Visualizzazione post con etichetta sacerdozio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sacerdozio. Mostra tutti i post

26 giugno 2019

Preti sposati? Anche no

di Riccardo Zenobi
Il sinodo amazzonico di ottobre ha, tra le altre amenità, in programma l’abolizione del celibato dei sacerdoti di rito latino. Certamente sentiremo da parte atea e laicista – sempre in prima linea per la distruzione della Chiesa e l’esaltazione di questo pontificato – sperticati elogi a questa inaudita idiozia (appunto perché sanno che è una idiozia inaudita); con questo post voglio fare da contraltare mettendo dei “perché no” da parte cattolica.

Tutti sappiamo i motivi ufficiali: carenza di sacerdoti in zone di missione e carenza generale di vocazioni, a cui qualcuno aggiunge anche gli scandali sessuali da parte del clero. Vagliando attentamente la realtà risulta però che nelle zone di missione i sacerdoti mancano sempre, trattandosi per definizione di zone senza clero stabile o strutture adeguate alla diffusione del Vangelo. Anche i primi missionari che andarono in Giappone nel XVI secolo avevano lo stesso problema, idem per i missionari in africa nell’800, ma nessuno pensò ad aumentare la quantità di sacerdoti abbassando la qualità spirituale richiesta per il sacerdozio.

Anche la carenza di vocazioni risulta una cortina fumogena: 60 anni di “teologia pastorale”, di Novus Ordo e Messe buffonesche per “aprire la Chiesa al mondo” hanno ottenuto l’effetto contrario, e adesso si vuole continuare ad insistere su questa china suicida per risolvere problemi generati dal pastoralismo.
Quanto agli abusi sessuali, faccio notare che il mostro di Marcinelle era sposato, eppure ciò non gli impediva di fare quello che faceva: è assolutamente antiscientifico e oltraggioso per la dignità umana pensare che la castità sia la causa della perversione (omo)sessuale dilagante nel clero, o perfino della pedofilia – se prendessimo sul serio questo ragionamento, allora i pedofili “laici” sono persone comuni in crisi di astinenza? E allora perché una cosa del genere non dovrebbe capitare a qualunque uomo (o donna, dato che anche esse hanno impulsi sessuali) solo perché non ha rapporti sessuali da un po’ di tempo?

Capirete che le motivazioni ufficiali sono delle balle a cui non crede nemmeno chi le espone: del resto i più grandi sponsor dell’abolizione del celibato sono gli arroganti vescovi tedeschi, che si sentono padroni della Chiesa perché ricchi e “colti”, i quali trovandosi a corto di personale credono che ordinando al sacerdozio dei disoccupati in cerca di posto stabile guadagneranno un altro po’ di soldi. E, a proposito della faccenda che più sta a cuore all’episcopato (i soldi), qualcuno ha provato a fare i conti su come saranno gli stipendi dei nuovi preti sposati? Pensate che possano mantenere la famiglia con salari pensati per uomini celibi?

Altra questione: chiunque abbia un minimo di conoscenza della vita di un sacerdote cattolico sa perfettamente che sono continuamente oberati di lavoro – messe da dire, pastorale da organizzare, eventi per i parrocchiani etc. – e di certo una famiglia a carico non aiuterà dal punto di vista pastorale: dove trovano tempo ed energie per moglie e figli?
Il clero orientale non ha di questi problemi per il semplice fatto che si occupa molto meno di pastorale rispetto ai cattolici, continuamente accusati di “eccessivo attivismo”; da parte protestante, i pastori hanno in carico piccole comunità di fedeli, e sono assistiti da un consiglio di fedeli parrocchiali – figura che in ambito cattolico non esiste e sarebbe esiziale introdurre – i quali si occupano della parte più squisitamente temporale e pastorale della vita parrocchiale.

Per quanto riguarda le donne dei sacerdoti, ogni organizzazione ecclesiale protestante ha un’apposita pastorale per le mogli dei sacerdoti, cosa alla quale i vescovi cattolici non sono per nulla formati: come potranno risolvere problemi relativi alla coppia e alla famiglia dei sacerdoti di punto in bianco? Come si farà da parte dei vescovi a gestire la situazione personale dei sacerdoti se hanno a carico moglie e figli? È chiaro che dovranno occuparsi in primo luogo della famiglia, e solo in secondo luogo della parrocchia e della vita diocesana; e già immagino le scuse per non andare alle infinite riunioni organizzate dalle varie diocesi, per cui i vescovi dovranno prendere appuntamento per farsi ricevere dai loro stessi sacerdoti, per mancanza di tempo disponibile.

Senza parlare poi del calo della qualità spirituale dei sacerdoti sposati: se al candidato non è richiesto nemmeno il minimo sforzo spirituale della promessa di castità, la qualità dei sacerdoti raggiungerà nuovi minimi, dato che chiunque potrà entrare in seminario per “sopperire alla carenza di vocazioni” e intascare i soldi dello stipendio senza fare una vita spirituale o ascetica. Un ulteriore gioco al ribasso nella vita ecclesiale sarà solo esiziale per la vita diocesana e per la vita dei parrocchiani, che si troveranno a distinguere difficilmente un sacerdote da una persona non ordinata. Una svalutazione del sacramento del sacerdozio, che renderà il prete un semplice burocrate del “sacro”, un funzionario diocesano, magari che vuole fare carriera in qualche modo.
Per ultimo faccio notare che l’abolizione del celibato darebbe il colpo di grazia alla credibilità della Chiesa come custode della verità e della tradizione, invero già quasi distrutta dalle riforme conciliari e dal recente appoggio sperticato alla sinistra radicale e anticristiana, che in passato era scomunicata (mio padre ricorda molto bene i cartelli nei confessionali degli anni ’50: “se siete comunisti confessatelo, se non lo confessate commettete sacrilegio”) mentre oggi viene portata in palmo di mano.
Il sacerdote è nella tradizione latina una figura maschile e celibe, e nell’immaginario collettivo poco importa se ciò non è di diritto divino ma solo ecclesiastico; ciò che conta è la figura. E di punto in bianco, con un tratto di penna abbandonare la tradizione per motivi dichiaratamente “pastorali” vuol dire solo che la Chiesa non custodisce nulla, ma si adegua ai tempi e non ha nulla da insegnare a nessuno. Invero una bella figura.


 

04 settembre 2018

Ritornare al ruolo del sacerdote

di Riccardo Zenobi
La recente ondata di scandali omosessuali dovrebbe portare ogni fedele (compresi i consacrati) a fermarsi e riflettere su quale sia il vero ruolo del sacerdote nell’ambito della Chiesa cattolica, e non a caso la fede di molti è stata giustamente scossa e scandalizzata dalla percentuale abnorme di predatori (omo)sessuali presenti tra i vescovi (non solo americani). Come conservare la fede?

La tentazione contro la Fede è in questo caso il clericalismo nella sua forma più deteriore: l’anticlericalismo. Si tratta di due aspetti dello stesso errore, cioè la riduzione della Chiesa alla gerarchia identificata in una cricca di vecchietti che non rimanda ad altro che a sé stessa, senza alcuna dipendenza da Dio. È una tentazione che ognuno ha sperimentato nella sua fase di conversione, ma non abbandona mai il credente nel corso della sua vita; basti come esempio il caso di Rod Dreher, il quale venne così scosso dalla condotta degli ecclesiastici che abbandonò il cattolicesimo per l’ortodossia. In un mondo che nega apertamente il sovrannaturale, la Chiesa non viene più presentata come il corpo mistico di Cristo ma come un’assemblea di “amici di Gesù” e gran parte del lavoro di avvicinamento alla fede parte dall’affrancarsi da questo pregiudizio naturalistico.

Chi scrive è ben conscio del fatto che lo scandalo è molto ampio e la corruzione molto radicata ed estesa, ma la fede di ogni cattolico non è fondata sui preti; nel Credo recitiamo “credo la Chiesa” e non “credo le gerarchie”, perché ogni battezzato è membro di un solo corpo del quale Gesù è il capo, al quale sono sottomessi anche Papa e vescovi allo stesso titolo del più riprovato dei peccatori. È per amore di Dio che sono ancora nella Chiesa, non per l’esempio di un parroco dalla vita immacolata.
Il sacerdote non è un santone o un guru che agisce in forza propria, ma un ministro dei sacramenti di Dio, il quale può servirsi anche della persona più umanamente indegna per amministrare la Grazia santificante e rimettere i peccati; se così non fosse dovremmo davvero dire che la Chiesa è solo una riunione di chierici che si spartiscono un potere che inizia e finisce con loro. Ma la fede cattolica non si basa sull’iniziativa dei sacerdoti, ma sulla persona divina di Gesù Cristo e sulla sua costante assistenza in ogni frangente della vita, non importa quanto possa sembrare disperata la situazione umana o ecclesiastica.

Il sacerdote deve sapere di essere solo un canale attraverso cui agisce Dio, e il suo esempio non deve ricondurre alla sua persona, ma al Signore. Parte del clero ha dimenticato questa verità, ma il problema più grave è che anche i laici hanno scordato qual è il vero ruolo del sacerdote all’interno della loro vita di fede; quest’ultima nei laici è spesso ridotta ad un sentimento che viene alimentato dall’esempio di qualcuno, e non diventa quasi mai una scelta personale su cui costruire la propria vita.

Questa crisi insegna che non è più possibile vivere di rendita nella fede, ma che noi laici dobbiamo coltivarla, conservarla e difenderla approfondendone la conoscenza e vivendola nella nostra carne, al di là di ogni “piano pastorale” o dell’ultimo documento emanato da questo o quel gruppo di chierici. Ogni cristiano è testimone di Cristo in quanto alter christus, e non possiamo appoggiarci sulla gerarchia demandando TUTTO ad essa. Storicamente ciò è nato nel XIX secolo per via dell’apostasia delle nazioni, e ciò ha portato ad accentrare tutto a Roma o ad affidarsi all’iniziativa pastorale dei singoli vescovi. Ma l’ottocento è finito da un pezzo, ed è il momento che ogni cristiano prenda in mano la sua anima e si chieda se crede per amore della Verità di Dio o per qualche altro motivo. La risposta alla domanda di partenza è tutta qui.


 

27 febbraio 2018

Vite parallele. Chesterton, Bernanos e due visioni del sacerdozio

di Franco Ressa
Gilbert Keith Chesterton nasce a Londra nel 1874, di famiglia della buona borghesia, studia pittura, frequenta l’università ma non diventerà artista né dottore in qualcosa. A venti anni gli insuccessi negli studi lo fanno piombare in depressione, ma la lettura delle disgrazie e della rinascita di Giobbe nella Bibbia lo fanno uscire dal tunnel. Inizia così a scrivere ed a lavorare per case editrici, per lungo tempo dirige anche un settimanale. Come giornalista è l’unico che osi opporsi alle guerre coloniali che hanno come obiettivo la sottomissione dei popoli del terzo mondo, e lo sfruttamento dei loro paesi a vantaggio dell’Inghilterra.

Nel 1908 scrive il suo primo libro di successo: L’uomo che fu giovedì, dove si immagina un’isola con sette anarchici decisi a creare una società perfetta, che però non è realizzabile. In questi anni Chesterton si avvicina sempre più al cristianesimo, dapprima seguendo gli intendimenti protestanti, ma approderà infine al cattolicesimo.

Georges Bernanos nasce a Parigi nel 1888 ma cresce in un paesino nel nord della Francia, a contatto con la semplicità e la fede della gente del posto. Di famiglia modesta, deve impegnarsi negli studi per ottenere un posto da impiegato, ma frequentando un’associazione politica conservatrice, l’Action Francaise, impara a scrivere per i fogli propagandistici. Si sposa con una discendente di Giovanna d’Arco, nel 1926 esce il suo primo libro: Sotto il sole di satana, dove un prete di campagna, Donissan, combatte il male e il diavolo stesso, non riesce ad impedire che Mouchette ragazza traviata uccida il marchese suo amante e poi si suicidi, ma a costo della propria vita richiama alla vita un bambino morto. A questo seguirà dieci anni dopo il Diario di un curato di campagna, dove un giovane parroco si scontra con l’indifferenza dei propri parrocchiani. Riesce a convertire una contessa prima della sua morte. Si ammala e muore in casa di un suo compagno di seminario che ha abbandonato il sacerdozio, chiudendo la sua vita con la frase di Teresa di Lisieux “Tutto è grazia”.
Questi libri vengono duramente contestati in ambiente cattolico, ma Papa Pio XII commenta: “Bruciano, ma illuminano”.

Chesterton nel 1922 viene battezzato nella religione Cattolica, è diventato collaboratore di Hilaire Belloc (1870-1953) versatile scrittore il cui motto è “ L’Europa tornerà alla Fede o perirà, perché la Fede è l’Europa e l’Europa la Fede”. La serie dei racconti gialli con protagonista padre Brown è già iniziata nel 1911, ma l’adesione al Cattolicesimo del suo autore sviluppa il personaggio, ed arriverà a scriverne 57 episodi. Durante la vita di Gilbert, ma soprattutto dopo, il successo del prete detective è sempre maggiore, e ricorrenti sono le interpretazioni in film e sceneggiati. La filosofia del piccolo sacerdote, quasi considerato straniero in un paese protestante, è soprattutto la ricerca del bene anche nelle traversie più tenebrose e con gli assassini spietati. Chesterton stesso scrive in un suo saggio: “Tutta la scienza, anche la scienza divina è una sublime storia gialla. Solo che non è impostata per rivelare perché un uomo sia morto, ma il segreto più oscuro del perché egli viva.”

Lo scrittore inglese muore nel 1936, non vedrà la guerra civile in Spagna, né la seconda guerra mondiale. Bernanos invece ne è pienamente partecipe. In Spagna condanna la violenza sia dei repubblicani che dei nazionalisti. Durante la guerra mondiale fugge in Brasile, ma da lì ed attraverso la partecipazione dei propri figli tiene le fila con la resistenza francese. Finita la guerra rinuncia al posto offerto nell’Accademia di Francia e non si fa eleggere nel parlamento. Rimane ritirato in Tunisia dove scrive il suo ultimo capolavoro, un dramma derivante dalle confessioni e paure delle protagoniste, che rievoca il sacrificio di sedici suore carmelitane del monastero di Compiégne, condannate e fatte giustiziare innocenti da Robespierre nel 1794 in odio alla religione. Sono i Dialoghi delle carmelitane.
Bernanos ritorna in Francia solo per morirvi nel 1948, non potendo vedere la rappresentazione e il grande successo dell’opera teatrale sulle monache martiri, sceneggiata e fatta debuttare da Francis Poulenc nel 1957, poi tradotta in film nel 1959 dai registi Philippe Agostini e il padre domenicano Raymond Leopold Bruckberger.


In conclusione, il personaggio di Chesterton è più gradevole e rassicurante, ma i preti di Bernanos sono più veri a costo di essere inquietanti. Padre Brown e don Matteo sono i parroci che tutti vorremmo nelle nostre chiese, ma è nella durezza e nella banalità del quotidiano che si formano i santi. Chi sa risolvere i delitti come fossero un quiz è autosufficiente e non ha bisogno dell’aiuto altrui, ma tutti gli altri preti sì, hanno bisogno di noi fedeli, e non solo come spettatori alla messa domenicale. Collaborare concretamente con un santo dà un po’ di santità anche a te, ed è questo il vero significato del termine Chiesa, che in greco vuol dire “comunità”, non solo costruzione sacra con campanile.

 

14 dicembre 2017

L'ultima pecora (parte I)


(OVVERO PICCOLO MANUALE DI RESISTENZA DEL GENITORE CATTOLICO:
CONSIGLI PER MANTENERE CATTOLICI I VOSTRI BAMBINI, NONOSTANTE IL PRETE)

«Laggiù è seduto un uomo dalla mente aperta. Si sente lo spiffero fin da qui».
(Groucho Marx)

di Matteo Donadoni

Ogni domenica mattina in Argentina un chierichetto si alza e sa che può arrivare tardi alla Messa, tanto non è più necessario cambiarsi, si può servire beatamente in tuta.
Ogni domenica mattina mio figlio si alza e mi ricorda di non voler più fare il chierichetto. E io lo accontento vietandogli espressamente di fare il chierichetto, puta caso il prete, in tuta, glielo chieda, nel frattempo mi chiedo io come sia mai possibile esser giunti a questo punto.

Ora, il fatto che un genitore cattolico, che è sempre stato cattolico, senza sbandate giovanili, senza crisi di fede con cadute nell’agnosticismo, senza aver messo mai in discussione la legge di Dio, pur avendola infranta parecchio, si ingegni a istruire i figli sul: cercare il più possibile di non ascoltare le omelie; sull’andare al catechismo lo stretto legale per l’accesso ai Sacramenti e comunque cercando di non mandare a memoria mai nulla che non sia nel vero catechismo cattolico; se interrogati, rispondere con circonlocuzioni e paralogismi sofisticati del tipo “certamente potrebbe essere uno di quei casi imprevedibili in cui, non essendo del tutto chiaro, quanto meno sarebbe opportuno raccogliere maggiori informazioni in merito, per non essere completamente in disaccordo con lei” o “non sono sicuro che il passo in questione si possa non interpretare tramite un’ermeneutica diversa dalla sua”. Bene, questo fatto è un fatto che comporta una certa dose di sforzo meningitico e avrebbe quasi del miracoloso, se non fosse che è un fatto puramente drammatico.
Naturalmente, a un bambino risulta piuttosto difficile affrontare una disputa teologica con un catechista o un sacerdote, tendenzialmente adulti, formati da anni di agguerrito lavaggio del cervello modernista, conviene forse consigliare i propri figli di esporsi il meno possibile e, qualora chiamati in causa, di limitarsi a snocciolare quelle quattro-cinque ovvietà sub-teologiche che i catechisti riescono ad afferrare molto facilmente: Gesù ama tutti, perché è buono e, dato che ci ama proprio tutti tutti, ci perdona tutti, quindi  bisogna fare come Lui e amare il prossimo come se stessi e perdonare tutti. Se proprio si deve recuperare in simpatia, o fare la figura di bambini intellectual progress, buttare lì un “inclusivo” o “apertura” o “in uscita” da qualche parte nel discorso. Stigmatizzare sempre i Farisei.

Tocca fare i miracoli ai laici. Dato che ormai il sacerdote non guarisce più i malati, nemmeno ci pensa, ed è già bello che, sempre se ha tempo, porti l’olio santo ai moribondi, sempre che faccia in tempo con gli impegni, altrimenti tranquilli, non resusciterà comunque il morto. E dato che tanto meno gli passa per l’anticamera del cervello di scacciare i demoni, dal momento che non esistono e sono simboli, cari genitori, vi tocca fare miracoli per far crescere cattolici i vostri figli. Nonostante il prete.
Come genitori cattolici facciamo in piccolo ciò che ha fatto nei giorni scorsi un folto gruppo di associazioni pro life di tutto il mondo, firmando un documento nel quale dichiara la propria fedeltà al magistero autentico ed immutabile della Chiesa, oggi messo in discussione dai vertici della Chiesa stessa. Restiamo fedeli alla vera dottrina, non ai pastori che sbagliano.
D’altra parte, visto che siete cattolici, non devo essere io a spiegarvi cosa sia diventato il prete del millennio, lo vedete da soli. Allora giudicate da voi se è il caso di affidare i vostri figli e le loro giovani innocenti anime, i vostri virgulti d’ulivo, proprio loro, quegli occhi vivi di speranze e ricchi della fede dei piccoli, alla direzione spirituale di certi personaggi. E ovviamente non mi riferisco ai rari casi di spostati, pervertiti che si aggirano nelle parrocchie piene di spifferi, mi riferisco al sacerdote medio, a parroco “normale”.
Oggi, regnante “el papa”, sembra infatti che siano tornati i tempi della confusione teologica degli anni settanta e della fantasia al potere che fu il post-concilio. Dunque, di default abbiamo l’abbandono dell’abito e la mimetizzazione sociale, l’invito all’anonimato cristiano e le reprimende a chi asserisca una qualsivoglia verità, subito derubricata ad opinione personale del reticente. La fine della direzione spirituale, tanto i peccati non esistono, nemmeno castigo e inferno, ma governa la misericordia universale. In compenso, dopo decenni di spiritualismo anti-istituzionale in velata o aperta polemica con i Papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, oggi s’impone una prostrata e idolatrica adorazione verso “il nostro bravo papa Francesco” e la sua cricca di menti aperte: i kasperiti scardinatori di sacramenti.
Invece di avere a che fare con un prete in tonaca, un sacerdote palese per tutti e di fronte a tutti, un uomo con i difetti degli uomini, ma pronto a tutto per servire Dio e il suo mandato, abbiamo un prete che a parole è aperto, inclusivo e al passo con i tempi, ma nella realtà è un uomo chiuso in canonica con la sua cerchia di parrocchiani amici, catechisti consenzienti e lacchè, perso e consumato da mille attività secondarie.
Certamente non si generalizza, ma occorre aprire gli occhi, perché non serve la lente d’ingrandimento, è un fatto reale e drammatico che i seminari abbiano sfornato negli ultimi cinquant’anni un esercito di incompetenti, in cui, a fronte di pochi santi, non è raro incontrare sacerdoti che non credono alcune verità di fede, a partire dalla transubstanziazione. Sarebbe ora di dirlo. La liturgia ad esempio, viene celebrata sciattamente come per un obbligo formale, e quando viene celebrata con entusiasmo spesso è un carrozzone da circo che nulla ha a che vedere con il luogo di culto, con balli e baccano vario, senza sostanza di mistero e il sacramento è in mano all’iniziativa estemporanea di laici ingenui e sprovveduti, quando non apertamente in malafede, perché protestanti consapevoli.

(continua)



Iscrivetevi alla nostra newsletter settimanale, che conterrà una rassegna dei nostri articoli.

 

10 novembre 2017

Contro il clericalismo laicale e il laicismo clericale

Parola di un Padre della Chiesa



di Samuele Pinna
Ci sono dei giorni che, come si dice in gergo, partono col piede giusto. Per un sacerdote è celebrare un’Eucaristia raccolta, una buona porzione di tempo per la preghiera mattutina e una sana e robusta colazione. Ma ogni tanto il buon Dio ci regala qualche dono in più. Oggi me l’ha consegnato nella meditazione attraverso un testo molto prezioso, che tratta di fedeli laici e di gerarchia. La riflessione è seria perché mi pare sia ancora di moda il fatto che molti laici vogliano fare i preti e molti preti vivere come i laici, creando notevole confusione. I credenti cattolici (quelli cioè che ci credono davvero, per dirla in soldoni) non si sostituirebbero mai ai loro pastori, anche se sgangherati e, a volte, originali. Sanno che c’è in ballo un Sacramento (quello dell’Ordine) che loro, semplicemente, non hanno ricevuto e allora sopportano e pregano con fede il Padrone della messe per far rinsavire i bizzarri pastori.

I battezzati più audaci e innovatori, invece, spesso vogliono sostituirsi al clero, portando messaggi quantomeno curiosi e poco ortodossi, frutto di stravaganze e mode del momento: ovviamente solo a livello di idee e di cose che si devono fare (non loro, gli altri). E a cosa si appellano costoro? Al “sacerdozio comune” ricevuto in forza del Battesimo. Tale questione è stata lungamente trattata nel dibattito avvenuto dopo il Concilio Vaticano II. La visione distorta del “sacerdozio dei fedeli” è diventata a un certo punto, però, un vero grimaldello da sferrare contro un clericalismo clericale, così da sostituirlo con un clericalismo laicale o, se si preferisce, un laico clericalismo.

Leggendo il testo della meditazione mattutina mi sono imbattuto in un autore che già spiegava con autorità il nocciolo della faccenda all’incirca milleseicento anni fa: «Tutta la Chiesa di Dio – dichiarava l’antico autore – è ordinata in gradi gerarchici distinti, in modo che l’intero sacro corpo sia formato da membra diverse. Ma, come dice l’Apostolo, tutti noi siamo uno in Cristo (cfr. Gal 3, 28). La divisione degli uffici non è tale da impedire che ogni parte, per quanto piccola, sia collegata con il capo. Per l’unità della fede e del battesimo c’è dunque fra noi, o carissimi, una comunione indissolubile sulla base di una comune dignità. Lo afferma l’apostolo Pietro: “Anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo” (1 Pt 2, 5), e più avanti: “Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato” (1 Pt 2, 9)».

C’è una diversità – anche ontologica – nel gregge di Cristo a servizio dell’unità del suo Corpo: «Tutti quelli che sono rinati in Cristo conseguono dignità regale per il segno della croce. Con l’unzione dello Spirito santo poi sono consacrati sacerdoti. Non c’è quindi solo quel servizio specifico proprio del nostro ministero, perché tutti i cristiani sono rivestiti di un carisma spirituale e soprannaturale, che li rende partecipi della stirpe regale e dell’ufficio sacerdotale. Non è forse funzione regale il fatto che un’anima, sottomessa a Dio, governi il suo corpo? Non è forse funzione sacerdotale consacrare al Signore una coscienza pura e offrirgli sull’altare del cuore i sacrifici immacolati del nostro culto? Per grazia di Dio queste funzioni sono comuni a tutti».

Eppure c’è una differenza, perché Gesù Cristo ha stabilito nella sua Chiesa vari ministeri, per il bene di tutta la compagine ecclesiale, e tra questi ha scelto come compito di guida gli Apostoli. Se l’unico Pastore è il Signore Gesù, anche gli Apostoli partecipano, dentro il gregge, di questa qualifica quando sono inviati a predicare il Regno dei cieli. Questi a loro volta, dopo Pentecoste, costituiranno delle Chiese particolari, che sono affidate a dei vescovi e presbiteri, attribuendo loro il titolo di “pastori”. È facile notare uno “scivolamento” del titolo di “pastore”, da Dio a Cristo, ai Dodici, agli episcopi-presbiteri. A questo punto lo scivolamento si arresta, poiché il titolo non è mai attribuito in modo generale ai cristiani che non hanno funzioni di “capi” permanenti della comunità. Il mio antico testo prosegue e spiega anche questo, facendo scoprire che l’autore è un Pontefice che parla ai fedeli: «Ma da parte vostra è cosa santa e lodevole che vi rallegriate per il giorno della nostra elezione come di un vostro onore personale. Così tutto il corpo della Chiesa riconosce che il carattere sacro della dignità pontificia è unico. Mediante l’unzione santificatrice, esso rifluisce certamente con maggiore abbondanza nei gradi più alti della gerarchia, ma discende anche in considerevole misura in quelli più bassi. La comunione di tutti con questa nostra sede è, quindi, o carissimi, il grande motivo della letizia. Ma gioia più genuina e più alta sarà per noi se non vi fermerete a considerare la nostra povera persona, ma piuttosto la gloria del beato Pietro apostolo. Si celebri dunque in questo giorno venerando soprattutto colui che si trovò vicino alla sorgente stessa dei carismi e da essa ne fu riempito e come sommerso. Ecco perché molte prerogative erano esclusive della sua persona e, d’altro canto, niente è stato trasmesso ai successori che non si trovasse già in lui. Allora il Verbo fatto uomo abitava già in mezzo a noi. Cristo aveva già dato tutto se stesso per la redenzione del genere umano».

Quanto qui detto, ricalca ciò che “simpaticamente” cercavo di esprimere altrove, quando definivo il Papa il Papa (di là dalla tautologia): «Gesù – scrivevo – ha inviato Pietro contro gli assalti delle potenze dell’inferno. Egli ha pure affermato che la Chiesa sarà fondata sul privilegio dato a Pietro di detenere sovranamente le sue pecore. Quando la persona di Pietro morirà, la missione di Pietro continuerà. È ciò che si intende per esprimere quando si dice che il potere sulla Chiesa universale era dato a Pietro come un privilegio personale che doveva passare ai suoi successori, in persona propria, non solum pro seipso, sed pro omnibus successoribus suis . Questa è la bellezza cattolica. Il Papa può essere simpatico o antipatico e tuttavia rimane il Vicario di Cristo. Può persino dire qualcosa di rocambolesco, ma se non interviene ex cathedra parlerà a suo nome personale, senza accludere la voce della Sposa nei suoi discorsi. Del resto, è già capitato in passato…».

Contro il clericalismo laicale e i laicismo clericale dovrebbero bastare le parole della meditazione di oggi, scritte da san Leone Magno, Padre della Chiesa (ecco l’autore di tali belle righe!). La riflessione ci suggerisce come la questione sul “sacerdozio comune” sia stata dibattuta, compresa e messa in pratica un “poco” prima dell’ultimo Concilio. Dallo scritto patristico si intuisce come il “sacerdozio regale” non sia prerogativa da intendersi individualisticamente: «Non si tratta, cioè – spiega Giacomo Biffi –, dei singoli battezzati e dei loro compiti all’interno della comunità ecclesiale (come è il caso del sacerdozio ordinato), bensì dell’intero popolo di Dio che ha una dignità e un compito sacerdotale nei confronti dell’universo e dell’umanità nel suo complesso: il sacerdozio comune non ha dunque tanto una funzione “ecclesiale” (come ce l’ha il ministero apostolico) quanto una funzione “cosmica”».

Del resto, mentre leggevo i Discorsi di san Leone, mi sono venute in mente alcune battute proprio di Giacomo Biffi, quando diceva che «ci si compiace di parlare di “comunità”, quasi per nostalgia, adesso che sociologicamente prevale l’individualismo e il disimpegno. A richiamarsi assiduamente alla “povertà” e a decantarla con entusiasmo sono proprio i cristiani benestanti e gli uomini di Chiesa di estrazione borghese, che non hanno mai avuto modo di farne personalmente qualche esperienza: ai veri poveri invece di solito non viene neppure in mente di esaltare la loro condizione e di farne un ideale di vita. I parroci sanno che non hanno fatto tanta fatica a trovare qualcuno che li aiutasse a riordinare il cortile e gli ambienti della canonica dopo una festa, come da quando il popolo di Dio nei discorsi ecclesiali è posto ripetutamente in stato di servizio o, che è lo stesso, di “ministero”».
Inutile ogni commento, diventa necessario un silenzio orante.


Iscrivetevi alla nostra newsletter settimanale, che conterrà una rassegna dei nostri articoli.

 

19 settembre 2017

Il Santo Sacrificio della Messa, a 10 anni dal Summorum Pontificum


di Daniele Barale


Giovedì 14 settembre si è ricordato l'anniversario dell'entrata in vigore del Summorum Pontificum, frutto del Motu Proprio di Benedetto XVI, del 2007, a favore della "Messa di sempre". Azione che servì per dare forza a e ribadire quanto affermato durante il pontificato del Santo Padre Giovanni Paolo II attraverso l'indulto del 1984 Quattuor abhinc annos, l'indulto Ecclesia Dei adflicta del 1988. Nel 2011 è stato necessario, in risposta a sterili polemiche, realizzare in sede di Pontificia Commissione Ecclesia Dei l'istruzione Universae Ecclesiae.

La riflessione che seguirà si colloca proprio sulla via indicata dalla Tradizione bimillenaria della Chiesa Cattolica a cui gli stessi documenti citati si riferiscono. E si spera torni utile, dato che di questi tempi se ne vedono di tutti i colori, come le divisioni nel mondo cattolico. Le difficoltà nel trovare unità in campo dottrinale teologico liturgico sono causate dallo smarrimento del senso, del fine di ogni cosa, in primis della Santa Messa: la quale non è l'occasione per celebrare l'uomo, bensì assistere al Sacrificio di Cristo per la salvezza degli uomini e del mondo. Il capirlo riporta l'unità tanto agognata, che sarà tanto longeva quanto più la vita di ciascun cattolico sarà incentrata sull'Eucarestia, santissimo viatico, che ci dona l'amore forte e potente della Pasqua del Signore, vittorioso su ogni male e sulla morte.

San Francesco ricordava "L'uomo deve tremare, il mondo deve fremere, il cielo intero deve essere commosso, quando sull'altare, tra le mani del sacerdote, appare il figlio di Dio".

Dopo tali premesse, l'approfondimento. L'Antico Testamento ricorda alla storia e a tutti noi che l'uomo ha sempre ritenuto opportuno (essendo homo religiosus-viator) offrire a Dio dei sacrifici, per riconoscerlo Creatore e Signore di tutte le cose. Ma questi sacrifici erano soltanto un simbolo ed una figurazione dell'unico vero Sacrificio, quello di Gesù sulla croce. Ad essi mancava la forza per riaprire le porte del Paradiso, chiuse dal peccato di Adamo: il peccato di un uomo, creatura finita, nei confronti di Dio, il Creatore infinito, è in certo qual modo una colpa infinita, che, come tale, l'uomo da solo non potrà mai cancellare. Solo il sacrificio di Dio stesso, fattosi uomo, poteva e può attuare la redenzione. Solo l'agnello-Cristo cancella quindi tutti gli altri sacrifici, si sostituisce ad essi perché è l'unico perfetto: il sacerdote è Cristo stesso, la vittima immolata è sempre Cristo.

Ecco, così si comprende subito che durante la Messa noi "popolo cattolico" non dobbiamo fare altro che unirci in Preghiera umile e silente all'azione sacrificale - actio Christi - di Cristo-Dio sull'altare. Non a caso Pio XII definisce così, nella sua enciclica Mediator Dei, la Messa: "Culto integrale del Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè del Capo e delle sue membra". In questo modo nella Messa possiamo capire ancora di più il Suo santo invito: "Venite a me voi che siete affaticati e oppressi e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo su di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore e avrete serenità nelle vostre anime" (Mt. 11,25-30).

Perciò, la liturgia della Chiesa Cattolica ha valore e senso soltanto se è diretta verso l'Alto, verso Dio. Allo stesso tempo, ha valore e senso solo se è considerata come un esercizio dell'ufficio sacerdotale di Nostro Signore Gesù Cristo, ufficio che, qui sulla terra, non è terminato con la sua ascesa al Cielo. Gesù ha voluto che il Suo sacrificio sul Calvario continuasse tutti i giorni sull'altare, fino alla fine del mondo. Per questo Egli ha dato ai Suoi apostoli e dà ai sacerdoti, diretti successori di questi, la facoltà di celebrare la Messa, e dunque di attuare realmente la "rinnovazione del Sacrificio della Croce", reso presente sull'altare in maniera incruenta, cioè senza spargimento di sangue. Sul Calvario il sacerdote era Gesù che offriva se stesso all'eterno Padre; sull'altare il vero sacerdote è Gesù che offre se stesso, hostia, per mezzo del prete altro-Cristo. Nostro Signore stesso è il vero Sommo Sacerdote di ogni Messa: il sacerdote all'altare agisce soltanto come suo strumento.
Il volere quanto descritto, ossia la Messa di sempre, come l'ha accolta, protetta e donata il Messale di San Pio V, non è la fissa di qualche fantomatica fazione intransigente nella Chiesa Cattolica; non è nemmeno una questione linguistica: certo, il latino è la lingua più appropriata per il sacro, tuttavia si può utilizzare anche l'italiano, purché il senso di quanto detto sia rispettato e il sacerdote creda alla presenza reale di Dio nella Santissima Eucarestia; ma lo scrigno contenente il tesoro a Lei più prezioso: Cristo stesso, appunto, che Ella deve dare a ogni uomo.

Ora, sarebbe meraviglioso se il contenuto di questo articolo potesse diventare il contributo di un ragazzo al prossimo sinodo per i giovani. Perché i più giovani (adulti non esclusi) hanno bisogno non di "edulcorati surrogati", ma di proposte impegnative e ricche di senso, che sappiano dare un orizzonte di valori e principi entro il e per il quale vivere e morire. E la Messa di sempre non delude in proposito, giacché assieme al latino e, di conseguenza, al canto gregoriano è realmente strumento adatto allo scopo soprannaturale della Chiesa. Lo dimostrano i tanti che sono diventati santi e che hanno compiuto opere spirituali e materiali straordinarie. Come confermano libri quali le agiografie del padre Sicari e "Fisionomie dei santi" di Hello Ernest. Inoltre, volere la Santa Messa di sempre dai e chiederlo ai sacerdoti, nel pieno rispetto del canone 212 paragrafo 3, è far valere il proprio diritto di figlio della Chiesa Cattolica Romana.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/09/giovedi-14-settembre-si-e-ricordato.html


Iscrivetevi alla nostra newsletter settimanale, che conterrà una rassegna dei nostri articoli. Utilizzeremo agosto come mese di prova, poi a settembre si parte a regime.

 

31 agosto 2017

A buon intenditore, poche parole


di Niccolò Mochi-Poltri

Quando s’osserva un’opera ascrivibile all’alveo dell’espressionismo astratto, dovremmo ricordarci che la chiave per accedere al segreto celato dalla sua enigmatica apparenza, consiste in qualcosa che sfugge all’occhio: ovverosia il gesto prodotto dall’artista quand’è caduto in una sorta di trance creativa.
Ecco, io ritengo che molta dell’attuale politica italiana assomigli ad un’opera ascrivibile all’alveo dell’espressionismo astratto. A coloro che ne osservano solo l’apparenza, essa appare infatti come un confuso, pasticciato e pressappoco inestricabile accozzaglia d’intepretazioni e giudizi in merito ad accadimenti della più varia natura. Ma una volta che avranno educato la propria sensibilità, ecco che ne penetreranno il segreto e comprenderanno come il senso di quest’opera, che è l’attuale politica italiana, stia nel gesto che la realizza.
E così, come il gesto artistico che produce quel tipo d’opera d’arte consiste in sostanza in una sospensione della razionalità a vantaggio di una sorta di trance creativa; così l’attuale politica italiana è prodotta dalla sospensione della razionalità a vantaggio dell’irrazionalità ideologica, che può liberamente essere stesa a tinte cromatiche forti sull’ampia tela mediatica.
A questo punto è necessario però dire che se l’arte può permettersi per sua virtù d’essere espressione d’irrazionalità; al contrario la politica non può essere condotta procedendo per suggestioni estatiche: se infatti la politica abdicasse alla sua prerogativa razionale, la società sarebbe inevitabilmente destinata ad estinguersi, consumata dalle fiamme dell’ideologia.

L’ideologia è uno spirito maligno perché sussurra alle orecchie degli uomini parole conturbanti, che inducono loro a credere d’avere sempre la soluzione giusta ai problemi della società. L’ideologia è uno spirito maligno perché persuade gli uomini a rivendicare ciò a cui non hanno diritto, ma che devono pretendere in quanto ogni individuo sarebbe misura di tutte le cose, arbitro infallibile ed inappellabile. L’ideologia è uno spirito maligno vorace di uomini: ghermisce coi suoi artigli le loro menti, inducendoli ad adottare un atteggiamento ostile, provocatorio e divisivo nei confronti del prossimo che la pensa diversamente. La sua fame è inestinguibile, e siccome si nutre appunto di uomini, distrugge le società, e può giungere a dissolvere la civiltà stessa.

All’origine d’ogni civiltà sono rintracciabili princìpi spirituali che costituivano un legame trascendente, forte e diretto, tra gli uomini e gli dèi. Era su tali princìpi spirituali che si costruiva la comunità, che era pertanto anzitutto comunità di adepti, ovverosia una comunità di carattere religioso, composta da homines religiosi. Pur nella loro varietà formale, tali princìpi spirituali avevano in comune il fatto di prevedere la rinuncia all’ego individualista che veniva sacrificato - in senso pregnante -  agli dèi, affinché la comunità prosperasse. Coloro che compivano tale sacrificio al grado più elevato, e così si proponevano come guide della comunità, erano i membri della casta sacertodale.
La Buona Novella del Salvatore Gesù Cristo offrì la possibilità a quanti vollero credere, di conoscere chi fosse il vero Dio e quale la Sua Legge. Sul primo dei suoi discepoli fu edificata la Santa Chiesa, preposta a guidare i fedeli sulla via della Salvezza, ed eleggere a questo scopo dei ministri di Dio, organizzati secondo una precisa gerarchia. Alla base di questa gerarchia vi sono i sacerdoti, coloro che per primi decidono di sacrificare sé stessi alla maggior gloria di Dio, così ricevendo il carisma che li legittima a condurre la comunità di fedeli loro assegnata. Ecco allora come i sacerdoti, in quanto servitori di Dio, si collocano in una linea d’ideale continuità con i membri della casta sacerdotale agli albori della civiltà, e da loro hanno ereditato la prerogativa di far prosperare la comunità della quale sono responsabili.
Non dimentichiamoci tuttavia che sono pur sempre uomini, e come tali possono cadere in errore, disconoscendo la ragione del proprio ufficio; o in tentazione, compresa naturalmente la tentazione di quello spirito maligno che è l’ideologia. In quel caso, quale grave danno la comunità stessa ne ricaverebbe!

 

01 aprile 2017

Su queste pietre: le Chiavi di Pietro (Episodio I)


Questa rubrica nasce con l'obiettivo di esporre in brevi pillole la storia del papato nelle sue personalità fondanti. Si cercherà così di dare un quadro generale sul ruolo del pontefice nella Chiesa Cattolica, chiarendo qualsiasi dubbio: in questi tempi di grande confusione è un dovere per un cristiano cattolico ribadire la centralità del papato e di Roma.

di Alfredo Incollingo

Nel “Vangelo secondo Matteo” (Mc 16,17) Gesù, rispondendo a Pietro (che aveva riconosciuto la sua divinità), così affermava: “Dio ti ha benedetto, Simone, figlio di Giona, perché non hai scoperto questa verità con forze umane, ma è stato mio Padre che è in cielo a rivelartela. Tu sei Pietro e su questa pietra costruirò la mia Chiesa; e tutte le potenze dell'inferno non potranno vincerla mai. Io ti darò le chiavi del Regno dei Cieli; le cose che tu non permetti sulla terra, saranno le cose che Dio non permette e le cose che permetti sulla terra, saranno le cose che Dio permette.”
In queste parole si preannuncia la morte, la resurrezione e l'ascensione al Padre e la necessità di affidare la missione di evangelizzare le genti all'apostolo Pietro, che ha creduto con fede alle Sue parole. Gesù gli ha fatto dono delle “Chiavi del Cielo”, facendolo partecipe della Sua regalità e del Suo Sacerdozio: Pietro non è Dio, è sempre un uomo al quale gli è stato affidato dal Verbo Incarnato la missione di reggere la Chiesa. L'apostolo diviene così il ponte tra il Cielo e la Terra perché “ le cose che tu non permetti sulla terra, saranno le cose che Dio non permette e le cose che permetti sulla terra, saranno le cose che Dio permette.” Così si spiega in poche parole cosa sia il pontefice, ovvero il pastore spirituale della società cristiana.
I luterani hanno nei secoli urlato la blasfemia di queste affermazioni, affermando che non ci sono rimandi scritturali che giustifichino il ruolo del papa. I protestanti troppe volte dimenticano che Lutero ha celato numerose evidenze delle Scritture pur di avvallare la propria “riforma”. Il Vangelo di Matteo ribaltano sostanzialmente il giudizio luterano. Con il mandato di San Pietro si da inizio alla Successione Apostolica che legittima il papa e l'intero ordine sacerdotale. Il prete, per farla breve, è anch'egli un “alter Christus”, come un vescovo, mentre il papa è l'anziano che lo Spirito Santo ha indicato attraverso i cardinali per succedere a Pietro. Un caso diverso dai luterani è quello degli ortodossi: pur non riconoscendo il primato romano sulle altre chiese (preferendo una concezione ecumenica della comunità cristiana), assegnano un vago valore simbolico al vescovo di Roma. Il papato, la Chiesa Cattolica o il Primato di San Pietro ha origini nei passi evangelici citati e si è dipanata per duemila anni e in là. A partire dall'apostolo e dal secondo papa, Lino, inizia il difficile cammino del cattolicesimo che si affermerà e definirà il suo ruolo nel corso dei secoli e per volontà di santi pontefici.

 

13 maggio 2016

Le donne prete: l'ultimo attacco gender alla Chiesa

di Francesco Filipazzi
Le donne prete. Anche se l'annuncio di ieri (con fanfara, trombe e tamburi) parla di una “apertura al diaconato per le donne”, per compiere opere di catechesi e servizio (diaconessa non è il femminile di diacono), le campane nella nostra mente stanno suonando a martello. Ancora una volta. Le donne infatti nella Chiesa compiono già opere di ogni tipo e parlare di diaconato è solo un espediente per aprire al alle donne prete, anche perché il diaconato femminile non ha alcuna liceità, essendo il primo grado dell'Ordine sacro.

Si vuole quindi imporre la donna prete entro breve. Non ci sono altre letture. Ormai il metodo di lavoro di Papa Francesco lo conosciamo e presto o tardi qualcuno ci verrà a dire che le donne prete sono perfettamente in linea con la Bibbia, ma anche con i Veda, il Corano e, perché no, con il Necronomicon.

Su questo argomento però non si può discutere e l'unico modo per avere le donne prete sarebbe andare contro il Magistero, anche recentissimo, della Chiesa e contro le pronunce di due predecessori dei tempi moderni, Beato Paolo VI e San Giovanni Paolo II. Sappiamo però che Francesco se vuole fare una cosa la fa, esattamente come è accaduto con la pericolosissima Amoris Laetitia che apre all'Eucarestia per i divorziati (sì, esatto), ma su questo frangente il discernimento caso per caso non esiste (se poi esista in generale è una discussione ancora aperta). O le donne possono fare le pretesse o no. E ovviamente non possono.

E' chiaro che le donne diacono ci metterebbero pochi minuti ad arrogarsi il diritto di celebrare messe, “consacrare”, imporre le mani, impartire sacramenti. Sappiamo che succederà. E quindi fra pochi anni ci diranno “ormai è prassi pastorale, le donne prete nei fatti ci sono già e non c'è motivo per cui non vadano pienamente ordinate”.

Ora capiamo perché l'Osservatore Romano poco tempo fa ha pubblicato sproloqui riguardo le done prete. Non era una boutade fuori controllo, ma qualcosa di predisposto ad hoc. La strategia è quella di indorare la pillola. E capiamo perché Bergoglio ha voluto sottolineare la possibilità di lavare i piedi alle donne, visto che la lavanda dei piedi è l'episodio evangelico in cui si istituisce l'Ordine.

Il bombardamento mediatico d'altronde è già iniziato, puntuale come un orologio svizzero. La frase fotocopia sui giornali è la seguente: “la motivazione comunemente addotta per dire che le donne non possono fare i preti è che durante l'ultima cena non erano presenti donne”. Quel “comunemente addotta” è la tipica espressione da progressista che vuole comandare in casa d'altri. 
"Comunemente" in questo caso rappresenterebbe il pensiero dei pontefici della Chiesa Cattolica, che evidentemente passavano in Vaticano per caso, oltre ad una presa di posizione fattualmente ex Cathedra di Giovanni Paolo II, dunque infallibile e non modificabile, nemmeno da un suo successore, perché basata nientepopodimenoche sulle disposizioni di Nostro Signore Gesù Cristo.

“Pertanto – scriveva Giovanni Paolo II nel 1994 – al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l'ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa”.

Però, siccome pare non valga più neanche l'espressione “l'uomo non divida ciò che Dio ha unito” pronunciata da un certo Gesù (qualcuno se lo ricorda?), tanto meno può valere il pronunciamento di un Papa. Di fronte a questa volontà di stravolgere ogni sacramento è comunque bene ricordare che mai e poi mai le donne potranno essere presbitero. E' definitivo. Qualora le donne diventassero pretesse la Chiesa Cattolica non sarebbe più tale, perché andrebbe contro il disegno di Dio. Nessun uomo è proprietario dei sacramenti, men che meno il Papa.

Paolo VI al riguardo scrisse : “La ragione vera è che Cristo, dando alla Chiesa la sua fondamentale costituzione, la sua antropologia teologica, seguita poi sempre dalla tradizione della Chiesa stessa, ha stabilito così. Che in un coro di voci umane vi sia il tenore e vi sia il soprano, e con quale differenza e insieme con quale armonia di effetti artistici, non è una preferenza per l’uno e un torto per l’altra, ma un ordine, fondato sull’essenza delle persone che lo compongono, una bellezza che ha per origine la sapienza ontologica della natura, cioè di Dio creatore”.

E' chiaro che, alla luce di quanto appena riportato, si smaschera ancora una volta cosa ci sia dietro la possibilità che le donne diventino prete. Una volontà malcelata di azzerare i sessi e le loro differenze, una teoria del gender in salsa ecclesiastica, che va ad attaccare la base stessa del disegno divino anche e soprattutto contro il sacramento dell'Ordine. Per costruire il mondo di Satana non basta confondere i ruoli di padre e madre, ma si deve attaccare anche e soprattutto quello del presbitero. 

Che sia un Papa a dare adito a tutto ciò, è sinceramente sconfortante. Che nessuno, neanche fra i fantomatici “buoni pastori” apra bocca da mesi, lo è ancora di più.
 

07 ottobre 2015

Il «prete che giustifica i pedofili», la Chiesa e il cattivo giornalismo


di Giuliano Guzzo 

Spopola su internet sollevando comprensibile indignazione, in queste ore, il video di una trasmissione televisiva – L’aria che tira –, nel quale si vede un anziano sacerdote trentino che, di fatto, sembra giustificare la pedofilia. In effetti – anche se l’intervista diffusa, come si può ben notare, è esito di un “taglia e cuci” sospetto – alcune parole pronunciate sono gravissime, specie laddove il prete pare sostanzialmente attenuare la responsabilità di chi commette abusi sui minori facendo presente che «alcuni bambini cercano l’affetto che non hanno in casa e qualche prete può anche cedere», tanto è vero che l’Arcidiocesi di Trento – oltre a dissociarsi – ha subito annunciato la revoca di ogni incarico.
Ora, per capire come un uomo di Chiesa possa essersi spinto fino a considerazioni così allucinanti, mi sono messo in contatto con alcuni fedeli della sua parrocchia scoprendo che costui – in passato soprannominato don Valvola per un’antica passione per l’elettronica, su cui più volte si è ironizzato – oltre ad essere avanti con gli anni, con una formazione approssimativa e ad avere problemi di salute, non è (più) parroco e comunque era già noto per uscite spiazzanti; una volta, per dire che personaggio sia, parlando di un dogma s’inventò «gli spermatozoi dello Spirito Santo»: il livello è questo. Non a caso, fino a ieri, si limitava solo a portare la comunione agli anziani e, ogni tanto, a celebrare qualche Messa: nulla di più. 
Tutto ciò – sia chiaro – non giustifica le sue dichiarazioni; tuttavia porta a domandarsi se il problema sia più di un cattivo clero o di un cattivo giornalismo che si serve della confusione mentale di un anziano per riscaldare la minestra dell’anticlericalismo e per mostrare, istigando facile indignazione, quanto disumana sia la Chiesa d’un tempo a differenza, per esempio, di quella – l’accostamento è implicito, ma c’è – di monsignor Charamsa, che per amore del compagno sacrifica eroicamente la carriera. Sì, perché fra le “esternazioni” di don Gino Flaim – così si chiama il sacerdote fresco di seminario avvicinato da La7 -, echeggia pure una condanna dell’omosessualità così fieramente rivendicata dall’ormai ex ufficiale della Congregazione per la Dottrina della Fede.
Tuttavia, se c’è una miriade di sacerdoti pronti – anche in Trentino – a ribadire con chiarezza da un lato le posizioni della Chiesa sulla morale sessuale e, dall’altro, la netta condanna di ogni abuso (Gesù, del resto, è stato chiarissimo), sono infinitamente più rari coloro che giungono alle “argomentazioni” di don Flaim. Eppure è proprio sull’attempato e poco lucido sacerdote che le telecamere di L’aria che tira – curiosamente salite in quel di Trento – hanno scelto di focalizzarsi: chissà perché. Forse per far credere che l’alternativa alla “Chiesa del futuro”, idealmente incarnata dal fotogenico monsignore di cui tanto si parla in questi giorni, sia quella ipocrita, che da un lato tuona contro il degrado dei costumi e dall’altro insabbia casi di pedofilia arrivando a giustificarli?
Chi può dirlo; il sospetto, però, viene. Ad ogni modo è bene, a proposito di pedofilia, che – oltre ad indignarsi per le farneticazioni di un anziano – ci si renda conto di come oggi stanno le cose, con – come rileva il laicissimo e prestigioso John Jay College of Criminal Justice – la diffusione degli abusi sui minori nelle scuole pubbliche, nelle società sportive giovanili e fra i boy scout non cattolici che è sedici volte maggiore di quella riscontrata nelle scuole e parrocchie cattoliche, ambienti dunque sedici volte più sicuri. Intendiamoci: anche un solo pedofilo prete è qualcosa d’inaccettabile, così come del tutto inaccettabili sono le parole di chi giustifica gli abusi o non fosse chiaro nel condannarli. Ma sapere, in generale, come stanno davvero le cose è importante, vista L’aria che tira.

 

05 settembre 2015

Preti sposati, cornuti e mazziati


di Francesco Filipazzi

"Bergoglio si china alla volontà dei tradizionalisti e affossa il Concilio Vaticano II. Ancora chiusure e immobilismo dai pronunciamenti papali sui preti sposati e sul rinnovamento della Chiesa e della teologia in chiave biblica". Non è una barzelletta, ma una dichiarazione vera, rilasciata da un'associazione fondata nel 2003. L'associazione dei preti sposati. 


Dunque veniamo a sapere che, fra le tante micro associazioni che rivendicano cambiamenti fra i più disparati nel cattolicesimo, c'è un'associazione che rivendica il matrimonio per i preti della Chiesa di Roma. "Sembra talco ma non è", direbbe Pollon. In realtà sapevamo già che esisteva, ma basta una ricerca su internet con le giuste parole chiave per trovare anche rivendicazioni dalle "mogli e amanti dei preti sposati", le quali narrano in maniera lacrimosa le loro difficoltà nell'essere le donne dei preti. Chiedono al Papa di sciogliere i loro uomini dal vincolo del celibato. "Come in quelle favole in cui alla fine arriva una fata buona a sciogliere l'incantesimo che impedisce al principe di amare e essere amato", spiega la giornalista, forse prendendole un po' in giro, forse no. Il Papa dunque diventa la fata turchina, porta le monetine in cambio di dentini, manda via il Bau Bau dall'armadio, risveglia la ragazza punta dall'arcolaio. Ma non è finita. "La cosa peggiore quando stai con un prete-racconta - è che pensi di commettere un peccato", dice una di loro. Ma va?
Insomma, una baracconata così non si vedeva da un pezzo, dai tempi di Milingo, ma si sa, l'era dei diritti inventati avanza e quindi anche noi vegani che mangiamo la carne abbiamo diritto di cittadinanza
Ciò che merita una risata a parte è però il riferimento al Vaticano II, il concilio di serie B (zona retrocessione che non ha proclamato neanche mezzo dogma), di cui abbiamo parlato recentemente, che a quanto pare "Bergoglio" (non Papa Francesco, usano il cognome) starebbe disattendendo. 
Peccato che il Vaticano II dei preti sposati se ne sia fregato altamente e anzi, nel 1967, dunque dopo il Concilio, Papa Paolo VI abbia scritto un'enciclica molto bella dal titolo "Sacerdotalis Caelibatus" (link), nella quale dice appunto che i preti di Santa Romana Chiesa non si devono sposare. Non citiamo San Paolo, quello della Bibbia, perché avendo scritto prima del Vaticano II è derubricato a gioppino del paese, fatto sta che anche un Papa post conciliare dice le stesse cose.


"Ma cosa mi dici mai?", direbbe Topo Gigio. Dunque uno che si fa sette anni di seminario e non ha capito che il prete non si sposa, non ha capito un tubo? Uno che vive in Italia e non ha capito che un prete non si sposa deve informarsi meglio? 
Ebbene sì, cari preti sposati, è ora di piantarla di inventarsi rivendicazioni inutili e velleitarie e illogiche. Se volete fare i preti sposati, a quanto pare, quella è la porta. Andate a fare gli anglicani, gli ortodossi, trasferitevi in una chiesa orientale. 
Per pietà, fateci il piacere di non prendervela con la San Pio X almeno, che a quanto pare ha il grave peccato di essere "tradizionalista" e quindi i preti cosiddetti lefebvriani sarebbero peggio dei preti sposati. Evidentemente nella scala di valori in cui l'immondizia rappresenta il valore più alto, essere preti ligi al proprio dovere, pur non avendo una visione pastorale assimilabile a quella della massa, è molto peggio del voler distruggere la Chiesa con dottrine ridicole. 
Nel mondo alla rovescia certe cose succedono. Fatto sta che dalla San Pio X ci si può confessare con la benedizione papale, con i preti sposati invece, neanche un caffè.

 

21 ottobre 2014

Paolo VI: allora progressista, oggi reazionario.



di Francesco Filipazzi
La beatificazione di Paolo VI ha suscitato l'interesse dei media, orfani di un Sinodo che non ha rispettato le aspettative in termini di aperture dannose e contrarie alla dottrina. I Tg e i giornali dunque si sono interessati alla figura del pontefice che ha chiuso il Concilio Vaticano II, descrivendolo come un grande Papa di cambiamento e di riforma, ignari, volutamente o perché ignoranti, del fatto che Paolo VI oggi sarebbe additato come oscurantista e retrogrado.
Il magistero di Giovanni Battista Montini non fu per nulla “progressista” e durante quel pontificato certe discussioni e riflessioni marxiste (sottolineiamo la voluta ambiguità del termine) e kasperiane, sarebbero state respinte con sdegno. Le encicliche parlano chiaro, culminando nella mitica ed eroica Humanae Vitae, scritta in un periodo di rivolgimenti epocali, in cui imperversavano il '68 e la violenza femminista, iniziavano a premere le derive abortiste e divorziste e gli anti concezionali iniziarono ad essere distribuiti come caramelle.

Riguardo il matrimonio leggiamo ad esempio che “L’amore coniugale rivela massimamente la sua vera natura e nobiltà quando è considerato nella sua sorgente suprema, Dio, che è "Amore", che è il Padre da cui ogni paternità, in cielo e in terra, trae il suo nome". Il matrimonio non è quindi effetto del caso o prodotto della evoluzione di inconsce forze naturali: è stato sapientemente e provvidenzialmente istituito da Dio creatore per realizzare nell’umanità il suo disegno di amore. […]. Per i battezzati, poi, il matrimonio riveste la dignità di segno sacramentale della grazia, in quanto rappresenta l’unione di Cristo e della chiesa”. La finalità del matrimonio è inoltre indubbia: “Il matrimonio e l’amore coniugale sono ordinati per loro natura alla procreazione ed educazione della prole. I figli infatti sono il preziosissimo dono del matrimonio e contribuiscono moltissimo al bene degli stessi genitori”.

L'aborto è rifiutato nettamente. Se ne parla nel paragrafo “Vie illecite alla regolazione della natalità”. “In conformità con questi principi fondamentali della visione umana e cristiana sul matrimonio, dobbiamo ancora una volta dichiarare che è assolutamente da escludere, come via lecita per la regolazione delle nascite, l’interruzione diretta del processo generativo già iniziato, e soprattutto l’aborto diretto”.

I metodi anti concezionali sono inoltre rifiutati e considerati come via principale all'infedeltà coniugale. Questi metodi sono contrari alla dignità della donna. Il paragrafo 17 dell'enciclica è un vero e proprio colpo di scena: “Si può anche temere che l’uomo, abituandosi all’uso delle pratiche anticoncezionali, finisca per perdere il rispetto della donna e, senza più curarsi del suo equilibrio fisico e psicologico, arrivi a considerarla come semplice strumento di godimento egoistico e non più come la sua compagna, rispettata e amata”.


Il lettore penserà che qui si stia cercando di strumentalizzare un'enciclica. Com'è possibile che il Papa del primo post concilio non sia moderno e trendy? Ci sarà sicuramente una qualche enciclica più aperturista. Invece no. Parliamo ad esempio del celibato sacerdotale. Una delle grandi problematiche dei nostri tempi è la balzana idea, portata avanti purtroppo anche da qualche sacerdote, che il prete possa vivere bene la propria vocazione anche se sposato. Addirittura si narra di preti che in Austria convivono more uxorio con delle donne e nei puzzolenti salotti televisivi italici capita che venga proposta l'esperienza del prete che vuole vivere il suo amore con la donna della sua vita. Paolo VI visse nel periodo in cui nacquero tutte queste storture e la risposta non si fece attendere. La Sacerdotalis Caelibatus. Un'enciclica lunga, che analizza il problema del celibato in modo approfondito e offre tutte le risposte del caso. Il messaggio è anche qui inequivocabile “ Noi dunque riteniamo che la vigente legge del sacro celibato debba ancora oggi, e fermamente, accompagnarsi al ministero ecclesiastico; essa deve sorreggere il ministro nella sua scelta esclusiva, perenne e totale dell'unico e sommo amore di Cristo e della consacrazione al culto di Dio e al servizio della Chiesa, e deve qualificare il suo stato di vita, sia nella comunità dei fedeli, che in quella profana”.

Abbiamo qui citato l'ultima e la penultima enciclica di Paolo VI, quelle scritte dopo il Concilio e quindi quelle che avrebbero potuto risentire dello spirito del “concilio dei media”. Ma non fu così, perché Montini non era così. Nella sua prima enciclica, Ecclesiam Suam, questo pontefice vissuto in uno dei periodi peggiori per la Chiesa del '900, scrisse nel paragrafo “Vivere nel mondo e non del mondo: Sarà opportunissima cosa che anche il cristiano d'oggi abbia sempre presente questa sua originale e mirabile forma di vita, che lo sostenga nel gaudio della sua dignità e che lo immunizzi dal contagio dell'umana miseria circostante, o dalla seduzione dell'umano splendore parimenti circostante.” Ecco come san Paolo medesimo educava i cristiani della prima generazione: Non unitevi a un giogo sconveniente con gli infedeli; poiché che cosa ha a che fare la giustizia coll'iniquità? e che comunanza v'è tra la luce e le tenebre?... che rapporto tra il fedele e l'infedele? La pedagogia cristiana dovrà ricordare sempre all'alunno dei tempi nostri questa sua privilegiata condizione e questo suo conseguente dovere di vivere nel mondo ma non del mondo, secondo il voto stesso sopra ricordato di Gesù a riguardo dei suoi discepoli: Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.E la Chiesa fa proprio tale voto.” Un voto portato avanti fra mille difficoltà.

 

29 agosto 2014

Un Campari con ... i Metatrone, l'heavy metal cattolico made in Italy

a cura di Lorenzo Roselli

Christian metal. Tra gli amanti dell'heavy metal è impossibile non averne sentito parlare almeno una volta, nel bene o nel male, magari con la denominazione più giornalistica di White metal. Sorto sul finire degli anni '70 con la comparsa della prima band ascrivibile al genere, gli svedesi Jerusalem, e portato alla notorietà negli anni '80 con gli esuberanti Stryper, il Metal cristiano è ormai una realtà consolidata a livello mondiale, con riviste, festival e case discografiche ad esso interamente dedicate, costituendo il più espanso e prolifico genere di musica cristiana contemporanea.
 

30 aprile 2014

San Giovanni XXIII: un Papa con la tiara (seconda parte)


prima parte qui
 
di Federico Catani
Venendo agli aspetti spirituali e di Magistero di s. Giovanni XXIII, egli firmò un’Enciclica che non viene mai menzionata (guarda caso!), la Grata Recordatio (26 settembre 1959), tutta dedicata al Santo Rosario, preghiera che il Papa amava molto e raccomandava, confidando che recitava le tre corone quotidianamente. Un vero e proprio colpo mortale per chi pensa che la preghiera del Rosario sia superata o adatta solo a vecchiette bigotte. Non bisogna poi dimenticare la Lettera apostolica Inde a primis (30 giugno 1960), con la quale Giovanni XXIII promuoveva e rilanciava il culto al Preziosissimo Sangue di Gesù (culto che nel giro di dieci anni praticamente scomparì, venendo meno anche la festa liturgica). C’è poi uno dei testi meno noti di Papa Roncalli, un documento scomodo, approvato pochi mesi prima dell’apertura del Concilio, il 22 febbraio 1962: la Costituzione apostolica Veterum Sapientia. Si tratta del documento che riafferma con forza l’uso del latino come lingua immutabile della Chiesa, lingua da studiare nei seminari, da impiegare nei documenti e negli atti ecclesiastici e, soprattutto, nella liturgia. Anche in questo caso, in meno di dieci anni tutto fu stravolto e l’apertura alla lingua volgare nella Messa si trasformò, di fatto, in completa abolizione del latino. Ma tale non era la volontà di Papa Giovanni.

A tal proposito, circa lo stravolgimento che ha subìto la liturgia dopo il Concilio, occorre notare che è proprio di Giovanni XXIII l’ultima edizione del Messale Romano “tridentino” (1962), che ancora oggi, grazie al Motu proprio Summorum Pontificum, i fedeli e i sacerdoti legati alla Messa antica possono usare. Se Roncalli avesse avuto in mente di rivoluzionare la celebrazione della Messa, non avrebbe pubblicato quel Messale, in cui peraltro fece aggiungere il nome di San Giuseppe nel Canone (anche questa scelta fu senza dubbio di orientamento tradizionale). Con Giovanni XXIII, pertanto, non vi furono strappi liturgici e quel che fu modificato (già a partire dalla riforma della Settimana Santa di Pio XII) rientrava nell’ottica di una giusta riforma nella continuità: maggior spazio (peraltro già prima del Concilio) al vernacolo, incentivazione della Messa dialogata, soppressione di ottave  ridondanti, e così via. Si dovrebbe domandare a certi tradizionalisti che storcono il naso anche di fronte al Messale del 1962 a cosa vorrebbero ritornare. Al Messale di Pio IX? A quello di Innocenzo III? A quello di Gregorio Magno? Oppure direttamente a san Pietro? Un conto è avere riserve sul Novus Ordo, che effettivamente, pur valido, è stato uno stravolgimento della liturgia cattolica e che andrebbe corretto quanto prima, altro è non accontentarsi mai e sognare l’immobilismo liturgico, che nella storia della Chiesa non c’è mai stato. Ecco perché non sarebbe un sacrilegio proporre di tornare al Messale “provvisorio” del 1965, frutto del Concilio, accettato, fin quando non cadde nel dimenticatoio, persino da mons. Marcel Lefebvre. Altra nota da considerare è che sì, Papa Giovanni tolse l’aggettivo perfidis riferito ai Giudei nella preghiera del Venerdì Santo, ma continuò a pregare per la loro conversione a Cristo senza ambiguità e senza che nessuno né oggi né allora protestasse, sia tra gli ebrei sia tra i cattolici. Tra l’altro, in difesa di Papa Roncalli e per ribadire che la riforma del 1970 è andata oltre quanto egli stesso pensava, va detto che quando era nunzio apostolico a Parigi, guardando gli altari di alcune chiese francesi girati per permettere al sacerdote di celebrare rivolto ai fedeli, disse che si trattava di “innovazioni liturgiche che poco mi piacciono”, ideate da “teste ardenti e un po’ bislacche”. Nella IV Domenica di Quaresima del 1963, a Ostia, ebbe ad esclamare: “sono molto contento di essere arrivato fin qua ma se mi debbo esprimere con un desiderio, vorrei che in chiesa non ridiate, non battiate le mani e non salutiate neanche il Papa”. E ancora, in tempi, come i nostri, in cui si esalta la povertà e la semplicità (in realtà trattasi di misero pauperismo) specie nel culto (che è dovuto a Dio e dunque dovrebbe prevedere la massima cura), nessuno sembra voler rammentare che Giovanni XXIII ha sempre usato la sedia gestatoria, i flabelli, il baldacchino, mitrie e paramenti preziosi, ricche croci pettorali, le pantofole rosse papali, la mozzetta bordata di ermellino, la tiara e persino il camauro! Se fosse stato così avanguardista come sostengono Melloni e compagnia cantante, avrebbe gettato tutto via (come purtroppo avvenne in seguito). E invece no. Anzi, non abolì nemmeno la Guardia nobile!

Anche la visione giovannea del sacerdozio era pienamente tradizionale. Nel Sinodo romano che si tenne nel 1960 furono stabilite rigide norme per il clero. I preti erano obbligati a portare sempre non solo la talare, ma anche il soprabito o almeno il ferraiolo e il cappello, non dovevano mai comparire in pubblico alla guida di un’automobile con a bordo una donna, fosse pure una parente, né andare al teatro, al cinema o allo stadio. Norme, come ognuno può vedere, assai rigide, ma assai significative se si pensa all’immensa dignità del sacerdozio e alla sua sacralità. Non è un caso che modello di Giovanni XXIII fu sempre il santo Curato d'Ars. D’altronde, che Roncalli concepisse il sacerdozio in maniera cattolica (e non simil-protestante come avviene oggi) lo si evince anche da come affrontò alcune questioni spinose. Sui preti operai fu, è vero, troppo cauto, nonostante avesse approvato il 3 luglio 1959 un decreto del Sant’Uffizio in cui tale esperienza veniva considerata incompatibile con la visione tradizionale del sacerdozio, ordinandone una graduale conclusione. In effetti, Papa Roncalli non condivise mai del tutto simili iniziative. Da nunzio a Parigi, scrisse sulla sua agenda, il 24 marzo 1952, che questi fenomeni erano “segno evidente di un difetto di sollecitudine nei Seminari: manca l’applicazione agli antichi princìpi di disciplina ecclesiastica”. 

Giovanni XXIII si occupò anche di don Lorenzo Milani, idolo ancora oggi di tutti i progressisti. Ebbene, nel 1958 il libro del sacerdote fiorentino Esperienze pastorali venne censurato dal Sant’Uffizio. Del resto, Roncalli, da cardinale ebbe a scrivere, circa don Milani e il suo testo: “L’autore del libro deve essere un povero pazzerello scappato dal manicomio. Guai se si incontra con qualche confratello della sua specie! (…) Ab insidiis diaboli libera nos, Domine!”. Ci fu poi il caso Teilhard de Chardin. La condanna delle sue opere risale al 1962, sette anni dopo la sua morte. I motivi del monito del Sant’Uffizio andavano trovati nell’evoluzionismo filosofico e teologico di Teilhard de Chardin. Un altro duro colpo, quindi, al pensiero progressista e modernista.


Insomma, senza negare alcuni punti deboli, Giovanni XXIII è stato tutt’altro che il Papa rivoluzionario e progressista descritto dall'informazione mainstream. San Giovanni XXIII è stato sì il Papa del Concilio, ma con la tiara e la Messa tridentina.