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15 maggio 2017

Dimissioni di Benedetto. Ecco il segreto...di Pulcinella


di Paolo Maria Filipazzi

Vi invitiamo a leggere tutto l'articolo che segue, non tanto per prendere atto di "cosa" viene svelato, ma per prendere atto di "chi"avalla questa tesi.

 “Le frizioni tra Chiesa e Stati Uniti non sarebbero venute meno neanche con la scomparsa di Giovanni Paolo II. Avrebbero invece avuto un seguito durante il pontificato di papa Ratzinger, nel corso del quale ad acuirle non sarebbe stato soltanto l’investimento fatto da Barack Obama e Hillary Clinton sull’ islam politico della Fratellanza musulmana durante le cosiddette primavere arabe, ma altresì la ferma volontà di Benedetto XVI di pervenire a una riconciliazione storica con il patriarcato di Mosca, che sarebbe stata nelle sue intenzioni il vero e proprio coronamento religioso di un progetto politico di integrazione euro-russa sostenuto con convinzione dalla Germania e anche dall’Italia di Silvio Berlusconi – ma non da quella, più filo-americana, che si riconosceva in Giorgio Napolitano.
Com’è andata a finire, è noto a tutti. Governo italiano e papato sarebbero stati simultaneamente investiti da una campagna scandalistica, coordinata, di rara violenza e priva di precedenti, alla quale si sarebbero associate anche manovre più o meno opache nel campo finanziario, con l’effetto finale di precipitare nel novembre del 2011 l’allontanamento di Berlusconi da Palazzo Chigi e, il 10 febbraio 2013, l’abdicazione di Ratzinger. Al culmine della crisi, l’Italia avrebbe visto progressivamente chiudersi le porte d’accesso ai mercati finanziari internazionali, mentre l’Istituto per le Opere di Religione (Ior) sarebbe stato tagliato temporaneamente fuori dal circuito Swift (4).
(4) Lo Ior sarebbe stato escluso dal sistema internazionale dei pagamenti dal 1° gennaio all’11 febbraio 2013 sulla base dell’accusa di concorrere ad attività di riciclaggio, con l’effetto di indurre Deutsche Bank a bloccare il funzionamento dei bancomat in tutto il territorio dello Stato della Città del Vaticano. La notizia venne data in Italia da la Repubblica, il 3 gennaio 2013, quando Fabio Tonacci pubblicò un pezzo con questo titolo: “ Vaticano, stop a carte e bancomat. Sospesi i servizi di pagamento”. All’indomani dell’annuncio dell’abdicazione di papa Ratzinger, la Santa Sede otterrà da una banca svizzera il ripristino dei servizi interrotti” .

Conclusa questa lunga citazione, passiamo ad indicarne la fonte. Maurizio Blondet? Antonio Socci? Gli hacker russi? Ebbene no, i dati bibliografici sono i seguenti: Germano Dottori, Perché ci serve il Vaticano, in Limes – Rivista italiana di geopolitica, n.4/2017 (aprile), pagg. 151-158 (in particolare, le frasi riportate sono a pagina 154).

Insomma, leggendo l’ultima uscita della più autorevole testata italiana nel settore della geopolitica, una testata cui viene riconosciuto un ruolo tale che ogni numero viene presentato, non senza una certa solennità, dal suo direttore, sulla televisione di Stato, possiamo apprendere le seguenti informazioni:

1) Il successo politico della Fratellanza Musulmana (cioè dell’ Islam integralista) in seguito alla “primavere arabe” non è stato, come molti potrebbero pensare, un effetto non voluto dal progressismo deficiente di Obama, ma qualcosa di voluto;
2) Benedetto XVI ha perseguito con “ferma volontà” il disegno di riconciliare la Chiesa Cattolica con il Patriarcato di Mosca;
3) Questi due fattori hanno acuito le frizioni fra Chiesa e Stati Uniti iniziate nell’ultima fase del pontificato di San Giovanni Paolo II;
4) Il Governo Berlusconi sosteneva il disegno di Benedetto XVI in ottica filorussa;
5) In questo si è alienato le simpatie degli americani, il cui uomo in Italia era nientemeno che l’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano;
6) Le campagne scandalistiche simultanee subite in quegli anni da Berlusconi e da Benedetto XVI erano coordinate fra loro, volte a colpire due personaggi che, nell’ottica statunitense, erano evidentemente troppo filo-russi ed assai poco obbedienti alla Casa Bianca;
7) A questa campagna denigratoria si accompagnarono manovre finanziarie opache sia contro l’Italia (ricordate lo spread?), sia contro il Vaticano (confermando quanto già lasciato intendere in precedenza da altre fonti);
8) Tutto questo ha portato alle dimissioni di Berlusconi (e fin qui, niente che già non fosse notorio) ed anche, udite udite, a quelle di Benedetto XVI.

Come carico da novanta, Limes è da sempre edito dal medesimo gruppo editoriale di la Repubblica, vale a dire dell’organo di stampa che fece da apripista a quella doppia campagna scandalistica “coordinata, di rara violenza e priva di precedenti”. Insomma, lo sanno…

Che dire? Ci eravamo sempre voluti tenere fuori da polemiche di tipo “complottista” su quanto accaduto negli ultimi tempi del papato ratzingeriano e dalle dietrologie sulle sue dimissioni. Lo faremo anche stavolta. Ci limitiamo a segnalare quanto affermato da una stimata ed autorevole testata, non certo accusabile di vicinanza alla “kuria conservatrice” e nemmeno ai “quattro gatti” tradizionalisti. Ci permettiamo di segnalare il passaggio in cui si dice: “Come è andata a finire, è noto a tutti”.
Altro che “gombloddo”. Qui si tratta di un segreto di Pulcinella… 
 

21 gennaio 2017

Farewell Obama. L’Aquila ancora aspetta che mantieni la tua promessa


di Alessandro Rico

Su Barack Obama circolano decine di articoli che tracciano un bilancio, naturalmente fallimentare, dei due mandati presidenziali. I milioni di dollari spesi per salvare grandi aziende che poi hanno continuato a delocalizzare. L’imbarazzante riforma sanitaria che voleva obbligare i datori di lavoro a pagare i contraccettivi ai dipendenti. Le sovvenzioni pubbliche alle cliniche abortiste di Planned Parenthood, che aveva a sua volta finanziato il Partito Democratico. Le tensioni razziali esacerbate fino all’orlo della guerra civile. Il disastro in Medio Oriente, il fallimento delle primavere arabe, il caos pilotato in Libia, la figuraccia in Siria, l’appoggio all’Arabia Saudita, che spalleggia l’ISIS, nello Yemen, lo scontro con la Russia che solo la sconfitta della Clinton ha evitato degenerasse ulteriormente, magari in guerra aperta. Tutti fatti arcinoti, insieme all’involuzione della cultura politica americana, infettata dai germi del bigottismo politicamente corretto e dall’ideologia gender, una spirale negativa culminata nella sentenza della Corte Suprema che ha imposto a tutti gli Stati il matrimonio gay. Non serve tornare ancora su quello di cui tutti i giornali parlano. In tempi di terremoto, di sofferenza per le popolazioni dell’Italia centrale perseguitate dalla furia di una natura quasi leopardiana, di Obama vogliamo ricordare un altro capolavoro di vigliaccheria.
Era il luglio del 2009, tre mesi dopo il sisma di magnitudo 6,3 che aveva devastato L’Aquila. Il governo Berlusconi, con l’intento di sensibilizzare i capi di governo dei Paesi più industrializzati, inducendoli a contribuire alla ricostruzione, decise improvvisamente di dirottare il G8, dapprima previsto alla Maddalena, nel capoluogo abruzzese. I leader delle principali potenze mondiali furono accompagnati a visitare il centro storico della città, quasi del tutto raso al suolo. Restano celebri la foto di Obama abbracciato all’allora Presidente della Provincia, oggi senatrice Stefania Pezzopane (uno scatto particolarmente buffo, data la differenza di altezza), e quella del Presidente americano con le maniche della camicia arrotolate, che osserva il palazzo della prefettura sconquassato.
Dopo quel vertice, arrivò qualche risultato. Il Canada finanziò la realizzazione di una residenza universitaria e di una sala studio, che oggi rappresentano un’importante infrastruttura per l’ateneo aquilano. La Germania si impegnò nella realizzazione di diverse opere nella frazione di Onna, che aveva pagato un altissimo prezzo di sangue la notte del 6 aprile. Sarkozy promise di stanziare tre milioni per la ricostruzione della Chiesa delle Anime Sante (poi versati in parte), che oggi è in fase avanzata di ristrutturazione. Il Giappone ha finanziato l'Auditorium annesso al nuovo conservatorio e un Palasport da 2000 posti. La Russia adottò uno dei palazzi storici più belli dell’Aquila, palazzo Ardinghelli e anche il Kazakistan del tanto bistrattato Nazarbajev ha onorato i suoi impegni, occupandosi del restauro dell'Oratorio di San Giuseppe dei Minimi. Indovinate chi fu l’unico a promettere per poi rimangiarsi tutto? Proprio lui. L’idolo dei millennials. Il Premio Nobel per la pace. Il marito dell’ortolana della Casa Bianca. Barack Obama. Lazzi e sollazzi, foto ricordo, impegni solenni. Poi più nulla. A una nazione che ha una spesa pubblica annuale di quasi quattro trilioni di dollari, un deficit di quasi seicento miliardi e un debito di quasi venti trilioni di dollari (ventimila miliardi), finanziare un’opera pubblica o restaurare un monumento di una città terremotata, tenendo fede a una promessa assunta davanti al mondo intero, doveva costare davvero troppo. Peccato solo che in America questa vicenda sia praticamente ignota e che i giornalisti italiani, proni alla narrazione atlantista (atlantista finché c’è stato Obama, sia chiaro), se ne siano del tutto dimenticati.
Anche per questo siamo felici che Barack sbaracchi. E che un partito di mentitori seriali e criminali internazionali sia stato sonoramente purgato dagli americani, evidentemente immuni al virus delle ideologie distorte e delle vergognose campagne mediatiche che li hanno bombardati in questi anni, ma soprattutto nei mesi della campagna elettorale. Farewell, Obama. Non ci mancherai.

 

14 gennaio 2017

L'antitrumpismo come nuova malattia mentale


di Giuliano Guzzo

Gli stilisti che non intendono vestire la nuova first lady e i cantanti, come Il Volo, che cestinano inviti presidenziali per non essere accostati agli «atteggiamenti razzisti e xenofobi» – secondo loro – di Trump, parlano un’unica lingua, che non è quella dei paladini della tolleranza, figuriamoci, bensì del risentimento ideologico. Una lingua non statunitense e neppure da democratici americani – il 57% dei quali, secondo Rasmussen Reports, ora si augura che il nuovo Presidente abbia successo -, ma da rompiballe.

Voglio dire, anime belle, avete appena finito di applaudire uno dei Presidenti Usa più sopravvalutati della storia, un Nobel sulla fiducia che ha: fatto espellere 2,5 milioni di clandestini – una cosa che Salvini si può solo sognare -, bombardato la Libia, supportato in giro per il mondo“ribelli buoni” poi rivelatisi tagliagole, autorizzato 541 attacchi di droni contro presunti obiettivi terroristici (10 volte di più di quanto fece il cattivissimo Bush, che detestavate) e, dulcis in fundo, concluso il mandato alzando la tensione con la potenza russa.

E voi? Eravate silenti oppure ancora in adorazione del vostro idolo. Legittimo, per carità. Il gioco democratico prevede infatti che ciascuno possa sostenere e simpatizzare per chi crede. Osservo solo che se per anni avete pazientemente tollerato tutto questo pandemonio senza fiatare, direi che dovreste quanto meno concedere a Trump, per quanto vi stia lì, il tempo di insediarsi prima di scatenare l’infermo del puritanesimo radical chic. O no? Anche se mi vendo conto che sia l’antitvumpismo, cavo.

https://giulianoguzzo.com/2017/01/07/quanto-e-chic-lantitvumpismo-cavo/

 

10 novembre 2016

La rivolta delle masse


di Roberto De Albentiis

La sconfitta della Clinton, e di tutto l’establishment liberal (e anche neo-con, del resto il Potere non conosce etichette o differenze) che la sosteneva, ad opera di Donald Trump, è un fatto clamoroso: dopo anni di prese in giro, i cittadini americani si sono voluti riprendere il proprio futuro, mandando al diavolo sondaggisti, giornalisti, opinionisti, professionisti di partito, star del mondo musicale e cinematografico. Questa vittoria di Trump giunge dopo tante altre, pur se di segno diverso: le vittorie elettorali, in Europa orientale, in Ungheria e Polonia, e in Francia, di formazioni identitarie e comunitarie, l’incredibile vicenda elettorale austriaca, il referendum inglese sulla Brexit, la vittoria, nelle Filippine, di un altro impresentabile, Rodrigo Duterte, peraltro di sinistra e non certo attento ai c.d. principi non negoziabili e comunque sfanculatore (letteralmente; non gli piacciono i toni moderati e conciliatori) delle elites e dei grandi del mondo.
Che significa tutto ciò? Dopo decenni di predominio di asfittico pensiero unico (non si creda solo di sinistra, sia chiaro, anche la destra liberale rappresenta al meglio il pensiero unico globalista e mondialista, e del resto la stessa maggioranza liberale e conservatrice del Partito Repubblicano non voleva sostenere Trump), di propaganda asfissiante e martellante, subdola, fatta non solo attraverso le dichiarazioni ufficiali, ma pure attraverso gli strumenti di comunicazione di massa e il cinema, le masse paiono essersi svegliate e abbiano iniziato a reagire a questo pensiero totalitario, che vuole imporre ovunque individualismo, atomismo, immoralità, che vuole distruggere le religioni, gli Stati, le famiglie, per imporre ovunque il dominio del Capitale e del Consumo, consumo tanto di beni materiali quanto di (pseudo)diritti.
In un mondo che si vuole senza barriere o differenze, perfino personali, biologiche e antropologiche, pare invece che si voglia rivendicare con forza tali barriere e differenze, che, se ci si pensa bene, sono connaturate all’essere umano stesso; in un mondo in cui si vuole imporre ancora la moribonda e mortifera globalizzazione, che ha comportato proprio l’impoverimento delle masse (anche americane, non si creda che gli States, e ve ne parlo io che li ho visitati due volte e ho potuto vedere di persona la grande povertà che vi regna, abbiano ricevuto solo benefici dalla globalizzazione) e l’arricchimento di pochi profittatori, guarda caso profeti della “società aperta” e del nuovo “mondo libero”, ecco che le masse, pur se non coordinate, magari poco informate e votando movimenti e partiti non certo assimilabili tra loro, reagiscono. Reagiscono forse di pancia, come si dice, ma del resto non si campa di belle parole e di “diritti civili”, un lavoro, un tetto, un pasto servono a campare, gli sciocchi slogan non riempiono gli stomaci.
Non possiamo certo sapere come sarà la presidenza di Trump, che deve ancora iniziare, per quanto fare peggio di Obama e della Clinton sia difficile; non possiamo neanche sapere cosa riserverà il futuro “populista” o la prevedibile reazione dell’establishment, ma due cose sono chiare: la partita non è affatto chiusa, tutt’altro, e, soprattutto, se ci si impegna bene, può essere vinta, le elites possono essere sconfitte, se solo si è consapevoli di ciò e lo si vuole!
E le masse cattoliche, in tutto questo? Ora, non sono qui per parlare del voto cattolico dato a Trump o alle altre scelte “populiste”, ma per parlare di un fenomeno diverso: da tre anni pare essere arrivata, per la Chiesa Cattolica, una nuova “primavera” (certo permessa da quell’altra, quella “conciliare”; non si creda che i problemi siano iniziati con l’attuale pontificato, ma affondano le loro radici in almeno un cinquantennio precedente), che non ha certo portato frutti di vocazioni, anzi, e in compenso ha aumentato le fratture tra fedeli e la perplessità di molti. Ebbene, sempre più fedeli cattolici, anche, come vedo, chi prima mai aveva sentito parlare o parlato di “crisi nella Chiesa”, ora si fanno delle domande, reagiscono, come possono, in relazione alla loro cultura e al loro stato, al nuovo corso progressista della Chiesa, con le armi a propria disposizione: l’insegnamento catechistico e la preghiera. Se anche nella Chiesa si deve parlare di pensiero unico (che nulla ha a che vedere con l’unità di insegnamento dottrinale, anzi, spesso, pur se non ufficialmente, lo soffoca), altrettanto, ora, si deve parlare di una sorta di resistenza, silenziosa ma crescente, dei fedeli alle perniciose novità che si vogliono loro imporre.
La resistenza al pensiero unico mondano e ai governi terreni ci riguarda; più ancora ci riguarda, quando necessario, la resistenza al pensiero unico ecclesiale, non certo in nome delle nostre personali opinioni o dei nostri gusti, ma proprio in nome di quella fede che ci è stata donata col Battesimo. Oggi si festeggia San Leone Magno, uno dei più grandi Papi che la Chiesa abbia mai avuto: di lui, intervenendo al Concilio di Efeso, i Padri conciliari dissero: “Pietro ha parlato per bocca di Leone!”. Noi crediamo che sul trono di Pietro sieda oggi Francesco, e vogliamo, vorremmo che parlasse da Papa e Pastore ai suoi figli, per confermarli nella fede e non lasciarli soli contro le battaglie, terrene e interiori, che li aspettano; per citare un grande ecclesiastico missionario del secolo scorso, Monsignor Marcel Lefebvre, di cui lo stesso Papa Francesco ha detto di aver due volte letto e apprezzato la sua biografia, noi siamo sempre “per il Papa come successore di San Pietro a Roma. Tutti noi chiediamo che il Papa sia, infatti, il successore di San Pietro, non il successore di Jean Jacques Rousseau, dei massoni, degli umanisti, dei modernisti e dei liberali.”
 

08 giugno 2016

Giugno, il mese del nostrismo: Sacro Cuore e politicamente scorretto!


di Roberto de Albentiis

Abbiamo da poco finito maggio, il mese mariano, e da altrettanto poco abbiamo iniziato giugno, il mese nostriano (o nostro)! E che è mai? E’ presto detto: da alcuni anni giugno (prima solo gli ultimi due giorni, poi, gradualmente, l’ultima settimana e, ora, l’intero mese) è diventato il mese dell’orgoglio gay, con eventi in tutto il mondo; una propaganda martellante e ossessiva si è diffusa dagli USA ed ha ora coinvolto l’intero Occidente, e l’Italia, se pur in ritardo, si è adeguata al nuovo standard. E quest’anno, con l’approvazione del ddl Cirinnà, la comunità LGTXYZ£$%&/(=?123 italiana (una minoranza aggressiva, prepotente e potente, che peraltro, con la maggioranza degli omosessuali normali e tranquilli, anche, tra essi, cattolici, nulla ha a che fare) ha del resto di che festeggiare.
Come, gradualmente, il mese di maggio diventò il mese mariano, così il mese di giugno diventò il mese dedicato al Sacro Cuore di Gesù, al Sacratissimo, Divino, Regale, Misericordioso Cuore di Gesù, “Cuore che ha tanto amato gli uomini e che nulla Si è risparmiato”, Cuore da Cui escono Sangue ed Acqua, Cuore ripieno della Divina Misericordia e del Preziosissimo Sangue (che si festeggia nel mese seguente, a luglio); tolta questa devozione tanto amata dai semplici fedeli, di più, negata questa fondamentale verità, tutto è andato a scatafascio: negata la Regalità di Cristo sulle nostre vite personali come sugli Stati e le realtà temporali, negata la signoria di Dio sul tempo stesso, ecco che si sono avute società sempre più mondane, mesi dedicati a devianze e turpitudini, vite degli stessi fedeli che non piacciono certamente a Dio (e se la Madonna di Fatima, tramite i tre Pastorelli, diceva che molte vite e molti matrimoni apparentemente cristiani dei primi anni del XX secolo non piacevano a Dio, che direbbe dell’oggi?).
Nel mondo e nella stessa Chiesa si è diffuso in questi decenni un velenoso pensiero debole e politicamente/ecclesiasticamente corretto, un pensiero che ha in odio qualsiasi ordine naturale, che vuole sostituito con il caos legalizzato; che detesta qualsiasi pensiero forte e virile, che vuole sostituito con una budinosa e checcosa leziosità; che trova orripilante qualsiasi idea di sacrificio, sia esso rivolto nei confronti dei propri vizi, peccati e debolezze (che non esistono più, se non il “clericofascismo” di ritorno “intollerante” e “chiuso di mente”, che è in pratica il normale cattolicesimo, o, anche, un più comune e naturale buon senso) o nei confronti della propria comunità nazionale (che non è più niente, se non quando deve accogliere immense quantità di immigrati cui regalare la cittadinanza).
Ed è qui che entra in gioco il nostrismo: se il mondo stravede per Obama (o per la prossima strega Clinton), ecco che un rimedio per distinguersi è supportare Putin e Orban; se il mondo porta ad esempio di “civiltà” gli USA arcobalen(g)ati, l’Olanda o i mitici Paesi scandinavi, ecco che bisogna rispondere dichiarando le proprie preferenze per Paesi come la Serbia o la Polonia; se il mondo, anche davanti a feroci terroristi islamici, non riesce a pensare altro che a palloncini e gessetti, ecco che bisogna opporre a ciò l’idea del soldato, eroe cristiano e civile, che lotta per la difesa della sua Patria; se il mondo propaganda la “cultura dello sballo” e la “cultura dello scarto”, ecco che bisogna rispondere con la cultura del sacrificio, resistendo ai tentativi di far passare come belli, in attesa di legalizzazione, i vizi e le turpitudini; se il mondo vuole fare a meno di Dio (a meno che non parli di “amore”, un “amore”, però, privo dell’immenso e vero atto di Amore che fece Dio con l’Incarnazione e la Passione di Gesù, che è basato sul mero sentimento e sulla mera attrazione fisica e che si esplica perfettamente nell’esultanza per la morte del nemico politico “fascio leghista”), ecco che tutto il nostro essere, pubblico e privato, deve basarsi su Dio.

Gesù mette in guardia dagli scandali, pronunciando contro di essi le più dure parole che Gli siano possibili nei Vangeli; oggi, però, lo scandalo diventa legge e costume sociale, fin dalla più tenera età. Ebbene, scandalizzare i mentalmente aperti, i liberal e i liberali, gli arcobalenati, non è uno scandalo, anzi, è opera meritevole, è opera benedetta da Dio (“Sia il vostro parlare Sì Sì, No No”); in un mondo impazzito essere “nostri”, come esemplificato sopra con alcuni esempi tra il serio e il faceto, è segno di sanità mentale e morale, e il modo migliore di essere “nostri”, più ancora di essere Suoi è la devozione al Sacro Cuore: devozione affatto debole e zuccherosa, ma forte e virile, perché impone di fare i conti con la nostra coscienza e la nostra vita, per eliminare in noi stessi, prima di poter criticare gli altri, anche le minime tracce di imperfezione per poter piacere a Lui, per poterGli far scrivere i nostri nomi nel Suo Cuore, da dove non saranno mai cancellati!
Pratichiamo i primi venerdì del mese, offriamo la giornata, la settimana, il mese, il tempo liturgico, l’anno al Sacro Cuore, santifichiamo il mese di giugno con buone letture e preghiere (ottimi sono i libricini di Padre Manelli, il fondatore dei Francescani dell’Immacolata), pratichiamo le devozioni collegate della Divina Misericordia, del Preziosissimo Sangue e del Cuore Immacolato, portiamo indosso uno scapolare o una medaglietta ed esponiamo in casa o in ufficio un’immagine del Sacro Cuore; facciamo regnare Gesù nei nostri cuori, in modo da poterlo far regnare meglio, con il nostro esempio e la nostra opera, nelle nostre famiglie e nelle nostre società. E allora saremo non più solo “nostri”, ma, soprattutto, Suoi!
 

08 gennaio 2016

Obama pianga sugli aborti, anziché sulle pistole


di Alessandro Rico
 

Le lacrime di Elsa Fornero ci dovrebbero aver insegnato che se un politico piange ha una cattiva coscienza. Il pianterello di Obama, ammesso non sia stato l’originale trovata di uno spin doctor, è la reazione comprensibile di un Presidente che si appresta a soppiantare un diritto costituzionale. Ma sulle armi lui e i democratici, che inseguono i leitmotiv dei media, hanno torto. Chi fa politica, certo, si interessa più alla percezione della realtà che alla realtà stessa. Tv e giornali limano l’opinione pubblica e influenzano l’agenda di governo. A noialtri spetta riflettere e ci sforziamo di essere, se non obiettivi, almeno intellettualmente onesti.
La cosa migliore è partire dai dati. Esaminiamo la situazione concentrandoci su singoli Stati americani. Nel District of Columbia, la percentuale di detentori di armi da fuoco ogni 100.000 abitanti ammonta al 3.6% (anno 2007) e il tasso di omicidi ogni 100.000 abitanti è di 21.8, dei quali 16.5 commessi con armi da fuoco (anno 2010). La percentuale più alta di possessori di armi si trova nel Wyoming, 59.7% (2007); il tasso di omicidi è però di 1.4 (2010; 0.9 commessi tramite armi da fuoco). Il Texas, che pochi giorni fa ha legalizzato il porto a vista in fondina nei luoghi pubblici, ha una percentuale di possessori di armi ogni 100.000 abitanti pari al 35.9%, con un tasso di 5.0 omicidi ogni 100.000 abitanti, di cui 3.2 commessi con armi da fuoco. È curioso notare che il tasso di omicidi del Texas nel 2010 è pressoché analogo a quello della California, che ha una legislazione sulle armi molto più severa, ma è stata teatro del recente massacro a opera della coppia di islamisti.
A ben vedere, quel che emerge da una comparazione tra il tasso di omicidi nei singoli Stati e le rispettive legislazioni sulle armi, è che non c’è una correlazione diretta tra normative restrittive e bassi tassi di assassinii, o tra normative permissive ed ecatombi, né tra diffusione delle armi e omicidi. Certo, complessivamente il tasso di uccisioni negli Stati Uniti è abbastanza alto a paragone di altri Paesi sviluppati: negli USA ammonta a 3.8 ogni 100.000 abitanti (anno 2013), commensurabile a Cile o Liberia, mentre in Canada nello stesso anno è di 1.4 e in Italia di 0.9 (2011). Osservando però il dato americano nelle decadi 1990-1999 e 2000-2010, si rileva una sensibile diminuzione del tasso di omicidi: nel ’91 si era arrivati a un picco di 9.8 ogni 100.000 abitanti, che anno dopo anno decresce fino al 5.7 del 1999. Anche se più lentamente, il dato migliora ancora negli anni 2000, fino al 5.0 del 2009, che diventa appunto 3.8 nel 2013.
Il dato sui decessi causati dalle armi da fuoco, ovviamente, a differenza di quello sugli omicidi include anche incidenti e sucidi. Ma il tasso di suicidi negli USA si era mantenuto più o meno stabile dagli anni ’60 in poi, più basso di quello di Svezia, Norvegia, Nuova Zelanda o Giappone. Dal 1999 si è purtroppo assistito a un aumento del 30%, incrementato ulteriormente dalla crisi economica del 2008. D’altronde, per chi voglia uccidersi fa poca differenza che basti impugnare una 9 millimetri o ci si debba rivolgere a una clinica della “dolce morte”.
Tutto ciò non vuol dire che la tutela del Secondo Emendamento sul diritto di possedere armi, che nelle intenzioni dei Fondatori non aveva scopi ludici ma politici, debba per forza essere in contraddizione con qualche cambiamento, specie se tradotto in un aumento dei controlli di natura psichiatrica. Quello su cui Obama insiste è infatti il fenomeno dei mass shooting, che il Presidente democratico cerca di sfruttare per convincere l’opinione pubblica della necessità di una stretta. Per quanto sconvolgenti risultino tali episodi, bisogna ancora una volta evidenziare che i dati ne ridimensionano tuttavia la portata. Istituendo un paragone tra Stati Uniti ed Europa, si vede che basta introdurre un correttivo per il numero di abitanti e Norvegia, Macedonia, Serbia, Slovacchia, Finlandia, Belgio e Repubblica Ceca superano gli USA nella macabra classifica del tasso di uccisioni provocate da sparatorie di massa (dal 2009 al 2014). Tra l’altro, una legislazione decisamente meno permissiva di quella americana ma non ha evitato, in Francia, Charlie Hebdo e il Bataclan. Neppure la frequenza di queste tragedie risulta più alta negli USA rispetto dell’Europa. Includendo i fatti di Parigi, si direbbe che gli Stati Uniti non siano messi molto peggio di altri Paesi europei con più severe normative. Dei recenti mass shooting in cui sono morte almeno 15 persone, quattro sono avvenuti negli USA e due in Germania, Francia e Regno Unito; gli Stati Uniti, però, hanno una popolazione ben più elevata delle altre tre nazioni. Né Obama può appigliarsi al mantra dei divieti sulle armi d’assalto, altra storiella che soprattutto i giornalisti nostrani cercano di propinarci come tipica bizzarria yankee. Tra il 1994 e il 2004 fu già attivo un divieto sulle cosiddette armi d’assalto, che includeva molti fucili semi-automatici e caricatori a elevato munizionamento. Ebbene, sia think tank indipendenti che uno studio dell’Università della Pennsylvania hanno denunciato la sostanziale inutilità di tale provvedimento, mentre una sola associazione, nota promotrice del “gun control”, ha rilevato che la messa al bando federale ha almeno ridotto l’impiego delle armi d’assalto nei crimini violenti.
Per ricapitolare. I dati dimostrano che negli USA, adeguatamente esaminati Stato per Stato, non c’è correlazione diretta tra diffusione delle armi e tasso di omicidi; che i crimini violenti sono quindi legati anche ad altri fattori (ad esempio le tensioni razziali, il degrado di alcune zone urbane, la povertà ecc.); che una legislazione sulle armi più severa non significa fine dei mass shooting, come testimonia il caso della California, con la strage di San Bernardino; che gli stessi mass shooting, usati come specchietto per le allodole da Obama, per quanto indubbiamente drammatici, non hanno sul piano statistico una rilevanza significativamente più alta che in altri Paesi europei; che la messa al bando delle armi d’assalto è inefficace.
In conclusione, la stretta annunciata da Obama non solo è stata giustificata da motivazioni essenzialmente emotive o artatamente acchittate, ma proprio perché fondata su argomenti speciosi rischia di rendere impossibile un ragionamento serio sulle storture del sistema, come l’insufficienza degli accertamenti psichiatrici sugli acquirenti di armi da fuoco. E mentre Obama si preoccupa della “lobby delle armi”, il vero massacro in America si compie nel silenzio, o nella compiaciuta approvazione dei progressisti: persino un’associazione legata a Planned Parenthood (mica un istituto di suore) ha dovuto stimare che dal 1973 negli Stati Uniti sono stati praticati 50 milioni di aborti. 50 milioni di bambini non nati, di vite cui è stato impedito di sbocciare. Perché non piange per questo, Mr. President?

FONTI

Wikipedia, alle voci:
Abortion in the United States.
Federal Assault Weapons Ban.
Gun laws in the United States by State.
Gun violence in the United States.
Gun violence in the United States by State.
List of countries by intentional homicide rate.
List of countries by intentional homicide rate by decade.
List of countries by suicide rate.

www.crimeresearch.org:
Comparing death rates from mass public shootings and mass public violence in the US and Europe.
Top five mass public shootings, 12 of the worst 16, are outside the United States.
 

02 ottobre 2015

I russi in Siria ed il “cul-de-sac” dell'amministrazione Obama



di Fabio Petrucci

Nella giornata di martedì, a seguito della richiesta pervenuta dalle autorità di Damasco e del voto favorevole del Senato di Mosca, la Russia è ufficialmente scesa in campo nello scenario militare siriano. L'iniziativa del Cremlino è giunta a poche ore di distanza dall'intervento di Vladimir Putin all'Assemblea Generale dell'ONU e dal poco fruttuoso faccia a faccia con l'omologo statunitense Barack Obama. La discesa in campo di Mosca al fianco del governo siriano sembra poter determinare sostanziali cambiamenti nelle vicende belliche e politiche che coinvolgono la Siria e l'intero Medio Oriente. Essa è inoltre l'inequivocabile segnale di conferma di un cambiamento nel quadro geopolitico mondiale: il ritorno della Russia al rango di grande potenza dopo il declino seguito al crollo dell'Unione Sovietica. Un risultato certamente frutto delle abilità diplomatiche dimostrate da Vladimir Putin e Sergej Lavrov nel corso degli anni, ma anche degli errori e del basso livello dei loro “antagonisti” internazionali.

Dal mondo occidentale, in particolare dagli Stati Uniti, si sono alzate quasi immediatamente dure accuse al Cremlino: in primis quelle di aver posto in atto un'aggressione e di aver colpito i cosiddetti “ribelli” anziché l'ISIS. A queste accuse si è poi aggiunta quella di aver provocato vittime civili nel corso dei raid. Ma proviamo ad entrare nel dettaglio.

La prima accusa, esplicitata dal segretario alla difesa USA Ash Carter, risulta spiccatamente paradossale poiché l'intervento militare russo è stato richiesto dal legittimo governo di Damasco, quello cioè che ancora oggi rappresenta la Siria all'ONU: si tratta quindi di un intervento concordato tra Stati sovrani su basi bilaterali. Viceversa, la cosiddetta “coalizione” a guida USA bombarda il territorio siriano da oltre un anno fuori da qualsiasi mandato ONU e senza alcuna richiesta da parte delle autorità siriane. Quindi, in punta di logica e di diritto internazionale, la posizione dei russi appare molto più solida e fondata di quella americana. A dimostrazione della legittimità dell'azione del Cremlino si potrebbe ricordare, per fare un esempio recente, quanto accaduto in Mali a partire dal gennaio 2013, quando il legittimo governo dello Stato africano richiese l'intervento francese per fronteggiare il separatismo jihadista affiliato ad “al-Qāʿida”. In quell'occasione l'azione francese trovò anche legittimazione in sede ONU. Inoltre, l'accusa di aggressione formulata da Carter appare ancora più paradossale se si considera che da ormai quattro anni gli Stati Uniti finanziano ed addestrano l'opposizione armata al governo di Damasco, ormai confluita in gran parte nella galassia del jihadismo.

E giungiamo così alla seconda accusa, quella secondo cui i raid russi avrebbero colpito i “ribelli” piuttosto che obiettivi dell'ISIS. Per comprendere quanto accaduto è necessario aver chiaro lo scopo primario della discesa in campo di Mosca, la cui azione è diretta contro tutti i gruppi terroristici di ispirazione jihadista attivi in Siria, non solo il “Califfato”. Tra questi gruppi il più forte e radicale è rappresentato da “Jabhat al-Nusra”, formazione d'ispirazione qaidista, sostanzialmente ritenuta dagli USA un'alleata sia contro il governo laico di Damasco che contro l'ISIS. Altro gruppo di chiara impostazione estremista è il “Fronte Islamico”. In questo momento questi due movimenti sono tra i più forti nel campo dell'opposizione anti-Assad, e quindi funzionali al principale obiettivo statunitense in Siria. È paradossale che formazioni chiaramente legate alla famigerata “al-Qāʿida”, la stessa dell'attentato alle Torri Gemelle, vengano ora considerate alleate dallo stesso paese, gli Stati Uniti, che ha giustificato guerre come quelle in Afghanistan ed Iraq sulla base della lotta al terrorismo di matrice qaidista. È altresì segno di grande ipocrisia la circostanza per cui “al-Qāʿida” in Mali è stata combattuta dagli alleati francesi degli USA, mentre “al-Qāʿida” in Siria non dovrebbe subire gli attacchi dell'aviazione russa. Sarebbe interessante comprendere le sostanziali differenze tra l'ISIS ed organizzazioni come “Jabhat al-Nusra” ed il “Fronte Islamico”. Del resto, come sottolineato da Putin all'ONU ed ammesso anche dall'amministrazione americana, non è raro che gruppi di cosiddetti “ribelli”, addestrati dal Pentagono, abbiano poi defezionato unendosi all'ISIS e portando in dote al “Califfato” armi sofisticate fornite dalla Casa Bianca. Inoltre giova ricordare che per la Russia l'impegno contro tali formazioni ha anche una valenza interna, poiché tra i miliziani di “Jabhat al-Nusra” non mancano esponenti del cosiddetto “Emirato del Caucaso”. Addirittura un'altra formazione terroristica attiva in Siria, affiliata prima all'ISIS ed ora a “Jabhat al-Nusra”, la “Brigata Muhajireen”, è guidata proprio da miliziani caucasici. Quanto detto non significa che tutti i gruppi di opposizione ad Assad siano nel mirino dei russi. Come ricordato dal ministro Lavrov appena ieri, il cosiddetto “Esercito Libero Siriano” è considerato da Mosca come un interlocutore necessario per gli assetti futuri del paese, sebbene sia ancora da capire quali siano l'effettiva consistenza di tale organizzazione ed i suoi rapporti con gli estremisti.

I primi raid dell'aviazione russa hanno interessato le province di Hama, Homs e Latakia, in cui la presenza dei cosiddetti “ribelli” è più massiccia di quella dell'ISIS (comunque presente da alcuni mesi). Il fatto che l'aviazione russa abbia iniziato da queste regioni non deve stupire, poiché si trovano non lontano dai centri nevralgici da cui viene coordinata l'azione russa in Siria: le basi militari di Tartus e Latakia. Difendere le due basi da possibili attacchi dei jihadisti è il primo passo per poter avviare un'offensiva più ampia. C'è inoltre la necessità di evitare che l'ISIS, presente nella regione di Homs, ottenga il controllo dell'autostrada che collega Damasco alle roccaforti costiere e settentrionali.

Contestualmente all'inizio delle operazioni dell'aviazione russa hanno cominciato a circolare notizie relative a presunte vittime civili (anche bambini). Tali resoconti sono stati diffusi dal discusso “Osservatorio siriano per i diritti umani” con sede a Londra e dall’ONG dei “White Helmets”, finanziata da George Soros. In realtà, le zone colpite dai raid sono state quasi completamente abbandonate dai civili già da alcuni mesi e si ritrovano ad essere terreno delle scorribande dei jihadisti. Ben presto è giunta la smentita di Mosca alle accuse occidentali, mentre sui social network sono circolate le prime evidenze dell'utilizzo di foto relative ad eventi del passato adoperate per avvalorare la tesi delle vittime civili. Si tratta dell'ennesima prova dell'uso propagandistico dei media, ormai ridotti a strumento di guerra diplomatica e psicologica. Prova di ciò è data dal fatto che sui giornali ed in TV non fanno notizia i bombardamenti della “coalizione” a guida USA, che vanno avanti da oltre un anno e paiono non aver sortito alcun esito determinante nell'arresto dell'avanzata del “Califfato”. Quasi nel silenzio dei media è passata la morte di dodici presunti “bambini soldato” nel corso di un attacco francese compiuto pochi giorni fa, così come non fanno notizia le centinaia di morti in Yemen a causa dei bombardamenti compiuti dall'Arabia Saudita, paese tra i maggiori finanziatori delle forze anti-Assad ed inglobato nella medesima coalizione a guida USA che dovrebbe combattere l'ISIS.

Quel che viene in evidenza in questi giorni è la totale illogicità della strategia statunitense. L'amministrazione Obama, estremamente carente in realismo ed incapace di ammettere le proprie responsabilità per il disastro in atto in Siria, pare ormai chiusa in un "cul-de-sac" da cui uscire non sarà né indolore né facile. Ed in fondo non è poi così avventato il curioso paragone di Vladimir Putin all'ONU, secondo cui la strategia statunitense sembra caratterizzata da errori molto simili a quelli commessi nel secolo scorso dalla defunta Unione Sovietica. Inutile ricordare che quest'ultima finì per implodere, dando vita ad uno sconvolgimento geopolitico di immani dimensioni.

 

22 settembre 2015

Francesco negli USA e la guerra totale al cristianesimo


di Alessandro Rico

Giovedì, su Il Foglio, Mattia Ferraresi sottolineava correttamente come negli Stati Uniti, dove papa Francesco si recherà tra il 23 e il 28 settembre, la tradizionale alleanza tra fede religiosa e convinzioni politiche, che Tocqueville e Marx avevano individuato come il tratto caratterizzante della società civile americana, si sia definitivamente spezzata. Due mandati di amministrazione Obama hanno scardinato tutti gli avamposti confessionali: dal matrimonio gay imposto dalla Corte Suprema, all’arresto della funzionaria del Kentucky che si rifiutava di ratificare le nozze omosessuali,  alla lotta su Obamacare e la copertura assicurativa dei contraccettivi, fino all’affaire Planned Parenthood, che ha rinvigorito il dibattito sull’aborto e ha dimostrato quanto i Democratici siano agguerriti nella lotta per affermare l’agenda liberal sui temi etici. Come contrappeso alla deriva laicista, ma sarebbe anche il caso di dire del tutto anti-religiosa, Ferraresi invocava le acute riflessioni di John Rawls, probabilmente il più importante e celebrato filosofo statunitense del XX secolo, su religione e politica, raccolte nel libro Rawls and Religion, curato da Valentina Gentile e Tom Bailey, con un’introduzione di Sebastiano Maffettone (Columbia University Press, 2014, 328 pp.).
Non c’è dubbio che Rawls, il quale peraltro si considerava un credente, fosse animato dalle più sincere intenzioni inclusive della religione all’interno dell’arena pubblica – tanto da attirarsi le critiche di Habermas, che mirava invece a una radicale marginalizzazione di quella. Nel fondamentale volume del 1993, Political Liberalism, Rawls declinava la questione in questi termini: da una parte giudicava irrinunciabile la convergenza consensuale sui valori costituzionali (e quindi eminentemente liberali), ma dall’altro riteneva che bisognasse lasciare ampia libertà di attingere alle proprie convinzioni religiose, che d’altra parte la storia americana dimostrava capaci di accrescere cooperazione sociale, uguaglianza e libertà (come nel caso dell’abolizione della schiavitù, a favore della quale si erano espressi molti leader religiosi e predicatori). Non si può dire, però, che Rawls fosse sempre capace di bilanciare perfettamente il difficile equilibrio tra l’esigenza di puntellare la stabilità delle istituzioni politiche liberali e il conferimento di piena cittadinanza a quelle che, nel libro, chiamava “dottrine comprensive” (e che includevano non solamente le credenze religiose, ma anche posizioni filosofiche e convinzioni morali agnostiche). È vero che egli aveva ridotto le materie intorno alle quali si esercitava il consenso costituzionale a un ristretto elenco, che non contemplava neppure tutti i principi di giustizia espressi nel fortunato saggio del 1971 A Theory of Justice; ma poi Rawls sosteneva che non solo tutti gli “ufficiali”, cioè i detentori di cariche pubbliche (ad esempio i giudici costituzionali), o gli esponenti politici anche semplicemente candidati a ricoprire un incarico, non potessero argomentare secondo le proprie “dottrine comprensive”, ma anche che i cittadini avrebbero dovuto mettere tra parentesi queste ultime, al momento del voto. Insomma, alla fine neppure la proposta rawlsiana riesce a stabilire se la primazia spetti al liberalismo o alla religione. E il problema, invero, è tanto più urgente giacché tra le religioni che si affacciano sulla pubblica piazza non c’è più solo il cristianesimo, ma anche l’Islam, indubbiamente più refrattario a un accomodamento con la liberaldemocrazia occidentale. L’impressione, allora, è che l’esito, magari non del tutto volontario, del sistema di Rawls, sia di “consacrare” il disinnesco della spinta propulsiva esercitata dal cristianesimo, sostanzialmente secolarizzato e assorbito dal presunto neutralismo liberale, che è però sempre più simile esso stesso a una “dottrina comprensiva”, con premesse antropologiche ben definite e un progetto politico vieppiù insidioso, poiché surrettiziamente somministrato attraverso la retorica dei diritti individuali e dell’egualitarismo democratico.
È difficile negare che per garantire la convivenza civile sia necessario un compromesso su forme e procedure istituzionali, le più inclusive possibili, oltre che l’impegno da parte di tutti a incanalare il dissenso sulle “dottrine comprensive” all’interno di un dibattito pacifico e di meccanismi decisionali condivisi e non oppressivi. Ma fa parte della cronaca del nostro tempo l’inedita inversione della cornice liberale, che anziché fungere da raccordo giuridico-politico per il pluralismo che caratterizzala nostra società, sta subdolamente esiliando la religione (quella cristiana in generale, quella cattolica in particolare), finanche minacciandone la persecuzione legale: in Italia il ddl Scalfarotto e gli strali del ministro Giannini, negli USA i procedimenti giudiziari contro funzionari disobbedienti e persino pasticceri che si rifiutano di decorare le torte per i matrimoni gay, o lo spettro dell’abolizione di ogni margine per l’obiezione di coscienza. In tutto ciò, è sorprendente che l’Islam appaia ancora relativamente immune da quella che il papa ha definito senza mezzi termini “colonizzazione ideologica”. Ad esempio, mentre la cultura liberal si bea di proclami femministi, il suo “esotismo”, che fa pendant con un generico disprezzo dei costumi occidentali identificati con il lascito giudeo-cristiano, la induce a concedere ampie esenzioni ai musulmani: negli USA è lecito indossare il velo integrale, a differenza che in Francia, ove il modello apertamente secolarista e forse anche per questo meno infido, ha provocato la totale messa al bando dei simboli religiosi – nondimeno, Houllebecq ha paventato una silenziosa ma inesorabile occupazione del Paese da parte delle orde islamiche. Assisteremmo allora a un’altra ondata colonizzatrice, meno ideologica che sociale, economica e politica, anche in ragione della crisi mediorientale e dell’intensificazione dei flussi migratori.
Per tirare le somme: sebbene non vi sia motivo di ritenere che Rawls non fosse animato dall’autentico intento di assicurare alla religione completo riconoscimento nell’ambito delle istituzioni liberaldemocratiche, si deve oggi constatare che il progetto di Political Liberalism non è bastato a preservare la caratteristica alleanza americana tra fede e politica, sulla quale Tocqueville, Marx e l’altro giorno Ferraresi sul Foglio. Ci si può allora domandare se non sia il caso di guardare a Benedetto XVI, che in quella che sarebbe dovuta essere la sua lectio magistralis alla Sapienza nel 2008 – altro fulgido esempio di inclusivismo liberaldemocratico, per il quale però non si può certo biasimare Rawls! – sottolineava, sulla falsariga del discorso di Ratisbona, la ragionevolezza dei principi del cristianesimo: caratteristica che se da un lato veniva ammessa anche da Rawls, sia pure nel quadro della “ragione non pubblica”, dall’altro dimostra come quei principi possano e debbano costituire l’ossatura etica, normativa ma pre-politica, della nostra società. Una possibilità schiusa loro proprio dal fatto che, corrispondendosi armonicamente Dio, la creazione, l’ordine morale e l’interpretazione razionale di questa catena che in quei principi è depositata, tutti gli uomini di buon senso o, diremmo, di “buona volontà”, possono convenire sulla circostanza per cui, in quei principi, si determina una proficua sovrapposizione di “non pubblico” e “pubblico”, tanto che quella che rawlsianamente sarebbe una “dottrina comprensiva” si trasformerebbe nel fondamento del nostro vivere comune. Troveremmo in tal modo l’antidoto alla torva metamorfosi della democrazia liberale, che negli USA, solitamente bendisposti alla sperimentazione e alle novità, è già in fase avanzata, risoluta a soppiantare, ma sarebbe meglio dire “de-costruire”, le vestigia del cristianesimo con l’ultima propaggine ideologica del post-modernismo. Sulle spalle del papa pesa un compito gravoso, alle soglie di una svolta storica e di una guerra culturale che, in quanto totale, tutti coinvolge e nessuno può lasciare indifferente. Neppure chi ci racconta che non esiste.
  
(da "La croce quotidiano")

 

17 luglio 2015

Accordo di Vienna: la vittoria (a scoppio ritardato) del buonsenso



di Fabio Petrucci


Martedì 14 luglio a Vienna è stato siglato l'accordo tra l'Iran ed il 5+1 sulla tanto discussa questione nucleare. Giunta dopo trattative estenuanti e durevoli contrasti, la firma dell'accordo è stata accolta dai media occidentali come un evento di portata storica, nonché come un successo personale del presidente statunitense Barack Obama. In realtà, avendo presente l'estrema fluidità della situazione, risulta prematuro emettere giudizi definitivi sull'accordo raggiunto: il rischio è quello di trovarsi ad essere smentiti dal corso degli eventi. L'accordo dovrà essere ratificato dai rispettivi parlamenti, e nulla è ancora certo né sulla sua effettiva implementazione né sul suo carattere definitivo. Potrebbe certamente rappresentare un elemento di grande novità nello scacchiere mediorientale, così come rivelarsi scarsamente efficace.

In sintesi, a partire da gennaio 2016, l'accordo dovrebbe condurre alla completa abolizione delle sanzioni economiche e finanziarie imposte dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU, nonché di quelle multilaterali (USA+UE) e nazionali, legate al programma nucleare iraniano. Questo in cambio di una limitazione del piano di proliferazione nucleare di Teheran e di controlli più stringenti da parte dell'AIEA, al fine di rendere materialmente impossibile la costruzione di armi atomiche (intento sempre smentito dalle autorità iraniane). In caso di violazione dell'accordo da parte di Teheran è previsto il ripristino per almeno 10 anni delle sanzioni ONU, con la possibilità di estendere la loro efficacia per altri 5 anni. Anche Stati Uniti ed Unione Europa godrebbero della facoltà di reintrodurre le loro sanzioni a tempo indeterminato. La ratifica parlamentare da parte del Congresso statunitense e del Majles iraniano rappresenterà un passaggio fondamentale per gli esiti dell'accordo. Anche se è probabile un'approvazione del testo da parte delle due assemblee legislative, non si può non notare la presenza di cospicue componenti ostili all'accordo in seno al Congresso statunitense (non solo tra la maggioranza repubblicana, ma anche tra i democratici), così come non si può ignorare il parere che la Guida Suprema Ali Khamenei potrebbe esprimere in merito ai contenuti dell'accordo o tacere delle reazioni critiche dei settori conservatori legati all'ex presidente Ahmadinejad.

Sul piano mediatico l'accordo è stato presentato come un grande successo diplomatico degli Stati Uniti e di Barack Obama. Per il presidente statunitense l'accordo con l'Iran ha rappresentato un banco di prova molto importante poiché, insieme al disgelo con Cuba, consente all'inquilino della Casa Bianca di vantare un bilancio meno fallimentare del previsto nell'ambito della politica estera. Per un presidente che rischia di essere ricordato come l'iniziatore di una nuova guerra fredda con il risorto orso russo, l'accordo con l'Iran si configura come una grande boccata d'ossigeno. Tuttavia il successo personale di Obama non rappresenta una vittoria per l'amministrazione statunitense, ma semmai una sconfessione della strategia adottata in Medio Oriente in questi anni, o meglio l'implicita ammissione del suo fallimento. L'accordo con l'Iran poteva essere concluso già diversi anni fa, ma Washington per lungo tempo ha rimandato la ricerca di una soluzione alla questione, nascondendosi dietro le paure di Israele. Ora alla Casa Bianca sembrano aver compreso che, a maggior ragione dopo il fallimento delle “primavere arabe”, il progetto del “Grande Medio Oriente” a guida USA è un’insostenibile chimera politica. Inoltre, l'amministrazione statunitense pare essere giunta alla conclusione che appoggiare sempre e comunque Israele e petromonarchie come quella saudita e quella qatarina non coincide con i propri interessi strategici. Non stupisce quindi il disappunto espresso da Tel Aviv e Riyad in seguito all'accordo di Vienna.

Decenni di ostilità occidentale nei confronti dell'Iran, passati anche attraverso la guerra tra l'Iraq di Saddam a quel tempo sostenuto dagli USA e la Repubblica Islamica, non hanno condotto al tracollo politico ed economico dello Stato sorto dalla rivoluzione del 1979. In questi anni l'influenza di Teheran nella regione non è stata arrestata, così come non è stato bloccato lo sviluppo militare e tecnologico iraniano. Ragion per cui una parte dell'establishment statunitense è giunta a considerare inutile e controproducente l'ostilità verso l'Iran, che peraltro ha condotto ad una crescente sinergia politica ed economica di quest'ultimo con Russia e Cina. Nel recente summit dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai è stato annunciato il prossimo allargamento della stessa all'India ed al Pakistan. La SCO va così assumendo un carattere sempre più “pan-asiatico”, tanto che non è da escludere che nei prossimi anni anche l'Iran, attualmente membro osservatore, possa aderire pienamente all'organizzazione. La costituzione di un solido blocco asiatico composto dalle maggiori potenze regionali del continente indebolirebbe in maniera sostanziale la presenza statunitense in Asia. E forse la nuova strategia della Casa Bianca verso l'Iran va letta anche alla luce di preoccupazioni di questo tipo.

Nell’atmosfera di entusiasmo seguita all'accordo di Vienna Obama ha anche elogiato il lavoro di mediazione svolto dalla Russia nel corso delle trattative. Nel clima di guerra fredda fra Casa Bianca e Cremlino le parole di Obama hanno rappresentato una sorpresa inaspettata, anche se è probabile che si tratti di una mera frase di circostanza che non condurrà a reali cambi di strategia degli USA verso la Russia. Appena un mese fa Vladimir Putin aveva detto di non aspettarsi alcun mutamento nell'atteggiamento ostile degli USA e le sue parole sembrano essere state confermate dal rapporto statunitense “National Military Strategy” 2015, in cui si fa riferimento a «basse, ma crescenti» probabilità di conflitto con grandi potenze (Russia e Cina). Peraltro la firma dell'accordo di Vienna toglie agli USA qualsiasi alibi circa il progetto di scudo antimissile da impiantare in Europa: per molto tempo esso è stato presentato come una difesa da possibili minacce atomiche iraniane, ma adesso che con l'Iran è stata raggiunta un'intesa gli Stati Uniti dovrebbero abbandonare il progetto oppure ammettere ciò che tutti già sanno, ossia che il vero obiettivo dello scudo è la Russia. Non a caso dopo l'accordo di Vienna il ministro degli esteri russo Lavrov, con l'astuzia che lo caratterizza, ha ricordato quanto affermato da Barack Obama a Praga nel 2009, ossia che in caso di intesa con Teheran non ci sarebbe più stata la necessità di costruire uno “scudo antimissile europeo”.


Eppure a fare da contorno all'accordo di Vienna non c'è soltanto il clima di guerra fredda che si respira in Europa, ma anche il pantano che coinvolge il Medio Oriente dalla Libia all'Iraq. Nel contesto di ridefinizione degli equilibri regionali seguito alle “primavere arabe” l'Iran sta giocando un ruolo molto importante, essendo in prima linea nella lotta all'ISIS in Iraq, nonché impegnato a sostenere la Siria di Assad e le milizie libanesi di Hezbollah nella lotta contro il fondamentalismo sunnita foraggiato da Arabia Saudita, Qatar e Turchia. In questo senso il tanto vituperato Iran sciita sta rappresentando un attore di fondamentale importanza nella difesa della civiltà minacciata dai tagliagole salafiti, takfiri e kharigiti. Del resto l'Iran degli ayatollah sciiti - a fronte di forti limitazioni imposte al proselitismo – ha sempre garantito la sicurezza e la libertà di culto delle antiche comunità cristiane (soprattutto armene) presenti sul suo territorio, ha rappresentato un rifugio per molti cristiani assiri fuggiti dall'Iraq e ha più volte dimostrato un'apertura al dialogo con la Chiesa cattolica inesistente in molti paesi sunniti: ne sono prova la traduzione del Catechismo della Chiesa cattolica in farsi e persino l'atteggiamento di moderazione espresso dall'ex presidente Ahmadinejad all'epoca del discorso pronunciato da Benedetto XVI a Ratisbona. Per tutte queste ragioni, a dispetto delle ansie di Israele, la fine della demonizzazione della Repubblica Islamica dell'Iran non può che essere accolta come una buona notizia.

 

13 giugno 2015

L'atlantismo come male maggiore


L’ambiente cattolico generalmente si entusiasma poco per la geopolitica. Un occhio di riguardo viene certamente riservato a tutti quei luoghi dove i cristiani sono perseguitati, ma in genere sulle varie crisi locali e globali si tende a non infervorarsi, in quanto il Vaticano riesce sempre ad esprimere una linea coerente e spesso più corretta di molte potenze. Anche la ricerca di un leader che guidi il mondo non interessa, in quanto il leader c’è ed è il Papa, emissario dell’unico vero riferimento, che è Cristo. Lascia quindi molto perplessi la posizione di certi cattolici (fortemente influenzati da anni e anni di sudditanza verso un padrone d’oltremare), che ad ogni colloquio o incontro di Papa Francesco con il leader russo Putin hanno una crisi di nervi violenta, che li porta a scrivere vagonate di articoli di critiche alla politica russa, rispolverando una visione del mondo antica e vetusta, risalente a prima della caduta del Muro e cercando di far passare l’idea che la Russia di oggi sia l’Urss di ieri. Addirittura questi signori, atlantisti fino al midollo, si arrischiano nel parlare di “mondo libero”, indicando con questa espressione il mondo occidentale, oggi guidato dall’abortista e genderista Obama.

Evitando di entrare nel merito delle più o meno legittime critiche a Putin, che non ha bisogno di noi per difendersi, vorremmo ricordare a lorsignori un paio di cose, riguardo il loro “mondo libero”, al loro atlantismo, agli illuminati Stati Uniti d’America e alla conciliabilità fra il cristianesimo e la concezione del mondo espressa negli ultimi 40 anni dalla “patria delle mille opportunità”. Non stiamo qui parteggiando per Putin e sappiamo che i cervelli rattrappiti di qualcuno non lo capiranno, perché le persone che cercano di fare discorsi leggermente più elevati, generalmente non trovano posto nelle menti manichee dei pasdaran di una o dell’altra parte.
A questi signori quindi iniziamo a ricordare che l’abominevole e satanica rivoluzione dei costumi che ha rovinato il mondo occidentale nasce proprio negli Stati Uniti. I fiumi di droga che hanno rovinato i cervelli di milioni di persone hanno la loro sorgente nella cultura hippie, nell’LSD e nella marijuana e i modelli fallimentari della droga libera sono stati importati in Italia dopo essere stati testati proprio negli Stati Uniti.
La rivoluzione sessuale nasce negli Stati Uniti e si porta dietro la cultura dell’anticoncezionale, del controllo delle nascite e quindi dell’aborto. La prima clinica per il controllo delle nascite non per niente viene aperta nel 1916 negli USA.
La distruzione dei modelli familiari nasce nel mondo anglosassone, con in testa gli States, dove ormai da decenni non esiste più una vera idea di matrimonio, così come ormai non ci sarà più in Italia.
Da Lady USA abbiamo acquistato anche, senza bisogno di trattati di libero scambio, la cultura omosessualista e la teoria del gender, che i signori atlantisti sembrano avversare così tanto, ma a quanto pare pur di dimostrarsi supini ai liberi americani, sono pronti a dimenticare.
Che dire poi (e qui davvero cadono tutte le foglie di fico di questi signori) dell’ideologia che vorrebbe fare della pedofilia un orientamento sessuale normale, al pari di quello eterosessuale? Ovviamente anche queste teorie demoniache nascono nel brodo primordiale degli Stati Uniti e pian piano vengono assorbite anche da questa parte dell’oceano.
Fino a qui abbiamo parlato principalmente di morale sessuale e per non fare la figura dei bacchettoni, proseguiamo parlando dell’idea di uomo che viene espressa dalla meravigliosa cultura americana. La parola consumismo è forse quella che meglio esprime lo stile di vita dell’americano medio e, sinceramente, non ci pare un vocabolo molto in linea con il Vangelo. La cultura consumista e materialista, quella dei disumani ipermercati, del cibo buttato via, dell’obesità dai tre anni in su e via dicendo, è quanto di più lontano ci sia dal messaggio cristiano. L’uomo consumatore è ciò che noi dobbiamo combattere ed evitare a tutti i costi e riconoscere che questo modello nasce proprio nella patria del progresso a tutti i costi, è un primo passo per cercare di tornare indietro.

Forse questo a lorsignori non basta, perché in effetti Putin mette a tacere gli oppositori politici e di tanto in tanto utilizza la forza militare, mandandoci di mezzo qualche civile. Eppure la vita dei civili non sembra così importante, quando si tratta delle migliaia di vittime civili provocate dalle bombe americane nelle guerre per il petrolio. L’aggressione all’Iraq che ha provocato una scia di sangue, cristiano e non, che si allunga di giorno in giorno, non grida forse vendetta a Dio? Le guerre “giuste” che hanno massacrato donne e bambini sono accettabili in base a chi lancia il missile? Sembra un ragionamento un po’ relativista, eppure la vita di una persona, per certa gente si valuta in base a chi la toglie.

Detto ciò, dobbiamo quindi stare con la Russia o con gli Stati Uniti? La risposta è semplice. Noi stiamo con la Chiesa di Cristo, Putin e Obama se vogliono si pentano e si aggreghino.

 

31 dicembre 2014

Gli USA in Medio Oriente: fallimento o strategia del caos?

di Paolo Maria Filipazzi

Il 28 dicembre 2014, con una solenne cerimonia, si è conclusa ufficialmente la missione Isaf in Afghanistan. Il tono minore della celebrazione non è sfuggito agli osservatori, e nemmeno ai talebani, che (ormai tornati in possesso di buona parte del territorio afghano) hanno diramato il giorno dopo un comunicato che festeggia la sconfitta dell’America, dei suoi alleati e delle organizzazioni internazionali. Ed in effetti il risultato sembra magro: il paese non è riappacificato, numerose aree del paese sono tornate in mano a talebani e signori della guerra tribali, la democrazia afghana sembra sempre più una caricatura. E’ questo il risultato di una guerra che ha segnato un’epoca nella storia americana, occidentale e del nostro immaginario collettivo.
 

06 novembre 2014

Obama, game over



di Alessandro Rico


Il mid-term americano ha consegnato ai Repubblicani una schiacciante vittoria, ma soprattutto ha sancito la bruciante sconfitta del Presidente Barack Obama. Il GOP ha vinto anche in molte roccaforti blu, ha dato battaglia in Virginia, ha mandato in Senato la sua prima donna nera (Mia Love nello Utah), ha ormai il controllo del Parlamento e la maggioranza dei governatori. Lo stesso Partito Democratico è sembrato insofferente a Obama e se il Washington Post azzarda che Hillary Clinton potrebbe approfittarne per rafforzare la sua futura nomination, non sono mancate esplicite prese di distanza da parte di candidati democratici, come quella di Alison Grimes del Kentucky.

Ma queste elezioni hanno rappresentato davvero una svolta a destra degli Stati Uniti? A mio modesto parere, non del tutto. Basti pensare al tracollo del gradimento di Obama tra gli ispanici, il gruppo etnico che, dopo i neri, nel 2008 e nel 2012 aveva accordato la maggiore fiducia al Presidente. Fatico a immaginare una conversione di questo elettorato. La mia idea è che il mid-term, oltre che un indubitabile successo organizzativo dei Repubblicani, capaci di polarizzare il malcontento, sia stato una sonora bocciatura della leadership di Obama. L’uomo del cambiamento e delle riforme si è rivelato, come dicono a Roma, una sòla. La collezione di fallimenti è sterminata. La riforma sanitaria, contestatissima per i suoi elevati costi e la sua paradossale incapacità di allargare la platea di assicurati, anche a causa del crash del portale HealtCare.gov. La ripresa economica, che nonostante i segnali incoraggianti è ancora fragile, a fronte di un massiccio, seppur non inedito, intervento dello Stato nell’economia – si ricordi, su tutto, il salvataggio di General Motors. La politica estera, persino più disastrosa dell’imperialismo di Bush, con le incertezze sulla Siria, le umiliazioni dalla Russia e le la lentezza e sostanziale inefficacia dell’intervento contro l’Isis.
Più che un’approvazione dell’agenda repubblicana, che peraltro è ancora soggetta alla tribolante dialettica tra “comunitaristi” pro spesa pubblica e Tea Party, le elezioni di medio termine hanno rivelato la disillusione degli americani nei confronti dell’uomo che li aveva avvinti con la retorica: nulla è rimasto dei motti evocativi, Change e Yes we can, del lontanissimo 2008.
D’altronde, se si guarda agli esiti dei referendum, ci si rende conto che l’ondata repubblicana ha poco a che fare con la promozione di politiche conservatrici. Washington DC ha votato per il controllo delle armi e la marijuana libera; pro-cannabis anche l’Oregon; Alaska, Arkansas, Nebraska, South Dakota e Illinois hanno approvato la proposta sul salario minimo. Solo la Florida ha respinto la legalizzazione delle droghe leggere, mentre lo stesso GOP, che forse prevedeva gli esiti referendari, aveva allentato le proprie resistenze sul tema. Per i Repubblicani, in un certo senso, the best is yet to come – anzi, the worst. Come accennato, permane la dicotomia tra moderati e liberisti. Il ruolo del Tea Party nella disfatta di Obama sembra ridimensionato, ma i Libertarians hanno ottenuto una simbolica vittoria eleggendo Joni Ernst nell’Iowa, lo Stato da cui partono le primarie repubblicane. Il GOP ha fatto dei passi avanti, si è svecchiato, ha mandato in Senato il suo primo nero del Sud, ma manca ancora di una leadership carismatica e di un’agenda condivisa, e soprattutto condivisibile da un’America che non mi dà l’impressione di voler tornare al reaganismo.

Intanto il partito dell’Elefantino ha un capitale da spendere, perché l’«anatra zoppa» Obama dovrà scendere a patti con un Congresso ostile, o combattere improduttivamente a colpi di veto, soprattutto su sanità e immigrazione. Per il Presidente più sopravvalutato della storia, insignito persino di un premio Nobel per la pace che sarebbe assurdo, se non sapessimo che i Nobel servono a celebrare i campioni del pensiero unico, sembra l’inizio della fine. Il vecchio motto è cambiato: No, you can’t