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04 giugno 2018

Una lettera d'amore per gli italiani

di Alfredo Incollingo
Marcello Veneziani non ci sta. Si duole nel vedere tanti ragazzi che lasciano la nostra Patria per l'Europa o per gli altri cinque continenti, alla ricerca di un futuro sicuro e di una vita migliore. Diciamo la verità: l'Italia non è una nazione facile, non lo è più da molto tempo. Sfiduciati da uno Stato alieno e invisibile, che mette da parte i suoi cittadini per gli esterni, secondo una visione distorta di carità, i giovani italiani preferiscono sgobbare in Inghilterra o in Germania, facendo lavori umili. Non fuggono solo laureati o ricercatori universitari. In Lettera agli italiani: per quelli che vogliono farla finita con questo paese (Marsilio, 2015), Veneziani chiede ai nostri ragazzi di fermarsi un attimo per leggere una lunga epistola. È una riflessione che l'autore fa sull'identità italiana e su tutto che essa concerne (costume, cultura...). Prima di andar via, sembra affermare Veneziani, rifletti sulla tua Patria: la bellezza del paesaggio e delle città, il cattolicesimo, la lingua o i grandi astri della nostra letteratura. Tanti hanno pensato, almeno una volta nella vita, di farla finita con l'Italia, ma sono parole alle volte espresse con nervosismo e con rabbia di fronte alle evidenti difficoltà. Non si può nascondere chi siamo e da dove veniamo, un luogo che è difficile da lasciare. Eppure, tanti partono via, sognando una vita agevole all'estero. Veneziani non li vuole fermare, perché ognuno è libero di vivere ramingo per il pianeta, ma vuole spiegare perché vale la pena rimanere in Italia, senza arrendersi al declino circostante.

 

19 novembre 2017

L’Italia che si suicida e quella che resiste


di Isidoro D'Anna

A metà ottobre 2017, il giornalista e scrittore Antonio Socci si è soffermato su una triste vicenda per denunciare l’ingiustizia del governo nei confronti degli italiani.
Un uomo, che versava in gravi condizioni di salute, si è fatto portare da persone ben sollecite in una clinica svizzera per il suicidio assistito. In quel luogo di sterminio, il giorno 11 ottobre si è disfatto del dono più grande ricevuto da Dio, la vita.
Si era dovuto fra l’altro scontrare con l’insensibilità delle istituzioni, che non lo avevano sostenuto economicamente nelle sue necessità di salute.
Socci prende lo spunto per ricordare, o ai più rivelare, come il governo stia trattando gli italiani e gli stranieri. Gli italiani con invalidità al 100% possono riuscire a ricevere una pensioncina irrisoria di circa 500 euro. Per ogni migrante, invece, lo Stato spende 35 euro al giorno se maggiorenne e 45 se minorenne, il che ammonta rispettivamente a 1.050 e 1.350 euro mensili.
Continua Socci: nel 2017 il governo ha stanziato 450 milioni a favore del fondo per la “non autosufficienza”, mentre ha destinato oltre mille volte di più, 4,6 miliardi, per i migranti.
La vicenda del veneto Loris Bertocco, che ha scelto il suicidio, non ferisce il cuore dei credenti meno dell’ingiustizia di chi ci governa.
Loris, chiamiamolo così, era nel giro degli italiani politicizzati di sinistra, e quindi forse non lo si può ritenere uno della gente comune. Ci ha lasciato un lungo e pubblico messaggio di commiato, nel quale si rivela tutta la desolazione di una vita senza Dio.
Racconta di aver «condiviso con i Verdi le grandi battaglie globali in difesa dell’ambiente e dei beni comuni, per la pace, contro gli ogm e sui mutamenti climatici, in difesa degli altri animali (anche attraverso la scelta vegetariana)». I primi animali, secondo questo infelice, saremmo noi e lui, perché per gli atei ogni bambino, uomo o donna non è che un animale. Per questo ha finito, coerentemente con la sua visione, per farsi ammazzare come un animale senz’anima. E ora la sua anima, per la Misericordia del Signore che non toglie la vita a nessuno, vive eternamente, ma dove? Avrà compiuto un estremo atto di contrizione, così da salvarsi dall’inferno?
Nella testimonianza che ci ha lasciato, Loris fa un resoconto minuzioso delle sue penose condizioni di salute e della sua vita. Tutto è vissuto nell’aridità totale, nella chiusura ossessiva verso Dio e la realtà spirituale.
Persino il matrimonio – civile? – da lui stretto con una donna, e poi regolarmente finito, viene descritto con toni che manifestano l’alienazione dell’ateo. È quasi un gioco di parole, visto che Marx sembrava tanto preoccuparsi dell’alienazione dovuta al capitalismo.
Usando parole adatte a un animale o a un vegetale, il poveretto scrive che l’allontanamento dalla moglie è stato «difficile da metabolizzare». Guarda caso la signora, commentando la fine dell’ex marito, usa lo stesso termine in quello che è una specie di elogio: «Loris ha avuto l’illuminazione di darci il tempo di metabolizzare la sua decisione. Ci ha dato il tempo di riflettere». Il loro, insomma, è stato uno scambio dalle forti implicazioni metaboliche. E ora che cosa rimane? Neanche le ceneri a cui il povero Loris ha fatto ridurre la sua salma, perché una delle sue ultime volontà è stata di spargerle nel giardino di casa.
Nel suo ultimo messaggio da cui abbiamo citato, Loris si accora perché altri possano ammazzarsi ed essere ammazzati: «Il mio appello è che si approvi al più presto una buona legge sull’accompagnamento alla morte volontaria (ad esempio, come accade in Svizzera), perché fino all’ultimo la vita va rispettata e garantita nella sua dignità». Rispetto e dignità della vita sono, per la mente perduta dell’ateo, la possibilità di suicidarsi con l’aiuto dello Stato.
Infine, c’è un fatto che rincuora in tutta la vicenda, ma appartiene ad un’altra persona, nelle sue vesti di magistrato. Si legge infatti tra le notizie di questi ultimi giorni: «Il procuratore capo di Venezia, Bruno Cherchi, ha comunicato che la Procura ha aperto un fascicolo d’indagine per il momento contro ignoti. L’ipotesi di reato è basata sull’articolo 580 del codice penale, “istigazione o aiuto al suicidio”, nella parte che riguarda l’aiuto che, nel caso specifico, Loris Bertocco avrebbe ricevuto per morire».
Magari esistono magistrati i quali, si spera per fede cristiana, stimano la vita più della morte, sia in senso fisico che spirituale. E così riportano l’aspetto istituzionale e quello personale sul piano della retta coscienza.
Ai sofferenti, ai disperati e anche agli ostinati, non smettiamo però di ricordare che Dio si è fatto uomo e ha dato la vita sulla croce per noi. E questa croce, così pesante e amara in sé, Dio la trasforma in salvezza per noi e per gli altri, se solo abbiamo fede.

https://lucechesorge.org/2017/10/30/litalia-che-si-suicida-e-quella-che-resiste/



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10 ottobre 2017

La sinistra che detesta gli italiani

di Giuliano Guzzo
Niente. Non si danno pace, a sinistra, per la mancata approvazione, almeno per ora, dello ius soli, che da proposta di legge è divenuto «diritto inalienabile», «dovere civile», «imperativo morale», qualcosa rispetto al quale, ormai, il solo dubbio grida vendetta al cielo. Di qui gli appelli, gli scioperi della fame e tutto il resto. Il motivo di tanta passione, come noto, è anzitutto elettoralistico: in assenza del favore straniero – si pensi a Beppe Sala, che a Milano la spuntò solo grazie alle comunità cinese e mussulmana –, i progressisti sono spacciati, ragion per cui aspirano a guadagnarsene il più possibile il voto, ove possibile chiaramente; i romeni, per dire, hanno in genere forti difficoltà a votare a sinistra («per loro sinistra-uguale-Ceausescu», osservava anni fa il sociologo Ilvo Diamanti), mentre l’africanizzazione della penisola, per i progressisti, è una manna.

Parallelamente alla canonizzazione del migrante, il fronte progressista sta da tempo sviluppando un’altra tendenza: quella della sempre più faticosa sopportazione del popolo italiano, nel quale intravede tante mancanze. La prima è quella di essere sempre più scettico proprio sullo ius soli: i favorevoli a questa svolta, che nel 2011 erano il 71%, oggi sono meno del 45%. Inoltre gli italiani, mandando su tutte le furie i paladini del progresso, ritengono esista un’associazione fra immigrazione e criminalità. Cosa peraltro vera, come conferma il sociologo Luca Ricolfi, non certo liquidabile come reazionario: «Su 28 paesi europei di cui si hanno i dati, il tasso di criminalità relativo degli stranieri è sempre (tranne in Irlanda e in Lettonia) superiore rispetto a quello dei nativi. In media gli stranieri delinquono 4 volte di più, con punte di 12 in Grecia, 7 in Polonia, 6 in Italia, 5 nelle civilissime Svezia, Austria Olanda» (Il Sole24Ore, 26.6.2017).
Lo scetticismo del popolo verso l’immigrazione odierna è dunque più giustificato, eppure per la cultura di sinistra il problema – come sprezzantemente afferma lo scrittore Andrea Camilleri – è che gli italiani sono «un popolo di razzisti».

Anche fosse vero, e non abbiamo un dato che suffraghi il dilagare di atti razzisti in Italia, rimane però il fatto, come si diceva, che l’immigrazione è pressoché ovunque associata a più delinquenza: come la mettiamo? Tutto il globo terracqueo è segretamente razzista o forse sono i «sinceri democratici» ad essere miopi? Ai lettori la sentenza. Intanto, monta a sinistra il rancore verso il popolo italiano, che non solo non ha mai votato compattamente i progressisti, dei quali si ricordano solo vittorie millimetriche, ma non intende svendere la propria identità. Sorge così il dubbio che l’agevolata cittadinanza agli stranieri sia solo uno stratagemma dei progressisti che, se solo potessero, oggi come oggi la toglierebbero ai nativi.
 

01 giugno 2017

Italia. L'anima del bel Paese

di Alfredo Incollingo

Dicono che l'Italia sia il Bel Paese, il più bello di tutti. C'è buon cibo, un buon clima e la gente è cordiale e amante dell'arte. Qualcuno suppone che gli italiani siano anche passionali in amore. “De gustibus non disputandum est”. C'è una frase che riverbera da decenni e che meglio di tutte riesce a descrivere cosa significa essere italiani. La proferì l’arci-italiano Benito Mussolini e niente può negare il suo valore. Fu incisa non a caso in cima al Palazzo della Civiltà Italiana (noto come “Colosseo Quadrato”) e tuttora all'Eur, a Roma, è possibile leggerla. La furia devastatrice antifascista l'ha per nostra fortuna risparmiata. “Un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori”. Verità fondate.

L’Italia, in un certo senso, è sempre esistita. Non nasce di certo con l’unificazione del 1861, come vorrebbero le sinistre. E neppure muore con essa, come sostengono taluni retrogradi neo-borbonici. L’Italia ha il suo bel nome stampato a caratteri indelebili sulle pagine del Testo Sacro. Scovate voi, cari lettori, esattamente dove e meditateci sopra…Ma sono tanti, troppi forse i primati, umani e cristiani che l’Italia vanta davanti al mondo intero. Il Bel Paese ha regalato al mondo molti tra i migliori geni nelle arti, nelle scienze, nella santità.

Potremmo fare i classici nomi dei grandi della cultura italiana, ma sarebbe ridondante. Dobbiamo invece tener presente che, al di là dei giudizi di qualche politicante del Nord Europa, l'Italia ha avuto e ha ancora una missione nella storia: la civiltà e la difesa della fede. Nessuna nazione come la nostra ha rappresentato un faro tra le genti. Per millenni la sedimentazione di simboli, lingue, culture e varietà ha creato un prodotto umano che nessun continente e nessuna nazione potrebbe mai rivendicare, neanche con le leve minacciose della “moneta unica”.

Com'è possibile che sia avvenuto in Italia e non in Francia o in Germania? Pare un mistero insondabile che qualche tecnico dell'antropologia o della storiografia potrebbe tentare di spiegare, ma in fin dei conti solo Dio sa il perché. La Provvidenza ha agito in modo tale che, mentre Israele annunciasse la venuta del Messia all'umanità, l'Italia (il suo cuore: Roma) preparasse il terreno affinché la Parola di Dio fosse accolta e germogliasse: l'impero.

Il principato e il sacerdozio ritrovarono nella regalità di Cristo l'unione metafisica fondamentale per riequilibrare la società. Solo a Roma ciò avvenne perché qui la tradizione regale e religiosa era tale da favorirlo. La Chiesa Cattolica trova la sua legittimità nel Vangelo, nel seggio di San Pietro e nell'aver rivitalizzato la missione civilizzatrice della romanità. “Onde Cristo è romano…”. Ma la realtà italiana non si può ridurre alla sola Roma, poiché la sua varietà sarebbe tradita. Gli indoeuropei rimandano alla dimensione eurasiatica, così come il lascito arabo al mondo mediorientale.

L'Italia si ritrova a essere il centro del mondo, quel Centro perduto e ritrovato con il cattolicesimo. Non è un caso se l'Ombellico del Mondo si trova tra il Piemonte e la Lombardia, il paese di Cortemilia. Questo è una centralità geografica che non inficia quella spirituale che è a Roma. San Pietro si recò nell'Urbe affinché i tempi si compissero perché Cristo aveva chiesto di rispettare e non di abbattere il governo umano. L'Impero era stato preparato per diffondere la verità cristiana, come ci assicurano gi italianissimi Dante e Tommaso d’Aquino. Solo con il Vangelo l'italianità seppe riassumere i suoi caratteri storici e meta-storici dando un senso unico e universale alla sua missione. Nella tradizione popolare così come in quella colta le forme sono destinate a parlare di Dio, al di là della loro origine. Si può parlare di riciclo o di usurpazione, ma ciò che emerge chiaramente nello spirito italiano è la continuità di una tradizione iniziata nel 753 a.C. e perfezionata con il cattolicesimo. E' forse ingiusto ingabbiare la romanità nell'aggettivo “italiano”, ma solo così si può comprendere l'origine divina del Bel Paese. Dio – Italia – Famiglia: questo sia lo slogan dei nuovi missionari del XXI secolo. E per tutti coloro che non si arrendono al rullo compressore della modernità e del nichilismo.

 

31 maggio 2017

Fotografia di un’Italia che muore (abortita)

di Giorgio Enrico Cavallo

Siamo un paese senza figli. E fin qui niente di nuovo: lo si ripete da anni, ma vabbè, dai, siamo seri: i problemi sono altri. E pure chi capisce che i problemi sociali hanno anche una profondissima radice demografica, si trova davanti ad ostacoli concreti quali, ad esempio, la torchiatura del leviatano fiscale, che e dai e dai finisce per portarsi via tutto. E figuriamoci fare figli. Li farà qualcun altro, i figli. Già, ma chi?
Andiamo a farci un giro in campagna. Fa bel tempo, la primavera si è travestita da estate tant’è che abbiamo a maggio dei giorni tipici di luglio. Eh, dai, andiamo in campagna. O in montagna. O dove volete voi, purché non scegliate le mete blasonate e note. Lì non vale. Andate nella provincia, quella lontana dagli svincoli autostradali o quella che, per qualche misteriosa ragione, è stata dimenticata dai turisti, dall’industria, dai suoi stessi residenti. Andateci. Da buon piemontese, vi consiglio alcune mete: ad esempio, il Monferrato Casalese. È semplicemente meraviglioso (no, non mi pagano per dirlo). Paesaggi splendidi, vino ottimo, salumi eccellenti. Paesi fantasma.

Parlate con i residenti, emergerà che il problema principale è lo spopolamento: lì i giovani non vogliono più vivere. Quando ci sono, i giovani: perché ci sta anche che qualche ragazzo se ne vada via. Generazioni di italiani sono andate a lavorare lontano, ma le famiglie un tempo avevano anche otto, dieci, dodici figli. Oggi se va bene – se va bene – ce n’è uno solo per coppia. Un caso? Andate a farvi un giro per Asti. O per il Vercellese. Andate e contate i negozi e i balconi su cui c’è scritto «Vendesi». Altra provincia ancora, stesso scenario: andate nelle montagne cuneesi. Andate nella splendida Val Tanaro. Una valle selvaggia, rude, di una solennità ancestrale: nella sua roccia sono impresse le storie di antichi cavalieri medievali e di guerrieri saraceni. Ebbene: fatevi un giro per vedere come è oggi la Val Tanaro. E se vi avventurate per le montagne – non solo qui, ma in tutto l’arco alpino – vedrete tra gli alberi interi paesi completamente spopolati. Paesi fantasma. Paesi meravigliosi, come meraviglioso sa essere un borgo costruito con il sudore della fronte di montanari silenziosi e cocciuti, capaci di costruire la propria casa da soli – da soli! – senza architetti, ingegneri, geometri, periti e chi più ne ha più ne metta. Oggi, di questi antichi uomini restano i fantasmi spersi tra le borgate deserte.

Direte voi: ma chi vivrebbe in mezzo ai monti, lontano dai negozi, dalla comodità della città, con i suoi trambusti, il suo smog, la sua frenesia? Boh, non so voi ma io personalmente ci vivrei. Ci metterei la firma, anche a costo di farmi un’ora di auto ogni giorno per lavorare. Peccato che in montagna oltre al lavoro manchino i servizi basilari, due tra tutti: scuole ed ospedali. Ci sarebbero ancora, così come ci sarebbe ancora il lavoro, se non avessimo abbandonato le montagne a se stesse. E ormai chi può ritornare sui monti sono solo i proverbiali quattro pellegrini. Ma non soltanto in montagna. Anche in pianura ci sono le ghost-town. Sembrano uscite da un film di Sergio Leone. La Pianura Padana è disseminata di questi borghetti dove si e no ci saranno un decimo degli abitanti di un tempo. A fianco, l’autostrada che ha rovinato il sonno dei residenti. O l’immancabile supermercato, il capannone che vende piscine, decori da giardino, elevatori, gomme, cucine. Tutta fuffa: per andare al primo ospedale degno di questo nome, ti devi fare mezza regione. Nel mentre, puoi rimetterci la pelle. Non parliamo del treno, che con la storia dell’alta velocità ha derubricato le stanzioncine di paese ad un ridicolo retaggio del passato: tanto, qui sale soltanto un’anziana coppia di vecchietti. Si prendano il frecciarossa, ‘sti pezzenti, e muovano le gambine fino alla stazione del capoluogo.

Ma dove sono finiti i residenti? Non basta dire che si sono spostati in città, perché anche le città rivelano un calo demografico. È meno evidente, perché sono più grandi; ma il calo c’è, eccome. Non si può certamente dire che tutti gli assenti all’appello abbiano preso l’aereo e siano all’estero. La verità è che questi residenti non sono mai esistiti. È il calo demografico, bellezza: a furia di non far figli, i paesi diventano dei ruderi. Volete i dati? Secondo l’Istat, sono 485.780 i nati nel 2015 (-17mila rispetto 2014); 1,35 in media i figli per donna; 31,7 anni l’età del parto. Le proiezioni per i prossimi anni non sono rosee; tutt’altro: sempre secondo l’Istat, di qui al 2065 le nascite non aumenteranno mai. Diminuiranno sempre.

Sempre, capite? E noi lo sappiamo, visto che il fenomeno è già evidente ed allarmante, ma lorsignori che governano questo sventurato paese non se ne curano affatto. Ci aveva provato il ministro Lorenzin con il Fertility Day: ricorderete com’è andata a finire, pure con le prese di distanza dell’allora premier Renzi. Tragicomico Fertility Day, volutamente silurato da una politica fatta di nani e ballerine incapaci di guardare all’anno prossimo; figuriamoci se riescono a vedere al prossimo decennio, o addirittura al prossimo secolo. Lo sappiamo: nelle stanze del potere si pensa alla promozione della – sterile – “cultura gay” e a coccolare quegli immigrati che “faranno i lavori che noi non facciamo più”. Compreso, evidentemente, il lavoro che si fa a letto per ripopolare un paese in inverno demografico. In pratica, signori, il mondo della politica se ne fotte – perdonate il francesismo – dei cittadini e del futuro del paese. E allora ben venga il popolo che ricorda, dal basso, la drammaticità del problema: ben venga la Marcia per la Vita, ben venga il Family Day. Ben vengano tutti coloro che ricordano che la vitalità di un paese passa dai suoi figli. Non certamente dalle assurde astrazioni chiamate “progresso” o “riforme”: parole che in quanto astratte non vogliono dire niente, se slegate da qualcosa di concreto.

Fatevelo, dunque, un giro in montagna o sulle colline. Fatevelo, magari nel ponte del 2 giugno. E fatevi due domande. Quanto credete che possa durare, un paese così? Quanto credete che possa durare lo status quo di una nazione senza figli, di una società senza figli, di una cultura senza figli? Perché se crolla un paese la sua società andrà a gambe all’aria e la sua cultura, talvolta millenaria, scomparirà. Siamo destinati a questo: a scomparire. Sì, leggete questa parola, sillabatela, ripetetela come un mantra: scomparire.

Adesso occorre parlarci chiaro. Perché “inverno demografico” e “calo demografico” sono definizioni imprecise. Imprecise perché volutamente non chiamano le cose con il loro nome. Spesso le culle sono svuotate da uno spettro chiamato aborto. Parola tabù, perché non si può dire che uno è contro l’aborto. Ci sono i diritti delle donne, di mezzo. Già. Dei diritti dei bambini, invece? Fatto sta che l’aborto ci ha privato di milioni di giovani vite. Forse, avrebbero vissuto in quei paesi abbandonati. Forse, sarebbero stati uomini e donne che avrebbero salvato una comunità dall’estinzione. Forse. Invece, li abbiamo ammazzati. Ammazzati. Crimine atroce, barbaro, che si ripercuote sulla geografia antropica di un paese. E che rivela tutta la disperazione di una nazione che si priva del proprio futuro per continuare a boccheggiare nel suo drammatico presente. Come se ci fosse una via d’uscita; come se prima o poi un politico (risata sarcastica) si svegliasse una mattina con il proposito di aiutare concretamente le famiglie e le aziende. Anche le aziende, sì, perché nell’ammuffito panorama lavorativo italiano, già un giovane fa fatica ad avere uno stipendio degno di tal nome; figuriamoci poi una ragazza sposata. O che scopre di essere incinta.

Per aiutare la famiglia a far figli, bisogna parallelamente aiutare tutto il tessuto sociale: non basta il Fertility Day. Non bastano le parole. Servono i fatti. Serve la concretezza, e questa si ha solo se si concepisce la politica come la più alta forma di carità (Paolo VI docet), e non come un cadreghino da legarsi al fondoschiena. In attesa (altra risatina) che sulla scena politica arrivi questo fantomatico Veltro dantesco, non resta che affidarsi alla fede. Perché in fondo l’uomo ha smesso di pregare, di aver fede, di credere che un figlio non è un fardello ma una benedizione del Cielo, e se è una benedizione Dio non mancherà di aiutarlo. Follia? Forse, ma è una follia basata sull’affidamento alla Provvidenza divina: e non c’è follia migliore di questa.

 

28 ottobre 2016

Il diplomatico\1. Barack e burattini.


Inauguriamo con questo articolo la nuova rubrica dedicata all'attività di Joseph de Maistre come diplomatico, in una fase storica in cui diventa sempre più importante approfondire le questioni relative alla politica internazionale . La rubrica sarà periodicamente aggiornata dai nostri collaboratori esperti di relazioni internazionali.

di Alessandro Rico
Si ringrazia Fabio Petrucci per la preziosa consulenza

Sorrisi, strette di mano, siparietti, eccellenze italiane, cena di gala, Barack e burattini. Cosa c’è dietro la luna di miele tre Renzi e Obama? Cosa c’entrano la Clinton Foundation, la NATO, Mosul e un gasdotto?

Una panoramica della situazione
Facciamo un passo alla volta. Come tutti sapete, Renzi è volato negli Stati Uniti, dove il Presidente uscente Barack Obama lo ha accolto con tutti gli onori e gli ha dedicato l’ultima cena ufficiale del suo secondo mandato. L’8 novembre ci saranno le elezioni e, salvo sorprese, Hillary Clinton dovrebbe spuntarla (resta, comunque, l’incognita del Congresso, dove i Repubblicani potrebbero conquistare la maggioranza dei seggi e quindi ostacolare l’attività del governo, anche respingendo i veti del Presidente). Nel frattempo, manco fossimo nella terza stagione di House of Cards, dove Frank Underwood s’inventa una guerra ai terroristi nella speranza di condizionare gli elettori, gli USA hanno avviato la riconquista di Mosul, sostenendo una eterogena coalizione costituita da turchi, peshmerga, milizie irachene sciite e pure, particolare non secondario, appoggio logistico ed elicotteristico italiano. Già da qualche settimana, poi, si vanno deteriorando i tesi rapporti con la Russia, finché, pochi giorni fa, la NATO ha annunciato l’invio di un contingente nei Paesi baltici (ovvero, ai confini russi) entro il 2018, contingente che, in caso di conflitto, sarebbe guidato proprio dall’Italia. Un’altra circostanza di cui tenere conto sono le ripetute manifestazioni di insofferenza da parte di Renzi nei confronti della leadership tedesca dell’Unione Europea: lo strappo sui migranti nel mese di settembre, le continue richieste di flessibilità, le critiche all’austerity, la riprensiva contro i “tecnocrati”, quando Bruxelles ha pensato di censurare la finanziaria con una missiva.

Renzi corteggia Obama; e Obama ci sta…
Insomma, sembrerebbe che il nostro premier stia facendo di tutto per smarcarsi dall’Europa del rigore. E l’unico modo per dribblare la Merkel è convincere il Presidente della principale potenza occidentale a sostenerlo nella lotta per una politica economica più rilassata, che al governo italiano ovviamente farebbe aggio, in vista delle elezioni politiche del 2017 (Renzi ha già varato una finanziaria di elargizioni in prospettiva del referendum; figuriamoci quello che potrebbe progettare per la prossima, cruciale scadenza, a riforma costituzionale e legge elettorale incassate). A Obama il corteggiamento dell’Italia va particolarmente a genio. Innanzitutto, è sempre stata sua intenzione spingere l’Europa a cambiare rotta, a stimolare i consumi, magari con la speranza di invadere il mercato del Vecchio Continente con prodotti americani, grazie al TTIP. In secondo luogo, un riallineamento dell’Italia toglierebbe di mezzo quello che è stato spesso un concorrente scomodo nel teatro mediorientale (si pensi, a titolo di esempio, alla crisi di Sigonella): in un colpo solo, Obama compatterebbe gli alleati europei per operare in Libia, Siria e Iraq, assicurandosi un prezioso appoggio nella guerra (ancora asimmetrica) alla Russia di Putin. Il fatto che l’Alto Rappresentante UE per gli affari esteri, la nostra Federica Mogherini, faccia parte da anni di quelle istituzioni sovranazionali che rappresentano la longa manus degli Stati Uniti (FAO, Fondazione Italia USA, ecc.), non può che essere di ulteriore aiuto.
Non dimentichiamoci, però, che non certo da ieri Renzi flirta anche con i Clinton. È noto che nel 2013 il Ministero dell’Ambiente ha finanziato la Clinton Global Initiative con una somma forse non gigantesca, ma per citare Maccio Capatonda, sossempresoldi. La Clinton Fondation ha organizzato un incontro tra Renzi e Bill nel mese di aprile di quest’anno e poi una riunione a tre cui hanno preso parte gli stessi Renzi e Bill Clinton, con il nuovo Presidente argentino Macri. Evidentemente, il premier italiano confida nella vittoria di Hillary e nel fatto che quest’ultima, la quale pure ha avuto un passato di contrasti con Obama (che parrebbero oggi appianati), prosegua la politica di amicizia e sostegno al Bel Paese (e magari che convinca capitalisti americani a investire in Italia?).

Il sogno (infranto?) di Putin
Ovviamente, tutto ha un prezzo. E la spregiudicata strategia di Renzi fa dell’Italia una delle principali pedine sulla scacchiera che gli Stati Uniti stanno muovendo per impedire l’avvicinamento di Europa e Russia.
Non è un mistero che Putin sognasse l’integrazione del Vecchio Continente con la Russia, una sorta di Eurasia con un fulcro economico ed energetico: il mercato comune “da Lisbona a Vladivostock” e, ovviamente, la fornitura di gas, nel cui quadro doveva rientrare anche il gasdotto South Stream, per il quale aveva iniziato a spendersi il governo Berlusconi e che avrebbe dovuto collegare la Federazione Russa all’Italia, passando per la Grecia – stranamente, due dei Paesi colpiti più duramente dalla tempesta sui conti pubblici e lo spread. La Germania, d’altra parte, puntava soprattutto a un raddoppio del North Stream, in barba alle sanzioni anti-russe seguite all’annessione della Crimea (persino il Corriere della Sera, lo scorso anno, lamentava la doppiezza di Berlino e gettava sinistri sospetti sulla spartizione degli asset greci da parte di società private tedesche, mentre le istituzioni europee avevano chiaramente sabotato il South Stream).
In tutto ciò, gli Stati Uniti non potevano tollerare la dipendenza energetica europea da Mosca, né la prospettiva di una profonda integrazione economica tra Europa e Russia. Durante gli anni Novanta, gli USA hanno perseguito l’espansione della NATO verso Est, per schiacciare i russi entro i loro confini e costringerli a mollare la presa sul Vecchio Continente, sul quale gli americani avevano ben altre mire: in ballo c’erano l’importazione dei loro prodotti alimentari, che le normative sanitarie europee limitavano, oltre al dualismo tra le due grandi compagnie Boeing ed Airbus. E infatti Obama, intervistato dal bravo cameriere Federico Rampini su Repubblica, non si è fatto scappare l’occasione per rilanciare il TTIP, per ora affossato dall’aperta ostilità dell’opinione pubblica di molti Stati membri dell’UE, ai quali, nonostante tutto, i governi nazionali devono ancora in qualche modo rispondere.
L’opposizione degli Stati Uniti al South Stream, progetto avviato da Eni e Gazprom e poi esteso a compagnie francesi e tedesche, si è concretizzata in una serie di mosse strategiche, che alla fine hanno condotto alla rottura del partenariato industriale. Innanzitutto, c’è stata la doppia ondata di “rivoluzioni arancioni” in Ucraina, con la quale venne rovesciato il governo filorusso e il “granaio d’Europa” fu trasformato in una specie di avamposto o di muro simbolico tra Europa e Russia. Tuttora nel Donbass prosegue una sanguinosa guerriglia, che ovviamente le diplomazie e i media occidentali imputano alla brama di conquista dei russi; ma che la coalizione NATO a trazione americana ne sia la vera regista, è fatto ormai quasi acclarato, apertamente denunciato anche da un illustre studioso come John Mearsheimer su Foreign Affairs.
Dal canto loro, gli Stati Uniti hanno esercitato una forte pressione sulla Bulgaria, affinché impedisse il passaggio del gasdotto sul proprio territorio: innanzitutto, attraverso la Commissione Europea allora guidata da Manuel Barroso, che annunciò l’apertura di una procedura d’infrazione ai danni della Bulgaria per presunte irregolarità negli appalti (uscito dalle istituzioni europee, curiosa coincidenza, Barroso è stato premiato con un incarico da Goldman Sachs, la banca d’affari vicina alla Clinton); poi, nel 2014 fu addirittura il senatore repubblicano John McCain (quello che guarda caso ha annunciato che non voterà Trump) a incontrare il premier bulgaro, il quale in seguito annunciò il blocco dei lavori.
Alcuni cattolici sedicenti tradizionalisti, infettati dal morbo atlantista, come se vivessero ancora all’ombra del comunismo, ci hanno tenuto a spiegare che i poveri baltici e i poveri polacchi hanno le loro ragioni per temere l’espansionismo russo (in realtà è stata la NATO, come abbiamo già osservato, a muovere verso Est, con l’annessione di Paesi ex sovietici, in particolare quello del 2004, che incluse Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia, l’allargamento più grande della storia del Patto Atlantico). Tuttavia i fatti dimostrano che il vero obiettivo dietro queste manovre coincide soprattutto con gli interessi americani; con il proposito, cioè, di sottrarre l’Europa dalle “grinfie” del gas di Putin, magari per venderle il gas da argille prodotto negli USA e sponsorizzarne l’estrazione anche in alcuni Paesi europei. E indovinate un po’ qual è lo Stato del nostro continente con il più ingente quantitativo di giacimenti? Manco a farlo apposta, proprio la Polonia, storica nemica dei russi. Peraltro, visto il disastroso impatto ambientale dell’attività estrattiva, già da tre-quattro anni, nazioni come Austria, Regno Unito, Francia e Olanda hanno perso interesse per questa fonte di approvvigionamento energetico.
La campagna americana è riuscita a condizionare persino la Francia, messa alle strette sul piano economico, costretta a varare il classico piano di riforme in stile Troika, soffocata dall’emergenza sicurezza interna. Proprio la Francia, che nel 1966, per scelta di De Gaulle, abbandonò la NATO, salvo poi rientrarvi nel 2009, quando forse Sarkozy già puntava al beneplacito statunitense per le operazioni che avrebbe poi attuato in Libia contro Gheddafi (e contro gli interessi strategici dell’Italia). Putin, che si è detto meravigliato dalla retromarcia di Hollande, con il quale aveva provato a intavolare delle trattative per condurre un’offensiva comune ai danni dell’ISIS, durante l’ultimo Forum di Vladivostock ha chiaramente lasciato intendere che al momento la Russia sta guardando in un’altra direzione, all’Estremo Oriente: a un partenariato commerciale, energetico e infrastrutturale con Cina, Giappone e Corea del Sud.

Dalla Siria può cominciare una nuova guerra mondiale
Il teatro mediorientale è un altro degli aghi della bilancia, insieme all’Europa, nel conflitto USA-Russia. Nell’ultimo dibattito televisivo prima delle elezioni, Hillary Clinton si è detta favorevole all’istituzione di una no-fly zone sulla Siria: il che equivale quasi a dichiarare guerra ai russi, che colpiscono Aleppo con i loro raid aerei a sostegno di Assad. In Medio Oriente, gli obiettivi degli americani sono molto diversi. Innanzitutto, gli USA sono alleati dell’Arabia Saudita, con la quale, invece, la Russia non è in buoni rapporti. Inutile ricordare che Arabia e Qatar figurano tra i generosi finanziatori della Clinton Foundation e che, nondimeno, a nessun giornalista di grido è venuto in mente di denunciare, con la dovuta enfasi, che il probabile successore di Obama percepisce delle elargizioni dai principali sponsor del terrorismo islamico. È proprio grazie agli armamenti forniti dagli americani, che i sauditi hanno condotto la loro martellante campagna militare sullo Yemen, dove si intrecciano gli asti tra sunniti e sciiti e l’ostilità tra Arabia (che sostiene il governo) e Iran (che sostiene i ribelli Huthi).
D’altronde, la Clinton non è nuova ad ambigue frequentazioni: i leaks che i media ignorano spiegano anche perché Hillary si sia a lungo opposta all’inserimento di Boko Haram nella lista delle organizzazioni terroristiche, persino contro il parere di John Kerry. La Clinton Foundation era in affari con un magnate nigeriano, che premeva per un cambio di regime allo scopo di assicurarsi ricche commesse pubbliche. Gli Stati Uniti si rifiutarono di sostenere l’allora capo del governo  della Nigeria, Goodluck Jonathan, contro Boko Haram; sostegno che puntualmente è arrivato quando le elezioni hanno, prevedibilmente, premiato l’attuale presidente Buhari, nominato nel 2015.
È lampante che la presunta guerra al terrorismo degli Stati Uniti sia prevalentemente una farsa. L’offensiva su Mosul, che giunge a ridosso delle votazioni che dovrebbero, secondo i sondaggi, premiare la Clinton, non è niente più che un’accozzaglia di gruppi tenuti insieme a fatica da un comune nemico: per il resto, i peshmerga e i turchi sono ai ferri corti, gli sciiti lamentano l’ingerenza della Turchia, quest’ultima a sua volta teme l’indipendentismo curdo e, dopo la rottura con Putin, sembra essersi riallineata alla Russia (non ci scordiamo che, per dimensioni del suo esercito, la Turchia è la seconda potenza militare della NATO dopo gli USA). E infatti la riconquista di Mosul procede a rilento, nonostante i media celebrino in anticipo i trionfi della coalizione, mentre condannano le azioni della Russia e dell’esercito regolare siriano, senza remore e anche senza filtri, rilanciando spudoratamente le informazioni della propaganda dei ribelli anti-Assad,. E mentre giornali e telegiornali paventano il rischio che i combattenti dell’ISIS fuggano nascosti tra i civili, si viene colti dal sospetto che questa “fuga” sia in qualche modo favorita proprio dagli americani. Su AnalisiDifesa, in effetti, Gianandrea Gaiani accarezza l’ipotesi che i pullmini pieni di familiari dei membri del califfato, rifugiatisi a Raqqah, dimostrino come la coalizione voglia instradare l’ISIS verso la Siria per rintuzzare lo schieramento dei ribelli, ovviamente nella prospettiva di sabotare le operazioni militari guidate da Mosca e far cadere Assad.

USA e Russia, nemici naturali
L’Italia, su iniziativa del governo Renzi, si è impegnata su questo duplice fronte est-europeo e mediorientale (mesi fa abbiamo anche provato a guidare i difficili negoziati per la costituzione di un governo in Libia). Come tutto ciò possa promuovere i nostri interessi nazionali rimane un mistero, a meno che tali interessi non siano fatti coincidere con il capitale politico che Renzi vorrebbe spendere di qui al 2017. All’ultimo vertice europeo, Renzi e Mogherini hanno fatto in modo di ammorbidire la linea anti-russa di Germania, Francia e Gran Bretagna, scongiurando il pericolo di nuove sanzioni, che danneggerebbero ulteriormente le relazioni commerciali del nostro tessuto imprenditoriale con la Russia. Ma non si potrà a lungo dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Nel 2019 scadranno i contratti con l’Ucraina per il transito del gas e il Ministro per l’Energia russo ha già annunciato che il Turkish Stream, lanciato nel 2014 come alternativa al South Stream, sarà completato proprio in vista di quel termine. Ma prima di quel momento, Hillary Clinton potrebbe dare il via a un’escalation a partire proprio dalla Siria. E c’è da scommettere che Putin non starà a guardare.
Una delle tesi forti che vorremmo consegnare al lettore, in effetti, è che la politica non è solo questione di soldi e risorse economiche, ma anche e soprattutto di ideologie e narrazioni contrapposte. Fin qui abbiamo insistito molto sui retroscena legati alle forniture energetiche, agli affari di alcuni candidati nei Paesi destabilizzati, agli accordi commerciali; ma bisogna riconoscere che anche nel campo delle relazioni internazionali è necessario resistere al materialismo economicistico e indagare le cause profonde delle inimicizie tra i popoli. Stati Uniti e Russia sono nemici, nel senso schmittiano, perché entrambi sposano una qualche versione del “Destino manifesto”, l’idea di essere un popolo eletto, chiamato a redimere le sorti dell’umanità o a svolgere una funzione civilizzatrice, a costituire un nuovo ordine mondiale o a restaurare la gloria della Terza Roma. Ogni pedina che viene mossa mira a costringere all’angolo l’avversario, a ridurlo a piccolo potentato regionale, con alcune grosse incognite, come la Cina, che al momento sta a guardare, mantiene relazioni cordiali con entrambi, ma se da una parte mal sopporta l’egemonia americana, dall’altra è più volte entrata in rotta pure con la Russia (è una rivalità che i due Paesi si portano dietro almeno dal dualismo tra comunismo russo e comunismo asiatico, e dai negoziati che, negli anni Settanta, Kissinger intraprese con Pechino in funzione antisovietica).
Ci troviamo indubbiamente a un bivio fondamentale, ma l’impressione è che la nostra leadership ci stia trascinando alla deriva, in un’operazione molto pericolosa per la pace mondiale, se non addirittura suicida: è una coincidenza che in uno degli ultimi tweet, Hillary Clinton si sia messa a farneticare di codici nucleari?

 

14 luglio 2016

Ma l’Italia non è un Paese razzista


di Giuliano Guzzo

Si è ufficialmente costituita la Commissione Jo Cox contro l’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio presieduta dalla Presidente della Camera, che annuncia si metterà subito insieme agli altri componenti «al lavoro sul serio contro il razzismo», allo scopo «di individuare il fenomeno, riconoscerlo e poi mettere in campo misure per prevenirlo e contrastarlo». Ora, questa ennesima notizia – unitamente alla prolungata mediatica sui gravi fatti di Fermo – potrebbe alimentare il sospetto che il nostro Paese sia balia di sentimenti razzisti. Ebbene, fortunatamente non solo non è così, ma per quanto possono i dati collocano l’Italia fra i Paesi europei più tolleranti.

Infatti – posto che anche un solo episodio di razzismo va condannato con fermezza – se si vanno a vedere i numeri dell’annuale rapporto dell’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti dell’uomo (Odihr) dell’Osce – organizzazione per la sicurezza e la cooperazione che dal 2006 raccoglie e sistematizza informazioni e statistiche ricevute dagli Stati aderenti – si scopre in effetti come da un lato i casi di violenza segnalati siano in aumento, anche se questo è verosimilmente determinato da un sistema più efficiente di rilevazione e di comunicazione dei dati, ma, dall’altro, come il confronto fra altri importanti Paesi europei veda l’Italia particolarmente tollerante.

Gli episodi di razzismo e xenofobia segnalati nel nostro Paese nel 2014 ammontano difatti a poco più di 400 – per la precisione, 413 –, che è comunque un numero da non sottovalutare anche se molto più basso di quelli registrati in Francia (678), Finlandia (829), Germania (2.039), Svezia (2.768) e Regno Unito (43.113), tutti Paesi solitamente osannati come più avanzati e civili del nostro. Certo, si può sempre obiettare che questi dati possono risentire di una differente propensione, da Paese a Paese, alla segnalazione degli atti di violenza ma, a parte che la cosa è tutta da dimostrare, la discrepanza tra quanto rilevato in Italia rispetto agli altri Paesi è troppo elevata per essere spiegata solo così.

Più probabile appare invece l’ipotesi che questi dati – che riguardano segnalazioni effettive, ancorché non casi accertati, e non stati d’animo della popolazione o pensieri registrati da rilevazioni che poi, però, nulla dicono di fattuale – riflettano sostanzialmente la realtà di un Paese, il nostro, che per quante contraddizioni e problemi abbia, non si può certo considerare inospitale o dominato dalla xenofobia. Affermare tutto questo, sia chiaro, non significa abbassare la guardia o invitare a farlo nei confronti dell’intolleranza, ma semplicemente ribadire quanto affermava Indro Montanelli (1909-2001), uno che i pregi e limiti del nostro popolo li conosceva bene: «Gli italiani non sono razzisti, non è nel loro DNA».

https://giulianoguzzo.com/2016/07/13/ma-litalia-non-e-un-paese-razzista/
 

12 giugno 2016

Ci stiamo estinguendo, se volete segnarvelo

di Giuliano Guzzo
Non c’è bisogno di essere apocalittici, basta leggersi le sedici pagine dell’ultimo bilancio demografico Istat, diffuso ieri, per scoprire che «nel corso del 2015 il numero dei residenti ha registrato una diminuzione consistente per la prima volta negli ultimi novanta anni: il saldo complessivo è negativo per 130.061 unità. Il calo – viene precisato – riguarda esclusivamente la popolazione di cittadinanza italiana – 141.777 residenti in meno – mentre la popolazione straniera aumenta di 11.716 unità». In parole povere, gli Italiani stanno iniziando ad estinguersi: dopo aver smesso di fare figli, dopo aver preso ad invecchiare vertiginosamente, ora iniziano – iniziamo – a ridursi di numero.

Aspettate, perché le cattive notizie non sono ancora finite. Infatti, se gli italiani sono messi maluccio è anche perché il contributo positivo alla natalità delle donne straniere, per la prima volta, inizia a mostrare i segnali di un’inversione di tendenza: così, mentre l’incremento delle nascite registrato fino al 2008 era dovuto principalmente alle donne straniere, negli ultimi tre anni anche il numero di stranieri nati in Italia, pari a 72.096 nel 2015 (il 14,4% del totale dei nati), ha iniziato progressivamente a ridursi (-7.798 nati stranieri dal 2012): si prega di far pervenire la notizia all’allegra banda del «meno male che ci sono gli immigrati», del «gli stranieri ci salveranno» e dell’«evviva i nuovi italiani».

Nel caso a qualcuno fosse sfuggito, ospitiamo nel nostro Paese già più di 5 milioni di persone cittadinanza straniera (8,3% dei residenti a livello nazionale) eppure striamo sprofondando: se vogliamo raccontarci che è perché servono altri immigrati – e meno male che stanno arrivando i migranti (quasi tutti uomini: un affarone per la natalità!) -, possiamo farlo, chiaro, ma la realtà è questa, signori. Ed è una realtà che fa male, perché alimenta tanti, brutti interrogativi: chi pagherà, dopodomani, pensioni e sanità se viene a ridursi il numero di residenti (e contribuenti)? Faremo lavorare gli ottantenni? Innalzeremo ancora le tasse? Avvieremo un’eutanasia di massa? Acquisteremo neonati?

Dopo averci propinato la storiella dell’immigrazione come salvezza demografica, dopo aver facilitato in tutti i modi l’aborto (con Ru-486, EllaOne, ecc.), dopo aver picconato ulteriormente la famiglia con divorzio breve e unioni civili, direi che è il caso, cari politici, di iniziare a ricostruirla davvero, l’Italia, facendo semplicemente l’opposto di quanto avete fatto finora. Paesi come la Spagna sono difatti destinati a perdere, nei prossimi 50 anni, oltre 5 milioni di persone (cfr. Proyección de la Población de España 2014–2064, Instituto Nacional de Estadística) e noi rischiamo di non essere da meno. O forse l’idea di condurre le prossime campagne elettorali nelle case di riposo vi attira? In quel caso, continuate così.
 

02 giugno 2016

Buona festa della (fu) Repubblica Italiana


di Alessandro Rico

Il 2 giugno di settant’anni fa, il primo referendum a suffragio universale sanciva la fine della monarchia e la nascita della Repubblica Italiana. Anche questo episodio che all’apparenza è ormai parte della memoria nazionale condivisa, in realtà conserva le sue ombre, dai presunti brogli alla sostanziale spaccatura del Paese in un nord repubblicano e un sud monarchico. Ma quel che davvero preoccupa è la condizione di questa Repubblica che, se paragonata a Francia o Stati Uniti è relativamente giovane, eppure è sembrata da subito vecchia.
Non si tratta solo di forme di governo: gli ideali repubblicani avevano pure un nobile lignaggio, anche se soprattutto tra i non cattolici. La questione che più pesa, a settant’anni da quel 2 giugno 1946, è soprattutto il destino della carta costituzionale, che della Repubblica definisce l’architettura istituzionale, la distribuzione dei poteri e delle competenze. Diciamoci la verità: come la Repubblica, la Costituzione è nata vecchia – anzi, forse proprio la sclerosi costituzionale ha consegnato la Repubblica a una senescenza precoce. Di riforma si parla da decenni, qualche volta si è provato a realizzarla, con esisti disastrosi: dall’introduzione delle regioni, che ad oggi rappresentano la peggiore fucina di latrocini politici, al federalismo farlocco che ha aumentato le tasse, al tentativo di Berlusconi bocciato dal voto popolare nel 2006. Renzi ora parte probabilmente con un’inerzia favorevole, ma proprio il suo relativo successo, facilitato pure dall’insulsaggine delle opposizioni (quando non dalla loro malcelata connivenza), rischia di regalarci la peggiore riforma della Costituzione che potessimo immaginare. Una riforma che minaccia di trasformare la scricchiolante Repubblica democratica in una Repubblica carismatica.
La Costituzione è già negletta in alcuni dei suoi principi fondamentali: nel silenzio assordante del Capo dello Stato della Suprema Corte, che anzi, da tempo spinge in questa direzione, il governo Renzi è riuscito nel capolavoro di brutalizzare l’articolo 29 («La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio») con le unioni civili – senza per questo dimenticare che l’incapacità della classe politica a gestire la recessione economica aveva già inferto profonde ferite all’istituzione familiare. Se ciò non bastasse, ora Renzi si appresta a sfornare un Senato di lacchè nominati, organi di controllo subordinati all’esecutivo, una partecipazione popolare ai processi decisionali (che dovrebbe costituire proprio il nocciolo dell’idea repubblicana) fortemente limitata, ormai affidata solo alla corrispondenza carismatica tra “popolo” e leader, nonché una legge elettorale, che della riforma costituzionale è necessario complemento, che farà di ciò che rimarrà del Parlamento un feudo renziano. Altro che ebetino. Il Presidente del Consiglio e il suo fido alfiere Maria Elena Boschi sono dei veri furbacchioni, campioni di realismo cui non fa difetto una cinica attitudine: dire e disdire, fare e disfare. Come nel caso dei marò: Renzi è riuscito a riportare in patria anche Salvatore Girone, al prezzo dell’obbligo di firma quotidiano basato su un’accusa che in quattro anni nessuno ha mai formalizzato, ossia in violazione del principio pressoché universale dell’habeas corpus e del diritto penale italiano (e ciò non ha impedito all’India di inserire Finmeccanica nella lista nera delle sue commesse pubbliche).
Non posso non confessare un certo imbarazzo nel trovarmi a ripetere il ritornello che, nel corso degli anni, le cariatidi delle stantie istituzioni italiane, da Norberto Bobbio a Gustavo Zagrebelski, passando per Umberto Eco, Eugenio Scalfari e Stefano Rodotà, hanno biecamente agitato contro Berlusconi: «Siamo a rischio regime». Ma stavolta è vero: siamo a rischio regime. Un regime certamente lontano dai totalitarismi, che mobilitavano masse oggi ampiamente spoliticizzate, ma diverso pure dagli autoritarismi che tornano a farsi largo nello scacchiere internazionale, come Russia e Turchia. Sarà un regime all’italiana, fatto di leccapiedi, giornalai e intellettuali pubblici prostrati, il già traballante equilibrio dei poteri alterato in favore dell’esecutivo, mentre l’un tempo temibile magistratura e le altre vecchie concrezioni di interessi di casta verranno costrette ad accontentarsi delle briciole, qualche pensione d’oro o cooptazione tra le nuove gerarchie, come è già avvenuto ai tanti politici che anziché rottamare, Renzi ha riciclato. Lui, abile e spregiudicato come il giovane Mussolini.
Insomma, a settant’anni dalla nascita della Repubblica, la rivelazione di Scalfari, ironia della sorte, fondatore del giornale La Repubblica, che ha però confessato di aver votato per la monarchia, conferma soltanto che nel nostro Paese, in tutte le circostanze, è sempre valido l’adagio di Flaiano: «In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti».
 

06 maggio 2015

Basta Commedie: Dante era un cristiano medievale


di Francesco Mastromatteo 

Due giorni fa è stato celebrato il 750esimo anniversario della nascita di Dante Alighieri. Centinaia gli eventi in Italia ed all’estero per onorare il padre della Divina Commedia, uno dei pochi, anche se forse sbiaditi riferimenti culturali e identitari per una Nazione che fatica a individuare simboli e miti storico-culturali accettati da tutti.
 

24 settembre 2014

Pio IX, profilo di un beato


di Giacomo Catilina
Papa Pio IX, al secolo Giovanni Maria Mastai – Ferretti, fu uno di quei Pontefici che regnò più a lungo nella storia della Chiesa (secondo infatti solo a San Pietro), venendo eletto dal Conclave in un travagliato periodo come quello della rivoluzione italiana che, partendo dalle rivolte del 1848 e arrivando fino alla Breccia di Porta Pia del 1870, si intrecciò e si scontrò con le vicende di questo Beato.
 

15 settembre 2014

Un Rosario per l'Italia

di  don Mauro
Brescia, città vivace e un po' ingessata, provinciale e all'avanguardia, pudica e sfrontata, la città che si prepara a veder beatificato il suo Montini, ma intanto invita Kung l'eretico a discettare; la città che dà i natali alle Sentinelle in Piedi, ma dove la Giunta vota iniziative gay-friendly a porte chiuse e ne diffonde gli esiti con due mesi di ritardo in barba a trasparenza, rappresentanza e spirito della democrazia. In questa città trascurata e promettente venerdì sera si è avviata una nuova iniziativa di piazza: Rosario per l'Italia.

Venerdì, 12 settembre, data in cui ricorre la memoria della decisiva battaglia tra le truppe del principe polacco Giovanni III Sobiesky e le armate islamiche, scontro in cui non tanto gli uomini, quanto la potente mano di Maria Ausiliatrice è stata mossa a soccorso della civiltà. Mi piacerebbe che questo fosse chiaro e precisato: Vienna, Lepanto, Poitiers non sono nostalgici ricordi di guerre sante e  massacri più o meno benedetti, sono tappe di gratitudine verso il Cielo, per la protezione accordata di volta in volta al Popolo di Dio, quel Popolo chiamato a testimoniare la Carità e la Pace che è Cristo, ed a subire la persecuzione fino alla fine dei tempi. Questo popolo di era in era, onde non lasciarsi travolgere dalla apostasia o dalla violenza, torna a rivolgersi a sua Madre, al sicuro aiuto che il Figlio stesso ci ha lasciato mentre pendeva in croce. Ora a Brescia, urbe di Arnaldo e dei Tovini, qualcuno ha deciso di riprovarci, con la tenacia grezza ma mirata tipica di queste zone, qualcuno ha deciso che è giunto nuovamente il momento di invocare Maria per risolvere un problema che non è fatto primariamente di tasse, scuole, partiti, arcobaleni e veglie in piedi, ma piuttosto di fede, di civiltà e di spirito.

Rosario per l'Italia raccoglie un appello, l'appello che più di un intellettuale cattolico ha promosso negli ultimi mesi: pregare la Madonna per la salvezza dell'Italia e degli italiani, disperando ormai di qualsiasi troppo corrotta risorsa umana; un invito che in fondo nasce dalle stesse promesse di Maria a Fatima e non solo. Già don Bosco, che dell'Ausiliatrice dei cristiani fu devoto senza pari, e tanti santi con lui ricordavano il potere di intercessione pressoché smisurato che si lega alla preghiera del santo Rosario. E allora ecco lo scorso venerdì un drappello pronto a sfidare pioggia e freddo per radunarsi di fronte al portone del Duomo cittadino, incurante degli schiamazzi della movida in piazza, a pregare Maria e pregarla per l'Italia. Disposti a semicerchio, anzi, a dirla tutta, disposti a file di tre come le schiere angeliche del Giotto nella Cappella degli Scrovegni, i cinquanta convenuti, gente coinvolta alla spicciolata tra bacheche virtuali e parrocchiali, popolo che sale dal basso, giovani e adulti di ambienti diversi ma di fede condivisa, si sono lasciati guidare in una recita calma e meditata, aderente alle indicazioni della Lettera Apostolica Rosarium Virginis Mariae di san Giovanni Paolo II. Un lumino in mano, strappato dal vento; un'icona mariana verso cui rivolgersi; una lista di intenzioni preparate dagli organizzatori e annunciate dalla guida; la gioia di lucrare l'indulgenza plenaria per sé o per i propri defunti; un minuto di silenzio ad ogni mistero: Rosario per l'Italia non vuole essere una improvvisata né un gesto circoscritto, vuole essere invece una formula ben codificata, che possa diffondersi in tutta la Penisola secondo uno schema comune e facilmente riconoscibile, deve essere un impegno a promuovere simili preghiere nei nostri ambienti religiosi e domestici. Per questo le dedichiamo un articolo, vantando l'anteprima della notizia, ma soprattutto auspicando che possa essere un evento sempre più diffuso.
Fine della predica, sperando di avervi convinti, e di vedere presto in tutte le piazze e i cortili d'Italia i gruppi a semicerchio col lumino che si affidano alla Madonna, per strappare al Cielo quel soccorso invincibile, senza il quale è probabile che il nostro Paese non possa più farcela

Certo, mi direte, ma come si fa a promuovere Rosario per l’Italia? Su questo e sulle varie indicazioni tecniche ritorneremo a parlare fra pochissimi giorni, quando gli ideatori ci indirizzeranno al sito e a simili supporti. Per oggi basti esserci addentrati nello spirito della faccenda.


 

04 agosto 2014

Cattolici e italiani

di Fabrizio Cannone
Paolo Pasqualucci è un notevole intellettuale italiano, benché da molti anni residente in Irlanda, già ordinario di Filosofia del Diritto presso l’Università di Perugia. Finora ha prodotto una bibliografia cospicua e di alto rilievo scientifico, interessandosi con rara competenza a tematiche giusfilosofiche e politiche, ma anche teologiche e metafisiche. Qui vogliamo trattare di un saggio che Pasqualucci ha scritto nel 2013: “Unita e Cattolica. L’istanza etica del Risorgimento e il Rinnovamento dell’Unità d’Italia” (Edizioni Nuova Cultura, Roma 2013).

 

06 luglio 2014

La memoria negata. Un libro di Pucci Cipriani

di Enrico Maria Romano
L’intellettuale tradizionalista toscano Giuseppe (Pucci) Cipriani (Borgo San Lorenzo, 1944) offre, probabilmente per la prima volta, uno spaccato ben articolato e documentato degli ambienti, certamente variegati e non conformisti, del tradizionalismo cattolico italiano nel suo "La memoria negata. Appunti per una storia della tradizione cattolica in Italia" (Solfanelli, Chieti 2013, pp. 440, € 25). Il titolo dunque, quando parla della “tradizione cattolica”, fa riferimento al tradizionalismo cattolico italico, soprattutto toscano, e non alla ben più importante, universale e dogmatica Tradizione, intesa nel dogma quale fonte della Rivelazione divina accanto alla Sacra Scrittura. Se il titolo è quindi parzialmente equivoco, il contenuto è assai più vasto, interessante e vivace, riflettendo ad ogni pagina le impressioni dell’Autore, il quale ha vissuto in prima persona e dall’interno la nascita e lo sviluppo del cosiddetto tradizionalismo. Tale tradizionalismo va inteso sia a livello culturale che socio-politico come un ambiente che coniuga la difesa della fede cattolica integrale (e non annacquata) con la simpatia per le forme politiche e sociali dell’ancien régime, qui soprattutto nel senso degli Stati pre-unitari italiani e più in generale identifica la simpatia per tutte le battaglie di opposizione ai “progressi” della modernità occidentale (come il divorzio, l’aborto, la rivoluzione sessuale, la droga libera, l’abolizione delle case chiuse, etc. etc.).
 

29 maggio 2014

Consigli fraterni e italiani a Giorgia Meloni

di Federico Catani
Francamente ci aspettavamo di più. Il 3,66 % ottenuto da Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale alle elezioni europee di domenica scorsa non ha permesso ai suoi candidati di andare a Strasburgo. Un vero peccato. Certo è che, rispetto alle elezioni del 2013, gli elettori sono abbondantemente raddoppiati, diventando 1 milione, e in ben 350mila hanno dato la loro preferenza a Giorgia Meloni. Un risultato, questo, che incoraggia a non mollare e ad andare avanti. E proprio perché bisogna proseguire per la strada intrapresa, il sottoscritto si permette, da italiano, di dare alcuni consigli fraterni alla Meloni e alla classe dirigente di FdI-An, specialmente dopo alcuni gravissimi errori (ma sarebbe meglio dire colpe) commessi.

L’idea di costruire un Partito della Nazione, che sia erede della gloriosa storia del Movimento Sociale Italiano, è ottima. L’Italia ha infatti urgente bisogno di ricostruire la destra, quella vera. Il richiamo ad Alleanza Nazionale è pure buono, se con essa ci si vuole rivolgere a tutti quegli italiani innamorati del proprio Paese, purché ovviamente, non ci si snaturi troppo. Sappiamo tutti, infatti, come e perché è finita An e c'è da dire che anche alcune premesse della neonata formazione politica lasciano alquanto a desiderare… C'è da chiedersi però come mai tanti elettori di destra abbiano votato, in questa tornata elettorale, Lega Nord. I dirigenti di FdI-An dovrebbero farsi qualche domanda e trovare pure facili risposte. È del tutto evidente, infatti, che l’ottimo Matteo Salvini ha giocato all’attacco, sin da subito, mentre la Meloni ha inseguito e arrancato. Certamente bisogna considerare che il primo congresso di Fratelli d’Italia-An è stato celebrato solo il 9 marzo, mentre la Lega è già rodata. D’altra parte, è comunque innegabile che molte prese di posizione forti (vedi ad esempio la battaglia contro l’euro) sono arrivate un po’ tardi e sono state anche un po’ troppo sotto tono e scarsamente motivate, cosicché non hanno convinto appieno l’elettorato di stampo conservatore. Per ripartire con slancio e rinnovato vigore, occorre quindi tenere a mente alcuni punti fermi.

Innanzitutto, visto anche l’esito delle ultime elezioni a livello europeo, è necessario rafforzare convintamente e decisamente le posizioni euroscettiche. Dire NO all’euro, all’Europa delle banche, della finanza, del Gruppo Bilderberg, dei poteri forti e della massoneria è ormai un imperativo morale per una formazione che voglia essere autenticamente di destra. Bisogna rivendicare la sovranità nazionale in tutti i campi, compreso quello monetario, per costruire la vera Europa, quella dei popoli e delle nazioni. La Lega su questo è stata chiara e coerente, non ha ceduto a tentennamenti né a sciocche paure di impopolarità e difatti ha ottenuto consensi. Un partito della Nazione che si rispetti non può che fare altrettanto e non può che distaccarsi con forza dal PPE. Sarà la storia a dar ragione agli euroscettici, dobbiamo starne certi. Per cui, avanti su questa strada, con convinzione.

Altro punto su cui non si può restare indietro sono i quesiti referendari che la Lega propone. Su immigrazione, legge Mancino, legge Fornero e anche, perché no, sulla prostituzione, Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale non deve restare alla finestra. Anzi, c’è da chiedersi perché finora tutti sono rimasti a guardare. Si tratta infatti di battaglie tipicamente destrorse. Un partito della Nazione non può non contrastare amnistie, decreti “svuota-carceri”, immigrazione clandestina, discriminazioni positive degli extracomunitari e via discorrendo. E non deve nemmeno dimenticare la giustizia sociale e l’attenzione verso i più deboli. La destra italiana è stata sempre anche sociale, non dimentichiamolo. Sulla scorta di tutto ciò, anche per ricostruire un polo di “destra-centro” credibile, occorre collaborare con Matteo Salvini. E questo, pare lo si sia capito. Il modello, oltre al Front National di Marine Le Pen, dovrebbe essere il partito Fidesz del premier ungherese Viktor Orban, sebbene si collochi nel Partito Popolare Europeo.

Non si può poi tralasciare il Cattolicesimo. Certo, i tempi che corrono, soprattutto Oltretevere, non sono entusiasmanti. Ma una autentica destra italiana ha il dovere di attuare fattivamente la dottrina sociale della Chiesa. Su questo punto FdI-An sembra aver fatto più enunciazioni di principio che altro, mettendo in secondo piano battaglie che oggi sono vitali. Anzi, con lo squallido voto a favore del divorzio breve, il partito si è macchiato di una gravissima colpa, che esige subito una riparazione. Il vecchio Msi era contro il divorzio e l'unità della famiglia è sempre stata un punto cardine dei programmi delle destre: vergogna La Russa! Vergogna Meloni! Se si è contro questa Europa di massoni e speculatori finanziari, lo si è anche perché questa Europa non è quella di Carlo Magno, né quella di s. Pio V o del b. Innocenzo XI, ma un’Europa che mira alla creazione di una Res Publica giacobina e sincretista, in cui ogni differenza viene annullata in nome di un mondialismo senz’anima che disgrega i valori della civiltà cristiana. All’Europa del denaro e del mercato, si deve opporre quella dello spirito cavalleresco e crociato, quella, per l’appunto, degli Stati nazionali cattolici e dei Comuni. Giorgia Meloni e collaboratori dovrebbero essere molto, ma molto più attivi nell’ambito dei temi etici, dalla difesa della vita a quella della famiglia (la famiglia naturale e indissolubile, fondata sul matrimonio!!!), dall’opposizione all’ideologia del gender alla lotta contro la dittatura omosessualista: peraltro si tratta di battaglie di buon senso, condivisibili anche da chi cattolico non è. Vi sarebbero tante possibilità di organizzare incontri, conferenze, scuole di formazione, in collaborazione con tante buone associazioni cattoliche non progressiste che potrebbero dare una mano: perché lasciare questo merito ai neodemocristiani del Nuovo Centrodestra, che governano con Renzi e difendono questa Unione Europea all’insegna di un deleterio moderatismo?

Importante è anche la politica estera, da fondare sugli interessi nazionali e non su quelli di altri Stati. Ridimensionare l’occidentalismo filo-Usa e filo-Israele, senza peraltro diventare filoislamici, è oggi indispensabile: si cerchi invece una visone più ampia, equilibrata, consona alle sfide e agli scenari attuali.


Concludo ricordando l’importanza della cultura e della formazione delle giovani generazioni. Si studi la storia, la politica, il diritto, l’economia, la filosofia e la letteratura. Si dia spazio alla cultura controcorrente e contro-rivoluzionaria, senza temere di essere politicamente scorretti. Un tempo nelle sezioni del Msi si leggeva Codreanu (ma a me piacerebbe recuperare soprattutto il Cattolicesimo di stampo franchista e salazarista). E oggi? Tutti borghesi in doppio petto? Si compiano poi studi e ricerche di livello sui grandi problemi del mondo e dell’ora presenti, per evitare di parlare a suon di meri slogan. 

Abbiamo bisogno di recuperare l’orgoglio di essere italiani, di tornare a sventolare in ogni occasione il Tricolore (non solo alle partite di calcio) e di inculcare in tutti, specie ai giovani, l’amore per la Patria. Ecco, Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale deve recuperare il mai passato slogan: Dio, Patria, Famiglia. Se non lo farà,  e se non si porrà alla testa di una riscossa nazionale e di una purificazione morale del popolo, sarà solo un fallimento. 
 

23 gennaio 2014

2014: l’anno del riscatto?

di Fabrizio Cannone
E’ impossibile, pur con tutta la buona volontà del mondo, negare la spaventosa crisi di civiltà che stiamo vivendo. Forse in passato ci furono delle crisi più gravi, ma per noi che stiamo vivendo questa, è questa la crisi che deve interessarci maggiormente, la crisi più importante e forse la più esiziale.

Lo stesso Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, in un illuminante articolo pubblicato sull’Osservatore Romano (8.12.2013), parlava ripetutamente della crisi del sacerdozio in termini inequivocabili: “Penso in particolare alla crisi della dottrina del sacerdozio, avvenuta durante la Riforma protestante, una crisi a livello dogmatico, con cui il sacerdote è stato ridotto a un mero rappresentante della comunità, mediante una eliminazione della differenza essenziale tra il sacerdozio ordinato e quello comune a tutti i fedeli. E poi alla crisi esistenziale e spirituale, avvenuta nella seconda metà del XX secolo ed esplosa dopo il Concilio Vaticano II, delle cui conseguenze noi oggi ancora soffriamo” (corsivo mio). Ma se il sacerdozio è in crisi spirituale ed esistenziale, la Chiesa tutta è in crisi. E se la Chiesa è in crisi, il mondo intero e tutte le società umane sono in crisi, anche quelle che ignorassero Cristo e la sua Divina Rivelazione. La crisi di fede, cioè nel pensiero, comporta una crisi nella morale, cioè una crisi nell’azione, nella vita quotidiana dei credenti. La vita mal impostata poi genera confusione, caos, perdita di punti certi di riferimento, specie al livello dell’educazione dei figli e della scuola. Il legame tra queste varie crisi è precisato dallo stesso Mueller in un brano successivo dello stesso articolo, quando scrive: “La crisi del sacerdozio nel mondo occidentale, negli ultimi decenni, è anche il risultato di un radicale disorientamento dell’identità cristiana di fronte a una filosofia che trasferisce all’interno del mondo il senso più profondo e il fine ultimo della storia e di ogni esistenza umana, privandosi così dell’orizzonte trascendente e della prospettiva escatologica”. Parole forti e tutte da meditare… Se c’è in effetti un “radicale disorientamento dell’identità cristiana”, allora la crisi culturale della modernità esiste ed è molto seria. Tant’è che il Presule usa ripetutamente lo stesso termine: la “crisi del sacerdozio” è infondo la sintesi e la ricapitolazione di tutte le altre crisi, come la crisi della fede (o altrimenti detta della Chiesa) o la crisi sociale. Terminando la sua riflessione, che partiva dagli scritti del card. Ratzinger sul sacerdozio, Mueller invita ad una “riconquista dell’identità sacerdotale”, sapendo che lo “sguardo e le parole di Gesù” ci sostengono “oltre il deserto di ogni crisi”. Dopo la constatazione realista e amara, è bene concludere con ottimismo sovrannaturale. Per sconfiggere o almeno per allontanare la crisi globale o di civiltà che stiamo vivendo osiamo proporre per questo 2014 già iniziato, tre riconquiste ormai difficilissime ma improcrastinabili: la riconquista dell’identità sacerdotale, la riconquista dell’identità familiare e la riconquista dell’identità nazionale e culturale.

1. La riconquista dell’identità sacerdotale. Essa appare come la più urgente, ma forse altresì come la più ardua, vista l’immane crisi spirituale del XX secolo, esplosa dopo il Concilio, come diceva argutamente Mueller. Il sacerdote non è un angelo, è un uomo come tutti gli altri. E proprio per questo, cioè per mantenere integra la sua identità, la sua vocazione e la sua missione, deve vivere in primis non per servire gli altri, ma per servire Dio, e Dio solo. Dall’assunzione volontaria e decisa di questo concetto di fondo verrà la soluzione alla crisi del sacerdozio, e non da altro. Non serve o non basta la formazione scientifica e spirituale, fosse pure “permanente” e comunitaria. Né gli incontri tra sacerdoti, i pellegrinaggi ai bei santuari della cristianità (Lourdes, Fatima, Pompei), il ritiro spirituale annuale, l’aggiornamento teologico, etc. Tutte cose utili, ma né strettamente necessarie, né tanto meno sufficienti per restaurare il senso della missione sacerdotale. Ancora meno giovano certe letture, di riviste e giornali che preferisco non menzionare, fatte per essere al corrente della vita della Chiesa. Dopo tanto essere al corrente e aggiornarsi, torniamo allo studio sapienziale e meditato della Bibbia, della Patristica, della Dogmatica e del Magistero. Se questo studio sarà fatto per servire Dio e poi i fratelli, esso sarà proficuo. Ma se queste due finalità saranno invertite (prima i fratelli e poi, eventualmente, Dio) tale studio sarà inefficace e aggraverà la crisi invece che risolverla. Si è arrivati infatti fino al punto di strumentalizzare la Bibbia per suffragare le istanze più balorde della modernità e della democrazia. Certi pretini televisivi moderno-democratici hanno fatto il loro tempo, e dobbiamo augurarci che scompaiano al più presto nel nulla da cui sono venuti. Tutto per Dio e per Dio solo: questa deve essere la divisa del sacerdote cattolico del XXI secolo e se lo sarà saranno poste le vere basi per una ripresa storica fondamentale. Logicamente, se Dio deve avere il primo posto, lo deve avere nelle occupazioni sacerdotali tutto ciò che ha a che fare direttamente e immediatamente con Dio e il suo onore, ovvero il Culto. La prima occupazione del sacerdote sarà dunque la celebrazione della sacrosanta liturgia cattolica. Ma anche qui la celebrazione non deve essere finalizzata in primis all’edificazione del Popolo di Dio, ma all’adorazione della Divina Maestà. Solo così l’edificazione sarà reale e non funzionalistica, e solo così il culto sarà sentito e vissuto, e non meramente ritualistico. D’altra parte, dopo la celebrazione del santo sacrificio della Messa, il sacerdote, sia che si nutra, sia che conversi, sia che usi il computer o lavori, deve sempre tener a mente l’ordine delle priorità: prima Dio Ottimo Massimo, dopo il Popolo da Lui redento. Questo dopo non è evidentemente un dopo cronologico, ma un dopo assiologico: Dio viene sempre prima anche se deve parlare ai fedeli prima di celebrare o pregare. Avendo messo Dio al centro della giornata, e non più ai margini come avviene oggi, il sacerdote rinnovato ad mentem Dei, deve riprendere alcune attività che sono sparite ormai da tempo. Prima fra tutte secondo noi è la lettura spirituale seria e coerente, usando i classici testi della spiritualità cattolica (come l’Imitazione, sant’Agostino, sant’Alfonso, lo Scupoli, Francesco di Sales, Garrigou-Lagrange). Una lettura pacata e attenta, sapienziale più che scientifica, cioè per mettere in pratica degli insegnamenti di vita, più che per conoscere la formazione storico-critica del testo. Se ogni giorno, oltre alla Messa (mezz’ora), al Breviario (un’ora) e al Rosario (20 minuti), ogni sacerdote cattolico, facesse un’oretta, anche suddivisa in 2 momenti, di codesta lettura, non ci saremmo già instradati sulla soluzione della crisi sacerdotale? Come contrappeso psicologico alla profondità meditativa di queste attività, che generano un certo stress che il clero conosce, sarebbe bene leggere anche riviste di svago e attualità, soprattutto quelle che possono divagare e assieme formare. Si pensi tra quelle in lingua italiana al Timone, a Radici Cristiane, a Notizie ProVita e al Settimanale di Padre Pio.

2. La riconquista dell’identità familiare. Questa riconquista si basa sulla stima della famiglia tradizionale cattolica, delle sue regole non scritte e delle sue leggi. Tutti i cattolici debbono stimare la famiglia tradizionale, debbono lottare per essa e debbono vedere in essa uno dei più grandi beni della civiltà umana universale. Se la famiglia scomparirà nel mare del nulla, scomparirà la stessa società, civile ed ecclesiale. Gli attacchi dell’Occidente ateo e nichilista alla famiglia non hanno nulla di casuale. Dobbiamo essere consci del valore storico di questa crociata per la difesa e il rilancio della famiglia cattolica, monogamica, eterosessuale, aperta alla vita e tendenzialmente numerosa, altrimenti noi stessi resteremo vittime dell’influsso malefico del sistema anti-familiare egemone. Un punto decisivo è questo: tornare al padre! Dopo oltre un secolo di disprezzo e di odio verso la figura del padre-padrone, giova formare delle famiglie fondate, oltre che sul necessario amore materno, anche e in primo luogo sull’autorità paterna. Questa autorità, sabotata dal comunismo, dal socialismo e oggi dal liberal-capitalismo, è il miglior antidoto a tutte le deviazioni morali dell’anti-famiglia proposta dal sistema. Questo consiglio vale sia per i padri che per le madri: riscopriamo subito l’autorità del padre. Egli, quale capo della famiglia, non ha uguali diritti agli altri membri della stessa, ma ne ha evidentemente di più, come il capo dello Stato ha più diritti del cittadino comune. Disuguaglianza protettiva e benefica, come il clero che possiede un’autorità spirituale non condivisa dai laici, e così via. Il bene comune sociale, l’educazione dei figli, la coesione della famiglia dipendono in larga parte dalla presenza di questa benefica autorità. Proprio le donne cattoliche (mogli, madri e figlie) debbono oggi, nel contesto culturale ammorbato dal femminismo, essere le prime sostenitrici dell’autorità paterna. Sarà una riconquista non facile, ma sicuramente felice e risolutiva.

3. La riconquista dell’identità nazionale e culturale. Oggi come italiani ci troviamo sottoposti ad una propaganda esterofila davvero scriteriata e assurda. Non perdiamo mai il santo orgoglio dell’italianità! Abbiamo mille motivi per amare l’Italia che, ricordiamolo, nasce con Dante e san Francesco e non con Cavour. San Pio X definiva l’Italia la più illustre nazione della terra e Pio IX esclamò: "Benedite Gran Dio, l’Italia!". Restiamo dunque amanti della nostra patria, stimiamo tutti gli amanti della propria patria e disprezziamo invece tutti i sabotatori e i livellatori di questo mondo. Non senza riconoscere le cose che non vanno e che non sono poche (la mancanza di patriottismo è una delle nostre carenze storiche più evidenti). Senza un forte, convinto, sincero e propositivo amor di patria, la società collassa, specie oggi sotto il rullo compressore dell’Europa e dell’Occidente laicista. Si può discutere sulla validità o meno di un ritorno alla lira, o di un’uscita dall’Unione Europea, ma non si deve discutere sull’amor di Patria, uno dei più nobili sentimenti che mai debbono mancare in un cuore cristiano.

Il sacerdozio (Dio), l’Italia (la Patria) e la famiglia: siano ancora una volta questi i 3 punti fermi e inamovibili della nostra lotta per la riconquista della vera civiltà.
 

07 dicembre 2013

Il cattolico Fazio, vittima sacrificale dei poteri forti

di Marco Mancini

Assolto, perché il fatto non sussiste. Termina così, con un’assoluzione piena, il processo a carico dell’ex Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio per la vicenda Unipol-BNL.
Ricordate? Era il 2005 e il “Giornale” pubblicò una serie di intercettazioni telefoniche che mostravano, tra l’altro, il coinvolgimento politico di alcuni esponenti dei Democratici di sinistra (in particolare, l’allora segretario Piero Fassino) nella tentata scalata dell’Unipol, la compagnia di assicurazioni delle coop rosse, alla Banca Nazionale del Lavoro. Il cattolicissimo Fazio, Governatore di Bankitalia, sembrava aver avallato tale tentativo, coerente con il suo disegno volto a difendere l’italianità del sistema bancario del Belpaese. Nello stesso periodo, infatti, lo stesso Fazio aveva visto di buon occhio il progetto di acquisizione della Banca Antonveneta da parte della BPI di Gianpiero Fiorani, giovane e rampante banchiere vicino alla Lega Nord.