico come sottolineato anche da Giorgetti e Conte.

Soprattutto l’azzeramento delle risorse economiche rappresenta un ottimo e plausibile motivo per sganciarsi da un governo che per la Lega assume sempre più l’aspetto di una trappola il cui scopo è logorarne l’immagine agli occhi degli elettori: dunque Salvini se vuole può far cadere il governo sottraendosi alla trappola senza troppo patirne perché davanti a una situazione obiettivamente difficilissima, cioè far funzionare un partito senza fondi, l’uscita dal governo appare sensata.
Qualcuno muoverebbe delle critiche a un imprenditore che deve cessare l’attività perché non ha soldi per pagare i dipendenti, i fornitori, le imposte?  In una situazione di questo tipo quasi tutti direbbero che per quanto spiacevole chiudere è la cosa più saggia da fare.

Quello che accadrà dopo un eventuale “caduta pilotata” del governo è un'incognita, ma fino a un certo punto: ci sarà probabilmente un governo progressista di minoranza ad interim come in Spagna e Slovenia guidato da un tecnico, dunque una sorta di Monti bis che propinerà al paese le solite “riforme strutturali” fatte di tasse, tagli alla spesa pubblica, cessione di sovranità alla UE, smantellamento dell’identità culturale e religiosa, ripresa degli sbarchi in nome della solidarietà, etc. le quali tuttavia avranno enormi difficoltà a essere approvate dalle camere e dovranno fare i conti con la crescente ostilità degli italiani proprio in vista di una scadenza elettorale importante. Infatti ci saranno le elezioni europee a maggio 2019 con probabile successo dei sovranisti che cambieranno profondamente la composizione del parlamento europeo.

Successivamente ci saranno nuove elezioni laddove vigono i suddetti governi di minoranza pro tempore tra cui l’Italia: a quel punto può vincere e di molto la coalizione di destra con, è vero, la zavorra di Forza Italia che con la gestione Tajani è un partito anti sovranista non meno di quanto lo sia il PD. Tuttavia rispetto alla situazione attuale ci sarebbero due novità positive: il nuovo esecutivo avrebbe la Lega in un ruolo di leadership e non gregario con Salvini premier e molti più ministeri rispetto ad ora; inoltre FI potrebbe portare in dote al nuovo governo diversi media favorevoli dal momento che ora non ce n’è ne nemmeno uno.

A meno di improvvisi coup de théâtre si tratta di scegliere se rischiare di finire decotti o di uscire di scena ora con la prospettiva di tornarvi molto più forte in seguito.


 

12 settembre 2018

Caro Matteo, stacca la spina

di Marco Sambruna
Caro Capitano,

ci ho pensato a lungo, ma alla fine sono arrivato a una conclusione: stacca la spina.
Te lo dico perché ti stimo così come stimo tutti coloro che amano l'Italia indipendentemente dal colore politico.  Ho l’impressione che tu sia troppo solo, di una solitudine drammatica, da film neorealista in bianco e nero, dunque una solitudine intensa e dolorosa quasi pasoliniana.
Ora hai anche un’ottima giustificazione per staccare la spina in modo indolore e perfettamente plausibile dal momento che, come hanno sottolineato anche alcuni tuoi sodali di governo, senza soldi non si può fare attività politica e dunque non resta che uscire di scena. 
Intendiamoci, hai fatto bene a partecipare a questo governo; se così non fosse stato ti avrebbero accusato di viltà o di aver consegnato il paese ai mondialisti e ai loro vassalli. Dunque questo tentativo andava fatto,  hai fatto quello che dovevi, la tua coscienza è tranquilla.

Hai contro tutti: il media system, i giornaloni, la UE, l'ONU, la CEI (Conferenza Ecumenica Interreligiosa), il GOI, la CGIL, l'ANA, la RAI, le ONG, l'UNHCR, l'ANPI, la BCE, i VIPS, star assortite, i catto progressisti, i papolatri, gli islamici, gli influencer e blogger progressisti, la sinistra di sinistra e quella di destra, qualche istituzione, elementi pentacolari e perfino dei ministri . E i tuoi amici invece? Quattro gatti: un solo giornale, qualche blogger e un pugno non di intellettuali - termine ormai troppo squalificato- ma di audaci pensatori. Più una quota significativa del popolo italiano il cui voto peraltro come abbiamo compreso non conta quasi nulla. Hai qualche estimatore all' estero, è vero, ma hanno già i loro problemi e più di tanto non possono sostenerti.

Dunque stacca la spina.
Ne ricaveresti numerosi vantaggi:

-ne guadagni in salute salvaguardando te stesso da ulteriori attacchi e interferenze varie;
-non ti logori politicamente con le mezze misure e le retromarce a cui sei costretto dall'ostilità generale e dai compromessi con gli alleati che alla lunga deludono l'elettorato;
-lasci che la responsabilità dello sfascio ricada su altri e non su di te;
-conservi intatto il tuo patrimonio di consensi senza pregiudicarlo nelle suddette mezze misure;
-ti liberi di qualche esponente pentacolare che ti ha sempre remato contro;
-puoi rientrate alla casa madre del cdx che se non altro ti è stata solidale nelle ultime vicende giudiziarie. Ci sarebbe la deriva eurocratica di FI a gestione Tajani questo è vero, ma per contro saresti candidato premier e riceveresti in dote i potenti mezzi mediatici di B.

Fatto questo rimanda tutti alle elezioni europee di maggio 2019 sperando in una probabile vittoria sovranista: a quel punto cambiata l'Europa potrà forse cambiare l'Italia.
Ma ora stacca la spina, sei troppo solo.


Un sovranista.

 

02 luglio 2018

Raspailiana/1. La profezia del Campo dei Santi

di Marco Sambruna
Il romanzo di Jean Raspail “Il campo dei santi” è uno dei tanti capolavori dimenticati della narrativa europea: scritto nel 1973 l’opera ha conosciuto un lungo periodo di oblio prima di essere riproposta dalla casa editrice identitaria A/R in anni recenti.
Definire “Il campo dei santi” un romanzo di fantapolitica è riduttivo; si tratta più esattamente di un’opera profetica che intende rispondere a una domanda ben precisa: come reagirebbe l’Europa se una massa immane di disperati giungesse in una sola volta da un paese del terzo mondo?
Jean Raspail preferisce una cruda verità a una pietosa menzogna e ci risponde quindi direttamente, senza sconti e in modo politicamente scorretto: sarebbe la fine della nostra civiltà occidentale. Per lo scrittore francese pensare che un simile scontro di civiltà si possa in virtù di qualche miracolo trasformare in un incontro fecondo è del tutto improbabile sul piano dell’esame di realtà e superficialmente ingenuo sul piano psicologico.
Il romanzo del resto è attraversato lungo tutto il suo dipanarsi da suggestioni apocalittiche: lo stesso titolo “Il campo dei santi”, cioè l’Europa culla della cristianità, è stato ispirato a Raspail da un versetto dell’Apocalosse di san Giovanni:

“Quando i mille anni saranno compiuti, Satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra, Gog e Magog, per adunarli per la guerra: il loro numero sarà come la sabbia del mare. Marciarono su tutta la superficie della terra e cinsero d’assedio il Campo dei Santi e la città diletta”. Apocalisse, 20, 7-9

Tramite un linguaggio eterogeneo costituito da dialoghi diretti, cronache giornalistiche, dispacci diplomatici e analisi sociali lo scrittore con uno stile incalzante e coinvolgente ricostruisce a posteriori gli eventi che hanno portato, proprio verso la fine del millennio, al tracollo europeo. L’origine della catastrofe risale a un episodio scatenante: guidato da un personaggio carismatico soprannominato “il coprofago” un milione di indiani miserabili e derelitti da Calcutta si imbarca su un centinaio di vecchie imbarcazioni in disarmo nel tentativo disperato di raggiungere le coste della Francia sollecitati dall’idea che laggiù, in Europa, ci sia una sorta di paradiso terrestre che non aspetta altro che di essere conquistato. A partire da questo episodio originario il romanzo è incentrato sul racconto della traversata della flotta da incubo che prima circumnaviga l’India, supera la penisola arabica, doppia il Capo di Buona Speranza in Sudafrica, costeggia il litorale occidentale dell’Africa e infine, dopo avere attraversato lo stretto di Gibilterra, entra nel Mediterraneo prima di approdare il venerdì di Pasqua davanti alle spiagge della Costa Azzurra.

Contemporaneamente lungo il corso del fiume Amur che delimita il confine fra Cina ed ex Unione Sovietica cinque milioni di donne e bambini cinesi in condizioni materiali e morali disastrose entrano nel “paradiso sovietico” senza che l’Armata Rossa possa o voglia intervenire per respingerli mentre milioni di neri si ammassano lungo i confini sudafricani pronti anch’essi a varcare il confine.

La tesi di Raspail nel rappresentare questo dramma - che è tale non meno per l’Europa accogliente che per le masse terzomondiste accolte - è che la civiltà occidentale costituita da 900 milioni di persone è destinata a essere travolta dai sei miliardi di popoli non bianchi. Tuttavia solo apparentemente questa sproporzione sarà la causa principale della fine del mondo occidentale. La ragione principale per Raspail in realtà è da ricondurre alla pluridecennale cultura progressista che ha minato la coesione morale degli europei inoculando come un morbo velenoso il rimorso e il senso di colpa che ne hanno fiaccato la tempra morale. Questa narcosi delle coscienze e anestesia dei più naturali e sani istinti di conservazione si manifesta nel romanzo anche nell’incapacità del governo francese, ma per esteso di ogni governo europeo, di prendere l’unica decisione atta a impedire la catastrofe: vietare lo sbarco del milione dei “disperati del Gange” o del “popolo dell’ultima chance” come presto sono ribattezzati dai media occidentali i migranti a bordo della flotta, se necessario ricorrendo alle armi. Solo il Sudafrica reagirà rifiutandosi di accogliere la massa di disperati prima di essere a propria volta travolto dalle masse di derelitti che premono sui suoi confini terrestri.

La responsabilità della catastrofe che determinerà la fine d’Europa quando il “popolo del Gange” sbarcherà nelle regioni meridionali francesi e nella sua avanzata travolgente si abbandonerà a saccheggi, violenze, e illeciti di ogni tipo, per Raspail è senza dubbio dell’elite intellettuale e del clero progressista: queste due categorie tramite la propaganda mass mediatica hanno creato infatti un clima morale da resa incondizionata facendo leva sull’emotività popolare: tanto il governo, che la chiesa cattolica guidata da papa Benedetto XVI, che il popolo francese sono moralmente disarmati, de-virilizzati, castrati e impotenti di fronte alla necessità di prendere decisioni difficili: impedire l’invasione con qualsiasi mezzo, anche quello più cruento. Questa classe di intellettuali, che lo scrittore qualifica significativamente come “servi della Bestia”, finirà anch’essa per essere travolta dall’onda immigratoria che essa stessa ha suscitato, ma quando prenderà coscienza dell’errore compiuto sarà ormai troppo tardi: l’esercito francese demoralizzato e infiacchito da decenni di attacchi e propaganda pacifista e gandhiana tracolla, si sbanda a causa dell’elevatissimo numero di diserzioni e infine, tranne un manipolo di poche unità, cede e si da alla fuga abbandonando le regioni meridionali della Francia che avrebbe dovuto difendere.

Dunque per lo sguardo analitico e spietato di Raspail alla radice del disastro ci sono certamente i “maestri del dubbio”, cioè gli intellettuali nichilisti, gli ideologi velenosi e il clero pauperista, tutti più o meno inconsapevolmente agiti da impulsi di odio verso la civiltà occidentale cui essi stessi appartengono. La ragione di questo livore rancoroso risale a latenti istinti suicidarsi perché, ci avverte Jean Raspail, odiare le proprie radici e la propria storia significa odiare se stessi. Raspail delinea un ritratto esemplificativo di questi “maestri del dubbio” nel personaggio di Boris Vilsberg, un influencer e opinionista radiofonico rappresentativo dell’intera categoria di intellettuali mondialisti di cui fa parte:

“Giorno per giorno, mese per mese, grazie ai suoi dubbi l’ordine diventava dunque una forma di fascismo, l’insegnamento una costrizione, il lavoro un‘alienazione, la rivoluzione uno sport gratuito, lo svago un privilegio di classe, la marijuana semplice tabacco, la famiglia un luogo soffocante, il consumo un’oppressione, il successo una malattia vergognosa, il sesso un passatempo senza conseguenze, i giovani un tribunale permanente, la maturità una nuova forma di senilità, la disciplina un attentato alla personalità umana, la religione cristiana… e l’Occidente… e la pelle bianca. Boris Vilsberg cercava, Boris Vilsberg dubitava. Tutto ciò andava avanti da anni. Attorno a lui le macerie di un’antica nazione, a mucchi.”

Jean Raspail, Il campo dei santi.


 

12 giugno 2018

Governo. Prove di disinnesco al G7

di Marco Sambruna
La recente partecipazione di Giuseppe Conte al vertice del G7 in Canada dietro il sipario delle dichiarazioni ufficiali ha lasciato trasparire quello che sarà forse il principale motivo di conflitto fra Lega e M5S.

Infatti a proposito dei rapporti con la Russia Conte, a nome evidentemente del governo italiano, ha assunto una posizione che è un capolavoro di ambiguità. Il Presidente del Consiglio ha detto in sintesi di essere d’accordo con Trump circa le aperture alla Russia, ma di condividere anche le posizioni UE circa il mantenimento delle sanzioni finché non muterà l’atteggiamento russo verso l’Ucraina.
Questa dichiarazione, oltre a rappresentare la quintessenza del qualunquismo tipico della preistoria democristiana profila un pericolo che si va delineando all’orizzonte: quello di una “normalizzazione” del governo il quale, dopo i primi proclami roboanti, si allinea gradualmente al mainstream del pensiero progressista dettato dalla UE.

Insomma potrebbe accadere al nuovo esecutivo quello che è già accaduto a Tsipras in Grecia il quale partì rivoluzionario e finì istituzionalizzato.

In altre parole la posizione di Conte al G7 può prefigurare quella che sarà la prossima linea di tendenza del governo e al contempo la faglia di frattura fra Lega e M5S.
La Lega infatti è una realtà che parte da premesse chiare e intransigenti riguardo una molteplicità di temi come le posizioni critiche verso la UE, l’atteggiamento filorusso in quanto sovranista (e non sovranista in quanto filorusso), le politiche anti immigrazioniste. Il Carroccio si presenta dunque come forza rivoluzionaria in quanto dissidente verso il mondialismo elitario.
Il M5S ha invece una fisionomia politica duttile e flessibile che si presta a più interpretazioni, dal sovranismo monetario di di Maio e Grillo al massimalismo progressista di Fico o Sibilla. Ma proprio grazie o a causa di questa duttilità il M5S è molto più facilmente “normalizzabile” e “omogeneizzabile” per renderlo conforme al frullatone libertario e nichilista che ha infettato l’occidente.

Di fronte a questa duttilità pentastellata facilmente adattabile alle circostanze del momento la Lega, convivendo al governo con le tendenze qualunquistiche grilline emerse con particolare evidenza dalla dichiarazione di Conte al G7, deve fare attenzione a non farsi disinnescare della sua carica rivoluzionaria potenzialmente eversiva per il Potere.

Il Potere è infatti abilissimo ad annullare le opzioni che lo ostacolano applicando il metodo che possiamo qui definire come “disinnesco graduale” - peraltro già adottato dal gesuitismo che sembra caratterizzare la chiesa odierna - col fine di trasformare posizioni massimaliste potenzialmente eversive in posizioni minimaliste del tutto innocue.

Il primo passo lungo questo iter di disinnesco consiste nell’adottare un linguaggio qualunquistico costellato di avversative. Così, ad esempio, si è per l’apertura alla Russia, ma anche per il mantenimento delle sanzioni UE; si è per filtrare i flussi immigratori tuttavia senza pregiudicare i rapporti coi paesi di origine degli immigrati; si è per il sostegno alle famiglie naturali, però non si trascurano altri tipi di unioni, etc. Questa strategia cerchiobottista se si consolida è tale da provocare, di cedimento in cedimento, la penetrazione nelle politiche governative di elementi tipici del progressismo laicista dominante in Europa occidentale su temi di primaria importanza.
In definitiva è certo che il Potere proverà in tutti i modi a disinnescare gradualmente la Lega sostenendo le tendenze progressiste che coabitano all’interno del qualunquismo del M5S con altri orientamenti, per provocare infine uno smottamento a sinistra di tutta la compagine governativa. In questo senso la dichiarazione di Conte al G7 o quelle di Fico a sostegno dei flussi migratori costituiscono già un primo preoccupante segnale d’allarme.

 

29 maggio 2018

Trame azzurre

di Marco Sambruna
L’abortito governo sovranista M5S – Lega ha avuto il merito di avere svelato due aspetti interessanti:

-il rancoroso livore compresso dei media di destra a cominciare dai giornaloni liberal-conservatori con relativi influencer, giornalisti, opinionisti assortiti, peggiori quanto a zelo distruttivo dei media di sinistra che almeno fanno quello che sono deputati a fare cioè combattere ogni forma di sovranismo. In questo senso i media progressisti sono senz’altro intellettualmente più onesti rispetto a quelli conservatori che, in definitiva, non avendo nessuna metafisica politica da offrire al paese sono costretti a scimmiottare il progressismo di sinistra nella forma del liberalismo salottiero.;
- i veri obiettivi di Berlusconi il quale finalmente è costretto a gettare la maschera e mostrare il suo vero volto: quello di essere un vassallo del PPE, cioè il Partito Popolare Europeo come diretta emanazione della UE nel suo tentativo di interferire con la formazione in Italia di un governo sovranista.

Circa il primo aspetto osserviamo il bullismo giornalistico della destra mass mediatica perfettamente e servilmente allineata alla truffaldina narrazione secondo cui occorre “mantenere gli impegni” con la UE a ogni costo. Impegni peraltro quasi sempre incentrati sulle “riforme strutturali” invariabilmente penalizzanti per l’Italia avendo a che fare col business dell’immigrazionismo, i vincoli di bilancio con zero spese per investimenti produttivi, lo smantellamento dello stato sociale, precarizzazione del lavoro, delocalizzazione delle imprese, etc.
Al concertone cacofonico proveniente da destra fatto di rumore sociale politicamente corretto partecipano a vario titolo atlantisti in game over, vecchi pachidermi del giornalismo italiano risalenti agli anni Ottanta, forzitalioti residuali, liberali in materia economica, liberisti in materia giuridica, libertari in materia etica, anticlericali di professione, polemizzatori d’accatto, tutti coesi attorno a poche parole d’ordine tra cui “La UE è la nostra casa comune”, “indietro non si può tornare”, “non ci sono i soldi (per cambiare in senso sovranista)”. Ma  prima  fra tutte domina il mito della “stabilità” a ogni costo compreso quello di inciucesche alleanze col PD. Tutti dunque sgomitanti nell’idoleggiare la “stabilità” come un feticcio forse perché atterriti dalla prospettiva dalle svolte non necessariamente politiche, ma anche esistenziali.

Questo aggregato babelico di destra è strutturato come lo sono tutti i gruppi immaturi: c’è il leader che è anche il portavoce del gruppo, il leader ombra cioè il consigliere strategico del leader, il contro leader cioè l’oppositore interno, infine ci sono i gregari cioè le categorie critiche di cui sopra e infine i capri espiatori.
Soffermiamoci sul leader che, come ogni condottiero, deve riassumere nella sua figura tutte le aspirazioni dei gregari. Nel nostro caso la sintesi ideale è rappresentata da Berlusconi

Il capo di Forza Italia come tutti i leader detta la linea cui i gregari, vale a dire le realtà mediatiche della destra liberale, prontamente si adeguano.
B. non ha mai voluto un governo a guida cento destra  di orientamento sovranista come lo voleva la Lega. Per lui ciò che conta infatti non è l’esercizio del potere fine a se stesso quanto la tutela degli interessi del Partito Popolare Europeo (PPE) – e quindi della UE - di cui Forza Italia è membro.
B. infatti, ispirato dal leader ombra Antonio Tajani, non a caso membro di spicco di Forza Italia, del PPE e Presidente del parlamento europeo, aveva promesso alla UE stabilità, ma poiché stabilire o meglio stabilizzare significa consolidare qualcosa di già esistente, si trattava per Forza Italia di mantenere l’impegno perché la nuova legislatura fosse contigua a quella precedente. In altre parole si trattava di stabilire una continuità fra il governo decaduto del PD e quello nascente del centro destra a guida Forza Italia il cui compito quindi era di annacquare e depotenziare il sovranismo identitario leghista in vista di quella continuità.
Insomma il futuro governo italiano non doveva differire troppo da quello precedente. Il modello di riferimento è quello tedesco con l’alleanza fra popolari della CDU e socialisti dell’SPD (qui e qui)

Senonché alle elezioni Forza Italia ha perso il primato all’interno della coalizione di centro destra scalzato dalla Lega. Ora a B. per mantenere la sua promessa di continuità fatta ai leader ombra del PPE non restava che boicottare il governo di orientamento sovranista che scaturirito dal patto di governo fra Lega e M5S.

Alcuni chiari segnali indicano questo orientamento anti sovranista berlusconiano:

a) In primo luogo come accennato sopra l’accordo abbondantemente reclamizzato e quindi di pubblico dominio fra Forza Italia e PPE con l’impegno del primo a garantire la stabilità istituzionale preteso dalla UE in un’ottica di continuità con la legislatura uscente del PD (qui);
b) B. aveva a più riprese assicurato di essere il più efficace antidoto ai “populismi” ossia al sovranismo identitario in Italia incarnato da Lega e M5S (qui);
c) B. aveva provveduto a marginalizzare gli influencer “populisti” che lavoravano e  lavorano per le sue reti come Paolo del Debbio, Belpietro, Giordano (qui);
d) B. con mesi di anticipo aveva scatenato una pesante campagna denigratoria contro il M5S i cui leader sono stati variamente accusati di fancazzismo, incapacità, incompetenza fino all’invettiva finale che li qualifica come addetti alla pulizia dei cessi delle aziende berlusconiane col chiaro intento di rendere impossibile il dialogo fra grillini e centro destra (qui);
e) B., da sempre estimatore di Putin, in occasione del bombardamento NATO in Siria si è improvvisamente allineato su posizioni atlantiste al contrario dei “populisti” che avevano criticato l’operazione militare, invitando Salvini a tacere sull’argomento evidentemente per non derogare all’atlantismo della UE e del PPE  (qui).
f) Infine B. getta definitivamente la maschera e dimostra essere non solo contro i “populismi” come in precedenza, ma di prestarsi senz’altro all’anti sovranismo della UE. (qui

Se l’ipotesi sopra illustrata di un B. anti sovranista militante è valida al governo o all’opposizione la missione di Forza Italia non sarebbe cambiata; ciò che contava era evitare al paese svolte identitarie conformemente all’incarico ricevuto dal PPE ossia dalla UE: se al governo col centro destra FI avrebbe agito per disinnescare il sovranismo della Lega; se all’opposizione invece avrebbe agito di concerto col PD un deciso boicottaggio perché il governo M5S – Lega fallisse.
In quest’ultima prospettiva è facile immaginare che l’opposizione di Forza Italia sarebbe stata feroce al fine di lasciare inalterati i rapporti con la UE, mentre su altre questioni avrebbe lasciato liberi i suoi parlamentari di decidere autonomamente senza consegne di partito, incoraggiando libero cecchinaggio e astensionismo.
Tutte queste ipotesi come sappiamo restano senza risposte:Mattarella ha risolto il problema del sovranismo in Italia coi metodi tipici del Potere arrogante: semplicemente ha ignorato la volontà degli elettori.
Resta inteso che in proiezione futura un nuovo tentativo di insediare un governo sovranista in Italia deve prescindere non solo da Forza Italia, ma anche da qualsiasi sua clonazione.


 

30 aprile 2018

L’ultimo dogma: il fallimento del cristianesimo.

Il Mysterium iniquitatis in Sergio Quinzio

di Marco Sambruna

Due parole su Sergio Quinzio

Sergio Quinzio pensava che la Chiesa postconciliare avesse lasciato progressivamente decadere l'aspetto escatologico ed immaginava quindi che in un futuro non troppo lontano, l'ultimo papa, Pietro II, tenterà di rivitalizzare questo fondamentalissimo pilastro della fede ormai quasi indifferente alla maggior parte dei fedeli.
Al di là dei documenti papali e del profluvio di parole fuoriuscite dalle commissioni teologiche, che peraltro si sospetta ben pochi leggano, devo constatare che è nelle messe domenicali che i contenuti di fede devono essere trasmessi. Nelle omelie invece spesso si tenta di storicizzare l'escatologia: ciò è evidente anche in Brianza dove abito ossia una delle aree più "bianche" non dico d'Italia, ma addirittura del mondo (e non esagero affatto).
Quinzio riflette sul piano filosofico che è molto diverso da quello teologico, ma in “Mysterium Iniquitatis” critica l'ortodossia come farebbe un ortodosso, cioè dice che la Chiesa sta trascurando il dogma riguardo appunto i “novissimi”, specialmente la risurrezione della carne. Il fatto consideri nel finale del libro come deprecabile questa dimenticanza indica una tendenza su cui nessun cattolico potrebbe essere in disaccordo, per quanto si possa essere distanti dalla prospettiva di Quinzio.
Se pensiamo al lunghissimo pontificato di Giovanni Paolo II, nelle sue circa 14 encicliche i termini che richiamano i “novissimi” (inferno, purgatorio, paradiso, etc) sono nominati in totale forse meno di una dozzina di volte.
Va precisata una cosa, ad ogni modo. Quinzio non è un teologo, ma un filosofo di cui non possiamo condividere la posizione, ma che tuttavia ha riflettuto con acume quasi profetico sul futuro, o la decadenza, della Chiesa. Quinzio rappresenta bene quei "profeti laici" che hanno intuito il pericolo che il sacro in generale e il cristianesimo in particolare correvano sotto l'incalzare di una modernità fondamentalmente atea e materialista.

Sergio Quinzio, filosofo della "debolezza di Dio" dalla fede problematica, ha scritto diversi libri di commento alle Sacre Scritture (il monumentale "Un commento alla Bibbia,1972-75), sulle radici ebraiche del cristianesimo (Radici ebraiche del moderno, 1990) e sui destini ultimi del cristianesimo (La speranza nell’Apocalisse, 1994; Mysterium iniquitatis, 1995).
Nel suo romanzo fanta-teologico "Mysterium iniquitatis" immagina un’eventualità impossibile: ciò che accadrebbe alla Chiesa se non venisse più guidata da Dio. In un cattolicesimo ormai ridotto a uno sparuto gruppo di fedeli mentre è scomparso dalla predicazione qualsiasi accenno alla risurrezione della carne e alla vita eterna, Pietro II, l'ultimo papa secondo la profezia di Malachia, scrive le due ultime encicliche della storia della Chiesa per rivitalizzare una fede ormai in agonia.
Nella prima ribadisce il dogma della risurrezione della carne, ma il suo appello resta inascoltato. Nella seconda allora proclama l'inaudito: il dogma del fallimento del cristianesimo...

Un quadro storico da fantateologia
All’inizio del romanzo siamo subito messi di fronte a una scena drammatica: Pietro II, l’ultimo papa secondo la profezia del monaco irlandese san Malachia, si aggira solo e angosciato per le sale deserte del Laterano dove si è ritirato. Pietro II è un ebreo convertito che nel suo stemma ha fatto scrivere “Usquequo, Domine ?”, ossia “Fino a quando Signore?” che rimanda all’angosciosa domanda sempre più elusa nel corso della storia sul momento in cui Cristo tornerà nella gloria a giudicare l’umanità.
Pietro II regna in un indeterminato futuro dove la Chiesa è ai margini della storia, un residuo del passato che sopravvive mostrando il cadavere di sua nonna, cioè un insieme di riti, gesti, immagini sacre che ormai sono considerate folklore.
Alle sue messe i fedeli sono ridotti a un manipolo sempre più sparuto, nelle sue omelie è sparita qualsiasi interpretazione lasciando posto alla nuda lettura dei passi biblici. Nel frattempo, come separata dal Papa da una distanza incolmabile, la Curia romana prosegue con le sue dinamiche ormai laicizzate fatte di commissioni episcopali, stanchi documenti che ripetono formule “politicamente corrette” per non scontentare nessuno, sinodi che si trascinano per forza di inerzia. In questo quadro Il Concilio Vaticano II è un pallido ricordo mentre si profila all’orizzonte un nuovo concilio in cui le tendenze ultra progressiste dominanti intendono sancire la fine del cristianesimo come religione escatologica e salvifica.
Pietro II, è ossessionato dalla frase di Cristo in Luca 18,8: “Ma il Figlio dell’uomo quando tornerà a Terra troverà la fede sulla Terra?”. Il Papa si domanda se è possibile, in un moto d’orgoglio, rilanciare un nucleo essenziale che qualifichi la Chiesa come tale distinguendola dalle tante società filantropiche che ormai proliferano. Pietro II vuole dare la scossa a una teologia esausta e intellettualizzata da analisi storico – critiche, disquisizioni liturgiche, dotte indagini filologiche che non scaldano e non interessano più nessuno se non pochi vecchi e sclerotizzati monsignori.
E così il pontefice scrive l’enciclica “Resurrectio mortuorum” per ribadire che il cuore del cristianesimo, il suo tratto distintivo rispetto ai vari umanitarismi laici, è non solo la vita eterna, ma la resurrezione dei morti nella carne.

L’enciclica cade nell’indifferenza generale, come l’ultimo sussulto di un corpo in agonia che i presenti sperano muoia presto per non vederne la sofferenza.
Pietro II allora, disperato, scrive una seconda enciclica, la “Mysterium iniquitatis” (2 Ts,2,7) in cui proclama il dogma del fallimento storico del cristianesimo. Se è necessario che la Chiesa segua Cristo nelle sue vicende deve morire come è morto il suo Fondatore.

L’enciclica “Resurrectio mortuorum”: il dogma della morte della morte
Nella sua prima enciclica “Resurrectio mortuorum” Pietro II, contro l’inedia e la sbiadita concezione dell’eternità che ormai ha trasformato la Chiesa in una emanazione del secolarismo laicista, vuole riaffermare il dogma della resurrezione della carne.
Non basta ribadire il dogma dell’eternità dell’anima perché questa convinzione non è tipica del cristianesimo. Anche i pagani, alcune dottrine orientali, la teosofia credono nell’eternità dell’anima, mentre solo il cristianesimo crede nella resurrezione della carne. Questa convinzione è propria del giudaismo ripresa dal nascente cristianesimo. Pietro II cita alcuni passi biblici dove appare evidente la credenza nella resurrezione della carne. Ad esempio nel libro di Daniele si legge:
  • Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna (Dn 12,2)
Il Papa prosegue poi citando i passi del Vangelo in cui Cristo appare risorto in carne e ossa ai discepoli e che nella stessa condizione ascende al cielo. Tutto ciò, oltre a numerosi versetti delle lettere paoline e degli Atti degli apostoli dimostrano che quando Cristo parla di resurrezione dei morti intende esattamente la risurrezione della carne; solo in seguito si legge in chiave allegorica la resurrezione della carne a causa delle successive interpretazioni greche che, platonicamente, tendono a spiritualizzare la carne stessa. La tendenza a considerare la carne risorta come diversa da quella terrena quindi è di origine greca e non giudaica. I padri della Chiesa e il cattolicesimo fino agli albori della modernità mantengono questa concezione.
Poi qualcosa succede e la credenza nella resurrezione della carne, di questa carne fatta di ossa, muscoli, nervi, sangue è oscurata. Perché ? Cosa è successo ?
E’ successo, scrive Pietro II, che a partire dal Catechismo della Chiesa cattolica del 1992 di resurrezione della carne si parla in modo sempre più vago e ambiguo. Egli scrive:
  • Bisogna pur ammettere che in questo testo [il Catechismo del 1992], il cui intento primario è di riaffermare la dottrina della Chiesa, la verità della resurrezione finale è dichiarata troppo timidamente e soprattutto non è più mantenuta al centro del messaggio cristiano. Appare anzi come un’affermazione confusa fra tante altre. (Sergio Quinzio, Mysterium iniquitatis)
Pietro II non nomina mai il Concilio Vaticano II, ma traspare in modo netto come il degrado della dottrina cattolica abbia conosciuto un'accelerazione dopo quel Concilio. In generale infatti, aggiunge il pontefice, i documenti del Magistero della Chiesa prodotti nel nostro tempo appaiono di dimensioni eccessive, dove ciascun argomento si miscela e annacqua diluito in una miriade di altri argomenti compreso quelli fondamentali come il dogma della resurrezione della carne.
Ne scaturisce un linguaggio “politicamente corretto” dove nulla è dichiarato e tutto è accennato per vaghe allusioni a causa del compromesso fra correnti teologiche diverse, storici della Chiesa, esegeti e filologi ciascuno dei quali ha una sua posizione in proposito. Il risultato è un linguaggio sbiadito e noioso lontanissimo dalla luminosa chiarezza evangelica e dalle limpide dichiarazioni del Magistero preconciliare. Perché questa ambiguità?
Il processo di degrado per Pietro II è frutto di sedimentazioni progressive più che segnato da un netto punto di svolta. Tutto è cominciato dalla cocente delusione provata dalle prime comunità cristiane che credevano nell’imminenza del ritorno di Cristo che invece non si è ancora, dopo 2000 anni, verificato. Sono cominciate allora le letture simboliche della Bibbia in luogo di quelle letterali, e il costante cedimento alle istanze secolarizzanti. In particolare il dogma della resurrezione della carne era troppo inudibile da parte del luminoso razionalismo ellenistico che ha lentamente oscurato questo dogma per affermare la più accettabile immortalità dell’anima.

La Chiesa scaturita dalla modernità non è più guida della storia, ma ha deciso di farsi guidare dalla storia: in questa rivoluzione copernicana del rapporto Chiesa – mondo sta tutto il dramma dell’epoca presente. La Chiesa per compiacere il mondo ha rinunziato o notevolmente impoverito tutti i contenuti di fede che suonano scandalosi alla razionalità illuministica moderna.
E del resto, a ben pensarci, cosa c’è di più scandaloso, di più inudibile per la sensibilità razionalistica moderna dell’affermare con forza ciò che la Chiesa per due millenni ha sempre creduto, cioè la resurrezione della carne? Di qui l’errore supremo della Chiesa: lo scivolamento delle verità di fede a livello di precettistica prima etica e poi morale, in modo da risultare accettabile alla sensibilità laicista dell’ uomo moderno.
Una precettistica morale che in fondo può essere condivisa anche da razionalisti, agnostici e atei, un apparato moraleggiante accettabile anche perché innocuo, incapace di sollevare interrogativi esistenziali, incapace di porre in discussione le conquiste del liberalismo occidentale.
Sembra quasi che ormai il Magistero a tutti i livelli non osa più nulla di autenticamente cristiano mentre pare affetto da una strana compulsione che lo sospinge sempre più ad abbandonare la dottrina tradizionale per tentare timide avventure in campo morale, politico, sociale e perfino economico.
  • La Chiesa, in quanto istituzione, sembra non avere più il coraggio di proclamare la propria fede. Tutto fa pensare che se ne vergogni, o addirittura che finga di credere ancora ciò in cui, in realtà, non crede più. (Sergio Quinzio, Mysterium iniquitatis)
Un degrado all’ultimo stadio?
Il processo di allontanamento dal Magistero tradizionale dunque riguarda non solo e innanzitutto la credenza nella resurrezione della carne, ma investe tutto il depositum fidei di 2000 anni di cristianesimo. Il tentativo di compiacere alla mentalità laicista dominante ha provocato un progressivo slittamento delle verità di fede.
Così, dall’oscuramento della resurrezione della carne, si è passati all’oscuramento dell’escatologia e del giudizio finale, dell’esistenza dei regni ultraterreni di paradiso, purgatorio, inferno, della divinità di Cristo, dell’esistenza del diavolo trasformato in un mero simbolo del male, della realtà storica dei gesti di Cristo (soprattutto dei suoi miracoli) e infine il prodotto finale, il più aberrante: la negazione di Dio stesso.
Per l’ultimo Papa il depositum fidei è sottoposto a un doppio attacco: da una parte la razionalizzazione laicista dei contenuti di fede, dall’altro la fuga verso le celestiali regioni mistiche sganciate dalla storia e anche dalla carne. Il messaggio cristiano tuttavia non è né l’uno, né l’altra cosa, ma si colloca piuttosto nel mezzo fra una scientificamente inaccettabile credenza e una fede che in molti suoi articoli è supportata dalla ragione.
Permane, sia pure destabilizzata, la credenza nell’immortalità dell’anima.
Ma, ribadisce Pietro II, questa idea non è tipicamente cristiana perché la troviamo già presente in numerose correnti filosofiche di derivazione orientale. L’immortalità dell’anima inoltre è qualcosa che Dio ha già connaturato nell’uomo, qualcosa che fa parte della sua natura costitutiva. La resurrezione della carne invece è un intervento diretto e gratuito di Dio che salva l’uomo nella sua unità corpo-mente-anima. Senza resurrezione della carne l’uomo non sa che farsene di Dio. E infatti ne sta facendo a meno.

Esaltazione anticristica della carne
L’avere scisso la carne dallo spirito perché la prima era indegna del secondo è stato un errore del cristianesimo. L’impoverimento nella fede della resurrezione dei corpi ha provocato uno svilimento della carne che infatti oggi è sottoposta all’esaltazione più turpe, come fosse una cosa immonda. L’esposizione della carne nel mondo dello spettacolo, il suo utilizzo a fini meramente commerciali dimostra, scrive Pietro II, che ormai la carne stessa è diventata una merce qualsiasi scambiabile sul libero mercato. Di qui inizia una lunga catena di orrori contemporanei.
La carne, cioè il corpo, trasformato in merce può essere venduto e comprato: i cadaveri, i feti, gli organi interni hanno un prezzo per essere utilizzati in operazioni cellulari, nell’industria cosmetica, in esperimenti sulle staminali. Quali altri orrori potranno giustificarsi?
Oggi 2018, aggiungiamo noi, si parla già di eliminazione fisica di neonati malformati. E del resto, sostengono gli abortisti militanti, che differenza c’è tra l’eliminazione di un feto di qualche mese e un neonato dal momento che in entrambi i casi ci troviamo di fronte un essere umano già completamente o quasi formato?
Ma la svalutazione del corpo implica la svalutazione dell’essere umano nella sua integrità psicofisica. Si spiega così la disumanità con cui ad esempio, si allevano gli animali i cui corpi sono torturati e straziati, mentre l’indifferenza verso il corpo umano fonda l’indifferenza verso l’uomo tout court. E tuttavia il desiderio di salvare il corpo, quasi bandito in un orizzonte di fede, riemerge con i tentativi della scienza di prolungare la vita umana e le ricerche sulla criologia e l’ibernazione destinate se non a vincere la morte del corpo, quantomeno a prolungarne la vita in un orrenda imitazione dell’eternità.
Pietro II quindi conclude la sua prima enciclica “Resurrectio mortuorom” ribadendo il dogma della resurrezione dei morti nella carne:
  • Ci sarà in futuro, la Resurrezione dei morti”, e i morti resusciteranno nella loro vera carne umana nella quale sono vissuti per tornare a vivere, senza fine, una vita perfettamente umana sotto nuovi cieli e sopra una nuova terra dove abiterà la giustizia (cfr. 2 Pt 2, 3-13) in una creazione anch’essa redenta e liberata dalla corruzione della morte (cfr Rm 8, 19-22). Il Signore ci assista e ci dia la forza di crederlo.
L’enciclica “Mysterium iniquitatis”. La morte del cristianesimo
La prima enciclica, che nelle intenzioni del Sommo pontefice, doveva scuotere le coscienze, è stata ignorata, forse considerata l’ultima estremo tentativo di rianimare un vecchio corpo prossimo alla morte. Pietro II allora, sempre più solo e angosciato, scrive una seconda enciclica in cui affronta l’altro grande tema di cui la Chiesa contemporanea ha sempre parlato poco, il “Mysterium Iniquitatis”.
Di quest’entità misteriosa e maligna destinata a governare l’umanità poco prima del definitivo ritorno di Cristo e dell’ostacolo che ne impedisce la manifestazione evidente, parla Paolo nella seconda lettera ai Tessalonicesi (2, 3-9), l’Apocalisse (Ap 13, 11-17) e Matteo che prefigura gli eventi che lo precederanno (Mt 24,24). Peraltro la Chiesa in passato ha sempre affrontato il tema parlandone con accenti vaghi e sempre per condannare qualche eresia che ne minava l’unità dall’esterno.
Il mistero dell’iniquità dunque continua ad aleggiare tanto più inquietante, quanto più resta velata la sua identità. Nel corso della storia della Chiesa sono state formulate varie ipotesi:
  • Che si tratti di un entità individuale ben definita. Tale supposizione scaturisce dallo stesso Paolo che parla di “uomo iniquo” al singolare e da un esegesi antica e tardo antica che considera l’anticristo come scimmia di Dio: come Dio ha inviato Cristo cioè suo Figlio, allo stesso modo satana, il signore delle legioni infernali invierà il suo “figlio della desolazione” (2 Ts, 3);
  • Che si tratti di un entità immateriale, cioè di un sistema filosofico, ideale, politico, sociale, economico. Tale interpretazione si è consolidata soprattutto nel corso degli ultimi due secoli in seguito al processo di simbolizzazione delle Sacre Scritture.
Pietro II fronteggia l’argomento delineando il percorso storico delle verità di fede fondamentali come la resurrezione della carne, i novissimi, il ritorno di Cristo.

Già nella Chiesa primitiva si scontrano due idee di Chiesa: quella di Paolo il quale ammonisce nelle sue lettere di diffidare di coloro che “usciti da noi, tuttavia non sono dei nostri”: un manipolo di mestatori che propone una dottrina cristiana diversa da quella paolina.
Paolo si riferiva, secondo l’esegesi di alcuni dotti, a Giacomo detto “il Giusto”, il quale restava ancorato ad alcuni aspetti dell’antica fede giudaica per cui, ad esempio, i convertiti dovevano essere circoncisi, e la fede priva di opere era una menzogna. Già agli albori quindi osserviamo una concezione del cristianesimo ellenizzante in Paolo e giudaica in Giacomo.
Alcuni studiosi, aggiunge Pietro II, pensano addirittura che Paolo parlando di anticristo si riferisse proprio a Giacomo: secondo la profezia paolina infatti l’anticristo, il figlio della perdizione e l’abominio della desolazione profanerà il tempio di Dio additando se stesso come Dio in luogo di Dio o di chi è adorato come Dio. Fatto questo si assisterà al ritorno di Cristo nella gloria e alla fine dei tempi. Proprio al tempio di Gerusalemme saliva a predicare Giacomo: forse Paolo pensava a Giacomo quando parlava di abominio della desolazione che nel tempio di Dio indica se stesso come Dio? Non è possibile, conclude il pontefice: nel 70 d.C. il tempio occupato da Giacomo, cioè il presunto anticristo secondo alcuni esegeti, sarà distrutto dai romani.
A quel punto sarebbe dovuto tornare Cristo apparendo nelle nubi con “gloria e potenza grandi”, ma non accade nulla di tutto questo. In conclusione Paolo non poteva quindi riferirsi a Giacomo quando parlava di anticristo.

A ben guardare, prosegue il Pontefice, si è passati da una concezione giudaica di tali verità improntate ad una assunzione letterale della Parola di Dio a un processo mutuato dalla filosofia greca tendente a trasformare la lettera in simbolo, allegoria, anagogia. In pratica dei contenuti della Bibbia si è fatto scempio trasformando il messaggio cristiano chiarissimo nel suo linguaggio elementare, inequivocabile e cristallino un sistema etico e morale accettabile da chiunque anche non credente.
Ciò che impedisce la manifestazione del mistero d’iniquità quindi, conclude Pietro II, sono gli ultimi rimasugli di fede giudaica che ancora crede alle promesse di Dio sine glossa cioè in modo letterale, senza interpretazioni simboliche.
E l’anticristo che siede nel tempio di Dio additando se stesso come Dio chi è allora ?
Ricapitolando i testi scritturali che ne parlano nel libro dell'Apocalisse:
  • L'avvento dell'anticristo sarà preceduto dalla grande apostasia;
  • L’avvento dell’anticristo è rappresentato dalle due bestie dell’Apocalisse in cui la prima bestia rappresenta il potere politico, la seconda bestia, il falso agnello, il potere religioso che supporta quello politico;
  • L’avvento dell’anticristo sarà accompagnato da segni grandiosi, miracoli e portenti vari;
  • L’avvento dell’anticristo sarà accompagnato dall’annuncio del Vangelo ovunque e dalla conversione degli ebrei.
Il mysterium iniquitatis smascherato ?
Pietro II allora osa l’inosabile, l’inconcepibile: in primo luogo per il Papa la grande apostasia è già in gran parte avvenuta, ma non perché il mondo ormai è largamente secolarizzato.
Il termine “apostasia” significa infatti “allontanarsi” o “abiurare”, ma ci si può allontanare solo da ciò a cui si era prima vicini, così come non si può abiurare da ciò che prima non si era abbracciato.
Saranno quindi credenti e uomini di fede precipitati ad aprire la strada all’anticristo e il falso agnello che invita ad adorare la prima bestia non è un potere religioso che si affermerà in futuro, ma è già operante ora.
In secondo luogo i portenti che accompagnano l’avvento dell’anticristo sono i “miracoli” della scienza e della tecnica moderna. C’è ancora, è vero, un “resto d’Israele” che radicato nell’antica credenza giudaica e quindi alieno da interpretazione simboliche è di ostacolo alla manifestazione anticristica, ma si tratta di un campione ormai sparutissimo e in via di estinzione. Lo stesso Papa Pietro II del resto è un ebreo convertito.

A questo punto l’anticristo che addita se stesso come Dio nel tempio di Dio è il sale che è diventato scipito, colei che ha apostatato e che indica il potere politico come dio da adorare. Si tratta in definitiva della realtà che storicamente ha trasformato il messaggio cristiano di salvezza in precettistica morale: la Chiesa.
La Chiesa addita se stessa come Dio in luogo di Dio nel tempio di Dio; la Chiesa indicando se stessa come Dio invita al culto dell’uomo e non più di Dio, rende onore all’uomo e adora quest’ultimo invece di Dio.

A questo punto per Pietro II non rimane che una cosa da fare e che debba essere proprio il Papa a farla è drammatico: denunciare tutto questo nell’enciclica e dichiariare il dogma del "fallimento del cristianesimo nella storia del mondo".
La Chiesa di Cristo che è suo corpo (Ef. 1.23) deve seguire la sorte di Gesù Cristo che ne è il capo (Ef. 1.22), deve cioè seguirlo nella morte e come lui deve essere crocifissa nel mondo. Deve anch’essa morire per resuscitare poi come il suo Signore ed entrare con lui nella gloria del Padre. In questa morte culmina e si consuma il mistero dell’iniquità che domina l’intera storia del mondo. Non esiste altra speranza per ogni uomo e per la vicenda di tutti gli uomini e per l’intera creazione al di fuori della Croce e della resurrezione di Gesù Cristo. A lui affido tutti e ciascuno assieme alla mia povera persona, nell’attesa dell’ultima Rivelazione, del giudizio finale e della vita senza fine.
Fatto questo Pietro II, l’ultimo Papa secondo la profezia di san Malachia, si getta fra i due bracci della croce della cupola di san Pietro, proprio sopra l’altare sormontato dal colonnato del Bernini, dove, scrive stavolta direttamente Sergio Quinzio, la Chiesa ha celebrato i suoi falsi trionfi.
Con questa decisione il pontefice sancisce la fine della Chiesa cioè pone fine al regno millenario dell’anticristo e prepara così il definitivo ritorno di Cristo.