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10 gennaio 2021

Nel caos di Capitol Hill rischia di scomparire l'America Profonda



di Paolo Maria Filipazzi

A distanza di alcuni giorni, è il momento di fare alcune considerazioni su quanto avvenuto a Washington lo scorso 6 gennaio.

E’ chiaro, per prima cosa, che ad esserne stato danneggiato in modo irreparabile è, innanzitutto, lo stesso Donald Trump, la cui presidenza, segnata da non poche realizzazioni e successi, è destinata ad essere definitivamente demonizzata dai padroni del discorso, galvanizzati, che faranno in modo che venga ricordato solo per questo.

Di fronte a questa constatazione, è purtroppo inutile cercare di spiegare che Trump non ha aizzato nessuno e sicuramente né voleva né si aspettava che i suoi sostenitori entrassero in Campidoglio, che di fronte a quello che stava succedendo ha subito chiesto, via Twitter, ai suoi sostenitori di  disperdersi (cosa che questi, tra l’altro, hanno prontamente fatto) e che, il giorno dopo, ha condannato l’accaduto garantendo un transizione ordinata. Insomma, spaventato anche lui dall’ accaduto, ha preferito cedere.

E’ purtroppo inutile anche precisare che, per quanto ciò che è accaduto sia stato illegale e per questo da condannare, non è stato un fatto violento. Per quanto i media stiano parlando di armi e bombe, basta visionare le immagini per constatare come non ci fosse un manifestante che fosse uno armato.

Al contrario, a prendersi un colpo di pistola è stata Ashli Babbit, manifestante pro-Trump uccisa dalla polizia. Poco chiare sono le circostanze della morte di un poliziotto, Brian D. Sicknick, che si sta cercando di attribuire alle “violenze”, ma che in realtà sarebbe stato colto da malore in commissariato…

Ora a preoccupare sono le conseguenze politiche: l’intero partito repubblicano sembra collassato, in una gara a prendere le distanze da Trump anche da parte di coloro che in questi 4 anni ne hanno ampiamente approfittato. Il che significa che il GOP è ormai è finito: la prospettiva è di passare i prossimi anni, forse decenni, a cercare di scusarsi e ripulirsi, il che significa il sostanziale abbandono di tutte le cause identitarie e conservatrici che hanno caratterizzato la presidenza Trump.

L’onda lunga dell’accaduto, purtroppo, è arrivata anche in Italia. Fra i politici, intellettuali e giornalisti di area “sovranista” o, più generalmente, di “centrodestra” è stata una gara a prendere le distanze da Trump, dichiararsi pentiti di averlo sostenuto o addirittura affermare che no, a loro non era mai piaciuto. E spiace francamente leggere sulla stampe dell’area articoli che sembrano usciti da fogli progressisti, in cui Trump viene dipinto come Lex Luthor e i suoi sostenitori sono diventati una feccia ignorante e violenta. L’impressione è quella di una crisi di nervi collettiva, dettata dalla paura di essere ostracizzati, ma che ha un effetto suicida: di fatto ci si è consegnati mani e piedi nelle mani delle sinistre, mettendosi in condizioni di subalternità culturale e morale. Per l’ennesima volta.

In questo quadro va sottolineato l’equilibrio invece dimostrato da Giorgia Meloni che, piaccia o meno, a nostro avviso si afferma sempre più come la leader maggiormente strutturata del panorama italiano.

Tornando dall’altra parte dell’Oceano, però, è il caso di fare una riflessione su come si sia arrivati a questo e cosa ci riservi il futuro.

Il trumpismo, come è stato detto fino allo sfinimento, è stato il tentativo di dare rappresentanza a livello politico alle istanze di quella parte, piuttosto ampia, della società americana che è stata sfavorita dal processo di globalizzazione.

Di fronte a questo, il modo in cui si sono posti i democratici è stato semplicemente scellerato, e sta tutto in una parola: deplorables, deplorevoli, l’epiteto rivolto nel 2016 da Hillary Clinton ai sostenitori del suo avversario. In questa parola c’era tutto il rifiuto ottuso, fanatico, da parte di un’intera forza politica, di comprendere le esigenze di una larga fetta di società americana, liquidandola sotto un giudizio di condanna morale che, in una democrazia, non dovrebbe mai esistere. Questo atteggiamento di rifiuto e delegittimazione, esasperato fino all’ossessione nei quattro anni passati, è stato ciò che ha rotto il patto non scritto alla base della democrazia, per il quale la parte sconfitta accetta la vittoria dell’avversario nella consapevolezza di una reciproca legittimazione.

A tal proposito, val forse la pena di ricordare i gravissimi disordini inscenati lungo tutto il 2020 da gruppi estremisti come Antifa e Black Lives Matter, la cui gravità e la cui violenza fanno apparire i fatti del 6 gennaio poco più che una ragazzata, ma che non hanno certo avuto la stessa condanna da parte degli avversari di Trump, anzi…

La non accettazione del risultato elettorale da parte non tanto di Trump quanto di una parte consistente dei suoi sostenitori va letta alla luce della consapevolezza che l’obiettivo di Biden e soci non fosse solo quello di prendere più voti ed andare al governo, come nelle normali elezioni, ma di cancellare il trumpismo ed espellere per sempre dal dibattito pubblico le istanze di decine di milioni di americani.

Ci sono riusciti.

Ora, però, se i liberal della costa orientale si illudessero di tornare alla normalità, si dimostrerebbero per l’ennesima volta un branco di imbecilli. Il rifiuto ad accettare Trump come un interlocutore ed un avversario normale ha creato una frattura che non si ricomporrà di certo con la sua fine politica. Coloro a cui ha dato voce hanno in questi giorni constatato il definitivo divorzio con le istituzioni. Non possiamo certo prevedere le conseguenze di questo, ma qualcosa ci dice che non saranno piacevoli per nessuno.

Quando la sinistra americana si accorgerà della propria scelleratezza, sarà troppo tardi.


 

17 maggio 2020

L'attualità di Giovanni Paolo II


di Paolo Maria Filipazzi
Nell’accingerci a scrivere un ricordo di San Giovanni Paolo II in occasione del centenario della sua nascita, ci accorgiamo che è assai difficile trovare la chiave giusta. C’è il rischio di finire a tracciare il solito pomposo profilo agiografico, vuotamente retorico, tanto pesante da far andare in debito di ossigeno. Ce lo risparmiamo e ve lo risparmiamo, sicuri che ci penserà sicuramente qualcun altro, tanto più che le magnificazioni dei defunti vengono, di solito, fatte da coloro il cui vero obiettivo è confinare definitivamente nel passato colui che fingono di voler celebrare.
Di quanto stiamo dicendo è evidente esempio proprio il caso del papa polacco, canonizzato dalla Chiesa che negli stessi anni lo stava liquidando con tutto il suo magistero, in preda alla cupio dissolvi che sappiamo e di cui proprio in questi giorni stiamo scontando le conseguenze.
E allora che dire? Come riuscire a ricordarlo senza sembrare ipocriti o pateticamente fuori dalla realtà?
Proviamoci affidandoci alle parole che egli stesso pronunciò nell’omelia della Santa Messa che inaugurò il suo pontificato: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa! Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna”.

Sembrano parole scritte oggi. Mai come oggi l’uomo è impaurito e disperato, mai come oggi sembra del tutto orbo di quello che è dentro di lui, di quella che è il senso della sua vita. Il motivo è presto detto: quel Cristo, che solo sa cosa c’è nel profondo dell’uomo, è stato chiuso fuori dai sistemi politici ed economici ma, soprattutto, dai cuori. 
E’ veramente dolente rendersi conto della vera ragione per cui questo è successo: coloro che avrebbero dovuto annunciarLo, i successori dei Suoi Apostoli, i Suoi ministri, si sono rivelati, a parte poche lodevoli eccezioni, i primi codardi. Come nella notte del Getsemani e del processo al Sinedrio, non è stato solo l’aperto tradimento di un apostolo, ma anche l’abiura per viltà di un altro (il primo!) e la fuga pura e semplice di quasi tutti gli altri a condannarLo. In questa notte senza Luna e senza stelle, apparentemente priva di domani, è forte la tentazione della paura e della disperazione.

E quelle parole, che sono anticipazione e sintesi di tutto un pontificato, suonano come un esortazione rivolta a noi, qui ed ora. Non sono parole che riecheggiano dal passato, ma che stanno al di sopra del tempo, venendo dal Vangelo: “Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!” (Gv 16,33). 
San Giovanni Paolo II, intercedi per noi.


 

13 dicembre 2019

E Brexit sia. Nonostante la fake press

di Francesco Filipazzi
Boris Johnson ha (stra)vinto le elezioni in Gran Bretagna e si appresta a traghettare finalmente la nazione fuori dall'Unione Europea. Dopo anni di retorica rifilataci dalla grande stampa, per cui "se si facesse ora il referendum la Brexit perderebbe" e "gli inglesi si sono pentiti un minuto dopo", sembra che questo capitolo di storia sia destinato a chiudersi.

Questa vicenda ha scoperchiato, forse più di tutte, il tema dell'autorevolezza della stampa, nel nostro caso di quella italiana, che non è stata in grado di descrivere la realtà inglese. Sia chiaro, nessuno dice che i corrispondenti all'estero siano in malafede, semplicemente diciamo che non corrispondono nulla, che vivono nel centro di Londra senza capire la realtà che circonda la capitale.

Qualche mese fa, prima che Johnson diventasse premier, potevamo sentire un Caprarica, per anni corrispondente di Rai Uno con sfondo di Buckingham palace, vomitargli addosso di tutto, descriverlo come un buzzurro ignorante, uno che non sarebbe andato da nessuna parte.
Repubblica, Corriere e compagnia cantante nei giorni scorsi ci hanno descritto un testa a testa fra Boris e Jeremy, che non sarebbe mai avvenuto. Questa mattina invece, su Radio 24, veniva enucleato il ragionamento consolatorio per cui, dopo tutto, il premier inglese non sarebbe un brexiter vero e proprio, ma uno di quelli moderati, uno che farà le cose soft. Proprio in quei minuti il diretto interessato dichiarava che la Brexit avverrà il 31 gennaio.
Lasciamo al lettore il tentativo di districarsi fra le fake news...

 

31 agosto 2019

Il trailer grossolano di "I due Papi"

di Paolo Maria Filipazzi
Ci è capitato sotto gli occhi il trailer de I due Papi, produzione di imminente uscita di Netflix nota per essere satura, oltre che di ciarpame propagandistico LGBT, di altro allegro materiale in cui si trattano, in termini di fascinazione, tematiche amene quali il satanismo e la magia nera (Le terrificanti avventure di Sabrina, Lucifer, The Order), il suicidio di adolescenti (13 reasons why) e il cannibalismo (Santa Clarita Diet). Solo questo sarebbe sufficiente per farsi precise aspettative sul tenore del film che, come avrete capito, tratterà del rapporto tra Ratzinger e Bergoglio.

Visionato il trailer, che è di quelli tali da riassumere il film di fatto rendendone superflua la visione, non solo l’aspettativa è confermata, ma addirittura rafforzata dall’impressione che il tutto sia stato confezionato con una malizia ed una disonestà intellettuale che nemmeno cercano più di dissimularsi. Proprio per questo, però, vale la pena di parlarne: infatti se, da un lato, ci troviamo di fronte ad un vero e proprio manifesto della hybris consustanziale all’intero pontificato bergogliano, dall’altro esso è talmente sfacciato da tradirne la vera natura.

Il trailer è un montaggio di scene che vedono per lo più interagire Benedetto XVI (per la cui interpretazione hanno scomodato nientemeno che Anthony Hopkins) e il cardinal Bergoglio, suggerendo sottotraccia l’esistenza di un rapporto di perenne confronto che, nella realtà, non è mai esistito. Viene descritto apertamente il contrasto fra i due. Ovviamente Ratzinger è sempre presentato in una luce crepuscolare e malinconica, mentre Bergoglio ha perennemente stampato sul viso un sorrisone smagliante, mentre è intento a fare cose come girare in bicicletta dando il cinque a tutti quelli che incontra o a guardare la partita nei bar in mezzo alla gente.

La prima scena significativa è quella in cui Ratzinger - Hopkins apostrofa Bergoglio: “Sei sempre stato tra i miei critici più severi. Come vivi è una critica, le tue scarpe sono una critica”. Nel frattempo ci vengono mostrati un intero set di scarpe rosse e poi un primo piano sulle scarpe nere di Bergoglio, per giunta slacciate. L’espediente è tanto triviale quanto efficace.

Già a questo punto si impone una prima considerazione. Sono ormai note le intemerate che, dal Vaticano e ambienti vicini sono piombate, anche di recente, contro i biechi critici di Bergoglio, tanto infami a strumentalizzare Benedetto XVI al fine di creare l’impressione di una contraddizione tra i due che in realtà non esisterebbe assolutamente.

Poi salta fuori un film come questo e fa cadere il velo di Maya di schopenaueriana memoria sulla realtà: che il contrasto fra i due papi è stato costruito fin dal primo istante di pontificato dai tifosi di Bergoglio; che l’apprezzamento nei confronti dell’attuale papa ha la sua stessa ragion d’essere nell’ostilità verso il suo predecessore; e che il messaggio di rottura, mai formulato verbalmente, è stato però dato in modo inequivocabile dall’argentino tramite una serie di simboli chiarissimi, a partire dalla scelta delle scarpe.

Il trailer continua con la pura propaganda, incentrandosi integralmente sulla promozione di Bergoglio quale figura positiva in quanto anti-Ratzinger. E così lo vediamo rampognare sulla Chiesa fuori dal mondo (tra l’altro: che palle…), o sulle “risposte” che dovrebbero essere date a due miliardi e mezzo di persone (quali risposte? E a proposito di cosa? Boh, ma del resto il genio è lui…).
Il guizzo finale consiste in Ratzinger - Hopkins che, con sarcasmo, afferma: “C’è un detto: Dio corregge un Papa dando al mondo un altro Papa. Voglio ammirare la sua opera”. Insomma, Ratzinger sfida Bergoglio e Dio stesso, sicuro di vincere. Qui è evidente la strizzata d’occhio degli autori del “capolavoro”, che si compiacciono del fatto che, alla fine, abbia vinto il loro beniamino e il cattivo Ratzinger abbia preso una bella legnata da Dio stesso.
E qui ci chiediamo se davvero chi ha ideato questa roba sia convinto che, dopo Bergoglio, Dio non manderà più nessun altro Papa, con annessa facoltà di correggere il predecessore…



 

22 giugno 2019

Sinodo. Il progetto mondialista delle Tre A che spaccherà il Brasile

di Paolo Maria Filipazzi
“Vogliono rubarci l’Amazzonia”: con queste parole il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, nel corso di un’intervista al quotidiano Valor Economico, esplicita la sua preoccupazione per il Sinodo sull’Amazzonia che la Chiesa cattolica sta per celebrare. Secondo Bolsonaro “quelli stanno cercando di creare nuovi paesi” all’interno del territorio brasiliano. “Si tratta” spiega il leader brasiliano “della 'triple A', un territorio di 136 milioni di ettari, che include le Ande e l'Amazzonia, fino all'Atlantico: una grande fascia che verrà posta sotto controllo mondiale, in nome della protezione ambientale". E, rispondendo ad attacchi ricevuti nel corso degli ultimi mesi, chiarisce: “la stampa all’estero dice che voglio distruggere l’Amazzonia, in realtà quello che voglio è che l’Amazzonia resti nostra”.

L’intervento di Bolsonaro è un macigno gettato nello stagno già agitato del Sinodo, il cui instrumentum laboris, presentato pochi giorni fa, è, senza troppi giri di parole, inaccettabile. Ora, però, emerge un nuovo aspetto a riguardo: di mezzo non c’è solo la proclamazione di eresie e sciocchezze ambientaliste e politicamente corrette varie ma, come spesso accade in casi del genere, il perseguimento di piani ed interessi che con la missione che Cristo ha assegnato alla Chiesa c’entrano ben poco.

A riguardo già da tempo il governo brasiliano stava mostrando inquietudine. A febbraio il Ministro della Sicurezza Istituzionale, generale Augusto Heleno Ribeiro aveva lanciato l’allarme, dichiarando, sulla base dei rapporti dell’intelligence, che la Chiesa stava tramando contro l’interesse nazionale brasiliano, in particolare puntando il dito contro il cardinal Hummes, prelato iperprogressista molto vicino all’ attuale Pontefice, dal quale è stato nominato relatore proprio del Sinodo incriminato. Anche il generale Heleno non ha usato mezzi termini: “Il compito del governo sarà quello di neutralizzare l’impatto di questo incontro e di rafforzare la sovranità del Brasile, per impedire che interessi stranieri finiscano per prevalere in Amazzonia”.

Per chi non lo sapesse, la presenza missionaria della Chiesa in Amazzonia è, qui come altrove, da tempo disgraziatamente inquinata da intrecci con ONG di vario genere, e l’attività di questa alleanza preoccupa le autorità brasiliane, che hanno più che un sospetto che clero progressista ed attivisti siano al lavoro per favorire, sotto il paravento di frescacce varie, interessi economici che avrebbero tutto da guadagnare da uno smembramento del Brasile che sottragga tali aree al controllo dello Stato per lasciare di fatto l’Amazzonia in balia di speculatori stranieri.

Si tratta qui di un fatto probabilmente senza precedenti nella storia più recente della Chiesa: un governo che, abbandonando le formali dichiarazioni ossequenti, entra senza troppi complimenti nel merito di un’assemblea sinodale, i cui contenuti sono quindi, da qui in poi, destinati ad essere oggetto di dibattito politico, e con ogni probabilità di polemica accesa, in Brasile. Ciò che va sottolineato è, però, che qui non si dibatte di questioni di fede e morale, ma di faccende che esulano totalmente dall’ambito di competenze della Chiesa, la quale sta invadendo un campo non suo per sostenere torbidi progetti politico-economici, inducendo il governo di uno Stato sovrano ad alzare gli scudi.
La crisi della Chiesa, portata al deragliamento da coloro che dovrebbero guidarla, è sempre più evidente e drammatica.

Dichiarazione di Bolsonaro
Un articolo



 

16 giugno 2019

Sinodo Amazzonia. Brace yourself

di Francesco Filipazzi
Domani verrà presentato l'instrumentum laboris del sinodo di ottobre, che avrà come argomento l'evangelizzazione in Amazzonia. Come già spiegato ampiamente, i pericoli di questa assise saranno molti. Per come è stata preparata ed annunciata, sembra che si tratterà di un punto focale del Concilio Vaticano III, un concilio che non è mai stato ufficialmente convocato, che però è in corso ormai dal 2013 e ha il volto di Jorge Mario Bergoglio.

In questo sinodo amazzonico, verrà proposta una nuova visione dell'ecologia. Intendiamoci, di per sé la cura del Creato non è certo sbagliata, ma è innegabile che negli ultimi anni la gerarchia ecclesiastica si sia avvicinata ad una concezione meno cattolica e più new age, ambientalista ed ecologista, dove il centro non è però la persona umana in rapporto con Dio.

Durante il sinodo si discuteranno inoltre questioni come il celibato e verranno proposte aperture indebite ai preti sposati, che non trovano spazio nella Chiesa latina. I "viri probati" saranno un tentativo di scardinare il sacerdozio in occidente, dovremo quindi essere vigili. Se infatti passasse il messaggio che per risolvere il problema della mancanza di sacerdoti, bisogna permettere loro di sposarsi, si aprirebbero scenari ingestibili.

Altro discorso caldo è il rapporto con le culture indigene. Ormai il pontificato bergogliano ha virato nettamente verso una visione indigenista, che mette sullo stesso piano il cattolicesimo con i culti tribali e ipotizza un possibile arricchimento fra culture, che però non può sussistere, in quanto il cattolicesimo, per definizione, non può essere arricchito dal paganesimo, ma può avvenire solo ed esclusivamente il contrario. Sembra che dalle parti di Roma abbiano ripescato il mito del buon selvaggio tanto caro ai rivoluzionari francesi. Noi controrivoluzionari però siamo consapevoli, come spiegò de Maistre, che il selvaggio non è per forza un'immagine dell'uomo primordiale, ma anzi potrebbe essere la realtà dell'uomo decaduto.
Eppure sembra che oggi dobbiamo imparare a pregare dagli sciamani.
Forse perché i preti non ce lo insegnano più?
Si tratta di una nuova frontiera dell'ecumenismo che non promette niente di buono.
Brace yourself, o se preferite, estote parati.





 

11 febbraio 2019

Un pranzo di magro per un cardinale sfortunato

di Francesco Filipazzi
Sul Concordato fra Regno d'Italia e Santa Sede, firmato esattamente 90 anni fa, si sa molto. Meno noti al pubblico sono alcuni episodi che portarono all'avvicinamento fra le due entità , uno dei quali venne narrato da un giovane Giulio Andreotti in un volume velatamente ironico dal titolo "Pranzo di magro per il cardinale", scritto nel 1954.

Il futuro Divo racconta della vicenda intercorsa fra il cardinale di Bologna, Domenico Svampa, il Re Vittorio Emanuele III e papa Pio X nel 1904, quando il sovrano si recò in visita nel capoluogo emiliano. Fra gli invitati al pranzo di gala vi era il prelato che ricevette però il permesso dal Papa di andare in visita al Re, senza compromettersi troppo. Il cardinale Svampa dunque declinò l'invito a pranzo adducendo la scusa che questo si sarebbe tenuto di venerdì, giorno appunto di magro (notare la finezza dell'epoca). La sorpresa colse lo sfortunato quando gli venne risposto che il Re aveva predisposto un menù di magro apposta per non imbarazzarlo! Non potendo contattare in fretta Roma, lo Svampa si recò al pranzo e in una serie di sfortunati eventi si ritrovò ad uscire sul balcone al fianco del Re. Da notare l'importanza del balcone nella storia d'Italia.

Questa uscita provocò al povero cardinale un bel po' di problemi. Il Papa lo riprese con forza, provocando nel malcapitato una vera afflizione, perché egli non aveva agito, stando ad Andreotti, in malafede, ma portato dall'onda dell'entusiasmo piazzaiolo. Interessante in effetti quanto scrive l'autore, sull'attesa trepidante del popolo bolognese, che sia da parte cattolica che da parte filo sabauda attendeva un segnale di riconciliazione, che in effetti avvenne.
Il caso divenne internazionale, in quanto all'epoca il Vaticano si stava scontrando anche con la Francia e i cattolici d'oltralpe si risentirono. Sui giornali francofoni, ampiamente riportati dall'Andreotti, San Pio X venne tirato per la giacchetta non poco, per chiedere conto di questa differenza di trattamento.

In mezzo il povero Svampa, che suo malgrado si ritrovò in una situazione che non riuscì a gestire, ma che fu tutto sommato un passaggio importante per il disgelo fra Regno e Santa Sede. Il povero porporato ne ebbe grande scorno lui che, oltre ad aver avuto rapporti con Don Bosco, avrebbe potuto essere Papa, se non fosse stato colto da un ictus poco prima del conclave che elesse Giuseppe Sarto.
Che dire? Un pranzo di magro un po' indigesto, che dimostra come la storia molto spesso venga decisa da episodi estemporanei.


 

26 dicembre 2018

Sorpresa. Chiudono l'Ecclesia Dei?

di Francesco Filipazzi
La notizia è stata data in forma semi dubitativa da Messainlatino.it, che ha una redazione di solito ben informata.
Ai primi di gennaio 2019, salvo ripensamenti, la commissione Ecclesia Dei, che negli ultimi anni ha gestito magistralmente la crescita esponenziale dell'ormai vasto mondo della Messa Tridentina, verrà sostanzialmente chiusa. Accorpata completamente alla Congregazione per la Dottrina della Fede, di cui fa già parte ma attualmente con una specificità e autonomia che perderà totalmente.

Mi permetto una previsione. L'abolizione della Commissione prima farà tornare i gruppi stabili nell'incertezza del periodo indultista, successivamente vescovi e vicari pian piano cercheranno di sopprimere questi gruppi.
Insomma, ci siamo capiti. Per dettagli rimandiamo a Messainlatino.it.

Che dire?
Speriamo che la notizia non trovi conferma, anche se è noto che molti non aspettino altro.
Molti in Vaticano e dintorni come testimoniato dai discorsi pubblici di liturgisti à la page e dai discorsi fatti all'assemblea Cei, vogliono chiudere i conti con la Messa in latino. Troppo scomodo e numeroso quel popolo che ha dimostrato così facilmente la pochezza della riforma ideologica del '69.
Nel caos generale in cui versa la Chiesa, sembra che la Messa in latino sia il problema maggiore.



 

13 dicembre 2018

La misteriosa devozione popolare a Santa Lucia

di Paolo Maria Filipazzi
Notte fra il 12 e il 13 dicembre. E’ la notte più lunga dell’anno. Nel gelo e nel buio invernali, i bambini si addormentano sognando i doni che troveranno all’indomani, dopo il miracoloso passaggio di Santa Lucia che, a cavallo del suo asinello, percorre le terre a cavallo fra Emilia, Lombardia e Veneto dispensando regali ai fanciulli. Sul tavolo sono stati preparati latte e biscotti mentre, fuori dalla porta, del fieno attende l’asinello. Stiamo parlando di una delle più belle e radicate tradizioni popolari italiane, che ancora la generazione degli odierni trentenni ha fatto tempo a vivere in tutta la sua dimensione fiabesca.

E’ veramente singolare la sorte di questa santa siciliana, nativa di Siracusa, martirizzata nel 304 d.C. perché, avendo consacrato la propria verginità a Cristo, decise di distribuire le sue sostanze ai poveri e rifiutare il matrimonio con un pagano che, offeso dal rifiuto, la denunciò come cristiana nel pieno delle persecuzioni di Diocleziano. Orrendo fu, secondo la tradizione, il suo martirio, durante il quale le furono anche cavati gli occhi. Per questa ragione l’iconografia ce la presenta cieca e con in mano un piattino contenente proprio quegli occhi strappati, mentre la Chiesa l’ha proclamata patrona della vista.

Da quell’angolo di Sicilia, la nostra santa ha fatto tanta strada. L’ha fatta, innanzitutto, fisicamente, date le peripezie delle sue spoglie mortali. Nell’anno 878, per sottrarle agli invasori Saraceni, i cristiani di Siracusa le portarono via dalle catacombe e da allora le vicende del corpo della Santa si perdono in un labirinto di storia e leggenda finchè, nell’anno 1000, fanno la loro comparsa a Costantinopoli. Nel 1205, dopo la IV Crociata, i Veneziani se ne impossessano e le traslano nella loro città, dove ancora oggi riposano. Dopo vari spostamenti, hanno trovato dimora nella chiesa di San Geremia.

Da li la devozione alla Santa si è diffusa in tutta l’Italia settentrionale portando con se numerose tradizioni, fra cui, appunto, quella di Santa Lucia che porta i doni, radicata, oltre che a Venezia, a Verona, Vicenza, Bergamo, Brescia, Crema, Cremona, Lodi, Mantova, Piacenza e Forlì, oltre che in alcune zone del Trentino e del Friuli Venezia Giulia. Numerose sono, però, le tradizioni che, in tutta Italia, certificano una diffusa devozione popolare per la martire siciliana.

Numerose sono anche le tradizioni legate a Santa Lucia nel Nord Europa, non solo nella cattolica Polonia, ma anche in Russia (Santa Lucia è venerata anche dagli ortodossi) e, sorprendentemente, nelle protestante ed ipersecolarizzata Scandinavia. Soprattutto in Svezia Santa Lucia è festeggiata con precisi rituali che, in maniera davvero miracolosa, sono tutt’ora autenticamente sentiti dalla popolazione e celebrati con solennità. La mattina del 13 dicembre, in ogni famiglia, la figlia maggiore, vestiti i panni di Santa Lucia, seguita dagli altri fratelli vestiti da paggetti, serve la colazione a letto ai genitori, mentre a Stoccolma, cortei di ragazze vestite con tunica bianca, guidati ciascuno da una Santa Lucia con una corona sul capo formata da sette candele accese, girano la città facendo raccolta di doni da distribuire ai bisognosi. Colei che raccoglierà il maggior numero di regali, sarà incoronata “Lucia di Svezia”.

Il persistere di questa tradizione, e con questa vitalità, in una Nazione staccatasi dalla Chiesa di Roma da cinque secoli, è un vero e proprio, per quanto felice, mistero. Numerose ipotesi sono state fatte sulla sua origine, ma una parola certa non è stata detta. Sappiamo però che già nel 1912 l’antichità quasi leggendaria della tradizione di Santa Lucia veniva testimoniato in un bellissimo racconto della scrittrice Selma Lagerlöf, “La leggenda della festa di Santa Lucia”, in cui la Santa cristiana viene calata in un’atmosfera da fiaba nordica che non può non affascinare.

Da questa fiaba prendiamo queste parole di augurio: “Il 13 dicembre, al mattino presto, quanto freddo e oscurità regnavano sulla terra del Värmland, fino ai tempi della mia infanzia, Santa Lucia di Siracusa entrava in tutte le case sparse tra le montagne della Norvegia e il fiume Gullspång. Portava ancora, almeno agli occhi dei bambini, una veste bianca di luce di stelle e sui capelli una ghirlanda verde con fiori ardenti di luce e svegliava sempre chi dormiva con una bevanda calda e profumata che versava dalla sua brocca di rame. Mai mi capitò all’epoca visione più meravigliosa di quando la porta si apriva e lei entrava nella mia stanza. E vorrei augurarmi che mai smetta di apparire nelle fattorie del Värmland. Perché è lei la luce che vince le tenebre, è la leggenda che vince l’oblio, è quel calore interiore che rende le contrade gelate ammalianti e piene di sole nel cuore dell’inverno”.

Ed è così anche qui nella Pianura Padana che, nel buio e nel gelo della notte più lunga dell’anno, viene percorsa da questa Santa venuta del Sud col suo asinello, per accendere i cuori di chi non rinuncia alla sua parte bambina di quel calore che è tipico delle cose belle di un tempo.


 

08 dicembre 2018

Libri. Il Miracolo della Santa Casa di Loreto

di Paolo Maria Filipazzi
Continua con Il Miracolo della Santa Casa di Loreto, edito da Luci sull’Est, la ricerca di Federico Catani intorno a Nostra Signora, fedelmente al motto Maria numquam satis.

Ed è davvero frutto di autentica, affettuosa venerazione, questo libro che sviscera nel dettaglio tutto ciò che riguarda la Santa Casa di Loreto.

Si inizia, nel capitolo 1, Com’è fatta la Santa Casa?, a descrivere con minuzia i particolari architettonici del luogo in cui il Verbo si fece carne, dai quali si desume con chiarezza quello che sarà il vero leitmotiv del libro: l’impossibilità che un edificio sia stato costruito ex novo proprio in quel punto, in mezzo alla pubblica via e sospeso in parte su di un fosso.

E’ così che, nel capitolo 2, La casa portata dagli angeli, viene ricostruita la successione delle diverse traslazioni che portarono la Santa Casa a stabilirsi nel luogo in cui oggi si trova, in un lungo viaggio da Nazareth, in fuga dalle milizie islamiche che minacciavano la Terra Santa. Viene anche smontata e rivelata nella sua inconsistenza la teoria del trasporto via mare da parte di una fantomatica famiglia Angeli la cui stessa esistenza è dubbia.

Nel capitolo 3,  Dove è nata la Madonna?, scopriamo che, con molta probabilità, quello non è solo il luogo dell’Incarnazione, ma anche quello della nascita della stessa Madonna e, quindi, verosimilmente, dell’Immacolata Concezione.

Nel capitolo 4, La Chiesa non ha dubbi, vengono passati in rassegna tutti i pronunciamenti dei papi, per arrivare a Benedetto XVI, che testimoniano la devozione per questo Santo Luogo da parte dei successori di Pietro.

Nel capitolo 5, Loreto, baluardo dell’Europa cristiana contro l’Islam, si ripercorre il legame fra il santuario di Loreto e le grandi battaglie in difesa della Cristianità, da Lepanto a Vienna.

Nel capitolo 6, Dove i grandi si fecero pellegrini, scopriamo quante e quali illustri personalità vissero e manifestarono la loro devozione alla Madonna fra le mura della Santa Casa.

Segue poi, un’appendice, Loreto, santuario dei principi “non negoziabili”, che ci ricorda come il messaggio del santuario di Loreto non è qualcosa di esaurito in fatti storici passati, ma ancora oggi è un richiamo a combattere la buona battaglia.


 

25 ottobre 2018

Papa Francesco e "il cambio di Paradigma"

di Paolo Maria Filipazzi
Dopo cinque anni di pontificato bergogliano, è ormai legittimo iniziare a tracciare un bilancio dell’operato di Papa Francesco. Lo fa con notevole acume Josè Antonio Ureta con il suo “Il «cambio di paradigma» di Papa Francesco. Continuità o rottura nella missione della Chiesa? Bilancio quinquennale del suo pontificato” 
.
L’ Autore analizza del dettaglio tutti i punti di rottura del magistero di Bergoglio con la Tradizione della Chiesa, facendosi interprete delle preoccupazioni che tutto questo suscita, a partire da quelle sulla stessa tenuta unitaria della Sposa di Cristo.

Il primo punto dolente è, secondo Ureta, quello dei principi non negoziabili, che Papa Francesco ha di fatto liquidato nello spazio di un’intervista, per poi contraddistinguersi: per la vicinanza ai demolitori di questi ultimi, come Marco Pannella e Emma Bonino; per avere ospitato in Vaticano, con il pretesto di convegni a tematica ecologista già di per sé molto dubbi, noti promotori della contraccezione e dell’aborto; per la chiusura dell’ Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia e l’affidamento della Pontificia Accademia per la Vita nientemeno che a monsignor Vincenzo Paglia; per aperture perfino all’eutanasia e per il rifiuto di pronunciarsi in passaggi cruciali come l’approvazione della legge Cirinnà, di fatto passata anche grazie al suo silenzio. Il tutto ha avuto l’effetto di mettere in difficoltà i miltanti pro-vita in tutto il mondo, di fatto scaricati.

Si passa poi, al problema della paradossale rivalutazione del marxismo attraverso la riesumazione della Teologia della Liberazione, della cui variante argentina, la Teologia del Popolo, Bergoglio è stato allievo. Si è arrivati così all’organizzazione, da parte del Vaticano, degli Incontri Mondiali dei Movimenti popolari, nel corso dei quali è stato promosso un radicalismo politico spintosi ad aperte apologie della guerriglia e della lotta armata, il tutto sotto gli occhi del Papa, che ha fatto sua l’agenda di questi movimenti. In questo quadro si colloca il sostegno che la Santa Sede ha assicurato al regime di Maduro in Venezuela, sconfessando i vescovi di quel paese, schieratisi con i milioni manifestanti scesi in piazza a protestare contro quel governo e duramente repressi. A questo aspetto si collega anche la dolorosa vicenda dell’accordo con la Cina, con cui il Vaticano ha abbandonato al loro destino schiere di cristiani e sacerdoti perseguitati dal regime comunista di Pechino.

Si analizza successivamente l’adesione, manifestata con la discutibile enciclica Laudato sì, all’ideologia ecologista dell’ ONU, con la correlata adesione a teorie parascientifiche non provate, che hanno però legittimato la promozione, da parte del Papa, di stili di vita improntati ad un pauperismo radicale di utopie indigeniste in realtà dannose per gli stessi poveri; a inquietanti progetti di governo mondiale; e ad un’ambigua spiritualità neo-pagana e panteista, culminata nella proiezione, sulla facciata della basilica di San Pietro, dello spettacolo di dubbio gusto Fiat Lux.

Si passa, a questo punto, al martellamento in materia di immigrazione cui da anni il Papa ci sta ossessivamente sottoponendo, alla sua idealizzazione di un Islam pacifico e non violento che sta in realtà aprendo le porte ad una futura invasione, ed alla correlata reticenza a condannare la violenza fondamentalista, anche qui abbandonando a se stessi i cristiani perseguitati del Medio Oriente.

Vi è, al culmine di tutto, la svolta relativista in materia teologica e morale, con la rivalutazione di Lutero, la propaganda omosessuale svolta da alcuni fedelissimi quali James Martin, ed il caso emblematico di Amoris Laetitia e del percorso sinodale che lo ha preceduto, di cui l’Autore ricostruisce meticolosamente tutte le successive forzature.

Il risultato di tutto questo è, spiega l'autore,  con il ralliement alla modernità gnostica e anticristiana, un’esasperazione fino al parossismo del processo di autodemolizione della Chiesa già denunciato da Paolo VI, di cui il Papa viene ripagato con il plauso dei poteri mondani.

A questo punto si pone la domanda sul da farsi. Nella parte conclusiva del libro l’Autore è molto chiaro: come insegnato dalla Costituzione Pastor Aeternus, lo Spirito Santo non è stato promesso ai successori di Pietro per rivelare una nuova dottrina, ma per custodire con scrupolo il deposito della fede. In tale prospettiva, è sicuramente lecito sospendere prudenzialmente l’assenso e persino resistere pubblicamente agli insegnamenti errati, come del resto fece già San Paolo di Tarso, e come confermato da autorevoli autori fra cui San Tommaso d’Aquino e San Roberto Bellarmino. Tale resistenza diventa addirittura doverosa quando gli insegnamenti errati mettono a repentaglio il bene comune.

Ugualmente chiaro è l’Autore a proposito delle prospettive di scisma da più parti ventilate: “nella confusione attuale che rischia di aggravarsi in un futuro non lontano, una cosa è certa: che i cattolici fedeli al loro battesimo giammai prenderanno l’iniziativa di rompere il sacro legame di amore, venerazione ed obbedienza che li unisce al successore di Pietro e ai successori degli Apostoli, anche se questi ultimi potessero eventualmente opprimere le loro coscienze e auto demolire la Chiesa. Se, abusando del loro potere e cercando di forzarli ad accettare i loro traviamenti, tali prelati venissero a condannarli a causa della loro posizione di fedeltà al Vangelo e di resistenza all’autorità, saranno questi pastori e non i cattolici fedeli i responsabili della rottura e delle sue conseguenza davanti a Dio, alla Chiesa e alla Storia, così come accadde a San Atanasio, vittima di un abuso di potere, tuttavia stella nel firmamento della Chiesa”.

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05 ottobre 2018

The Nun. Al cinema c'è il catechismo horror

 di Paolo Maria Filipazzi
[attenti agli spoiler, ndr]

C’è un genere cinematografico che da tempo tiene alta la fiaccola della verità cattolica senza che nessuno se ne accorga. Stiamo parlando dell’ horror a tematica esorcistica.
Certo, è capitato che anche film sugli esorcismi fossero porcherie, magari deraglianti in una visione occultistica ben poco raccomandabile. Tuttavia, si è sempre trattato di eccezioni. Il punto è che, per fare un film decente di questo tipo, è necessario prima studiare almeno l’essenziale di quanto c’è da sapere a proposito di possessioni ed esorcismi, e le uniche fonti sull’argomento sono, giocoforza, quelle cattoliche.

In questo modo, a prescindere dalle convinzioni del regista, lo schema che ne esce è sempre molto semplice quanto veritiero: il diavolo esiste, è un’entità violenta, disgustosa e bestiale e l’unica ancora a cui aggrapparsi è la Chiesa che, in quanto strumento di Dio, è la sola che lo può affrontare e sconfiggere. Spesso questi film raccontano di famiglie poco o nulla religiose che però, alla fine, si trovano, vincendo diffidenza e scetticismi, ad affidarsi all’esorcista che, crocifisso in pugno al posto della rivoltella del cowboy o della spada-laser dei Jedi, affronterà il nemico per eccellenza. E anche quando si cerca di variare sul tema, presentando magari un prete roso da dubbi di fede che, in teoria, dovrebbero renderlo più “figo”, ci si trova costretti a farglieli risolvere prima della fine, altrimenti non potrà sconfiggere IL cattivo.

Insomma, alla fine la pellicola in sé potrà essere pure una “corazzata Potëmkin”, ma lo spettatore cattolico ne uscirà edificato, confermato nella fede e magari anche un po’ gasato dall’aver visto, una volta tanto, un film che, oltre essere apologetico, è stato anche divertente, al contrario – ahinoi- della maggior parte dei film a carattere religioso, talmente didascalici e zuccherosi da essere spesso intollerabili anche per chi è in odore di santità (e noi, purtroppo, non lo siamo). Soprattutto, sarà entusiasta di avere finalmente visto un film che, per quanto in forma spettacolarizzata ed elementare, tratta l’aspetto essenziale del soprannaturale e del preternaturale, alla faccia di tanti film ad etichetta cattolica in cui sembra sempre che tutto si riduca a volontariato ed attivismo sociale.

In questo panorama un posto d’onore merita sicuramente quello che ormai viene chiamato The Conjuring Universe, l’universo narrativo nato col film The Conjuring nel 2013 ed ormai arrivato al quinto capitolo con The Nun, attualmente nelle sale. La saga prende le mosse dalle vicende di Ed Warren e di sua moglie Lorraine, due “indagatori dell’occulto” realmente esistiti che si occuparono, in collaborazione con le autorità ecclesiastiche, di numerosi casi di possessioni e infestazioni. I film in realtà rielaborano, romanzandole moltissimo, le vicende dei Warren, ma l’impianto tipico sopra descritto è ben chiaro e presente, e in più i primi quattro film sono anche molto ben fatti, rendendo le pellicole qualcosa da consigliare a chiunque non sia troppo impressionabile.

Anche per questo la visione di The Nun ci ha lasciato impressioni contrastanti: da un lato, ci ha deluso, sembrandoci molto inferiore per qualità rispetto ai precedenti, dall’altro ci ha colpito al cuore il cattolicesimo strong della narrazione, che in nessun smielato film sui santi troveremmo mai.

La trama è la seguente. Siamo nel 1952, nel monastero di suore di clausura di Santa Carta, in Romania. Mentre una suora viene “sbranata” da una misteriosa entità nel buio di una cripta tenebrosa, un’altra, suor Victoria, fugge stringendo in mano una chiave-rosario per poi impiccarsi gettandosi dalla finestra con una corda al collo. Viene ritrovata da un uomo chiamato “il Francese”, un contadino franco-canadese che vive nel luogo. Come ci sia finito un franco-canadese in un villaggio della Romania degli anni ’50 è una stranezza a cui verrà poi data, di sfuggita, una spiegazione abbastanza confusa. Il motivo autentico di questa forzatura si capirà solo alla fine. Il Vaticano manda sul posto un esorcista, padre Burke, ed una postulante, suor Irene.

Il seguito del film è più che altro una successione di situazioni lugubri e jumpscare con al centro i tre protagonisti, all’interno della quale si fa strada una trama di per sé non proprio irresistibile.
A Santa Carta si pratica l’adorazione perpetua perché il male non esca dal convento. Suor Irene conosce suor Oana, la quale le spiega che, anticamente, l’edificio era il castello di un conte che praticava l’occultismo ed aveva aperto un portale attraverso il quale far passare nel mondo il demone Valak, già visto in The Conjuring 2, che assume la forma blasfema di una suora dalle fattezze mostruose. La Chiesa aveva mandato la cavalleria cristiana ad affettare il conte (qui, lo ammettiamo, ci siamo commossi) ed aveva sigillato il portale con la reliquia del Sangue di Cristo. Il castello era quindi diventato un convento perché, grazie alla preghiera incessante delle monache, il male rimanesse incatenato. Durante la guerra, però, le bombe avevano colpito il monastero, danneggiandolo e con esso riaprendo il portale.

Suor Irene è nella cappella in mezzo alle monache che pregano ripetendo l’ Ave Maria in latino (altro moto di commozione da parte nostra), resistendo all’attacco del demone, quando padre Burke e il Francese che, nel frattempo, ne hanno già passate di ogni, giungono di soprassalto e la trovano sola. Le suore con cui lei ha parlato e pregato fino a quel momento erano solo delle visioni: il convento è vuoto, dopo che Valak le ha con ogni evidenza eliminate tutte. Per poter passare nel mondo, però, aveva bisogno di possedere un corpo e suor Victoria, l’ultima sopravvissuta, si è impiccata per non farsi prendere. Non è una suicida, ma una martire. La chiave-rosario che stringeva in mano serviva per aprire il nascondiglio in cui si cela il Sangue di Cristo.

A quel punto, suor Irene chiede a padre Burke di prendere sul posto i voti perpetui. Dopodichè, ritrovata la reliquia, sarà lei a portare l’ampolla al collo, in quanto sposa di Cristo. Seguono varie peripezie, al termine delle quali il Sangue di Cristo, versato addosso al demone, lo ricaccerà all’Inferno chiudendo il portale.

Il lieto fine, però, non può esserci del tutto, in quanto Valak dovrà per forza essere in giro ancora negli anni ’70, per non smentire The Conjuring 2. Si copre allora che il Francese si chiama in realtà Maurice Theriault. Questo è il nome di un uomo soggetto a possessione di cui si parla nei precedenti film. Sottoposto ad esorcismo, aveva guardato Lorraine negli occhi, e lei per la prima volta aveva avuto una visione di Valak, in seguito nuovamente rispedito all’Inferno. Il regista, che forse ha paura che gli spettatori non ci arrivino, prima ci mostra come sul collo di Maurice sia apparsa misteriosamente una croce rovesciata poi, evidentemente non ritenendolo sufficiente, conclude il film riproponendo la scena del primo The Conjuring in cui per la prima volta il personaggio viene citato, con un finale alquanto posticcio.

Insomma, avrete capito che il film in sé ci ha lasciati perplessi sul piano formale. Tuttavia, ci ha, al tempo stesso conquistati.

Di tutto il film, la scena che più ci ha emozionati non è una di quelle in cui Valak fa smorfie e versacci, ma quella dell’adorazione delle monache sotto attacco del demone. La musica ed il ritmo non sono quelle dolciastre e soavi tipiche delle scene di preghiera di qualunque altro film. E’ una scena carica di tensione, tanto da sembrare una scena d’azione, una scena di lotta. E lo è, come lotta e combattimento è effettivamente la preghiera di quei monasteri di religiosi e religiose in cui quotidianamente, da secoli, si pratica l’adorazione perpetua, in una costante resistenza all’ assedio del diavolo.
Viene da chiedersi, ad un certo punto, chi sia “la suora” del titolo. A livello promozionale, l’intento è chiaramente di richiamare la “suora-demone” Valak. Tuttavia ad un certo punto sorge il dubbio che si tratti di suor Irene, la vera protagonista positiva della storia, la quale, compiendo la sua vocazione e diventando sposa di Cristo (la scena in cui prende i voti perpetui è l’altra veramente piena di pathos del film), diventa anche colei che può custodirne il Sangue e così affrontare il Male.
Così come non è certo un caso che, alla fine, l’arma invincibile contro le forze infernali sia proprio il Sangue di Cristo. Semplicemente, è Vero.


 

02 ottobre 2018

San Michele. Arcangelo nei tempi ultimi

di Francesco Filipazzi
Recentemente Bergoglio ha invitato tutti i cattolici a recitare, alla fine del Rosario, l'antifona mariana "Sub tuum praesidium" e la preghiera di Papa Leone XIII a San Michele Arcangelo. La riproposizione della devozione al Capo delle Milizie Celesti in questo periodo, non ha mancato di sorprendere qualcuno, perché negli ultimi anni si fanno strada teorie, proposte da importanti membri del clero, per cui non esisterebbero l'Inferno e il Demonio, ma sarebbero solo allegorie per spaventare il prossimo. Nonostante il progressismo, una parte del collegio episcopale, capi di ordini religiosi e preti vari  neghino che il male esista e abbia un'origine nel Nemico, che divide la Chiesa e la corrompe, viene ribadito un concetto che dovrebbe essere connaturato ad ogni cattolico.

Come è noto, la preghiera a San Michele è stata inserita alla fine della Messa da Leone XIII e poi espunta con l'entrata in vigore del Novus Ordo, ma è rimasta diffusa fra i fedeli consapevoli e recitata sia nelle celebrazioni tridentine che al di fuori.

Chi è dunque l'arcangelo Michele? Egli è uno degli arcangeli noti, assieme a Gabriele e Raffaele e a quanto evinciamo dalle Sacre Scritture, il suo nome è legato alla lotta contro il male e ai tempi ultimi. In questi termini lo troviamo citato esplicitamente sia nell'Antico Testamento che nel Nuovo.

Nell'Apocalisse (12) leggiamo "7 Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, 8 ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo".

Interessante poi un passaggio della lettera di Giuda. L'autore stigmatizza coloro che bestemmiano e offendono Dio, ricordando che "[9]L'arcangelo Michele quando, in contesa con il diavolo, disputava per il corpo di Mosè, non osò accusarlo con parole offensive, ma disse: Ti condanni il Signore!". Passaggio che pur sorprendente, ci ricorda che l'accusa, anche se rivolta al Diavolo, spetta a Dio. Michele che non osa insultare il traditore Lucifero rivela un'umiltà perfetta.

Altro passaggio degno di nota, collegato a quello apocalittico, è la profezia contenuta nel libro del profeta Daniele, capitolo 12. "1 Or in quel tempo sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo. Vi sarà un tempo di angoscia, come non c'era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. 2 Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l'infamia eterna. 3 I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre".  Daniele spaventato chiede quando ciò avverrà e l'interlocutore  risponde: "Va', Daniele, queste parole sono nascoste e sigillate fino al tempo della fine. 10 Molti saranno purificati, resi candidi, integri, ma gli empi agiranno empiamente: nessuno degli empi intenderà queste cose, ma i saggi le intenderanno. 11 Ora, dal tempo in cui sarà abolito il sacrificio quotidiano e sarà eretto l'abominio della desolazione, ci saranno milleduecentonovanta giorni. 12 Beato chi aspetterà con pazienza e giungerà a milletrecentotrentacinque giorni. 13 Tu, va' pure alla tua fine e riposa: ti alzerai per la tua sorte alla fine dei giorni".

Il che, se pensiamo agli attentati quotidiani contro il sacrificio eucaristico, ci inquieta abbastanza. Cosa potrà essere quella che in altre traduzioni (Diodati) è definita "l'abominazione che causa la desolazione". Un sacrilegio generalizzato contro il Corpo di Cristo? Probabile. La gerarchia dovrebbe tenerne conto. Non possiamo fare altro che invocare seriamente San Michele dunque, assieme alla Vergine Maria, invitando tutti i sacerdoti a diffondere la preghiera leonina.


 

22 settembre 2018

Le lettere private e il buco della serratura

di Francesco Filipazzi
In questi giorni è andata in onda una nuova puntata dell'imbarbarimento generale che si sta sviluppando nel mondo dei media cattolici o presunti tali.
Sui giornali tedeschi sono stati pubblicati dei frammenti di lettere che Benedetto XVI avrebbe inviato ad un cardinale amico, individuato con il card. Brandmuller, nelle quali l'Emerito si rammaricava per le critiche sorte riguardo la sua rinuncia.

Il problema è che le lettere erano private e tali dovevano rimanere. Poiché dubitiamo che Benedetto volesse ancora una volta pubblicare i fatti suoi, è chiaro che qualcuno ha voluto imbastire l'operazione.

Subito quindi tutti i guardoni dell'ecumene hanno iniziato ad accapigliarsi sul significato di quelle lettere, fino a quando ne è stato pubblicato il testo integrale, che non riporta nei fatti nulla. Solo una conversazione privata.

Questo atteggiamento, questo continuo tentativo di tirare per la giacchetta una persona che ha deciso di tirarsi fuori dal dibattito per dedicarsi alla preghiera, tirando in ballo corrispondenza privata, strumentalizzandone il contenuto, è un comportamento decisamente disonorevole. Oltre ad essere una violenza nei confronti del diretto interessato, dimostra che ormai regna sovrano un certo infantilismo ben poco virile.

Chi ha degli argomenti da esporre non dovrebbe cercare di farli avvalorare da nessuno. Dunque, ci ritroviamo da un lato vaticanisti che sui rispettivi giornali spergiuravano che "Benedetto ha preso le distanze dai critici di Francesco", bufala certo commovente ma infondata.
Dall'altro ci troviamo gente che fa l'analisi logica delle frasi di Benedetto, per capire se abbia proclamato l'eresia formale di Francesco, così poi gliela facciamo vedere noi alla neochiesabergoglianasodomitavaticanosecondistahhhh.

Insomma, è una pena infinita. Smettiamola di guardare Benedetto dal buco della serratura, dato che, come scritto da lui stesso tempo fa, "ha cose più importanti da fare". Se vogliamo fare i guardoni, a Milano c'è la Settimana della Moda. Di modelle da guardare di soppiatto ce n'è. Sempre che le donne piacciano ancora.

 

15 settembre 2018

Eresie pubbliche e sanzioni private

di Francesco Filipazzi
Scena. Un prete professa apertamente una dottrina contraria a quella cattolica, su un determinato argomento che per oggi non ci interessa. Compie un gesto eclatante che lo pone al di fuori della Chiesa. Il vescovo della sua diocesi si disinteressa, o ha parole d'affetto per il suddetto o, talvolta, lo abbraccia pubblicamente. Nel frattempo qualche volta veniamo a sapere dai giornali locali che, nonostante la sceneggiata, il prete in questione è sospeso a divinis, perfino ridotto allo stato laicale. Ovviamente egli non si dà per vinto e aderisce ad una micro chiesa non in comunione con Roma, nella quale può professare più o meno quello che vuole data la liquidità della suddetta velleitaria micro chiesa. Altre volte non si scompone e va avanti a fare il prete cattolico impunemente.

Perché lo fa? Egli si sente approvato, celebra messa (a nostro parere da scrivere minuscolo, perché egli non sta agendo secondo le intenzioni della Chiesa cattolica ma secondo le proprie e dunque la suddetta celebrazione è invalida) non molto lontano tutto sommato dalla parrocchia dove era parroco. I vecchi parrocchiani spesso assistono alle celebrazioni e poi fanno foto di gruppo, baci, abbracci e tutti a casa. Di questi casi ce ne sono decine e non serve citarne. Ci sarebbe da scegliere.

Ciò che è importante è che ogni volta che qualche prete si sente in dovere di farle grosse, di dire boiate e cacciarsi in situazioni assurde e offensive verso Gesù Cristo (il quale, vorremmo ricordarlo, qualora qualcuno se lo fosse dimenticato, si è fatto crocifiggere, lui che è Dio, per noi che siamo polvere), non trova mai un vescovo che lo blocchi e lo condanni apertamente. L'espressione di vicinanza e affetto è pubblica, la sospensione a divinis privata e non troppo pubblicizzata (quando c'è). Il popolo dei fedeli è composto invece da faciloni, per i quali vale tutto, basta fare un po' di baldoria a buon mercato.

Per non farci mancare niente, l'eretico di turno, puntualmente e in ogni caso, dichiara di voler parlare con Papa Francesco perché si sente legittimato da lui. Sempre puntualmente saltano fuori i normalisti (ormai pochi ma sempre molto abili) che rimbrottano l'eretico perché "non è vero che PapaFrancesco [si scrive e si pronuncia attaccato] è a favore di ...", decidete voi. Fino al prossimo giro, fino alla prossima cretinata. Fino alla prossima ferita al corpo di questa povera Chiesa che ormai ne ha troppe. Sarebbe ora di curarle ma a quanto sembra si divertono a buttarci sopra il sale. 



 

25 luglio 2018

Cosa ci insegna l'antifonario pavese del 1100

di Francesco Filipazzi
Premessa doverosa. La pagina di canto gregoriano ritrovata a Pavia qualche giorno fa, risalente al 1100 circa, non è "il più antico antifonario mai rinvenuto prima d'ora", come recita la grande stampa (fra cui Avvenire ma lasciamo perdere). Basta fare una ricerca non molto approfondita per imbattersi in antifonari ben più antichi, come quello di Bangor, risalente alla fine del 600 e composto nei decenni precedenti. (Per dettagli, vedere qui, il documento è conservato a Milano). Senza contare le antifone Ero Cras, di cui si ha notizia sin dal  sesto secolo (ne parlammo qui)

Dunque, perché l'antifonario pavese è interessante, pur essendo risalente a "solo" un millennio fa? La risposta è presto detta. In questo periodo calamitoso sembra provvidenziale che un foglio di pergamena spunti, senza apparente motivo, dalle nebbie del passato, a ricordarci chi e cosa siamo. E scusate se è poco. Dai primi cristiani a San Gregorio, passando per Bangor, per l'antifonario del 1100, per Trento e arrivando fino ad oggi, il filo della tradizione è forte, ha superato tante epoche ma non è stato reciso. Fa impressione vedere come il modo di pregare nei primi monasteri, uniche oasi di ordine in un mondo di caos, viva oggi nelle celebrazioni liturgiche tridentine ormai tornate in auge e negli sforzi dei sacerdoti che cercano di tenere la barra dritta. Anche loro baluardi dell'ordine nel mondo del caos.

E dire che certi settori della pseudo chiesa sbragata cercano di far passare l'idea dei primi cristiani che se la spassavano in orge dionisiache, finite per colpa del cattivo Costantino e della Chiesa costantiniana. In nome della mitologia creata sui primi cristiani si potrebbe fare di tutto, tranne che fare i cattolici. Peccato che i primi cristiani principalmente si facessero ammazzare, ma questa idea ai loro furbi cantori contemporanei non viene mai. C'è poi il tentativo di dimostrare che il Concilio di Trento si sia inventato tutto. Prima la cristianità era un grande party a base di sesso, droga e Rock'n Roll, i preti si sposavano, se la spassavano, la messa quasi quasi non esisteva e poi però è arrivato l'orrido San Pio V che ha rovinato la festa. Deliri da schizofrenici, ovviamente. Le turbe psichiche progressiste vengono smontate da quel foglio di pergamena del 1100, che ci ricorda come eravamo e come dovremo essere, se vorremo riannodare il filo della tradizione. Il filo che ci permette di collegarci direttamente a Gesù Cristo.
I tentativi di reciderlo, per quanto approfonditi e molto ben congegnati sono già falliti. Fra cinquecento anni, siamo pronti a scommetterlo, dell'alleluja delle lampadine non ci sarà traccia. Il gregoriano invece sarà ancora vivo e vegeto.


 

25 giugno 2018

La vita difficile dei cristiani in Kosovo

Monastero di Gragancia
di Francesco Filipazzi
Da qualche anno nei Balcani, nonostante un sostanziale disinteresse dei media, si stanno giocando le sorti dell’intera Europa. Forse è lontano il periodo delle pulizie etniche e dei bombardamenti (ricordate? mentre noi eravamo bambini che facevano i capricci per l’ovetto kinder, altri bambini erano sotto i bombardamenti, dall’altra parte dell’Adriatico), ma in quelle zone si soffre ancora. In particolare, la decisione demenziale, da parte di alcuni stati, di sostenere la secessione del Kosovo dalla Serbia ha aperto una crisi, soprattutto per le popolazioni cristiane, ormai schiacciate dalla pervasività musulmana. (Per approfondire sul pogrom anti cristiani del 2004 andare qui)

A parlarne è stato, in un incontro a Lodi il già sottosegretario agli esteri Alfredo Mantica, assieme ai volontari del progetto “Una voce nel silenzio”, che si occupa di aiutare i cristiani perseguitati nel mondo e di portare avanti un’opera di divulgazione per rompere, appunto, il muro di silenzio eretto nel mondo occidentale riguardo la persecuzione su base etnica e religiosa di 150 milioni di persone. Il video dell’evento è presente sulla pagina facebook di Una Voce Nel Silenzio. UVNS ha aperto il progetto "Generazione Kosovo", che si può sostenere.

In primo luogo, dobbiamo ricordare, come fatto da Mantica in un excursus storico (a proposito, nelle scuole queste cose si insegnano?), che la regione del Kosovo è una regione storicamente serba, che costituisce una delle culle del cristianesimo, li presente sin dal quarto secolo. Cattedrali e monasteri sono ancora tutti da vedere, protetti in molti casi dall’Unesco. Oggi però la popolazione cristiana è compressa in piccole enclave, tipicamente attorno ai luoghi sacri, circondate dalla popolazione musulmana albanese. I cristiani sono sostanzialmente imprigionati nelle loro zone, dove manca praticamente tutto. Peraltro il Kosovo stesso, essendo una costruzione artificiale, non ha un’economia e l’unico spostamento di capitale deriva da traffici illeciti. È inoltre nota e certificata una contiguità con il terrorismo islamico, dato che una parte consistente dei cosiddetti Foreign Fighter dell’Isis vengono proprio da quella regione.
L’operazione che ha portato all'autonomia del Kosovo è quindi stata una scommessa a perdere, ma a farne le spese sono i cristiani, contro i quali è in atto un vero e proprio genocidio culturale, ai danni della popolazione serba, alla quale è stata attribuita la responsabilità delle guerre degli anni '90 e delle pulizie etniche in Bosnia, nonostante recentemente Milosevic sia stato assolto. Ciò però è bastato per giustificare la secessione.

Che dire? Il male si scatena sempre laddove la fede tra linfa e origini. Quello che un tempo fu bastione della cristianità è oggi stato abbattuto con un colpo di mano, le cui conseguenze deleterie si ripercuoteranno per i prossimi decenni. Storia non molto diversa da quella della Siria, terra da cui provennero ben sette papi durante i tempi originari, dove il male si è scatenato potente. Ma, come ricorda Mantica, nonostante tutto i cristiani stanno tornando a erigere le croci per la ricostruzione. C’è infatti ancora chi, dal Kosovo alla Siria, per la propria fede combatte ed è pronto a morire. Dal canto nostro, come europei non possiamo fare altro che vergognarci per le nostre apostasie.




 

11 maggio 2018

Reintrodurre le festività religiose. Una proposta

di Paolo Maria Filipazzi
Con il presente articolo si segnala e si appoggia incondizionatamente il disegno di legge presentato da tre parlamentari della Südtiroler Volkspartei per il ripristino degli effetti civili delle festività di San Giuseppe, dell’Ascensione, del Corpus Domini e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, nonché del lunedì dopo Pentecoste.

Si tratta di ricorrenze che in Italia furono celebrate fino al 1977, per poi essere abolite, assieme all’Epifania, in base, ufficialmente, all’austerity, vale a dire allo stravagante assunto che troppe festività, sottraendo preziosi giorni di lavoro, avessero ricadute negative sulla produttività, rendessero il “paese” poco competitivo … Insomma, le solite frescacce.

Ovviamente né allora né mai è sembrato che qualcuno si accorgesse che numerose di queste festività abbiano continuato ad essere tali in diverse nazioni europee, fra le quali la Francia e la Germania, vale a dire quelle “competitive” per eccellenza, né che la “produttività” dell’Italia non abbia minimamente risentito di tale “taglio dei costi”. A dire il vero una lieve reazione ci fu già allora, se è vero come è vero che dopo un paio d’anni almeno l’Epifania fu ripristinata, ma fu poca cosa.
Anche oggi, alla proposta della SVP, si levano voci critiche: ma come, con la crisi, si sottrae tempo al lavoro? E ai nostri poveri studenti, subissati di ponti in quella primavera che è proprio il periodo in cui vengono inondati di compiti in classe, non pensate?

Ovviamente, nessuno che abbia il coraggio, oggi come allora, di andare oltre il patetico pretesto dei “troppi giorni di ferie che rendono il paese meno produttivo e competitivo”, per focalizzarsi sulla vera ragione per cui nel 1977 queste feste furono abolite: e cioè che, dopo la legge sul divorzio e la perniciosa riforma del diritto di famiglia e con la legalizzazione dell’aborto già in cantiere, si volle dare un altro bel colpo di maglio all’identità cattolica della Nazione italiana. Il tutto, ovviamente, realizzato con la complicità della Democrazia Cristiana, abbarbicata al potere come l’edera al muro.

A dire il vero, non è che la Chiesa Cattolica avesse troppo alzato alla voce, cosicchè ancora oggi viviamo annualmente la farsa del Corpus Domini spostato alla domenica successiva al giorno in cui si dovrebbe celebrare secondo il calendario liturgico, per non disturbare il dio-stato e, tutto sommato, nemmeno per seccare i tiepidi cattolichetti che, sempre più sparuti, frequentano le chiese…
Lanciamo dunque un appello per una campagna a tambur battente a favore della proposta.


 

12 aprile 2018

"Estinzione".Un libro sul caso Weinstein

di Paolo Filipazzi
Sul caso Weinstein si è detto di tutto e di più, ma pochi di coloro che hanno affrontato la questione lo hanno fatto con l’onestà intellettuale e l’irriverenza dimostrate da Aurelio Porfiri in questo suo Estinzione. Riflessione a margine del caso Weinstein.

Ferma restando la condanna per i comportamenti del produttore, continuamente ribadita nel libro, l’Autore non si risparmia, però, dal togliersi diversi sassolini dalla scarpa.

Si inizia, quindi, stigmatizzando la grave ipocrisia emersa nel corso di tutta la vicenda. Quest’ipocrisia è stata dimostrata innanzitutto dalle stesse donne che hanno denunciato Weinstein, le quali hanno rivelato le violenze subite anche decenni prima, dopo averle sempre sottaciute per non pregiudicarsi la carriera. Queste attrici hanno continuato a lavorare con Weinstein, a riverirlo e a coprire i suoi crimini sessuali per lunghissimo tempo, dando prova di un grandissimo arrivismo, salvo poi dargli addosso tutte in una volta quando si è ritrovato nella polvere. Lo stesso dicasi per tutto lo star system hollywoodiano, che si è detto sconvolto e scandalizzato fingendo di scoprire solo in quel momento ciò che tutti sapevano, e per l’ establishment liberaldemocratico, che a Weinstein ha garantito la copertura fingendo poi di non avere nulla a che fare con lui.

A questo punto, però, la trattazione entra nel vivo, e si focalizza su di un problema tutto fuorchè frivolo: la vera e propria psicosi che ha messo sotto accusa gli uomini in quanto tali, rendendo sempre più labile il confine fra un normale corteggiamento e la molestia sessuale, causando una vera e propria psicosi. Viene così in rilievo come il caso Weinstein sia la cartina di tornasole dell’attacco in corso contro l’identità maschile ed il ruolo del maschio nella società. Ma con ciò entra in crisi la stessa complementarità fra i sessi.
Insomma, ancora una volta un caso di cronaca diventa occasione per denunciare l’attacco contro l’uomo in corso nel nostro tempo.

 

22 marzo 2018

Libri. Il declino del sacro

di Paolo Filipazzi
Il declino del sacro. Rumore sociale, mass media e nichilismo: già dal titolo, questo agile libro, scritto da Marco Sambruna, giovane studioso fra le più brillanti firme del nostro blog, per i tipi delle Edizioni Radio Spada, si presenta in tutto la pregnanza delle tematiche trattate, riassumibili nella descrizione dell’avvento di una Nuova Religione e dell’abisso che la separa da tutto ciò che l'ha preceduta.

L’opera si articola in due parti.

La prima “verte sulla ricostruzione delle trasformazioni psichiche e antropologiche che hanno condotto alla momentanea nascita, affermazione e consolidamento della Nuova Religione laicista il cui tessuto connettivo è costituito proprio dal rumore sociale odierno”.
I primi tre capitoli di questa prima parte vertono sull’analisi di tre autori capitali del secolo scorso: Martin Heidegger, Vance Packard e Pier Paolo Pasolini. Attraverso tale analisi l’Autore esamina l’età contemporanea, operando anche una brillante sintesi dei rispettivi pensieri. Se Heidegger, attraverso la sua filosofia, analizza l’emergere della “dittatura della chiacchera” o “dittatura del Si”, che origina il rumore sociale in vista di un’omologazione funzionale , Vance Packard analizza le figure di persuasori occulti che vi hanno dato origine, tramite l’arma della pubblicità scientificamente fondata grazie all’inedita arma della ricerca motivazionale. Si arriva dunque a Pasolini che analizza le dinamiche per cui questa dittatura della chiacchiera, tramite scuola e televisione, abbia operato una colonizzazione culturale mai riuscita a nessun regime totalitario, dando origine a quello che l’intellettuale friulano chiamava “il Potere”, tanto più inquietante quanto più difficilmente individuabile.

Nei successivi capitoli si analizza come questa dittatura abbia portato dall’ ethos cristiano a quello consumista e poi da quest’ultimo a ad una vera e propria “nuova religione democratica”. In questo contesto la Chiesa ha deciso di configurarsi come un brand commerciale, concependo la fede nient’altro che come un prodotto commerciale, da piazzare tramite adeguate strategie di marketing che avrebbero dovuto renderlo più appetibile facendolo diventare il più possibile low cost. Non a caso il capitolo in cui si tratta di questo aspetto si intitola “Il marchio della Bestia. Distruzione del Cristianesimo”.

Nella seconda parte “saranno delineate le posizioni di alcuni uomini che con la loro riflessione hanno fornito statuto e giustificazione intellettuale alle sovrastrutture laiciste protese a condizionare la mente orientandola verso una sempre più audace autonomia dai legami con la tradizionale visione del mondo e con la trascendenza”.
Si inizia quindi con il pensiero debole che, paradossalmente individuando nella secolarizzazione il vero scopo del cristianesimo, presenta la Chiesa come un tradimento del medesimo e addirittura come un’entità anticristica, poi si passa al neopaganesimo, con particolare sguardo al pensiero di Salvatore Natoli, per concludere con la gnosi filosofica di Sergio Quinzio, che, con la sua radicale opposizione fra Regno e Mondo, vede nella Chiesa un tradimento del cristianesimo ed un suo asservimento a quel mondo che invece il cristiano dovrebbe combattere.
Il libro si conclude esaminando la natura fallimentare delle strategie di marketing operate dalla Chiesa da metà Novecento in poi.