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21 ottobre 2016

Il Missionario - La preghiera come unica arma


di Giulia Tanel

"Volevo fuggire dalle urla di mio padre e ora sono proprio quelle urla la mia unica speranza". Questa frase, solo apparentemente criptica, racchiude il senso del nuovo film portato in Italia dalla Dominus Production – già nota per Cristiada e God's not dead –, dal titolo Il missionario – La preghiera come unica arma (qui il trailer), in questi giorni nelle sale.
La pellicola narra infatti la maturazione verso un rapporto più maturo e profondo del protagonista con suo padre e dei diversi altri personaggi con il Padre, Colui che conosce anche i capelli del nostro capo e che ha sacrificato Suo figlio per la nostra salvezza.

Questa la trama de Il Missionario, di Marcelo Torcida, riportata sul sito di riferimento: "In un Paraguay diviso tra illimitata ricchezza ed estrema povertà, Juan è un adolescente irrequieto, che soffre per un profondo conflitto con il padre. Alla ricerca di divertimento, indipendenza e libertà, viene sopraffatto da una realtà avida e senza scrupoli, che priva gradualmente la sua vita di ogni senso. L'incontro con un missionario porterà alla svolta: in un turbinio di colpi di scena e forti emozioni, quando tutto sembrerà perduto, tutto sarà riconquistato. Toccare il dolore più profondo, porterà al ritrovamento dell'amore più grande".

La pellicola, pluripremiata, tocca i valori fondamentali, quei principi non negoziabili oggi così bistrattati: la vita, la famiglia e l'educazione. E, come dice il sottotitolo, fa anche una proposta di fede.
La vita, quella che l'adolescente Juan rischia di buttare al vento facendosi sopraffare dalle droghe (che erroneamente sentiamo definire "leggere", ma che invece hanno effetti collaterali non secondari); o quella vita che suo padre si è dimenticato di vivere, lasciandosi prendere dal denaro, tanto che uno dei protagonisti arriva a domandarsi: "Come possono avere tutto, e al tempo stesso non avere niente?"; o, ancora, quelle vite che i narcotrafficanti o i personaggi corrotti non hanno alcuna remora di spegnere per sempre.
La famiglia, il nido accogliente in cui ogni persona dovrebbe avere il dono di crescere, prima di rivolgersi all'esterno e spiccare il volo. Ma famiglia che può esistere solamente se tutti i membri che la compongono s'impegnano a rimanere uniti, evitando che si finisca con il vivere la quotidianità nella solitudine, pur abitando tutti sotto lo stesso tetto e mangiando seduti attorno al medesimo tavolo.
Infine, l'educazione. Questo ultimo aspetto discende in maniera diretta dai primi due: quando si ha una concezione alta della vita e della persona, nella certezza che ognuno è prezioso, e quando c'è una famiglia solida, con due genitori uniti e responsabili, la missione educativa è infatti di gran lunga facilitata. Il che, naturalmente, non corrisponde a dire che due bravi genitori non potranno avere un figlio scapestrato, ma semplicemente che il buon seme non andrà perduto, e prima o dopo emergerà.

Il Missionario – La preghiera come unica arma è dunque un film che fa riflettere. Una pellicola non scontata, anche se a tratti dalla trama forse troppo "didascalica", e in tal senso maggiormente adatta ad un pubblico adolescenziale.
Di certo, come gli altri film della Dominus Production, Il Missionario interroga lo spettatore in prima persona: che idea ho io della vita? La mia famiglia è unita solamente in senso fisico, o vi è un'unità più profonda? Come mai tanti adolescenti si lasciano "fregare" dalle droghe? Com'è possibile, da genitori e/o da educatori, accompagnare i ragazzi nella crescita, magari proprio quando sono nel pieno della ribellione? La fede è per me un "impegno" da assolvere, oppure è un aspetto costitutivo dell'esistenza, in grado di orientare la quotidianità? ... e l'elenco di domande potrebbe continuare. Non si tratta di quesiti scontati: la risposta che ognuno formula determina l'esistenza. Naturalmente Il Missionario offre una chiave di lettura: tutto sta nella disponibilità dello spettatore a prenderla in considerazione. Facendo silenzio attorno e dentro di sé, e così poter ascoltare Dio.

 

18 maggio 2015

Salvate l’uomo maschio


di Giuliano Guzzo

In principio fu la depilazione, poi venne la chirurgia plastica, ed oggi siamo al reggiseno. Per uomini. Purtroppo non è uno scherzo ma l’ultima trovata che qualcuno – con amara ironia – commenta con la parola “mancession”, recessione del maschio. Di certo, a livello sociale, la figura che sconta maggiore crisi, prima di quella maschile in senso lato, è quella paterna, progressivamente assente: in una grande capitale europea come Berlino ben 134.000 nuclei familiari su 430.000 sono composti da ragazze madri sole con il loro bambino (Repubblica, 20.4.2011) e la musica, in Italia, è la stessa se non perfino peggiore con oltre l’80% dei nuclei monoparentali costituito da donne: significa che nel nostro Paese, stando ai dati del 2011, a più di due milioni di figli non è assicurato il riferimento paterno (Istat, 30.7.2014). Oltre che assente, il padre potrebbe perfino diventare superfluo: a sentire i ricercatori del laboratorio Kallistem di Lione, infatti, a breve, nel 2017, la produzione di spermatozoi artificiali consentirà, pensate, la nascita dei primi senza padri biologici. Polverizzata o quasi la figura del padre – sempre più e già ora, da un lato, allontanato dai figli tramite il divorzio e, dall’altro, rimpiazzato dall’invisibile donatore di sperma – rimane però un’ultima decisiva demolizione da compiere: quella dell’identità maschile, che di quella paterna è la fondamentale premessa. E quale modo migliore di destrutturare l’uomo se non quello di de-virilizzarlo, di presentarlo come donna mancata, come penosa parodia di se stesso?
Attenzione: qui non si incita a nessuna forma di discriminazione verso i maschi con tendenze omosessuali né si vuole fare del complottismo antropologico. No, qui si vuole semplicemente prendere atto della realtà, sempre che i fatti non diano fastidio. E i fatti sono chiarissimi, come dettagliatamente denuncia il celebre testo del francese Éric Zemmour, L’uomo maschio (Le Premier sexe, Denoël 2006): viviamo sempre più una società sempre più “femminilizzata”, dove l’essere maschi in senso tradizionale – evidente, virile, senza particolari indecisioni – è considerato disvalore. Perché in fondo l’uomo maschio, si dice, è solo uno dei tanti maschi possibili. Perché l’uomo maschio, si insinua, è spesso violento, insensibile, facilmente molestatore mentre invece la donna – questo il messaggio che passa – è figura intrinsecamente buona e aliena, salvo trascurabili eccezioni, da ogni malvagia inclinazione. Perché è giusto che le persone con tendenze non eterosessuali siano orgogliose di come sono, perché è sacrosanto che lo siano le donne, ma l’uomo maschio no, lui deve redimersi e fuggire da un’identità caricaturale, da un “potere” che nella storia e nella civiltà ha finora esercitato abusivamente, approfittando di un ruolo che non gli appartiene. Al di là di inutili giri di parole l’idea di fondo, in sintesi, è questa. E la soluzione non sta certo nel rispolverare «l’omo ha da puzzà», inelegante adagio caro a Monica Bellucci, né nel rilanciare il mito primordiale del cacciatore: il problema, qui, è molto più serio.
E il solo modo per uscirne, la sola possibilità di capire come diavolo sia stato possibile arrivare fin qui, con la non dichiarata ma effettiva colpevolizzazione dell’uomo maschio, è alzare lo sguardo osservando come l’ormai prossima rimozione antropologica del maschio sia stata preceduta da quella sociale del padre, e come la rimozione del padre in famiglia, a sua volta, sia stata preceduta quella religiosa del Padre. A qualcuno apparirà semplificativo – in parte lo sarà pure -, ma se pensiamo che il rimedio alla virilità minacciata sia il Viagra, beh, siamo fuori strada. La realtà è che il femminismo, culturalmente parlando, ha conquistato molto più spazio di quanto si pensi. E lo stesso vale per il movimento LGBT, come dimostrano le tesi di Umberto Veronesi, diffuse senza imbarazzo alcuno, per cui esisterebbe un amore, guardacaso quello omosessuale, più puro degli altri, o i pensieri – un tempo dai più rigettati, ma che di questo passo verranno a breve riconsiderati – di Mario Mieli (1952–1983) guru della cultura omosessualista italiana secondo cui «l’eterosessualità […] è patologica» (Elementi di critica omosessuale, Feltrinelli 2002, p. 39). Ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza l’originale rimozione religiosa del Padre. Smettendo di credere in Dio, guida celeste della vita, la comune stima verso il padre, guida terrena della famiglia, è andata offuscandosi con la conseguenza che oggi neppure dell’uomo maschio, in fondo, si sa che farsene. Inizio di un cambiamento? Sarà. Ma le culle vuote e le proiezioni demografiche dicono che questo trend, almeno in Europa, somiglia più che altro all’inizio della fine.

http://giulianoguzzo.com/2015/05/15/salvate-luomo-maschio/

 

23 gennaio 2015

La famiglia in Italia: 40 anni in discesa



di Fabrizio Cannone

Tra i migliori sociologi, statistici e demografi italiani viventi spicca la figura di Roberto Volpi, autore negli ultimi anni di importanti saggi sull’andamento della società e della cultura, ma soprattutto sulla crisi della famiglia in Europa (cf. Liberiamo i bambini, 2004; La fine della famiglia, 2007; Il sesso spuntato. Il crepuscolo della riproduzione sessuale in Occidente, 2012, ecc.). In questi saggi, il Sociologo toscano (e padre di 3 figli) critica fermamente e in modo documentato ed ineccepibile le politiche familiari dei vari governi occidentali, di Destra, di Centro e di Sinistra, tutte in un certo senso anti-famiglia. Più ancora Volpi fa notare le gravissime conseguenze sociali e morali della perdita del senso di paternità (nell’uomo) e di maternità (nella donna). Si tratta di libri importanti, affiancati spesso da articoli di fondo pubblicati sul Foglio, in cui si fa luce sugli impatti negativi e destabilizzanti degli anticoncezionali e della banalizzazione dell’aborto.
Da ultimo il Nostro ha pubblicato il saggio: La nostra società ha ancora bisogno della famiglia? (Vita e Pensiero, Milano 2014). A proposito di questo Saggio è stato intervistato recentemente da Andrea Galli su Avvenire (21 dicembre 2014, p. 24) e da parte nostra desideriamo riferire i passaggi chiave dell’intervista.
Secondo il Sociologo l’annus terribilis della demografia italiana, più che il 1968 (inizio della rivoluzione nichilista in Europa), è il 1975, poiché «da quell’anno sia i matrimoni che le nascite cominciano a perdere terreno. Queste ultime in 5 anni arrivano a perdere il 25%, una caduta che poi rallenta ma non si arresta per altri vent’anni». Nel 1965 si era concluso il Vaticano II, che aveva pubblicato un documento, la Costituzione pastorale Gaudium et spes, dedicato ampiamente alla famiglia e al Matrimonio. Nel 1968 Paolo VI, con grande coraggio e sapienza, pubblicò l’enciclica Humanae vitae, che condannava senza giri di parole la contraccezione, praticata in qualunque modo. Ma né il Concilio (letto da moltissimi teologi e pastori nel modo che sappiamo...), né l’Humanae vitae (apertamente sabotata da non pochi vescovi e prelati) riuscirono ad evitare l’introduzione del divorzio e dell’aborto, approvati in quasi tutti i Paesi di tradizione cristiana durante gli anni ’70 del ’900. In Italia nel 1970 fu introdotto il divorzio (approvato definitivamente con il referendum del 1974) e nel 1978 l’aborto. Gli effetti catastrofici di queste due pseudo-leggi non tardarono a farsi sentire, con la dissoluzione, prima soft poi hard della famiglia italiana, in passato considerata nel mondo intero come simbolo esemplare di fede, di forza, di unità compatta e indissolubile. Infatti, ricorda il Sociologo che in breve tempo si arriva alla quota di 1,2 figli per donna, «uno dei più bassi al mondo in quel momento [negli anni ’90], meno della metà di quello della fine degli anni Sessanta». In un trentennio, si ebbe una rivoluzione da cui ci vorranno decenni per riprendersi, rivoluzione definita dal Volpi come «una mutazione per così dire antropologica».
La legalizzazione del divorzio, anche per il suo impatto simbolico, ha rovesciato la mentalità che da sempre era diffusa in Italia con la famiglia al centro, e con la sicurezza per i figli di avere due genitori certi fino alla morte. «Fin allora in Italia sia i cattolici che i laici [comunisti inclusi...] avevano aderito a un tipo di matrimonio fortemente ispirato dalla Chiesa: sino alla fine degli anni ’60 su 100 matrimoni 98 erano religiosi». Ciò significa che il Paese che aveva i più grandi partiti comunisti e socialisti d’Occidente era comunque ancora legato alla tradizione cristiana, giudicata dal popolo come positiva e benefica.
Ma quali erano in estrema sintesi i principi della famiglia tradizionale in Italia? «Indissolubilità, fedeltà e obbedienza dei bambini all’autorità familiare, segnatamente del padre, ne erano i cardini». Vi rendete conto, cari lettori? C’era un senso “biblico” della famiglia molto di più nei partiti laici ancora negli anni ’60, di quanto ce ne sia in moltissimi cattolici oggi, che non praticano e non stimano né l’indissolubilità, né la fedeltà reciproca, né tanto meno l’autorità del paterfamilias. Ma quando vigeva il concetto di «autorità familiare», come lo chiama il Volpi, le famiglie erano unite, prolifiche e costituivano (salvo le sempre possibili e non rare eccezioni) dei porti sicuri per i figli e per i figli dei figli... Ma oggi? Se perfino teologi e pastori si accodano dietro le assurde rivendicazioni del femminismo e dell’ideologia del gender, da chi e in nome di cosa verrà esercitata l’indispensabile autorità? Ma senza autorità, può esistere la fedeltà e l’indissolubilità, l’educazione e la doverosa correzione dei figli? Risponda chi può!
In generale, ricorda lo Studioso, «ci si sposava giovani, le donne a una media di 24 anni. La battaglia sul divorzio mirava al cuore di quel modello: indissolubilità e fedeltà [...]. L’infedeltà del maschio era più tollerata, socialmente e moralmente, di quella della moglie, accompagnata da una sua maggiore autorità (almeno pubblica, di fronte alla società: perché sappiamo che all’interno della famiglia molto spesso non era così)». Il divorzio, unito alla retorica femminista dell’utero è mio e lo gestisco io (gestire, capite? gestire!!!), è stata l’arma propizia per la freudiana uccisione del padre e in esso della famiglia tradizionale: «All’inizio, due su tre domande di separazione legale vennero avviate da donne. Le donne [non tutte però...] hanno visto nel divorzio la possibilità di spostare un rapporto di forza sull’uomo». Il Matrimonio, da Sacramento dell’amore e vincolo di perfezionamento reciproco, a «rapporto di forza»... Anche questo è stato il femminismo, una guerra contro i sentimenti, una guerra contro l’amore.
Il giornalista Galli chiede al Sociologo se la situazione nel frattempo sia migliorata e se il Meridione d’Italia, che al tempo votò in larga parte contro divorzio e aborto, abbia tenuto. Secondo il Demografo la situazione si è ancora aggravata e il Sud «è stato omologato» al resto del Paese. Per esempio, «oggi le regioni dove la fecondità è più bassa sono quelle del Sud, il Molise e la Basilicata, e va segnalato il caso della Sardegna, leader nella de-fecondità e de-nuzialità». Tra i fenomeni che sono in crescita ovunque, specie nelle grandi città del Nord, vi è quello delle «coppie di fatto e le coppie di fatto non conviventi». Mah! Gli italiani, di oltre 25 anni, che vivono da soli, per varie ragioni (per scelta o per abbandono), ammontano ora a «più di 5 milioni»! 
Ma quale differenza di fondo si denota tra la famiglia tradizionale e la famiglia contemporanea? Secondo Volpi, «il modello di famiglia tradizionale è fondato su una forte responsabilizzazione reciproca. Il nuovo modello è fondato invece sul sentimento: l’amore, il sentimento basta. Sembra una visione più avanzata, moderna, in realtà è un’idea più fragile e con ricadute sociali negative». E lo Studioso ne dà questa spiegazione: «Una società che si fonda su legami a più alto livello di responsabilità e a forte istituzionalizzazione è indiscutibilmente una società più solida, interrelata e solidale di una che si fonda su legami a più basso livello di responsabilità e a nullo livello di istituzionalizzazione». Parole da meditare che possiamo osservare ogni giorno intorno a noi... Faccio notare che la diffusione della violenza, anche domestica, è tipica delle società sfibrate e liquide come la nostra, e non delle società tradizionali all’antica, sotto l’autorità indiscussa del paterfamilias.

Purtroppo nulla di buono neppure sul fronte dei Matrimoni religiosi, oggi circa 110.000 l’anno, «mentre erano 420.000 nel 1964», con una popolazione di molto inferiore. Ed essi stanno calando con un ritmo di quasi 10.000 nozze all’anno. «Se la tendenza dovesse perdurare, i matrimoni in chiesa diventeranno un elemento residuale. Sulla famiglia la Chiesa ha perso la battaglia culturale nei confronti della società laica». E non solo sulla famiglia, purtroppo. Chi ama la famiglia tradizionale però sa che Cristo stesso la ama e che Lui, potendo risuscitare i morti, può anche risuscitare la famiglia, ridotta a cadavere dalla secolarizzazione e dal relativismo.

 

23 gennaio 2014

2014: l’anno del riscatto?

di Fabrizio Cannone
E’ impossibile, pur con tutta la buona volontà del mondo, negare la spaventosa crisi di civiltà che stiamo vivendo. Forse in passato ci furono delle crisi più gravi, ma per noi che stiamo vivendo questa, è questa la crisi che deve interessarci maggiormente, la crisi più importante e forse la più esiziale.

Lo stesso Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, in un illuminante articolo pubblicato sull’Osservatore Romano (8.12.2013), parlava ripetutamente della crisi del sacerdozio in termini inequivocabili: “Penso in particolare alla crisi della dottrina del sacerdozio, avvenuta durante la Riforma protestante, una crisi a livello dogmatico, con cui il sacerdote è stato ridotto a un mero rappresentante della comunità, mediante una eliminazione della differenza essenziale tra il sacerdozio ordinato e quello comune a tutti i fedeli. E poi alla crisi esistenziale e spirituale, avvenuta nella seconda metà del XX secolo ed esplosa dopo il Concilio Vaticano II, delle cui conseguenze noi oggi ancora soffriamo” (corsivo mio). Ma se il sacerdozio è in crisi spirituale ed esistenziale, la Chiesa tutta è in crisi. E se la Chiesa è in crisi, il mondo intero e tutte le società umane sono in crisi, anche quelle che ignorassero Cristo e la sua Divina Rivelazione. La crisi di fede, cioè nel pensiero, comporta una crisi nella morale, cioè una crisi nell’azione, nella vita quotidiana dei credenti. La vita mal impostata poi genera confusione, caos, perdita di punti certi di riferimento, specie al livello dell’educazione dei figli e della scuola. Il legame tra queste varie crisi è precisato dallo stesso Mueller in un brano successivo dello stesso articolo, quando scrive: “La crisi del sacerdozio nel mondo occidentale, negli ultimi decenni, è anche il risultato di un radicale disorientamento dell’identità cristiana di fronte a una filosofia che trasferisce all’interno del mondo il senso più profondo e il fine ultimo della storia e di ogni esistenza umana, privandosi così dell’orizzonte trascendente e della prospettiva escatologica”. Parole forti e tutte da meditare… Se c’è in effetti un “radicale disorientamento dell’identità cristiana”, allora la crisi culturale della modernità esiste ed è molto seria. Tant’è che il Presule usa ripetutamente lo stesso termine: la “crisi del sacerdozio” è infondo la sintesi e la ricapitolazione di tutte le altre crisi, come la crisi della fede (o altrimenti detta della Chiesa) o la crisi sociale. Terminando la sua riflessione, che partiva dagli scritti del card. Ratzinger sul sacerdozio, Mueller invita ad una “riconquista dell’identità sacerdotale”, sapendo che lo “sguardo e le parole di Gesù” ci sostengono “oltre il deserto di ogni crisi”. Dopo la constatazione realista e amara, è bene concludere con ottimismo sovrannaturale. Per sconfiggere o almeno per allontanare la crisi globale o di civiltà che stiamo vivendo osiamo proporre per questo 2014 già iniziato, tre riconquiste ormai difficilissime ma improcrastinabili: la riconquista dell’identità sacerdotale, la riconquista dell’identità familiare e la riconquista dell’identità nazionale e culturale.

1. La riconquista dell’identità sacerdotale. Essa appare come la più urgente, ma forse altresì come la più ardua, vista l’immane crisi spirituale del XX secolo, esplosa dopo il Concilio, come diceva argutamente Mueller. Il sacerdote non è un angelo, è un uomo come tutti gli altri. E proprio per questo, cioè per mantenere integra la sua identità, la sua vocazione e la sua missione, deve vivere in primis non per servire gli altri, ma per servire Dio, e Dio solo. Dall’assunzione volontaria e decisa di questo concetto di fondo verrà la soluzione alla crisi del sacerdozio, e non da altro. Non serve o non basta la formazione scientifica e spirituale, fosse pure “permanente” e comunitaria. Né gli incontri tra sacerdoti, i pellegrinaggi ai bei santuari della cristianità (Lourdes, Fatima, Pompei), il ritiro spirituale annuale, l’aggiornamento teologico, etc. Tutte cose utili, ma né strettamente necessarie, né tanto meno sufficienti per restaurare il senso della missione sacerdotale. Ancora meno giovano certe letture, di riviste e giornali che preferisco non menzionare, fatte per essere al corrente della vita della Chiesa. Dopo tanto essere al corrente e aggiornarsi, torniamo allo studio sapienziale e meditato della Bibbia, della Patristica, della Dogmatica e del Magistero. Se questo studio sarà fatto per servire Dio e poi i fratelli, esso sarà proficuo. Ma se queste due finalità saranno invertite (prima i fratelli e poi, eventualmente, Dio) tale studio sarà inefficace e aggraverà la crisi invece che risolverla. Si è arrivati infatti fino al punto di strumentalizzare la Bibbia per suffragare le istanze più balorde della modernità e della democrazia. Certi pretini televisivi moderno-democratici hanno fatto il loro tempo, e dobbiamo augurarci che scompaiano al più presto nel nulla da cui sono venuti. Tutto per Dio e per Dio solo: questa deve essere la divisa del sacerdote cattolico del XXI secolo e se lo sarà saranno poste le vere basi per una ripresa storica fondamentale. Logicamente, se Dio deve avere il primo posto, lo deve avere nelle occupazioni sacerdotali tutto ciò che ha a che fare direttamente e immediatamente con Dio e il suo onore, ovvero il Culto. La prima occupazione del sacerdote sarà dunque la celebrazione della sacrosanta liturgia cattolica. Ma anche qui la celebrazione non deve essere finalizzata in primis all’edificazione del Popolo di Dio, ma all’adorazione della Divina Maestà. Solo così l’edificazione sarà reale e non funzionalistica, e solo così il culto sarà sentito e vissuto, e non meramente ritualistico. D’altra parte, dopo la celebrazione del santo sacrificio della Messa, il sacerdote, sia che si nutra, sia che conversi, sia che usi il computer o lavori, deve sempre tener a mente l’ordine delle priorità: prima Dio Ottimo Massimo, dopo il Popolo da Lui redento. Questo dopo non è evidentemente un dopo cronologico, ma un dopo assiologico: Dio viene sempre prima anche se deve parlare ai fedeli prima di celebrare o pregare. Avendo messo Dio al centro della giornata, e non più ai margini come avviene oggi, il sacerdote rinnovato ad mentem Dei, deve riprendere alcune attività che sono sparite ormai da tempo. Prima fra tutte secondo noi è la lettura spirituale seria e coerente, usando i classici testi della spiritualità cattolica (come l’Imitazione, sant’Agostino, sant’Alfonso, lo Scupoli, Francesco di Sales, Garrigou-Lagrange). Una lettura pacata e attenta, sapienziale più che scientifica, cioè per mettere in pratica degli insegnamenti di vita, più che per conoscere la formazione storico-critica del testo. Se ogni giorno, oltre alla Messa (mezz’ora), al Breviario (un’ora) e al Rosario (20 minuti), ogni sacerdote cattolico, facesse un’oretta, anche suddivisa in 2 momenti, di codesta lettura, non ci saremmo già instradati sulla soluzione della crisi sacerdotale? Come contrappeso psicologico alla profondità meditativa di queste attività, che generano un certo stress che il clero conosce, sarebbe bene leggere anche riviste di svago e attualità, soprattutto quelle che possono divagare e assieme formare. Si pensi tra quelle in lingua italiana al Timone, a Radici Cristiane, a Notizie ProVita e al Settimanale di Padre Pio.

2. La riconquista dell’identità familiare. Questa riconquista si basa sulla stima della famiglia tradizionale cattolica, delle sue regole non scritte e delle sue leggi. Tutti i cattolici debbono stimare la famiglia tradizionale, debbono lottare per essa e debbono vedere in essa uno dei più grandi beni della civiltà umana universale. Se la famiglia scomparirà nel mare del nulla, scomparirà la stessa società, civile ed ecclesiale. Gli attacchi dell’Occidente ateo e nichilista alla famiglia non hanno nulla di casuale. Dobbiamo essere consci del valore storico di questa crociata per la difesa e il rilancio della famiglia cattolica, monogamica, eterosessuale, aperta alla vita e tendenzialmente numerosa, altrimenti noi stessi resteremo vittime dell’influsso malefico del sistema anti-familiare egemone. Un punto decisivo è questo: tornare al padre! Dopo oltre un secolo di disprezzo e di odio verso la figura del padre-padrone, giova formare delle famiglie fondate, oltre che sul necessario amore materno, anche e in primo luogo sull’autorità paterna. Questa autorità, sabotata dal comunismo, dal socialismo e oggi dal liberal-capitalismo, è il miglior antidoto a tutte le deviazioni morali dell’anti-famiglia proposta dal sistema. Questo consiglio vale sia per i padri che per le madri: riscopriamo subito l’autorità del padre. Egli, quale capo della famiglia, non ha uguali diritti agli altri membri della stessa, ma ne ha evidentemente di più, come il capo dello Stato ha più diritti del cittadino comune. Disuguaglianza protettiva e benefica, come il clero che possiede un’autorità spirituale non condivisa dai laici, e così via. Il bene comune sociale, l’educazione dei figli, la coesione della famiglia dipendono in larga parte dalla presenza di questa benefica autorità. Proprio le donne cattoliche (mogli, madri e figlie) debbono oggi, nel contesto culturale ammorbato dal femminismo, essere le prime sostenitrici dell’autorità paterna. Sarà una riconquista non facile, ma sicuramente felice e risolutiva.

3. La riconquista dell’identità nazionale e culturale. Oggi come italiani ci troviamo sottoposti ad una propaganda esterofila davvero scriteriata e assurda. Non perdiamo mai il santo orgoglio dell’italianità! Abbiamo mille motivi per amare l’Italia che, ricordiamolo, nasce con Dante e san Francesco e non con Cavour. San Pio X definiva l’Italia la più illustre nazione della terra e Pio IX esclamò: "Benedite Gran Dio, l’Italia!". Restiamo dunque amanti della nostra patria, stimiamo tutti gli amanti della propria patria e disprezziamo invece tutti i sabotatori e i livellatori di questo mondo. Non senza riconoscere le cose che non vanno e che non sono poche (la mancanza di patriottismo è una delle nostre carenze storiche più evidenti). Senza un forte, convinto, sincero e propositivo amor di patria, la società collassa, specie oggi sotto il rullo compressore dell’Europa e dell’Occidente laicista. Si può discutere sulla validità o meno di un ritorno alla lira, o di un’uscita dall’Unione Europea, ma non si deve discutere sull’amor di Patria, uno dei più nobili sentimenti che mai debbono mancare in un cuore cristiano.

Il sacerdozio (Dio), l’Italia (la Patria) e la famiglia: siano ancora una volta questi i 3 punti fermi e inamovibili della nostra lotta per la riconquista della vera civiltà.
 

06 ottobre 2013

To the Wonder: un viaggio verso casa

di Isacco Tacconi
“Verso la Meraviglia” è la traduzione italiana dell’ultima produzione cinematografica firmata Terrence Malick, la quale si rivela, come il precedente “Tree of Life”, una vera e propria opera d’arte. Un film difficile da decifrare sia per la pluralità di temi che investe sia per la profondità della riflessione di cui si fa portatore. In effetti non si può evitare di chiedersi :“cosa voleva comunicarci il regista?”. E quando un film stimola l’intelligenza e la riflessione, è un chiaro segno del suo spessore non comune che spicca nel conformismo superficiale in cui annaspa il cinema hollywoodiano.
 

18 ottobre 2012

Il bambino conteso, l'Italia "mammona" e l'assenza del Padre

di Marco Mancini 

La vicenda è notissima e riempie da più di una settimana le pagine di cronaca di tutti i giornali: a Cittadella, in provincia di Padova, un bambino di 10 anni è stato prelevato dalla sua scuola per mano del padre, coadiuvato da alcuni agenti di polizia e dai servizi sociali, per essere portato in una struttura protetta e sottratto così alla custodia della madre.
 

26 settembre 2012

Essere Uomini oggi (donne permettendo)

di Giulia Tanel

Essere uomo vuol dire essere pronto a dare la vita per la propria sposa e per la propria famiglia, o comunque per chi si prende in custodia, e poi anche per la propria missione fuori casa”. L’autrice di questa frase fuori dal coro è Costanza Miriano, una donna molto multi e poco tasking, che dopo lo sfavillante successo di “Sposati e sii sottomessa” (Ed. Vallecchi) è ora tornata alla ribalta con il libro “Sposala e muori per lei – Uomini veri per donne senza paura” (Ed. Sonzogno).