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16 gennaio 2018

Incentivare la natalità per salvare l'Italia

di Lorenzo Zuppini
Non facciamo più figli, auspichiamo di poter avere tutti i mezzi possibili per sopprimerci per qualsivoglia ragione, subiamo un’immigrazione afro-islamica clandestina dalle proporzioni gigantesche. Ebbene, come potrà finire questa storia? Che poi sarebbe la nostra.

Nel 2016 l’Italia è dimagrita di 134mila persone. Una città che scompare nel niente, sprofonda negli abissi della follia. Moriremo se non capiremo, proprio come ha scritto Mario Adinolfi nel suo ultimo libro (leggetelo, fidatevi, e mandate al diavolo i buzzurri che lo ritengono una roba da primitivi). Pierre Chaunu, storico francese, definiva l’ostilità a procreare una “peste bianca”, facendo così intendere che questo andazzo pericoloso può avere i soliti effetti mostruosi della già famosa peste nera. La decimazione della popolazione.

Come mai non nascono bambini? Sono scettico riguardo la tesi per cui la modernità, e il benessere che si porta dietro, sia la causa di ogni male: mi pare il solito attacco a questo malconcio Occidente, al capitalismo, alla ricchezza che genera, volendo sottolineare quanto questo modello di società sia negativa. Se poi aggiungete che anche Bergoglio si è espresso svariate volte, e sciattamente, su un fantomatico modello di vita che pare sia l’origine di tutti i mali, la rimanente possibilità di prendere sul serio questa ipotesi evapora. Settant’anni di comunismo in Italia, latente ma pur sempre egemone, per non parlare di quello concreto e devastante nel mondo, ha condotto la coscienza collettiva all’ammasso creando il mostro dell’uomo occidentale, bianco, misogino, egoista e razzista, che si scontra invece con l’uomo nuovo tanto voluto e mai ottenuto dal comunismo, che nell’islamismo militante anti-occidentale ha trovato una nuova bandiera sotto cui marciare.

Dunque la domanda rimane valida, e tento di dare una risposta più concreta possibile. Un maldestro filone di pensiero, chiamato gender, ci ha condotti sino a negare l’esistenza dei due sessi, il maschio e la femmina, che per la loro stessa natura sono gli unici in grado, se uniti, di creare vita. Si badi bene di non confondere questo anarchico andazzo col liberismo occidentale cui ho accennato prima: a quest’ultimo si deve obbligatoriamente applicare delle regole, altrimenti la libertà totale di ognuno di noi, senza freno alcuno, genererebbe una giungla ove vigerebbe la legge del più forte. È così che, a mio parere, un liberale non può accettare né una pratica come l’aborto né l’importanza incondizionata di beni prodotti in parti del mondo ove non esistono le leggi sul lavoro vigenti qui. E al contempo, da liberale convinto, credo che le pulsioni sessuali di chiunque non possano né essere contestate né, però, trasformate in vessillo. Il progresso tecnico e scientifico, tipico per altro delle realtà liberiste, deve poi trovare applicazione con criterio e raziocinio, evidentemente assenti nella pratica dell’utero in affitto. La libertà di ognuno di noi non può quindi ledere quella altrui. La sinistra anti-capitalista, anti-borghese e anti-occidentale estremizza tutto questo conducendo la società verso un sistema chiamato comunismo che, per sua stessa natura, non può che essere dittatoriale. Così anche le teocrazie islamiche.

E le prime conseguenze di questa pazzesca teoria gender consistono nella creazione di una molteplicità di unioni, sterili per natura (e non per colpa mia), le quali, nel nome del solo amore, esigono di poter essere riconosciute al pari dell’altra, della prima, della così detta naturale. Scompare, quindi, l’unico pilastro su cui si poggia la sopravvivenza di un Paese: la procreazione. Al suo posto si insinua il concetto di desiderio/diritto, una forma di edonismo all’ennesima potenza che, non tenendo affatto conto dei possibili effetti collaterali, trasforma ogni voglia in un diritto inalienabile della persona, approdando ad una delle più grandi aberrazioni che la mente umana abbia mai concepito: l’utero in affitto.
Il secondo passaggio consiste nel trasformare tutto questo in verità assoluta, impossibile da criticare pena la persecuzione, in assenza di un dibattito serio, da parte di certe milizie del così detto politically correct che bastonano, imbavagliano ed espongono al pubblico ludibrio gli eretici che, sommessamente, osano alzare il dito.

Ultimo passaggio: le già misere risorse economiche che uno Stato ha a disposizione devono essere ripartite tra i nuovi e vari nuclei familiari che vengono alla luce, finendo così per diminuire drasticamente quelle stanziate, o che dovrebbe essere stanziate, per il sostegno alla cara e vecchia famiglia naturale. Non è possibile opporsi a ciò perché, pretendendo una disparità di trattamento, sei tacciabile di razzismo. Non è altrettanto possibile ricordare sommessamente che il ruolo della donna è, tra i tanti, quello di essere madre, pur non negandole la possibilità di fare carriera ottenendo riconoscimenti, perché altrimenti sei misogino. Figuriamoci se è ascoltabile la proposta (sacrosanta) del Popolo della Famiglia consistente nel garantire mille euro al mese per ogni bambino nato, dando così la possibilità alla madre di rimanere a casa senza privare la famiglia di un’entrata: le paladine del femminismo, momentaneamente occupate a discettare sulle trombate di trent'anni fa, urlano e strepitano perché questi rozzi maschilisti vorrebbero relegare la donna in casa. Chissà, forse a tale proposta mancano i finanziamenti per un buon burqa, tanto è l’amore che questi arruffoni casinisti provano per quel mondo. I burqa, ahimé, stanno però arrivando, e nascoste sotto di essi ci sono donne gravide o pronte a dare alla luce figli su figli, proprio come le invitò a fare il presidente Erdogan (“fate almeno cinque figli”).
La coalizione di destra (a me piace chiamarla così) ha promesso un massiccio incremento delle risorse in aiuto alla natalità. Una seria lotta alla sterilità, dunque. E se proposte di questo genere fossero davvero inconcepibili per il loro costo, beh, io preferisco certo chi almeno ha l’ardire di presentarle rispetto a chi va blaterando che “love is love”.

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27 luglio 2017

Immigrazione o natalità?


di Giuliano Guzzo

In casa piddina sono giorni, questi, di accesa per non dire infuocata discussione sull’emergenza denatalità; fatto decisamente storico, considerando che da quelle parti un discorso sensato capita, in media, una volta ogni lustro. Tuttavia secondo alcuni pure questa frequenza è eccessiva, quindi giù polemiche contro la questione demografica: roba da Dc anni ’50 e ridicola, anzi becera retorica fascistoide. Questo il tenore dei ragli, pardon dei commenti. Il Pd rischia così, in men che non si dica, di vanificare la sola occasione che si è dato, dopo molto tempo, di occuparsi di una cosa seria: l’inverno demografico, appunto.

Un fenomeno che, fino a ieri – nella fervida fantasia di qualcuno –, sarebbe dovuto essere arginato dall’immigrazione. Ora invece si è compreso, checché ne dica Boeri, che gli immigrati non ci salveranno affatto, e quindi sarebbe il momento, finalmente, di parlare di quello che all’Italia più manca: le culle. Gli specialisti, del resto, lo denunciano da anni con tutto il fiato che hanno. Era la bellezza di quattordici anni fa, per dire, quando Antonio Golini, statistico, accademico dei Lincei nonché direttore della prima rivista di demografia del mondo, lo diceva chiaramente: «Italiani a rischio estinzione» (Il Giornale, 9/11/2003). Ora, pensate gli abbiano dato retta?

Macché. E pensare che la nostra penisola, proprio sulla demografia, è già crollata clamorosamente una volta: con l’Impero romano. Sono difatti gli storici a sostenere come, nel declino dei Romani, un ruolo decisivo l’abbia avuto il crollo della natalità (cfr. De Jaeghere M. Les derniers jours, Tempus Perrin 2014), che portò i 55-60 milioni di abitanti dell’epoca di Augusto ad appena 25-30 milioni nel tardo Impero (cfr. Chaunu P. Un futur sans avenir, Calmann-Lévy 1979). La sola Roma, pur restando la più grande città dell’Occidente altomedievale, rispetto agli splendori passati perse qualcosa come il 90% della sua popolazione (cfr. AAVV. Storia medievale, Donzelli 2003).

Non si tratta dunque d’agitare spauracchi né di rispolverare retoriche littorie, ma solo di capire che storia si ripete. Anzi, si sta già ripetendo. E che di questo non si possa (ancora) parlare serenamente, la dice lunga sulle condizioni disperate in cui versiamo, col sostanziale divieto di occuparci della realtà o, se preferite, della storia appunto. Sorge così il sospetto che il vero errore di Patrizia Prestipino, membro della direzione nazionale del Pd – la quale, sia pure assai maldestramente, ha dato l’appoggio al Dipartimento Mamme voluto da Renzi -, non sia stato di parlare della salvaguardia della «razza italiana», ma di dimenticarsi che la razza, oramai, è un’altra. L’italiota.

https://giulianoguzzo.com/2017/07/26/razza-italiota/
 

08 marzo 2017

Stiamo sparendo. E gli stranieri non ci salveranno


di Giuliano Guzzo

Gli italiani si stanno estinguendo. No, non è la cupa profezia di qualcuno, bensì una tragica realtà che l’ultimo report dell’Istat, reso noto ieri, ha certificato in modo inoppugnabile: i residenti in Italia, al primo gennaio 2017, erano 86.000 in meno rispetto al primo gennaio del 2016. Un calo in parte già anticipato da una nota di sedici pagine diffusa lo scorso giugno, ma che ora viene ufficializzato con quantificazioni da brividi. In pratica, è come se una città come Como o centri come Bassano del Grappa e Riccione sommati, da un anno all’altro, fossero scomparsi. Nel nulla. Il solo dato non negativo, in quello che pare un bollettino di guerra, è rappresentato dal calo dei morti, 608.000 contro i 648.000 del 2015.

Per il resto, il 2016 si è confermato un anno demograficamente allucinante dal momento che, quanto a saldo naturale – la differenza tra il numero dei nati vivi e quello dei morti – ha fatto registrare il secondo peggior risultato storico (-134.000), superato soltanto da quello del 2015, che per ora è da considerarsi come eccezionale (-162.000). Tuttavia, differentemente 2015 – sottolinea l’Istat – quando a incidere negativamente sulla dinamica naturale furono sia il calo delle nascite sia l’eccezionale aumento dei morti, il deficit naturale del 2016 è da ascriversi soprattutto a una nuova riduzione della natalità. Questo significa che il nostro problema, come poche voci solitarie denunciano da anni, è anzitutto quello delle culle vuote.

Pare difatti esservi solo una parte d’Italia che soffre meno l’inverno demografico, la provincia di Bolzano che, a fronte di una riduzione delle nascite su scala nazionale del 2,4 per cento, ne registra un incremento pari al 3,2 per cento. Per il resto, lo scenario è cupo assai. E non riguarda solo il nostro Paese. Secondo una nota apparsa a gennaio su Population & Sociétés, il bollettino mensile d’informazione dell’Istituto nazionale demografico francese, oggi in Europa una donna su sette non ha figli, record che non si registrava, pensate, dalla prima guerra mondiale. La stessa Francia, per anni osannata come faro della natalità nel Vecchio Continente, va ora affossandosi, se si pensa che se le donne francesi sono rapidamente passate da una media di 2,01 figli registrata nel 2014, ai 1,96 figli del 2015 fino agli 1,93 dello scorso anno.

Ora, poiché il tasso di sostituzione è pari a 2,1 figli per donna, è fuori discussione come la denatalità europea non sia più questione marginale, bensì una vera e propria emergenza. Che i governanti europei pensano di affrontare e risolvere in un solo modo: ospitando un numero sempre più elevato di migranti. Una soluzione – anche sorvolando sulle non secondarie problematiche relative all’integrazione degli stranieri – che non sta in piedi per almeno tre motivi. In primo luogo, perché i cosiddetti migranti sono in larga parte di sesso maschile. In seconda battuta, poi, perché già oggi, in Italia, le straniere residenti non fanno più di 1,95 figli ciascuna, numero ben superiore a quello delle donne italiane ma lontano a quello che sarebbe necessario al nostro paese per risollevarsi.

Che gli stranieri non costituiscano affatto, pur chiaramente apportando un qualche contributo, una soluzione alla denatalità, risulta poi provato proprio dal poc’anzi caso di Bolzano. Infatti, se da una parte è vero che in Alto Adige – dove comunque, si badi, manca il tasso di sostituzione – si registra, inattesa, una crescita della natalità, dall’altra è altrettanto vero come da quelle parti gli stranieri residenti siano meno rispetto a quelli presenti in provincia di Trento, dove invece l’inverno demografico pare ben lontano dall’essere superato: 46.454 anziché 48.466. Ebbene, se davvero l’immigrazione fosse la miracolosa salvezza che raccontano, dovrebbe essere il Trentino a trainare la natalità regionale e non l’Alto Adige, come invece avviene.

Senza contare, denunciano demografi come Giancarlo Blangiardo, che gli effetti dell’ipotetica compensazione derivante dalla sostituzione dei neonati con immigrati, nel lungo periodo, sono destinati a produrre un accrescimento del carico sociale con un’intensità che sarà tanto più accentuata quanto più i flussi di immigrazione saranno caratterizzati da soggetti giunti da noi in età matura. Morale della favola, sperare che gli immigrati raddrizzino a suon di figli la nostra avvilente curva demografica non è solo un’ipotesi strampalata, è proprio folle. Che fare, dunque, per non scomparire o per non trasformarci in un immenso ospizio? Quale strategia dovrebbe adottare l’Europa, ma soprattutto l’Italia, per uscire da un inverno demografico che flagella la penisola da decenni?

Da sociologo, credo che le priorità siano almeno tre. La prima è smettere di considerare la denatalità questione di di asili nido, occupazione femminile o aiuti economici, tutte cose utili ma non risolutive. Oltre al poc’anzi citato caso della Francia, che sulle politiche familiari investe assai, ricordo quello dell’Emilia Romagna, già dalla fine degli anni Sessanta all’avanguardia fra tutte le regioni italiane con un indice di posti nido ogni cento bambini migliore di quello europeo, il cento per cento di posti nelle scuole materne e un’occupazione femminile di livello europeo; eppure, ciò nonostante – ha segnalato uno studioso come Roberto Volpi – negli anni Novanta, dall’alto di questi record, in quella regione si è assistito al precipitare delle nascite di anno in anno fino all’inconsistenza di 0,9 figli per donna, record mondiale ancora ineguagliato.

Smettiamola, allora, di considerare i figli che non nascono espressione di disagi solo materiali, perché non è così. Un secondo aspetto da considerare, per rilanciare la natalità italiana, è la vituperata famiglia tradizionale. Se infatti aspettiamo le cosiddette famiglie arcobaleno o speriamo nelle convivenze, cari miei, stiamo freschi: è la coppia sposata, soprattutto se giovane, la salvezza demografica dell’Italia. E per quanto gli incentivi economici – da soli – non bastino, occorre sostenere il più possibile i giovani che convolano a nozze. Un terzo ed ultimo consiglio che mi sentirei di dare, più generale degli altri, è quello di iniziare ad occuparsi di denatalità abbandonando in blocco inderogabili priorità progressiste quali unioni civili, uteri in affitto, ius soli, biotestamento e caccia armata agli obiettori di coscienza. Non si tratta di essere di destra, ma di non essere dementi.

https://giulianoguzzo.com/2017/03/07/stiamo-sparendo-e-gli-stranieri-non-ci-salveranno/

 

02 settembre 2016

Natalità. Non è una questione di soldi


di Paolo Inselvini

Il cosiddetto “fertily day” e l'annessa campagna lanciati dal ministero della salute hanno infiammato orde di contestatori che hanno marchiato questa iniziativa come bigotta e retrograda.
Al netto della solita sudditanza alla lingua inglese, della strutturazione superficiale e degli slogan rivedibili, ho ritenuto subito l’iniziativa in parte condivisibile.
La denatalità è, infatti, uno dei più grandi problemi che colpiscono l’Italia e, come sostenuto da sociologi ed economisti, porterà il nostro Popolo ad un’inesorabile e lenta morte.

Non è, però, mio intento difendere l’indegno governo Renzi. Credo, anzi, che questa campagna rappresenti l’ipocrisia di un esecutivo che la Famiglia sta cercando di distruggerla da un punto di vista culturale, antropologico ed economico; un governo che la natalità non la sta certo favorendo. Con un pizzico di malizia, mi viene, inoltre, da pensare che questa non sia altro che una battaglia di retroguardia di una parte di governo che cerca di recuperare i pochi voti che aveva e che ha perso a causa della sua incoerenza. E’ poi pacifico che non potrà essere solamente questo tipo di iniziative a spingere gli italiani a ricominciare a fare figli. Ci sono, infatti, condizioni economiche sfavorevoli per coloro che volessero crescere un figlio, mentre coloro che hanno il coraggio di avere figli invece che essere tutelati vengono maggiormente vessati. Queste sono sicuramente situazioni inaccettabili e vanno risolte attraverso politiche serie e lungimiranti.

Guardiamo però in faccia la realtà, la società e noi stessi. Il problema centrale della denatalità non è quello economico. Non è vero che non si fanno più figli perché c’è la crisi, c’è precariato, non c’è lavoro. Il vero problema è di tipo antropologico e culturale. Non si fanno più figli a causa dell’egoismo e dell’individualismo che governano le nostre vite. In una società fondata sul consumismo, sul materialismo, sui falsi miti del progresso spacciati come verità dai media di regime, non c’è spazio che per l’io ed i suoi desideri. In questa società, nella quale le relazioni di coppia sono viste solamente come un mezzo per arrivare alla propria felicità e all’appagamento delle proprie pulsioni, non c’è spazio che per l’io ed i suoi desideri.

Di conseguenza è falso, in molti casi, il fatto che non si facciano più figli per motivi di carattere economico. Gli italiani, ed in generale tutti i cittadini occidentali, decidono di non fare più figli perché questo toglierebbe loro anni di divertimento, non permetterebbe, a dire di molti, di fare carriera, non permetterebbe loro di realizzarsi a pieno, non permetterebbe loro di comprarsi ogni anno l’i-phone nuovo.

Tutto ciò è dovuto alla distorta visione del mondo, della realtà e della vita che sono state propagandate soprattutto negli ultimi decenni. Per fare figli serve fare molti sacrifici, non solo economici, è necessario donarsi in modo incondizionato e disinteressato, è indispensabile essere consapevoli della grande bellezza e delle grandi responsabilità che comporta questa scelta.
E’ evidente che la società attuale abbia abbandonato da tempo tutte queste caratteristiche essenziali.
Di conseguenza i figli, o non si vogliono proprio o li si vuole come e quando decidiamo noi, del sesso e del colore di capelli di cui li desideriamo. Insomma, i figli ci servono solo quando diventano un nostro desiderio, un qualcosa che ci manca fra le mille che questo mondo moderno può fornirci.

Cosi ci è stata data la possibilità di creare i nostri figli attraverso provette e uteri in affitto e, come se non bastasse, la possibilità di sceglierli su dei cataloghi. In questo modo i pochi figli che nasceranno saranno fatti su misura e potranno davvero renderci felici. Questo è, purtroppo, quello a cui ci sta portando questa società: un figlio rappresenta una delle tante cose che questo mondo può offrirci, perciò, o ce lo offre con le modalità, i tempi e le condizioni che ci aggradano o possiamo farne a meno. Questo è quello che, come previsto incredibilmente da romanzi distopici del secolo passato, il potere vuole per noi e noi, schiavi, continuiamo ad ubbidire docilmente.

La Vita, una nuova nascita, non sono più viste come un dono, ma solamente come un peso o come un desiderio da esaudire. Fino a quando continueremo a credere che queste possano essere davvero le condizioni per portarci alla felicità ed alla vera libertà, fino a quando non torneremo a vedere la maternità e la paternità come una ricchezza ed un dono immenso, noi italiani continueremo a non fare figli. Ben vengano, quindi, campagne di sensibilizzazione, se fatte con sincerità, se seguite da fatti e soprattutto se contestate dai più grandi sponsor del politicamente corretto e del progressismo.

Per tornare a fare figli, però, ci vuole un cambiamento radicale nello spirito e nella concezione della vita. Sperando e soprattutto continuando a lottare affinché questo possa accadere, nel frattempo, di fronte a molte coppie in carriera che ritengono di intralcio fare figli, continuerò a preferire quelle coppie che, nonostante le difficoltà, continuano a fare sacrifici quotidiani per crescere ed educare i più grandi doni della propria vita.
 

12 giugno 2016

Ci stiamo estinguendo, se volete segnarvelo

di Giuliano Guzzo
Non c’è bisogno di essere apocalittici, basta leggersi le sedici pagine dell’ultimo bilancio demografico Istat, diffuso ieri, per scoprire che «nel corso del 2015 il numero dei residenti ha registrato una diminuzione consistente per la prima volta negli ultimi novanta anni: il saldo complessivo è negativo per 130.061 unità. Il calo – viene precisato – riguarda esclusivamente la popolazione di cittadinanza italiana – 141.777 residenti in meno – mentre la popolazione straniera aumenta di 11.716 unità». In parole povere, gli Italiani stanno iniziando ad estinguersi: dopo aver smesso di fare figli, dopo aver preso ad invecchiare vertiginosamente, ora iniziano – iniziamo – a ridursi di numero.

Aspettate, perché le cattive notizie non sono ancora finite. Infatti, se gli italiani sono messi maluccio è anche perché il contributo positivo alla natalità delle donne straniere, per la prima volta, inizia a mostrare i segnali di un’inversione di tendenza: così, mentre l’incremento delle nascite registrato fino al 2008 era dovuto principalmente alle donne straniere, negli ultimi tre anni anche il numero di stranieri nati in Italia, pari a 72.096 nel 2015 (il 14,4% del totale dei nati), ha iniziato progressivamente a ridursi (-7.798 nati stranieri dal 2012): si prega di far pervenire la notizia all’allegra banda del «meno male che ci sono gli immigrati», del «gli stranieri ci salveranno» e dell’«evviva i nuovi italiani».

Nel caso a qualcuno fosse sfuggito, ospitiamo nel nostro Paese già più di 5 milioni di persone cittadinanza straniera (8,3% dei residenti a livello nazionale) eppure striamo sprofondando: se vogliamo raccontarci che è perché servono altri immigrati – e meno male che stanno arrivando i migranti (quasi tutti uomini: un affarone per la natalità!) -, possiamo farlo, chiaro, ma la realtà è questa, signori. Ed è una realtà che fa male, perché alimenta tanti, brutti interrogativi: chi pagherà, dopodomani, pensioni e sanità se viene a ridursi il numero di residenti (e contribuenti)? Faremo lavorare gli ottantenni? Innalzeremo ancora le tasse? Avvieremo un’eutanasia di massa? Acquisteremo neonati?

Dopo averci propinato la storiella dell’immigrazione come salvezza demografica, dopo aver facilitato in tutti i modi l’aborto (con Ru-486, EllaOne, ecc.), dopo aver picconato ulteriormente la famiglia con divorzio breve e unioni civili, direi che è il caso, cari politici, di iniziare a ricostruirla davvero, l’Italia, facendo semplicemente l’opposto di quanto avete fatto finora. Paesi come la Spagna sono difatti destinati a perdere, nei prossimi 50 anni, oltre 5 milioni di persone (cfr. Proyección de la Población de España 2014–2064, Instituto Nacional de Estadística) e noi rischiamo di non essere da meno. O forse l’idea di condurre le prossime campagne elettorali nelle case di riposo vi attira? In quel caso, continuate così.
 

05 giugno 2016

Danimarca, spot sul sesso e un po’ di figli in più


di Giuliano Guzzo
Ad ascoltare cosa scrivono i giornali, sembra che in Danimarca abbiano superato l’inverno demografico. Grazie infatti ad una campagna volta ad incentivare i danesi a fare più sesso –  «Fallo per mamma» – nel 2016 sarebbero in arrivo 1.200 bambini in più rispetto allo scorso anno. La notizia rallegra, naturalmente. Tuttavia pare un po’ presto sia per gridare alla scoperta dell’antidoto contro il calo della natalità, sia per brindare alla nuova primavera demografica danese. Per quanto riguarda il presunto successo di «Fallo per mamma», c’è da dire che una prima – anche se molto debole – inversione di tendenza in termini di maggiore natalità, in Danimarca, si era registrata già nel 2014, con il passaggio a 10,22 nascite in un anno per 1.000 persone, leggerissimo aumento rispetto alle 10,2 del 2013; ed anche nel 2015 sono nati più figli che nel 2014.
Anzi, se si va a confrontare il numero dei nati nel 2015 con quello dei nati del 2014 si scopre una differenza di oltre 1.300 unità, superiore quindi ai 1.200 bambini in arrivo in più quest’anno. Dunque è tutto da dimostrare che il piccolo“baby boom” in corso sia dovuto al succitato spot anziché ad una tendenza in essere da qualche tempo e della quale, peraltro, non è chiaro se i responsabili siano i danesi o gli immigrati nel Paese. Ma c’è dell’altro: la stessa notizia di 1.200 nati in più – per quanto positiva – non è affatto sufficiente a considerare la Danimarca fuori dall’inverno demografico. Si deve infatti ricordare che nel 2014 il numero medio di figli per donna era di 1,69, anni luce da quel tasso di sostituzione (2,1) che garantisce ad un Paese non già di crescere, ma almeno di sopravvivere. Perché queste precisazioni? Per diversi motivi.
In primo luogo perché non vorremmo che tiepidi risvegli demografici in un Paese dell’Europa del Nord facessero pensare superato un problema – quello della denatalità – che si è stratificato nei decenni e nella mentalità, ragion per cui è semplicemente ridicolo pensare di risolverlo con qualche spot pubblicitario. Un secondo motivo per cui si son volute effettuare le anzidette precisazioni – soprattutto mettendo in luce come sia assai dubbia l’efficacia dello spot  «Fallo per mamma» – è per evitare che qualche cervellone importi l’idea in Italia, magari con qualche corso scolastico. Infine, ammesso e non concesso che bastino pubblicità a risolvere il guaio della denatalità – cosa tutt’altro che sicura, come si è visto – c’è da dire, come terza considerazione, che i figli non basta farli, bisogna anche crescerli ed educarli: non proprio un dettaglio.
 

23 gennaio 2015

La famiglia in Italia: 40 anni in discesa



di Fabrizio Cannone

Tra i migliori sociologi, statistici e demografi italiani viventi spicca la figura di Roberto Volpi, autore negli ultimi anni di importanti saggi sull’andamento della società e della cultura, ma soprattutto sulla crisi della famiglia in Europa (cf. Liberiamo i bambini, 2004; La fine della famiglia, 2007; Il sesso spuntato. Il crepuscolo della riproduzione sessuale in Occidente, 2012, ecc.). In questi saggi, il Sociologo toscano (e padre di 3 figli) critica fermamente e in modo documentato ed ineccepibile le politiche familiari dei vari governi occidentali, di Destra, di Centro e di Sinistra, tutte in un certo senso anti-famiglia. Più ancora Volpi fa notare le gravissime conseguenze sociali e morali della perdita del senso di paternità (nell’uomo) e di maternità (nella donna). Si tratta di libri importanti, affiancati spesso da articoli di fondo pubblicati sul Foglio, in cui si fa luce sugli impatti negativi e destabilizzanti degli anticoncezionali e della banalizzazione dell’aborto.
Da ultimo il Nostro ha pubblicato il saggio: La nostra società ha ancora bisogno della famiglia? (Vita e Pensiero, Milano 2014). A proposito di questo Saggio è stato intervistato recentemente da Andrea Galli su Avvenire (21 dicembre 2014, p. 24) e da parte nostra desideriamo riferire i passaggi chiave dell’intervista.
Secondo il Sociologo l’annus terribilis della demografia italiana, più che il 1968 (inizio della rivoluzione nichilista in Europa), è il 1975, poiché «da quell’anno sia i matrimoni che le nascite cominciano a perdere terreno. Queste ultime in 5 anni arrivano a perdere il 25%, una caduta che poi rallenta ma non si arresta per altri vent’anni». Nel 1965 si era concluso il Vaticano II, che aveva pubblicato un documento, la Costituzione pastorale Gaudium et spes, dedicato ampiamente alla famiglia e al Matrimonio. Nel 1968 Paolo VI, con grande coraggio e sapienza, pubblicò l’enciclica Humanae vitae, che condannava senza giri di parole la contraccezione, praticata in qualunque modo. Ma né il Concilio (letto da moltissimi teologi e pastori nel modo che sappiamo...), né l’Humanae vitae (apertamente sabotata da non pochi vescovi e prelati) riuscirono ad evitare l’introduzione del divorzio e dell’aborto, approvati in quasi tutti i Paesi di tradizione cristiana durante gli anni ’70 del ’900. In Italia nel 1970 fu introdotto il divorzio (approvato definitivamente con il referendum del 1974) e nel 1978 l’aborto. Gli effetti catastrofici di queste due pseudo-leggi non tardarono a farsi sentire, con la dissoluzione, prima soft poi hard della famiglia italiana, in passato considerata nel mondo intero come simbolo esemplare di fede, di forza, di unità compatta e indissolubile. Infatti, ricorda il Sociologo che in breve tempo si arriva alla quota di 1,2 figli per donna, «uno dei più bassi al mondo in quel momento [negli anni ’90], meno della metà di quello della fine degli anni Sessanta». In un trentennio, si ebbe una rivoluzione da cui ci vorranno decenni per riprendersi, rivoluzione definita dal Volpi come «una mutazione per così dire antropologica».
La legalizzazione del divorzio, anche per il suo impatto simbolico, ha rovesciato la mentalità che da sempre era diffusa in Italia con la famiglia al centro, e con la sicurezza per i figli di avere due genitori certi fino alla morte. «Fin allora in Italia sia i cattolici che i laici [comunisti inclusi...] avevano aderito a un tipo di matrimonio fortemente ispirato dalla Chiesa: sino alla fine degli anni ’60 su 100 matrimoni 98 erano religiosi». Ciò significa che il Paese che aveva i più grandi partiti comunisti e socialisti d’Occidente era comunque ancora legato alla tradizione cristiana, giudicata dal popolo come positiva e benefica.
Ma quali erano in estrema sintesi i principi della famiglia tradizionale in Italia? «Indissolubilità, fedeltà e obbedienza dei bambini all’autorità familiare, segnatamente del padre, ne erano i cardini». Vi rendete conto, cari lettori? C’era un senso “biblico” della famiglia molto di più nei partiti laici ancora negli anni ’60, di quanto ce ne sia in moltissimi cattolici oggi, che non praticano e non stimano né l’indissolubilità, né la fedeltà reciproca, né tanto meno l’autorità del paterfamilias. Ma quando vigeva il concetto di «autorità familiare», come lo chiama il Volpi, le famiglie erano unite, prolifiche e costituivano (salvo le sempre possibili e non rare eccezioni) dei porti sicuri per i figli e per i figli dei figli... Ma oggi? Se perfino teologi e pastori si accodano dietro le assurde rivendicazioni del femminismo e dell’ideologia del gender, da chi e in nome di cosa verrà esercitata l’indispensabile autorità? Ma senza autorità, può esistere la fedeltà e l’indissolubilità, l’educazione e la doverosa correzione dei figli? Risponda chi può!
In generale, ricorda lo Studioso, «ci si sposava giovani, le donne a una media di 24 anni. La battaglia sul divorzio mirava al cuore di quel modello: indissolubilità e fedeltà [...]. L’infedeltà del maschio era più tollerata, socialmente e moralmente, di quella della moglie, accompagnata da una sua maggiore autorità (almeno pubblica, di fronte alla società: perché sappiamo che all’interno della famiglia molto spesso non era così)». Il divorzio, unito alla retorica femminista dell’utero è mio e lo gestisco io (gestire, capite? gestire!!!), è stata l’arma propizia per la freudiana uccisione del padre e in esso della famiglia tradizionale: «All’inizio, due su tre domande di separazione legale vennero avviate da donne. Le donne [non tutte però...] hanno visto nel divorzio la possibilità di spostare un rapporto di forza sull’uomo». Il Matrimonio, da Sacramento dell’amore e vincolo di perfezionamento reciproco, a «rapporto di forza»... Anche questo è stato il femminismo, una guerra contro i sentimenti, una guerra contro l’amore.
Il giornalista Galli chiede al Sociologo se la situazione nel frattempo sia migliorata e se il Meridione d’Italia, che al tempo votò in larga parte contro divorzio e aborto, abbia tenuto. Secondo il Demografo la situazione si è ancora aggravata e il Sud «è stato omologato» al resto del Paese. Per esempio, «oggi le regioni dove la fecondità è più bassa sono quelle del Sud, il Molise e la Basilicata, e va segnalato il caso della Sardegna, leader nella de-fecondità e de-nuzialità». Tra i fenomeni che sono in crescita ovunque, specie nelle grandi città del Nord, vi è quello delle «coppie di fatto e le coppie di fatto non conviventi». Mah! Gli italiani, di oltre 25 anni, che vivono da soli, per varie ragioni (per scelta o per abbandono), ammontano ora a «più di 5 milioni»! 
Ma quale differenza di fondo si denota tra la famiglia tradizionale e la famiglia contemporanea? Secondo Volpi, «il modello di famiglia tradizionale è fondato su una forte responsabilizzazione reciproca. Il nuovo modello è fondato invece sul sentimento: l’amore, il sentimento basta. Sembra una visione più avanzata, moderna, in realtà è un’idea più fragile e con ricadute sociali negative». E lo Studioso ne dà questa spiegazione: «Una società che si fonda su legami a più alto livello di responsabilità e a forte istituzionalizzazione è indiscutibilmente una società più solida, interrelata e solidale di una che si fonda su legami a più basso livello di responsabilità e a nullo livello di istituzionalizzazione». Parole da meditare che possiamo osservare ogni giorno intorno a noi... Faccio notare che la diffusione della violenza, anche domestica, è tipica delle società sfibrate e liquide come la nostra, e non delle società tradizionali all’antica, sotto l’autorità indiscussa del paterfamilias.

Purtroppo nulla di buono neppure sul fronte dei Matrimoni religiosi, oggi circa 110.000 l’anno, «mentre erano 420.000 nel 1964», con una popolazione di molto inferiore. Ed essi stanno calando con un ritmo di quasi 10.000 nozze all’anno. «Se la tendenza dovesse perdurare, i matrimoni in chiesa diventeranno un elemento residuale. Sulla famiglia la Chiesa ha perso la battaglia culturale nei confronti della società laica». E non solo sulla famiglia, purtroppo. Chi ama la famiglia tradizionale però sa che Cristo stesso la ama e che Lui, potendo risuscitare i morti, può anche risuscitare la famiglia, ridotta a cadavere dalla secolarizzazione e dal relativismo.