di Fabrizio Cannone
Tra
i migliori sociologi, statistici e demografi italiani viventi spicca la figura
di Roberto Volpi, autore negli ultimi anni di importanti saggi sull’andamento
della società e della cultura, ma soprattutto sulla crisi della famiglia in
Europa (cf. Liberiamo i bambini,
2004; La fine della famiglia, 2007; Il sesso spuntato. Il crepuscolo della
riproduzione sessuale in Occidente, 2012, ecc.). In questi saggi, il
Sociologo toscano (e padre di 3 figli) critica fermamente e in modo documentato
ed ineccepibile le politiche familiari dei vari governi occidentali, di
Destra, di Centro e di Sinistra, tutte
in un certo senso anti-famiglia. Più ancora Volpi fa notare le gravissime
conseguenze sociali e morali della perdita del senso di paternità (nell’uomo) e
di maternità (nella donna). Si tratta di libri importanti, affiancati spesso da
articoli di fondo pubblicati sul Foglio, in cui si fa luce sugli impatti
negativi e destabilizzanti degli anticoncezionali e della banalizzazione
dell’aborto.
Da
ultimo il Nostro ha pubblicato il saggio: La
nostra società ha ancora bisogno della famiglia? (Vita e Pensiero, Milano
2014). A proposito di questo Saggio è stato intervistato recentemente da Andrea
Galli su Avvenire (21 dicembre 2014, p. 24) e da parte nostra desideriamo
riferire i passaggi chiave dell’intervista.
Secondo
il Sociologo l’annus terribilis della
demografia italiana, più che il 1968 (inizio della rivoluzione nichilista in
Europa), è il 1975, poiché «da quell’anno sia i matrimoni che le nascite
cominciano a perdere terreno. Queste ultime in 5 anni arrivano a perdere il
25%, una caduta che poi rallenta ma non si arresta per altri vent’anni». Nel
1965 si era concluso il Vaticano II, che aveva pubblicato un documento, la
Costituzione pastorale Gaudium et spes,
dedicato ampiamente alla famiglia e al Matrimonio. Nel 1968 Paolo VI, con
grande coraggio e sapienza, pubblicò l’enciclica Humanae vitae, che condannava senza giri di parole la
contraccezione, praticata in qualunque modo. Ma né il Concilio (letto da
moltissimi teologi e pastori nel modo che sappiamo...), né l’Humanae vitae (apertamente sabotata da
non pochi vescovi e prelati) riuscirono ad evitare l’introduzione del divorzio
e dell’aborto, approvati in quasi tutti i Paesi di tradizione cristiana durante
gli anni ’70 del ’900. In Italia nel 1970 fu introdotto il divorzio (approvato
definitivamente con il referendum del 1974) e nel 1978 l’aborto. Gli effetti catastrofici di queste due
pseudo-leggi non tardarono a farsi sentire, con la dissoluzione, prima soft poi
hard della famiglia italiana, in passato considerata nel mondo intero come
simbolo esemplare di fede, di forza, di unità compatta e indissolubile.
Infatti, ricorda il Sociologo che in breve tempo si arriva alla quota di 1,2
figli per donna, «uno dei più bassi al mondo in quel momento [negli anni ’90],
meno della metà di quello della fine degli anni Sessanta». In un trentennio, si
ebbe una rivoluzione da cui ci vorranno decenni per riprendersi, rivoluzione definita
dal Volpi come «una mutazione per così dire antropologica».
La legalizzazione del
divorzio, anche per il suo impatto simbolico, ha rovesciato la mentalità che da
sempre era diffusa in Italia con la famiglia al centro, e con la sicurezza per
i figli di avere due genitori certi fino alla morte.
«Fin allora in Italia sia i cattolici che i laici [comunisti inclusi...]
avevano aderito a un tipo di matrimonio fortemente ispirato dalla Chiesa: sino
alla fine degli anni ’60 su 100 matrimoni 98 erano religiosi». Ciò significa
che il Paese che aveva i più grandi
partiti comunisti e socialisti d’Occidente era comunque ancora legato alla
tradizione cristiana, giudicata dal popolo come positiva e benefica.
Ma
quali erano in estrema sintesi i principi della famiglia tradizionale in
Italia? «Indissolubilità, fedeltà e obbedienza dei bambini all’autorità
familiare, segnatamente del padre, ne erano i cardini». Vi rendete conto, cari
lettori? C’era un senso “biblico” della
famiglia molto di più nei partiti laici ancora negli anni ’60, di quanto ce ne
sia in moltissimi cattolici oggi, che non praticano e non stimano né
l’indissolubilità, né la fedeltà reciproca, né tanto meno l’autorità del paterfamilias. Ma quando vigeva il concetto di «autorità familiare», come lo
chiama il Volpi, le famiglie erano
unite, prolifiche e costituivano (salvo le sempre possibili e non rare
eccezioni) dei porti sicuri per i figli e per i figli dei figli... Ma oggi? Se
perfino teologi e pastori si accodano dietro le assurde rivendicazioni del femminismo
e dell’ideologia del gender, da chi e in nome di cosa verrà esercitata
l’indispensabile autorità? Ma senza autorità, può esistere la fedeltà e
l’indissolubilità, l’educazione e la doverosa correzione dei figli? Risponda
chi può!
In
generale, ricorda lo Studioso, «ci si sposava giovani, le donne a una media di
24 anni. La battaglia sul divorzio mirava al cuore di quel modello:
indissolubilità e fedeltà [...]. L’infedeltà del maschio era più tollerata,
socialmente e moralmente, di quella della moglie, accompagnata da una sua
maggiore autorità (almeno pubblica, di
fronte alla società: perché sappiamo che all’interno della famiglia molto
spesso non era così)». Il divorzio,
unito alla retorica femminista dell’utero è mio e lo gestisco io (gestire,
capite? gestire!!!), è stata l’arma propizia per la freudiana uccisione del
padre e in esso della famiglia tradizionale: «All’inizio, due su tre
domande di separazione legale vennero avviate da donne. Le donne [non tutte
però...] hanno visto nel divorzio la possibilità di spostare un rapporto di
forza sull’uomo». Il Matrimonio, da Sacramento dell’amore e vincolo di
perfezionamento reciproco, a «rapporto di forza»... Anche questo è stato il femminismo, una guerra contro i sentimenti, una
guerra contro l’amore.
Il
giornalista Galli chiede al Sociologo se la situazione nel frattempo sia
migliorata e se il Meridione d’Italia, che al tempo votò in larga parte contro
divorzio e aborto, abbia tenuto. Secondo il Demografo la situazione si è ancora
aggravata e il Sud «è stato omologato» al resto del Paese. Per esempio, «oggi
le regioni dove la fecondità è più bassa sono quelle del Sud, il Molise e la
Basilicata, e va segnalato il caso della Sardegna, leader nella de-fecondità e
de-nuzialità». Tra i fenomeni che sono in crescita ovunque, specie nelle grandi
città del Nord, vi è quello delle «coppie di fatto e le coppie di fatto non
conviventi». Mah! Gli italiani, di oltre 25 anni, che vivono da soli, per varie
ragioni (per scelta o per abbandono), ammontano ora a «più di 5 milioni»!
Ma
quale differenza di fondo si denota tra la famiglia tradizionale e la famiglia
contemporanea? Secondo Volpi, «il modello di famiglia tradizionale è fondato su
una forte responsabilizzazione reciproca. Il nuovo modello è fondato invece sul
sentimento: l’amore, il sentimento basta. Sembra una visione più avanzata,
moderna, in realtà è un’idea più fragile e con ricadute sociali negative». E lo
Studioso ne dà questa spiegazione: «Una società che si fonda su legami a più
alto livello di responsabilità e a forte istituzionalizzazione è
indiscutibilmente una società più solida, interrelata e solidale di una che si
fonda su legami a più basso livello di responsabilità e a nullo livello di
istituzionalizzazione». Parole da meditare che possiamo osservare ogni giorno
intorno a noi... Faccio notare che la
diffusione della violenza, anche domestica, è tipica delle società sfibrate e
liquide come la nostra, e non delle società tradizionali all’antica, sotto
l’autorità indiscussa del paterfamilias.
Purtroppo
nulla di buono neppure sul fronte dei Matrimoni religiosi, oggi circa 110.000
l’anno, «mentre erano 420.000 nel 1964», con una popolazione di molto
inferiore. Ed essi stanno calando con un ritmo di quasi 10.000 nozze all’anno.
«Se la tendenza dovesse perdurare, i matrimoni in chiesa diventeranno un
elemento residuale. Sulla famiglia la Chiesa ha perso la battaglia culturale
nei confronti della società laica». E non solo sulla famiglia, purtroppo. Chi
ama la famiglia tradizionale però sa che Cristo
stesso la ama e che Lui, potendo risuscitare i morti, può anche risuscitare la
famiglia, ridotta a cadavere dalla secolarizzazione e dal relativismo.