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28 maggio 2019

In Hoc Signo Vinces. Croce e politica non stanno male insieme

di Marco Muscillo
Se non vi siete ancora stufati di leggere articoli e ascoltare opinioni riguardo il comizio elettorale di Matteo Salvini tenuto a Milano sabato 18 maggio, vi prego di permettere anche a me di dire la mia.
Abbiamo passato questi giorni ad ascoltare, com’era presumibile, molte critiche a riguardo dell’uso di simboli religiosi nell’arena politica. Soprattutto i prelati hanno duramente criticato Salvini, accusandolo di usare il Rosario per accaparrarsi voti. Insomma, a molte persone Matteo Salvini è sembrato quasi un anticristo che cerca di usare la religione per i suoi scopi politici, in contrasto però con le sue reali intenzioni che sono piene di odio, di xenofobia, di non accogliere gli ultimi, di fare la guerra al diverso.
Alcuni uomini di Chiesa hanno anche commentato dicendo che assolutamente la politica e la religione devono restare scisse e mai e poi mai i simboli della fede possono essere usati per fare politica.

Da qui vorrei partire con la mia piccola analisi, perché questo a me sembra più un pensiero di stampo liberale (da “libera Chiesa in libero Stato”) piuttosto che un pensiero cattolico. Da che mi ricordi, infatti, i cattolici hanno sempre utilizzato i simboli della fede (la croce, la Vergine, i santi) in campo politico. Senza andare troppo indietro basta andare a guardare già alla nostra storia repubblicana, dove la scena politica italiana è stata dominata da un partito chiamato “Democrazia Cristiana”, il cui simbolo era proprio lo scudo crociato e la cui classe dirigente fu educata da importanti uomini di Chiesa, alcuni dei quali vennero anche esaltati al Sommo Pontificato.
Qualcuno potrebbe obiettare che i politici della DC non facevano di certo sfoggio di Rosari nei loro comizi e che piuttosto erano uomini di profonda fede rispetto a Matteo Salvini, il quale ha ammesso più volte di essere un gran peccatore, di andare a messa due-tre volte all’anno e via dicendo. Tuttavia, bisogna anche guardare ai tempi in cui viviamo, dove la perdita della fede è palesemente evidente e dove purtroppo tutti siamo stati influenzati ed “educati” (passatemi il termine) da una cultura laica, la quale purtroppo diventa sempre più atea e anticristiana.
Anche Matteo Salvini quindi è figlio del suo tempo e pur essendo un battezzato, non è di certo un cristiano modello e né, come molti hanno fatto notare, molte delle sue idee possono dirsi prettamente cristiane.

Ma facciamo un piccolo paragone, ipotizzando per assurdo: mettiamo di trovarci nel III secolo dell’era cristiana, in uno di quei vuoti di potere che si vennero a creare a Roma con l’anarchia militare. Un gruppo di generali, ognuno con le sue legioni al seguito, si contende il potere imperiale. Tutti sono pagani, alcuni di loro apertamente anticristiani, altri invece pur non dichiarandosi sono favorevoli ai sacrifici umani, altri invece come Salvinus di Mediolanum e Georgias della gens Melonia, pur essendo entrambi pagani, sono più aperti verso i cristiani e ne accettano le istanze. A sorpresa, il generale Salvinus fa atto di affidamento alla Vergine Maria davanti alle sue legioni, stanziate a Mediolanum.

Noi, legionari di fede cristiana, chi mai appoggeremmo? Non lo reputeremmo un segno della Provvidenza? E cosa ce ne importerebbe se Salvinus e Georgias Melonia non fossero cristiani?
Le cose insomma cambiano a seconda della prospettiva in cui le si guardano. E a questo punto la domanda viene spontanea: e se il gesto di Matteo Salvini, pur opportunista che fosse, non rientrasse nei piani della Provvidenza?

Siamo nel mese di maggio, mese dedicato alla Vergine Maria e un politico italiano prende in mano un Rosario durante un comizio e consacra pubblicamente sé stesso, il suo Paese e il suo popolo al Cuore Immacolato di Maria. Davvero è qualcosa di una portata eccezionale, soprattutto considerando i tempi difficili in cui viviamo. Quello di Matteo Salvini è certamente stato un atto di gran coraggio.
A me è venuta in mente, in questi giorni, la storia della bandiera europea. Senza che ve la racconti da capo (potete fare una ricerca su google), ad ideare quel modello di bandiera con dodici stelle fu un uomo chiamato Arsène Heitz, un bozzettista che lavorava presso l’ufficio postale del Consiglio d’Europa. Heitz era devoto alla Medaglia Miracolosa e lo spunto per disegnare la bandiera europea fu presa da quella sua devozione. Il numero dodici, poi, fu scelto quasi per casualità dal comitato incaricato e la bandiera a dodici stelle fu adottata ufficialmente il giorno 8 dicembre 1955, giorno dell’Immacolata Concezione.

Noi siamo uomini di fede e per noi il caso non può esistere. Personalmente, sono costretto a credere che la Provvidenza entra nella storia e nei processi politici. Non è quindi la politica ad appropriarsi dei simboli religiosi, ma è la Provvidenza stessa ad agire anche per mezzo della politica. Anche con uomini indegni o lontani dalla Vera Fede (basta ricordarsi di Ciro il Grande nell’Antico Testamento).
E visto che abbiamo fatto un paragone con le epoca romana, perché non ricordarci proprio di Costantino il Grande che vinse la battaglia di Ponte Milvio proprio grazie all’intervento diretto del Signore che in sogno gli suggerì: “In Hoc Signo Vinces”. Non furono le gerarchie ecclesiastiche a scegliere Costantino, non fu qualche vescovo a consigliare all’Imperatore di usare la croce come simbolo, ma fu una decisione presa da Gesù stesso.
Da quel momento in poi la simbologia cristiana entrò a far parte delle vicende politiche. Ricordiamoci il battesimo di re Clodoveo a Reims, ricordiamoci Carlo Magno e il Sacro Romano impero, ricordiamoci anche le lotte del duecento italiano tra guelfi e ghibellini, coi primi che presero a loro simbolo la croce rossa su sfondo bianco e i secondi la croce bianca su sfondo rosso (simboli di San Giorgio e San Michele). Ricordiamoci anche la richiesta (disattesa) che fece Gesù per mezzo di Santa Margherita Maria Alacoque a Luigi XIV re di Francia, di mettere il Sacro Cuore nel blasone reale e negli stendardi.

Insomma a me pare che il Signore non sia tanto contrario al fatto che i simboli della fede si diffondano anche in politica. Anche perché la politica è un mezzo diretto per arrivare al popolo e quindi l’uso di un simbolo che rimanda alla Fede può certamente evangelizzare.
Dirò anche di più, che non siamo noi soltanto a sceglierci i governanti ma che prima di noi è Dio a scegliere o a permettere che una certa persona sia messa a capo di una Nazione. Questo ce lo rammentano anche le Scritture: “La vostra sovranità proviene dal Signore” (Sap 6,3).
Non sempre, poi, la scelta del Signore rispecchia i nostri canoni, o quelli che gli opinionisti della politica vogliono farci credere “buoni”. Ad esempio, se vogliamo credere alle rivelazioni private, avrete sicuramente sentito parlare della Beata Elena Aiello e del suo carteggio con la sorella di Benito Mussolini, Edvige. Se crediamo a Suor Elena, dobbiamo riconoscere che fu il Signore a scegliere Benito Mussolini come guida dell’Italia negli anni ’20 e ’30 e che Mussolini cadde in disgrazia quando non ascoltò gli avvertimenti della suora che gli intimava di non entrare in guerra “perché in Italia c’è il Papa”:
« All'Italia, perché sede del mio Vicario, ho mandato Benito Mussolini, per salvarla dall'abisso verso il quale si era avviata, altrimenti sarebbe arrivata in condizioni peggiori della Russia. In tanti pericoli l'ho sempre salvato; adesso deve mantenere l'Italia fuori della guerra, perché l'Italia è civile ed è la sede del mio Vicario in terra.
«Se farà questo avrà favori straordinari e farò inchinare ogni altra Nazione al suo cospetto. Egli invece ha deciso di dichiarare la guerra, ma sappia che se non la impedirà, sarà punito dalla mia Giustizia! ».
Sembra poi, sempre seguendo la beata, che il cattivissimo Mussolini, dopo un periodo in purgatorio, ora sia anche lui a lodare Dio in Paradiso.

Ma ce ne sono altri di casi simili, in cui la Provvidenza pone degli uomini alla guida delle Nazioni, uomini che pur tuttavia mantengono la propria libertà e quindi possono deviare dalla Volontà divina.

A conclusione del nostro discorso, possiamo certamente dire che Dio agisce nella politica e che ciò che avviene non può considerarsi mai frutto del caso. Può darsi anche che Salvini sia soltanto un opportunista, che non sia nemmeno cristiano, che farà la fine che si merita se si sta prendendo gioco del Signore, ma certamente si può dire che (consapevole o meno) anch’egli sta seguendo la volontà di Dio.
Stiamo almeno a guardare, con attento e realistico interesse, senza illuderci nemmeno troppo. Meglio rimanere sopresi che esserne completamente delusi.
Mi rivolgo anche a quegli uomini di Chiesa che hanno criticato Salvini, ricordando ancora una volta le parole della Scrittura:

“Per questo ero convinto fin dal principio,
vi ho riflettuto e l'ho messo per iscritto:
«Tutte le opere del Signore sono buone;
egli provvederà tutto a suo tempo».
Non c'è da dire: «Questo è peggiore di quello»,
a suo tempo ogni cosa sarà riconosciuta buona.
Ora cantate inni con tutto il cuore e con la bocca
e benedite il nome del Signore.” (Sir 39,32-35)

Sta a noi essere docili all’azione dello Spirito Santo. Dobbiamo soltanto avere fiducia in Dio e nella Vergine Maria; a tempo debito tutto ci sarà chiaro: il suo Cuore Immacolato trionferà. Scrollarsi di dosso un po’ di cultura liberale, intanto, non farebbe male.


 

03 maggio 2018

L'invenzione della Santa Croce e la Chiesa tedesca

di Roberto de Albentiis
Il 3 maggio, nel calendario antico, si celebra la festa dell’Invenzione della Croce, in cui si commemora il ritrovamento delle reliquie della Croce e del Santo Sepolcro da parte di Sant’Elena, madre di Costantino; con questa festa si voleva celebrare non solo il primario trionfo della Croce di Cristo sul paganesimo e sul giudaismo, ma anche il secondario e derivato trionfo secolare e sociale della fede, che da allora, lentamente ma progressivamente, avrebbe fondato e ispirato l’Impero e, poi, la Cristianità europea. Questa festa, cassata dalle solite riforme degli anni ’60, che non tolleravano le feste doppie e, in generale, le feste “trionfaliste”, è ancora viva in Oriente (anche se in altra data, al 6 marzo) e perfino nei calendari anglicano e luterano (!). E proprio di luterani andremo incidentalmente a parlare.

Recentemente, il governo federale bavarese (si ricordi che la Baviera è sempre stata terra cattolica, prima come regno autonomo e poi come Land, e al governo vi è costantemente andata la CSU, variante locale esplicitamente cattolica e più muscolare della CDU), guidato da un luterano, Markus Soder, ha deciso di esporre in tutti gli uffici pubblici, scolastici come politici e giudiziari, il crocifisso; certamente, in un’Europa dove dominano il secolarismo e il laicismo, dove il primo diritto è quello alle nozze gay e la CEDU stabilisce la libertà di blasfemia, non si tratta di un passo decisivo, ma fa comunque piacere sapere che qualche governo non permette l’estromissione pubblica della fede. Ribadiamo, il presidente è luterano, e sapendo sia la storia che soprattutto le abiezioni moderne del luteranesimo (l’approvazione di eutanasia, nozze gay, pasto resse lesbiche, tutte cose che farebbero storcere il naso anche a Lutero), ma chi gli si è opposto? La solita CEDU, la variante tedesca dell’UAAR, una o più obbedienze massoniche? No, niente di tutto questo; ad opporsi è stata la Conferenza Episcopale Tedesca, cattolica (almeno nominalmente).

La ricchissima Conferenza Episcopale Tedesca, tanto forte e potente quanto sostanzialmente atea, priva di fedeli, piena di idee balzane al riguardo di intercomunione, comunione ai peccatori impenitenti, aperture all’aborto e all’omosessualismo, negazione della Trinità o della Divinità di Cristo, la Conferenza Episcopale Tedesca della chiusura di centinaia di parrocchie e conventi, dei seminaristi a livello storico negativo (uno, uno!, in un anno a Treviri, città del cardinal Marx, suo capo), dalla sua forza, dai suoi magnifici risultati, osa protestare contro l’esposizione pubblica del crocifisso! Leggiamo allibiti qui : tale decisione darebbe luogo a “divisione” e “metterebbe le persone le une contro le altre”; strano, fu proprio Gesù a dire di essere venuto a portare la spada, a dividere le famiglie, a dividere le pecore dai capri, a dividere i giudei e il cattivo ladrone dalla Madonna, San Giovanni, le Pie Donne, il Buon Ladrone, così come leggiamo in San Paolo che è la Croce, il Crocifisso ad essere giudicato stoltezza e anatema dai pagani e dagli ebrei. E ricordiamo peraltro che si tratta non della croce cattolica, con la raffigurazione di Cristo Crocifisso, ma della croce luterana, vuota.

Ancora, secondo il cardinal Marx “Se la croce è solo vista come un simbolo culturale, allora non è stata capita”, ha detto. La croce è “un segno di opposizione alla violenza, all’ingiustizia, al peccato e alla morte, ma non un segno [di esclusione] contro gli altri”; è vero, la croce non è un mero simbolo culturale, è il segno del trionfo di Cristo, e proprio per questo deve essere esposta, ma, come insegnava San Giovanni Paolo II, una fede che non si fa cultura è una fede morta. No, eminenza, no, eccellenza, non vi crediamo più! La vostra non è la giusta critica ad un rendere il cristianesimo una mera cultura a scapito del suo aspetto di verità, la vostra è una resa al mondo, è un rinnegamento di Cristo; conosciamo, da anni, da decenni, le vostre malefatte, le vostre opinioni, i vostri risultati, che non più del cattolicesimo, ma manco del generico cristianesimo, hanno l’aspetto, e non possiamo, né dobbiamo né vogliamo credervi più!
Per Markus Soder, ripetiamo, luterano, la sua politica rispecchia “l’identità culturale dello Stato e l’influenza cristiano-occidentale”; Naturalmente, la croce è soprattutto un simbolo religioso“, ha detto Soder ai media tedeschi. Tuttavia, il premier ha continuato, la croce, nel senso più ampio, porta con sé anche le basi fondamentali di uno stato secolare. Interessante anche l’opinione del commentatore cattolico Birgit Kelle in un editoriale per il quotidiano “Die Welt”: “Ogni musulmano, ogni ateo e ogni altro credente può sentirsi al sicuro sotto questa croce, che non costituisce una pretesa di potere, ma un impegno a trattare ogni persona in modo uguale e dignitoso, indipendentemente dalla sua formazione, fede, capacità o sesso“; La sua presenza pubblica – che nella Baviera tradizionalmente cattolica è quasi onnipresente – va vista come tale, accolta ed apprezzata, ha affermato.

Si segnalano, tuttavia, da parte dell’episcopato, due posizioni a favore: il vescovo Rudolf Voderholzer di Ratisbona ha accolto con favore la decisione, affermando che: “La croce è il simbolo della cultura occidentale. È l’espressione di una cultura dell’amore, della compassione e dell’affermazione della vita. Appartiene alle fondamenta dell’Europa“. Parole forti, soprattutto dopo il terribile caso di Alfie Evans. Ancora, sempre l’eccellenza Voderholzer: per questo motivo, ha aggiunto, i bavaresi hanno tradizionalmente posto croci piuttosto che altri simboli in cima alle loro montagne. “Non la bandiera nazionale o altri simboli del governo umano, come altri avrebbero voluto vedere in altri momenti, ma la croce. Dovrebbe essere ampiamente visibile, la croce, segno di salvezza e di vita in cui Cristo è cielo e terra, Dio e persone riconciliate, vittime e colpevoli“.
Interessante, poi, il commento, con tanto di video, del nunzio austriaco (e anche qui, sappiamo come è messa male la Chiesa della fu cattolica Austria), che si può vedere qui  : “Come nunzio e rappresentante del Santo Padre, mi rattrista e mi vergogno che – quando si erigono croci in un paese vicino – siano proprio i vescovi e i sacerdoti a criticare questa decisione. Che vergogna! Questo non è accettabile.”

Due anni fa, su questo sito, parlavo sempre delle feste della Santa Croce, soprattutto della festa odierna dell’Invenzione e di un santo, San Ciriaco di Ancona, che si festeggia il giorno avanti, che contribuì alla scoperta e che morì infine martire; ogni epoca ha i vescovi e i santi (o non ha i santi) che si merita: San Ciriaco, e tanti altri, morirono per la Croce, Marx, i vescovi tedeschi, e pensiamo molti altri, per “dialogo” e quieto vivere, per sostanziale ateismo, la rinnegano. Ognuno segua chi più lo rappresenta, ma si badi: solo una è la via cristiana, non ne esistono più. E questa via è appunto quella della Croce.

 

13 dicembre 2017

Sulla Vera Croce: un'indagine storica


di Alfredo Incollingo

Gli eretici e i nemici giurati del cattolicesimo hanno tentato di averla vinta sulla Chiesa dimostrando, tra i tanti pregiudizi e le molte falsità, l'infondatezza dell'episodio evangelico della crocifissione di Gesù. L'evento è stato ridimensionato per svelare la presunta verità, al di là delle testimonianze degli evangelisti, ritenuto menzognere e prive di prove. C'è chi ha negato la natura divina di Gesù, le sue parole e i suoi gesti, il luogo del supplizio e alcuni hanno rifiutato in toto l'accaduto. Non ci sarebbe stata nessuna crocifissione perché Gesù non è mai esistito e, secondo tali interpretazioni, i romani raramente condannavano alla croce criminali e ribelli. Appurato che Cristo è esistito, come Dio e come Uomo, si crocifiggeva molto più spesso di quanto si creda. Con questi presupposti fondamentali Massimo Olmi ci aiuta nel suo Indagine sulla croce di Gesù (La Fontana di Siloe, 2015) a conoscere la verità sullo strumento di supplizio di Cristo, “che è divenuto simbolo di salvezza, di pace e di amore universale, ma che ancora oggi qualcuno disprezza a tal punto da chiedere la rimozione dei crocifissi dai luoghi pubblici. C’è chi reputa il crocifisso diseducativo, chi offensivo, chi lo getta dalla finestra. Eppure Gesù insegnò ad amare il prossimo e fece soltanto del bene!” (p. 173) Come raccontano i quattro Evangelisti, il Messia venne crocifisso sul monte Calvario insieme a due ladroni. Per secoli non si ebbero più notizie concrete sulla croce, come se questa fosse svanita nel nulla o fosse stata assunta in Cielo con il Figlio. Un'antica tradizione vuole che fu sant'Elena, madre dell'imperatore Costantino, a ritrovarla a Gerusalemme grazie all'aiuto di un ebreo, Giuda, che si convertì subito dopo al cristianesimo. La Vera Croce venne suddivisa in tre parti che furono conservate in Palestina, a Costantinopoli e a Roma: rapine, incendi e ulteriori smembramenti causarono la loro rovina o la totale spoliazione. Questo spiegherebbe il gran numero di reliquie della croce sparse in Europa, perché i papi erano soliti donare i suoi frammenti lignei ai sovrani più fedeli. Partendo dalla leggenda del ritrovamento della Vera Croce, Olmi indaga sulle fattezze della croce di Gesù, sui materiali e, senza dimenticare nessun indizio, neanche le visioni delle veggenti che assistettero alla crocifissione, chiarisce gli aspetti più dubbi di questo strumento di supplizio. E' un testo fondamentale per formare una biblioteca cattolica, contro i tanti veleni culturali che sempre di più vogliono negare la verità cristiana.



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02 dicembre 2017

Lettera aperta ai divorziati, ai conviventi e a tutte le famiglie


di Isidoro D'Anna

Cari tutti,

è con grande premura che mi rivolgo a ciascuno di voi: uomo o donna, giovane o meno giovane, divorziato e risposato civilmente, convivente o fedele al sacramento del Matrimonio. Vi offro fin d’ora la mia vicinanza e la mia amicizia.
Il mio nome conta poco qui, perché non aspiro a donarvi le mie opinioni personali, di cui non avete alcun bisogno. Desidero invece porgere a voi il tesoro di una Verità più grande di tutto, che apre alla Speranza, perché è Dio che ce la dona.
Il nome del Signore suona distante all’uomo di oggi, ma che ne sarebbe di noi se la nostra vita fosse in mano solo ad altri uomini? E magari proprio ai governi dell’Occidente, che fanno di tutto per cancellare dai nostri cuori la fede, l’innocenza, l’amore per la famiglia e la vita? Possiamo noi sentirci debitori di questa gente, e vivere come loro ci comandano?
Oppure ci sono dei Comandamenti che valgono ora e per sempre, perché Chi ce li dona ci ha donato con Amore la nostra vita e la sua sulla Croce?
Sì, non importa come si è ridotto il mondo, e come si ridurrà ancora, e lo stesso vale per la Chiesa visibile. Dio è sempre lo stesso, e la Madonna, che Dio ha dato per Madre ai cristiani, è sempre meravigliosamente la stessa.
Loro, soltanto Loro, ci garantiscono in questo momento la possibilità di una rinascita a vita nuova, nell’amore, nella fedeltà, nella bellezza, nel coraggio.
Non solo Dio non vuole accusarci, ma ci ha dato la Madonna come Madre e Mediatrice presso di Lui, per ottenere i doni più grandi.
Sta a noi fare le nostre scelte, mentre Dio ancora ci chiama con la sua vera Misericordia. Quando verrà la Giustizia di Dio, ci darà quello che avremo scelto. Dio non può darci certo, nel bene e nel male, quello che non abbiamo scelto!
La nostra scelta definitiva sarà il passaggio a un infinito di gioia e di gloria, o di tormenti e di ignominia.
E cosa vuole Dio da noi? Che ricambiamo il suo Amore. E come ci ama Dio? Ci ama infinitamente, senza secondi fini, sempre, qualunque cosa succeda, e anche quando lo offendiamo o lo amiamo poco. Se Dio ci amasse quanto noi lo amiamo, staremmo freschi!
Dio entra nella nostra vita, se lo vogliamo, dopo che ha bussato alla porta del nostro cuore. E ci dona Se Stesso e il suo Amore.
Noi non possiamo amare Dio e il prossimo, tra cui la moglie, il marito e i figli, con le nostre forze. Da noi stessi non possiamo amare né perdonare, perché siamo creature e nel bene dipendiamo in tutto da Dio.
Se noi, con umiltà e fiducia, gli chiediamo perdono delle nostre infedeltà e l’aiuto della sua grazia, Dio farà meraviglie nella nostra vita.
Invece di correre verso la fine, verso la rovina definitiva, noi, tu, io, possiamo fermarci ad ascoltare, come ci è dato, la voce di Dio che bussa alla nostra porta.
«Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me». Così dice il Signore Gesù nel libro dell’Apocalisse (3, 20). Questo è il nostro Dio, che ci offre l’intimità più vera, più profonda, più bella.
Con l’aiuto di Dio, possiamo anche noi amare il marito, la moglie, i figli, i genitori, il convivente con l’amore più grande, senza secondi fini, sempre, qualunque cosa succeda, cancellando il ricordo delle offese e del poco amore.
Come si può amare lo sposo o la sposa cristiani? Rinnovandogli per amore di Dio la nostra fedeltà, anche quando fosse una persona pericolosa, dalla quale ci siamo dovuti separare. L’amore che non ama, o non ama più, non è amore. L’amore che esclude e dimentica le persone, non è amore. L’amore che non si sacrifica e non porta la croce, che Gesù ha portato per noi, non è amore. Cercando di vivere insieme nella fedeltà a Dio innanzitutto, pregando, purificandosi, facendosi del bene, possono nascere e rinascere grandi amori.
Come si può amare il convivente o la persona sposata civilmente dopo il divorzio? Guardando questa persona con occhi nuovi, con lo sguardo di un fratello per una sorella, di una sorella per un fratello. Anche qui si può fare un patto, quello di compiere la volontà di Dio, e non la volontà di peccato. Se sono venuti figli da questa relazione, è bene prendersene cura, guardando a Dio e invitando i figli a guardare a Dio.
Se non sono venuti figli dalla convivenza o dal matrimonio civile, bisogna comunque astenersi da ogni confidenza sensuale, lecita solo tra sposi cristiani. Se si è sposati con un’altra persona, dobbiamo essere fedeli al sacramento che Dio ha stabilito come indissolubile. Se non si è sposati, bisogna considerare attentamente, nella purezza di cuore, e magari con l’aiuto di un sacerdote fedele, quale può essere la nostra vera vocazione. Dio ci chiama al Matrimonio, e magari con quello che è stato il nostro o la nostra convivente? Oppure vuole da noi la vita consacrata, come da Sant’Agostino che diventò sacerdote, Vescovo e grandissimo Dottore della Chiesa dopo aver convissuto e aver persino avuto un figlio da una convivenza? Del resto, ci si può consacrare anche come laici.
Ma soprattutto, pensiamo al bene dei nostri figli. Non permettiamo più che i loro cuori e le loro menti siano desolati a causa delle nostre infedeltà!
Riscopriamo la bellezza della castità, di servire Dio con tutto il cuore, di alzarci la mattina e attraversare la giornata con la coscienza serena e pulita. Allora non sentiremo più l’amaro peso della vita, ma solo il peso della croce che in questa valle di lacrime è normale portare.
Il mondo di oggi ci spinge ad adorare gli idoli, e non Dio. L’idolo di noi stessi, del piacere carnale, dell’approvazione umana, del denaro, del potere… E l’uomo rimane terribilmente solo, pur in mezzo a tanta gente.
Solo Dio è il fine della nostra vita e di tutto quello che facciamo. Le nostre scelte diventano oro puro quando sono rivolte innanzitutto a Dio, e poi al bene, non allo sfruttamento delle persone. Il mondo, invece, ci insegna il contrario: a usare le persone per il nostro piacere, a servire il piacere carnale come un idolo, e a dimenticarci che Dio ci ha creato per conoscerlo, amarlo, adorarlo, servirlo e goderlo per l’eternità.
L’atto con cui un uomo e una donna possono congiungersi è un atto capace di donare la vita, di far sorgere un nuovo figlio o una nuova figlia, chiamati a diventare figli di Dio.
Condividere la vita tra sposi è cosa grande, ma donare la vita ai figli è cosa ancora più grande. Donare la vita è più grande che condividerla. Inoltre, la procreazione è rivolta prima di tutto a Dio, per dargli nuovi figli, mentre il piacere e l’amore coniugali sono rivolti alla creatura umana. Per questo la procreazione e il bene dei figli sono il primo fine del Matrimonio.
La Chiesa, quella fedele, Madre e Maestra, ha concesso che nel sacramento del Matrimonio, quando le anime sono unite dal sacro vincolo, si possa compiere quell’atto anche per il solo piacere tra sposi, nei periodi infecondi del ciclo della donna. E la Chiesa ha concesso di astenersi dal donare la vita ai figli, se ci sono motivi gravi per questa decisione.
Ci sono poi sposi cristiani con un amore così puro, fine e spirituale che non cercano mai il piacere carnale, ma solo l’amore, e si uniscono solo per dare vita a nuovi figli, e nuovi figli a Dio. Questa via dell’amore coniugale è la più nobile e santa, e ci si arriva spontaneamente con una profonda devozione per l’Eucaristia e la Madonna. Allora si realizza in pieno l’esortazione del Signore a diventare «come bambini» per poter entrare, perfetti, «nel regno dei cieli» (Vangelo di S. Matteo 18, 3): puri, innocenti, con il cuore spalancato alla grazia di Dio.
Nella società capovolta, anticristiana di oggi, il principio è stato pure rovesciato, capovolto: si considera una concessione, qualcosa di secondario, non il piacere carnale, ma il dono della vita ai figli.
La contraccezione, e persino l’aborto, cioè l’uccisione del bimbo nel grembo materno, obbediscono a questa idolatria del piacere e dell’egoismo.
Il nostro corpo funziona come Dio comanda, come strumento per donare vita e amore. Ma l’uomo di oggi vuole forzarlo e raggirarlo, spesso con risultati anche fisici disastrosi, per farne uno strumento di piacere carnale e di negazione della vita.
E il risultato dell’idolatria lo vediamo bene in tutto il mondo: malattie fisiche e mentali, litigi, odio, disprezzo, indifferenza, freddezza, volgarità, oscenità, separazioni, divorzi, accuse, incomprensioni e soprattutto la disperazione dei poveri figli senza fratelli e sorelle, e senza genitori uniti, puri, fedeli.
Guardateli, questi poveri giovani che appaiono, a causa degli adulti, come la generazione più spietata: non vi fanno pena? Non ci viene il rimorso per averli ridotti così, negando loro una casa che fosse un focolare domestico, accogliente verso la vita, con premure sante verso ogni nuovo figliolino che viene al mondo?
Vi lascio queste riflessioni, concludendo con un invito: invocate Maria, Madre di Dio e dei cristiani, Madre della purezza. Sia Lei, per la vostra fiducia e la vostra consacrazione al suo Cuore Immacolato, a guidarvi nella buona battaglia per la riconquista della grazia e della santità.

Un sincero abbraccio a ciascuno di voi.


https://lucechesorge.org/2017/10/17/lettera-aperta-ai-divorziati-ai-conviventi-e-a-tutte-le-famiglie/



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19 novembre 2017

L’Italia che si suicida e quella che resiste


di Isidoro D'Anna

A metà ottobre 2017, il giornalista e scrittore Antonio Socci si è soffermato su una triste vicenda per denunciare l’ingiustizia del governo nei confronti degli italiani.
Un uomo, che versava in gravi condizioni di salute, si è fatto portare da persone ben sollecite in una clinica svizzera per il suicidio assistito. In quel luogo di sterminio, il giorno 11 ottobre si è disfatto del dono più grande ricevuto da Dio, la vita.
Si era dovuto fra l’altro scontrare con l’insensibilità delle istituzioni, che non lo avevano sostenuto economicamente nelle sue necessità di salute.
Socci prende lo spunto per ricordare, o ai più rivelare, come il governo stia trattando gli italiani e gli stranieri. Gli italiani con invalidità al 100% possono riuscire a ricevere una pensioncina irrisoria di circa 500 euro. Per ogni migrante, invece, lo Stato spende 35 euro al giorno se maggiorenne e 45 se minorenne, il che ammonta rispettivamente a 1.050 e 1.350 euro mensili.
Continua Socci: nel 2017 il governo ha stanziato 450 milioni a favore del fondo per la “non autosufficienza”, mentre ha destinato oltre mille volte di più, 4,6 miliardi, per i migranti.
La vicenda del veneto Loris Bertocco, che ha scelto il suicidio, non ferisce il cuore dei credenti meno dell’ingiustizia di chi ci governa.
Loris, chiamiamolo così, era nel giro degli italiani politicizzati di sinistra, e quindi forse non lo si può ritenere uno della gente comune. Ci ha lasciato un lungo e pubblico messaggio di commiato, nel quale si rivela tutta la desolazione di una vita senza Dio.
Racconta di aver «condiviso con i Verdi le grandi battaglie globali in difesa dell’ambiente e dei beni comuni, per la pace, contro gli ogm e sui mutamenti climatici, in difesa degli altri animali (anche attraverso la scelta vegetariana)». I primi animali, secondo questo infelice, saremmo noi e lui, perché per gli atei ogni bambino, uomo o donna non è che un animale. Per questo ha finito, coerentemente con la sua visione, per farsi ammazzare come un animale senz’anima. E ora la sua anima, per la Misericordia del Signore che non toglie la vita a nessuno, vive eternamente, ma dove? Avrà compiuto un estremo atto di contrizione, così da salvarsi dall’inferno?
Nella testimonianza che ci ha lasciato, Loris fa un resoconto minuzioso delle sue penose condizioni di salute e della sua vita. Tutto è vissuto nell’aridità totale, nella chiusura ossessiva verso Dio e la realtà spirituale.
Persino il matrimonio – civile? – da lui stretto con una donna, e poi regolarmente finito, viene descritto con toni che manifestano l’alienazione dell’ateo. È quasi un gioco di parole, visto che Marx sembrava tanto preoccuparsi dell’alienazione dovuta al capitalismo.
Usando parole adatte a un animale o a un vegetale, il poveretto scrive che l’allontanamento dalla moglie è stato «difficile da metabolizzare». Guarda caso la signora, commentando la fine dell’ex marito, usa lo stesso termine in quello che è una specie di elogio: «Loris ha avuto l’illuminazione di darci il tempo di metabolizzare la sua decisione. Ci ha dato il tempo di riflettere». Il loro, insomma, è stato uno scambio dalle forti implicazioni metaboliche. E ora che cosa rimane? Neanche le ceneri a cui il povero Loris ha fatto ridurre la sua salma, perché una delle sue ultime volontà è stata di spargerle nel giardino di casa.
Nel suo ultimo messaggio da cui abbiamo citato, Loris si accora perché altri possano ammazzarsi ed essere ammazzati: «Il mio appello è che si approvi al più presto una buona legge sull’accompagnamento alla morte volontaria (ad esempio, come accade in Svizzera), perché fino all’ultimo la vita va rispettata e garantita nella sua dignità». Rispetto e dignità della vita sono, per la mente perduta dell’ateo, la possibilità di suicidarsi con l’aiuto dello Stato.
Infine, c’è un fatto che rincuora in tutta la vicenda, ma appartiene ad un’altra persona, nelle sue vesti di magistrato. Si legge infatti tra le notizie di questi ultimi giorni: «Il procuratore capo di Venezia, Bruno Cherchi, ha comunicato che la Procura ha aperto un fascicolo d’indagine per il momento contro ignoti. L’ipotesi di reato è basata sull’articolo 580 del codice penale, “istigazione o aiuto al suicidio”, nella parte che riguarda l’aiuto che, nel caso specifico, Loris Bertocco avrebbe ricevuto per morire».
Magari esistono magistrati i quali, si spera per fede cristiana, stimano la vita più della morte, sia in senso fisico che spirituale. E così riportano l’aspetto istituzionale e quello personale sul piano della retta coscienza.
Ai sofferenti, ai disperati e anche agli ostinati, non smettiamo però di ricordare che Dio si è fatto uomo e ha dato la vita sulla croce per noi. E questa croce, così pesante e amara in sé, Dio la trasforma in salvezza per noi e per gli altri, se solo abbiamo fede.

https://lucechesorge.org/2017/10/30/litalia-che-si-suicida-e-quella-che-resiste/



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17 settembre 2017

Dal dialogo col Crocifisso al dialogo fine a sé stesso


di Roberto De Albentiis

Nei giorni che vanno dal 14 al 17 settembre si celebra, liturgicamente, un trittico incentrato tutto sul Crocifisso: il 14 settembre è la grande festa dell’Esaltazione della Santa Croce, il 15 è la volta della festa della Madonna Addolorata, il 17, infine, delle Stimmate di San Francesco d’Assisi; un tempo celebrata a livello di memoria nel messale antico, oggi tale grande festa è rimasta solamente nel messale proprio della famiglia francescana, ed è un vero peccato, per i fedeli ordinari, rimanere privi della celebrazione di così grande avvenimento.
Due anni prima di morire, nel 1224, San Francesco, ormai quasi cieco e malato, si trovava nel monastero de La Verna per trascorrere il periodo di digiuno e penitenza che dedicava a San Michele Arcangelo; meditando così da giorni sulla Passione del Redentore (“O Signore mio Gesù Cristo, due grazie ti priego che tu mi faccia, innanzi che io muoia: la prima, che in vita mia io senta nell’anima e nel corpo mio, quanto è possibile, quel dolore che tu, dolce Gesù, sostenesti nella ora della tua acerbissima passione, la seconda si è ch' io senta nel cuore mio, quanto è possibile, quello eccessivo amore del quale tu, Figliuolo di Dio, eri acceso a sostenere volentieri tanta passione per noi peccatori”), fu esaudito, e la mattina del 17 settembre, tre giorni dopo la grande festa della Croce, si ritrovò impressi, su mani, piedi e costato, i segni della Passione, quasi come fossero dei bottoni di carne sanguinanti. San Franesco, alter Christus, lo era diventato ancora di più!
Negli ultimi due dolorosi anni prima della sua morte, San Francesco cercò sempre di nascondere per umiltà tale prodigio, essendo solo i suoi frati più vicini e Santa Chiara, che gli rammendava delle bende di lino per coprire le stimmate sanguinanti, ma dopo morte, in visione, ne confermò la veridicità a Papa Gregorio IX, come si può vedere in uno dei famosi affreschi della Basilica Superiore di Assisi. Già un secolo dopo, Papa Benedetto XI concedeva la celebrazione di tale memoria prima al solo ordine francescano e poi a tutta la Chiesa, pratica confermata nel 1669 da Papa Clemente IX; San Francesco di Sales, nel suo “Trattato dell'amor di Dio” del 1616, metteva in relazione le stigmate del Santo d'Assisi con l'amore di compassione verso il Cristo crocifisso, affermando che quest’ultimo trasformò l’anima del Poverello in un “secondo crocifisso”, e San Giovanni della Croce aggiungeva che le stigmate sono la manifestazione, la conseguenza della ferita d'amore e che per renderle visibili occorresse un intervento soprannaturale.
E veniamo all’oggi: proprio il 14 settembre di quest’anno si è inaugurato ad Assisi il cosiddetto Cortile di Francesco (ma non era santo?), che terminerà proprio il 17 settembre; qui se ne può vedere il programma. Ebbene, non c’è un accenno che sia uno a Dio o a San Francesco, che pure dovrebbero essere i protagonisti; e che dire degli ospiti invitati? Non risulta che la pro-gender Valeria Fedeli, l’ateo Umberto Galimberti o l’a volte blasfemo Oliviero Toscani siano degli ospiti privilegiati; l’unico cattolico sarebbe Romano Prodi, e il che è tutto dire, considerando che è uno degli esponenti più noti, anche se non certo tra i peggiori, dei c.d. cattolici adulti a suo tempo stigmatizzati da Benedetto XVI.
È tutto un insistere sul dialogo fine a sé stesso, dimenticandosi che San Francesco, quando dialogava, lo faceva per predicare e convertire; e fa soprattutto specie che ci si dimentichi del dialogo per eccellenza, quello che San Francesco intratteneva col Crocifisso. Da San Francesco dobbiamo soprattutto apprendere l’amore a Cristo, non certo robe moderne come il dialogo o l’ecologismo (anche qui si badi bene che San Francesco amava la natura come opera creata da Dio e contro l’eresia gnostica e dualista dei catari, quindi non c’è spazio tanto per dialoghismi o sincretismi); vogliamo lasciare il suo grido inascoltato, proprio nel giorno in cui festeggiamo le sue sante Stimmate?


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20 dicembre 2016

Trattato sulla "tolleranza"


di Roberto De Albentiis

Molti pensano che il cristianesimo sia la religione “del dialogo” e “della tolleranza”; bene, mi dispiace, ma non è così, il cristianesimo è la religione dell’annuncio che Nostro Signore Gesù Cristo è Dio e Re (non molto relativista, invero, se diceva di essere, e nemmeno “una” ma “la”, “Via, Verità e Vita”), e, soprattutto, è la religione dell’Amore, dell’Amore sacrificale che porta alla Croce, non della melassa sentimentalista e buonista con cui viene oggi scambiato l’amore o della finta tolleranza di derivazione illuministica, nata anzi contro il cristianesimo. Prima lo si capisce, prima finiranno molti equivoci.

Oggi, quando si vuole tappare la bocca a qualcuno per le sue idee scomode (in grande maggioranza cristiane, certo, ma non solo), lo si accusa di essere “intollerante”: si badi bene, non si scende mai nel merito delle affermazioni, giuste o sbagliate che siano, ma si dice che sono “intolleranti”; non si dice che siano vere o false, ma si dice che “non possono essere dette”. Esempi di censure democratiche e politically correct ne abbiamo sotto gli occhi ogni giorno di più: censure “anti-razziste” (con l’effetto di far aumentare la vera xenofobia!), “anti-omofobia” (con l’effetto, anche qui, di far aumentare il fastidio delle persone nei confronti degli omosessuali!), anti-negazioniste (contro la negazione di un ben preciso genocidio, ma solo di quello, e non certo di altri), e chi ne ha più ne metta.

Il mondo moderno è così alieno dal concetto di verità, di qualsiasi verità, che, in nome della tolleranza, non può fare altro che censurare l’interlocutore, perché non in grado di controbattere efficacemente; e si ha così il caso di un pensiero debole, quello liberale moderno, che spinge verso la debolezza e l’appiattimento tutti gli altri pensieri.

Uno dei bersagli preferiti è il pensiero cristiano che, frutto dell’incontro tra l’antica sapienza ebraica, la filosofia greca e il diritto romano, è un osso fin troppo duro da addentare e digerire e, visti gli insuccessi delle persecuzioni aperte, si prova a svuotarlo di significato: ecco quindi che, per mettere in cattiva luce l’interlocutore cristiano, per tappargli la bocca, lo si accusa di essere incoerente, di essere non “tollerante”, come predicherebbe la sua religione. Ma è così?

Certamente quella cristiana è la religione dell’Amore, ma dell’Amore fondato sul Logos (“E il Verbo si fece carne”; il Verbo, prima di tutto, non l’Amore, per quanto Verbo e Amore coesistano), e che dimostra tale solido amore proprio con l’Incarnazione e con la morte in Croce di Cristo; altro che obamiano e arco balenato “love is love”! L’amore mondano nulla ha a che vedere con quello autenticamente cristiano, essendone una mera e vuota parodia; del resto, quanti degli arcobalenati e degli assertori di tale amore sarebbe disposto a sacrificare sé stesso per le sue idee? Piuttosto, si sacrifichino gli altri, in nome della “tolleranza” e dei “diritti umani”!

L’amore cristiano è tollerante? No. O meglio: è tollerante verso la persona, soprattutto se peccatrice (ma chi non lo è?), perché sa che la persona umana, per l’antica colpa di Adamo ed Eva, è peccatrice, debole, fragile, e senza la grazia divina e il proprio impegno personale, nulla può fare di buono; ma non è affatto tollerante verso gli errori e il peccato, no, mai. Del resto, la tolleranza è un fenomeno di invenzione illuminista, nato proprio contro il cristianesimo, e in specie il cattolicesimo: non si scordi che Locke e Voltaire erano fanatici anticattolici, e quando invocavano la tolleranza era solo per dare addosso all’”infame”, cioè alla Chiesa, loro mortale nemica.

Ma poi, che intollerante questo Gesù, che si definisce Dio e Figlio di Dio, che intollerante quando scaccia i mercanti dal Tempio, o che intollerante quando dice che senza di Lui non possiamo fare niente: non poco o male, NIENTE! O che intolleranti gli Apostoli, come San Paolo, che dicevano che i peccatori impenitenti non avrebbero ereditato il Regno dei Cieli, che chi si comunicava indegnamente avrebbe mangiato la propria condanna, o che non solo non bisogna partecipare alle opere delle tenebre, ma addirittura denunciarle! O che intolleranti i primi cristiani, che pur di non partecipare ai sacrifici pagani o anche solo ai giochi gladiatori, subirono cruente persecuzioni!

Il mondo moderno non riconosce la verità e i suoi diritti, che soli dovrebbero avere spazio, e per questo la combatte strenuamente: soprattutto ai giovani insegna ad essere “tolleranti”, di una tolleranza che non fa prendere posizione davanti al bene o al male (che anzi sono sempre più equiparati, con l’esito finale di far trionfare il male sul bene), che rende schiavi dei propri vizi (che vanno non combattuti, ma, appunto, tollerati), che non spinge a grandi gesti e decisioni, ma fa rimanere nelle proprie situazioni.

Vorrei finire con una frase di uno dei più grandi filosofi e teologi del secolo scorso, Reginald Garrigou-Lagrange, che affermava a ragione che “La Chiesa è intransigente sui principi, perché crede, ma è tollerante nella pratica, perché ama. I nemici della Chiesa sono invece tolleranti sui principi, perché non credono, ma intransigenti nella pratica, perché non amano. La Chiesa assolve i peccatori, i nemici della Chiesa assolvono i peccati.” Volete un facile esempio? Pensate al sesso (non me ne si faccia una colpa, il mondo di oggi gronda sesso da ogni poro, ascoltare un’opinione diversa non ucciderà nessuno!). Oggi il mondo propone sesso in tutte le salse, oggi si ha quasi dignità solamente se si è consumatori sessuali, se si incanalano tutte le proprie energie in tali attività, che peraltro con una normale e sana sessualità nulla hanno a che vedere; ma cosa succede se non ci si interessa a queste proposte, se anzi si propongono o si riscoprono vere alternative, come un fidanzamento serio, la dominanza di sé, il matrimonio? Dal mondo “aperto” e “tollerante”, che tutto permette perché dice di volerti bene, si viene ostracizzati e ridicolizzati. La Chiesa propone una ben precisa e, sì, esigente sessualità, ma se per qualsiasi motivo si cade e ci si pente, è pronta a perdonare e dimenticare. Chi è che mostra vero amore e versa comprensione? E questo esempio è applicabile a tutte le realtà possibili.

Termino con uno strano appello: siate san(t)amente intolleranti, intolleranti alle vere e proprie imposture ideologiche, filosofiche ed esistenziali che vi propinano, siate intolleranti con chi vi prende per deficienti, incapaci di gesti eroici o forti, siate intolleranti con le idee false ed errate. E siate amorevoli, e forti, come amorevole e forte era Gesù Cristo, che tutto era tranne che un mollaccione o un finto buonista, ma era insieme forza poderosa e amore infinito.


 

26 ottobre 2016

Menzogna o Verità – conversione dall’umanesimo ateo e dal politicamente corretto


di Riccardo Zenobi

Giovedì 13 ottobre si è tenuta una conferenza ad Ancona, organizzata dall’Associazione Oriente Occidente, il cui relatore, Danilo Quinto, non ha bisogno di presentazioni, essendo molto noto per la sua conversione a Cristo dopo una vita da radicale. Durante l’incontro si è parlato di come il politicamente corretto sia del tutto corrosivo con ogni cosa con la quale entra in contatto.

Per presentare questa realtà, l’incontro è iniziato con una metafora: il politicamente corretto è stato paragonato ad un acido, che scioglie qualunque cosa con la quale entri in contatto, e che si attacca come una ventosa a ciò che capita nel suo raggio d’azione, come una calamita che attira il metallo. Questo acido dissimula la sua azione dietro una maschera di “tenerezza”, dietro un sentimento egualitario, che disgrega tutto allo stesso modo, facendo perdere identità ad ogni cosa. Da qui il nome di acido tenerico.

Questo acido si è impadronito delle istituzioni laiche, e il posto delle leggi giuste è stato preso dalla loro amministrazione arbitraria. Chi ne conosce i meccanismi, ne governa l’uso, e sa che deve mantenere una parvenza di legalità per non svelarne l’utilizzo e il fine verso cui è usato.

Quanto detto ha un correlativo nella Chiesa cattolica: non c’è una sostituzione chiara e palese della Persona di Gesù e della Dottrina Rivelata (la Parola di Dio), ma si usano dei termini ambigui, esterni alla Rivelazione, che dovrebbero mascherare la sovversione in atto con termini mielosi e soggetti a ciò che Amerio chiamava “anfibolia”. L’obiettivo di tali forze è di dissimulare la falsificazione del Cristo operata tramite nuove espressioni.

Tornando alle istituzioni laiche, il 2 giugno 2016 è stato dichiarato che i fondamenti dell’Italia sono la libertà e l’uguaglianza – ossia il motto della rivoluzione francese. In tal modo si negano tutte le identità e le caratteristiche proprie dei popoli, che così diventano intercambiabili e ugualmente indifferenti per chi governa in nome dell’ideologia giacobina. Jan Patocka dichiarò, appena dopo la seconda guerra mondiale, che l’Europa non è né un’espressione politica né un’espressione geografica, ma è fondata sulla risposta di Cristo a Pietro alla domanda “Quo vadis Domine?”: Vado a farmi crocefiggere una seconda volta. Solo per questo motivo l’Europa è stata per secoli difesa dai cristiani. Ora si è annientata da sola, affidandosi alla massoneria.

Riportando le parole dell’indimenticato Mario Palmaro, chiediamoci: che cosa deve accadere ancora perché ci si indigni? Come singoli cattolici, e non come movimenti, i quali sono diretti da personaggi carismatici e basta. Cos’altro deve accadere?
Sono 50 anni che non ci battiamo per la Regalità sociale di Gesù Cristo, e per questo i cattolici non hanno alcun peso nel mondo politico: non abbiamo idea di cosa vogliamo, di quali sono i fini per cui lottiamo, e prendiamo per buona e intoccabile la peste del liberalismo (così la definì Pio XI nell’Enciclica Quas Primas del 1925). In un paese dove la parola “natura” è solo nei documentari di Piero Angela, e dove parlare di “natura umana” è vietato, come meravigliarsi che si affermino i famosi “diritti” LGBTetc? Tale situazione politica è la conseguenza della situazione ecclesiale, da decenni a questa parte.

Dio giudicherà questa generazione, compresi i suoi politici e i suoi ecclesiastici, ogni persona che l’ha guidata verso questa anticipazione dell’inferno in terra. Al singolo credente rimane quanto scritto nella lettera di san Paolo ai Galati: non deve essere menzognero, deve vivere in verità, ricapitolando in Cristo tutte le cose.

Per salvare la propria anima, la propria fede e la propria ragione, occorre usare il principio di non contraddizione, il quale è come il sale da mettere nella propria vita, che combatte l’acido tenerico. Seguire l’insegnamento espresso nella prima lettera di Pietro: comportatevi come uomini liberi. La sola strada da percorrere è quella di Gesù a Gerusalemme, sul Golgota: se ci si vuole salvare dal putridume, guardare la Croce. Il resto non conta nulla. Occorre amare la Croce, non gli uomini. Prima viene l’amore di Dio, poi attraverso di esso l’amore del prossimo. La Croce può concedere consolazione e gioia, trasformare il lerciume in perle di carità e amore. La Verità è il corpo di Gesù Crocefisso, e dobbiamo imitarlo. Santificando così la nostra vita, che diventa piena e degna di essere vissuta.

Come disse don Divo Barsotti, un grande mistico del novecento, chi si sente peccatore non è lontano da Dio: chi si sente santo lo è. Perciò non disperiamo: noi siamo TUTTI peccatori. E solo gridando la verità, che è Lui, possiamo confidare nella Sua misericordia.
 

16 agosto 2016

La Buona Morte


di Amicizia San Benedetto Brixia

Gianluca Firetti. Santo della porta accanto (2016) è un testo che raccoglie le testimonianze di don Marco D’Agostino, sacerdote che ha accompagnato l’esemplare decesso del giovane lombardo cui è tributato il libro. La pubblicazione, per i tipi di San Paolo, ha il doppio merito di illustrare un esempio di spiritualità del quotidiano e di trattare col grande pubblico il tema demodé del morire cristiano. La spiritualità del quotidiano è descritta secondo il canone ormai classico di situazioni concrete, quotidiane ed ordinarie affrontate con profondo spirito di riconoscenza, gioia, accettazione e profondità; Gianluca non è un santo da miracoli, quanto un cristiano ordinario capace di raggiungere ciò che ai nostri occhi appare come un grado eroico di fede (quanto al giudizio della Chiesa dovremo attendere), specialmente per aver conservato la medesima anche in situazioni di vita disperate e proibitive. Importante anche il secondo motivo di lode, la descrizione della morte e del morire da cristiani, discorso fondamentale ed imprescindibile, rispetto al quale la catechesi contemporanea si mostra spesso reticente, con l’esito che l’immaginario della morte e del morire umano è completamente definito dai canoni di massa delle produzioni librarie e cinematografiche pressoché atee e nichiliste. Il libro quindi si può adoperare, cogliendone anzitutto questi due lati positivi.
Mi permetto d’altro canto di muovere delle critiche, che non vogliono raggiungere l’evento e il fatto storico della vita di Gianluca, dei suoi cari e del suo biografo, quanto indicare alcune lacune teologiche nel diario di D’Agostino. Prima di venire al punto, preciso che la lettura di Santo della porta accanto andrebbe integrata e fatta precedere dal lavoro a quattro mani Firetti-D’Agostino Spaccato in due. L’alfabeto di Gianluca (San Paolo, 2015), cosa che io non ho fatto e che forse avrebbe risposto ai dubbi che sto per elencare.
La questione è semplice: nel testo manca o non emerge la dimensione della sofferenza vicaria e della utilità della sofferenza. Tale dimensione a volte è omessa, altre volte è come dribblata. Il riferimento alla gioia predomina, il tema della speranza si erge, l’accostamento tra cristianità, felicità e croce si rinnova, ma l’esplicitazione del significato teologico e mistico della cristopatia – il completare nella propria carne i patimenti di Cristo a maggior gloria di Dio e a salvezza delle anime – non si dà: non per una negazione espressa, ma come per un tentativo di tener nascosto sotto la superficie il nodo scomodo ma imprescindibile della questione. “La sua vita tutta quanta è diventata un’offerta: un sacrificio vivente, santo e gradito a Dio. Non perché Dio volesse la sua sofferenza, ma perché – come lui aveva detto nell’ultima domenica: “Dio mi ha posto sulle spalle una bella croce. No, è la malattia che è pesante, Dio non c’entra proprio nulla” (p. 165). Dio invece c’entra e c’entra parecchio, perché ha scelto di entrare in questa dimensione che pure è nata per iniziativa declinante delle creature e non per progetto efficace del Creatore. Dio non vuole la nostra sofferenza, vuole la nostra santificazione, ma per la salvezza di tutti è legge dello spirito che fosse necessaria l’immolazione di un giusto a ripagare il peccato, il Signore Gesù, il quale può chiedere ad alcune anime elette di seguirlo nella sofferenza riparatrice in modo speciale ed eminente. I cattolici credono ancora a questo? Reputo di sì e reputo che ciò sia il motore che sostiene la fede di persone provate come Firetti. Dispiace che forse non sappiamo più dire queste cose, che ce ne vergogniamo o che le reputiamo devozionismi desueti. Sia chiaro, non manca nelle pagine il riferimento alla spiritualità e l’appello al divino quale soluzione del male terreno: “L’arma della preghiera è stata potente. Laddove tu pensavi di portare sconforto e disperazione hai solo aumentato il desiderio di affidarsi a un Padre!” (p. 71). Non manca neppure, come si legge, la capacità testimoniale e – mi permetto di aggiungere - la sua fecondità comunicativa.  Resta però un silenzio spiacevole circa la motivazione mistica dell’esperienza, pare esserci un affidarsi cieco a un soffrire che, per il cattolico istruito, non è così cieco, o meglio, si avverte tale nel vissuto personale, ma corroborato dalla rivelazione del senso spirituale della sofferenza come amore corredentivo. Purtroppo la sospensione di simili ermeneutiche produce frutti opinabili, come si evince dal pur commovente dialogo tra il giovane e il suo padre spirituale: “”Il Signore che cosa mi mette davanti?” Domande alle quali, dal mio punto di vista, non potevano esserci risposte esperienziali. Men che meno frasi convenzionali... “Gian, pensa alla tua vita, è stata bella quando stavi bene. Ed è ancora più bella nella malattia. Pensa a tutto il bene che tu hai fatto in questi due mesi”... E mi ero convinto ancora di più, davanti a lui, che la memoria del bene fatto rende felice” (p. 84). Purtroppo simili orientamenti squalificano il valore profondo della malattia cristiana, l’obiettivo non è essere felici, ma essere in pace con Dio, soprattutto la felicità da cercare non è quella del merito sociale, delle sempre fragili e discutibili testimonianze date dalla nostra povera umanità, ma quella della consolazione spirituale, che viene quando ci si conforma a Cristo (non mi dilungo, ma la chiave per comprendere e vivere la vicarierà redentiva è tutta qui), colui il quale è morto abbandonato da quelli che aveva beneficati, nonché travagliato da dubbi desolanti.
Con tali omissioni il rischio è quello di indebolire la portata specifica del volume, silenziandone la capacità evangelizzatrice. “Il perché non lo so, il libro ti fa piangere, ma alla fine sei felice. E’ liberante!” (p. 153); “Gian ha toccato il cuore a tanti... Nel libro c’è un unico filo conduttore: una fede inattaccabile e una naturalezza nelle quali Gian si manifestava” (p. 156). Queste e molte altre testimonianze stupiscono per la qualità generica, emozionale, soggettiva delle affermazioni. Complimenti che potrebbero valere senza modifiche per il decesso di chiunque o addirittura per tanti generi di libri emozionanti, magari immorali. Lungi da me giudicare le situazioni effettive del caso, ma questa è l’analisi cui siamo costretti dai testi nudi e crudi. Dunque, cari padri, grazie per il coraggio di raccontarci storie come quelle di Firetti, ma vi chiediamo nelle prossime stesure di aiutarci a cogliere maggiormente lo specifico della Buona Morte cattolica, mirando al cuore teologico di questi eventi altamente drammatici, e illuminandone il valore più intimo che oltrepassa letture funzionali o sociologiche di sorta, ciò renderà più ampia e solida l’evangelizzazione, la centralità di Cristo, la missione della Chiesa, la santificazione dei battezzati e la conversione dei peccatori.

 

21 luglio 2016

Il Trionfo della Santa Croce, una festa per l’oggi


di Roberto De Albentiis

Un paio di mesi fa avevo scritto per questo blog un articolo in cui parlavo delle varie feste della Santa Croce, ma sono venuto a conoscenza solo pochi giorni fa di una festività che non conoscevo, e che si celebra proprio oggi: il Trionfo della Santa Croce; legata alla grande vittoria cristiana di Las Navas de Tolosa (16 luglio 1212), che impresse una svolta decisiva nella liberazione della penisola iberica dal dominio musulmano, Papa Innocenzo III la istituì per commemorare questo grande evento, che aveva visto il trionfo degli eserciti della Croce sugli eserciti della Mezzaluna. Festa propria della Spagna e dei suoi domini, fissata prima al 16 o 17 luglio e poi definitivamente al 21 per non oscurare la festa del Carmelo, già poco nota, è ora quasi del tutto scomparsa, rimasta solo in alcune località e in alcuni calendari, tanto che io stesso l’ho scoperta quasi per caso.
Su Las Navas de Tolosa e sul legame con questa festa ci sarebbe alla fine poco da dire, ma proviamo ad attualizzare e magari rivitalizzare questa festa, di cui c’è bisogno per più di un motivo; innanzitutto, il ricordo di una grande e decisiva battaglia cristiana europea contro la potenza islamica farebbe venire in mente più di un legame con l’attualità, ma è davvero così? L’Europa di oggi è la stessa Europa di ieri? Decisamente no.

L’Europa di ieri era l’Europa essenzialmente cristiana, l’Europa in cui, pur tra i vari Re ed Imperatori, pur nella pluralità di ordinamenti politici, il primo vero e unico Re e Signore era Dio, perché si sapeva che solo da Lui deriva ogni potere e ogni legittimità; l’Europa in cui tutto, dalla legge alla cultura, era cristiano, in cui non contavano le divisioni linguistiche o politiche perché unica era la fede e unico era il simbolo che accomunava tutti i popoli come fratelli, ovvero, proprio la Santa Croce, esposta sui palazzi (altro che discussioni sul Crocifisso nei luoghi pubblici come oggi!), lungo le strade, negli stendardi di battaglia.

Scrive Gonzague de Reynold: “L'Europa unita ci fu soltanto una volta nella storia: durante i secoli XI e XII di quel Medioevo il cui nome organico è epoca della Cristianità...Per la prima volta nella storia un mondo ha ricavato la sua legge dalla sua fede, ha cercato di organizzarsi secondo i suoi principi. Per quanto se ne possa parlare, la visione del mondo del Medioevo, che si rifaceva all'ordine, alla pace, alla fraternità cristiana, all'unità di tutti e di tutto in Dio, rimane il più alto gradino cui lo spirito si sia mai elevato.”; l’Europa cristiana di ieri non ha nulla a che vedere con l’Unione Europea né con l’Occidente apostata e putrescente. Per cosa si deve combattere e morire, oggi? Per Nostro Signore Gesù Cristo, ormai spodestato dal Suo trono regale non solo spirituale, ma anche sociale? Per la propria Patria, quando da decenni viene instillato un auto-odio verso di essa, verso le proprie radici? No, oggi non si combatte né si muore per Cristo o per la Patria, anzi, prima li si combatte, e solo dopo, disperati e privi di radici, ci rendiamo conto di cosa abbiamo fatto. Ma seriamente, chi combatterebbe e morirebbe per il Mc Donald’s o il Burger King, per uno stupido reality show o per i matrimoni gay? Perché dovremmo farlo, poi?

Ma l’Europa cristiana era tale perché governata e più ancora vissuta da uomini cristiani, ma qual è lo stato della maggior parte dei cristiani oggi? Uno dei distintivi del vero cristiano è l’amore per la Croce, che non è solo un’adorazione, pia, giusta e doverosa, alla Santa Croce dove morì Nostro Signore, ma è anche l’atteggiamento di accettazione delle sofferenze e delle difficoltà, le varie piccole e grandi croci, che Dio permette che ci colpiscano, per nostra santificazione (o, Dio non voglia, se fossimo gravemente colpevoli, giusta punizione) e Sua glorificazione.

Ma come si può amare la Croce se si parla solo di “diritti” (e molto presunti) e mai di doveri, o se si dice che sacrifici e anche penitenze nulla contano perché Dio è “amore”? (un “amore” falso e mondano che nulla ha a che fare con la vera essenza di Dio, che è Amore vero e che l’ha dimostrato con l’Incarnazione e la Passione e Morte, sulla Croce, di Gesù!)
A che pro, quindi, blaterare di “crociate” se vogliamo difendere non i diritti di Nostro Signore, ma quelli di minoranze aggressive e viziate, non la libertà della nostra Patria ma la nostra finta libertà di “scelta” (ridotta ormai a giustificazione di qualsiasi sciocchezza o di qualsiasi libertinaggio)? A che pro blaterare di “crociate” se non issiamo gli stessi vessilli con la Croce ma, se va bene, i simboli e i marchi di qualche impresa multinazionale?

Il 15 luglio si festeggia solennemente Cristo come Redentore, e per operare pienamente la Redenzione Cristo ha versato tutto il Suo Preziosissimo Sangue ed è morto ignominiosamente sulla Croce; senza Croce non c’è Resurrezione, così come non c’è qualsiasi altro successo umano, anche se buono; solo amando la Croce Dio concede vittoria, sia essa la vittoria della nostra Patria nazionale o continentale che la vittoria contro i nostri peccati e le nostre debolezze, riflesso della grande vittoria di Cristo sulla morte e il peccato.
A tutti, buona festa del Trionfo della Croce, rammentando che Dio, per trionfare e regnare, si serve anche di noi e delle nostre opere, ma come potrà Egli trionfare e regnare nelle società e negli ambienti se prima nella nostra vita e nella nostra anima non trionfa e regna?
Ricordiamoci, come scrive l’Apostolo ai Romani, che “Infatti il nome di Dio è bestemmiato per causa vostra tra i pagani, come sta scritto”; torniamo per questo ad amare la Croce (“scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani”, come dice ancora l’Apostolo, riferendosi a Gesù Crocifisso, e quindi alla Croce, scrivendo ai Corinzi), torniamo o diventiamo buoni e veri cristiani, di fatto e non solo di nome, sostanzialmente e non solo formalmente!
 

03 maggio 2016

Le feste della Santa Croce e la figura di San Ciriaco di Gerusalemme

di Roberto de Albentiis
Oggi, 3 maggio, nel calendario liturgico si festeggia l’Invenzione della Santa Croce [1]; tale festa, commemorante il ritrovamento della Santa Croce a Gerusalemme da parte dell’Imperatrice Sant’Elena (feste, 19 e 21 maggio e 18 agosto) nell’anno 326, è stata espunta dal messale e dal calendario negli anni ’60, ma ha continuato ad essere celebrata localmente a livello diocesano, soprattutto nelle campagne, con Messe votive e processioni.

Cogliendo l’occasione di questo giorno, offro ai lettori di Campari & de Maistre una breve carrellata delle diverse feste liturgiche dedicate alla Santa Croce presenti nei calendari liturgici orientali e occidentali, a loro edificazione e a maggior gloria di Nostro Signore Gesù Cristo e della Santa Croce con cui Egli ha redento il mondo. Oggi è inoltre il giorno vigilare di San Ciriaco di Gerusalemme, Patrono di Ancona, che aiutò Sant’Elena proprio nel ritrovamento della Santa Croce e che, grazie ad essa, si convertì alla vera fede cristiana; su di lui torneremo a fine articolo.

-6 marzo (Invenzione della Santa Croce e dei Santi Veli da parte di Sant’Elena): in Oriente si festeggia in questo giorno il viaggio che fece Sant’Elena a Gerusalemme, accompagnata dal Vescovo della Città Santa San Macario (festa, 10 marzo) e dall’ebreo Giuda (quello che, dopo la sua conversione, divenne appunto San Ciriaco), in cui vennero distrutti tutti i templi pagani costruiti nei secoli precedenti e vennero infine ritrovate le Reliquie della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo, in primis la Santa Croce. E’ il corrispettivo orientale della festa occidentale odierna.

-Domenica III di Quaresima (della Santa Croce): sempre in Oriente, come riportato anche da Dom Prosper Gueranger nella sua monumentale opera dedicata all’anno liturgico, questa Domenica di Quaresima (chiamata anche “Mesonestima”, cioè a metà del cammino e del digiuno quaresimale) è dedicata specialmente all’adorazione della Santa Croce, in vista della Settimana Santa e della grande adorazione del Venerdì Santo. -Grande e Santo Venerdì: al culmine della Grande e Santa Settimana, nel giorno in cui si commemora e si rivive la Passione di Nostro Signore Gesù Cristo, la Chiesa tutta adora solennemente la Santa Croce quale strumento della Passione e perciò simbolo della Cristianità; con il Poverello d’Assisi diciamo “Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, qui e in tutte le Tue chiese che sono nel mondo intero, e Ti benediciamo, perché con la Tua Santa Croce hai redento il mondo”, e dal Catechismo di San Pio X leggiamo ancora: “Nel Venerdì Santo si adora solennemente la Croce, perché essendovi Gesù Cristo stato inchiodato ed essendovi morto in quel giorno, la santificò col Suo Sangue…Si deve adorazione al solo Dio, e però quando si adora la Croce, la nostra adorazione si riferisce a Gesù Cristo morto su di essa.”

-3 maggio (Invenzione della Santa Croce): la festa di oggi, occidentale di derivazione prevalentemente gallicana e di cui si è già in parte parlato al 6 marzo, e per questo, per non ripetermi, citerò invece ampiamente dall’opera “L’anno liturgico” le parole che Dom Gueranger dedica a questo giorno: “L'Oriente e l'Occidente trasalirono alla notizia di questa scoperta, che, condotta dal cielo, veniva a mettere l'ultimo suggello al trionfo del cristianesimo. Cristo confermava la Sua vittoria sul mondo pagano, innalzando così il Suo trofeo, non più come figura ma nella realtà: era il legno miracoloso, una volta di scandalo agli Ebrei, follia agli occhi dei pagani, ma di fronte al quale, d'ora in avanti, ogni cristiano avrebbe piegato il ginocchio.”; “Nel VI secolo Santa Redegonda sollecitò ed ottenne dall'imperatore Giustino II il frammento di proporzioni considerevoli che possiede il tesoro imperiale di Costantinopoli. La Gallia non poteva entrare in maniera più nobile a partecipare al privilegio di avere una reliquia dell'istrumento della nostra salvezza, che per mezzo delle mani della sua virtuosa regina; e Venanzio Fortunato compose, per l'arrivo di detta augusta reliquia, quell'inno ammirabile che la Chiesa canterà sino alla fine dei secoli, ogni qual volta vorrà esaltare gli splendori della Santa Croce.”

-7 maggio (Apparizione della Santa Croce su Gerusalemme): presente ancora nei calendari orientali, questa festa ricorda la miracolosa apparizione nel cielo di Gerusalemme, nel giorno di Pentecoste dell’anno 351, della Santa Croce, “più luminosa del sole” (come leggiamo nell’inno del giorno); menzionato in una lettera di San Cirillo di Gerusalemme (feste, 18 e 20 marzo) e attestato da vari storici dell’epoca, questo particolare evento fu visto come il definitivo trionfo dell’ortodossia cattolica sull’eresia ariana, allora protetta dall’eretico Imperatore Costanzo II.

-1° agosto (Processione del Venerabile Legno della Vivificante Croce del Signore): altra festa orientale, ora minore, un tempo enormemente celebrata, celebrava la processione con le reliquie della Santa Croce che veniva fatta per le strade della città di Costantinopoli in preparazione alla solennità mariana del 15 agosto; festa di derivazione greca, in Russia assunse un carattere ulteriore e particolare, poiché in questo stesso giorno si celebrava anche il Battesimo della Rus, avvenuto nel 988.

-13 settembre (Invenzione e Vigilia della Santa Croce): in questo giorno, o nella Domenica più vicina, si commemora, da parte degli Assiri, lo stesso avvenimento celebrato dai Greci il 6 marzo e dai Latini il 3 maggio; giorno di vigilia della solenne festa del 14 settembre per il resto della Chiesa Cattolica, si commemora anche la prima Dedicazione della Basilica del Santo Sepolcro, avvenuta nell’anno 335.

-14 settembre (Esaltazione della Santa Croce): questa solenne festa celebra due avvenimenti: la solenne benedizione di Gerusalemme da parte di San Macario della Città Santa e del mondo con la Santa Croce e la sua collocazione nella Basilica del Santo Sepolcro, e la ricollocazione della Santa Croce nella stessa Basilica da parte dell’Imperatore Eraclio nell’anno 628, dopo che questi aveva sconfitto i nemici Persiani e recuperato dalla loro capitale le reliquie che avevano precedentemente sottratto dalla Città. Nei primi mercoledì, venerdì e sabato dopo il 14 settembre si celebrano le Tempora d’Autunno; gli Armeni celebrano invece dal 10 al 14 settembre un digiuno speciale, mentre riservano al 15 la Vigilia e al 16 dello stesso mese la solennità dell’Esaltazione, mentre nella Domenica più vicina al 14 settembre celebrano una Divina Liturgia e una processione speciali dedicati alla Santa Croce. Celebrata solennemente dai Greci con una Domenica precedente di apertura e una Domenica successiva di chiusura, i Greci celebrano in questo stesso giorno anche un’apparizione della Santa Croce che sarebbe avvenuta nel cielo di Atene nell’anno 1925.

-27 settembre (Invenzione della Santa Croce): festa esclusivamente copta ed etiope; in questo giorno si commemora lo stesso avvenimento celebrato dai Greci il 6 marzo e dai Latini il 3 maggio. -Domenica più vicina al 28 settembre (Festa della Santa Croce di Varak): festa esclusivamente armena, collocata due settimane dopo l’Esaltazione della Santa Croce; in questo giorno viene celebrato l’interramento e il successivo ritrovamento miracoloso di un pezzo della Santa Croce nei pressi del Monte Varak.

-12 ottobre (Traslazione delle Reliquie della Santa Croce a Gatchina): festa esclusivamente russa e relativamente recente; in questo giorno viene celebrato l’arrivo delle Reliquie della Santa Croce e di San Giovanni Battista da Malta alla Russia nell’anno 1799, ai tempi della dominazione francese su Malta e della nomina dell’Imperatore di Tutte le Russie Paolo I a Gran Maestro dell’Ordine dei Cavalieri di Malta. -Domenica più vicina al 26 ottobre (Invenzione della Santa Croce): festa esclusivamente armena; in questo giorno si commemora lo stesso avvenimento celebrato dai Greci il 6 marzo e dai Latini il 3 maggio.

-11 dicembre (Miracolo a Cihost): non si tratta in realtà di una festa liturgica (almeno, non ancora istituita), ma del ricordo di un miracolo che sarebbe avvenuto nella Cecoslovacchia comunista: durante la Domenica III di Avvento dell’anno 1949 il crocifisso della piccola Chiesa dell’Assunta del villaggio di Cihost, mentre il parroco di Cihost (il Servo di Dio Padre Josef Tourfar) stava predicando, si mosse e si inclinò misteriosamente. Tale fatto attirò le attenzioni di numerosi fedeli (suscitando scalpore e interesse anche all’estero) e, anche, della polizia politica stalinista; la Chiesa Cattolica ancora non si è pronunciata su tale fatto, ma la notizia dell’avvenimento (e l’attenzione che aveva a suo tempo suscitato) rimangono, e la recente introduzione della causa di beatificazione di Padre Tourfar, martire del comunismo, inviterebbe a non scartare nessuna ipotesi e a prestare attenzione a questo segno.

La Chiesa Cattolica, nella sua pluralità e nella sua universalità, ci offre numerose volte, nel corso dell’anno liturgico (che, per citare il Venerabile Pio XII, “è Cristo Stesso presente nella Sua Chiesa”), la possibilità di festeggiare e adorare la Santa Croce, “preziosa, vivificante, guida dei ciechi e medicina degli infermi” (dalla liturgia bizantina): non facciamo come i giudei e i pagani greci e romani, che la trovavano scandalosa, o come gli eretici, che separano la Croce da Cristo, ma amiamo e celebriamo lo strumento tramite cui Cristo ci ha redenti, su cui “si è fatto obbediente fino alla morte”! Pensiamo alla Santa Croce durante la settimana, di mercoledì (giorno in cui si ricorda il tradimento di Giuda) e soprattutto di venerdì (giorno in cui si ricorda la Passione di Nostro Signore); recitiamo la Via Crucis o la Coroncina della Divina Misericordia durante l’Ora della Misericordia, alle tre del pomeriggio, l’ora in cui morì Gesù; recitiamo la Via Crucis e i misteri dolorosi del Rosario di venerdì; adorniamo di fiori e belle piante il Crocifisso della nostra chiesa e del nostro altare; partecipiamo alla Santa Messa pensando al Golgotha; portiamo un Crocifisso indosso, sopra o sotto i vestiti, e, soprattutto, portiamolo nel nostro cuore! Questa festa cade in tempo pasquale: mentre contempliamo la gloria e la vittoria del Cristo Risorto, non dimentichiamoci quanto dolore ha patito per noi, coronato di spine e crocifisso, e quanto ce ne ha lasciato nella Santa Sindone (che si festeggia il giorno successivo, al 4 maggio).

La Croce è l’ornamento dei Santi: degli Apostoli Filippo e Giacomo il Minore, che si festeggiano anch’essi in questo giorno e che proprio predicando Cristo e la Croce vennero uccisi dai pagani; di San Paolo della Croce e di Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), che misero la Santa Croce nel loro nome religioso e che trascorsero la loro vita religiosa come una vera e propria immolazione, incruenta per San Paolo e cruenta per Santa Teresa Benedetta; del Servo di Dio Gino Lorenzi, giovane milite che fu ucciso in odium Fidei, crocifisso , dai partigiani comunisti proprio tra il 3 e il 4 maggio 1945, e le cui ultime parole furono “La Croce che Gesù Cristo ha portato non può far paura ad un cristiano”; infine, citato all’inizio di questo articolo e, ora, in chiusura, di San Ciriaco di Gerusalemme, Patrono di Ancona.

Giuda, questo era il suo nome da ebreo, era nato a Gerusalemme, dove vi era divenuto rabbino; quando Sant’Elena giunse a Gerusalemme alla ricerca del Golgotha e della Vera Croce, Giuda era l’unico abitante del posto che sapesse dove si trovavano le reliquie della Passione di Cristo, ma, ostile alla religione cristiana, si rifiutò di parlare, e per questo venne gettato in una cisterna, dove rimase per sei giorni senza né cibo né acqua. Decisosi a parlare, rivelò l’esatta ubicazione della Croce e, quando venne ritrovata, decise improvvisamente di convertirsi alla fede cristiana, e, nello stesso 3 maggio 326, ricevette il battesimo da San Macario, con Sant’Elena che assisteva: scelse come nome Ciriaco (“Dedicato al Signore”), e fu in seguito venerato come martire e “inventor Crucis” (“ritrovatore della Croce”).

Dedicò la sua vita alla diffusione della vera fede cristiana e allo studio dei Vangeli, e per questo motivo fu nominato dal Papa Vescovo di Gerusalemme e, al termine della sua lunghissima vita, venne fatto torturare e uccidere dall’empio Imperatore Giuliano l’Apostata assieme alla madre Anna, anch’essa venerata come santa assieme al figlio; dopo un lungo martirio, Ciriaco rese finalmente lo spirito a Dio. Secondo la tradizione San Ciriaco, per recarsi in Italia dal Papa, aveva fatto tappa ad Ancona, rimanendovi numerosi anni, e proprio in quella stessa città le sue spoglie vennero portate nell’anno 418, divenendone, da allora, il Patrono.

San Ciriaco, assieme a sua madre Sant’Anna, si festeggia il 4 maggio, il giorno successivo alla festa dell’Invenzione della Croce in cui ebbe un ruolo attivo, il 30 maggio, festa della Dedicazione del Duomo di Ancona a lui dedicato, e l’8 agosto, anniversario della Traslazione delle sue Reliquie ad Ancona; nei calendari greci è invece ricordato al 14 aprile e al 28 ottobre.
La bella storia di San Ciriaco ci mostra come non può esistere cristianesimo, non può esistere santità senza la Croce: come Cristo ha salvato il mondo attraverso la Croce, così anche noi (ricordiamoci che siamo chiamati ad essere santi, tutti, indistintamente!), unendoci spiritualmente alla Croce di Cristo, prima di tutto accettando le piccole e grandi sofferenza della vita, possiamo partecipare nel nostro piccolo all’opera della salvezza. Preghiamo San Ciriaco nella sua vigilia affinchè ci insegni ad amare la Santa Croce, a festeggiarla in questo bel giorno, e ad abbracciarla in tutti i giorni e occasioni della nostra vita!

[1] Invenzione:  Nel linguaggio giur., il ritrovamento di un tesoro nascosto o il rinvenimento di un oggetto smarrito, come modo di acquisto originario della proprietà. 

 

07 aprile 2016

Benedetto Croce e il cristianesimo come vero spirito europeo

di Alfredo Incollingo

Il cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l'umanità abbia mai compiuto […] tutte le altre rivoluzioni, tutte le maggiori scoperte che segnano epoche nella storia umana, non sostengono il confronto, parendo rispetto a lei particolari e limitate […] la ragione di ciò è che la rivoluzione cristiana operò al centro dell'anima, nella coscienza morale”.

Così scriveva il filosofo Benedetto Croce, di cui abbiamo festeggiato a fine febbraio i 150 della nascita, all'inizio del suo celebre articolo “Perché non possiamo non dirci cristiani”. Un filosofo laico e non certo clericale riconosceva brillantemente e senza ipocrisie lo spirito cristiano che fonda la civiltà occidentale. Ribadiva così una verità: il cristianesimo non è stato solo una religione, una filosofia o una morale; il cristianesimo è una rivoluzione, la più grande che ci sia stata. Ha cambiato l'umanità, il suo paradigma: un moto intimo che è sgorgato fuori impetuoso e ha trasformato la società e la storia.

Il fulcro di questa rivoluzione è il concetto di “persona”, corpo e anima unite, la completa rivalutazione dell'uomo, non più inteso solo come “psiche” (come facevano i greci), ma come una totalità a “immagine e somiglianza di Dio”: degno di essere amato ed esaltato come Figlio di Dio. La sacralità della “persona” si accompagna con la sacralità della vita in ogni suo aspetto e nella rottura etica con il precedente mondo pagano.

Il corpo è la “prigione dello spirito”, affermava Platone. Il disprezzo del corpo si presenterà costantemente negli autori ellenici e pagani della tardo antichità, ma sarà Cristo stesso che porrà fine a questo “errore”. San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi ricorderà come la materia stessa, imperfetta e corrotta, sia stata riscattata dal vizio. Adesso il corpo è funzionale alla Salvezza. Dio si è incarnato per salvare i suoi Figli. L'Incarnazione ha riscattato dalla dannazione la materia: il corpo è ora il “Tempio dello Spirito”.

L'uomo non è più solo anima, ma anche corpo da preservare in tutte le sue fasi e nelle sue membra. L'antropocentrismo cristiano pone la dignità dell'uomo al di sopra di tutte le cose. La vita è inviolabile e l'umanità è risollevata dalla sua “bestialità”. Lo stesso Croce ricorda nel suo articolo come il cristianesimo sia la sostanza dell'Europa. I valori, anche se laicizzati, sono cristiani. I valori della vita sia chiaro e non il sentimentalismo, tanto disprezzato da Chesterton, che è un fenomeno effimero e decadente. Porfirio accusava i cristiani di negare l'uguaglianza tra l'essere umano e l'ape, ma tra il primo e il secondo vi è una differenza sostanziale: la ragione, lo “strumento” che San Tommaso d'Aquino definiva indispensabile per conoscere il nostro Dio d'amore. Ragione e Corpo, anima e materia, il cristianesimo riconosce e da valore alla totalità umana.

Tuttavia Croce, da anticlericale, dava importanza ad un cristianesimo “movimento”, definendo la Chiesa Cattolica una costruzione capziosa. Lo storico inglese Christopher Dawson nel celeberrimo lavoro “Il cristianesimo e la formazione della civiltà occidentale” ricorda il ruolo di guida svolto dalla Chiesa Cattolica alle origini della civiltà europea. In linea con Jacques Le Goff, in “La civiltà dell'occidente medievale”, l'inglese e lo storico francese ricordano come la sostanziale unità culturale e spirituale esercitata dal cattolicesimo abbia permesso il progredire delle nazioni europee.

La Chiesa Cattolica con le sue istituzioni (università e monasteri in primis) ha permesso la diffusione della cultura, delle lettere, della filosofia, con la progressiva riscoperta del meglio della civiltà greca, e la nascita dello spirito scientifico moderno. Senza la Chiesa Cattolico oggi non esisterebbe un'enclave culturale e spirituale “continentale”, sopra ogni particolarismo. Non esisterebbe lo spirito europeo che il cattolicesimo ha saputo condensare nel corso dei secoli.

Con il prevalere delle forze disgregatrici, quali la Riforma Protestante, si compirono i primi atti di tradimento nei confronti dell'Europa spiritualmente e intellettualmente unita. Sono i primordi di un'Europa che, ponendo la sua fede nel nazionalismo e in ideologie “disumane” alcuni secoli dopo, inaugurerà la modernità “rossa di sangue” e innaturale in cui oggi viviamo.

Benedetto Croce, molto discutibile nel criticare il cattolicesimo, ci ha insegnato però a non aver paura nel definirci cristiani ( e aggiungiamo noi “cristiani cattolici”). Un filosofo “laicissimo” ebbe il coraggio di difendere la verità nel Novecento anticristiano. Il cristianesimo, ricorda il filosofo Giovanni Reale, “crocianamente” parlando, da sostanza alla “persona umana”.

 

30 marzo 2016

Prendere sul serio la Croce di Cristo



di Marco Mancini
La domenica di Pasqua Canale5 ha trasmesso in prima serata The Passion of the Christ, il discusso film di Mel Gibson sulla passione e la morte di Gesù: è necessario chiedersi il motivo per cui tale pellicola continua ancora a impressionare gli spettatori, come mi hanno confermato amici e conoscenti che ne hanno descritto la visione come sconvolgente, tale da far loro addirittura riconsiderare il proprio rapporto con la fede.

Cosa c’è di tanto speciale nel film di Gibson? La risposta è semplice: c’è una Passione raffigurata in tutta la sua crudeltà e la sua concreta “materialità”, di cui spesso tendiamo a dimenticarci o che, comunque, tendiamo a dare per scontata. Noi tutti, che abbiamo assorbito il cattolicesimo con il latte delle nostre madri, che siamo cattolici “sociologicamente” prima ancora che nella professione di fede, spesso non riusciamo ad avere fino in fondo la consapevolezza della vicenda storica della Passione e della Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, tanto siamo abituati a sentirne parlare fin da bambini quasi fosse una “favola” per l’infanzia, o un racconto mitologico.

“The Passion of the Christ” ha ricordato a molti, anche in maniera brutale, che dietro il mistero della nostra Redenzione c’è un Sacrificio che non rimane sulla carta, che non è frutto di elucubrazioni teologiche o oggetto di teorizzazioni filantropiche, ma che è fatto di carne e sangue. È San Giovanni, non a caso testimone della crocifissione, a ricordarci nella sua prima lettera che Cristo è venuto “non con acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue” (1Gv 5,6). Senza l’esperienza della Croce, ha scritto Benedetto XVI, “quel che resta del cristianesimo è «acqua» - la parola senza la corporeità di Gesù perde la sua forza. Il cristianesimo diventa puro moralismo e questione di intelletto, ma gli mancano la carne e il sangue” (J. Ratzinger, Gesù di Nazaret, Rizzoli, 2007, p. 284).

Questo è lo scandaloso “materialismo” cristiano: bisognerebbe spiegarlo, ad esempio, al “filosofo” Galimberti, che dall’alto della sua abissale ignoranza ha accusato di incoerenza i cattolici che difendono la famiglia naturale e la natura procreativa del matrimonio, dal momento che – a suo giudizio – essi dovrebbero avere una visione “spirituale” e non “materialista”. Il Cristianesimo si distingue da tutte le altre fedi perché non è semplicemente una dottrina religiosa, o un insieme di precetti morali: esso è un fatto, che pretende di collocarsi all’interno della storia umana. Per citare il compianto Cardinale Giacomo Biffi, “il Cristianesimo è un fatto. E i fatti non si scelgono, i fatti sono”. L’atto di fede del cristiano, e del cattolico in particolare, si gioca anzitutto sulla credibilità storica di quanto raccontato dai Vangeli, dalla nascita di Gesù alla sua resurrezione.

La storicità del sacrificio salvifico di Cristo, del resto, non impedisce di coglierne la portata metafisica, cosmica e, per così dire, simbolica. René Guénon scriveva, nell’introduzione alla sua opera “Il simbolismo della croce”, che “si è troppo indotti a pensare che l'ammissione di un senso simbolico implichi l'esclusione del senso letterale o storico”: è senz’altro possibile sottoscrivere questa considerazione, facendo però i dovuti distinguo. Se per Guénon il fatto storico non è altro che il corrispondente simbolico, nell’ordine inferiore, di un principio superiore e metafisico, nell’ottica cattolica esso ne rappresenta invece la realizzazione, il pieno compimento. Non colgono dunque nel segno, risultando anzi risibili, tutti gli argomenti che vorrebbero ridurre i dogmi della fede cristiana a pallide imitazioni di altri culti ad essa precedenti o contemporanei, dalla religione egizia al mitraismo. Non c’è da stupirsi che elementi “archetipici” fondamentali della storia delle religioni (il problema dell’espiazione, la nascita verginale della figura messianica, il ciclo cosmico vita-morte-rinascita) ricorrano nell’epoca che precede la nascita di Cristo: ciò che conta è che tutto ciò trovi un compimento reale, concreto e storicamente documentato nella vicenda terrena del Dio incarnato in Gesù, che presenta peraltro notevoli elementi di originalità.

Si può dunque comprendere il fascino che il Cristianesimo nascente esercitò su una parte del mondo romano, da tempo ammaliato dalle suggestioni dei culti misterici orientali, fondati proprio sul ciclo vita-morte-rinascita e sulla “liberazione” offerta agli adepti dal rito iniziatico. A tale riguardo, è bene specificare che, con buona pace di una certa vulgata di stampo pauperistico, il Cristianesimo si diffuse anzitutto nelle classi agiate, tra l’aristocrazia di rango senatorio e anche negli ambienti della corte imperiale (vedi, tra le altre, l’opera di Marta Sordi “I cristiani e l’Impero Romano”). Cristo crocifisso, definito da San Paolo “scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani”, era pur tuttavia il Dio-uomo in cui quel ciclo cosmico aveva trovato la sua realizzazione, non solo simbolica ma concretissima. E ai suoi “adepti” era dato addirittura di cibarsi del suo Corpo e del suo Sangue, realmente presenti sotto le specie eucaristiche e offerti in sacrificio sulla Croce per la redenzione del genere umano.

Questo è, infatti, il significato principale della Passione di Cristo. L’umanità ha da sempre riconosciuto la necessità di purificarsi dal male, di espiare i propri peccati e reintegrare il mondo nella sua purezza originaria. Nella storia delle religioni è stato tradizionalmente utilizzato lo strumento del “sacrificio vicario”: animale, persino umano. Nell’Ebraismo antico, ad esempio, nel giorno dello Yom Kippur il coperchio dell’Arca dell’Alleanza veniva asperso con il sangue di un giovenco immolato in sacrificio di espiazione. Secondo le parole di Joseph Raztinger, “l’idea di fondo è che il sangue del sacrificio, nel quale sono stati assorbiti tutti i peccati degli uomini, toccando la divinità stessa viene purificato e così, mediante il contatto con Dio, anche gli uomini rappresentati da questo sangue vengono resi mondi”. Si tratta di un pensiero, prosegue Ratzinger, “che nella sua grandezza e, insieme, nella sua insufficienza è commovente, un pensiero che non poteva rimanere l’ultima parola della storia delle religioni”. L’ultima parola, infatti, è Cristo, che pone termine all’età dei sacrifici trasformando se stesso in sacrificio unico e definitivo di espiazione, “per mezzo della fede, nel suo sangue, a manifestazione della sua giustizia per la remissione dei peccati” (Rm, 3,25), secondo quanto predetto da Isaia attraverso la figura del “servo sofferente” (Is 53). Egli è l’Agnello di Dio, che prende su di sé (tollit) i peccati del mondo e si immola per la redenzione di tutto il genere umano. “In Lui Dio e uomo, Dio e il mondo sono in contatto. In Lui si realizza ciò che il rito del giorno dell’Espiazione intendeva esprimere: nella donazione di sé sulla croce, Gesù depone, per così dire, tutto il peccato del mondo nell’amore di Dio e lo scioglie in esso. Accostarsi alla croce, entrare in comunione con Cristo significa entrare nell’ambito della trasformazione e dell’espiazione”.
Quanti di noi percepiscono fino in fondo questo grande mistero? Quanti intendono realmente che nella Santa Messa l’unico sacrificio di Cristo si rinnova in maniera incruenta? Quanti hanno la consapevolezza di trovarsi sotto il Calvario, ogni volta che assistono alla consacrazione delle specie eucaristiche? Più semplicemente, quanti pensano davvero alla Croce di Cristo come a un evento storico che ci interpella qui ed ora e non può lasciarci indifferenti, e non a uno dei tanti simboli religiosi da ostentare o nascondere a seconda delle circostanze? Ben venga, allora, la Passione di Mel Gibson, se serve a scuotere le nostre coscienze e a darci la consapevolezza che, come recita l’Apocalisse e come il Crocifisso del regista australiano confida alla Madre lungo la sua ascesa al Golgota, Egli ha fatto nuove tutte le cose.