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19 novembre 2017

L’Italia che si suicida e quella che resiste


di Isidoro D'Anna

A metà ottobre 2017, il giornalista e scrittore Antonio Socci si è soffermato su una triste vicenda per denunciare l’ingiustizia del governo nei confronti degli italiani.
Un uomo, che versava in gravi condizioni di salute, si è fatto portare da persone ben sollecite in una clinica svizzera per il suicidio assistito. In quel luogo di sterminio, il giorno 11 ottobre si è disfatto del dono più grande ricevuto da Dio, la vita.
Si era dovuto fra l’altro scontrare con l’insensibilità delle istituzioni, che non lo avevano sostenuto economicamente nelle sue necessità di salute.
Socci prende lo spunto per ricordare, o ai più rivelare, come il governo stia trattando gli italiani e gli stranieri. Gli italiani con invalidità al 100% possono riuscire a ricevere una pensioncina irrisoria di circa 500 euro. Per ogni migrante, invece, lo Stato spende 35 euro al giorno se maggiorenne e 45 se minorenne, il che ammonta rispettivamente a 1.050 e 1.350 euro mensili.
Continua Socci: nel 2017 il governo ha stanziato 450 milioni a favore del fondo per la “non autosufficienza”, mentre ha destinato oltre mille volte di più, 4,6 miliardi, per i migranti.
La vicenda del veneto Loris Bertocco, che ha scelto il suicidio, non ferisce il cuore dei credenti meno dell’ingiustizia di chi ci governa.
Loris, chiamiamolo così, era nel giro degli italiani politicizzati di sinistra, e quindi forse non lo si può ritenere uno della gente comune. Ci ha lasciato un lungo e pubblico messaggio di commiato, nel quale si rivela tutta la desolazione di una vita senza Dio.
Racconta di aver «condiviso con i Verdi le grandi battaglie globali in difesa dell’ambiente e dei beni comuni, per la pace, contro gli ogm e sui mutamenti climatici, in difesa degli altri animali (anche attraverso la scelta vegetariana)». I primi animali, secondo questo infelice, saremmo noi e lui, perché per gli atei ogni bambino, uomo o donna non è che un animale. Per questo ha finito, coerentemente con la sua visione, per farsi ammazzare come un animale senz’anima. E ora la sua anima, per la Misericordia del Signore che non toglie la vita a nessuno, vive eternamente, ma dove? Avrà compiuto un estremo atto di contrizione, così da salvarsi dall’inferno?
Nella testimonianza che ci ha lasciato, Loris fa un resoconto minuzioso delle sue penose condizioni di salute e della sua vita. Tutto è vissuto nell’aridità totale, nella chiusura ossessiva verso Dio e la realtà spirituale.
Persino il matrimonio – civile? – da lui stretto con una donna, e poi regolarmente finito, viene descritto con toni che manifestano l’alienazione dell’ateo. È quasi un gioco di parole, visto che Marx sembrava tanto preoccuparsi dell’alienazione dovuta al capitalismo.
Usando parole adatte a un animale o a un vegetale, il poveretto scrive che l’allontanamento dalla moglie è stato «difficile da metabolizzare». Guarda caso la signora, commentando la fine dell’ex marito, usa lo stesso termine in quello che è una specie di elogio: «Loris ha avuto l’illuminazione di darci il tempo di metabolizzare la sua decisione. Ci ha dato il tempo di riflettere». Il loro, insomma, è stato uno scambio dalle forti implicazioni metaboliche. E ora che cosa rimane? Neanche le ceneri a cui il povero Loris ha fatto ridurre la sua salma, perché una delle sue ultime volontà è stata di spargerle nel giardino di casa.
Nel suo ultimo messaggio da cui abbiamo citato, Loris si accora perché altri possano ammazzarsi ed essere ammazzati: «Il mio appello è che si approvi al più presto una buona legge sull’accompagnamento alla morte volontaria (ad esempio, come accade in Svizzera), perché fino all’ultimo la vita va rispettata e garantita nella sua dignità». Rispetto e dignità della vita sono, per la mente perduta dell’ateo, la possibilità di suicidarsi con l’aiuto dello Stato.
Infine, c’è un fatto che rincuora in tutta la vicenda, ma appartiene ad un’altra persona, nelle sue vesti di magistrato. Si legge infatti tra le notizie di questi ultimi giorni: «Il procuratore capo di Venezia, Bruno Cherchi, ha comunicato che la Procura ha aperto un fascicolo d’indagine per il momento contro ignoti. L’ipotesi di reato è basata sull’articolo 580 del codice penale, “istigazione o aiuto al suicidio”, nella parte che riguarda l’aiuto che, nel caso specifico, Loris Bertocco avrebbe ricevuto per morire».
Magari esistono magistrati i quali, si spera per fede cristiana, stimano la vita più della morte, sia in senso fisico che spirituale. E così riportano l’aspetto istituzionale e quello personale sul piano della retta coscienza.
Ai sofferenti, ai disperati e anche agli ostinati, non smettiamo però di ricordare che Dio si è fatto uomo e ha dato la vita sulla croce per noi. E questa croce, così pesante e amara in sé, Dio la trasforma in salvezza per noi e per gli altri, se solo abbiamo fede.

https://lucechesorge.org/2017/10/30/litalia-che-si-suicida-e-quella-che-resiste/



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25 luglio 2017

Charlie vale meno di un orso


di Giuliano Guzzo

Adesso che per Charlie Gard, il bambino inglese colpito da malattia rarissima a cui i medici intendono «nel suo interesse» riservare l’eutanasia, sembra non esservi più nulla da fare, dopo che persino i battaglieri genitori – informati della compromissione muscolare, che parrebbe troppo avanzata per ogni tentativo di cura – sembrano arresi; adesso, insomma, che il caso che ha commosso ma soprattutto mosso il mondo, da Papa Francesco a Donald Trump, pare volgere davvero al termine, il problema è proteggerlo. Ma non Charlie, bensì l’orso. Più precisamente, il riferimento è a KJ2, l’orsa che in Trentino, secondo le prime ricostruzioni, si è resa responsabile dell’aggressione a un uomo finito all’ospedale e che sarebbe entrata in azione, in modo del tutto simile, già nel luglio 2015.

Morale della favola: sull’orsa, ora, pendono due ordini di cattura. Che c’entra tutto questo con Charlie? C’entra, eccome. Infatti, nelle stesse ore che vedono la sorte del piccolo britannico segnata, migliaia di persone si stanno mobilitando, con petizioni on line e non solo, per intimare alla Provincia di Trento di non sfiorare l’orsa violenta. Non solo: nel fronte animalista, alcuni dubitano perfino della versione offerta dall’uomo aggredito sabato scorso, affermando che l’attuale ricostruzione avrebbe «dei lati oscuri» ed è invece probabile che l’orso abbia «cercato dapprima di dissuadere l’uomo dall’avvicinarsi, mettendo in atto tutti gli accorgimenti di dissuasione, poi avrebbe dato un avviso con un falso attacco, in quanto un vero attacco da parte di un orso avrebbe lasciato conseguenze letali».

Ma sicuro: chi può dubitare che un animale aggredisca l’uomo solo dopo aver messo educatamente «in atto tutti gli accorgimenti di dissuasione»? Battute a parte, è difficile non rimanere colpiti dalla pietà che, se da una parte viene indirizzata da alcuni a un orso responsabile di aggressioni, dall’altra non tutti provano per un essere umano reo solo, si fa per dire, di non essere sano. Un animale probabilmente colpevole rischia così, alla fine, di godere di una difesa più efficace di quella di un bambino sicuramente innocente. Negli stessi giorni e nella stessa Europa, sempre più simile a un palcoscenico dell’assurdo. Al punto che viene quasi il dubbio che Chris e Connie, per non perdere tempo prezioso per le cure del loro piccolo, avrebbero fatto meglio a far presente a tutti che eliminare Charlie avrebbe significato togliere il miglior amico a un orso. Che è di peluche, ma difficilmente l’opinione pubblica si sarebbe fermata a sottilizzare.


 

17 maggio 2016

Papa Francesco e gli animalisti


di Giuliano Guzzo

Strano davvero non l’abbiano sbranato, Papa Francesco, dopo che ieri ha osato apertamente criticare «chi ama cani e gatti e ignora le sofferenze dei vicini» mettendo nel mirino, con la consueta immediatezza che tutti ormai conosciamo, non tanto il rispetto per gli animali – valore di per sé condivisibile – bensì il capovolgimento antropologico che, non di rado, vede l’amore verso gli animali anteposto a quello verso l’uomo. Un capovolgimento, a ben vedere, tutt’altro che infrequente giacché la protezione della fauna non sottende necessariamente la protezione dell’uomo.

Anzi, semmai è il contrario: spesso, anche se a prima vista se può sembrar strano, è chi manifesta pietà per gli animali a non averne troppa per gli uomini.  Nei tempi antichi, per esempio, non risulta che il filosofo Plutarco (45-120 d.C.) abbia mai avuto da ridire sulla schiavitù – pratica assai diffusa anche dalle sue parti, e certo non rispettosa della dignità umana – mentre invece tuonò senza pietà contro i cittadini facoltosi, colpevoli di mangiare carne animale: «Che crudeltà! E’ terribile vedere imbandite le mense dei ricchi, che usano i cuochi, professionisti o semplici cucinieri, come acconciatori di cadaveri» (Del mangiar carne, trattati sugli animali).

Lo stesso Friedrich Nietzsche, per passare a epoche meno remote e più vicine alla nostra, una volta ebbe – com’è noto – pietà per le pene d’un cavallo, ma non pare coltivasse grande simpatia per gli umani poco prestanti: «I deboli e in malriusciti devono perire, questo è il principio del nostro amore gli uomini […] Che cos’è più dannoso di qualsiasi vizio? Agire pietosamente verso tutti i malriusciti e i deboli» (L’anticristo, Adelphi 1970, p.169). Casi isolati, quelli di Plutarco e Nietzsche? Non si direbbe. Infatti, in aggiunta alle loro discutibili esternazioni, si può segnalare pure un’esperienza politica a suffragio della pericolosa dissociazione che può verificarsi fra amore degli animali e rispetto per le persone.

Si sta alludendo, qui, al nazionalsocialismo, sotto il cui regime furono approvate leggi – indubbiamente eccellenti e per l’epoca avanzate – a tutela degli animali senza che analogo rispetto, però, fosse riservato agli ebrei. Altrettanto clamoroso e paradossale, per restare in tema, fu il legame che univa il Führer all’amatissima Blondie, pastore tedesco che Hitler in persona volle con sé anche nel bunker dove poi morì insieme ad Eva Braun. Si chiaro: non si vuole certo, esagerando, accostare ora gli amanti degli animali ai nazisti, ci mancherebbe, ma solo sottolineare a quali bizzarri esiti, talora, possa condurre la dimenticanza della dignità umana.

Lo si vede pure oggi con esponenti dell’animalismo assai elastici, per così dire, sulla difesa della vita umana. Si prenda il celebre oncologo Umberto Veronesi: favorevole alla legalizzazione di droghe leggere, aborto, eutanasia e provetta da un lato, e, dall’altro, estimatore dell’intelletto e della spiritualità degli elefanti: «Se gli elefanti di cui parlava Montaigne potessero parlare, sarebbero quasi come noi … Magari ci racconterebbero i contenuti delle loro preghiere […] Probabilmente ne concluderebbero che non vi è alcuna ragione evolutiva che li induca necessariamente a credere» (La libertà della vita, Raffaello Cortina Editore, 2006, p. 48).

Tra gli amanti degli animali, inoltre, si segnala anche José Luis Zapatero, durante il cui governo il Parlamento spagnolo, il 25 giugno 2008, approvò Gran Simios, un progetto con cui s’è deciso che i grandi primati – oranghi, gorilla, scimpanzé – hanno alcuni diritti umani. All’attenzione verso gli animali, pure in questo caso, non pare seguita quella verso l’uomo se si considera la parallela entrata in vigore – sotto Zapatero – di una nuova legge che ha consentito alle donne di età superiore ai 16 anni l’aborto entro le prime 14 settimane di gestazione senza l’obbligo di motivare in alcun modo la scelta. Ora, come mai?

Com’è possibile che il rispetto verso gli animali possa talvolta divenire l’atteggiamento di «chi ama cani e gatti e ignora le sofferenze dei vicini»? Alla base delle esagerazioni animaliste e della dimenticanza della dignità umana – da riconoscere in ognuno  – vi sono molti fattori. Di certo non si può non osservare come non già il doveroso rispetto, bensì il culto verso gli animali – destinatari di un affetto tante volte negato al prossimo – interessi il mondo occidentale proprio nel momento in cui la secolarizzazione pare più avanzata. E vengono in mente le parole di un prete che la sapeva lunga, il Santo Curato d’Ars: «Lasciate una parrocchia per vent’anni senza prete, e vi si adoreranno le bestie».

 

30 luglio 2015

Il Regno degli Animali


di Giuliano Guzzo

Animali? No, "cittadini non umani"

Finirà che non potremo più dire di rispettare gli animali, e chi lo farà sarà considerato razzista: dovremo specificare che si tratta di “diversamente umani”. E’ in questa direzione, infatti, che va l’iniziativa di un Comune spagnolo, Trigueros del Valle, che nei giorni scorsi ha approvato una delibera che recita che cani e gatti sono «cittadini non umani […] Obiettivo: cambiare il nostro sguardo sugli animali, non più cose e proprietà, ma soggetti di diritto» (Corriere della Sera, 29.7.2015, 21).
Naturalmente questa non è che l’ultima epifania d’un delirio che non ha nulla a che vedere con l’amore per gli animali, ma semmai con disprezzo per la ragione e che storicamente non ha precedenti: quando Caligola (12-41 d.C.) nominò Incitatus – un cavallo – senatore lo fece per far capire al Senato che non conta più nulla, mentre di questo passo assisteremo a nomine di animali in Parlamento che saranno presentate non come offesa, ma come progresso.
E in effetti, a ben vedere, progresso potrebbe davvero essere se si pensa che i membri Parlamento italiano, ultimamente,  prestano attenzione – dopo aver votato leggi vergogna come il divorzio breve – a disegni di legge sulla cannabis libera, sulle unioni civili con tanto di legittimazione dell’utero in affitto. Ben venga quindi l’ingresso in Aula di «cittadini non umani», anzi: fate presto. Fra così tanti asini, qualche cavallo e qualche cane, anche non necessariamente di razza, non potranno che alzare il livello.


Se possono entrare gli animali, ma non i bambini

L’avviso che campeggia fuori da una pizzeria di Giazza, nel veronese, dove si spiega che non sono graditi i bambini urlanti mentre lo sono – come recita un simpatico cartello lì accanto – gli animali, avrebbe certamente scandalizzato i nostri nonni ed i nostri genitori, ma non deve affatto stupire noi. Noi che viviamo in un’epoca e in un Paese in cui, curiosamente, per eliminare i plantigradi che aggrediscono l’uomo occorre, come dimostrano recenti vicissitudini del Trentino, fare i conti con opinione pubblica, animalisti e leggi per la specie protette, mentre se si eliminano, per esempio con l’aborto, esseri umani del tutto innocenti non si ha contro l’opinione pubblica, né gli animalisti né, tanto meno, le leggi dello Stato, che anzi sovvenzionano il triste paradosso.
Perché dunque prendersela dunque col gestore della pizzeria Al Torrente, che pensa gli animali mediamente più educati dei bambini? Fra l’altro, l’insensatezza di una simile polemica – che ha trovato ampio spazio sul quotidiano “L’Arena” – si può comprendere anche sulla base del fatto che non solo in Veneto o a Verona, ma nell’Italia intera i figli stanno diventando una rarità: ne nascono infatti sempre meno e, nonostante l’osannato contributo demografico degli immigrati, i deceduti superano oggi di gran lunga i nuovi nati. Ecco che allora, se c’è una critica che si può fare a quella pizzeria veronese, è quella – amara – di osservare che il problema dei bambini urlanti, oltre ad essere relativo, sarà presto risolto: del tutto. E a quel punto l’invito all’ingresso dei quadrupedi sarà, purtroppo, il solo possibile.

http://www.giulianoguzzo.com
 

02 aprile 2015

Apologia dell’agnello pasquale


di Alessandro Rico

È notizia recente la proposta di legge di Michela Brambilla, che condannerebbe a due anni di reclusione chi mangia il coniglio, tenero animale da compagnia che merita quindi le stesse tutele giuridiche di cani e gatti. Spaventosa è la prospettiva illiberale di uno Stato che si ricorda di essere etico quando vuole decidere cosa possiamo mangiare‚ e non quando nelle scuole pubbliche si insegna la dottrina gender. In realtà si tratta solo di una delle tante tiritere animaliste che subiremo durante le festività pasquali, quando le bacheche dei social network si riempiranno di commoventi immaginette di agnelli da salvare dal mattatoio. Da qualche anno a questa parte sembra proprio che l’umanitarismo liberal, tanto di moda negli ambienti più all’avanguardia di Europa e Stati Uniti, si sia spinto così in là da far rientrare nella categoria dell’umano anche gli animali. Ne è un esempio piuttosto celebre il filosofo australiano Peter Singer, tra i massimi esponenti della corrente intellettuale devota alla causa degli animal rights – anche se fonti ufficiose ci assicurano di averlo visto gustare una bella bistecca. In fondo, è il prevedibile approdo del materialismo sensistico del mondo moderno, in cui non c’è più posto per l’idea di una creazione ordinata e disposta finalisticamente, né per la fede in un’anima razionale che distingue uomo e bestia. Contano solo i sensi, ossia in che misura si può assecondare la ricerca del piacere; e in ciò non ci sono soglie che dividono l’animale dall’essere umano – qualcuno direbbe che un pastore tedesco adulto ha la stessa intelligenza di un bambino di tre anni. 
Eppure, c’è tutto un sistema di significazione attraverso il quale diamo un nostro senso al mondo, tutto un universo cognitivo che ci separa dagli animali, al punto che Wittgenstein, nelle sue Ricerche filosofiche, poteva affermare che “anche se un leone potesse parlare, noi non potremmo capirlo”. Questo mondo è il nostro mondo e ha un certo senso per noi, e solo dentro questo nostro senso ci sono “loro”. Che posto occupano allora gli animali? Possono essere sfruttati, maltrattati come oggetti? Il filosofo conservatore Roger Scruton offre forse la risposta più convincente alla pletora di buonisti, dalla Brambilla ai vegani di Facebook. Gli animali sono nostri amici, ma trattarli da amici significa rispettare la verità della loro condizione. Essi non sono passibili di scelte morali, neppure potenzialmente. Pertanto può essere discutibile una certa modalità industriale di impiegarli, come l’allevamento in batteria; al contrario, i metodi tradizionali di allevamento, in cui l’animale vive nel suo ambiente prediletto, indisturbato fino al momento della macellazione, rispondono perfettamente all’ordine (e alla gerarchia) della natura. In questo quadro si inserisce anche la cultura venatoria, oggetto di attacchi feroci da parte degli animalisti, che evidentemente non hanno coscienza di quanto il vero cacciatore ami e rispetti l’ambiente, inserendosi al posto giusto in quella che una volta si chiamava catena alimentare – a differenza di certi ambientalisti che per salvare una specie di pesci porterebbero alla rovina un intero ecosistema.
A ciò si aggiunga che l’agnello di Pasqua veicola un profondo significato spirituale‚ quello dell’Agnello di Dio che col suo sacrificio dona salvezza agli uomini. Da questo punto di vista quell’arrosto segnala un profondo cambiamento nella sensibilità religiosa dei cristiani‚ che agli animalisti dovrebbe piacere: la fine di ogni olocausto‚ sostituito una volta per tutte dalla morte del Figlio di Dio. In effetti‚ verrebbe da chiedersi quanti dei sostenitori dell’etica animale si sarebbero dissociati dalla condanna sommaria di quell’Agnello‚ il Cristo appeso alla croce a soffrire per la nostra redenzione. Perché l’esito di queste morali senza Dio‚ che pure partono da premesse tanto umanistiche da radunare in unico abbraccio anche cani e capretti‚ è di sottrarre all’uomo la sua posizione speciale‚ specie quando la persona si trova in condizioni di particolare invisibilità‚ debolezza o malattia. Si può uccidere un feto e sopprimere un malato‚ ma guai a cuocere gli arrosticini. E allora‚ da buoni cristiani‚ sediamoci con la famiglia‚ ringraziamo Dio e godiamoci l’agnello pasquale. Prima che ci vietino pure questo.

 

20 dicembre 2013

Caterina Simonsen vale più di un topo

Stefano Fuccelli, presidente del Partito Animalista Europeo, è scatenato. Ecco il suo pensiero (e quello del suo partito) riguardo alla raccolta fondi Telethon per favorire la ricerca contro le patologie genetiche rare. Qualcuno risponde. Caterina Simonsen, 25enne padovana.
Caterina è affetta da una mostruosa quantità di patologie rare; si parla – rectius, s’ipotizza, perché l’eziologia è ancora ignota - di una sindrome causata da un’ampia porzione di DNA “sconclusionato”, come se fosse stato montato da un Picasso ubriaco in una notte di luna piena.
 

25 luglio 2013

No all’aborto e alla sperimentazione embrionale (dei gorilla però)

di Isacco Tacconi

L’ultima trovata legislativa proviene dall’infelice penisola iberica, la quale sprofonda ancor più insieme alla mezzaluna dei Paesi Bassi nell’irrazionalità inumana di una società che non ha futuro.
 

06 marzo 2013

Uomini e animali: una faccia, una razza?

di Isacco Tacconi


Nel 1970, Richard Ryder, psicologo inglese, inventò un neologismo destinato ad influenzare pesantemente il pensiero di milioni di persone: "specismo". Con questa parola volle designare lo status, secondo lui arbitrario, attribuito dall’essere umano a tutte le creature, allo scopo di creare una gerarchia, al cui vertice fosse appunto l’uomo. Una sorta di “discriminazione” degli animali! Lo stesso filosofo (?) ottocentesco A. Schopenauer, sotto l’influsso delle religioni orientali di matrice panteista (induismo, buddismo, jainismo), affermò categoricamente "Bisogna essere davvero ciechi in tutti i sensi o totalmente cloroformizzati dal foetor iudaicus per non riconoscere che nell’animale e nell’uomo il fondo essenziale e principale è identico. Nell'uomo c’è solo un "maggiore sviluppo cerebrale", una differenza quantitativa".
 

19 dicembre 2012

La casalinga sanguinaria se ne frega dell'animalismo

di Isacco Tacconi

Lo scorso 28 novembre due uomini, padre e figlio, sono stati assaliti di notte da quattro rottweiler mentre liberavano il giardino dalla valanga di fango provocata dalla pioggia battente. I quattro cani, dicono, spaventati dalla tempesta di pioggia che aveva causato un’alluvione a Carrara, avevano semplicemente, in amicizia s’intende, “divelto” il recinto dove erano custoditi.