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08 luglio 2025

Traditionis Custodes era una truffa

La Messa in Latino non creava alcun problema alla maggior parte dei vescovi nel mondo e, anzi, il motu Proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI, volto a “liberalizzare” la celebrazione tridentina era apprezzato fra molti prelati.

Questo il vero risultato del sondaggio che Papa Francesco aveva proposto all’episcopato globale per supportare le sue decisioni riguardo la limitazione delle celebrazioni preconciliari. Eppure i risultati andavano in senso nettamente opposto, come spiegato da Diane Montagne,  offrendo uno scenario ben diverso da quello che evidentemente il passato pontefice si aspettava. E dunque, rispettando il principio in voga nella Chiesa dal 1962 in poi, se la realtà non dà ragione alle elucubrazioni del momento, tanto peggio per la realtà.

Effettivamente che ci fosse qualcosa di strano lo avevamo capito sin da subito, perché viviamo quotidianamente la realtà dei gruppi stabili e dei rapporti con le curie, con le quali da anni, a parte qualche caso, ogni belligeranza era sopita. L’episcopato italiano seppur progressista e votato al cupio dissolvi liturgico, sa perfettamente che da queste celebrazioni non deriva alcuna problematica reale. 

Bergoglio dunque ha agito di imperio, manipolando i dati, evidentemente in concerto con i mondi ostili al rito antico, in quanto ostili al messaggio cattolico. Ai tempi di Traditionis Custodes fu abbastanza chiaro che l’input del provvedimento arrivava dal Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, l’ateneo che recentemente ha scaricato Andrea Grillo dopo il suo ultimo delirio contro Carlo Acutis. 

Andrea Grillo è uno degli pseudo liturgisti più attivi nella teorizzazione della repressione del Rito Tridentino, in quanto egli propugna una dottrina eucaristica profondamente rivisitata e pericolosamente distante da quella cattolica. La Messa in Latino chiaramente non si presta alla diffusione di queste teorie, purtroppo molto in voga tra i liturgisti moderni (alcuni sono arrivati ad accostare la consacrazione ad un rapporto sessuale, vedete voi…) a loro volta molto in voga durante il descamisado pontificato argentino.

Ora la palla è in mano a Leone XIV, apparentemente non ostile. Preghiamo affinché non solo la Messa di sempre (si la chiamiamo così), ma in generale la liturgia cattolica-romana trovi una nuova primavera. 


 

17 luglio 2021

Messa in latino. Un punto di vista sociologico


di Giuliano Guzzo

Con l’emanazione del motu proprio Traditionis Custodes e relativa lettera accompagnatoria Papa Francesco – affermando che «l’intento pastorale dei miei Predecessori» volto al «desiderio dell’unità» è «spesso gravemente disatteso» -, ha da oggi ritenuto di abrogare la liberalizzazione del rito antico come forma straordinaria della liturgia. In questo modo, si è modificato il Summorum pontificum (2007) di Papa Benedetto XVI e la Messa in latino torna sorvegliata speciale; addirittura si è previsto tra i compiti dei vescovi di aver «cura di non autorizzare la costituzione di nuovi gruppi», espressione che, se non fosse chiaro il tema, potrebbe far pensare che i «gruppi» di cui si sta parlando siano oscure sette e non già fratelli nella fede.

Ora, chi scrive non frequenta celebrazioni di rito antico, cui ha preso parte solo rare volte. Lo premetto non perché nutra riserve verso la Messa in latino, tutt’altro, ma solo per evidenziare che quanto sto per scrivere non è una riflessione “da tifoso” di una parte. Detto questo, ritengo non si possa fare a meno di chiedersi se il «desiderio dell’unità», «spesso gravemente disatteso» dalle disposizioni finora vigenti, possa invece essere raggiunto con una decisione come quella apportata da Traditionis Custodes. Certamente il Papa non improvvisa nulla, ma almeno un dubbio rispetto a questa scelta – soprattutto in rapporto al fine che si prefigge – è lecito porselo. C’è di più.

In casa progressista – basta un banale guardo ai social, che ormai sono osservatori anche giornalistici assai utili – la decisione del pontefice pare abbia generato un notevole giubilo. Non come dopo la vittoria degli Europei della nazionale di Mancini, ma giù di lì; il che, accostato a reazioni opposte da parte dell’area conservatrice, fa pensare proprio che il disatteso «desiderio dell’unità» non solo rischi di restare insaziato, ma veda le divisioni attuali aggravarsi. Naturalmente, spero di sbagliarmi. In ogni caso – e qui allargo il discorso – che una questione val la pena porsela: perché il rito antico non solo non è mai morto, ma seguita ad attirare se non fedeli quanto meno curiosi?

Anche solo in una prospettiva sociologica, la domanda non è banale. Sì, perché si tratta di un fenomeno da un lato certo – la Fraternità Apostolica San Pio X, che tale rito ha sempre mantenuto, dal 1976 in poi non solo ha guadagnato fedeli, ma ha registrato un boom di vocazioni (+2000%) – e, dall’altro, controintuitivo [ragionamento analogo per gli istituti ex Ecclesia Dei, ndr]. In effetti, mentre la Messa cui tutti, a partire dal sottoscritto, perde fedeli a ritmi preoccupanti (nella cattolica Italia i cattolici praticanti sono forse il 15% del totale, per non parlare delle aree germanofone o nordeuropee, ormai scristianizzate), quella “di una volta” (e, in teoria, candidata all’estinzione) non solo resiste ma guadagna terreno. Affascina. Attira. Questo, lo si ripete, non è un giudizio di valore ma un dato di fatto: e coi fatti bisognare i conti.

Concludo questa breve riflessione, tengo a ribadirlo, non per appoggiare né criticare il motu proprio Traditionis Custodes, ma solo per chiedermi se verso il rito antico sia un atteggiamento di marginalizzazione, quello opportuno da tenere. Mi pongo il problema – certo di non essere il solo ad avvertirlo -, perché mi pare che, almeno in Occidente e di certo in Europa, la Chiesa cattolica sia la prima che sta finendo ai margini, e non certo per i fedeli del rito antico, che in numeri assoluti restano assai contenuti. In altre parole, pur senza voler negare che nel mondo tradizionalista possano allignare situazioni e contesti critici, mi chiedo se davvero sia la Messa in latino quella da cui ci si deve guardare, anziché quella prevalente e, spesso, deturpata da abusi che sfregiano la liturgia e non fermano l’emorragia dei fedeli.


 

27 maggio 2021

La Messa in latino e la generazione dei distruttori



di Francesco Filipazzi

È notizia di qualche giorno fa che presso Santa Marta, la residenza pontificia, progettino ancora una volta di limitare la possibilità di celebrare la Messa tridentina. I motivi dell’avversione al rito antico da parte di Vescovi, sacerdoti e dell’attuale Papa, sfuggono a coloro che non seguono le vicende ecclesiastiche, in quanto nell’immaginario collettivo la Chiesa dovrebbe essere custode di una Tradizione millenaria.

Purtroppo, però l’auto percezione dell’alto clero è molto diversa. Spieghiamo perché.

Fallimento generazionale

Quello che oggi sta andando in onda nel mondo cattolico è il colpo di coda di un fallimento generazionale. Coloro che, con la riforma liturgica di Paolo VI, pensavano di adeguare la Chiesa allo spirito del tempo, sono rimasti cocentemente delusi. Loro lo sanno. Le folle cattoliche non li hanno seguiti e gli ultimi 50 anni, dopo il Concilio e la promulgazione del nuovo messale, hanno visto andare in scena un triste e lungo addio fra l’Europa e la Chiesa. La figlia, viste le bizze della madre, ha salutato ed è andata per la sua strada. Il popolo voleva capire di più la messa, spiegava il cardinale Ottaviani, non voleva che venisse stravolta.

Nonostante il disastro già rilevato da Paolo VI e i tentativi dei papi successivi, il clero a tutti i livelli ha continuato a perseverare nell’errore. Tutto andava decostruito. Messa, teologia, edifici sacri.

Oggi le chiese sono vuote e i fautori del cambiamento, assieme ai loro discepoli più giovani e idioti, si trovano a celebrare pseudo messe in orrendi capannoni, ascoltando chitarre scordate e canzoni ridicole, osservando ballare e sculettare qualche prete giovane e ancora più imbecille. Bella roba.

Nonostante l’evidente presa in giro, piuttosto di ammettere di aver costruito un circo di effemminati, perseverano. D’altronde la rivoluzione occlude le menti dei rivoluzionari.

Chi ha osato fuggire dal circo, ritornando alla Messa in Latino, garanzia di serietà e rettitudine dottrinale, sta mettendo in discussione una costruzione, mentale più che fisica, di una generazione fallita. Che non accetta, non elabora il lutto della propria giovinezza tradita e quindi cerca di eliminare ancora una volta ogni traccia del passato.

La mancanza di formazione dei giovani preti

Questi personaggi sono in malafede. Tempo fa parlando con un prete che insegna liturgia in seminario, mi sentii dire che “i preti giovani non sanno il latino, ripetono solo delle formule”. Il problema è che il latino dovevano insegnarglielo, così come avrebbero dovuto insegnare la liturgia, la storia della Chiesa, la teologia, il magistero. Nei seminari invece viene insegnato che la storia del cattolicesimo è stato un grande equivoco dall’editto di Costantino in poi, conclusosi con la rinascita del Concilio Vaticano II. Non stiamo scherzando. Nei corsi di liturgia viene insegnato solo il rito moderno e quello antico viene solo stigmatizzato.

Il sistema di indottrinamento dei seminari è però anche lui fallito. Molti sacerdoti giovani stanno inceppando gli ingranaggi del meccanismo, riscoprendo la tradizione, studiando autonomamente, mettendo in discussione il lavaggio del cervello subito. Non accettano il ruolo di disordinati e sudati animatori da villaggio turistico proposto dai loro vescovi. E questo è un problema.

Alcune frasi interessanti

Quando ero giovane odiavo i più vecchi con l’abito lungo [talare -NDR], ora ci sei tu e ce l’hai su anche tu. Non ci libereremo mai di voi”, disse un anziano parroco al suo coadiutore giovane.

Per favore, non crearmi problemi, non venire in curia con la talare. Io non ho problemi, ma qui li hanno”, disse un vescovo ad un altro prete giovane.

Che dire? Stiamo parlando della fine di un’epoca desolante e non sappiamo se i suddetti giovani avranno la forza di imporre la loro linea. Rimangono comunque una minoranza. I loro coetanei indottrinati e ben poco virili credono alle idiozie che hanno sentito.

Un altro elemento interessante

In questi pensieri a ruota libera, trova posto un elemento interessante. Le soprintendenze delle Belle Arti, istituzioni dello stato italiano, stanno combattendo da anni una lotta silenziosa contro il clero modernista.

I rappresentanti di quest’ultima categoria vedono bocciati costantemente i loro progetti di distruzione delle chiese antiche e si lamentano dell’ingerenza delle autorità civili. Le quali sono rimaste le uniche a cercare di salvare il salvabile. Talvolta, giustamente, scattano anche le denunce.

Tempo fa un sacerdote, purtroppo mancato prematuramente, mi mostrò che, nella chiesa in cui celebrava, la cui prima costruzione datava X secolo, era ancora presente un antico portale da cui entravano i fedeli in procinto di essere battezzati. Il parroco precedente aveva fatto intervenire, per via di un’infiltrazione, il muratore del paese. Il quale con cazzuola e cemento aveva chiuso il buco. Sbragando un monumento.

D’altronde, in Francia, si è visto concretamente ciò che è accaduto con la ricostruzione di Notre Dame. Gli imbecilli stavano già progettando l’affidamento del progetto di ricostruzione ad una qualche archistar, mentre lo stato francese ha imposto la ricostruzione così com’era.

Questa situazione non è altro che l’ennesima conferma di ciò che abbiamo detto fino ad ora. La generazione dei distruttori, non si ferma ed è sempre più aggressiva. Si è riprodotta, ormai le generazioni sono due, la seconda più capra della prima.

Non hanno senso della misura, leggono la realtà con occhiali distorti, sbagliano tutte le analisi da 50 anni. I risultati ovviamente si vedono. 


 

30 novembre 2020

Lo Spigolatore romano. Liturgia e tradizione su Facebook

Dialogo con i liturgisti che "insegnano" sui social


Da qualche tempo è comparsa su facebook la pagina "Lo Spigolatore Romano - piccole note di storia liturgica romana".  Fra dotte dissertazioni e note storiche riguardo la liturgia, la pagina offre molti strumenti per riflettere sul culto divino e la Chiesa attuale.
Li abbiamo contattati per fare loro qualche domanda sulla liturgia e la sua storia. 

Cos'è lo Spigolatore romano? I redattori della pagina sembrano molto ferrati riguardo la liturgia, potete dirci qualcosa sui vostri studi?

È una pagina nata per  pochi lettori desiderosi di approfondire piccoli aspetti della storia liturgica, che sovente si ignorano.  E' sentimento diffuso il credere  che le costumanze liturgiche preconciliari siano da vedere quasi come paradigmatiche, mentre a volte non è così. Perché anche prima dell'ultimo concilio vi erano quelli che possiamo definire "abusi" liturgici, spesso inveterati.  Le rubriche ci dicono come celebrare un rito, ma non ci dicono l'origine ed il senso di quel rito. Che sovente invece troviamo proprio nella genesi storica, che  bisogna dunque conoscere. Per tale motivo si è deciso di aprire questa pagina nonostante si conosca bene la limitatezza del mezzo utilizzato: per gettare uno sguardo sulla liturgia attraverso la sua storia. Vi collaborano diverse persone, alcune stabilmente altre saltuariamente, compatibilmente con impegni pastorali o accademici. C'è chi ha avuto l'opportunità di conoscere bene esperti come Nocent, Jungmann, Marsili, Bouyer, Righetti etc e con essi studiare; c'è pure qualcuno di molto giovane, compresa  una donna. Anche un monaco inizialmente collaborò per poi sfilarsi. E' comunque consolante costatare come siano diversi i giovani che hanno una conoscenza profonda e vasta, di alto livello accademico, della liturgia antica, che amano, e della sua storia. 

Potete definire il concetto di "rito" e quello di "liturgia"?

Al di là dell'etimologia, nella Bibbia dei LXX il termine "liturgia" indica sempre il culto pubblico ed ufficiale. In tale senso  in ambito cristiano lo si usa praticamente da sempre per indicare il culto pubblico reso a Dio dalla Chiesa. Rito invece indica un determinato modo  di esercitare tale culto. E' evidente che in origine il rito era unico essendosi la liturgia cristiana sviluppata a Gerusalemme, e solo in seguito, col diffondersi del cristianesimo, ci sono state delle diversificazioni che hanno poi portato alla nascita dei vari riti liturgici i quali hanno pure potuto influenzarsi in qualche modo a vicenda.

Sappiamo che nel corso dei secoli, anche prima del fatidico 1969 la liturgia ha subito dei cambiamenti, anche notevoli. Possiamo parlare quindi di "evoluzione della liturgia"?

Certo nel corso dei secoli la liturgia ha subito modifiche, a volte in maniera insensibile e non programmata ma tante volte  per la volontà esplicita di apportare variazioni, cioè le cosiddette "riforme liturgiche", che non sempre sono state felici. Ora, alcune di tali riforme sono realmente intoccabili (pensiamo, ad esempio, all'inserimento del Sanctus che il rito romano in origine non aveva, etc.) ma tante altre riforme sono realmente da riconsiderare, anche perché oggettivamente hanno creato un impoverimento; facciamo un  esempio: la colletta di Pasqua che tuttora si trova nel messale del 1962  è il risultato di una alterazione fatta ai tempi di san Gregorio Magno quando si tagliò l'ultima frase per sostituirla con  quella appunto tuttora presente nel messale antico.
Anche un bambino delle elementari si rende conto di quanto povera sia la frase tuttora in uso se paragonata con quella originaria presente negli antichi sacramentari. Proprio tale frase il messale di Paolo VI ha cercato di riportare alla bellezza originaria, ma la tentazione neomodernista di metter le mani su tutto ha finito non per recuperare il meraviglioso testo originario, bensì per crearne uno nuovo visto che la frase originaria, pur recuperata,  è stata però nuovamente  manomessa! L'"evoluzionismo" liturgico neomodernistico consiste nella contraddittoria tendenza a recuperare materiale eucologico antico ma pure ad usarlo solo dopo averlo ulteriormente manomesso per adattarlo a quella che si crede essere l'esigenza moderna. Nel caso della colletta in questione l'adattamento fatto dal messale del 1969 consiste nell'eliminare il riferimento alla morte spirituale che produce il peccato.  

Tralasciando tutte le dissertazioni relative alla riforma del 1969, verso la quale ormai l'interesse è scarso (è stato già detto tutto), facciamo un passo indietro. Anche voi di recente avete scritto che il rito tridentino abbisognasse di cambiamenti. Voi che rito immaginate?

Il rito detto "tridentino"  necessitava di restauro. Visto che tale restauro non è stato fatto, e considerato che gli interventi fatti sotto Pio XII più che restaurare hanno manomesso, ne consegue che tuttora il rito antico necessita di essere restaurato. In questo Sacrosanctum Concilium ha visto bene, ma restaurare non significa demolire per poi ricostruire mentre la riforma del 1969 ha fatto proprio questo: ha demolito il rito fin dalle fondamenta per poi ricostruirlo tutto ex novo pur se usando molte delle  macerie prodotte dalla demolizione. Il rito antico necessita certamente di qualche cambiamento, ma nel senso che si devono eliminare certe riforme poco felici che ha dovuto subire, certe costumanze che noi amiamo definire scostumamanze, e ridargli quindi il suo splendore. Ciò di cui necessita il rito antico è un restauro scientifico. Per capirlo possiamo fare un esempio: negli anni scorsi si sono restaurati gli affreschi della cappella Sistina. Quel restauro è consistito, sia in un accurato studio preliminare, e poi in una eliminazione degli strati di colle poste nei secoli che col tempo si erano  scurite rendendo i cromatismi tipici di Michelangelo quasi in bianco e nero. Ecco, il rito antico necessita di essere liberato dall'inevitabile strato di polvere che coi secoli si è sedimentato sopra, e pure dai risultati di qualche improvvido intervento di riforma che ne ha alterato la bellezza originaria. 
In generale dunque non è però il rito che si deve cambiare ma il nostro approccio ad esso. La nostra comprensione di esso, quasi l'uso che ne facciamo. Tuttora ad esempio  tanti confratelli lo celebrano dando l'impressione di farlo  macchinalmente; il rito antico possiamo dire che più che celebrato va vissuto per quello che è:  un essere ammessi alla presenza di Dio per offrirgli il Sacrificio di suo Figlio. Noi dunque non immaginiamo nessun rito diverso da quello che si ha in base alle rubriche che lo regolano illuminate dalla storia liturgica che sovente ce ne disvela il senso. E così come il sacerdote non celebra senza il messale, altrettanto devono imparare a fare (chi già non lo fa) i fedeli usando il messalino che, per chi ne ha bisogno, contiene pure la traduzione.

Tornando ancora più indietro. Anche San Pio V non è esente da "critiche".  Ad esempio, l'abolizione delle sequenze è stato un impoverimento notevole. Per quale motivo venne operata questa scelta? Quali altri tratti  della liturgia medievale scomparvero?

La riforma liturgica di san Pio V è forse quella più rispettosa della liturgia, del suo spirito e del suo sviluppo organico. Sintetizzando al massimo san Pio V ha solo tolto alcuni elementi liturgici recenziori, come quasi tutte le sequenze. Noi non ci sentiamo di definirlo un impoverimento, nonostante certi testi espunti siano realmente molto belli.  La riforma di san Pio V, nei suoi principii,  secondo noi deve costituire il modello di ogni riforma liturgica. Egli infatti non fece altro che prendere la liturgia così come i secoli e la tradizione gliela avevano consegnata, ed andando indietro nel tempo ha cercato di eliminare proprio le aggiunte più recenti, i piccoli abusi che inevitabilmente col tempo si introducono. Il messale di san Pio V in pratica riproduce il messale romano stampato circa un secolo prima, con solo poche modifiche, soprattutto rubricali. Quando san Pio V parla di riportare il messale alla sua antica forma secondo i padri non intende riferirsi a chissà quale epoca antica, ma intende riferirsi alle tradizioni recepite, castigandone eventuali deformazioni. San Pio V, certo pure a causa della limitatezza della conoscenza storica della liturgia che allora si poteva avere, non ha inventato, ha solo restaurato. Ed ha cercato pure -in parte  anche riuscendovi- di correggere le deformazioni di precedenti riforme liturgiche fatte circa mille anni prima : nel breviario, ad esempio, ha restaurato l'ora di prima domenicale che fu resa deforme, quasi mostruosa, al tempo di san Gregorio Magno.

Ultima domanda. Molti sono i detrattori del Motu Proprio Summorum Pontificum, anche in ambito tradizionale. Voi che ne pensate? Possiamo dire che, avendo aperto al recupero della liturgia tridentina, Benedetto XVI abbia aperto anche una riflessione generale su tutta la storia della liturgia nel '900 e dato vita anche a esperienze come la vostra?

Il M.P. Summorum Pontificum ha avuto il merito di sdoganare il rito antico presso i più, e forse pure quello di avviare una rflessione critica sul Novus Ordo. Sono molte le persone che solo a partire dal 2007 hanno scoperto la liturgia antica ma pure  le molte problematiche di quella nuova. E questo è senza dubbio positivo. 
Non sappiamo quanto coerente sia  definire "forma extraordinaria" un rito che pure si riconosce non esser mai stato abolito. Ma sono le contraddizioni tipiche del modernismo. No, noi ci occupiamo di liturgia antica, di celebrarla, di studiarla, da ben prima del 2007. Solo i più giovani del nostro gruppo, ma solo per motivi anagrafici, si sono avvicinati al rito antico, lo hanno scoperto e studiato dopo il 2007, e tuttora lo studiano. E chi lo sa, forse un domani, proprio questi giovani potranno creare un istituto di studi liturgici autenticamente tradizionale. Di sicuro si avrà sempre più necessità di un approccio agli studi storico-liturgici  fatto con amore e per amore del rito antico. Perché solitamente gli studi accademici di liturgia non fanno altro che magnificare la riforma liturgica e demonizzare il rito antico.


 

19 marzo 2020

San Giuseppe. Messe in streaming

In questa strana e tragica quaresima, è giunto il giorno di San Giuseppe, a cui ci affidiamo assieme a tutti i lettori del blog.
Le messe sono interdette, ma noi continuiamo a pregare, seguendole in streaming.
Stiamo mantenendo aggiornato l'elenco delle trasmissioni assieme agli amici di Messa in Latino.
Riguardo le messe odierne, ci comunicano che, sia Bologna che Roma S. Clemente, l'orario è feriale.
SS. Trinità dei Pellegrini, Brescia, al solito orario.
Su Cremona forse riusciranno a fare il video in differita verso 17.30\18 sulla loro pagina FB.
Di seguito un link aggiornato ed arricchito:
Elenco Messe tridentine in streaming


 

03 marzo 2019

Cremona. La Messa in latino diventa un caso

Leggendo ciò che riporta la Bussola Quotidiana riguardo la situazione dei fedeli cattolici di orientamento tradizionale a Cremona, non può che sorgere sulle labbra un sorriso amaro. Anche in altre diocesi della Lombardia e in tutta Italia i vescovi continuano a umiliare i fedeli che chiedono semplicemente di applicare le disposizioni papali riguardo il rito tridentino, disposizioni che sarebbero vincolanti. Eppure l'umiliazione è tanta, soprattutto quando si vede che in alcune diocesi vengono concesse chiese a ortodossi, protestanti di ogni confessione, islamici, Emma Bonino, associazioni LGBT e via dicendo. L'umiliazione monta quando, alle domande sul perché ci sia questa avversione, le risposte vanno dal "perché no" ad argomentazioni inaccettabili. L'umiliazione è ancora maggiore quando capita di spiegare il perché a qualche amico avulso da queste dinamiche e mentre si cerca di argomentare, sostanzialmente non si riesce a trovare alcuna argomentazione valida.

A Cremona dunque, leggiamo, articolo intero qui:

Fedeli umiliati: quella Messa (in latino) non s'ha da fare


[dopo varie peripezie e dinieghi un sacerdote barnabita si mette a celebrare e...]
Una messa conventuale dunque, non direttamente sotto la giurisdizione del vescovo, che è moderatore comunque della liturgia della diocesi. Ma anche questa volta è arrivato il no. Ma non solo: il religioso è stato anche chiamato a rapporto dal vescovo. Una volta giunto nel suo ufficio ha così dovuto sorbirsi anche lui il diniego già espresso da Napolioni ai fedeli. Il motivo? Piò o meno la rottura della comunione ecclesiale. Tutto inutile. Al padre - da quanto ci ha riferito lui stesso – due settimane fa è stato sostanzialmente impedito di celebrare la messa sine populo, provvedimento abnorme dato che il Summorum Pontificum vieta espressamente di proibire le celebrazioni private che non hanno bisogno di alcun placet. Così il religioso, in imbarazzo, ha dovuto alzare le mani e il gruppo stabile si è ritrovato per la terza volta con un pugno di mosche.
[in realtà, la comunione ecclesiale con Roma la rompe chi rifiuta i Motu Proprio papali]

Su Corrispondenza Romana invece, un esempio di risposta inaccettabile:

S. Messa tridentina ancora negata a Cremona


Il 27 marzo 2017 ai firmatari della lettera giunse la risposta ufficiale del Vescovo. Che fu risolutamente negativa. Con una motivazione quanto meno curiosa: siccome il predecessore disse di no, no sia. Scriveva mons. Napolioni: «Tali richieste erano già state avanzate, almeno in parte, al mio predecessore, il quale, non ravvisando che vi fossero in Diocesi le condizioni per accogliere favorevolmente le suindicate richieste, vi oppose un diniego, soprattutto alla luce del fatto che, in oltre quarant’anni, l’applicazione della riforma liturgica conciliare, promossa dal beato Paolo VI, è stata serenamente accolta in tutta la Diocesi di Cremona e da parte di tutte le sue componenti “senza resistenze e senza eccezioni, né singolari né collettive”. Condividendo le ragioni allora proposte e non ritenendo che nel frattempo siano emerse nuove motivazioni a sostegno di una diversa valutazione delle attuali circostanze riguardanti la vita liturgica della Diocesi, dopo attenta riflessione sono giunto alla convinzione che, per quanto di mia competenza, non vi siano ragioni per accogliere favorevolmente le vostre richieste». Ma se l’applicazione del Novus Ordo fosse stata così piena, entusiastica e serena, a maggior ragione, perché il Vetus dovrebbe impensierire, preoccupare, spaventare?


 

26 dicembre 2018

Sorpresa. Chiudono l'Ecclesia Dei?

di Francesco Filipazzi
La notizia è stata data in forma semi dubitativa da Messainlatino.it, che ha una redazione di solito ben informata.
Ai primi di gennaio 2019, salvo ripensamenti, la commissione Ecclesia Dei, che negli ultimi anni ha gestito magistralmente la crescita esponenziale dell'ormai vasto mondo della Messa Tridentina, verrà sostanzialmente chiusa. Accorpata completamente alla Congregazione per la Dottrina della Fede, di cui fa già parte ma attualmente con una specificità e autonomia che perderà totalmente.

Mi permetto una previsione. L'abolizione della Commissione prima farà tornare i gruppi stabili nell'incertezza del periodo indultista, successivamente vescovi e vicari pian piano cercheranno di sopprimere questi gruppi.
Insomma, ci siamo capiti. Per dettagli rimandiamo a Messainlatino.it.

Che dire?
Speriamo che la notizia non trovi conferma, anche se è noto che molti non aspettino altro.
Molti in Vaticano e dintorni come testimoniato dai discorsi pubblici di liturgisti à la page e dai discorsi fatti all'assemblea Cei, vogliono chiudere i conti con la Messa in latino. Troppo scomodo e numeroso quel popolo che ha dimostrato così facilmente la pochezza della riforma ideologica del '69.
Nel caos generale in cui versa la Chiesa, sembra che la Messa in latino sia il problema maggiore.



 

19 dicembre 2018

Come fare lo streaming della Messa Tridentina

di Francesco Filipazzi
Si avvicina il Natale, periodo in cui la liturgia ha molto da offrire. Proviamo a condividere la bellezza.

Questa guida è rivolta a chi volesse trasmettere in streaming la Messa Tridentina del proprio coetus, ad uso di chi magari è impossibilitato a muoversi o, semplicemente, vuole sentirsi vicino ad una liturgia a cui non riesce però ad assistere. Rimane però obbligatorio assolvere il precetto recandosi in chiesa fisicamente, laddove una persona sia perfettamente sana e non abbia impedimenti soverchianti.
Ordunque.

Attrezzatura base:
-smartphone Android o Apple (ultime versioni del sistema operativo)
-treppiede per smartphone;
-connessione 4g e giga disponibili (ogni  messa dovrebbe consumare al massimo 2 giga);

Posizionamento:
Il posizionamento corretto dell'apparecchio per le riprese è centrale. Riprendere una Messa Tridentina da posizione laterale, come fanno alcuni, risulta poco utile e fastidioso. Siccome a noialtri piace vedere le spalle del prete (come dicono gli avversatori del vetus ordo) fateci vedere queste benedette spalle. Evitare inquadrature dall'alto. Tenere lo smartphone orizzontale.

La Messa Tridentina è fatta in modo che il celebrante abbia lo stesso orientamento dei fedeli, quindi anche lo spettatore remoto deve poter assistere in questa posizione.

Dunque, posizionare il treppiede un paio di metri prima della balaustra, nel caso la chiesa sia piccola. Se invece fra l'altare e la balaustra ci sia uno spazio abbastanza ampio, si può posizionare anche fra la balaustra e l'altare. Laddove è presente un altare moderno, davanti a quello antico, resistete alla tentazione di usarlo come supporto per lo smartphone. Ovviamente, non usate la balaustra come appoggio, perché serve per distribuire la comunione.

Sincerarsi che al momento della comunione il treppiede non venga travolto (generalmente però alla Messa Tridentina certe scene da mandria bovina non si vedono).

In caso di Messa cantata, sincerarsi che il coro si senta.
In caso di Messa letta, sincerarsi che si sentano le parti pronunciate dal prete ad alta voce, e le risposte dei ministranti o del popolo.

Iniziare lo streaming
Scegliere la piattaforma da utilizzare. Tipicamente Facebook o YouTube. Personalmente preferisco YouTube, perché permette di avere un canale dedicato e quindi di raccogliere il materiale in modo meno dispersivo. Il link di YouTube può poi essere messo sui social network e sui siti internet.

YouTube
Aprire l'app di Youtube e fare il login con le credenziali del canale prescelto.
Cliccare poi sull'icona raffigurante la telecamera:


Cliccare poi su "Trasmetti dal vivo", inserendo successivamente i dati del video.

Assicurarsi di utilizzare la telecamera posteriore.

Facebook
Aprire la pagina prescelta con un account che abbia la possibilità di postare.
Nell'area dove usualmente si inserisce il testo, espandere la parte degli allegati e cliccare sull'icona dello streaming:





 

16 dicembre 2018

Dieci anni di Messainlatino.it

Oggi il blog amico Messainlatino.it compie 10 anni. L'idea di aprirlo fu indubbiamente geniale, perché iniziò a dare spazio sul web ad un vasto mondo culturale e spirituale che non trovava grandi evidenze pubbliche, pur essendo molto attivo.
Grazie a questo spazio online molti sono venuti a conoscenza dell'esistenza stessa della messa tridentina e della possibilità di celebrarla, nonché hanno avuto la conferma di non essere soli nella loro personale battaglia contro lo sfascio contemporaneo.
Mil è stato inoltre un blog pionieristico, che aprì la strada anche ad altre esperienze.
Tanti auguri dunque ad una redazione che ha combattuto e combatte la buona battaglia!

 

09 settembre 2018

Tutti a Roma per il Pellegrinaggio Summorum Pontificum

Ebbene ci siamo. Dal 26 al 28 ottobre, Cristo Re, a Roma si svolgerà l'annuale pellegrinaggio internazionale del Populus Summorum Pontificum, per ringraziare il Signore di averci donato la possibilità di celebrare la Messa gregoriana anche in questi tempi moderni e calamitosi . La Messa degli apostoli, di San Gregorio, dei santi e dei martiri di ogni epoca.

La partecipazione al pellegrinaggio e alla Messa Pontificale in San Pietro è un'elevazione dello spirito che tutti i fedeli affezionati alla liturgia dovrebbero vivere, per rinnovare la propria comunione con Roma e per vivere la liturgia fisicamente al centro della cristianità. Senza essere ospiti di nessuno, ma legittimi padroni di casa.

L'interesse per la cosiddetta Messa in latino cresce costantemente in tutto il mondo e il pellegrinaggio internazionale, con i numeri degli anni ne è una prova.
Anche l'Italia non è da meno. Se infatti sommiamo la partecipazione ai pellegrinaggi locali e regionali, sempre più frequenti durante il corso dell'anno, possiamo notare senza problemi che numericamente il mondo del Summorum Pontificum italiano è ormai molto radicato, quantificabile nell'ordine delle decine di migliaia di persone.

Come sempre noi saremo presenti in forze e, dato che alcuni di noi cercano moglie, le ragazze tridentine hanno un ulteriore buon motivo per partecipare.

Per il programma:
https://populussummorumpontificum.com/2018/01/06/programma-previsionale-2018/

Proponiamo inoltre una lettura decisamente interessante, riguardo la Messa Tridentina.
"Storia del Messale tridentino", dell'abbé Claude Barthe (che intervistammo tempo fa).7

Sinossi:

L'opera liturgica realizzata dal Concilio di Trento e dai papi successivi fu la canonizzazione del culto romano per come aveva preso forma nel corso del medioevo. L'autore ha scelto di focalizzare la sua attenzione sul periodo posteriore a questa canonizzazione, tracciando una panoramica approfondita che va da Pio V a Giovanni XXIII. La parte iniziale del presente lavoro è dedicata allo studio della messa romana a partire dalle sue origini, nell'ultima, si sottolinea invece la stupefacente sopravvivenza, dopo il Vaticano II, del messale tridentino, che è poi arrivato a essere definitivamente riconosciuto dall'autorità romana. L'autore giunge infine alla conclusione che la storia del messale tridentino è ancora ben lontana dal poter essere archiviata. Questo lavoro costituisce dunque un compendio, il più completo possibile, di una storia liturgica di cui la linearità generale prelude a stupefacenti nuovi sviluppi.

 

13 aprile 2018

Appunti sulla questione liturgica

di Amicizia San Benedetto Brixia
La questione liturgica nei suoi sviluppi recenti pare tutto fuorché semplice, essa si presenta piuttosto come un intreccio di fattori molto complessi, la cui soluzione resta sospesa. Personalmente mi piace evocare lo Scisma d’Occidente o Grande Scisma, che lacerò la Chiesa in tre fazioni a cavallo del quindicesimo secolo; allora si trattava di Roma, Avignone e Pisa, oggi si tratta delle tre forme nel rito latino: ordinaria, extra-ordinaria e neo-catecumenale, una sorta di “Grande Scisma Liturgico”.

Le immagini di alcune celebrazioni, in cui si vedono l’altar maggiore (forma extra-ordinaria), l’altare che guarda il popolo (e dà le spalle a Dio? - forma ordinaria) e l’altare che mette al centro la menorah (e non la croce - forma neo-catecumenale) è eloquente dello strappo liturgico che stiamo vivendo. D’altronde in questi ultimi anni si assiste a una vivacità di piccoli gruppi molto motivati, che va rinnovando dal basso la crisi imperante. Per usare una seconda analogia, potremmo parlare di “Globalizzazione Liturgica”: una rete di costumi che rompe gli argini spazio-temporali (il gusto ispanico di Kiko si affianca alla romanitas; l’antico incalza il nuovo) e debilita qualsiasi gerarchia (al punto che paradossalmente la forma più stanca e abusata è l’ordinaria).

Circa la forma neo-catecumenale oggi non si sente più dire nulla, ma non ne colgo il motivo. L’esistenza di una terza forma, vagamente normata, messa in atto da una comunità poderosa, contro la quale nessuno ha il coraggio di esprimersi, mi spiazza. Parliamo di una realtà ecclesialmente forte, quella del Cammino, di cui però sono note alcune ombre a livello di teologia (liturgica e non solo). Perché se ne tace? Perché questo enorme movimento è silenziato? Perché il problema è il ritorno al gregoriano ma non le melodie spagnoleggianti? Il criterio è forse il successo? Siccome il Cammino riempie le chiese, ecco che i Pastori o temono di frenarlo oppure si compiacciono dei numeri alti? C’è al contempo un monitoraggio appunto pastorale che valuti l’armoniosità di questo fenomeno con il resto della Chiesa? Attenzione, non sto interrogando i neo-catecumenali, sto chiedendo ai debiti inquisitori se van facendo il loro mestiere. E lo chiedo perché , a fronte di tante polemiche anti-tridentine (per così dire) non ne sento alcuna circa il Cammino e, nella fattispecie, circa le sue prassi liturgiche che amo definire una terza forma rituale de facto.

Circa la forma ordinaria, ho l’impressione di un certo provincialismo. Dopo 50 anni siamo sempre attorno alle solite quisquilie: dare più spazio alle donne, imitare la simbologia secolare (o pagana e insomma negare le nostre radici), perdersi in improbabili strategie logocentriche e semantiche. Stiamo sull’ultimo aspetto: non vi pare terribilmente banale la questione del Padre Nostro rinnovato? Tra tanta sciatteria liturgica e teologica, è da una frase del Pater che ci risolleveremo? Che poi, nella fattispecie, il progetto mi pare sintomatico di una crisi irrisolta, elenco i motivi di questo asserto. 1) Antropologicamente, la grande sfida linguistica liturgica è il recupero della lingua sacra e il Pater è una delle poche preghiere con cui potremmo rieducare agilmente il popolo, io parlerei di un ritorno al latino e non di un ennesima correzione all’italiano. 2) Linguisticamente, il problema non si pone: gli originali greci e latini in nostro possesso dicono “non ci indurre in tentazione”, se polemizziamo contro tale fatto rischiamo di creare un senso di sospetto sulle fonti scritturistiche. 3) Tradizionalmente, i gravi problemi sollevati dal Testo Sacro erano risolti – magari con una certa drasticità – o sottraendo il testo ai fedeli, oppure integrando il testo incensurato con debite catechesi; l’opzione che va prevalendo invece sacrifica la verità del testo e al contempo azzera il valore della catechesi che dovrebbe accompagnarlo: sviliamo la Bibbia e il Catechismo in un sol colpo. 4) Filologicamente, il discorso si basa su ipotesi inverificabili circa la lingua semita di Gesù, che noi verremmo a rendere in lingua italiana fornendo neppure una traduzione ragionata, quanto una interpretazione teologica (come dimostra don Morselli). Questo è scorretto. 5) Liturgicamente, e al di là di tutte le ambiguità generate dai punti appena presentati, tale ulteriore modifica sarebbe percepita come l’ennesimo cambiamento, occasione di confusione, messa in forse della tradizione ereditata, origine di perplessità: tutte cose di cui il nostro popolo, già liturgicamente debole, non abbisogna. 6) Culturalmente, la ricezione di tale modifica rischia di sbilanciare ancor più le predicazioni sul versante del misericordismo – gli ultimi anni ce ne hanno dati esempi tristi, e ho in mente il clero e non il Sommo Pontefice – con perpetuato oblio delle verità dure della fede (Timor di Dio, Ira di Dio, Novissimi, etc.). 7) Storicamente, lo ribadisco, ci troviamo di fronte a un rigurgito sessantottino; avessero cambiato nel 69 anche questo testo, ne avremmo patito meno danno che a mutarlo ora. Queste le mie considerazioni. Provincialismo, per l’appunto. Non sarà esso a evangelizzare gli italiani.

Circa la forma extra-ordinaria, si conferma il diffondersi inarrestato, seppur forse meno fervidamente di un lustro addietro, dei gruppi tradizionali a cui si potrebbe rimproverare un eccesso di liturgismo: la vita di tali gruppi infatti si limita ancora troppo spesso alle sole celebrazioni e non contempla la cura di cammini comunitari e di formazione, né tanto meno il coordinamento di un impegno sociale (così io noto in ambito italiano).

D’altro canto – fenomeno inatteso – le prese di posizione del card. Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, stanno muovendo un processo di rinnovamento culturale liturgico vigoroso. La modalità sembra quella auspicata da Benedetto XVI: riscoprire nella ritualità tradizionale le forme che conferiscano nuovamente vigore e identità alla liturgia ordinaria. Gli interventi del porporato non si contano, tra conferenze, articoli e pubblicazioni, andando a riscoprire il senso del silenzio sacro, del canto liturgico, dell’orientamento celebrativo, della comunione in ginocchio: tutti retaggi del tridentino (cosiddetto). Mancano ancora in tal direzione disposizioni normative specifiche. E’ anche vero che, per ora, il guineano rimane al suo posto, nonostante sia nota la libertà con cui il Sommo Pontefice suole ridefinire gli incarichi dei sacri palazzi (e lo dico senza spirito di critica).

La soluzione credo non la possegga nessuno, prendere consapevolezza dello stato delle cose mi risulta il primo e imprescindibile passo per meritarsela.

 

23 settembre 2017

La Messa antica più a nord del mondo



Abbiamo tradotto questo bell'articolo, che parla della celebrazione del Rito Romano Classico in Scandinavia, in luoghi insospettabili. Sono inoltre contenute informazioni interessanti sullo stato della Chiesa cattolica nel gelido nord. Nonostante le difficoltà ci sono luci di speranza.

Jyväskylä, Finlandia, è un luogo dove non ci si aspetterebbe di assistere ad una Messa in Latino tradizionale con canti gregoriani. In realtà è precisamente ciò che è successo all’autore di questo articolo e a sua moglie, finlandese, durante il loro abituale soggiorno di 10 giorni, in Agosto, a Kuopio, nella regione di Savo, nel centro nord della Finlandia.
Sin dalla fondazione della prima Chiesa cattolica in città, qualche anno fa, la Messa regolare e i sacramenti non sono un problema a Kuopio, celebrati almeno secondo il Novus Ordo. Ma – dato che noi fedeli di orientamento tradizionale siamo talvolta accusati di essere insaziabili – perché non mirare alla celebrazione in Vetus Ordo anche qui?

Dopo quasi 50 anni di matrimonio, il nostro sogno è diventato realtà. Oggi un sacerdote diocesano, padre Anders Hamberg, della chiesa di St. Olav in Jyväskylä, a circa 90 miglia da Kuopio, celebra la forma straordinaria. Ordinato nel giugno 2014, Father Hamberg ha celebrato la sua prima Messa nella domenica di Pentecoste, come Messa cantata, secondo il Messale Romano del 1962, nella cattedrale di Helsinki, con la benedizione del vescovo locale, Teemu Sippo.
Padre Hamberg è stato poi assegnato alla parrocchia di Jyväskylä, dove continua a celebrare la Messa antica normalmente, tutte le settimane.
Va sottolineato che l’utilizzo della parola “normalmente” non è casuale; la nostra esperienza insegna che è sempre un'azione saggia contattare il prete e/o il parroco per avere la conferma che una Messa o un servizio religioso si svolgano. Come si può facilmente immaginare, il clero cattolico in Finlandia è particolarmente sotto pressione, per molte ragioni, e non è esagerato dire che il loro apostolato sia ai confini dell’eroismo. Con meno di trenta preti in tutta la nazione, sono sovraccarichi di impegni e le grandi distanze, associate ad un clima avverso, soprattutto in inverno, complicano la situazione.
Abbiamo quindi telefonato a padre Hamberg, che ci ha confermato che avrebbe celebrato la messa antica per la festa dell’Assunzione, giovedì 15 agosto, provvidenzialmente proprio nel mezzo della nostra permanenza di 10 giorni in Kuopio, dove eravamo arrivati il venerdì precedente.
La parrocchia di St. Olav venne stabilita ufficialmente nel 1949 con una nuova chiesa nel 1962. Alla Messa dell’assunzione erano presenti circa 15 persone, inclusi alcuni bambini. Non un numero impressionante, in termini assoluti, ma per avere un termine di paragone, un numero simile di persone erano presenti alla messa in Latino tradizionale a cui l’autore e sua moglie hanno assistito il 3 settembre all’Aquila, il capoluogo dell’Abruzzo, un’area con una gloriosa tradizione cattolica.
E’ interessante notare che la Messa tradizionale sta avanzando in Scandinavia, grazie al fatto che almeno tre dei sei vescovi della regione sono favorevoli alla Messa antica. Il vescovo Czeslaw Kozon (Copenhagen), Cardinal Anders Arborelius (Stoccolma), and Bishop Teemu Sippo (Helsinki), sono noti per supportare la celebrazione della forma straordinatia. Il vescovo Kozon l’ha celebrata lui stesso e il vescovo di Stoccolma, che è stato il primo cardinale della Scandinavia a Giugno, nominato da Papa Francesco, si è premurato di far sapere al suo gregge che la Messa in Vetus Ordo sarebbe stata disponibile, mettendo un cartello sulla porta della chiesa dove sarebbe stata celebrata a Stoccolma.
I nostri sentimenti, dopo aver avuto la possibilità di assistere a quella che è probabilmente la celebrazione più regolare della messa antica al nord, a un tiro di schioppo dal circolo Artico, sono indescrivibili. L’autore è molto grato di aver potuto servire all’altare dopo molto tempo. Padre Hamberg, dall’ultima Pasqua, non può contare sul servizio regolare all’altare.

Fonte: Catholic World Report


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04 giugno 2016

Tutti a Norcia con il Populus Summorum Pontificum

L'8, 9 e 10 luglio a Norcia si svolgerà il pellegrinaggio nazionale del Populus Summorum Pontificum, un'occasione per vivere un'esperienza di tradizione autentica, in un luogo bellissimo, sulle orme di San Benedetto. 

Dopo il pellegrinaggio del Coetus pugliese, che ha avuto una partecipazione vastissima (alla chiesa di San Nicola di Bari non si trovava posto) anche Norcia si preannuncia un momento molto importante per il popolo della Messa Tridentina, soprattutto in questo periodo storico. 

Mentre la "fede sulla terra", per dirla evangelicamente, è piuttosto in crisi, coloro che si rifanno alla tradizione millenaria continuano ad aggregare, senza pagliacciate, ma mantenendo vivo il rito che ha accompagnato da sempre la Chiesa romana nel corso dei secoli. San Pio V ha infatti raccolto in un messale una liturgia che era tramandata già da secoli, risalente a Gregorio I, che tutt'ora viene tramandata.

Non c'è però molto da cantare vittoria ma, anzi, sulla scorta di momenti importanti come quello pugliese, coloro che amano la cosiddetta Messa in Latino, si devono rimboccare le maniche per cercare di diffonderla sempre di più. Anche a Bari infatti, ignari turisti si sono soffermati ad ammirare la liturgia con l'altare ad Dominum e, per nulla spaventati, se mai molto incuriositi e affascinati da qualcosa che non avevano mai visto, hanno chiesto di essere informati riguardo la celebrazione. Abituati ai racconti apocalittici riguardo l'Antico Rito, sono rimasti largamente stupiti da quanto sia bello e artistico.

La Bellezza è infatti il tratto principale della Messa secondo il Messale di San Pio V e forse per questo è invisa a molti che la Bellezza la odiano.

Dunque, ai primi di luglio, al posto di darsi alle peccaminose spiagge rivierasche, sapete cosa fare.

Per informazioni: summorumpontificum.org
 

20 ottobre 2015

IV Pellegrinaggio Summorum Pontificum con mons. Negri e mons. Laise

di Federico Catani

Tutto è pronto per il IV Pellegrinaggio a Roma del Popolo Summorum Pontificum, ovvero di tutti quei fedeli che sono legati alla liturgia tradizionale della Chiesa, in vigore sino alla riforma del Messale Romano avvenuta nel 1969 e pienamente “riabilitata” da Papa Benedetto XVI con il motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007. A chi pensasse che la questione riguardi un manipolo di anziani nostalgici, di nobili decaduti con manie estetizzanti o di estremisti “catto-nazisti”, bisogna subito fugare ogni dubbio: il “popolo Summorum Pontficum” è fatto da cattolici normali, provenienti da tutto il mondo, da uomini, donne, famiglie e giovani - tanti giovani, perché la cosiddetta “messa in latino” riscuote molto successo tra le nuove generazioni – che vivono in questo mondo e nella Chiesa guidata da Papa Francesco. E che, come tanti cattolici appartenenti a gruppi e movimenti ecclesiali, decidono, una volta l’anno, di andare a pregare sulla tomba dell’apostolo Pietro.
Dal 22 al 25 ottobre la Città Eterna vedrà tanta gente riunirsi attorno alla stessa liturgia dei nostri padri, dei nostri nonni e di tutte quelle immense schiere di santi che ad essa hanno attinto per santificarsi e costruire un mondo fondato sui principi del Vangelo. Gli organizzatori hanno annunciato che le preghiere dei partecipanti quest’anno si eleveranno in particolare verso la Santa Famiglia di Nazareth per il successo del Sinodo sulla famiglia, che si chiuderà proprio in concomitanza con il pellegrinaggio.
In questa edizione è da segnalare in particolare la presenza dell’arcivescovo di Ferrara-Comacchio mons. Luigi Negri, uno dei vescovi attualmente più combattivi nel difendere la verità cattolica integrale, anche sulla famiglia, tanto messa in discussione da certi pastori d’anime. Mons. Negri interverrà in quello che è l’evento centrale di tutto il pellegrinaggio: infatti terrà l’omelia durante la Messa pontificale - celebrata dal vescovo emerito di San Luis (Argentina) Juan Rodolfo Laise - sabato 24 nella Basilica di San Pietro. Mons. Laise è un altro vescovo coraggioso. Nel 1996, la Conferenza Episcopale argentina decise di introdurre la prassi della Comunione in mano. Mons. Laise si oppose e volle mantenere la prassi tradizionale nella sua diocesi. Accusato di rompere la collegialità episcopale, in realtà ottenne da Roma la conferma che la sua fedeltà alla norma vigente (ovvero la comunione in ginocchio e sulla lingua) prevaleva sull'allineamento alle direttive dei suoi confratelli vescovi. A tal proposito, nel pomeriggio del 24 ottobre presso l’auditorium dell’Augustinianum, il Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum (la sezione italiana del pellegrinaggio), presenterà il suo nuovo libro sulla Comunione in mano, in uscita presso le edizioni Cantagalli.
A prestare servizio liturgico in gran parte delle funzioni sarà la Schola Sainte Cécile, coro dei fedeli della parrocchia Saint-Eugène di Parigi, dove dal 1985 la Messa tradizionale si è affiancata a quella moderna. In un’intervista a Paix Liturgique il direttore del coro Henri Adam de Villiers ha detto che nelle celebrazioni darà un «posto d'onore al canto gregoriano». Per quanto riguarda la polifonia, invece, si approfitterà delle tribune presenti nelle chiese romane «per cantare a più cori, secondo l'antica tecnica detta “dei cori spezzati”. I coristi sono disposti in varie tribune e si rispondono, a volte in modo molto dinamico, dando vita a degli effetti acustici meravigliosi. Questo uso dei “cori spezzati” era molto diffuso a Roma dal Rinascimento alla fine del XVIII secolo». «Noi abbiamo la gioia di riproporre le opere del grande repertorio occidentale di musica sacra nel quadro esatto per il quale esse vennero composte, in chiesa e per la liturgia, mentre in genere esse non vengono quasi più eseguite che in occasione di concerti – ha dichiarato -. Riportate al loro scopo originario, la gloria di Dio, esse riacquistano tutto il loro significato, che invece viene loro tragicamente amputato in occasione delle esecuzioni in quadri lontani da quello liturgico». E sulla liturgia tradizionale ha aggiunto che «è esigente: la strada da seguire è piuttosto precisa e la soggettività personale passa senz'altro in secondo piano, perché è necessario rispettare i dettami di una tradizione multisecolare di musica sacra. La liturgia tradizionale è esigente, ma alla fine diventa essa stessa una scuola di eccellenza che ci trascina verso l'alto e che ci fa dare il meglio di noi stessi. Ecco perché questa liturgia ha generato nel corso della Storia tante meraviglie in campo artistico, nella musica, certamente, ma anche negli altri campi e in particolare in architettura con le bellissime testimonianze di cui la città di Roma è così ricca». D’altra parte, ha concluso il direttore, «Dio è il Sommo Bene e la Bellezza Somma e la liturgia non è che un assaggio della sua gloria, un'epifania, il Cielo sulla terra! Di fronte a questo, non si può dunque offrire la mediocrità».
Il programma dettagliato dell’intero pellegrinaggio è consultabile sul sito www.unacumpapanostro.com. In sintesi, si inizierà giovedì 22 nella Chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini (che è la parrocchia romana dedicata esclusivamente al rito cattolico tradizionale), con i Vespri pontificali celebrati da Mons. Laise. Il giorno seguente, al mattino, presso la Chiesa Nuova (Santa Maria in Vallicella) si reciterà il Rosario e si pregherà San Filippo Neri. Poi, all’Angelicum, vi sarà un incontro per sacerdoti sull’attualità del tomismo nella formazione sacerdotale, con il padre domenicano Serge-Marie Bonino. Nel pomeriggio, invece, al Palatino si terrà la Via Crucis. A seguire, nella chiesa di Santa Maria in Campitelli, la Messa pontificale celebrata da Monsignor Guido Pozzo, arcivescovo titolare di Bagnoregio, segretario della Commissione Ecclesia Dei. Il 24 ottobre, al mattino, nella basilica di San Lorenzo in Damaso vi sarà l’Adorazione eucaristica presieduta da don Marino Neri, segretario dell’Amicizia Sacerdotale Summorum Pontificum. A seguire, la Processione solenne verso la Basilica di San Pietro, dove, come già detto, vi sarà la Messa pontificale. Domenica 25, infine, nella Chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini, Messa celebrata dal benedettino dom Jean Pateau, abate di Fontgombault. Nell’occasione, la musica sarà affidata al coro Cantus Magnus.
Tra le realtà che prenderanno parte al pellegrinaggio vi saranno la Federazione Internazionale Una Voce e l’associazione Madonna di Fatima, che porterà la statua della Beata Vergine apparsa ai tre pastorelli quasi cento anni fa. Gesto importante, perché i buoni cattolici confidano in quella fatidica promessa: “Alla fine, il mio Cuore immacolato trionferà”. 

(La Croce quotidiano, 20 ottobre 2015)
 

02 giugno 2015

Summorum Pontificum. Quando la Tradizione è novità (e piace ad un agnostico)


di Paolo Maria Filipazzi

Succede di scoprire che in una parrocchia poco lontano da casa nostra da ormai sei anni, l’ultimo sabato del mese, si celebra la Santa Messa in Vetus Ordo. E così ci vado assieme a mio fratello ed un nostro amico. Quest’ultimo è un cattolico normalissimo che va a Messa alla domenica, cerca di vivere cristianamente, ma è assai ben poco addentro ad ambienti “tradizionalisti” così come a tutte le questioni che animano ed agitano la nostra nicchia di biechi oscurantisti reazionari. E’ assai curioso, però, di assistere ad una “Messa in latino”, quindi si aggrega.
Si arriva e si prende Messa, in una parrocchia normalissima, con le vecchiette e con i fedeli che cantano come ad una Messa normale (anche se cantano “Noi vogliam Dio” e di chitarre non c’è l’ombra. Sia lodato Gesù Cristo!). A viverla così, in un’atmosfera di normalità e familiarità parrocchiana, davvero sembra assurda tutta la guerra che dilania la Cattolicità intorno alla liturgia. A fine Messa ci si intrattiene con altri fedeli, e capita di rammaricarsi del fatto che, nella nostra diocesi, limitrofa a quella della parrocchia in cui ci troviamo, ancora non sia stato applicato il “Summorum Pontificum”, causa l’aperta ostilità della Curia. E qui il nostro amico esclama: “Questi preti che hanno paura della novità!”. C’è un momento di disorientamento, cerchiamo di spiegargli che la “Messa in latino” non è proprio “nuova”. Lui, ovviamente, lo sa, ma intendeva dire un’altra cosa: “PER LA NOSTRA GENERAZIONE è stata la grande novità, no?”. In effetti è vero.

Qualche giorno dopo, stiamo chiacchierando con un altro, che si dice agnostico, ma di recente è stato alla Messa per la Cresima di una cugina e ci mette a parte delle sue perplessità: “Mah, c’erano queste chitarre, dei bonghi, l’attacco di ogni pezzo sembrava quello di “Io vagabondo” dei “Nomadi”. Sarebbe anche stato un piacevole concerto “neofolk”, ma cosa c’entra con la Messa?”. In effetti… Ma l’amico non ha ancora finito: “Ecco, se sento un canto gregoriano, invece, mi sento in soggezione, mi sento piccolo di fronte a qualcosa di enorme e di potente. Perché Dio è grandezza, è potenza, no? Anche il prete, ma cosa mi guarda a fare? Io devo vedere il prete girato di spalle, che non guarda ME, ma guarda da un’altra parte, guarda dove c’è DIO”. Alla faccia dell’agnostico! A noi sembra più cattolico di molti prelati!


Curiosa eterogenesi dei fini: partiti nel segno della “novità” a qualunque costo, della rottamazione acritica di qualunque cosa fosse giudicata “vecchia”, della colpevolizzazione nei confronti di coloro che, invece, cercavano di salvaguardare ciò che di buono c’era in quello che, arbitrariamente, veniva liquidato come “appartenente al passato”, il nostro clero (salva qualche lodevole eccezione), è finito a battersi per impedire ai tanto decantati “giovani” (di cui, in realtà, non ha mai capito niente), di conoscere quanto, per causa loro, le nuove generazioni hanno perso. Finendo per allontanali, i “giovani”, a dispetto di tutte le “strategie”, le “pastorali giovanili” e le svariate frescacce di cui intere generazioni di fallimentari manager in clergyman farneticano da decenni. Emblematico caso di cattiva coscienza da parte di chi, essendo stato capace di distruggere moltissimo e costruire ben poco, non vuole che siano rese note ai posteri le proprie colpe.
 

10 ottobre 2014

Il suicidio dei buoni, ossia, la falsa obbedienza che demolisce la Fede


di Giorgio Mariano 

Nel II secolo a.C. un sacerdote, di nome Mattatia (in ebraico «dono di Dio»), alla vista dell’apostasia generale del popolo d’Israele, dal Sommo Sacerdote all’ultimo israelita, pianse su Gerusalemme, stracciandosi le vesti per la corruzione, l’idolatria e il tradimento perpetrato da tutto il popolo contro la fede dei padri.
Vennero, dunque, a chiamarlo i messaggeri del re Antioco Epìfane, per convincerlo ad accettare i “nuovi” riti, di sottomettersi, per obbedienza, alla pratica del nuovo culto. “Ma Mattatia rispose a gran voce: «Anche se tutti i popoli nei domini del re lo ascolteranno e ognuno si staccherà dal culto dei suoi padri e vorranno tutti aderire alle sue richieste, io, i miei figli e i miei fratelli cammineremo nell'alleanza dei nostri padri; ci guardi il Signore dall'abbandonare la legge e le tradizioni; non ascolteremo gli ordini del re per deviare dalla nostra religione a destra o a sinistra”. (1Mac 2, 19-22).
A ben vedere, questo brano del primo libro dei Maccabei, riporta delle forti analogie con gli avvenimenti dei nostri tempi.


Quello che è successo ai Frati Francescani dell’Immacolata, per esempio, è semplicemente sconcertante e doloroso, e tuttavia è ancora più sconvolgente la loro risposta a questa ingiusta oppressione: hanno deposto le armi, hanno scelto la non belligeranza. L’atteggiamento che hanno sposato è quello di obbedire all’ingiustizia e contemporaneamente affidarsi ciecamente all’Immacolata la quale, a dir loro, li libererà, prima o poi, da questa persecuzione. Premesso che la devozione e la fiducia sconfinata nella Santa Madre di Dio è santissima nonché doverosa per ogni battezzato, tuttavia la Madonna non ci priva del nostro intelletto, né la devozione a Lei ci esime dal resistere alle ingiustizie e di rimboccarci le maniche dinanzi all’errore e al sopruso: basti guardare l’esempio militante di San Massimiliano Kolbe (sic!). In parole povere, “bisogna dar battaglia perché Dio conceda vittoria!” (Santa Giovanna d’Arco).
L’immobilismo apparentemente pio ed eroico in cui i Francescani dell’Immacolata si sono rinchiusi sembra essere più un cieco fideismo che mal si concilia con la “Vera” e santa obbedienza cattolica. I frati vorrebbero cioè rimanere fedeli all’autorità, che li ha privati della Santa Messa di sempre, pur riconoscendo la palese ingiustizia di tale comando. Ma l’obbedienza, per definizione, non consiste nell’accettare controvoglia, con critiche, con mormorazioni e giudizi un decreto dell’autorità, bensì, per essere vera obbedienza, deve tendere alla conformazione della volontà del sottoposto con quella del suo superiore. Ossia, il religioso deve pensare come il superiore o almeno tendere alla totale identità di volontà (cfr. Summ. Theol.). Ora, posto che i frati perseguitati si considerano appunto “perseguitati”, si deduce che essi non accettano (moralmente) il provvedimento della Suprema autorità contro di essi, riconoscendone la palese ingiustizia, eppure l’accettano sul piano pratico. Bè cari frati, se credete così di assolvere al precetto dell’obbedienza, vi sbagliate di grosso. Questa non è l’obbedienza cattolica, è falsa obbedienza. Dunque, se volessimo essere veramente puristi e vestire i panni dell’avvocato del Diavolo, dovremmo richiamarvi ad una più piena obbedienza, ad una più piena “comunione”, ad un vero “sentire cum Ecclesia”. Ma se i frati chinano il capo dinanzi a tale provvedimento, ne riconoscono la giustezza, dunque perdono ogni diritto di lamentarsi, e di compatirsi, leccandosi le ferite che hanno voluto autoinfliggersi. Inoltre, sembra che i nostri frati si dimentichino che fu lo stesso Papa Benedetto XVI a smascherare la totale falsità di questa prospettiva, dichiarando che l’antica Messa non “è mai stata abrogata” e che il suo uso da parte di qualsiasi sacerdote all’interno della Chiesa “è stato sempre permesso”, non potendo, neppure il Papa, in alcun modo eliminarla o abrogarla, né, tantomeno, sostituirla (cfr. CCC n. 1125). Infatti è stato proprio a causa di un falso principio di obbedienza all’autorità ecclesiastica che la sovversione della Fede Cattolica è stata così rapida e diffusa. Fu proprio lo stesso Papa Benedetto, quando era ancora il Cardinal Ratzinger, a confutare questa erronea teoria: “Il Papa non è un monarca assoluto la cui volontà è legge, ma piuttosto il custode dell’autentica Tradizione, e perciò il primo garante dell’obbedienza… Per cui, per quanto concerne la Liturgia, ha il compito di un giardiniere, e non quello di un tecnico che costruisce nuove macchine e butta quelle vecchie[2]. Dobbiamo dare atto a S.S. Benedetto XVI del valido e coraggioso tentativo di ritorno sui binari della Tradizione e, contemporaneamente, dobbiamo tenere conto della violenta e tempestiva offensiva che i suoi oppositori hanno riversato su di lui, tanto da costringerlo alla rinuncia papale.
Ciò che è vero per il Papa – ovvero che il suo potere e la sua autorità sono limitate dall’obbedienza alla Fede – è ancor più vero per tutti i suoi sottoposti. Eppure tra le fila di questi ultimi, in quest’epoca post-conciliare, l’obbedienza alla Fede è stata largamente rimpiazzata dall’obbedienza all’autorità gerarchica, a loro uso e consumo. Il positivismo (la mia volontà è legge) ed il nominalismo (ciò che voglio è giusto perché lo voglio io) hanno invaso la Chiesa, facendo in modo che gli abusi della gerarchia venissero coperti in virtù dell’obbedienza, che ormai sembra essere diventata l’unica e sola virtù su cui insistono le autorità ecclesiastiche”[3]. “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”(5,29), e facilmente si obbietterà che Dio parla per mezzo del Papa, di un Concilio o della gerarchia, eppure bisogna ricordare anche che Dio non può comandare cose contraddittorie, Dio non “evolve”, Egli è Immutabile per essenza. “Lo giuro su me stesso, dalla mia bocca esce la verità, una parola irrevocabile”(Is  45,23), con buona pace del card. Kasper e del sua fanta-teologia schellinghiana. Dio non dice un giorno di credere in una cosa e il giorno dopo di non crederla più: Dio non cambia, rimane stabile per sempre, e con Lui coloro che rimangono fedeli alla dottrina immutabile: “Veritas Domini manet in aeternum”(Esdr 3,12). Non solo, per quanto riguarda la Fede, che è il presupposto della Speranza e della Carità, l’Apostolo dice: “se lo rinneghiamo, anch'egli ci rinnegherà; se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele perché non può rinnegare se stesso”(2Tm 2,12-13). Dio cioè non può contraddirsi, non può rinnegare ciò che ha già dichiarato.
Ma riprendiamo per un secondo il passaggio del libro dei Maccabei: “Si avvicinò un Giudeo alla vista di tutti per sacrificare sull'altare in Modin secondo il decreto del re. Ciò vedendo Mattatia arse di zelo; fremettero le sue viscere ed egli ribollì di giusto sdegno. Fattosi avanti di corsa, lo uccise sull'altare; uccise nel medesimo tempo il messaggero del re, che costringeva a sacrificare, e distrusse l'altare. Egli agiva per zelo verso la legge come aveva fatto Pincas con Zambri figlio di Salom. La voce di Mattatia tuonò nella città: «Chiunque ha zelo per la legge e vuol difendere l'alleanza mi segua!». Fuggì con i suoi figli tra i monti, abbandonando in città quanto avevano”(1Mac2,23-28).
Torniamo, per concludere, ai Maccabei. In seguito alla persecuzione, “molti che ricercavano la giustizia e il diritto scesero per dimorare nel deserto con i loro figli, le loro mogli e i greggi, perché si erano addensati i mali sopra di essi”(29-30). Ora, i mali addensatisi sopra i Francescani dell’Immacolata perché ricercavano sinceramente la giustizia sono innegabili, e molti di loro sono attualmente “nascosti” e braccati come lepri dal cacciatore. E tuttavia, qui non si lotta contro gli uomini ma contro le potenze infernali, le quali non si fermeranno finché non avranno annientato coloro che gli si oppongono. Ma quale fu la reazione dei “fedeli” d’Israele dinanzi alla battaglia? «Non usciremo, né seguiremo gli ordini del re, profanando il giorno del sabato[…]Moriamo tutti nella nostra innocenza. Testimoniano per noi il cielo e la terra che ci fate morire ingiustamente» (34,37). Apparentemente sembrerebbe una morte eroica e santa, giustificata dalla loro “obbedienza” legalistica al giorno di sabato nel quale era proibito combattere ed uccidere. Eppure, all’udire la fine di questi “pii” giudei, Mattatia dichiarò: «Se faremo tutti come hanno fatto i nostri fratelli e non combatteremo contro i pagani per la nostra vita e per le nostre leggi, ci faranno sparire in breve dalla terra». Presero in quel giorno questa decisione: “«Noi combatteremo contro chiunque venga a darci battaglia in giorno di sabato e non moriremo tutti come sono morti i nostri fratelli nei nascondigli» (40-41). Dunque, alla luce di tali riflessioni, voglio concludere con una santa esortazione, con una chiamata alle armi (spirituali).
Frati Francescani dell’Immacolata e voi tutti sacerdoti timidi, (comprensibilmente) impauriti: combattete la buona battaglia, difendete con fortezza la Santa Messa, quella tramandataci dalla Sacra Tradizione, quella dei Santi, quella immutabile, quella che è perseguitata, quella che è stata messa al bando, quella che il Maligno non sopporta. A tal proposito, è opportuno chiedersi seriamente: se la Messa moderna è “sostanzialmente” uguale all’antica, se la grazia è la stessa, perché il Maligno la tollera? Perché non la perseguita? Perché non gli dà fastidio? Pertanto, sacerdoti e religiosi tutti, amanti della Tradizione e perciò stesso amanti della Chiesa, e ancor più amanti di Cristo: unitevi insieme, alzatevi a difesa dell’unico Vero Innocente, dell’Unica Vera Vittima, dell’Unico Vero Perseguitato, Gesù Cristo Signore Nostro! Mi rivolgo qui anche a quei vescovi e cardinali che sotto Ratzinger si dimostrarono coraggiosi e che ora si sono un po’ “contratti”, ora che, invece, ce n’è più bisogno. Non siate quei cani muti, di cui parla Isaia, ma siate, al contrario, pastori che difendono il gregge. “Salire contro è contrastare i poteri di questo mondo con libera parola in difesa del gregge; e stare saldi in combattimento nel giorno del Signore, è resistere per amore della giustizia agli attacchi dei malvagi. Infatti, che cos’è di diverso, per un Pastore, l’avere temuto di dire la verità dall’avere offerto le spalle col proprio silenzio?” (San Gregorio Magno, La Regola pastorale).
A tal proposito c’è una nota storiella popolare molto istruttiva, che narra di un uomo molto fervente che stava affogando nel mezzo di un lago. Costui implorava la Divina Provvidenza che lo salvasse e lo liberasse dalla morte: confidava fermamente che Dio lo avrebbe salvato. Passò, dunque, una barca che gli tese un remo, ma lui rispose: “no grazie, aspetto che Dio mi salvi” e, intanto, annaspava e sperava…passò dunque una seconda barchetta che, allo stesso modo, si offrì di portarlo in salvo, ma egli replicò: “no grazie, sono sicuro che verrà Dio a salvarmi” e, intanto, beveva acqua e continuava a confidare…passò infine una terza scialuppa di salvataggio ma egli: “mi salverà Dio, ne sono certo”. Alla fine, l’uomo fidente, morì affogato. Quando si trovò al cospetto di Dio chiese indispettito: “perché non sei venuto a salvarmi?” e l’Onnipotente rispose: “ma come? Sono passato tre volte e mi hai rifiutato!”. Morale della favola, bisogna rimboccarsi le maniche, e combattere la battaglia del nostro tempo, e non ritirare i remi in barca nascondendoci dietro un’apparente “pia” obbedienza. Prima di tutto, dice San Tommaso: “la Carità è una virtù più grande dell’obbedienza”[1].



Quello appena visto è l’esempio di obbedienza che non pochi santi si sono trovati a dover opporre a decreti ingiusti provenienti, non di rado, anche dalla Suprema Autorità ecclesiastica (San Paolo, Sant’Ambrogio, Sant’Ilario, Sant’Atanasio, San Massimo, Santa Caterina, Santa Brigida ecc…). “Poiché tutta l’autorità proviene da Dio, noi obbediamo agli uomini solo e unicamente perché la loro autorità si basa in ultima analisi su quella del Signore. Questa obbedienza, laddove non vada contro la legge di Dio, è in realtà un atto di giustizia, un dare agli altri, e a Dio in primo luogo, ciò che è dovuto. Ma il Signore non dà a nessun uomo l’autorità di impartire un ordine che contravvenga ai comandi e ai precetti da Lui Stesso fornitici, come quelli contenuti nei Dieci Comandamenti o nel Vangelo, che costituisce la “legge positiva” di Cristo Re. Ne consegue che nessun uomo abbia il diritto di obbedire ad un ordine simile. Per di più, tutta l’autorità in terra è limitata dalla giustizia. Neanche il Papa dispone di un’autorità illimitata, perché i suoi limiti provengono dalla Rivelazione, dalle Scritture, dalla Tradizione e dagli insegnamenti autentici dal Magistero Ordinario ed Universale, nonché da quello Straordinario con le sue definizioni dogmatiche[4].





[1] Summa Theologiae, II-II, Q. 104, Art. 3
[3] GRUNER N., Il Terzo Segreto e il problema della falsa obbedienza.
[4] Ibidem.
 

06 luglio 2014

La memoria negata. Un libro di Pucci Cipriani

di Enrico Maria Romano
L’intellettuale tradizionalista toscano Giuseppe (Pucci) Cipriani (Borgo San Lorenzo, 1944) offre, probabilmente per la prima volta, uno spaccato ben articolato e documentato degli ambienti, certamente variegati e non conformisti, del tradizionalismo cattolico italiano nel suo "La memoria negata. Appunti per una storia della tradizione cattolica in Italia" (Solfanelli, Chieti 2013, pp. 440, € 25). Il titolo dunque, quando parla della “tradizione cattolica”, fa riferimento al tradizionalismo cattolico italico, soprattutto toscano, e non alla ben più importante, universale e dogmatica Tradizione, intesa nel dogma quale fonte della Rivelazione divina accanto alla Sacra Scrittura. Se il titolo è quindi parzialmente equivoco, il contenuto è assai più vasto, interessante e vivace, riflettendo ad ogni pagina le impressioni dell’Autore, il quale ha vissuto in prima persona e dall’interno la nascita e lo sviluppo del cosiddetto tradizionalismo. Tale tradizionalismo va inteso sia a livello culturale che socio-politico come un ambiente che coniuga la difesa della fede cattolica integrale (e non annacquata) con la simpatia per le forme politiche e sociali dell’ancien régime, qui soprattutto nel senso degli Stati pre-unitari italiani e più in generale identifica la simpatia per tutte le battaglie di opposizione ai “progressi” della modernità occidentale (come il divorzio, l’aborto, la rivoluzione sessuale, la droga libera, l’abolizione delle case chiuse, etc. etc.).
 

09 giugno 2014

Un ex seminarista FI scrive a p. Bruno

di Maurizio Mazzieri
Caro padre Alfonso,
scrivo questa lettera in risposta a quanto apparso il giorno 28 maggio 2014 sul sito mediatrice.net [1], nel quale avete apostrofato alcuni ex frati con l’appellativo di “vili ex studenti barbuti e sbarbatelli”, ritenendoli anche autori di alcuni articoli apparsi su dei blog; l’accusa era che questi ex studenti del seminario teologico dei FFI hanno usato degli pseudonimi per criticare il commissariamento. Io, Maurizio Mazzieri, sono uno di quegli ex frati e non ho paura di mettere il mio nome e nemmeno di comparire davanti ad un tribunale ecclesiastico e/o civile qualora vogliate intraprendere una procedura legale per quanto scritto in questo articolo. Se gli articoli scritti contro di voi contengono cose false perché non ricorrere alla giustizia anziché calunniare il prossimo? Presto detto.

Questa accusa che voi fate è senza nessuna prova e rivolta contro chi non la pensa come voi, il tutto per screditare degli ex frati agli occhi dell’opinione pubblica e di quanti volessero accoglierli nelle proprie diocesi per continuare il proprio cammino vocazionale. Visto che con i vostri stratagemmi non siete ancora riuscito a trovare dove questi ex frati dimorano allora avete ben pensato di gettare fango su di loro. Si, è proprio così, il caro padre Alfonso Bruno che si fa garante del Voto mariano sta perseguitando i suoi confratelli e poiché non gli basta, perseguita anche gli ex confratelli; quei poveri frati che sono riusciti ad uscire dall’istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata (non per desacralizzare il Voto mariano come dice padre Bruno, ma per portarlo avanti), sono ricercati dai collaboratori di padre Bruno, uno dei quali è padre Giovanni Severini, che ha affermato di aver ricevuto l’incarico dallo stesso padre Bruno di cercarli a Sassoferrato, perché sembra che qualcuno li abbia avvistati da quelle parti dicendo che dimorano addirittura nel convento di Sassoferrato dove risiedono le Suore Francescane dell’Immacolata da marzo 2014 o in una casa vicina alle suore. Questa è un’altra falsità pretestuosa per poter dar adito a provvedimenti contro le suore.

Andiamo sulla questione della desacralizzazione del Voto mariano che a vostro avviso i frati hanno fatto, uscendo dall’istituto; la calunnia, la maldicenza, la detrazione e la mormorazione non desacralizzano il Voto mariano? Tutto quello che avete detto e fatto e che continuate a dire e a fare dal momento del commissariamento contro i Fondatori e contro tutti quelli che sono fedeli a loro come lo definite? Come state trattando tutti quei frati che stanno chiedendo la dispensa dai voti religiosi? Minacce ai vescovi che vorrebbero accoglierci, minacce di ricorrere agli ordinari diocesani, minacce di rimpatrio immediato, frati-spia che hanno fotografato gli ex frati a Cassino al compleanno di padre Stefano (e le foto sono state usate per intimidire altri frati che chiedevano di uscire dall’istituto), dissuadere i frati ad unirsi a quelli già usciti con calunnie contro gli ex frati dicendo che sono contro la Chiesa e contro il Papa e che stanno facendo delle cose contro il volere del Papa. Se pregare e partecipare alla Messa quotidiana è un reato...! Se questo comportamento è esempio di virtù e di sacralizzazione del Voto mariano, allora penso che sia meglio non averlo il Voto mariano, proprio per non desacralizzarlo. Tutti gli insegnamenti di Papa Francesco che voi portate sempre sulla vostra bocca non sembrano essere quelli appena elencati.

Voglio poi aggiungere altre cose che io ho visto e ascoltato: perché ad agosto, quando venni a Boccea accompagnando padre Alessandro Apollonio e padre Paolo Siano dopo una visita al commissario, e la visita fatta ad un confratello ricoverato all’ospedale, al nostro ingresso nel refettorio si fece un gran silenzio come se fossero arrivati degli ospiti poco graditi? In seguito mi fu risposto che poco prima (durante il pranzo) padre Alfonso stava tenendo una “lectio magistralis”, contro l’istituto guidato dai Fondatori. Come mai, durante il colloquio impari che ho avuto con il commissario e al suo fianco voi e padre Agnello Murphy, mi avete detto che registrare in Italia costituisce reato e poi un vostro collaboratore ha registrato una telefonata e voi l’avete usata nelle Filippine per acquistare consensi? Perché quando la mia richiesta di dispensa è pervenuta al commissario io non sono stato contattato per delle spiegazioni, che invece avete chiesto ad altri? Ero così pericoloso? So che figuravo in cima alla lista nera dei frati che bisognava far fuori! Voi dite continuamente di essere obbediente al commissario, ma invece sembra proprio il contrario; infatti non si capisce perché i frati che chiedono le dispense o permessi devono passare sempre sotto di voi e che il commissario più di una volta ha risposto ai frati di non sapere nulla della loro situazione e delle loro richieste di dispensa. Avete detto in alcune occasioni che voi siete solo un segretario e allora perché decidete voi quale deve essere il futuro dell’istituto? Quando si parla con il commissario si sente dire una cosa, ma subito dopo, nella maggior parte dei casi, intervenite voi a cambiare ciò che prima era stato deciso dallo stesso commissario. Se questa è la vostra obbedienza perché accanirsi contro quanti non vogliono sottostare alle vostre obbedienze?

Infine riguardo ai problemi interni vi dico un po’ come la penso. Dal giorno in cui in seminario siamo venuti a conoscenza che l’istituto era stato commissariato, io e tanti altri frati e seminaristi abbiamo perso la felicità. Più che persa sarebbe meglio dire che la felicità ci è stata tolta. Prima il Vetus Ordo, poi i superiori e infine il seminario. Poi per me è anche toccato l’allontanamento dal seminario insieme ad altri confratelli che come me sono stati dispersi in altri conventi. Tutto distrutto, tutto quello che si era riuscito a costruire non c’era più. La pace non c’era più e poi il trasloco fatto in due settimane, senza nessun motivo che giustificasse tale accanimento. Dovevano dividerci, perché restando insieme non riuscivano a convincerci che prima era tutto sbagliato. C’era all’interno del seminario chi combatteva per far emergere la verità e portare conforto ai confratelli più deboli. Ma tutto doveva essere fatto con prudenza e discrezione per non rischiare di essere allontanati o addirittura espulsi. Prima del commissariamento vivevamo tranquilli in serenità e se c’erano dei problemi erano proprio a causa di chi non voleva obbedire ai Superiori, a padre Stefano e a padre Gabriele, e faceva ostruzionismo al loro governo lavorando di nascosto con la maldicenza e la menzogna. Quante voci giravano sulla Messa antica, sul seminario; ma tutti quelli che hanno attaccato il seminario, da anni non mettevano piede in seminario. Addirittura c’è chi si lamentava perché i frati facevano gli inchini durante l’ufficio divino. Questi erano i gravi problemi del seminario: la Messa antica, gli inchini e la “troppa” preghiera???

In conclusione caro padre Alfonso penso che sia meglio, per voi e per tutti noi, che consegniate le dimissioni da segretario generale, affinché possiate dedicarvi più intensamente alla vita religiosa e alla preghiera, riparando al male che in questi mesi state causando a migliaia di persone tra frati suore e laici. Siate umile! L’umiltà conquista il mondo non la superbia e la vana gloria.
Con ossequio,
Maurizio Mazzieri, ex frate studente.






[1]  pamab/mdt (leggi: p. Alfonso Maria Angelo Bruno), Libertà & Persona si converte, in http://www.mediatrice.net/modules.php?name=News&file=article&sid=5778 , 28-5-2014.