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19 settembre 2019

Fra giustizia obbligata e bontà libera

di Giovanni Donini

Fondamento di ogni sistema morale è il bene che esso intende perseguire e propone come obiettivo pratico da mettere in atto quando si presenti una certa situazione concreta; in base all’idea di bene propugnata si differenziano le diverse scuole di etica (del dovere, dell’utile, etc.). Una distinzione ulteriore nasce quando si considera la differenza tra giustizia e bontà: mentre la prima costituisce il minimo necessario a cui attenersi trasgredito il quale si cade nell’ingiustizia e nel crimine, la seconda è un insieme di azioni in sé buone ma non obbligatorie, che possono essere fatte o non fatte a discrezione del singolo. Quanto vale a livello di definizioni non ha la stessa pregnanza in ogni sistema etico, poiché in alcuni tale distinzione sfuma fino a far sì che una delle due realtà inglobi in sé l’altra (o quasi), generando diversi problemi.
Può accadere che la bontà inglobi in sé la giustizia o viceversa che la giustizia inglobi in sé la bontà; nel primo caso un atto di giustizia necessaria diventa atto di bontà facoltativo, nel secondo un’azione di bontà non è più facoltativa ma assume la necessità dell’atto di giustizia; tralasciando il primo caso sulla cui nocività c’è un generale consenso, mi soffermo sul secondo poiché non è un semplice problema di scuola, è anzi palese nel caso della politica riguardo i flussi migratori verso il nostro paese.

È sotto gli occhi di tutti quanto gli intellettuali di sinistra si siano sforzati per inculcare nel popolo l’idea che l’accoglienza è un atto di giustizia obbligatoria a cui siamo tenuti per svariati motivi. Al di là delle varie considerazioni che si possono fare sul tema, mi preme sottolineare come in questo caso si confonda un atto di bontà a cui non si è obbligati né come cittadini né come nazione con un atto di giustizia che si avrebbe il dovere di compiere. Non solo perché a livello pratico non è materialmente possibile accogliere chiunque (e un dovere impossibile da attuare si nega da solo), ma anche perché a livello puramente teorico il confine non è solo una linea, ma segna un luogo abitato da persone che possono benissimo rifiutare a chiunque di entrare nel territorio, poiché gli stranieri – per definizione – non vantano alcun diritto nei confronti di un altro paese. Dire che si ha il dovere di accogliere tutti implica che tutti vantano il diritto di entrare, soggiornare e vivere in un altro paese. Ciò comporta il caos totale per chiunque abiti in un territorio che si trova invaso da miriadi di alienigeni, e nessuno è obbligato a vivere in tali condizioni disumane; anzi lo Stato e il governo hanno il DOVERE di garantire la tranquillità nell’ordine alle proprie popolazioni (non a quelle estere) le quali hanno il DIRITTO di vivere in pace.

Se ciò non è garantito crolla non solo lo stato di diritto e il significato di ogni governo nazionale – il quale non proteggerebbe più il popolo e non ne farebbe il bene – ma scompaiono anche le nozioni più basilari di bontà e giustizia in nome di una tirannia ideologica fondata su una falsa concezione dei diritti. Quando il governo di un territorio e di una popolazione è indifferente al male che sta compiendo verso i cittadini diventa ipso facto tirannico; perciò la sua stessa “bontà obbligata” si tramuta in un atto di ingiustizia nei confronti della popolazione, togliendo ogni significato oggettivo a bene/male, giustizia/ingiustizia, bontà/malvagità poiché un atto che ha conseguenze negative non può essere considerato oggettivamente giusto o addirittura buono. E se questa “bontà obbligata” viene usata come fondamento di qualche diritto, ne consegue che tale diritto è inesistente e ideologico, poiché fondato su qualcosa di non oggettivo e concretamente buono, ma addirittura foriero di caos civile e negatore di ogni dovere di giustizia dello Stato nei confronti dei propri cittadini. Per cui confondendo giustizia e bontà si giunge a negare contenutisticamente la giustizia.
È tale confusione che ha portato a fondare dei “diritti” disumani che non hanno alcun nesso con la realtà, ma sono utili a certe élite e vanno a svantaggio totale per chiunque non ne faccia parte. Il rischio più grande è che non esistano più dei contenuti di giustizia condivisi e perciò ricadere nel caso in cui la stessa giustizia diventa opzionale e non oggettiva; e questo è l’ultimo confine che separa dalla scomparsa della civiltà.


 

05 dicembre 2017

L’ordine giuridico e l’ordine morale


di Fabrizio Cannone

Ubi homo ibi societas. Ubi societas ibi jus.

E’ da questo assioma insegnatoci dal senso comune prima ancora che dalla storia universale del diritto, che è partito l’avvocato Testa, presidente dell’Associazione Giovanile Forense, per offrire al confuso uomo contemporaneo una riflessione appassionata e intensa, in difesa della Legge e della Norma, e del loro necessario presupposto assiologico: l’esistenza del Vero e del Giusto (cfr. Carlo Testa, L’ordine giuridico e l’ordine morale. Riflessioni sul diritto naturale e sulla deontologia dei giuristi a proposito della Correctio filialis a Papa Bergoglio, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2017, pp. 146, euro 18).

Tout se tient, insegnano i francesi, a cui fa eco papa Francesco con “tutto è collegato”, “tutto è in relazione”, addirittura “Tutto nel mondo è intimamente connesso” (Laudato sì, nn. 91, 142, 16).

La perdita della fede e del buon senso nei popoli di antica civiltà e di secolare tradizione cristiana ha comportato, tra mille perniciosi effetti, anche un offuscamento del senso del limite, del valore della legge, del rispetto della parola data e del bene comune.

A tutto ciò, come ben mostra il Testa, si è aggiunta la scuola tutto sommato anarchica del “positivismo giuridico kelseniano”. La quale, “trionfante nella cultura e nella prassi giuridica delle società attuali, obnubilando la possibilità di una misura comune, di una struttura universale del Diritto, ha degradato quest’ultimo a forma della volontà politica dominante (…). Questo relativismo giuridico ha prodotto confusione, disordine e sfiducia nella legge, oggi vista solo come forma di repressione e limitazione, in una società che ha fatto della sregolatezza illimitata un oggetto di culto” (p. 33).

Difficilmente poteva descriversi meglio la situazione odierna. Ed in effetti quanto il culto non lo si dà più al Legislatore Sommo, esso lo si darà all’uomo e alle sue voglie, le quali troveranno ingiusto ogni freno e ogni limitazione, che non sia autonoma e autoimposta.

La dittatura del relativismo denunciata a più riprese da Benedetto XVI – ma su cui ora si tace – tocca congiuntamente l’ambito morale e l’ambito civile, e la decadenza dei due ambiti è strettamente congiunta come lo sono nell’uomo l’anima e il corpo, o come lo sono, da un altro punto di vista, il pensiero e l’azione.

Se le nozioni di bene e di male non sono chiare e assodate, i confini tra lecito e illecito tendono ad oscurarsi nella società, e il delitto allo stato chimicamente puro – come è incomparabilmente rispetto a tutti gli altri l’aborto volontario – arriva ad essere legittimato come “diritto”.

Se quindi il rapporto tra legge morale e legge civile è strettissimo, lo è anche per forza di cose quello tra Giustizia divina e giustizia umana. E deve esserlo nel senso che la Fonte della legge, quale archetipo superiore alla storia e alle parti, deve presenziare ai suoi riflessi visto che l’immutabile primeggia sempre sul mutevole.

Secondo poi il mai troppo lodato Tommaso d’Aquino, e qui arriviamo alla sintesi suprema del rapporto tra le due sfere, quella trascendente e quella immanente, “La legislazione umana non riveste il carattere di legge se non nella misura in cui si conforma alla retta ragione; da ciò è evidente che essa trae la sua forza dalla Legge eterna. Nella misura in cui si allontana dalla ragione, la si deve dichiarare ingiusta, perché non realizza il concetto di legge: è piuttosto una forma di violenza” (I-II, q. 93, art. 3).

Come nota don Antonio Livi nell’introduzione epistemologica all’opera, “il diritto contiene in sé i medesimi presupposti logici, antropologici ed etici che sono alla base della filosofia e della teologia, ossia quelle certezze universali e necessarie che costituiscono il senso comune” (p. 7).

Non c’è bisogno di aver conseguito una laurea in giurisprudenza per cogliere al volo alcune di queste certezze universali indicate da Livi. Per esempio il fatto che certe azioni umane sono degne di lode, mentre altre sono meritevoli di biasimo e di punizione; che la colpa esiste nella realtà delle cose prima ancora che nei codici; che davanti alla legge siamo tutti perfettamente uguali perché tutti partecipiamo ugualmente all’umanità e alla socialità; che chi abbia commesso un torto debba in qualche modo riparare; che la pena debba essere proporzionata alla colpa; che ci sono delle azioni negative in sé stesse – come il tradimento coniugale – senza possibili eccezioni, semper et pro semper (anche nel 2017 quindi…).

Infatti si capisce facilmente, come ha costantemente insegnato il Magistero ecclesiastico, che la legge naturale, fondamento inconcusso di ogni legislazione civile, non cambierà mai (cfr. CCC, 1958: “la legge naturale è immutabile e permane inalterata attraverso i mutamenti della storia”).

Ma allora, come è possibile, si chiede coscienziosamente il Testa che sull’onda lunga dei cambiamenti epocali introdotti dalle leggi inique degli ultimi 50 anni (come il divorzio ad libitum e il matrimonio senza mater), sembra che anche la Chiesa, per voce dei suoi responsabili più in auge, assecondi “la deriva ereticale di talune tendenze della teologia morale contemporanea” (p. 9) ?

L’Autore non sa spiegarlo poiché, come diceva Jean Madiran, “quando c’è un'eclissi siamo tutti immersi nelle tenebre”. Ma rigorosamente nota che “anche il Magistero del Pontefice, come quello di qualsiasi altra Autorità, è sottoposto alla superiore Legge Naturale” (p. 60).

In effetti, nessun uomo o angelo può nulla contro quella legge di natura e di ragione che già il pre-cristiano Cicerone descriveva così: “Certamente esiste una vera legge: è la retta ragione, essa è conforme alla natura, la si trova in tutti gli uomini; è immutabile ed eterna; i suoi precetti chiamano al dovere, i suoi divieti trattengono dall’errore (…). E’ un delitto sostituirla con una legge contraria, è proibito non praticarne una sola disposizione; nessuno poi può abrogarla completamente” (De re publica, 3,22).

http://www.libertaepersona.org/wordpress/2017/12/lordine-giuridico-e-lordine-morale/



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01 dicembre 2017

Bitcoin, ovvero l'ennesimo schema Ponzi


di Giovanni Campari

Siccome alcuni generosi amici mi hanno chiesto un parere sull'affare bitcoin, nel ringraziarli della loro fiducia riporto la risposta che ho dato qualche giorno fa ad uno di questi, il quale mi chiedeva cosa fosse il bitcoin e quale potesse essere il suo futuro: il bitcoin è uno schema ponzi, ho risposto io, aggiungendo con ironia che questo schema è lo stesso del funzionamento dei mercati finanziari.
Ohibò, eccolo l'antiglobal criptocomunista contro il diritto fonamentale di libertà di intrapresa!
In realtà, la questione è molto semplice. Partiamo innanzitutto dalle definizioni.
Bitcoin è "una moneta elettronica che [...] utilizza un database distribuito tra i nodi della rete che tengono traccia delle transazioni, ma sfrutta la crittografia per gestire gli aspetti funzionali, come la generazione di nuova moneta e l'attribuzione della proprietà dei bitcoin"; si tratta di "una delle prime implementazioni di un concetto definito come criptovaluta": "una valuta paritaria, decentralizzata digitale la cui implementazione si basa sui principi della crittografia per convalidare le transazioni e la generazione di moneta in sé". Quello che rende differente il bitcoin dalle monete legali, quelle che tutti conosciamo, sta nell'emissione: questa moneta non viene emessa dalle banche centrali o dallo stato, ma è creata via mining. Ma a noi in questo momento non interessa l'emissione, quanto l'essenza stessa della moneta: il bitcoin è considerato, come tutte le altre monete, un titolo che può essere accumulato e il cui valore può fluttuare nel tempo, soggetto alle dinamiche dei mercati finanziari. Sì, avete intuito bene, il bitcoin è uno strumento speculativo (cosa che la moneta comune intesa come unità di misura del valore e mezzo di pagamento non dovrebbe essere).
Lo schema Ponzi è invece "è un modello economico di vendita truffaldino che promette forti guadagni alle vittime a patto che queste reclutino nuovi "investitori", a loro volta vittime della truffa": "lo schema di Ponzi permette a chi comincia la catena e ai primi coinvolti di ottenere alti ritorni economici a breve termine, ma richiede continuamente nuove vittime disposte a pagare le quote".
Capite bene quale sia allora il legame tra bitcoin come strumento speculativo e schema Ponzi come modalità di scarico della patata (o del tulipano) bollente: il parco buoi si precipita ad "investire" sul bitcoin finché il suo valore (non si sa per quale motivo reale) cresce e, quando la bolla esplode e il panico dilaga, gli ultimi arrivati rimangono col cerino in mano, non riuscendo più a disfarsi di un oggetto che nessuno è più disposto a comprare, il cui valore è praticamente nullo. Non ha insegnato niente la crisi dei subprime? Eppure ci siamo ancora tutti dentro fino al collo...
Avrete quindi capito bene anche il legame tra mercati finanziari e schema Ponzi: i mercati finanziari, che non sono assolutamente la finanza (essendo la finanza quella relazione fiduciaria e solidale tra creditore e debitore in vista dello scambio o dell'investimento), sono quei "luoghi nei quali vengono scambiati strumenti finanziari di varia natura a medio o lungo termine", principalmente per lucrare sul prezzo nel breve termine aggiungo io (è lo short-termism, bellezza, che deriva dall'assoluta libertà di circolazioen del capitale). La recente crisi nasce esattamente così, alla facciaccia dell'auto-equilibrio dei mercati e della speculazione buona perché determina i "veri" prezzi dei titoli.


Il padre Dante al canto XI della sua Commedia poneva gli usurai nel VI cerchio, quello dei violenti, nel III girone, quello più basso, tra i bestemmiatori (i violenti contro Dio) e i sodomiti (i violenti contro natura), in quanto violenti contro l'arte, ovvero il lavoro: solo il lavoro deve fornire all'uomo i mezzi di sostentamento, non l'usura - oggi speculazione. Ecco la sintesi perfetta che Dante, partendo da Aristotele e Genesi, mette in bocca al suo maestro Virgilio, il quale risponde alla domanda sul motivo della condanna dell'usura (mostrando quanto fosse importante la questione usuraia, fonte di avarizia e conseguentemente di ingiustizia sociale, nella cultura medioevale):

«Filosofia», mi disse, «a chi la ’ntende,
nota, non pure in una sola parte,
come natura lo suo corso prende

dal divino ’ntelletto e da sua arte;
e se tu ben la tua Fisica note,
tu troverai, non dopo molte carte,

che l’arte vostra quella, quanto pote,
segue, come ’l maestro fa ’l discente;
sì che vostr’arte a Dio quasi è nepote.

Da queste due, se tu ti rechi a mente
lo Genesì dal principio, convene
prender sua vita e avanzar la gente;

e perché l’usuriere altra via tene,
per sé natura e per la sua seguace
dispregia, poi ch’in altro pon la spene.



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21 novembre 2017

Promemoria per un ordine sociale secondo giustizia


La foto è di Alfonsa Cirrincione
di Marco Massignan

La dottrina sociale della Chiesa ritiene che possano essere vissuti rapporti autenticamente umani, di amicizia e di socialità, di solidarietà e di reciprocità, anche all’interno dell’attività economica e non soltanto fuori di essa o “dopo” di essa. La sfera economica non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Essa appartiene all’attività dell’uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente (1).

La carità potrà portare certamente un qualche rimedio a molte ingiustizie sociali, ma non basta; anzitutto bisogna che fiorisca, domini e sia realmente applicata la virtù della giustizia (2).

Di fronte alle molteplici crisi internazionali, che ridisegnano equilibri geopolitici, egemonie e modelli socio-economici, il pensiero sociale cattolico – in tema di capitale, lavoro, proprietà, moneta e via dicendo – è, oggi più che mai, l’unica risposta degna dell’uomo, della sua dignità personale e trascendente, ai problemi del vivere comune (3).

Un articolo non può certo avere la presunzione di esaurire questioni tanto ampie quanto complesse, però può offrire un modestissimo spunto per riflettere su un ideale di ordine sociale frettolosamente accantonato in quanto ritenuto obsoleto per le sfide odierne del mondo globale.

La proposta cattolica ai problemi sociali, cioè l’applicazione concreta dei perenni insegnamenti del Magistero, la loro traduzione in indirizzi politici e norme giuridiche, si presenta – nella sua chiara identità – altra tanto dal liberalismo quanto dal socialcomunismo. Sì, altra – alternativa: non si tratta infatti di riformare dall’interno il sistema liberalcapitalista o di realizzarne una versione “compassionevole” quanto di superare la Weltanschauung politico-economica contemporanea e trovare quelle soluzioni strutturali, organiche, nella regolazione della vita economica, intrinsecamente conformi alla giustizia (4) e alla legge morale.

Un modello di vita economica che voglia distinguersi dall’economicismo a-morale dominante dovrà incentrarsi su un inscindibile binomio etico-giuridico: a) la subordinazione della scienza economica all’etica e al diritto; b) il necessario primato della politica onde evitare che i pubblici poteri si rendano servi dei potentati economici-finanziari o loro docili strumenti.

Scrive Benedetto XVI: “l’attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica. Pertanto, va tenuto presente che è causa di gravi scompensi separare l’agire economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da quello politico, a cui spetterebbe di perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione” (Caritas in veritate, n. 36).

Il primato dell’etica: l’economia è un’attività umana, libera e responsabile finalizzata al bene (individuale, famigliare e comune) dell’uomo, alla sua natura normativa: l’uomo dev’esserne agente morale e non ridotto a mero fattore di produzione/consumo. Ha ricordato Giovanni Paolo II: “il principio sommo (…) in assenza del quale tutto il sistema economico è esposto al rischio di pericolose degenerazioni” afferma che “fine di tutta l’economica non è il profitto, ma la promozione della persona” (5).

I rapporti tra capitale e lavoro devono essere conformi al diritto naturale e regolati dalla “legge della giustizia sociale” (Pio XI, Enciclica Quadragesimo Anno, n. 58), e non dalle forze cieche e violenti del mercato. Le teorie economiche della scuole liberali e marxiste hanno mostrato i loro limiti: “si avverte l’esigenza di coinvolgere anche i lavoratori nel processo di formazione del capitale e nelle decisioni che riguardano l’impresa secondo una concezione partecipativa dell’economia” volta al superamento “delle varie patologie di cui soffre il mondo”(6). Partecipazione che richiede di riconoscere la natura consorziale dell’impresa economica (attività associata di capitale e lavoro, affermò Leone XIII nella Rerum novarum).

Altri principi cardine sono la destinazione universale dei beni materiali (a cui resta subordinata la stessa proprietà privata, che non è un assoluto) (7) e la dignità personale e spirituale del lavoro, che non può essere ridotto a merce o sacrificato all’accrescimento indefinito del capitale: “il lavoro, per il suo carattere soggettivo o personale, è superiore ad ogni altro fattore di produzione: questo principio vale, in particolare, rispetto al capitale” (8). Il lavoro non può essere equiparato a una merce (una cosa che si vende e si compra), così il salario non può essere fissato dalle oscillazioni del mercato: “la rimunerazione del lavoro non può essere abbandonata al gioco della domanda e dell’offerta; deve invece essere fissata secondo criteri di giustizia” (9). Per essere giusto il salario dovrà garantire al lavoratore il necessarium personae (dignitoso mantenimento del nucleo famigliare e possibilità di formarsi una pur modesta proprietà privata).

Concludendo questi brevi cenni. Il mondo occidentale cosiddetto libero ha per decenni sbandierato uno stile di vita all’insegna dell’opulenza, producendo l’anti-civiltà consumistica. Il gusto piacevole della bevanda di un benessere facile è durato relativamente poco (in termini di libertà personale, tranquillità e prosperità) e i risvolti in termini di miseria e indigenza cui numerosi popoli sono costretti a causa di strutture organizzative inique che soffocano l’uomo e disgregano la società sono sotto l’occhio di tutti gli uomini di buona volontà. E’ il momento di cambiare paradigma. Termino con le parole di Papa Pio XI, scritte nel 1931 e più che mai attuali:

Ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare. Una tale concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica della economia contemporanea, è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza (10).

http://www.lefondamenta.it/2017/11/18/promemoria-un-ordine-sociale-secondo-giustizia/


(1) Benedetto XVI, Enciclica Caritas in veritate, n. 36.

(2) Pio XII, Enciclica Evangelii Praecones, n. 10.

(3) Pensiamo, ad esempio, all’iniquità monetaria, alle croniche crisi del debito, al dominio pervasivo di un potere finanziario senza volto, alla pressione fiscale che erode i risparmi virtuosi, e via dicendo.

(4) Così nella definizione del giurista romano Ulpiano: “la giustizia consiste nella costante e perpetua volontà di attribuire a ciascuno il suo diritto. Le regole del diritto sono queste: vivere onestamente, non recare danno ad altri, attribuire a ciascuno il suo”. E il Catechismo della Chiesa Cattolica asserisce: “la giustizia è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. La giustizia verso Dio è chiamata virtù di religione. La giustizia verso gli uomini dispone a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune” (n. 1807).

(5) Dal Discorso all’Unione cristiana imprenditori dirigenti del 14 dicembre 1985.

(6) Ibidem.

(7) “Il diritto alla proprietà privata (…) non elimina l’originaria donazione della terra all’insieme dell’umanità. La destinazione universale dei beni rimane primaria, anche se la promozione del bene comune esige il rispetto della proprietà privata, del diritto ad essa e del suo esercizio” (CCC, n. 2403).

(8) Dal Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, n. 276.

(9) Azione cattolica italiana, La Dottrina sociale cristiana, CENAC, Roma 1957, p. 180.

(10) Pio XI – Enciclica Quadragesimo Anno.

 

Sulla molestia quotidiana


di Giuliano Guzzo

Weinstein, Spacey, Affleck, Hoffmann, Brizzi, Stallone: non passa quasi giorno, ormai, senza che la lista dei molestatori celebri – o presunti tali – non si arricchisca di un nome eccellente. Il che, se da un lato viene celebrato dai grandi media come esempio del coraggio ritrovato di vittime zitte troppo a lungo, dall’altro pone dei problemi significativi. Cinque, almeno.
Il primo è che, se tutte si dichiarano molestate, a molti viene da pensare che poche lo siano state realmente. Il troppo, infatti, storpia o comunque puzza.

La seconda conseguenza di questo festival della denuncia tardiva – quella che giunge troppo tardi per un processo, ma non per una prima pagina -, è che, ingenerando l’idea che molte molestie non siano in realtà avvenute, rischia purtroppo di privare aprioristicamente di credito le parole di una vittima che, domani, decidesse di parlare col rischio di sentirsi rispondere dal giornalista di turno: un film già visto, grazie signora, lei è molto gentile ma non ci interessa, e poi lei non è stata violentata da uno famoso, che cosa pretende?

Un terzo, non positivo effetto di quanto sta avvenendo è poi l’iniqua parificazione mediatica – per quanto ogni abuso sia da condannare – di casi che proprio uguali non sono: o forse è corretto dare l’idea di considerare allo stesso modo la palpazione concupiscente subita da un personaggio famoso, per quanto viscido e senza scrupoli, con la violenza carnale toccata a una giovane finita nelle mani di un branco? Giuridicamente sono lecite mille disquisizioni, ma moralmente qualche dubbio, tutto ciò, lo alimenta.

Il quarto problema della molestia quotidiana cui stiamo assistendo, poi, è il definitivo trasloco della sede processuale dal tribunale alle redazione e dall’aula alla piazza, col condannato che è tale per il solo fatto di essere denunciato e con nessuna garanzia, a parte quella della gogna: eppure non risulta che denunciare delle violenze sessuali sia proibito dalla legge, anzi.
La quinta ed ultima criticità che emerge in queste settimane sta, a mio avviso, in una limitante concezione di giustizia e di progresso sociale.

Sembra difatti avanzare l’idea che giusto è un mondo in cui la donna non subisca violenza o, capitasse, la denunci immediatamente. Ebbene, se da un lato ciò è sacrosanto, dall’altro è comunque deludente. Non solo perché, talvolta, pure gli uomini subiscono violenza (psicologica magari, ma pur sempre violenza), ma perché quella che dovremmo costruire non è una società nella quale semplicemente nessuno abusa dell’altro – che è il minimo sindacale -, ma dove ciascuno rispetta l’altro.

Nella dimensione di coppia, poi, auspicare l’assenza di violenza è un tragico volare basso, rispetto a quelle aspirazioni di ascolto, di amore e di stabilità che tutti, indistintamente, accomunano e che trovano oggi ben poco spazio. Se insomma si vuole davvero voltare pagina, non è tanto e solo la relazione violenta bensì la non autentica, quella da contrastare. Urge dunque vaccinarsi anzitutto dalla mentalità dell’usa e getta, dei rapporti sicuri ma non sinceri, del precariato affettivo elevato a vanto. Tutto il resto, non è abbastanza.

https://giulianoguzzo.com/2017/11/18/sulla-molestia-quotidiana/




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19 novembre 2017

L’Italia che si suicida e quella che resiste


di Isidoro D'Anna

A metà ottobre 2017, il giornalista e scrittore Antonio Socci si è soffermato su una triste vicenda per denunciare l’ingiustizia del governo nei confronti degli italiani.
Un uomo, che versava in gravi condizioni di salute, si è fatto portare da persone ben sollecite in una clinica svizzera per il suicidio assistito. In quel luogo di sterminio, il giorno 11 ottobre si è disfatto del dono più grande ricevuto da Dio, la vita.
Si era dovuto fra l’altro scontrare con l’insensibilità delle istituzioni, che non lo avevano sostenuto economicamente nelle sue necessità di salute.
Socci prende lo spunto per ricordare, o ai più rivelare, come il governo stia trattando gli italiani e gli stranieri. Gli italiani con invalidità al 100% possono riuscire a ricevere una pensioncina irrisoria di circa 500 euro. Per ogni migrante, invece, lo Stato spende 35 euro al giorno se maggiorenne e 45 se minorenne, il che ammonta rispettivamente a 1.050 e 1.350 euro mensili.
Continua Socci: nel 2017 il governo ha stanziato 450 milioni a favore del fondo per la “non autosufficienza”, mentre ha destinato oltre mille volte di più, 4,6 miliardi, per i migranti.
La vicenda del veneto Loris Bertocco, che ha scelto il suicidio, non ferisce il cuore dei credenti meno dell’ingiustizia di chi ci governa.
Loris, chiamiamolo così, era nel giro degli italiani politicizzati di sinistra, e quindi forse non lo si può ritenere uno della gente comune. Ci ha lasciato un lungo e pubblico messaggio di commiato, nel quale si rivela tutta la desolazione di una vita senza Dio.
Racconta di aver «condiviso con i Verdi le grandi battaglie globali in difesa dell’ambiente e dei beni comuni, per la pace, contro gli ogm e sui mutamenti climatici, in difesa degli altri animali (anche attraverso la scelta vegetariana)». I primi animali, secondo questo infelice, saremmo noi e lui, perché per gli atei ogni bambino, uomo o donna non è che un animale. Per questo ha finito, coerentemente con la sua visione, per farsi ammazzare come un animale senz’anima. E ora la sua anima, per la Misericordia del Signore che non toglie la vita a nessuno, vive eternamente, ma dove? Avrà compiuto un estremo atto di contrizione, così da salvarsi dall’inferno?
Nella testimonianza che ci ha lasciato, Loris fa un resoconto minuzioso delle sue penose condizioni di salute e della sua vita. Tutto è vissuto nell’aridità totale, nella chiusura ossessiva verso Dio e la realtà spirituale.
Persino il matrimonio – civile? – da lui stretto con una donna, e poi regolarmente finito, viene descritto con toni che manifestano l’alienazione dell’ateo. È quasi un gioco di parole, visto che Marx sembrava tanto preoccuparsi dell’alienazione dovuta al capitalismo.
Usando parole adatte a un animale o a un vegetale, il poveretto scrive che l’allontanamento dalla moglie è stato «difficile da metabolizzare». Guarda caso la signora, commentando la fine dell’ex marito, usa lo stesso termine in quello che è una specie di elogio: «Loris ha avuto l’illuminazione di darci il tempo di metabolizzare la sua decisione. Ci ha dato il tempo di riflettere». Il loro, insomma, è stato uno scambio dalle forti implicazioni metaboliche. E ora che cosa rimane? Neanche le ceneri a cui il povero Loris ha fatto ridurre la sua salma, perché una delle sue ultime volontà è stata di spargerle nel giardino di casa.
Nel suo ultimo messaggio da cui abbiamo citato, Loris si accora perché altri possano ammazzarsi ed essere ammazzati: «Il mio appello è che si approvi al più presto una buona legge sull’accompagnamento alla morte volontaria (ad esempio, come accade in Svizzera), perché fino all’ultimo la vita va rispettata e garantita nella sua dignità». Rispetto e dignità della vita sono, per la mente perduta dell’ateo, la possibilità di suicidarsi con l’aiuto dello Stato.
Infine, c’è un fatto che rincuora in tutta la vicenda, ma appartiene ad un’altra persona, nelle sue vesti di magistrato. Si legge infatti tra le notizie di questi ultimi giorni: «Il procuratore capo di Venezia, Bruno Cherchi, ha comunicato che la Procura ha aperto un fascicolo d’indagine per il momento contro ignoti. L’ipotesi di reato è basata sull’articolo 580 del codice penale, “istigazione o aiuto al suicidio”, nella parte che riguarda l’aiuto che, nel caso specifico, Loris Bertocco avrebbe ricevuto per morire».
Magari esistono magistrati i quali, si spera per fede cristiana, stimano la vita più della morte, sia in senso fisico che spirituale. E così riportano l’aspetto istituzionale e quello personale sul piano della retta coscienza.
Ai sofferenti, ai disperati e anche agli ostinati, non smettiamo però di ricordare che Dio si è fatto uomo e ha dato la vita sulla croce per noi. E questa croce, così pesante e amara in sé, Dio la trasforma in salvezza per noi e per gli altri, se solo abbiamo fede.

https://lucechesorge.org/2017/10/30/litalia-che-si-suicida-e-quella-che-resiste/



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11 settembre 2017

Le magie di padre Maggi (e oplà)


Allora il Signore disse a Mosè:
«Fino a quando rifiuterete di osservare 
i miei comandamenti e le mie leggi?» (Es 16,28) 

di Matteo Donadoni

Volevo fare un pezzo sul magico catechismo secondo Maggi, ma è talmente incasinato che fatico a raccapezzarmi fra le citazioni in greco e ciò che resta di un frullato del povero san Girolamo, ridotto a scribacchino frettoloso e incompetente. Bisognerebbe chiedere aiuto a qualcuno di veramente intelligente e preparato, tipo il professor Seifert - pare abbia del tempo libero.
Per chi non lo conosce, sappia che esiste un uomo che, con il pretesto del metodo scientifico, con la Parola di Dio sa fare vere e proprie magie. Ma che dico magie? Giocolerie. Padre Alberto Maggi dei Servi di Maria, estremista kasperita, ha messo in piedi un vero e proprio Centro di Giocoleria Biblica con i controstoricocritici, altresì noto come “Centro Studi Biblici - G. Vannucci” (fu amico del Turoldo “Spaccarosari”). Un carrozzone definito sul profilo twitter: “Centro per lo studio scientifico della Sacra Scrittura e per la sua divulgazione a livello popolare”. Certamente è un tendone originale, come si apprende rigorosamente dal sito: «L'originalità del Centro Studi Biblici è che lo studio, rigorosamente scientifico, del testo biblico viene poi comunicato con un linguaggio accessibile a tutti. Questo orientamento è stato voluto per cercare di colmare il divario esistente tra il grande fermento nel campo degli studi biblici e la scarsa divulgazione degli stessi a livello popolare». Varrebbe forse la pena di chiedersi perché questo divario. Forse perché certi “fermenti” magari non sono propriamente lievito e la pasta è seccata nel 1968, e tanti cattolici non provano godimenti psicolibidinali nel vedere preti presentarsi con una polo sbiadita al posto della talare? Ma questa è una mia riflessione poco scientifica.
Il gioco, invece, è scientificamente talmente ben orchestrato da mandare in confusione chiunque, tanto che è difficile capire fino in fondo quanto questi divulgatori popolari “ci siano” e quanto “ci facciano”.
Tuttavia qualche cosa la riesco a dedurre anche io. Ovviamente non sono preparato per contestare un’equipe di scienziati, ma dato che i seguaci di padre Maggi, come testimoni di Geova, mi portano notiziari parrocchiali in casa senza che li richieda, né che li paghi. E, dato che viviamo in una società che vieta l’odio e impone l’amore (nelle definizioni stabilite dai potenti), l’odio diventa un atto di libertà, perciò mi sento in dovere di esser libero.
Per esempio leggo sul notiziario della mia povera parrocchia apostata una riflessione tratta dalla per la verità immensa opera dell’illustre studioso:

«La sapienza biblica ha individuato nell’ingordigia, la bramosia di possedere, l’origine e la causa di ogni ingiustizia e di ogni male. Alla base di ogni inganno, di ogni ruberia, di ogni sopruso e violenza, di ogni tragedia e di ogni lutto, c’è sempre e soltanto il demone della cupidigia». E già l’incipit pone problemi a chiunque abbia letto non dico san Tommaso, non dico la Bibbia, non dico il libro della Genesi, ma almeno l’inizio del libro della Genesi, che il Maggi, da studioso coscienzioso sembra aver letto, tanto che prosegue: «Già nei libri dell’Antico Testamento si manifesta l’avversione del Dio di Israele verso la cupidigia che deturpa l’essere umano e la stessa creazione. L’uomo, che il creatore ha voluto come sua immagine (Gen 1,27), abbandonandosi a ogni bramosia, ha sfigurato se stesso. Chiamato ad essere il custode del giardino di Eden (Gen 2,16), lo ha devastato a causa della sua avidità, trasformando quel che doveva essere un giardino in un cimitero (“Quel luogo fu chiamato Kibrot Taavà (sepolcri d’ingordigia); perché là seppellirono il popolo che si era abbandonato all’ingordigia”, Nm 11,34)».

Questo è un paragrafo che definirei più che acroamatico, acrobatico. Ora, a parte che il libro del Siracide 2,24 dice «Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo » - e capisco che la sapienza possa non essere abbastanza colorita per lo show - la citazione di Numeri è, per esser gentili, totalmente fuori contesto, e in ogni caso non ci azzecca un fico col giardino dell’Eden, ma, soprattutto, proprio il Genesi non dice affatto quello che sostiene “il Rigoroso”:

«Il serpente era il più astuto di tutti gli animali dei campi che Dio il Signore aveva fatti. Esso disse alla donna: “Come! Dio vi ha detto di non mangiare da nessun albero del giardino?” La donna rispose al serpente: “Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare;  ma del frutto dell'albero che è in mezzo al giardino Dio ha detto: "Non ne mangiate e non lo toccate, altrimenti morirete".  Il serpente disse alla donna: “No, non morirete affatto; ma Dio sa che nel giorno che ne mangerete, i vostri occhi si apriranno e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male”. La donna osservò che l'albero era buono per nutrirsi, che era bello da vedere e che l'albero era desiderabile per acquistare conoscenza; prese del frutto, ne mangiò e ne diede anche a suo marito, che era con lei, ed egli ne mangiò» (Genesi 3 1,6).

Dunque non è una questione di economia distributiva e di ingiustizie sociali, ma di peccati di superbia contro Dio e la sua Legge, proprio quella Legge che certi biblisti vorrebbero abolire. Ma niente, lo scienziato acrobata è in trans agonistica da prestazione e continua: «Mentre i rabbini distinguevano tra la mammona menzognera e quella verace, per Gesù la ricchezza è sempre disonesta, acquisita in maniera ingiusta». Incurante del fatto che questa affermazione non sia vera poi il divulgatore continua: «È significativo a questo riguardo che Gesù, rispondendo al ricco che gli chiedeva quali comandamenti osservare per ottenere la vita eterna, omette i primi tre, gli obblighi verso Dio, che erano i più importanti, ed esclusivi di Israele, e gli elenca cinque comandamenti che sono validi per ogni uomo, ebreo o pagano, credente o no, e che riguardano basilari atteggiamenti di giustizia nei confronti del prossimo (“non uccidere, non rubare, non testimoniare il falso, onora tuo padre e tua madre” Mc 10, 25). Ma tra i cinque comandamenti elencati, Gesù, con abile mossa, inserisce anche “Non frodare”, richiamandosi a un precetto contenuto nel libro del Deuteronomio […] Gesù è esplicito: il suo interlocutore è ricco e, se è ricco, certamente alla base delle sue ricchezze c’è stato l’inganno, la frode a scapito dei poveri».
No, caro Maggi, l’abile mossa l’ha fatta lei.
Capo primo: i comandamenti sono ancora validi, compresi i primi tre, dati per acquisiti, quindi non dica “erano” (“omette” ed “elenca” pres. stridono con “erano” imp.), perché nessuno li ha modificati (a cominciare da Gesù), né lo può fare lei. In secondo luogo, è difficile per un ricco entrare nel regno dei Cieli perché la sua ricchezza gli è ostacolo, zavorra, non perché la ricchezza sia sempre acquisita in maniera colpevole, peccaminosa, il testo non dice così. Perciò padre Maggi è uno scienziato mentitore, perché conosce il testo e lo manovra. Ama la menzogna, infatti, altrove in un video dice: “Per amore della dottrina e della verità si nuoce all’uomo”, facendo passare i cattolici per Farisei e dei più biechi. Ma la Verità è Gesù. E il primo e più importante comandamento è «Tu amerai dunque il Signore, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l'anima tua e con tutte le tue forze» (Deuteronomio 6,5 et al.), confermato da Cristo: «Il primo è: "Ascolta, Israele: Il Signore, nostro Dio, è l'unico Signore.  Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua"» (Mc 12, 29-30). Chi ama la Verità non può nuocere. Nuoce se tradisce questa Verità.
Inoltre a me, forse perché non sono un alternativo, parrebbe chiaro che nel passo in questione Gesù stia parlando in primis dei sacerdoti, che, chiamati, devono lasciare tutto, madre e padre (e non portarseli dietro in canonica) ed essere poveri. Come dovrebbero essere ad esempio quelli che stanno a fare video contro i ricchi su youtube vestendo Lacoste, per giunta per condannare molto poco misericordiosamente, dimenticandosi di dire come si conclude il brano: «Ma Gesù, guardandoli, disse: “Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio”». A parte che, se uno ruba, ruba, e potrebbe anche rubare a un altro più ricco di lui e sarebbe comunque rubare, ma potrebbe anche darsi che, a conti fatti, un ricco passi per la cruna di un ago e un povero no. Ad ogni buon conto, non sta a noi fare i conti in tasca alle anime, ma la buon Dio, che non è un ragioniere.

Perché il Maggi scrive così? Cui prodest? Non datur.

Il fatto è che il Rigoroso è un illusionista, il cui metodo è fare un discorso ibrido: mescolare una cosa talmente vera da essere quasi autoevidente, con una non vera, o perché interpretata in modo viziato o addirittura inventata di sana pianta. Poi, a seconda della convenienza ermeneutica, imbastire un ragionamento, che magari fila dal punto di vista logico, per confermare o distruggere il postulato assunto arbitrariamente all’inizio della riflessione. Ora, posso sempre sbagliarmi, ma dal poco che ho letto, mi pare di aver capito che questa sia proprio una tecnica esegetica impostata scientificamente. Non si tratta nemmeno di sofismi, si tratta di vere e proprie Vangelolalìe, chiacchiere sulla Parola di Dio.

Certamente svestendo i panni dello scienziato, il Maggi presenta non poche stravaganze, fino a rasentare il delirio mitopoietico. Ad esempio viene presentato Gesù come il distruttore della religione ebraica in primo luogo, ma, alle estreme conseguenze, di ogni tipo di religione intesa come culto, e fondatore di una nuova religione, ex novo, orizzontale, come se Dio Padre non esistesse e non fosse mai esistito. Tutto quanto riguarda, o anche solo ricorda, la religione degli Israeliti, tutto ciò che è connesso al culto dovuto a Dio è inteso come vecchio, perciò va cancellato. Il Centro interpreta le parole del Salvatore “vino nuovo in otri nuovi” in senso totalizzante e non come compimento, non deve infatti più esserci nessun collegamento con la religione ebraica, che tra l’altro sarebbe una gigantesca truffa ai danni del popolo, organizzata da quel poco di buono di Mosè.
Il discorso in effetti ha un suo senso: divinità nuova - religione nuova. Matematico. Peccato che così si finisca per non capire più l’Antico Testamento (che non è Parola di Dio, ma ne conterrebbe il succo), né, di conseguenza, il Nuovo. Gesù, invece, compie l’antica Alleanza nella nuova: non servono più sacrifici rituali non perché “Dio non sa cosa farsene dei sacrifici”, ma perché Egli stesso ora è il Sacrificio perenne e il rituale è la Messa.
Ma padre Maggi - che non chiamerò fratello, come vorrebbe, perché, amando io la verità, non ritengo di avere per padre il diavolo -, ha in serbo altri curiosi numeri: ad esempio non esisterebbero i demoni, niente inferno, e il diavolo, che il Maggi chiama “il satana”, non sarebbe altro che l’immagine del potere, nella fattispecie quello religioso. Guarda caso, la Chiesa stessa è vista come un male, il peggiore. Oppure l’avversione per i santuari: Dio non agisce nei santuari, dove non è bene recarsi, ma agisce nel cameriere che porta il caffè al bar, vero santuario dove risplende la gloria di Dio. Il garzone è il nuovo sacerdote della nuova religione senza dogmi né leggi, né sacramenti. Porta il caffè. Come se fosse sufficiente esser garzoni per esser cattolici. Altra fissa è la clownificazione dei Santi Apostoli, presentati come stupidoni o personaggi in malafede, quasi non si volessero accettare le scelte di Gesù, in un senso sommesso di tacita autoconsapevolezza che, insomma, si sarebbero potute fare scelte migliori.
Insomma, per duemila anni hanno sbagliato tutti, santi e peccatori, fino alla scoperta della pietra filosofale del CVII, che ha reso luccicante ciò che prima era opaco.

In futuro presenteremo altre curiosità, per ora chi ha il fegato in ordine può provare a scoprire da sé qualcuno di questi numeri. Ma faccia attenzione, chissà che con un po’ di questa magia non ne esca sbalordito, o peggio, persuaso di essere nel paese dei balocchi.


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03 agosto 2017

Il naufragio della carità cristiana


di Marco Crevani

L’invasione pilotata (c.d. “emergenza immigrazione”) ha fatto naufragare la Carità Cristiana, l’Amore con la maiuscola, quello il cui esito immediato è la Giustizia, il contrario esatto del buonismo, impasto di ingiustizia e ipocrisia in dosi massicce.
Il dramma del naufragio della Carità Cristiana supera e include quello dei barconi, messi in mare dalla criminalità e affondati dal buonismo.

Il troncone di destra del relitto della Carità Cristiana contiene il ponte di comando, quello che un tempo la indirizzava secondo giustizia, che organizzava, indicava mete raggiungibili e le raggiungeva. Oggi da lì giungono solo echi di invettive impotenti, sempre più cattive. Muoiono giovani immigrati: indifferenza, forse segreta soddisfazione; masse in aumento di sconosciuti, cronaca nera che se ne riempie, e si attende il crack, il fatto decisivo che obblighi la società, gli stati a fare “cantare i mitra” e i cannoni… Crescente, strisciante razzismo verso l’Africa e gli africani, giudicati impotenti imbecilli in balia dei trafficanti e destinatari passivi della nostra “carità” pelosa e interessata. Una caricatura di Africa, non è quella che ho conosciuto in Africa, sofferente ma anche inimmaginabile scrigno di fede, forza, speranza. Un’Africa prona, col berretto in mano, è invece quella che schiavisti schifosi e buonisti distratti distribuiscono agli angoli delle nostre strade.

Il troncone di sinistra del relitto contiene la sala macchine, è quello che un tempo era profetico, propulsivo, che la faceva trovare là dove nessuno se l’aspettava, e mai dove il Potere la voleva. La Carità nella Verità, che soccorrendo il povero denunciava l’ingiustizia e denunciando l’ingiustizia costruiva oasi nei deserti di sale. Oggi i “profeti” dell’ovvio sono disciplinatamente intruppati a collaborare all’invasione, che distrugge noi e l’Africa, ma che qualcuno ha deciso essere l’ottimo per il Mercato. Pronti a gridare a comando contro il razzismo, il populismo, a piangere e commuoversi con un occhio solo, che seleziona le tragedie senza volere afferrare il quadro delle cause, in cui vedrebbero riflessi anche loro stessi.
Il troncone di destra e quello di sinistra erano una Nave, che solcava gli oceani e approdava in continenti lontani. Sotto la Croce di Cristo nascevano civiltà, lingue sconosciute anche a chi le parlava diventavano grammatiche apprese nelle scuole, sensibilità diversissime, anime raminghe si affinavano per cantare lode a Dio nella fede, nella scienza, nel lavoro, nel diritto. L’ordine degli uni arricchiva la profezia degli altri e viceversa, come le membra di un corpo che cresce armonioso.
Oggi quella nave è un relitto, e bambini malcresciuti e ineducati su ciascun troncone cantano la loro canzone ignorante e stonata, sullo spartito del demonio. Signore salvaci.

http://lagrandeguerracontinua.blogspot.it/2017/07/il-naufragio-della-carita-linvasione.html

 

01 luglio 2017

Fatima, la giustizia e la riparazione

di Marco Ferraresi

Mons. Luigi Negri, Arcivescovo emerito di Ferrara, lo scorso 9 giugno ha tenuto presso l’Istituto Maria Ausiliatrice una conferenza sull’attualità del messaggio di Fatima, nel centenario delle apparizioni della Madonna. Era presente pure Mons. Corrado Sanguineti, che al Cuore Immacolato di Maria ha solennemente e pubblicamente consacrato il 13 maggio la nostra Diocesi.
Negri, tra le riflessioni, ha evidenziato il metodo educativo della Madonna a Fatima. Nostra Signora non ha nascosto l’inferno, con i suoi supplizi eterni, ai tre pastorelli pur bambini. Ben sapeva, ovviamente, che la visione li avrebbe profondamente turbati. Perché, dunque? Probabilmente per due principali motivi.
Anzitutto perché l’amore senza verità è, appunto, un falso amore. La dannazione, che essenzialmente consiste nell’eterna infelicità per la separazione definitiva da Dio, è una possibilità tremenda eppure reale. Fa parte del mistero della libertà dell’uomo e, contestualmente, della giustizia di Dio, che, pur disponibile al perdono, non può non punire il male. E’ l’amore veritiero di Maria, dunque, che ci spinge ad evitare il peccato per restare nella fedeltà a Dio Salvatore. E la Madonna a Fatima non ha esitato a dire che molte anime vanno all’inferno perché nessuno prega per loro.

Proprio questo è il secondo motivo della rivelazione della Madonna ai pastorelli. Ella li invitò a offrire preghiere, sacrifici e sofferenze per amore a Dio e in favore della salvezza dei peccatori, come piccoli intercessori che si uniscono all’unico Mediatore tra Dio e gli uomini.
Noi pure, ovviamente, dobbiamo avere a cuore la salvezza, non solo nostra, ma altrui. E siamo chiamati perciò a riparare alle offese inferte ai Cuori di Gesù e Maria, particolarmente quando perpetrate in forma pubblica, in spregio all’ordine divino e a scandalo dei più deboli e indifesi.
Ecco perché la Madonna a Fatima ha dettato quella preghiera che, forse, spesso diciamo senza adeguatamente meditare: “Gesù, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell’inferno, porta in Cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della Tua misericordia”.


da Il Ticino, 23 giugno2017
 

07 novembre 2016

Terremoti, castighi e Provvidenza


di Enrico Maria Romano

1.    Tutti coloro che sono attenti all’attualità hanno preso conoscenza del recente caso Cavalcoli. Il sacerdote domenicano parlando su Radio Maria ha stabilito un nesso tra i terremoti e il peccato umano, e così è stato condannato dal laicismo (l’Espresso-Repubblica), dalla Chiesa cattolica (mons. Becciu della Segreteria di Stato e mons. Galantino segretario CEI) e dallo stesso Ordine domenicano bolognese (Provincia di san Domenico). Per altri dettagli si veda il sintetico e chiarissimo articolo del vaticanista Lorenzo Bertocchi su La Bussola quotidiana del 5 novembre 2016.
2.    Coraggiosamente padre Giovanni Cavalcoli, profondo teologo tomista e autore di importanti studi di metafisica, filosofia ed etica, ha ribadito le sue posizioni sia in un’intervista radiofonica a La Zanzara, sia in un intervista on line a lafedequotidiana.it.
3.    Non ci interessa e sarebbe sterile fare una rassegna, giocoforza incompleta, sugli interventi pro e contro il sacerdote. Tra gli articoli favorevoli al domenicano spicca, per la verve teologica che lo anima, quello dello storico Roberto de Mattei (cf. corrispondenzaromana.it), anch’egli, paradossalmente, cacciato da Radio Maria in ragione del senso critico esercitato innanzi a discutibili scelte vaticane.
4.    Cerchiamo solo di fare chiarezza in una situazione di suo quasi insolubile, avendo come oggetto di fondo il tema della presenza del male nel mondo, della permissione divina del male stesso e del fatto che, secondo l’analogia entis (e l’analogia fidei), un male può anche essere un vero bene, come la morte (che è il massimo male sulla terra), ma che il grande s. Francesco chiamava affettuosamente Sorella poiché ci conduce al Signore…
5.    Il mistero c’è e a priori resta fitto, ma esiste anche la ragione, la fede, la Rivelazione che come fiaccole ci introducono nel mistero d’amore della creazione, della redenzione e della vita eterna (attraverso però il dolore, la fatica, la persecuzione dei buoni da parte dei cattivi, etc. etc.)
6.    P. Cavalcoli non ha bisogno che un micro-teologo lo difenda e infatti si è già difeso da par suo, ribadendo sia l’esistenza di castighi divini (dovuti al peccato originale e ai peccati personali degli uomini), sia il nesso inscindibile tra misericordia e giustizia, sia il fatto che chi nega tutto ciò nega il catechismo e quindi la fede: deve quindi tornare a ripassare, sennò sono guai!
7.    Mons. Becciu ha detto così: “Chi evoca il castigo divino ai microfoni di Radio Maria offende lo stesso nome della Madonna” e “deve correggere i toni del suo linguaggio e conformarsi di più al Vangelo e al messaggio della misericordia” di Papa Francesco. Ma dichiarando un confratello nel sacerdozio come manchevole di misericordia, mons. Becciu non ha ferito la misericordia stessa, specie nel momento in cui questo confratello veniva colpito e messo in ridicolo da stampa e TV?
8.    Mons. Galantino ha detto che il pensiero di p. Cavalcoli è un “giudizio di un paganesimo senza limiti”. Ma quando Cristo, in vari notissimi brani del Vangelo, minaccia i suoi ascoltatori, condanna dei comportamenti cattivi o ricorda i castighi divini già avvenuti (come a Sodoma, Gomorra, Tiro e Sidone, con molti morti, alcuni certamente innocenti…), esprime forse “un paganesimo senza limiti”?
9.    La teologia cattolica sui temi in questione dice altro. La morte infatti è un male, ma può essere un vero bene se considerata in rapporto alla vita eterna. Così può essere perfino desiderata per noi, o per un altro. La guerra è astrattamente un male e causa di molti mali. Ma il Catechismo del 1992-97 ricorda che esistono delle guerre giuste. Se sono giuste, sono gradite a Dio e non sono più cattive e da respingere: ma da combattere. Dio, che coincide con la bontà, anzi che l’unico essere ad essere buono in senso assoluto ed estensivo, condanna alcuni uomini alla morte eterna. E non lo fa per salvarli, poiché per costoro non ci sarà alcuna misericordia, neppure alla fine del mondo. Anche Lui è in realtà un Pagano inconsapevole? Ma questo inferno, che contiene per forza delle anime, altrimenti non esisterebbe (secondo la definizione catechistica dell’inferno come status più che come loco), è un bene o un male? Per un verso è male, poiché gli uomini che lo hanno meritato sono uomini cattivi (magari in apparenza buoni…). Ma è anche un bene perché dà gloria a Dio e magnifica la sua giustizia, avendo distinto il bene dal male, con somma precisione e scienza infallibile.
10.    Se Dio permette non solo il terremoto e il maremoto, ma anche l’handicap, il dolore dei bambini e lo strazio dei martiri, l’epidemia e tutti i flagelli in qualche modo naturali e incontrollabili, sicuramente, ha i suoi motivi per farlo. Questi motivi non possono essere contrari o contraddittori rispetto alla sua divina volontà salvifica. Dio ama anche quando punisce, come il buon padre di famiglia. Satana invece inganna anche quando sorride al peccatore incallito, godendo in cuor suo per la sorte degli uomini perversi.
 

28 giugno 2016

Ciao Bud, ora insegna agli angeli come scazzottarsi


di Alessandro Rico

Da quarant’anni a questa parte, il volto, le espressioni, la stazza, le battute e i cazzotti di Bud Spencer fanno parte dei ricordi d’infanzia (e dei momenti di evasione in età matura) dei tanti, italiani e stranieri (soprattutto tedeschi), che lo hanno amato. Senza esagerazioni retoriche, crediamo di poter dire che con lui se ne va un pezzo di noi. O forse Bud ci è ora più vicino, se è vero quel che ci promette la nostra fede, la fede che questo gigante buono, uomo vulcanico ed eclettico, di recente aveva raccontato in modo stupendo: «Credo in Dio, è ciò che mi salva. E prego. Perché? Perché riconosco in modo sempre più forte come sia nulla ciò a cui prima attribuivo un grande valore. Lo sport, dove volevo affermarmi, la popolarità. Chi si inorgoglisce per queste cose, chi insegue solo il successo, la fama, è un idiota». Con parole semplici e sincere, Bud Spencer è riuscito a spiegare che cos’è la Sapienza: «Vanità delle vanità, tutto è vanità» (Qo 1, 2), fumo negli occhi. Solo Gesù salva. Chi va dietro al mondo è come la volpe, che magari sa tante cose e si crede furba, mentre chi cerca il tesoro che «né tignola né ruggine consumano» (Mt 6, 20), è come il riccio, che sa una sola cosa, ma grande.
Quante altre generazioni rideranno a crepapelle per quelle scene leggendarie! Il coro dei pompieri, quando Bud e Terence venivano tallonati da un serial killer maldestro; la cena tra abiti kitsch e fiumi di whiskey in “I due superpiedi quasi piatti” («vai Galina, razzola!»); il naufragio nel Pacifico con la barca della marmellata Puffin («solo Puffin ti darà forza e grinta e volontà»). E ancora, la Dune Buggy, birra e salsicce, le frittate con dodici uova e le padellate di fagioli. Non basterebbero dieci pagine per rievocare tutti i momenti più divertenti. Scorrendo nel pensiero questi frammenti di cinema, scende giù una lacrima di malinconia: come quando parte per sempre un pezzo di cuore, o cala il sipario su un’età della vita. Come se ad andarsene fosse stato il nonno di tutti.
La vita di Bud Spencer, al secolo Carlo Pedersoli, è stata straordinaria. Nato a Napoli nel 1929, campione e recordman di nuoto, per anni visse e lavorò in Sud America facendo praticamente di tutto (altro che la generazione Erasmus). Iniziò la carriera di attore per caso, per caso costruì con Mario Girotti una delle coppie cinematografiche più riuscite. I due si costruirono un profilo internazionale recitando in inglese (in italiano furono doppiati da Glauco Onorato, Pino Locchi e Michele Gammino) e coniando dei nomi d’arte: uno perché amava la birra Bud e Spencer Tracey, l’altro perché leggeva Terenzio e per via delle iniziali della mamma, Hildegard Thieme, oriunda di Dresda. Bud Spencer amava definirsi un dilettante, capace di fare alla buona un po’ di tutto, dall’operaio al musicista (addirittura, sul set di un film s’improvvisò pilota d’aereo, seminando il panico nella troupe). Ci teneva a ribadire che i film girati con l’amico Terence facevano ridere senza mai diventare volgari e che trasmettevano sempre un messaggio di giustizia: stare dalla parte degli oppressi con poche chiacchiere, tanto cuore e qualche pugno – memorabile la scena di “Porgi l’altra guancia” in cui il missionario Bud rimprovera col motto evangelico il confratello Terence, che aveva percosso uno sgherro. Poi il cattivo tenta di colpire di nuovo, ma Terence schiva il cazzotto, che centra Bud, il quale ricambia con un pauroso manrovescio. «Ma tu adesso perché l’hai colpito?», reclama Terence. E lui: «Perché ha sbagliato guancia». Bud Spencer è entrato così, per decenni, nelle nostre case: con buonumore e spensieratezza, con la tempistica comica del perfetto caratterista (peraltro capace di interpretare ruoli ben più impegnativi), ma anche con il vivido senso della differenza tra bene e male (sebbene i cattivi spesso ispirassero tenerezza, tra denti sputati e nasi rotti). La sua filosofia di vita, dichiarava, era il “futtetenne”, titolo di una canzone da lui composta: accettare con pazienza difficoltà e amarezze, conservando il senso del mistero. «Non temo la morte. […] Da cattolico, provo curiosità, piuttosto: la curiosità di sbirciare oltre, come il ragazzino che smonta il giocattolo per vedere come funziona. Naturalmente è una curiosità che non ho alcuna fretta di soddisfare, ma non vivo nell'attesa e nel timore».
In effetti, l’esempio più fulgido, l’attore napoletano lo ha regalato alla fine. Prima di spirare, ai familiari che lo circondavano al capezzale ha detto: «Grazie». E la sua gratitudine l’ha espressa decine di volte al pubblico che lo adorava e al quale sosteneva di dovere tutto. Quest’omone che tanto ha dato, si è congedato ringraziando per quello che ha avuto. E noi siamo sicuri che, alle porte del Paradiso, il buon Pietro non abbia avuto proprio il coraggio di lasciarlo fuori. Si sarà ricordato di quella scena in cui Bud e Terence bussano al club del cattivo di turno. «Apri», intimano allo scagnozzo, che li schernisce: «Perché? Altrimenti v’arrabbiate?». Ma loro: «Siamo già arrabbiati».
Ora Bud sa se anche gli angeli mangiano fagioli. E di Trinità finalmente vede quella vera.

 

06 giugno 2016

Giustizia e misericordia nelle parole del Card. Caffarra


di Riccardo Zenobi

Il 30 maggio si è tenuto ad Ancona un incontro con il cardinale Carlo Caffarra, per la prima volta giunto nella città dorica; tale incontro è stato organizzato dall’Associazione Culturale Oriente Occidente, ed è la terza di una serie di sette conferenze. Degli incontri precedenti ci siamo già occupati (qui il primo incontro, qui il secondo), e ci occuperemo anche dei prossimi.

Il tema sul quale ha parlato il cardinale emerito di Bologna è il più grande e drammatico avvenimento che possa capitare ad una persona: l’incontro della persona umana con la misericordia divina, e la susseguente giustificazione dell’uomo (ossia cosa lo rende giusto). Tale riflessione è stata articolata in 3 momenti, il primo dei quali è iniziato citando sant’Ambrogio nel suo commento ai 6 giorni della Creazione, nel quale si nota come Dio trovò il suo riposo dopo aver plasmato l’uomo, non dopo aver creato il Cielo e la terra. Il Creatore aveva uno scopo nell’atto di creare, ossia manifestare le sue perfezioni nelle creature. Una di queste perfezioni è la misericordia, attributo unicamente divino, e creando l’uomo è venuto all’essere qualcuno su cui esercitare la misericordia. Il peccato, che è un male, consente a Dio di manifestarsi come colui che perdona, essendo il perdono parte del progetto creativo del Padre. La misericordia divina è la chiave interpretativa delle vicende umane: noi vediamo solo la superficie della storia, nello stesso modo con cui vediamo la superficie del mare, spesso increspata. Al fondo della storia vi è l’incontro tra il male morale (ossia il peccato) che corrode le strutture fondamentali della vita – quali il matrimonio, la famiglia, l’economia, lo stato – e la misericordia di Dio che offre il perdono. Tutti hanno peccato, ma sono giustificati gratis dalla Redenzione operata da Cristo, sempre presente nel mondo. Questa e non altra è la chiave di volta dell’arco della Creazione, senza la quale il peso del dramma della storia umana diverrebbe insopportabile e schiacciante; non solo riguardo le tirannie del passato, ma anche nelle presenti opere tese a sradicare la libertà umana dalla verità sull’uomo, finendo così sotto la tirannia di una libertà impazzita e capricciosa. Quale è l’esito finale di tale incontro? Non ci è ancora noto, ma va tenuto per certo che la misericordia è la proprietà che più di ogni altra deve essere attribuita a Dio.
Il secondo momento dell’incontro si è concentrato sul momento più grande della misericordia, ossia il perdono del peccatore e la sua giustificazione. Tale atto divino è più grande della stessa Creazione, poiché quest’ultima è transitoria e mutevole, mentre il perdono introduce l’uomo a partecipare della vita stessa di Dio. Tale atto è compibile solo da Dio, e non ha altro scopo che rendere il peccatore, ormai giustificato, partecipe della stessa vita divina, formando così una nuova alleanza tra Dio e l’uomo. Vi sono quindi due attori, uno di fronte all’altro, l’uomo di fronte alla divinità come soggetto veramente libero nei suoi confronti. Questo è il cristianesimo. La persona umana si trova nelle deformità del peccato, fuori della Grazia divina, e tale operazione deiforme di perdono implica il consenso libero della persona, il quale necessita della decisione di abbandonare il peccato e del consenso all’offerta di Dio. Tale atto supremo è chiamato conversione. Di tali esempi abbonda la Scrittura, come nell’episodio di Zaccheo, nel quale Cristo conduce quel pubblicano alla giustizia conformemente alla natura umana, cioè con libertà; infonde così la Grazia che muove la libertà ad accettare il perdono.
Nel terzo momento dell’incontro si è evidenziato che esistono due modi erronei di narrare l’evento misericordioso: in primo luogo, vi può essere l’annuncio della misericordia di Dio senza l’invito alla conversione; oppure vi può all’opposto essere l’esortazione alla conversione senza l’annuncio di misericordia. Il primo modo di annunciare, rischio che corre la Chiesa attuale, ha conseguenze devastanti sull’immagine di Dio e della persona umana, perché si perde il concetto di conversione, e quindi la libertà umana ne risulta del tutto svilita, e Dio diventa un idolo senza giustizia o santità, perché si negherebbe il fatto che l’uomo è in condizione di peccato. Si censurerebbero così il giudizio e la santità di Dio. Il secondo modo è invece errato perché ridurrebbe il cristianesimo ad una proposta etica, ad un codice morale, non più quindi un evento di misericordia che può cambiare la vita. È un errore che riduce la Grazia ad una legge. L’uomo era come caduto nel gorgo del peccato, e Dio non lo ha salvato insegnandogli a nuotare (cioè comunicandogli un codice morale perfetto, una legge), ma buttandosi in acqua e trascinandolo fuori. All’uomo è richiesto di lasciarsi abbracciare, di convertirsi e di non peccare più. Si deve evitare di corrompere la proposta cristiana formandosi una idea falsata di Dio; e il proprio concetto di Dio è ciò che porta al culto o lo preclude. Il primo atto di culto è l’obbedienza dell’intelligenza, la quale si forma una immagine adeguata di Dio. Se dunque il primo errore distrugge il concetto stesso di peccato e di conversione e l’impegno morale necessario per non commettere più il male, il secondo allontana da Dio perché ne dà una immagine falsata, come di un moralista.
Nel quarto ed ultimo punto si è parlato di quali condizioni spirituali custodiscono misericordia e conversione: la prima è certamente custodire la propria coscienza morale in intima purezza, ossia nel rimandare ad un rapporto con Altro, e non abbruttirsi chiudendola in sé stessa. Se questo secondo modo d’essere è più facile, è comunque il lasciapassare per le tirannie di tutte le epoche. La seconda condizione è di avere un’intima esperienza di libertà di fronte a Dio, in quanto la libertà è maggiore quanto più grande ne è il referente. Se il nostro referente è un bene creato, abbiamo una libertà finita; in realtà ci siamo fatti schiavi di un idolo. Se non si è sperimentato lo stare davanti a Dio, la misericordia è vuota parola. Per ultimo, occorre avere presente il fatto che il peccato è il male massimo che si possa compiere. Questi tre vissuti esistenziali, ormai assenti dal pensiero comune dell’occidente, erano un sostrato comune a tutte le civiltà precristiane.

Concludo con una riflessione personale: solo una civiltà anti cristiana e post cristiana può azzardarsi a sradicare queste 3 dimensioni esistenziali, ma così la libertà dell’uomo finisce e inizia il potere totalitario sulle coscienze. Solo il cristianesimo può quindi salvare l’uomo, perdonandolo per come è e al contempo liberandolo dai suoi errori che ha accumulato nel corso dei secoli. Solo così possiamo avere un futuro.

 

22 aprile 2016

Inscindibili: Verità, Giustizia, Misericordia

di Riccardo Zenobi

Mai come oggi la confusione regna sovrana tra i cattolici, che non sanno più a chi far riferimento per conoscere Cristo, sorgente e Vita della Chiesa e dei fedeli. L’Associazione culturale Oriente Occidente propone un ciclo di conferenze per dirimere alcune delle questioni più scottanti dell’attualità, non solo ecclesiale, ma anche politica e culturale.

Questa serie di incontri ha per titolo “Inscindibili: Verità, giustizia, misericordia - se mancano le prime due l’ultima non è tale”, e si propone di offrire un contributo sui corretti rapporti tra Verità, giustizia e misericordia, di fronte all’attuale incapacità di cogliere le loro implicazioni reciproche, anteponendo (o spesse volte contrapponendo) la “misericordia” alla Verità e alla giustizia ed ottenendo così una falsa immagine della misericordia, che viene svuotata di ogni caratteristica che non sia un vago sentimentalismo buonista. Tale deformazione porta poi a una ingiustizia reale, perché ridurre l’Amore di Dio e il Logos eterno al rango delle sensazioni sentimentali è la cosa più ingiusta che si possa fare verso i poveri in Spirito, i quali possono essere consolati solo da Gesù Cristo, non da un umanitarismo nelle sue varie versioni.

La peggiore ingiustizia che possa fare un cristiano verso il prossimo è falsificare il messaggio di Dio per una supposta “pastorale dell’accoglienza”, privandolo così di ogni possibilità di incontro con il Logos fatto carne in Gesù Cristo.
Questa serie di conferenze ha avuto inizio lo scorso 21 marzo, con la relazione tenuta da Mons. Antonio Livi sul tema “Di quale ideologia si è fatto banditore il sig. Enzo Bianchi”, la cui recensione potete trovare sul nostro sito a questo link; qui la registrazione. Dopo tale conferenza introduttiva, il prossimo incontro si terrà venerdì 13 maggio dalle ore 16:45 ad Ancona, presso l’Hotel City (via Matteotti 112-114), e proseguirà sabato 14 maggio dalle ore 9:45, sempre nella stessa sede, sul tema “Culto dell’emozione, oscuramento della ragione”.

Gli incontri seguenti si terranno invece nella chiesa di Santa Maria della Piazza, nell’omonimo piazzale ad Ancona; il programma degli incontri può essere consultato presso il sito dell’Associazione al seguente link.

Questo sito fornirà riassunti e recensioni di ognuno degli incontri, ai quali l’autore del post intende presenziare: appuntamento quindi al 13-14 maggio a tutti coloro che si sentono interessati all’argomento.
 

20 aprile 2016

Socialisti in Vaticano. Perché la Chiesa non ricorda la lezione di San Giovanni Paolo II (e di Leone XIII)


di Alfredo Incollingo

In occasione del venticinquesimo anniversario dell'enciclica “Centesimus annus” (1991) di San Giovanni Paolo II la Pontificia Accademia delle Scienza Sociali non poteva non commettere una “gaffe” peggiore. Come disonorare la memoria di un Papa, che ha mostrato al mondo cosa fu veramente il comunismo, se non invitando i leader maggiori del socialismo internazionale?
Una parte del mondo cattolico purtroppo vede nel socialismo democratico non solo una somiglianza con la “Dottrina sociale della Chiesa”, ma anche un formidabile alleato nella giusta lotta alla povertà e ai soprusi sociali. Probabilmente si spera nella “buona fede” di una versione ideologica più moderata. In ciò la Chiesa Cattolica ha mostrato un pragmatismo e un realismo maggiore di qualsiasi ideologia di sinistra. San Tommaso d'Aquino riassumeva in “Ordo, Pax, Iustitia” (ordine, pace, giustizia) le peculiarità della migliore forma di governo in grado di assicurare il benessere e l'equità.
La lezione sociale cattolica tuttavia non è stata capita a fondo, soprattutto dagli stessi cattolici. Come non ricordate per esempio la stagione dei “cattocomunisti”? Aberrazioni ideologiche di questo tipo hanno purtroppo fiaccato la credibilità e l'azione della Chiesa Cattolica nel mondo.
La “Centesimus annus” ripercorre il cammino della dottrina sociale cattolica a partire dall'enciclica “Rerum Novarum” (1891) di Leone XIII. In questi cento anni la Chiesa Cattolica si è confrontata con il “mondo moderno” sul tema del lavoro e delle ingiustizie sociali. Lo ha sempre e comunque fatto criticamente nei confronti dei regimi socialisti e delle democrazie occidentali: “ordo, pax, iustitia" sono le direttrici per elaborare un sistema sociale ed economico equo. Il Vangelo prima di tutto!
Invitando il socialista statunitense Bernie Sanders e il leader ecuadoregno Correa la Pontificia Accademia ha ribaltato queste prassi.
“Tutte queste ragioni danno diritto a concludere che la comunanza dei beni proposta dal socialismo va del tutto rigettata, perché nuoce a quei medesimi a cui si deve recar soccorso, offende i diritti naturali di ciascuno, altera gli uffici dello Stato e turba la pace comune. Resti fermo adunque, che nell’opera di migliorare le sorti delle classi operaie, deve porsi come fondamento inconcusso il diritto di proprietà privata” (Rerum Novarum)
Leone XIII nella Rerum Novarum dichiarava la necessità di una giusta ripartizione delle ricchezze che avrebbe assicurato dignità all'operaio e ai ceti superiori. La giustizia sociale, mantenuta dal sistema corporativo, avrebbe garantito l'ordine e la pace sociale. Si sarebbe posto fine all'odio, animato dal movimento socialista, e all'ingiustizia, provocata dal capitalismo.
“I socialisti, attizzando nei poveri l'odio ai ricchi, pretendono si debba abolire la proprietà, e far di tutti i particolari patrimoni un patrimonio comune, da amministrarsi per mezzo del municipio e dello stato. […] Ma questa via, non che risolvere le contese, non fa che danneggiare gli stessi operai, ed è inoltre ingiusta per molti motivi, giacché manomette i diritti dei legittimi proprietari, altera le competenze degli uffici dello Stato, e scompiglia tutto l'ordine sociale” (Rerum Novarum)
Nella sua enciclica San Giovanni Paolo II attualizzava l'insegnamento di Leone XIII. Di fronte al collasso del sistema sovietico il Santo Padre si interrogava sul futuro, sugli effetti che il capitalismo nichilista occidentale avrebbe apportato in Europa e nei Paesi dell'ex Blocco Sovietico. E' soprattutto sul sistema capitalistico contemporaneo che si concentravano i principali interrogativi del Papa. Non discusse solo della giusta ripartizione delle ricchezze, ma individuò la comune origine antropologica del capitalismo e del comunismo: una radice anticristiana e di per sé disumana.
“L’errore fondamentale del socialismo è di carattere antropologico. Esso, infatti, considera il singolo uomo come un semplice elemento ed una molecola dell’organismo sociale, di modo che il bene dell’individuo viene del tutto subordinato al funzionamento del meccanismo economico-sociale, mentre ritiene, d’altro canto, che quel medesimo bene possa essere realizzato prescindendo dalla sua autonoma scelta, dalla sua unica ed esclusiva assunzione di responsabilità davanti al bene o al male”
Queste semplici parole dovrebbero bastare per ricordare ai cattolici gli errori del passato e quelle ideologie che hanno portano povertà e morte.
La Pontificia Accademia delle Scienze Sociali ha commesso un grande errore, che va a inficiare l'azione salvifica di Karol Wojtila.
 

21 dicembre 2015

Misericordiae Vultus: Cristo rivela all’uomo il volto di Dio


di Marco Notarfonzo

Come tutti sappiamo, l’11 aprile 2015 papa Francesco ha indetto il Giubileo Straordinario della Misericordia, spiegando nella Bolla Misericordiae Vultus i perché di questa scelta. In realtà, la spiegazione del titolo di questo Giubileo è piuttosto semplice, ed è chiarita sin dal primo numero: Cristo rivela all’Uomo il volto di Dio, e questo volto è un volto di Misericordia. Il Papa prosegue dicendo che ci sono momenti nei quali dobbiamo in modo particolare appellarci alla misericordia di Dio, come in questo periodo storico intriso di indifferenza ed egoismo. Anche il giorno scelto per l’inizio del Giubileo non è casuale, ma è nel giorno in cui si festeggia l’Immacolata Concezione di Maria, festa che ricorda, tra le altre cose, il primo peccato di Adamo ed Eva, dal quale nessuno è esente, tranne Maria. Inoltre, l’8 dicembre 1965 si chiudeva il Concilio Vaticano II: iniziava così un nuovo periodo nella storia della Chiesa, che da quel momento ha preferito proporsi al mondo con il volto della misericordia. L’Anno giubilare avrà fine il 20 novembre 2016, solennità di Cristo Re, giorno in cui verrà ringraziata la Trinità per la concessione di questo anno di grazia per tutti i credenti e non, visto che il Pontefice fa intendere che il Giubileo sia diretto tanto ai credenti quanto ai non credenti quanto agli appartenenti alle altre religioni che condividono l’idea di un Dio misericordioso. Tante sono, ovviamente, le citazioni bibliche e di alcuni santi che testimoniano come la misericordia sia un attributo proprio di Dio, e che essa sia un qualcosa di assolutamente concreto, e che si manifesta anche nei premi e nelle punizioni di Dio, punizioni che non sono mirate ad annichilire l’uomo, ma a suscitare in lui un riconoscimento dei propri peccati e un’implorazione di misericordia. Essendo Gesù il Volto di questa misericordia, i Vangeli sono i libri che ne contengono più esempi. Tra questi esempi, papa Francesco prende in esame tre parabole (quella della pecora smarrita, quella della moneta perduta e quella del padre e i due figli), in cui il Signore si manifesta nella sua misericordia che perdona gioiosamente tutti, motivo per il quale anche gli uomini devono fare lo stesso: perdonare perché sono stati essi stessi perdonati per primi da Dio.
Proprio in questo contesto, per il Papa è giunto un momento in cui la Chiesa torni a perdonare gioiosamente, imitando l’atteggiamento di Cristo, che va incontro a tutti senza escludere nessuno. Con questo sentimento egli invita ognuno ad un pellegrinaggio di conversione secondo le proprie forze, istituendo le Porte Sante in tutte le cattedrali ed i principali santuari del mondo. I principali segni della misericordia che i cristiani possono esercitare sono certamente le opere di misericordia corporale e spirituale, che il Vescovo di Roma invita a compiere sempre con gioia e in base alle quali saremo giudicati. Un’altra importante opera di misericordia è, da parte dei sacerdoti, l’amministrare il sacramento della Confessione, per il quale saranno istituiti degli appositi missionari della misericordia, dei sacerdoti inviati nelle diocesi per delle missioni popolari.
La misericordia, ad ogni modo, non deve far dimenticare la giustizia, che non è però una semplice applicazione della legge, ma un “abbandonarsi fiducioso alla volontà di Dio”, prospettiva nella quale è stata scritta l’intera Scrittura, e che quindi non è assolutamente in contrasto con la misericordia, la quale semplicemente esprime “il comportamento di Dio verso il peccatore”, espresso nell’Anno Santo soprattutto attraverso la concessione dell’indulgenza plenaria.

Il Giubileo della Misericordia è, quindi, una preghiera dell’Uomo a Dio perché si ricordi della sua misericordia, anche in un mondo “colmo di grandi speranze e forti contraddizioni”.

 

01 ottobre 2015

Il convegno "Permanere nella verità di Cristo".



di Fabrizio Cannone 

Ieri pomeriggio, 30 settembre 2015, si è tenuto un importante convegno presso la Pontificia Università di S. Tommaso, detta l’Angelicum, con il titolo di Permanere nella verità di Cristo. Il tema del Convegno era la difesa della famiglia cristiana ed anche dello stesso “matrimonio naturale” all’alba della seconda fase del Sinodo dei Vescovi, che si aprirà il prossimo 4 ottobre.
Il titolo del Convegno, organizzato da La Nuova Bussola Quotidiana, il Timone e l’Homme Nouveau, faceva riferimento ad un importantissimo libro uscito nel 2014 presso le coraggiose edizioni Cantagalli di Siena. In quell’autorevole testo, illustri prelati e scrittori cattolici spiegarono le ragioni per cui le tesi innovative del card. Kasper in materia di indissolubilità e di accesso all’eucaristia per i divorziati risposati, se accettate dal Sinodo, avrebbero costituito un errore e una palese discontinuità con la tradizione dottrinale e disciplinare della Chiesa cattolica.
Ieri si era nella stessa logica del libro, pur tenendo conto delle novità che l’attualità ecclesiale spesso offre, e non sempre purtroppo in un senso favorevole al Vangelo e al senso della fede.

Riccardo Cascioli ha moderato e diretto il Convegno spiegandone le ragioni e gli scopi. Tra questi non figura di certo l’opposizione “latente” o “silente” al Papa e/o al Sommo Magistero della Chiesa, come ha preteso qualche avversario del dogma dell’indissolubilità; ma al contrario i convegnisti e il numeroso pubblico presente in sala desiderano battersi proprio per la difesa del perenne Magistero della Chiesa e dello stesso Pontificato Romano il quale nel magistero e nell’insegnamento coerente e chiaro trova il suo apice e il suo ruolo più alto.
Il primo oratore è stato il Card. Carlo Caffarra, teologo e moralista tra i più sicuri ed equilibrati in Italia oggi. Sua eminenza ha sottolineato il valore intrinsecamente sacramentale di ogni (vero…) matrimonio cristiano tra battezzati, senza poter separare l’aspetto spirituale-teologico e quindi canonico, dall’aspetto meramente secolare o civile. Ha criticato tale infausta dissociazione, iniziata o meglio ricominciata a partire dal teologo Vasquez di Alcalà. Netta l’opposizione del Caffarra nei riguardi di alcuni passaggi dell’Instrumentum Laboris approntata a Roma in vista del Sinodo. Il cardinale ha dichiarato ad esempio che il n. 137 del documento, in cui si offre una ermeneutica scorretta del valore perenne della mai troppo lodata Humanae vitae (del beato Paolo VI), è “errato da ogni punto di vista”. Solo la ripresa del valore sacramentale e assiologico del matrimonio cristiano salverà la famiglia dagli assalti radicali della post-modernità.
Dopo il card. Caffarra si è avuta la prolusione del Card. Burke, patrono dell’Ordine di Malta ed ex presidente della Segnatura Apostolica in Vaticano. Sua eminenza ha svolto una relazione di taglio canonistico facendo un rilievo di fondo: senza la giustizia, garantita dal Codice e dalla legge in genere (ecclesiastica e civile), non può esistere vera misericordia. La legge infatti, lo ius dei latini, è sinonimo di iustitia, e senza giustizia i diritti e i doveri dei membri di qualunque collettività non vengono tutelati e parlare di misericordia in un contesto del genere è ambiguo e fallace. Secondo Burke si confondeno spesso e non solo nella stampa laica (per non dire nella stessa Chiesa) le norme variabili del diritto canonico-ecclesiastico con le norme, ben più autorevoli e sante, del diritto divino. Che la comunione eucaristica possa farsi tre ore o un’ora dopo l’ultima refezione ciò deriva evidentemente dal diritto canonico; ma che il matrimonio rato e consumato non possa essere sciolto da nessuno, è invece di diritto divino. Lo stesso pontefice poi è sottomesso al diritto divino, e non ne è in alcun modo superiore, tanto meno un Sinodo o un Concilio, ancorché legittimi e autorevoli. La potestas del Pontefice, ha concluso il cardinale, da difendere certamente contro ortodossi e novatori, è plena ma non absoluta.
Molto interessante è stato poi il contributo di mons. Cyril Vasil, segretario per la Congregazione per le Chiese orientali e specialista dell’ortodossia. Il presule ha mostrato, a livello sia storico sia teologico, l’inanità del cosiddetto “divorzio ortodosso”. Nessuna vera ragione storica, teologica, biblica o etica giustifica tale multisecolare prassi orientale. Detta prassi divorzista è mantenuta (in modo lassista) solo per il perpetuarsi di una tolleranza verso le seconde (o le terze) nozze che è sorta a causa di interferenze del diritto comune sulla chiarissima legge naturale e divina, assolutamente ribadita da Cristo e unanimemente affermata dai Padri della Chiesa, anche orientali. Mons. Vasil ha fatto notare quanto la mentalità divorzista orientale sia negativa oggi anche nel rapporto tra cattolici ed ortodossi: molti ortodossi credono sciolto il loro primo matrimonio (magari per l’adulterio del congiunto o altri futili motivi) e abitando in Europa occidentale attentano un secondo matrimonio, spesso con rito cattolico, con un battezzato fedele a Roma. Immani i disguidi, le incomprensioni e le difficoltà sul piano pastorale, ecumenico e teologico e proprio negli ambienti ecumenici (o ecumenisti…) questa difficoltà della giustificazione del divorzio presso i cristiani d’Oriente non viene mai affrontata. Questa mentalità orientale, assieme all’autocefalia delle chiese dette ortodosse, viene presa oggi a modello e questo è a danno della fedeltà sine glossa che si deve al Maestro.

Il senso del Convegno, al di là delle singole prolusioni, è stato quello della chiarezza e della bellezza della fede cattolica. I veri cattolici, specialmente oggi, nell’epoca liquida in cui tutto si confonde, anche il bene e il male, il vero matrimonio (monogamico eterosessuale e a tempo indeterminato) ed i vari pseudo-mantrimoni alla moda, chiedono chiarezza al Papa e alla santa Madre Chiesa. La comprensione verso le situazioni difficili o immorali ci vuole senza dubbio, ma essa non può scavalcare e annullare la Parola di Dio e l’insegnamento di Cristo, nel cui cuore si trovano infiniti tesori di scienza, di sapienza e di misericordia per tutti gli uomini.