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20 dicembre 2016

Trattato sulla "tolleranza"


di Roberto De Albentiis

Molti pensano che il cristianesimo sia la religione “del dialogo” e “della tolleranza”; bene, mi dispiace, ma non è così, il cristianesimo è la religione dell’annuncio che Nostro Signore Gesù Cristo è Dio e Re (non molto relativista, invero, se diceva di essere, e nemmeno “una” ma “la”, “Via, Verità e Vita”), e, soprattutto, è la religione dell’Amore, dell’Amore sacrificale che porta alla Croce, non della melassa sentimentalista e buonista con cui viene oggi scambiato l’amore o della finta tolleranza di derivazione illuministica, nata anzi contro il cristianesimo. Prima lo si capisce, prima finiranno molti equivoci.

Oggi, quando si vuole tappare la bocca a qualcuno per le sue idee scomode (in grande maggioranza cristiane, certo, ma non solo), lo si accusa di essere “intollerante”: si badi bene, non si scende mai nel merito delle affermazioni, giuste o sbagliate che siano, ma si dice che sono “intolleranti”; non si dice che siano vere o false, ma si dice che “non possono essere dette”. Esempi di censure democratiche e politically correct ne abbiamo sotto gli occhi ogni giorno di più: censure “anti-razziste” (con l’effetto di far aumentare la vera xenofobia!), “anti-omofobia” (con l’effetto, anche qui, di far aumentare il fastidio delle persone nei confronti degli omosessuali!), anti-negazioniste (contro la negazione di un ben preciso genocidio, ma solo di quello, e non certo di altri), e chi ne ha più ne metta.

Il mondo moderno è così alieno dal concetto di verità, di qualsiasi verità, che, in nome della tolleranza, non può fare altro che censurare l’interlocutore, perché non in grado di controbattere efficacemente; e si ha così il caso di un pensiero debole, quello liberale moderno, che spinge verso la debolezza e l’appiattimento tutti gli altri pensieri.

Uno dei bersagli preferiti è il pensiero cristiano che, frutto dell’incontro tra l’antica sapienza ebraica, la filosofia greca e il diritto romano, è un osso fin troppo duro da addentare e digerire e, visti gli insuccessi delle persecuzioni aperte, si prova a svuotarlo di significato: ecco quindi che, per mettere in cattiva luce l’interlocutore cristiano, per tappargli la bocca, lo si accusa di essere incoerente, di essere non “tollerante”, come predicherebbe la sua religione. Ma è così?

Certamente quella cristiana è la religione dell’Amore, ma dell’Amore fondato sul Logos (“E il Verbo si fece carne”; il Verbo, prima di tutto, non l’Amore, per quanto Verbo e Amore coesistano), e che dimostra tale solido amore proprio con l’Incarnazione e con la morte in Croce di Cristo; altro che obamiano e arco balenato “love is love”! L’amore mondano nulla ha a che vedere con quello autenticamente cristiano, essendone una mera e vuota parodia; del resto, quanti degli arcobalenati e degli assertori di tale amore sarebbe disposto a sacrificare sé stesso per le sue idee? Piuttosto, si sacrifichino gli altri, in nome della “tolleranza” e dei “diritti umani”!

L’amore cristiano è tollerante? No. O meglio: è tollerante verso la persona, soprattutto se peccatrice (ma chi non lo è?), perché sa che la persona umana, per l’antica colpa di Adamo ed Eva, è peccatrice, debole, fragile, e senza la grazia divina e il proprio impegno personale, nulla può fare di buono; ma non è affatto tollerante verso gli errori e il peccato, no, mai. Del resto, la tolleranza è un fenomeno di invenzione illuminista, nato proprio contro il cristianesimo, e in specie il cattolicesimo: non si scordi che Locke e Voltaire erano fanatici anticattolici, e quando invocavano la tolleranza era solo per dare addosso all’”infame”, cioè alla Chiesa, loro mortale nemica.

Ma poi, che intollerante questo Gesù, che si definisce Dio e Figlio di Dio, che intollerante quando scaccia i mercanti dal Tempio, o che intollerante quando dice che senza di Lui non possiamo fare niente: non poco o male, NIENTE! O che intolleranti gli Apostoli, come San Paolo, che dicevano che i peccatori impenitenti non avrebbero ereditato il Regno dei Cieli, che chi si comunicava indegnamente avrebbe mangiato la propria condanna, o che non solo non bisogna partecipare alle opere delle tenebre, ma addirittura denunciarle! O che intolleranti i primi cristiani, che pur di non partecipare ai sacrifici pagani o anche solo ai giochi gladiatori, subirono cruente persecuzioni!

Il mondo moderno non riconosce la verità e i suoi diritti, che soli dovrebbero avere spazio, e per questo la combatte strenuamente: soprattutto ai giovani insegna ad essere “tolleranti”, di una tolleranza che non fa prendere posizione davanti al bene o al male (che anzi sono sempre più equiparati, con l’esito finale di far trionfare il male sul bene), che rende schiavi dei propri vizi (che vanno non combattuti, ma, appunto, tollerati), che non spinge a grandi gesti e decisioni, ma fa rimanere nelle proprie situazioni.

Vorrei finire con una frase di uno dei più grandi filosofi e teologi del secolo scorso, Reginald Garrigou-Lagrange, che affermava a ragione che “La Chiesa è intransigente sui principi, perché crede, ma è tollerante nella pratica, perché ama. I nemici della Chiesa sono invece tolleranti sui principi, perché non credono, ma intransigenti nella pratica, perché non amano. La Chiesa assolve i peccatori, i nemici della Chiesa assolvono i peccati.” Volete un facile esempio? Pensate al sesso (non me ne si faccia una colpa, il mondo di oggi gronda sesso da ogni poro, ascoltare un’opinione diversa non ucciderà nessuno!). Oggi il mondo propone sesso in tutte le salse, oggi si ha quasi dignità solamente se si è consumatori sessuali, se si incanalano tutte le proprie energie in tali attività, che peraltro con una normale e sana sessualità nulla hanno a che vedere; ma cosa succede se non ci si interessa a queste proposte, se anzi si propongono o si riscoprono vere alternative, come un fidanzamento serio, la dominanza di sé, il matrimonio? Dal mondo “aperto” e “tollerante”, che tutto permette perché dice di volerti bene, si viene ostracizzati e ridicolizzati. La Chiesa propone una ben precisa e, sì, esigente sessualità, ma se per qualsiasi motivo si cade e ci si pente, è pronta a perdonare e dimenticare. Chi è che mostra vero amore e versa comprensione? E questo esempio è applicabile a tutte le realtà possibili.

Termino con uno strano appello: siate san(t)amente intolleranti, intolleranti alle vere e proprie imposture ideologiche, filosofiche ed esistenziali che vi propinano, siate intolleranti con chi vi prende per deficienti, incapaci di gesti eroici o forti, siate intolleranti con le idee false ed errate. E siate amorevoli, e forti, come amorevole e forte era Gesù Cristo, che tutto era tranne che un mollaccione o un finto buonista, ma era insieme forza poderosa e amore infinito.


 

14 luglio 2016

Ma l’Italia non è un Paese razzista


di Giuliano Guzzo

Si è ufficialmente costituita la Commissione Jo Cox contro l’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio presieduta dalla Presidente della Camera, che annuncia si metterà subito insieme agli altri componenti «al lavoro sul serio contro il razzismo», allo scopo «di individuare il fenomeno, riconoscerlo e poi mettere in campo misure per prevenirlo e contrastarlo». Ora, questa ennesima notizia – unitamente alla prolungata mediatica sui gravi fatti di Fermo – potrebbe alimentare il sospetto che il nostro Paese sia balia di sentimenti razzisti. Ebbene, fortunatamente non solo non è così, ma per quanto possono i dati collocano l’Italia fra i Paesi europei più tolleranti.

Infatti – posto che anche un solo episodio di razzismo va condannato con fermezza – se si vanno a vedere i numeri dell’annuale rapporto dell’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti dell’uomo (Odihr) dell’Osce – organizzazione per la sicurezza e la cooperazione che dal 2006 raccoglie e sistematizza informazioni e statistiche ricevute dagli Stati aderenti – si scopre in effetti come da un lato i casi di violenza segnalati siano in aumento, anche se questo è verosimilmente determinato da un sistema più efficiente di rilevazione e di comunicazione dei dati, ma, dall’altro, come il confronto fra altri importanti Paesi europei veda l’Italia particolarmente tollerante.

Gli episodi di razzismo e xenofobia segnalati nel nostro Paese nel 2014 ammontano difatti a poco più di 400 – per la precisione, 413 –, che è comunque un numero da non sottovalutare anche se molto più basso di quelli registrati in Francia (678), Finlandia (829), Germania (2.039), Svezia (2.768) e Regno Unito (43.113), tutti Paesi solitamente osannati come più avanzati e civili del nostro. Certo, si può sempre obiettare che questi dati possono risentire di una differente propensione, da Paese a Paese, alla segnalazione degli atti di violenza ma, a parte che la cosa è tutta da dimostrare, la discrepanza tra quanto rilevato in Italia rispetto agli altri Paesi è troppo elevata per essere spiegata solo così.

Più probabile appare invece l’ipotesi che questi dati – che riguardano segnalazioni effettive, ancorché non casi accertati, e non stati d’animo della popolazione o pensieri registrati da rilevazioni che poi, però, nulla dicono di fattuale – riflettano sostanzialmente la realtà di un Paese, il nostro, che per quante contraddizioni e problemi abbia, non si può certo considerare inospitale o dominato dalla xenofobia. Affermare tutto questo, sia chiaro, non significa abbassare la guardia o invitare a farlo nei confronti dell’intolleranza, ma semplicemente ribadire quanto affermava Indro Montanelli (1909-2001), uno che i pregi e limiti del nostro popolo li conosceva bene: «Gli italiani non sono razzisti, non è nel loro DNA».

https://giulianoguzzo.com/2016/07/13/ma-litalia-non-e-un-paese-razzista/
 

11 luglio 2016

L’antirazzismo come ideologia


di Giuliano Guzzo

Più giorni passano dai fatti di Fermo, costati la vita al nigeriano Emmanuel Chidi Nnamdi dopo uno scontro con Amedeo Mancini, piccolo imprenditore del luogo ed ultrà con simpatie per l’estrema destra, e maggiormente diviene chiaro come – al di là di questo gravissimo episodio, sul quale è doveroso venga fatta la massima chiarezza – per una parte assai minoritaria ma non per questo sottovalutabile del Paese ancora in balia di pensieri razzisti, ve ne sia specularmente un’altra dominata da un antirazzismo talmente esasperato da risolversi, a sua volta, in una forma d’odio. Non mi sto riferendo alle ricostruzioni iniziali di quanto accaduto a Fermo – del tutto unidirezionali e che riferivano quasi di un linciaggio ai danni di una coppia di immigrati, in cui il marito si sarebbe immolato per tutelare la dignità della moglie – alle surreali parole di commento venute dopo – un sacerdote pare sia sbilanciato, in aperto contrasto con la “svolta” ecclesiale misericordiosa verso i peccatori, a definire «senz’anima» Mancini – e neppure all’atteggiamento delle massime cariche istituzionali dello Stato, decise a essere presenti ai funerali del richiedente asilo dopo aver clamorosamente disertato quelli delle dieci vittime del massacro di Dacca.

Credo infatti che ciascuno di questi aspetti possa essere ricondotto a quanto dicevo poc’anzi circa il delinearsi – come esito obbligato del politicamente corretto – di un atteggiamento di antirazzismo ideologico, le cui manifestazioni spaziano da un costante pregiudizio positivo verso la figura dell’immigrato, ormai definita «risorsa» a prescindere, quasi che la provenienza straniera fosse automatica garanzia di virtù, ad un parallelo astio nei confronti non solo di tutti coloro che si rendono effettivamente autori di condotte razziste, ma anche verso chi non esprime aprioristico entusiasmo verso i fenomeni migratori. Quanto accaduto a Fermo – con le prime, avventate ricostruzioni totalmente smentite sia dalle testimonianze sia, a quanto pare, dell’autopsia sulla vittima – da questo punto di vista non è quindi che solo la conferma del radicamento di un’ideologia che, a differenza di quella espressa dai movimenti razzisti – che rimane da condannare senza se e senza ma –, gode di una formidabile copertura mediatica che, a ben vedere, la rende almeno altrettanto pericolosa dal momento che, come si diceva poc’anzi, di fatto semina odio; non rivolto a chi ha la pelle o la cittadinanza diversa, ma comunque odio.

Intendiamoci: non è la prima volta, storicamente, che coloro che in teoria dovrebbero contrastare l’odio in pratica non fanno che orientarlo altrove. Celebre anche se non sempre ricordato, al riguardo, l’esempio di Voltaire – da molti ritenuto e ancora oggi citato come il “padre della tolleranza”, il quale non solo non disse mai quel «non condivido le tue idee, ma mi batterò fino alla morte affinché tu possa esprimerle» (frase che dobbiamo alla britannica Evelyn Beatrice Hall), ma lucrò sulla compravendita di schiavi e definì la persona di colore «un animale che ha lana sulla testa, cammina su due zampe, è quasi tanto pratico quanto una scimmia». Proprio per questo meraviglia che simili atteggiamenti di odio diversamente indirizzato siano a tutt’oggi veicolati, se non promossi. Certo, tutte queste considerazioni lasciano comunque aperta una domanda enorme: qual è la giusta risposta nei confronti di chi odia, che sia razzista o antirazzista ideologico? Mi vengono in mente due telegrafiche riflessioni. La prima: se, come diceva Norberto Bobbio, crediamo davvero alla tolleranza, dobbiamo essere anche in grado di scommettere sulla sua capacità di essere feconda.
La seconda: dobbiamo avere il coraggio di ammettere che la tolleranza – per quanto sia un valore importante – non basta. Una convivenza davvero civile e armonica non può infatti basarsi su un principio che, in fin dei conti, è la versione elegante della sopportazione ma deve cercare il più possibile di basarsi su quello della fraternità.; ma, come già denunciato a suo tempo dal filosofo Francesco D’Agostino, è «che non esiste fraternità senza paternità comune; e che il compito nella storia si riduce in fondo a ripetere al mondo questa verità» (Communio n.191, 1992, p. 80). Queste poche parole sono pesantissime perché toccano più profondamente di qualsivoglia condanna contro il razzismo il vuoto della nostra società, che ha ripudiato da tempo l’idea di «paternità comune» – sia in ambito religioso, sia in quello laico, come mostra la pessima fama di cui oggi gode la parola patria, letteralmente la terra dei padri –, costringendoci a riparare in quella tolleranza che, se da un lato è culturalmente sempre rilanciata e predicata da intellettuali e giornalisti, dall’altro non è che tregua fra momenti di odio. Troppo poco, mi permetto di osservare, perché le cose possano veramente cambiare.

https://giulianoguzzo.com/2016/07/10/lantirazzismo-come-ideologia/

 

14 novembre 2014

La vigliaccheria degli intolleranti


di Francesco Filipazzi

La macchina di Gianfranco Amato, presidente dei Giuristi per la Vita, è stata devastata l’8 novembre a Viareggio, mentre il proprietario stava tenendo un convegno “Omofobia o Eterofobia? Gendercrazia: a rischio la libertà di espressione”. Quasi per una beffa del destino dunque, coloro che vorrebbero precludere all'avvocato Amato la sopraccitata libertà, hanno pensato bene di dare ragione al titolo. La macchina è stata rovinata, i vetri rotti e una portiera sfondata. Il contenuto non è stato rubato, segno del fatto che l’atto era volto a intimidire i giuristi per la vita e non era un tentativo di furto. L’intolleranza dei sedicenti tolleranti dunque torna a colpire in modo ben poco pacifico con uno schema ormai collaudato. Le vittime non sono persone belligeranti, ma persone che come Amato semplicemente esprimono la propria idea. Lo stesso è ormai vittima di contestazioni continue quando si sposta.

La tolleranza a colpi di bastonate negli ultimi mesi è piuttosto in voga. Le Sentinelle in Piedi sono state attaccate fisicamente in modo indegno, durante la manifestazione di Cento Piazze Per l’Italia e un paio di casi alcuni veglianti sono stati feriti e hanno dovuto ricorrere a cure mediche. A Rovereto ad esempio una sentinella è stata pacificamente colpita al volto e ha riportato la rottura del setto nasale, mentre un anziano prete, anche in questo caso pacificamente, è stato ricoperto di uova e buttato per terra.

Questo genere di azioni è purtroppo tollerato dalle autorità italiane da anni, mentre invece si può finire alla sbarra per una frase sbagliata. La condizione di totale impunità per i militanti pro gender è storia antica. Nel 2011 per festeggiare l’elezione di Pisapia, alcuni giovani dei centri sociali fecero incursione in una chiesa, interrompendo la Santa Messa e urlando porcherie di ogni tipo. A quanto pare il prete si era espresso contro i matrimoni gay. Anche in quel caso di arresti e processi nemmeno l’ombra.

La situazione è violenta in tutta Europa e anche in Nord America. Le autorità, completamente soggiogate al politicamente corretto e ai capitali di chi sostiene la teoria del gender (come Soros, uno degli uomini più ricchi di Wall Street e finanziatore dei Radicali e dunque di Bonino e Pannella), sembrano accettare qualsiasi forma di violenza da parte di persone che cianciano di libertà e tolleranza e poi si comportano come scimmie selvagge. D’altronde i loro maestri sono gli illuministi e i giacobini che parlavano di libertà mentre tagliavano teste e spargevano fiumi di sangue.
In Francia ad esempio, le Femen che hanno profanato Notre Dame, entrando a urlare porcate, nude e sporche, sono state assolte e sono neanche state condannate a pagare i danni materiali che avevano provocato agli arredi sacri. D’altronde queste ragazzine, finanziate anch’esse da Soros, sono note per le loro azioni volgari e violente, contro chiunque. L’arcivescovo di Bruxelles, Andre Joseph Leonard, ad esempio è stato vittima di un’aggressione, impunita, ma la sua risposta è stata una preghiera, che ha depotenziato totalmente l’azione delle donnacce che se ne andarono con le pive nel sacco, per poi ritornare qualche mese dopo tirando una torta in faccia, sempre al povero Leonard. Quest’anno ci è andato di mezzo il cardinal Rouco, arcivescovo di Madrid, che ha avuto l’ardire di parlare di aborto.

Purtroppo la situazione non è delle più rosee, in quanto oltre alle pressioni psicologiche e le ripercussioni lavorative pesanti, i non allineati alla propaganda gender, che va di pari passo con quella abortista ed eutanasista, sono dei bersagli indifesi. Chiunque li attacchi e faccia loro del male, danneggi le loro macchine, rompa i loro nasi e li aggredisca in altra maniera, è sicuro di rimanere impunito e ciò è molto grave, perché pone i militanti contrari al gender e pro life di fronte a una scelta. Smettere di far sentire la propria voce o continuare a proprio rischio e pericolo. Alcuni probabilmente abbandoneranno la battaglia, temendo ripercussioni per i propri familiari e per sé stessi, ma il grosso della Compagnia rimarrà dritta a difendere pacificamente la posizione, a prendersi uova e schiaffi, solo per aver parlato delle proprie idee.

Fra questi siamo sicuri che ci sarà anche Gianfranco Amato, uomo di grande coraggio, che sta sacrificando molto per la causa in cui crede e a cui va tutta la solidarietà della redazione, dei collaboratori e dei lettori di Campari&DeMaistre.

 

30 ottobre 2014

Sperando contro ogni speranza – incontro con padre Louis Raphael Sako


di Stefano Sala

“A dirla in breve, come è l'anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani.  L'anima è diffusa in tutte le parti del corpo e i cristiani nelle città della terra. L'anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo.” (lettera a Diogneto)

Ma cosa ne è di un corpo senz’anima?
Sono molte ormai le zone del mondo dove i cristiani vengono perseguitati in quanto tali, ma probabilmente come è molto in voga pensare che l’anima non conti, o non ci sia, così forse qualcuno pensa che la scomparsa dei cristiani non sarebbe poi un gran problema per il corpo-mondo. E la scomparsa dei cristiani nelle aree dove sono maggiormente colpiti, davvero interessa e coinvolge noi cristiani d’occidente?
Il patriarca dei cristiani caldei dell’Iraq, padre Louis Raphael Sako, martedì 21 ottobre è venuto a parlare al teatro Dal Verme di Milano di fronte a una folta platea, proprio per farci sentire coinvolti dalla sorte dei 120 mila cristiani (in costante aumento) della piana di Ninive che da quest’estate han dovuto lasciare le loro case in fuga dall’estremismo islamista dell’Isis. L’incontro “Sperando contro ogni speranza” è stato reso possibile dalla fondazione Tempi e il Centro Culturale di Milano in collaborazione con l’Arcidiocesi, rappresentata dal vicario don Luca Bressan, che ha aperto l’incontro portando i saluti dell’arcivescovo. E’ stato un dialogo breve ma intenso tra il giornalista di Tempi Rodolfo Casadei e padre Sako, presentato dal direttore del cMc Camillo Fornasieri.

Padre Sako ha raccontato della sua gente, delle famiglie che han dovuto lasciare ogni cosa da un giorno all’altro, famiglie alle quali abbiamo potuto dare concretamente un volto grazie al filmato di Casadei che ad agosto ha potuto visitare le comunità cristiane e yazide, migliaia di persone in alloggi di fortuna, case ridotte a qualche materasso per terra e lenzuola come pareti. Questa gente ci dice Sako ha la speranza di tornare alle proprie case, anche se molti decidono di scappare in occidente perché non hanno più niente e temono che né l’esercito nazionale, né quello curdo, molto meglio organizzato, riescano a restituire loro ciò che hanno perso. Anche rispetto all’intervento della coalizione internazionale, a guida americana, nutre dubbi sulla sua reale efficacia, se limitata all’intervento aereo; così come dubita dell’utilità di piccoli gruppi di cristiani armati che sono sorti presso alcune comunità colpite dall’Isis: le definisce un vero e proprio suicidio, suggerendo come sarebbe meglio per i cristiani partecipare alle formazioni dell’esercito curdo o iracheno. La gente non si aspetta troppo da queste soluzioni politico-militari, che già hanno portato al passaggio da una dittatura all’anarchia più violenta, ma chiedono da parte nostra vicinanza e preghiera. Hanno bisogno di sentire che non sono soli, ma che c’è una comunità che a loro pensa e che per loro prega. E qui il patriarca esorta i presenti e i cristiani d’occidente tutti a “tornare alla propria religione”, a viverla e a non vergognarsene, davanti al nostro mondo secolarizzato e davanti ai musulmani, ricordandoci che grazie ai cristiani d’Europa il cristianesimo è arrivato in Africa e in Asia. Ci sollecita ad essere forti nella fede, e ad essere ovunque una sola Chiesa, ricordandoci che ogni cristiano, nel suo essere tale, è missionario, è mandato.
Afferma anche in modo chiaro che le armi saranno insufficienti se il mondo musulmano non vorrà una volta per tutte cambiare, promuovendo una nuova cultura, modificando i programmi di educazione religiosa, perché non siano più improntati al pregiudizio nei confronti di cristiani ed ebrei, fomentando una cultura dell’odio che non lascia spazio a orizzonti di giustizia e di pace. E’ deciso quando chiede maggiore trasparenza e correttezza dalle guide delle comunità musulmane, perché nelle moschee parlino maggiormente di pace e promuovano il rifiuto della violenza e dell’estremismo. A proposito dell’ambiguità cita una lettera aperta di capi religiosi musulmani dove si condanna l’estremismo, ma nella quale si usa il termine “tolleranza” in modo del tutto inadeguato e pericolosamente interpretabile, come se con “tolleranza” si volesse dire “Io  permetto che tu viva, anche se non lo meriteresti”. Con queste premesse è impossibile parlare di rispetto reciproco. Aggiunge ancora che una condizione essenziale per un cambiamento del mondo musulmano è che venga anteposto il principio di cittadinanza a quello di appartenenza religiosa, perché questa non sia una discriminante nella vita civile e sociale dell’individuo.
Padre Raphael Louis, che davvero vive ogni giorno in una condizione che umanamente, razionalmente, potrebbe indurre chiunque alla disperazione, è stato con le sue parole e la sua presenza testimone di Speranza. Lui in questa situazione ha deciso di rimanere, di essere il patriarca dei cristiani e anche dei musulmani, convinto che le cose dovranno e potranno cambiare.

E noi? Sapremo raccogliere il suo invito al coraggio di testimoniare la nostra fede, così da essere ovunque una sola Chiesa? Una testimonianza che, per ora, non ci chiede il prezzo del sangue, ma che è ormai evidente come non sia più così scontata, e soprattutto accettata dagli ambienti “che contano”. Intanto accogliamo l’invito di padre Rapahel Louis Sako a prendere coscienza della situazione dei cristiani in Iraq, e a pregare per loro.
Questo, per ora, possiamo farlo. Questo, per ora, ce lo lasciano ancora fare.