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19 maggio 2020

Vaticano e Russia nell'era di Ratzinger


di Marco Massignan

Il documentato lavoro di Nico Spuntoni, «Vaticano e Russia nell’era Ratzinger», Tau editrice, ricostruisce i rapporti tra  Cremlino e Santa Sede da un lato, e tra Chiesa ortodossa russa e Chiesa cattolica dall'altro, negli anni che vedono Joseph Ratzinger protagonista della vita ecclesiale, tra la fine del Novecento e l’inizio del terzo millennio.

La prima parte si sofferma sul periodo in cui il Cardinale Ratzinger è stato Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (dal 1981 al 2005), sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, nonché teologo conosciuto e stimato negli ambienti russi. Sono gli anni delle perestrojka di Gorbaciov, culminata con la caduta dell'Unione sovietica; della disastrosa leadership di Eltsin e poi, ancora, di nuovi ripensamenti e attriti tra Santa Sede e Patriarcato di Mosca negli ultimi anni del papato wojtyliano. Alcune pagine del primo capitolo sono dedicate al "filo diretto" tra la profezia di Fatima e la Russia.

La salita di Putin cambia le carte in tavola. Scrive Spuntoni: «l’asse culturale tra cattolici ed ortodossi russi viene interpretato in ottica politica dal Cremlino: effettivamente Putin vi rintraccia l’opportunità per creare una connessione con la Roma cattolica, utile in considerazione dell’autorevolezza di cui essa dispone all’interno della società occidentale».

In Russia, inoltre, si ristabilisce un'alleanza tra trono e altare: sulle fondamenta religiose dell'anima russa e sulla riscoperta dell'identità nazionale. Nota l'autore: «la transizione al comando statale da Eltsin a Putin e quella al vertice ecclesiale da Alessio II a Kirill intensifica  notevolmente questa correlazione, evidenziata da una sovrapposizione di posizioni ed interessi sempre più vistosa».

Il secondo capitolo è dedicato al pontificato di Benedetto XVI (2005-2013) e al miglioramento dei rapporti tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa russa. Come scrive nella prefazione mons. A. Mennini, primo nunzio apostolico nella Federazione Russa: «Quando ho lasciato la Russia nel 2010 la percezione della Chiesa cattolica era molto migliorata rispetto al giorno del mio arrivo nel 2003. Nell'instaurazione dell’attuale clima positivo tra il Patriarcato di Mosca e la Chiesa  di Roma ha contribuito indubbiamente il pontificato di  Benedetto XVI».

Pur ponendosi in continuità con Giovanni Paolo II, Papa Ratzinger è riuscito a sciogliere le tensioni del passato e ad instaurare un nuovo clima di fiducia e stima reciproca: «la nuova disponibilità del Patriarcato e l’effettiva apertura di Ratzinger nei suoi confronti provocano un clima  di fraternità che agevola la realizzazione di un significativo avvicinamento tra le due Chiese dal 2005 in poi. I moniti di Benedetto XVI contro il relativismo morale ed in difesa delle radici cristiane d’Europa fanno sì che la Chiesa ortodossa russa rintracci sempre più spesso nella Chiesa cattolica un valido alleato di fronte alle comuni  sfide poste dalla modernità».

Questo avvicinamento è ben accolto, se non a tratti sollecitato, dal Cremlino, che «nelle  critiche di Benedetto XVI alla globalizzazione e nella storica avversione del Vaticano all'unipolarismo, rintraccia una possibile sponda a sostegno della visione multilaterale delle relazioni internazionali», puntualizza l'autore.

L'eredità di Ratzinger è il tema dell'ultimo capitolo. E arriviamo ai giorni nostri, con lo storico incontro del 2016 nella sala d'attesa dell’aeroporto dell'Avana a Cuba tra papa Francesco e il patriarca Kirill, coronamento di un processo che parte da lontano. Conlude l'autore: «l’analisi condotta sui rapporti russo-vaticani negli anni che vanno dal crollo dell’URSS fino ad oggi, dimostra il contributo decisivo di Joseph Ratzinger alla loro stabilizzazione e al loro sviluppo positivo».

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09 ottobre 2017

Putin, Stone e l’Annunziata: trovate l’intruso


di Giorgio Enrico Cavallo

Lo confesso. Per me, la televisione è un curioso pezzo da museo; un oggetto che non uso mai, che tengo addirittura con i cavi staccati per rimarcare il concetto e per non cadere in tentazione. Eppure, giovedì sera, tornato dall’ufficio, ho riattaccato i cavi in fretta e furia, cercato il telecomando che nel mentre era finito in una dimensione parallela e mi sono sintonizzato su Rai Tre. Un canale che, a memoria, ricordavo essere popolato da spettri con il pugno alzato e da mummie con il bavero rosso al collo. Ma, sfidando la mia repulsione per l’horror, ho dovuto farlo: insomma, l’evento era unico. Su Rai Tre davano nientemeno che The Putin Interviews di Oliver Stone.
Da subito ho pensato: “sarà un errore”. Eppure no, i miei informatori erano sicuri: c’era proprio Putin su Rai Tre. Ho googlato su internet e ho scoperto l’esistenza di un sito antidiluviano che informa i telespettatori della programmazione quotidiana; lì, bel bello, c’era il faccione di Putin. Non poteva essere un errore, a meno che i compagni di Rai Tre non fossero tutti ad azzannar braciole alla Festa dell’Unità e ci fosse bisogno di riempire il palinsesto con un programma a caso.
Va bene, per farla breve Putin c’era davvero. Ma, prima di andare alla festa zombie dell’Unità, i compagnoni di cui sopra hanno pensato bene di fare uno dei loro soliti scherzi sinistri. Ecco che, al posto del faccione di Vlad, è comparsa la diversamente sorridente Lucia Annunziata. La comparsa della direttrice dell’HuffPost ha sortito un effetto simile a quello del professor Guidobaldo Maria Riccardelli di fantozziana memoria. Ma come? Un’introduzione prima del film? Eh sì. Era un delirante pippone per spiegarci perché vedere la docu-intervista di Stone. Un po’ come i bollini colorati per i bambini, verde, giallo e rosso: ecco, questo programma era consentito solo previo avvertimento dell’Annunziata. Non so dire se su Rai Tre la chiamano ogni volta che stanno mandando in onda un programma; magari presenta anche Tom&Jerry, vai a sapere. Ma qui siamo andati oltre. L’ex direttrice del Tg3 ci insegna che Stone ha fatto le domande sbagliate. Sbagliate? Quattro ore di domande sbagliate? Sì, Stone avrebbe permesso a Putin di “svicolare”, di dire la sua. Un bravo giornalista avrebbe dovuto puntualizzare, ogni due minuti: “sì, ma gli hacker russi?”; e invece niente, Stone ride e scherza con il pericoloso dittatore che attenta alla democrazia mondiale e che vuole influenzare il voto americano. Se poi uno guarda l’intervista, scopre che Putin cerca davvero di dimostrarsi neutrale sulla materia del voto negli USA. Certo, forse non sopporta troppo la Clinton (ma chi la sopporta?), e con eleganza dimostra la sua distanza etica e culturale dalla candidata dem. Pazienza. Per l’Annunziata il candidato di Putin è Trump.
Il succo della storia, tutto qui: Putin è autoritario, Stone lo intervista ma non deve far vedere che è un cattivone matricolato, altrimenti lo zar gli sequestra baracca e burattini e non gli fa fare l’intervista. Il commento risulta patetico, come patetica è questa prefazione fatta per suggerire una lettura del documentario che è palesemente contraria a quanto dice il presidente russo. Perché Putin può piacere o non piacere, ma è semplicemente l’unico uomo politico della contemporaneità capace di suscitare ancora amore per lo Stato, di influenzare profondamente la politica internazionale e di arginare, per quanto possibile, la deriva disumana che viviamo in Occidente. Volete mettere al suo pari i vari Obama o Trump, o i nostri incolori Renzi, Letta, Gentiloni? Suvvia.
E poi, la mancanza di stile: l’opera di Stone è paragonabile ad un vero e proprio film: nel bugiardino di avvertimento (questo-film-può-avere-effetti-collaterali-anche-gravi), l’Annunziata rivela anche alcuni passaggi ed una risposta di Putin. Cioè: nel gergo dei nerd, ha “spoilerato”.  Almeno, Riccardelli apriva il “consueto dibattito” dopo la visione del film. Non prima. In ogni caso, il sottoscritto (spero abbiate perdonato l’uso della prima persona), sapendo già i punti salienti, ha potuto toccare con mano che l’interpretazione data dall’Annunziata era palesemente forzata, se non addirittura capovolta. E così gli altri telespettatori. Bel colpo, non c’è che dire.
Per questo, questa benedetta prefazione non era solo inutile, ma patetica. In soldoni: che senso aveva spiegarci perché ascoltare Putin? Forse, perché è un personaggio infinitamente più importante dei nostri politici, dei nostri commentatori o dei nostri giornalisti? Era necessario marcare il territorio fornendo a tutti i costi un’interpretazione non richiesta? Perché non permettere ai telespettatori di farsi un proprio, personalissimo giudizio? E perché il giudizio dell’Annunziata deve essere più importante di quello di Mario Rossi? Tanto più, che questa prefazione aveva il sapore della lezioncina imparata a memoria, ricca di luoghi comuni ed inacidita dalla supponenza; insomma: una pernacchia nei confronti di due giganti quali Putin e Stone. Una pernacchia ancor più fastidiosa perché pagata da tutti noi. Anche da chi, come me, tiene il televisore spento 364 giorni l’anno.


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25 settembre 2017

Rubrica “Vodka E Solov'iev” – Ivan Ilyin sulla fede ortodossa (II parte)


(qui la prima parte)

di Matteo Donadoni

Avremmo bisogno di un intero studio storico per una descrizione esaustiva di questi doni. Posso indicarli solo con una breve enumerazione.

1. L’intera composizione di base della rivelazione cristiana è stata ricevuta dalla Russia dall’Oriente ortodosso sotto forma dell’Ortodossia, nelle lingue greca e slava. “La grande rivoluzione spirituale e politica del nostro pianeta è il cristianesimo. All’interno di questo elemento sacro il mondo è scomparso ed è stato rinnovato” (Pushkin). Il popolo russo ha vissuto questo elemento sacro del battesimo e dell’investitura in Cristo, il Figlio di Dio, nell’Ortodossia. Questa è stata per noi ciò che è stata per i popoli occidentali prima della divisione delle chiese; ha dato loro quello che in seguito hanno perso, e quello che noi abbiamo mantenuto; per questo spirito perduto cominciano a rivolgersi a noi ora, scossi dal martirio della Chiesa ortodossa in Russia.
2. L’Ortodossia ha fissato alla base dell’essere umano la vita del cuore (i sentimenti, l’amore), e la contemplazione derivante dal cuore (visione, immaginazione). Qui sta la differenza più profonda dal cattolicesimo, che porta la fede dalla volontà alla ragione, e dal protestantesimo, che porta la fede dalla ragione alla volontà. Questa distinzione, che definisce l’anima russa, rimane per sempre; nessuna “Unia,” nessun “rito orientale”, e nessuna attività missionaria protestante può ricreare l’anima ortodossa. L’intero spirito e il cammino russo sono stati fatti ortodossi. Ecco perché quando il popolo russo crea, cerca di vedere ed esprimere ciò che ama. Questa è la forma di base dell’essere nazionale e della creatività russa. Sono stati cresciuti dall’Ortodossia e cinti dal mondo slavo e dalla natura della Russia.
3. Nella sfera morale, questo ha dato il popolo russo un vivo e profondo senso di coscienza; un sogno di giustizia e santità; un’accurata percezione del peccato; il dono di un ravvedimento che rinnova; l’idea della catarsi ascetica; e un acuto senso di “verità” e “menzogne”, bene e male.
4. Di qui lo spirito di misericordia e di fratellanza popolare, senza caste, sovranazionale così caratteristica del popolo russo, la simpatia per i poveri, i deboli, i malati, gli oppressi, e anche i criminali (vedi, per esempio, di Dostoevskij Diario di uno scrittore, 1873, articolo III “Ambiente”, e articolo V “Vlas”). Da qui vengono i nostri monasteri e imperatori che amano i poveri; di qui i nostri ospizi, ospedali e cliniche creati attraverso donazioni private.
5. L’Ortodossia ha coltivato nel popolo russo quello spirito di sacrificio, servizio, pazienza e fedeltà, senza il quale la Russia non avrebbe mai resistito ai suoi nemici né costruito una casa terrena. Nel corso di tutta la loro storia, i russi hanno imparato a costruire la Russia “baciando la Croce” e ad attingere la loro forza morale dalla preghiera. Il dono della preghiera è il migliore regalo dell’Ortodossia.
6. L’Ortodossia ha affermato la fede religiosa sulla libertà e sulla serietà, collegandole come una cosa sola; con questo spirito ha informato l’anima russa e la cultura russa. Le missioni ortodosse hanno cercato di portare la gente “al battesimo” “attraverso l’amore”, e in nessun modo con la paura (dalle istruzioni del metropolita Makarij all’arcivescovo Gurij nel 1555. Le eccezioni confermano solo la regola di base). Quindi viene dalla storia russa proprio quello spirito di tolleranza religiosa e nazionale che i cittadini russi di altre confessioni e religioni hanno valutato in base al suo merito solo dopo le persecuzioni rivoluzionarie della fede.
7. L’Ortodossia ha portato al popolo russo tutti i doni del senso cristiano della giustizia – una volontà di pace, fraternità, giustizia, lealtà e solidarietà; un senso di dignità e rango; una capacità di autocontrollo e rispetto reciproco; in una parola, tutto ciò che può attirare lo stato più vicino ai comandamenti di Cristo.
8. L’Ortodossia ha nutrito in Russia il senso di responsabilità di un cittadino, quello di un funzionario di fronte allo Tsar e a Dio, e soprattutto ha consolidato l’idea di un monarca, chiamato e unto, che avrebbe servito Dio. Grazie a ciò i governanti tirannici della storia russa sono stati un’eccezione completa. Tutte le riforme umanitarie della storia russa sono state ispirate o suggerite dall’Ortodossia.
9. L’Ortodossia russa ha risolto fedelmente e saggiamente un compito molto difficile con cui l’Europa Occidentale non ha quasi mai affrontato – trovare una corretta correlazione tra la Chiesa e il potere secolare, un sostegno reciproco nell’ambito di una mutua lealtà e non invasione.
10. La cultura monastica ortodossa ha dato alla Russia non solo una miriade di uomini giusti. Le ha dato le sue cronache, cioè ha impostato le basi per la storiografia russa e la coscienza nazionale russa. Pushkin si è espresso così: “Siamo obbligati nei confronti dei monaci per la nostra storia, e di conseguenza per la nostra illuminazione” (“Cenni storici”, 1822 di Pushkin). Non dobbiamo dimenticare che la fede ortodossa è stata a lungo considerata il vero criterio di “russicità” in Russia.
11. La dottrina ortodossa sull’immortalità dell’anima di una persona (persa nel protestantesimo contemporaneo, che non interpreta la “vita eterna” nel senso di immortalità dell’anima, vista come mortale); sull’obbedienza alle autorità superiori per il bene della propria coscienza; sulla tolleranza cristiana e sul dono della propria vita “per i propri amici” ha dato all’esercito russo tutte le fonti del suo spirito cavalleresco, privo di paura individuale, altruisticamente obbediente e conquistatore di tutto, che si è sviluppato nelle sue guerre storiche e soprattutto nell’insegnamento e nella pratica di Aleksandr Suvorov – ed è stato spesso riconosciuto dai grandi capitani del nemico (Federico il Grande, Napoleone, ecc.).
12. Tutta l’arte russa è derivata dalla fede ortodossa, che fin dall’inizio nutre in sé lo spirito di contemplazione sincera, elevazione orante, libera schiettezza, e responsabilità spirituale (Vedi Gogol, “Qual è, in definitiva, l’essenza della poesia russa?” e “Sul lirismo dei nostri poeti”. Vedi anche il mio libro Foundations of Artistry. On the Perfect in Art). La pittura russa è venuta dall’icona; la musica russa è stata alimentata dal canto ecclesiastico; l’architettura russa è venuta dal lavoro di cattedrali e monasteri; il teatro russo nato dagli “atti” drammatici a temi religiosi; la letteratura russa è venuta dalla Chiesa e dai monaci.

È stato tutto numerato, è tutto qui? No. Non abbiamo ancora parlato degli anziani ortodossi; dei pellegrinaggi ortodossi; del significato della lingua slavonica ecclesiastica; della scuola ortodossa; e della filosofia ortodossa. Ma tutto ciò è ancora impossibile esaurirlo.
Tutto questo ha dato a Pushkin la base per stabilire quanto segue come verità incrollabile: “La confessione greca, separata da tutte le altre, ci dà un particolare carattere nazionale” (Pushkin, Cenni storici, 1822). Tale è il significato del cristianesimo ortodosso nella storia russa. Ecco il perché di quelle selvagge, inaudite persecuzioni dell’Ortodossia, subite da parte dei comunisti. I bolscevichi hanno capito che le radici del cristianesimo russo, lo spirito nazionale russo, l’onore e la coscienza russa, l’unità dello Stato russo, la famiglia russa e il senso della giustizia russa – sono impostati proprio nella fede ortodossa, e quindi hanno cercato di sradicarla.
Nella lotta contro questi tentativi, il popolo russo e la Chiesa ortodossa hanno prodotto intere schiere di confessori, martiri e santi; e allo stesso tempo hanno restaurato la vita religiosa dell’epoca delle catacombe ovunque – nei boschi, negli anfratti, nei villaggi e nelle città. Per vent’anni il popolo russo ha imparato a concentrarsi in silenzio, a purificare e forgiare le proprie anime di fronte alla morte, a pregare a bassa voce e a organizzare la vita della Chiesa nelle persecuzioni, rafforzandosi in segreto e nel silenzio. E dopo venti anni di persecuzione, i comunisti hanno dovuto ammettere (nell’inverno del 1937), che un terzo dei residenti della città e due terzi della popolazione nei villaggi continuano a credere in Dio apertamente. E quanti nel resto credono e pregano in segreto?
Le persecuzioni stanno risvegliando nel popolo russo una nuova fede, piena di nuova forza e nuovo spirito. I cuori sofferenti stanno restaurando la loro antica, secolare contemplazione religiosa. E la Russia non solo non lascerà l’Ortodossia, come sperano i suoi nemici in Occidente, ma sarà rafforzata nelle basi sacre del suo essere storico.
Le conseguenze della rivoluzione supereranno le sue cause».

E allo stesso tempo è giunto il tempo, anche per noi cattolici, di restaurare la vita religiosa dell’epoca delle catacombe ovunque – nei boschi, negli anfratti, nei villaggi e nelle città. Attendiamo nel silenzio che le conseguenze della rivoluzione kasperita superino le sue cause.
Che la Madre di Dio, la Theotokos, Sancta Dei Genetrix, ci protegga.

(fine)


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23 settembre 2017

Rubrica “Vodka E Solov'iev” – Ivan Ilyin sulla fede ortodossa (I parte)


(OVVERO LA RINASCITA RUSSA COME FUTURO DELLA CHIESA)

«La grande rivoluzione spirituale e politica del nostro pianeta è il cristianesimo.
All’interno di questo elemento sacro il mondo è scomparso ed è stato rinnovato» (A. Pushkin)

di Matteo Donadoni

La sistematica demolizione dottrinale da parte dei vertici, lo smantellamento scientifico della liturgia da parte dei parroci, e in generale lo sbrago odierno della Chiesa cattolica, stride metallico e disperato come un orribile grido “si salvi chi può!”, che risulta maggiormente scandaloso se paragonato alla fioritura straordinaria quanto inattesa della Chiesa ortodossa russa. Come molti sanno, la fede religiosa in Russia non è mai cresciuta più intensamente come negli ultimi tre decenni. Diceva un anno fa ad un incontro con professori e studenti italiani il Metropolita Hilarion di Volokolamsk: «Oggi abbiamo 35.000 chiese. Ciò significa che abbiamo aperto 29.000 chiese in ventotto anni, aprendo più di 1.000 chiese all'anno o tre al giorno ... Precedentemente abbiamo avuto tre seminari teologici o accademie, e oggi ci sono più di cinquanta». Aprire tre chiese al giorno è un’impresa più che impossibile in Occidente, è ilare. Ve lo immaginate Bergoglio scuro in volto che, con voce baritonale e aria da funerale, annuncia un evento simile? (Il traguardo di avere seminari stracolmi di ferventi cattolici giovani e determinati, tanti da giustificare la costruzione di nuove chiese, sarebbe per lui la vittoria dei cavillatori moralistici, marci nel cuore, figli del signor e della signora Piagnistei. Siamo onesti: i cattocomunisti hanno fatto più danni dei comunisti veri).
Secondo il metropolita Hilarion, la storia russa «non ha mai assistito a una tale crescita della fede religiosa come abbiamo visto negli ultimi ventott'anni». «Di più, non conosco nessun altro precedente di questo genere in tutta la storia dell'umanità. Siamo consapevoli che l'epoca di San Costantino il Grande nel IV secolo era un tempo in cui le chiese sono state costruite ovunque e si sono svolti i battesimi di massa. Ma non ci sono statistiche per quel periodo, mentre abbiamo statistiche per l'epoca in cui viviamo», ha aggiunto.
Mentre gli intellettuali occidentali sostengono spensierati che la società moderna vive nell'era post-cristiana, il rappresentante della Chiesa ortodossa russa sembra ribattere che in Russia, la patria dell’ateismo di Stato, questo concetto non esista nemmeno. Perché? Perché «Con i nostri occhi abbiamo visto la potenza del cristianesimo che ci permette di aprire tre chiese al giorno oggi. Abbiamo assistito a come il cristianesimo trasforma la vita umana, fino a che punto Cristo e il suo insegnamento sono ancora oggi importanti», ha concluso il Metropolita Hilarion.
Di grande aiuto è stata certamente la concezione politica del presidente Vladimir Putin. Un elemento chiave della visione del mondo dell’ex agente del KGB non è solo il suo impegno per la Chiesa Ortodossa Russa come istituzione, ma anche la sua ammirazione per i filosofi russi cristiani del XIX e del XX secolo - Nikolai Berdyaev, Vladimir Solov’ev e Ivan Ilyin - tutti citati spesso nei suoi discorsi. I governatori regionali della Russia sono stati addirittura incaricati di leggere le opere di questi filosofi durante le loro vacanze invernali del 2014. Vi immaginate il vecchio bolscevico Napolitano fare altrettanto? Viviamo veramente nella parte del mondo più banalmente imbalsamata e idiota? Non so rispondere. Così come non so dove trovare i nostri nuovi Confessori, ne vedo ormai pochissimi. So però che non dobbiamo più snobbare l’ortodossia come vizio degli scismatici (scisma per altro ricomposto durante il Concilio di Firenze-Ferrara* quindi inesistente), ma comprenderla per capire come fare per recuperare quella latina. Perché, anche se non è perfetta, dopo le persecuzioni appare oggi di gran lunga più in salute di noi.

Riporto di seguito una traduzione di uno scritto del filosofo russo Ivan Ilyin  (1883-1954), uno dei maggiori del ventesimo secolo, che  spiega come la nazione russa non sia stata forgiata solo attraverso la guerra, ma attraverso l'amore e la bellezza divina - la fede cristiana ortodossa. Potrete trovare l’originale sul sito:

«La cultura spirituale nazionale è creata di generazione in generazione non con il pensiero cosciente e non con scelta arbitraria, ma attraverso una tensione lunga, integrale e ispirata di tutto l’essere umano; e soprattutto da un istinto inconscio, le forze notturne dell’anima. Queste forze misteriose dell’anima sono capaci di creatività spirituale solo quando sono illuminate, nobilitate, formate e coltivate dalla fede religiosa. La storia non conosce un popolo culturalmente creativo e spiritualmente grande che abbia dimorato nell’empietà. Anche i più distanti selvaggi hanno la loro fede. Cadendo nell’incredulità, le nazioni sono decadute e sono morte. Che l’elevazione della cultura nazionale dipenda dalla perfezione della religione è comprensibile.
Da tempo immemorabile la Russia è una nazione cristiana ortodossa. Il suo principale nucleo creativo nazionale-linguistico ha sempre confessato la fede ortodossa. (Si veda, per esempio, i dati statistici di D. Mendeleev, Sulla conoscenza della Russia. pp. 36-41, 48-49. All’inizio del XX secolo la Russia contava circa il 66% di popolazione ortodossa, circa il 17% di cristiani non ortodossi, e circa il 17% di religioni non cristiane – circa 5 milioni di ebrei e popoli turco-tartari) Ecco il motivo per cui lo spirito dell’Ortodossia ha sempre definito e ancora definisce così tanto e così profondamente il tessuto della creatività nazionale della Russia.
Per mezzo dei doni dell’Ortodossia tutti i russi hanno vissuto, sono stati educati, e hanno trovato la salvezza nel corso dei secoli. Erano tutti cittadini dell’Impero russo – sia coloro che hanno dimenticato quei doni e quelli che non li hanno notati, rinunciando a loro e addirittura bestemmiandoli; cittadini appartenenti ad altre confessioni cristiane; e altri popoli europei oltre i confini della Russia.

(continua)

*Il 6 luglio del 1439 la cattedrale fiorentina di Santa Maria del Fiore fu teatro della pubblica promulgazione della bolla Laetentur Coeli, con la quale, alla presenza dell’imperatore bizantino Giovanni VIII Paleologo,  papa Eugenio IV annunciò l’avvenuta ricomposizione dello scisma fra le Chiese di Oriente e di Occidente.


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04 aprile 2017

I retroscena geopolitici dietro l’attacco a San Pietroburgo


È ora che Europa, Usa e Russia adottino una strategia comune contro il terrorismo islamico

di Alessandro Rico 

La matrice dell’attacco che a San Pietroburgo ha mietuto quattordici vittime e circa cinquanta feriti sembra ormai chiara: il terrorista kirghiso ventiduenne che ha piazzato una delle due bombe aveva legami con ambienti dell’estremismo islamico in Siria.
Sembra dunque essere esclusa la pista cecena. Il conflitto con la regione caucasica si accese dopo il collasso dell’Unione Sovietica. Dopo gli insuccessi di Eltsin, Putin sembrava essere riuscito a piegare il nemico, pur pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane (si pensi all’assalto al teatro di Mosca nel 2002, quando per uccidere i terroristi, le forze speciali pomparono nel sistema di ventilazione un gas tossico, provocando anche la morte di 129 ostaggi). Il terrorismo ceceno aveva dunque una profonda caratterizzazione nazionalista, ma si riallacciava al fondamentalismo islamico professato dal fondatore del movimento, Shamil Basaev, morto in circostanze misteriose nel 2006: l’obiettivo era la creazione di una teocrazia islamica indipendente dalla Russia. Le ultime violente recrudescenze risalivano al 2010 e al 2011, con le stragi alla metropolitana di Mosca e quella all’aeroporto Domodedovo.
La pista che porta allo Stato Islamico è ovviamente collegata all’impegno di Putin in Siria a sostegno di Assad. Si noti che al momento dell’attacco il presidente russo si trovava a San Pietroburgo e l’attentato può rappresentare un avvertimento rivolto direttamente al numero uno del Cremlino. Non è la prima volta che i russi finiscono nel mirino dell’Isis. Nel 2015 lo Stato Islamico aveva rivendicato l’attacco a un jet in volo dall’Egitto e diretto proprio a San Pietroburgo: un ordigno artigianale al tritolo, posto all’interno di una lattina e probabilmente introdotto nel velivolo grazie alla complicità di qualche operatore di terra, distrusse l’aereo russo mentre sorvolava le alture del Sinai. E nel dicembre del 2016 l’ambasciatore russo ad Ankara era stato ucciso a colpi di pistola da un poliziotto che voleva vendicare i bombardamenti su Aleppo. Secondo alcune fonti, tra l’altro, nelle stesse ore delle esplosioni alla metro di San Pietroburgo, alcuni colpi di mortaio sarebbero stati lanciati contro l’ambasciata russa a Damasco, già presa d’assalto nei mesi di febbraio e marzo.
Sul fronte interno, la Russia sta attraversando una fase di turbolenza, messa in agitazione dalle manifestazioni dell’opposizione anti-Putin, organizzate da fazioni elettoralmente non molto rilevanti, ma balzate agli onori delle cronache anche per l’arresto dell’attivista Alexei Navalny. L’attacco di ieri ha un chiaro risvolto geopolitico e testimonia una volta di più la necessità, per l’Europa, di riavvicinarsi a Mosca, per concordare una strategia comune sul Medio Oriente, in una fase in cui il cambiamento degli orientamenti della Casa Bianca potrebbe facilitare il dialogo.
Finora l’ambiguità dell’amministrazione Obama, che ha destabilizzato Libia, Egitto e Siria, favorendo l’ascesa di forze islamiste, aveva determinato significative spaccature all’interno della UE: la Germania si era defilata dalle operazioni libiche, ma al contempo aveva promosso la linea dura contro la Russia sulla questione ucraina; Inghilterra, Francia e Usa hanno condotto azioni belliche in Siria parallelamente a Putin, costretto a una tormentata alleanza con Erdogan.
Le bombe a San Pietroburgo, in una città e in un Paese che certo non davano l’impressione di versare nello stesso disordine della Francia presa sotto la morsa jihadista, ma soprattutto in un anno cruciale per la storia nazionale, il centenario della Rivoluzione d’ottobre, avvicinano simbolicamente la Russia a Parigi, Berlino e Londra. Ora che anche gli Stati Uniti sono decisi a fare terra bruciata intorno agli ultimi avamposti Isis, sostenendo quei regimi locali in grado di garantire stabilità e controllo sui territori più caldi, il momento per convergere su un’agenda comune è propizio. Eppure, a ventiquattro ore dalla strage, le ONG massoniche come l’Unicef già si lanciano all’offensiva di Assad, accusato di aver impiegato armi chimiche in un bombardamento contro i ribelli, uccidendo almeno undici bambini. Chiaramente, l’internazionale progressista teme un riavvicinamento tra Europa, Russia e Usa, simile a quello che era riuscito a mettere in atto Berlusconi prima della crisi in Ossezia del 2008, quando si consumò una nuova rottura tra Bush e Putin. Quello che sta passando ora è un treno che l’Occidente non può permettersi di perdere.

(tratto dal quotidiano La Verità del 4 aprile)

 

29 ottobre 2016

Il diplomatico\2. Diritti umani o grimaldello degli USA: la Russia è fuori dall’UN Human Rights Council


di Alessandro Rico

Questo venerdì, con votazione a scrutinio segreto, la Russia ha perso i suoi seggi al Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU. Al suo posto, subentrano Croazia e Ungheria.
La vicenda comincia qualche giorno prima, quando un’ottantina di ONG per la difesa dei diritti umani (leggi centri operativi al servizio del Dipartimento di Stato americano) ha inoltrato all’ONU la richiesta formale di espellere la Russia dal Consiglio per i Diritti Umani, a causa delle presunte violazioni perpetrate da Mosca con i suoi raid aerei su Aleppo, a sostegno del regime di Assad. Tanto per non dare l’impressione che la loro petizione cadesse “a cecio”, nel bel mezzo delle schermaglie tra la Casa Bianca e il Cremlino, Human Rights Watch, Refugees International & company avevano chiesto anche l’esclusione dell’Arabia Saudita. Che ovviamente non è arrivata. Come poteva? Mentre la Russia è ai ferri corti con gli Stati Uniti e l’Europa (nonostante il tentativo dell’Italia di ammorbidire la posizione di Germania, Francia e Regno Unito a proposito delle sanzioni internazionali), i sauditi sono fedeli alleati di Washington, che solo poche settimane fa aveva destinato loro uno stanziamento miliardario di equipaggiamenti militari, impiegati poi dall’Arabia Saudita nel conflitto in Yemen. Curioso che all’ONU nessuno si sia preoccupato del fatto che proprio nello Yemen, missili firmati Stati Uniti e sganciati dalla coalizione a guida saudita, siano piombati su un funerale uccidendo 155 persone.
In realtà, la posizione degli americani sul Consiglio per i Diritti Umani non è stata sempre univoca. Nel 2001, durante l’amministrazione Bush, gli USA mancarono la rielezione nell’ambito della Commissione ONU per i Diritti Umani, organismo poi sostituito nel 2006 dall’attuale Consiglio. Tuttavia, tra il 2006 e il 2008 gli Stati Uniti scelsero di non concorrere per riguadagnare il seggio, lamentando come l’organismo delle Nazioni Unite avesse perso credibilità, focalizzandosi solo ed esclusivamente su un’agenda anti-Israele. Con l’avvento di Obama, l’orientamento di Washington è mutato e dal 2009 in poi è iniziata una nuova luna di miele, che testimonia banalmente un cambio di strategia: mentre Bush impiegava come grimaldello per le proprie campagne militari la storiella dell’esportazione della democrazia liberale, o lo spauracchio della sicurezza nazionale minacciata dagli armamenti di Saddam Hussein, più sottilmente l’amministrazione Obama si è concentrata sull’uso politico dei diritti umani per screditare le potenze concorrenti (tuttavia, mentre l’opinione pubblica internazionale ha avuto buon gioco nello screditare Bush, nessuno discute il profondo umanesimo dei Democratici).
Si tratta della logica evoluzione dell’imperialismo statunitense, già prevista da Carl Schmitt. Il giurista tedesco spiegò bene come, almeno da Woodrow Wilson in poi, gli Stati Uniti avessero iniziato ad applicare uno schema “moralistico” alle relazioni internazionali, per cui le nazioni antagoniste non erano più “nemici”, ma “criminali” internazionali, da punire con azioni militari e diplomatiche che acquisivano la solenne sanzione etica del giudizio tribunalizio.
Quella dei diritti umani è una dottrina affascinante, ma poco sensata. Prima di tutto, per renderla digeribile al più ampio numero di Paesi e culture, le istituzioni internazionali l’hanno privata di un preciso fondamento filosofico o metafisico, facendone una mera asserzione che si presumeva “auto-evidente”. In secondo luogo, è chiaro come essa comunque attinga a piene mani da quella rappresentazione dell’individuo astratto, monade definita da una generica “umanità”, priva di concretizzazioni storiche, etniche, sociali, che il pensiero contemporaneo ha ereditato dalla sciagurata modernità. Ma soprattutto, dovrebbe essere ormai a tutti evidente che la dottrina dei diritti umani viene impiegata a uso e consumo degli americani, alla ricerca di una legittimazione come potenza egemone – già da quando, con gli Accordi di Helsinki del 1975, i sovietici furono attirati nella trappola di impegnarsi al rispetto dei “diritti dell’uomo”, clausola che poi venne puntualmente ritorta contro quello che Reagan, tanto per confermare l’uso del linguaggio moralistico denunciato da Schmitt, definì (peraltro giustamente) l’Impero del Male. Fu proprio così che nacque Human Rights Watch.
Oggi è forse venuto il momento di mettere in discussione la dottrina dei diritti umani, sui quali si divertono a versare fiumi di inchiostro i filosofi “liberal” dell’accademia statunitense. L’egemonia americana, che sta mettendo in pericolo la pace mondiale, passa anche da lì. E per l’ipocrisia delle Nazioni Unite, alle quali l’Osservatore Permanente della Santa Sede, l’Arcivescovo Barnardito Auza, qualche giorno fa ha esplicitamente rinfacciato gli «abusi sessuali e altre forme di sfruttamento da parte dei peacekeeper» dell’ONU. Ma gli stupratori non erano i preti?

 

28 ottobre 2016

Il diplomatico\1. Barack e burattini.


Inauguriamo con questo articolo la nuova rubrica dedicata all'attività di Joseph de Maistre come diplomatico, in una fase storica in cui diventa sempre più importante approfondire le questioni relative alla politica internazionale . La rubrica sarà periodicamente aggiornata dai nostri collaboratori esperti di relazioni internazionali.

di Alessandro Rico
Si ringrazia Fabio Petrucci per la preziosa consulenza

Sorrisi, strette di mano, siparietti, eccellenze italiane, cena di gala, Barack e burattini. Cosa c’è dietro la luna di miele tre Renzi e Obama? Cosa c’entrano la Clinton Foundation, la NATO, Mosul e un gasdotto?

Una panoramica della situazione
Facciamo un passo alla volta. Come tutti sapete, Renzi è volato negli Stati Uniti, dove il Presidente uscente Barack Obama lo ha accolto con tutti gli onori e gli ha dedicato l’ultima cena ufficiale del suo secondo mandato. L’8 novembre ci saranno le elezioni e, salvo sorprese, Hillary Clinton dovrebbe spuntarla (resta, comunque, l’incognita del Congresso, dove i Repubblicani potrebbero conquistare la maggioranza dei seggi e quindi ostacolare l’attività del governo, anche respingendo i veti del Presidente). Nel frattempo, manco fossimo nella terza stagione di House of Cards, dove Frank Underwood s’inventa una guerra ai terroristi nella speranza di condizionare gli elettori, gli USA hanno avviato la riconquista di Mosul, sostenendo una eterogena coalizione costituita da turchi, peshmerga, milizie irachene sciite e pure, particolare non secondario, appoggio logistico ed elicotteristico italiano. Già da qualche settimana, poi, si vanno deteriorando i tesi rapporti con la Russia, finché, pochi giorni fa, la NATO ha annunciato l’invio di un contingente nei Paesi baltici (ovvero, ai confini russi) entro il 2018, contingente che, in caso di conflitto, sarebbe guidato proprio dall’Italia. Un’altra circostanza di cui tenere conto sono le ripetute manifestazioni di insofferenza da parte di Renzi nei confronti della leadership tedesca dell’Unione Europea: lo strappo sui migranti nel mese di settembre, le continue richieste di flessibilità, le critiche all’austerity, la riprensiva contro i “tecnocrati”, quando Bruxelles ha pensato di censurare la finanziaria con una missiva.

Renzi corteggia Obama; e Obama ci sta…
Insomma, sembrerebbe che il nostro premier stia facendo di tutto per smarcarsi dall’Europa del rigore. E l’unico modo per dribblare la Merkel è convincere il Presidente della principale potenza occidentale a sostenerlo nella lotta per una politica economica più rilassata, che al governo italiano ovviamente farebbe aggio, in vista delle elezioni politiche del 2017 (Renzi ha già varato una finanziaria di elargizioni in prospettiva del referendum; figuriamoci quello che potrebbe progettare per la prossima, cruciale scadenza, a riforma costituzionale e legge elettorale incassate). A Obama il corteggiamento dell’Italia va particolarmente a genio. Innanzitutto, è sempre stata sua intenzione spingere l’Europa a cambiare rotta, a stimolare i consumi, magari con la speranza di invadere il mercato del Vecchio Continente con prodotti americani, grazie al TTIP. In secondo luogo, un riallineamento dell’Italia toglierebbe di mezzo quello che è stato spesso un concorrente scomodo nel teatro mediorientale (si pensi, a titolo di esempio, alla crisi di Sigonella): in un colpo solo, Obama compatterebbe gli alleati europei per operare in Libia, Siria e Iraq, assicurandosi un prezioso appoggio nella guerra (ancora asimmetrica) alla Russia di Putin. Il fatto che l’Alto Rappresentante UE per gli affari esteri, la nostra Federica Mogherini, faccia parte da anni di quelle istituzioni sovranazionali che rappresentano la longa manus degli Stati Uniti (FAO, Fondazione Italia USA, ecc.), non può che essere di ulteriore aiuto.
Non dimentichiamoci, però, che non certo da ieri Renzi flirta anche con i Clinton. È noto che nel 2013 il Ministero dell’Ambiente ha finanziato la Clinton Global Initiative con una somma forse non gigantesca, ma per citare Maccio Capatonda, sossempresoldi. La Clinton Fondation ha organizzato un incontro tra Renzi e Bill nel mese di aprile di quest’anno e poi una riunione a tre cui hanno preso parte gli stessi Renzi e Bill Clinton, con il nuovo Presidente argentino Macri. Evidentemente, il premier italiano confida nella vittoria di Hillary e nel fatto che quest’ultima, la quale pure ha avuto un passato di contrasti con Obama (che parrebbero oggi appianati), prosegua la politica di amicizia e sostegno al Bel Paese (e magari che convinca capitalisti americani a investire in Italia?).

Il sogno (infranto?) di Putin
Ovviamente, tutto ha un prezzo. E la spregiudicata strategia di Renzi fa dell’Italia una delle principali pedine sulla scacchiera che gli Stati Uniti stanno muovendo per impedire l’avvicinamento di Europa e Russia.
Non è un mistero che Putin sognasse l’integrazione del Vecchio Continente con la Russia, una sorta di Eurasia con un fulcro economico ed energetico: il mercato comune “da Lisbona a Vladivostock” e, ovviamente, la fornitura di gas, nel cui quadro doveva rientrare anche il gasdotto South Stream, per il quale aveva iniziato a spendersi il governo Berlusconi e che avrebbe dovuto collegare la Federazione Russa all’Italia, passando per la Grecia – stranamente, due dei Paesi colpiti più duramente dalla tempesta sui conti pubblici e lo spread. La Germania, d’altra parte, puntava soprattutto a un raddoppio del North Stream, in barba alle sanzioni anti-russe seguite all’annessione della Crimea (persino il Corriere della Sera, lo scorso anno, lamentava la doppiezza di Berlino e gettava sinistri sospetti sulla spartizione degli asset greci da parte di società private tedesche, mentre le istituzioni europee avevano chiaramente sabotato il South Stream).
In tutto ciò, gli Stati Uniti non potevano tollerare la dipendenza energetica europea da Mosca, né la prospettiva di una profonda integrazione economica tra Europa e Russia. Durante gli anni Novanta, gli USA hanno perseguito l’espansione della NATO verso Est, per schiacciare i russi entro i loro confini e costringerli a mollare la presa sul Vecchio Continente, sul quale gli americani avevano ben altre mire: in ballo c’erano l’importazione dei loro prodotti alimentari, che le normative sanitarie europee limitavano, oltre al dualismo tra le due grandi compagnie Boeing ed Airbus. E infatti Obama, intervistato dal bravo cameriere Federico Rampini su Repubblica, non si è fatto scappare l’occasione per rilanciare il TTIP, per ora affossato dall’aperta ostilità dell’opinione pubblica di molti Stati membri dell’UE, ai quali, nonostante tutto, i governi nazionali devono ancora in qualche modo rispondere.
L’opposizione degli Stati Uniti al South Stream, progetto avviato da Eni e Gazprom e poi esteso a compagnie francesi e tedesche, si è concretizzata in una serie di mosse strategiche, che alla fine hanno condotto alla rottura del partenariato industriale. Innanzitutto, c’è stata la doppia ondata di “rivoluzioni arancioni” in Ucraina, con la quale venne rovesciato il governo filorusso e il “granaio d’Europa” fu trasformato in una specie di avamposto o di muro simbolico tra Europa e Russia. Tuttora nel Donbass prosegue una sanguinosa guerriglia, che ovviamente le diplomazie e i media occidentali imputano alla brama di conquista dei russi; ma che la coalizione NATO a trazione americana ne sia la vera regista, è fatto ormai quasi acclarato, apertamente denunciato anche da un illustre studioso come John Mearsheimer su Foreign Affairs.
Dal canto loro, gli Stati Uniti hanno esercitato una forte pressione sulla Bulgaria, affinché impedisse il passaggio del gasdotto sul proprio territorio: innanzitutto, attraverso la Commissione Europea allora guidata da Manuel Barroso, che annunciò l’apertura di una procedura d’infrazione ai danni della Bulgaria per presunte irregolarità negli appalti (uscito dalle istituzioni europee, curiosa coincidenza, Barroso è stato premiato con un incarico da Goldman Sachs, la banca d’affari vicina alla Clinton); poi, nel 2014 fu addirittura il senatore repubblicano John McCain (quello che guarda caso ha annunciato che non voterà Trump) a incontrare il premier bulgaro, il quale in seguito annunciò il blocco dei lavori.
Alcuni cattolici sedicenti tradizionalisti, infettati dal morbo atlantista, come se vivessero ancora all’ombra del comunismo, ci hanno tenuto a spiegare che i poveri baltici e i poveri polacchi hanno le loro ragioni per temere l’espansionismo russo (in realtà è stata la NATO, come abbiamo già osservato, a muovere verso Est, con l’annessione di Paesi ex sovietici, in particolare quello del 2004, che incluse Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia, l’allargamento più grande della storia del Patto Atlantico). Tuttavia i fatti dimostrano che il vero obiettivo dietro queste manovre coincide soprattutto con gli interessi americani; con il proposito, cioè, di sottrarre l’Europa dalle “grinfie” del gas di Putin, magari per venderle il gas da argille prodotto negli USA e sponsorizzarne l’estrazione anche in alcuni Paesi europei. E indovinate un po’ qual è lo Stato del nostro continente con il più ingente quantitativo di giacimenti? Manco a farlo apposta, proprio la Polonia, storica nemica dei russi. Peraltro, visto il disastroso impatto ambientale dell’attività estrattiva, già da tre-quattro anni, nazioni come Austria, Regno Unito, Francia e Olanda hanno perso interesse per questa fonte di approvvigionamento energetico.
La campagna americana è riuscita a condizionare persino la Francia, messa alle strette sul piano economico, costretta a varare il classico piano di riforme in stile Troika, soffocata dall’emergenza sicurezza interna. Proprio la Francia, che nel 1966, per scelta di De Gaulle, abbandonò la NATO, salvo poi rientrarvi nel 2009, quando forse Sarkozy già puntava al beneplacito statunitense per le operazioni che avrebbe poi attuato in Libia contro Gheddafi (e contro gli interessi strategici dell’Italia). Putin, che si è detto meravigliato dalla retromarcia di Hollande, con il quale aveva provato a intavolare delle trattative per condurre un’offensiva comune ai danni dell’ISIS, durante l’ultimo Forum di Vladivostock ha chiaramente lasciato intendere che al momento la Russia sta guardando in un’altra direzione, all’Estremo Oriente: a un partenariato commerciale, energetico e infrastrutturale con Cina, Giappone e Corea del Sud.

Dalla Siria può cominciare una nuova guerra mondiale
Il teatro mediorientale è un altro degli aghi della bilancia, insieme all’Europa, nel conflitto USA-Russia. Nell’ultimo dibattito televisivo prima delle elezioni, Hillary Clinton si è detta favorevole all’istituzione di una no-fly zone sulla Siria: il che equivale quasi a dichiarare guerra ai russi, che colpiscono Aleppo con i loro raid aerei a sostegno di Assad. In Medio Oriente, gli obiettivi degli americani sono molto diversi. Innanzitutto, gli USA sono alleati dell’Arabia Saudita, con la quale, invece, la Russia non è in buoni rapporti. Inutile ricordare che Arabia e Qatar figurano tra i generosi finanziatori della Clinton Foundation e che, nondimeno, a nessun giornalista di grido è venuto in mente di denunciare, con la dovuta enfasi, che il probabile successore di Obama percepisce delle elargizioni dai principali sponsor del terrorismo islamico. È proprio grazie agli armamenti forniti dagli americani, che i sauditi hanno condotto la loro martellante campagna militare sullo Yemen, dove si intrecciano gli asti tra sunniti e sciiti e l’ostilità tra Arabia (che sostiene il governo) e Iran (che sostiene i ribelli Huthi).
D’altronde, la Clinton non è nuova ad ambigue frequentazioni: i leaks che i media ignorano spiegano anche perché Hillary si sia a lungo opposta all’inserimento di Boko Haram nella lista delle organizzazioni terroristiche, persino contro il parere di John Kerry. La Clinton Foundation era in affari con un magnate nigeriano, che premeva per un cambio di regime allo scopo di assicurarsi ricche commesse pubbliche. Gli Stati Uniti si rifiutarono di sostenere l’allora capo del governo  della Nigeria, Goodluck Jonathan, contro Boko Haram; sostegno che puntualmente è arrivato quando le elezioni hanno, prevedibilmente, premiato l’attuale presidente Buhari, nominato nel 2015.
È lampante che la presunta guerra al terrorismo degli Stati Uniti sia prevalentemente una farsa. L’offensiva su Mosul, che giunge a ridosso delle votazioni che dovrebbero, secondo i sondaggi, premiare la Clinton, non è niente più che un’accozzaglia di gruppi tenuti insieme a fatica da un comune nemico: per il resto, i peshmerga e i turchi sono ai ferri corti, gli sciiti lamentano l’ingerenza della Turchia, quest’ultima a sua volta teme l’indipendentismo curdo e, dopo la rottura con Putin, sembra essersi riallineata alla Russia (non ci scordiamo che, per dimensioni del suo esercito, la Turchia è la seconda potenza militare della NATO dopo gli USA). E infatti la riconquista di Mosul procede a rilento, nonostante i media celebrino in anticipo i trionfi della coalizione, mentre condannano le azioni della Russia e dell’esercito regolare siriano, senza remore e anche senza filtri, rilanciando spudoratamente le informazioni della propaganda dei ribelli anti-Assad,. E mentre giornali e telegiornali paventano il rischio che i combattenti dell’ISIS fuggano nascosti tra i civili, si viene colti dal sospetto che questa “fuga” sia in qualche modo favorita proprio dagli americani. Su AnalisiDifesa, in effetti, Gianandrea Gaiani accarezza l’ipotesi che i pullmini pieni di familiari dei membri del califfato, rifugiatisi a Raqqah, dimostrino come la coalizione voglia instradare l’ISIS verso la Siria per rintuzzare lo schieramento dei ribelli, ovviamente nella prospettiva di sabotare le operazioni militari guidate da Mosca e far cadere Assad.

USA e Russia, nemici naturali
L’Italia, su iniziativa del governo Renzi, si è impegnata su questo duplice fronte est-europeo e mediorientale (mesi fa abbiamo anche provato a guidare i difficili negoziati per la costituzione di un governo in Libia). Come tutto ciò possa promuovere i nostri interessi nazionali rimane un mistero, a meno che tali interessi non siano fatti coincidere con il capitale politico che Renzi vorrebbe spendere di qui al 2017. All’ultimo vertice europeo, Renzi e Mogherini hanno fatto in modo di ammorbidire la linea anti-russa di Germania, Francia e Gran Bretagna, scongiurando il pericolo di nuove sanzioni, che danneggerebbero ulteriormente le relazioni commerciali del nostro tessuto imprenditoriale con la Russia. Ma non si potrà a lungo dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Nel 2019 scadranno i contratti con l’Ucraina per il transito del gas e il Ministro per l’Energia russo ha già annunciato che il Turkish Stream, lanciato nel 2014 come alternativa al South Stream, sarà completato proprio in vista di quel termine. Ma prima di quel momento, Hillary Clinton potrebbe dare il via a un’escalation a partire proprio dalla Siria. E c’è da scommettere che Putin non starà a guardare.
Una delle tesi forti che vorremmo consegnare al lettore, in effetti, è che la politica non è solo questione di soldi e risorse economiche, ma anche e soprattutto di ideologie e narrazioni contrapposte. Fin qui abbiamo insistito molto sui retroscena legati alle forniture energetiche, agli affari di alcuni candidati nei Paesi destabilizzati, agli accordi commerciali; ma bisogna riconoscere che anche nel campo delle relazioni internazionali è necessario resistere al materialismo economicistico e indagare le cause profonde delle inimicizie tra i popoli. Stati Uniti e Russia sono nemici, nel senso schmittiano, perché entrambi sposano una qualche versione del “Destino manifesto”, l’idea di essere un popolo eletto, chiamato a redimere le sorti dell’umanità o a svolgere una funzione civilizzatrice, a costituire un nuovo ordine mondiale o a restaurare la gloria della Terza Roma. Ogni pedina che viene mossa mira a costringere all’angolo l’avversario, a ridurlo a piccolo potentato regionale, con alcune grosse incognite, come la Cina, che al momento sta a guardare, mantiene relazioni cordiali con entrambi, ma se da una parte mal sopporta l’egemonia americana, dall’altra è più volte entrata in rotta pure con la Russia (è una rivalità che i due Paesi si portano dietro almeno dal dualismo tra comunismo russo e comunismo asiatico, e dai negoziati che, negli anni Settanta, Kissinger intraprese con Pechino in funzione antisovietica).
Ci troviamo indubbiamente a un bivio fondamentale, ma l’impressione è che la nostra leadership ci stia trascinando alla deriva, in un’operazione molto pericolosa per la pace mondiale, se non addirittura suicida: è una coincidenza che in uno degli ultimi tweet, Hillary Clinton si sia messa a farneticare di codici nucleari?

 

17 ottobre 2016

Esercizi di propaganda sbiadita


di Alessandro Rico

Con un articolo su La Stampa, un intervento su La Nuova Bussola Quotidiana e un editoriale di Marco Respinti sul suo blog personale, è cominciata la scorsa domenica una sorprendente offensiva dei cattolici “normalisti” contro i cattolici definiti "oppositori di Bergoglio". Ci rammarichiamo di non essere finiti nel calderone additato da Galeazzi e Tornielli sul quotidiano torinese, in mezzo a intellettuali o giornalisti di qualità, che si limitano a manifestare, argomentandolo, il proprio senso di smarrimento, dinanzi a certi discutibili orientamenti del nuovo pontificato.

Evidentemente non siamo né abbastanza allineati da essere corteggiati dai giornaloni nazionali, né abbastanza estremisti da meritarci l’appellativo di “adoratori di Putin”. Avete letto bene: insieme alla difesa a oltranza di Francesco, Galeazzi e Tornielli discutono della posizione filorussa che molti tradizionalisti hanno adottato nell’attuale crisi delle relazioni internazionali. Lo stesso filone intrapreso dai catto-liberali della Bussola e da Respinti. E mi viene da pensare, pur non essendo un giovanilista, che ragioni anagrafiche condizionino pesantemente la mentalità di certi pur spettabili colleghi, che probabilmente credono di vivere ancora all’ombra del Muro di Berlino.

Il pretesto per ridicolizzare i cattolici non conformisti è un presunto provvedimento anti-cristiano, recentemente varato dal regime di Putin. In realtà, la legge Jarovaja, dal nome della sua promotrice, era stata pensata per colpire non i cattolici, bensì le sette protestanti di stampo americano che iniziano a fare proseliti in Russia (e che hanno già sottratto molti fedeli alla Chiesa Cattolica in Sud America). Per quanto si debba riconoscere che la libertà religiosa costituisce un principio fondamentale dell’ordinamento politico di una nazione civile, non possiamo non sottolineare come il giro di vite putiniano paia rientrare nel quadro dell’accresciuto clima di tensione con gli Stati Uniti, che non è stata certo la Russia a esacerbare.

E mentre sulla Bussola Stefano Magni glorifica le operazioni militari della NATO, spiegandoci (e raccontando solo mezza verità) quanto Paesi baltici e Polonia abbiano ragione a temere l’espansionismo di Mosca, i cattolici che adorano gli USA, per parafrasare Galeazzi e Tornielli, paiono aver dimenticato qual è la situazione del cristianesimo americano, dopo due mandati di Obama e alla vigilia di quella che probabilmente sarà la presidenza Clinton. Planned Parenthood, matrimonio gay, campagne abortiste, studi di genere, la gigantesca ondata del politicamente corretto, una lunga battaglia legale su riforma sanitaria e contraccezione: sembra proprio che la libertà religiosa, che fin qui Respinti ha giustamente difeso contro l'aggressione dei Democratici, si stia inesorabilmente erodendo pure nel Paese che la sancisce solennemente con il Primo Emendamento costituzionale.

Peraltro, proprio in questi giorni sono emersi gli ultimi leaks che dimostrano come John Podesta, capo della campagna elettorale della Clinton e sedicente cattolico, avesse preparato una strategia per seminare zizzania tra i cattolici americani, fomentare i fedeli contro le gerarchie ecclesiastiche e spingere queste ultime ad abbracciare l’agenda progressista. Siamo sicuri che tra Putin e il Partito Democratico americano, il male peggiore sia il Presidente russo?

Inutile osservare che la tempistica, scelta dai nostri colleghi per scatenare il loro fuoco incrociato, è sospetta: USA e Russia sono ai ferri corti, Trump è alle strette e soprattutto papa Francesco, sempre prodigo di nuove nomine cardinalizie, sta evidentemente cercando di consolidare il suo “partito” in vista del futuro. Insomma, come cantava Franco Battiato: «Rimettiamoci la maglia, i tempi stanno per cambiare». D’altra parte, pur concedendo ai vari Magni, Introvigne o Respinti il beneficio dell’onestà intellettuale, non si può non lamentare la cecità ideologica che impedisce loro di rendersi conto che il comunismo è sepolto e che, oggi, la principale minaccia alla pace mondiale è rappresentata dagli Stati Uniti.

D’altro canto, è singolare che quei cattolici in luna di miele con il papa della misericordia, pensino di praticarla stilando liste di proscrizione contro studiosi, pubblicisti e blogger, proprio di domenica, proprio nel giorno del Signore. Da parte nostra, riteniamo che il più grande esercizio di carità che possiamo attuare nei confronti della Chiesa, insieme alla preghiera, sia criticare, secondo coscienza e fermo restando il riconoscimento dell’autorità del pontefice, tutti gli scivoloni di Francesco, che dovrebbero preoccupare di più quando riguardano materia di fede che non i destini del capitalismo. Non riusciamo davvero, per questo, a sentirci scismatici: è più scismatico chi difende la Tradizione, o chi si spende per demolirla?

 

29 agosto 2016

La rinascita spirituale della Russia, benedetta dalla Vergine di Kazan’


di Giorgio Enrico Cavallo

Non c’è immagine più sacra, per i popoli slavi, della Madonna di Kazan’. La Madre di Dio, nella celebre icona “scritta” nel pieno Medio Evo, è effettivamente il più bell’esempio di devozione popolare della Russia, quando essa si fregiava dell’appellativo di “Santa”. La Madonna è intimamente parte della spiritualità ortodossa, legata a doppio filo con la patria russa e con la sua storia: non a caso, come ultimo atto politico, Nicola II consacrò il suo paese alla Vergine di Kazan’.
Il motivo di questo breve articolo non è però narrare la storia dell’icona, facilmente rintracciabile su internet; è invece tratteggiare, con una semplice e veloce pennellata, quella che è la devozione sempre più viva attorno a questa immagine. Racconterò dunque ciò che ho visto in un mio recente viaggio a San Pietroburgo. A due passi dal mio albergo si trovava lo splendido santuario della Madonna di Kazan’, eretto per celebrare la vittoria della Russia su Napoleone. All’interno di esso, non a caso, si trova la tomba del generale Kutuzov, che tanto credé nella protezione della Vergine: a lei era ricorso per benedire la campagna militare contro i francesi, portando sul campo di battaglia di Borodino l’icona di Smolensk e pregando spesso davanti alla Madonna di Kazan’.
Ebbene, sappiamo tutti come andò la storia in Russia: la rivoluzione cancellò i luoghi sacri, che nella migliore delle ipotesi vennero convertiti in granai (rinfreschiamoci la memoria con un buon film, “il compagno don Camillo”) musei o palestre. Contro l’icona di Kazan’, però, il regime ateo si accanì con una veemenza rabbiosa: quasi tutti i santuari della Vergine furono distrutti. Andò meglio a San Pietroburgo, dove lo splendido tempio che sorge tra il canale Griboedov e la Prospettiva Nevskij diventò, in supremo sberleffo, un museo dell’ateismo.
Gor’kij ebbe a dire che la Vergine era il supremo nemico contro il quale lottava il comunismo russo, ed effettivamente dobbiamo riscontrare che aveva ragione: la storia insegna che a crollare fu l’Unione Sovietica, ma non la devozione del popolo nei confronti di Maria. Nemmeno 70 e rotti anni di indottrinamento e di propaganda messa in atto da gruppi come la capillare Lega degli Atei Militanti poterono sradicare dal cuore dei russi la devozione mariana. Ne è prova che oggi per venerare l’icona di Maria si fa la fila.
Sì, la fila. Noi occidentali siamo abituati a fare la coda per prendere i biglietti dell’ultimo kolossal cinematografico, in Russia si mettono in fila, pazienti, per salutare la Madre di Dio. Mi sono messo in coda anch’io, in silenzio, come tutti. Per raggiungere la Vergine ho atteso oltre mezz’ora. Davanti a me c’erano più o meno cento persone: almeno il venti, trenta per cento erano giovani; molti inoltre erano bambini accompagnati per mano dalle babushke. Non c’era una particolare ricorrenza, non era un fine settimana. Era semplicemente la normalità: rientrando nel santuario, in altre occasioni, ho potuto vedere di nuovo la coda di fedeli, a volte anche più lunga. E dire che l’icona di San Pietroburgo non è nemmeno l’originale: è una copia di inizio Settecento, fatta portare in città da Pietro il Grande; l’originale, dopo essere stato donato a Giovanni Paolo II, è tornato in Russia nel 2004 ed è stato consegnato al patriarca Alessio II.
Di converso, nella mia città, Torino, c’è un’immagine della Vergine Consolata, trovata in modo miracoloso esattamente come la Vergine di Kazan’: non ho mai visto la fila di persone per entrare nel santuario. Se si parla con i torinesi, probabilmente non sanno nemmeno la storia del ritrovamento miracoloso ad opera di un pellegrino cieco. Insomma, la differenza è abissale. Noialtri occidentali facciamo la fila solo nelle ultime ridotte della spiritualità cattolica: i santuari mariani. Code simili per venerare un’icona, in una chiesa qualsiasi, ce le scordiamo.
Orbene, se scrivo queste righe è per testimoniare come vanno le cose nel mondo. L’icona di San Pietroburgo è l’esempio che la rinascita spirituale è possibile – anzi, è certa – se non si dimentica il legame che abbiamo con Maria, madre dei popoli. È possibile se la politica è capace di una seria autocritica, riconoscendo gli errori del passato e facendo di tutto per rimediare, promuovendo il culto e la devozione. Putin, nel bene e nel male, lo ha fatto: i risultati sono quelli che ho descritto. In Italia siamo impegnati a togliere le statue della Madonna al Meeting di Cl e a promuovere leggi contrarie alla vita e al sentimento religioso. Il tutto senza che dal Vaticano ci sia alcuna reazione. Facciamo un po’ due conti…
La Vergine ci perdoni e ci illumini: forse oggi abbiamo più bisogno noi cattolici di una sincera conversione di quanto ne abbia bisogno il popolo russo.

PS. Chiudo con un breve “spot”. La Vergine di Kazan’ è considerata, nel mondo russo, la protettrice della famiglia. In epoche buie come la nostra, mi permetto di sponsorizzarne la devozione. Fine dello spot.
 

20 luglio 2016

Il golpe fallito: tra purghe neo-ottomane e i fallimenti di USA e UE


di Alessandro Rico

Non è facile orientarsi nel caos politico seguito al tentativo di colpo di Stato in Turchia. Innanzitutto: golpe fallito o golpe fasullo? Non sono stati pochi gli analisti che hanno ipotizzato un coinvolgimento diretto di Erdogan nei fatti di venerdì notte. Stretto sul fronte interno da un’opposizione sempre più indignata, anche se abile nel barcamenarsi in mezzo ai Paesi europei, che lo hanno finanziato in cambio della chiusura della rotta migratoria balcanica, il Presidente turco avrebbe allestito una commedia, per procurarsi un pretesto che giustificasse una stretta repressiva, un rinvigorimento del suo rapporto carismatico con l’elettorato e quindi l’agognato sostegno popolare alla riforma costituzionale presidenzialista, con la quale Erdogan vorrebbe consolidare definitivamente il suo primato. Il pegno di sangue che gli eventuali “attori” dell’inscenato golpe hanno dovuto pagare parrebbe confutare tale ipotesi; certo, si potrebbe pensare che – come nel caso dei numerosi attentati avvenuti negli ultimi mesi in Turchia e per i quali l’opposizione aveva additato proprio Erdogan – il “sultano” possa aver appreso in anticipo della congiura e averla piegata a suo favore. D’altronde, sebbene si fossero susseguite le voci di una sua richiesta di asilo politico prima in Germania e poi a Londra, fonti autorevoli assicurano che il Presidente, al momento del golpe, era in villeggiatura e che non avrebbe mai lasciato il Paese.
Sia come sia, quel che è certo è che l’unico ad aver tratto vantaggio dal fallito colpo di Stato è proprio Erdogan. Invece, ne escono con le ossa rotte l’Unione Europea, gli USA e la NATO. Durante le concitate ore di quella che alla fine si è rivelata una maldestra sollevazione di una frangia minoritaria dell’esercito, il Presidente Obama auspicava che fosse rispettata la leadership legittima del Presidente democraticamente eletto. Oggi, quel Presidente democraticamente eletto promette di ripristinare la pena di morte con effetto retroattivo e ha provveduto a organizzare veri e propri rastrellamenti, anche a danno della magistratura, con sospette torture ed esecuzioni sommarie tra gli insorti e licenziamenti di massa tra i burocrati considerati infedeli (il che lascia supporre che le liste di proscrizione fossero già pronte da tempo e che si attendesse solo l’occasione propizia per tirarle fuori). Inoltre, chiedendo l’estradizione di Gülen, il milionario predicatore islamico, un tempo alleato di Erdogan, poi entrato in rotta con il regime e fuggito negli Stati Uniti, il “sultano” ha messo in serio imbarazzo gli americani, proprio nelle ore in cui faceva assediare la base NATO di Incirlik, dalla quale partivano le operazioni anti-ISIS della coalizione (non ci scordiamo, tra l’altro, che quello turco è per dimensioni il secondo esercito dell’Alleanza Atlantica). Anche qui, Erdogan potrebbe aver giocato d’anticipo: a fine giugno aveva inviato a Putin una lettera di scuse formali per l’abbattimento del jet militare russo, avvenuta a novembre, siglando così una tregua col Cremlino e forse gettando le premesse, come congettura La Stampa, per un inedito asse euroasiatico dal considerevole potenziale bellico. L’ambiguità strategica di Erdogan ha insomma sorpreso la presidenza USA, che d’altronde in questi anni ci ha abituato a una politica estera disastrosa.
Inerme anche l’Unione Europea. Al solito, evanescente la posizione dell’Alto rappresentante per gli affari esteri Mogherini (né si può pretendere che questa signora, che un tempo si occupava delle campagne antirazziste della FAO, detti la linea di politica estera di un’organizzazione sovranazionale, che una politica estera non ce l’ha). Ma la peggior figura è quella della Merkel. Quando le stesse testate tedesche riportavano che la Germania aveva rifiutato l’atterraggio all’aereo di Erdogan in fuga, la Cancelliera era apparsa una voltagabbana, visto che proprio il suo Paese era stato il maggior beneficiario dell’accordo anti-immigrazione, stipulato con la Turchia a suon di miliardi. Adesso, mentre i media rilanciano le dichiarazioni di Erdogan sulla pena di morte, la Merkel minaccia di impedire alla Turchia l’ingresso nell’Unione Europea. Al che ci si domanda se, qualora si limitasse alle feroci purghe da regime neo-ottomano, a Erdogan sarebbe consentito di sedere tranquillamente al tavolo con gli altri membri UE, quella UE che intimidisce la Polonia per i suoi progetti di legge anti-abortisti, ma pare pronta ad accogliere uno Stato confessionale islamico, in cui il governo abusa dei magistrati, dei giornalisti, della popolazione civile – e in cui gli omosessuali sono impunemente discriminati, quando non esposti a pericolo di morte: altro che matrimonio gay e utero in affitto, CEDU e Elton John.
Alla fine, come voleva Obama, il leader democraticamente eletto ha trionfato. Ma mai come ora, riprendendo la scena di un cult di Roberto Benigni, è il caso di dire: «Vaffanculo alla maggioranza!».
 

14 dicembre 2015

Storia di Evgenij: il soldato russo che non rinnegò la croce

di Fabio Petrucci
«Il soldato russo Evgenij Rodionov è sepolto qui. Ha difeso la sua patria e non ha rinnegato Cristo. È stato giustiziato il 23 maggio 1996, alla periferia di Bamut». Questa iscrizione, scolpita sulla croce che sovrasta la tomba di un milite della prima guerra cecena, è l’incipit ideale per introdurre un’edificante storia di fedeltà a Cristo sublimata con la palma del martirio. Si tratta della coraggiosa storia di un soldato russo oggi venerato alla stregua di un santo, ma anche della commovente vicenda di una mamma che ha incontrato Cristo per mezzo del martirio del proprio giovane figlio.
La desolante realtà della Russia yeltsiniana e la brutalità dei fondamentalisti ceceni fanno da sfondo a un dramma che - al pari di tanti episodi recentemente accaduti ad altre latitudini - ci ricorda che quella dei martiri non è solo la storia remota dei primi seguaci di Gesù, ma una realtà sempre attuale nella vita delle comunità cristiane. E la vicenda di questo ragazzo dei sobborghi moscoviti, che non abbandonava mai la piccola croce d’argento donatagli dalla nonna, riflette in profondità l’anima cristiana del popolo russo - miracolosamente scampata a settant’anni di ateismo marxista - ed il suo complesso rapporto con le terre selvagge e bellissime del Caucaso, perennemente insanguinate dal fanatismo e dalla violenza.
Evgenij Aleksandrovič Rodionov nacque a Čibirlej, piccolo villaggio dell’oblast’ di Penza, il 23 maggio 1977. La sua era una comune famiglia sovietica, composta da genitori cresciuti sotto la cappa dell’ateismo di Stato e piuttosto indifferenti nei confronti della religione. La mamma di Ženia (vezzeggiativo di Evgenij) decise di far battezzare il bambino solo quando costui aveva già superato il primo anno di vita. A spingerla verso il battesimo di Evgenij non fu la devozione, ma il timore per la salute del bambino, associato alla credenza popolare secondo cui il battesimo avrebbe preservato le condizioni dei neonati. Come per altre famiglie sovietiche dell’epoca, spettò ad una nonna l’arduo compito di tenere viva la fiamma della fede ortodossa. E fu così che verso gli undici anni Evgenij - che nel frattempo si era trasferito con la famiglia nell’oblast’ di Mosca - tornò dalle vacanze estive con una croce ed una catenina d’argento al collo, spiegando alla madre stupita che quello era un dono della nonna, che lo aveva portato in chiesa per la confessione e la comunione. Ljubov’ - il nome della madre di Evgenij equivalente all’italiano “Amore” - tentò di dissuadere il bambino dall’indossare la croce in pubblico, ma il suo piccolo Ženia non cedette: quella croce, poi legata ad una cordicella, lo accompagnerà fino ad un orribile sepolcro di calce e terra nella lontana Cecenia.
Nel 1995 Evgenij - il cui sogno era diventare cuoco - fu chiamato a servire nell’esercito. Insieme ad altre giovanissime reclute, il futuro martire fu assegnato al servizio di guardia di frontiera in Cecenia, dove l’esercito era impegnato nella sanguinosa campagna contro i guerriglieri jihadisti. La disastrosa conduzione della campagna è stata ben descritta in un recente articolo di Mario Rimini apparso su Il Foglio: «L’Armata rossa non solo aveva cambiato nome. Non esisteva neanche più. C’era, al suo posto, l’esercito di Yeltsin. Della nuova Russia occidentale, prediletta discepola degli amici d’America. Un’armata brancaleone di ragazzini adolescenti strappati alle famiglie e scaraventati al fronte. Mezzi antiquati e colonne sbandate. Strategie militari da prima guerra mondiale. Se un simbolo della rovina materiale, morale e umana in cui la transizione benedetta dall’America aveva gettato la Russia esiste, questo è senz’altro la campagna cecena di Pavel Grachev». Prima di partire per questo gravoso impegno Evgenij si dimostrò fedele ad un’antica tradizione russa, la quale vuole che i soldati portino con sé un nastro recante alcuni passi del Salmo 90 (91): uso immortalato anche nel celebre romanzo “Il dottor Živago” di Boris Pasternak. Nella notte del 13 febbraio 1996 Evgenij ed altri tre giovani soldati furono assegnati ad una postazione di controllo a 200 metri dalla loro base, nei pressi del montagnoso confine tra le repubbliche della Cecenia e dell'Inguscezia. Nella piccola postazione mancavano l'elettricità e gli strumenti per comunicare con la base. Ad un certo punto i giovani soldati fermarono un’ambulanza per un controllo. A bordo c’erano il guerrigliero ceceno Ruslan Chajchorev ed alcuni seguaci. Trasportavano armi. Nessuno soccorse i quattro soldati, i quali - giovani e inesperti com’erano - furono rapiti. Tra i superiori si diffuse l’erronea convinzione che Evgenij e i suoi compagni avessero disertato. Quando Ljubov’ venne a sapere della scomparsa del figlio pensò che costui non avrebbe mai compiuto una simile azione. Si recò quindi in Cecenia, determinata a ritrovare suo figlio, e scoprì che era stato rapito. Nel suo peregrinare in quelle terre dilaniate dalla guerra, Ljubov’ conobbe la forza della preghiera ed in Inguscezia ricevette il sostegno materiale e spirituale di un sacerdote ortodosso. Lì, per la prima volta, si accostò alla comunione. Dopo circa 100 giorni di prigionia e indescrivibili torture, il 23 maggio 1996, nel giorno del suo diciannovesimo compleanno, Evgenij fu ucciso nel villaggio di Bamut. Conosciamo le circostanze dell’esecuzione grazie ai colloqui intercorsi tra Ljubov’ e l’assassino del figlio, Ruslan Chajchorev. I due ebbero 17 colloqui a partire dal settembre 1996, nel corso dei quali il terrorista ceceno (morto nel 1999) svelò di aver dato ad Evgenij l’opportunità di sopravvivere, concedendogli la scelta tra la conversione all’islam - spogliandosi della croce e unendosi al jihad antirusso - o la morte. Avendo deciso di non rinnegare la sua fede cristiana, Rodionov fu decapitato con una sega arrugginita. La brutale esecuzione avrebbe richiesto circa un’ora per essere ultimata e sarebbe stata anche filmata. Il corpo di Evgenij, privo della testa, fu gettato in un cratere conseguente ad un bombardamento e ricoperto di calce e terra. Al suo fianco c’erano i cadaveri dei tre compagni. Il giorno dopo le truppe russe arrivarono a Bamut. Troppo tardi.
Ljubov’ continuò a vagare per la Cecenia, incontrando madri di altri soldati scomparsi e cercando contatti con i guerriglieri ceceni. Dopo i colloqui con Chajchorev, la madre di Evgenij riuscì a scoprire il luogo di sepoltura. Quest’informazione le costò 100 mila rubli da pagare ai carnefici del figlio, ipotecando la casa. Quando le operazioni di disseppellimento ebbero luogo, Ljubov’ ebbe la conferma definitiva della morte di Ženia. Accanto al corpo del ragazzo fu trovata la piccola croce d’argento da cui non si staccava mai. Era macchiata di sangue. Cinque giorni dopo il funerale a Satino-Russkoe, vicino Mosca, il padre del soldato Rodionov morì. Successivamente Ljubov’ tornò in Cecenia per recuperare la testa del figlio.
Il ricordo dell’eroica fedeltà dimostrata da Evgenij si è diffuso in un crescendo di devozione popolare ed orgoglio nazionale. Per anni la sua croce è stata esposta sull’altare di una chiesa moscovita dedicata a San Nicola. Sono numerose le icone che lo raffigurano, a volte in una veste rossa, a volte armato, a volte con in mano una croce, ma sempre con l’aureola simbolo della santità. E sebbene la Chiesa ortodossa russa si sia dimostrata prudente sulla possibilità di una canonizzazione ufficiale, il culto di questo giovane eroe della fede non è stato scoraggiato dalle gerarchie ortodosse. La sua biografia, scritta dall’arciprete Aleksandr Šargunov, ha ricevuto la benedizione del defunto patriarca di Mosca Alessio II, mentre Dmitrij Smirnov, responsabile del dipartimento per la cooperazione con le Forze Armate del Patriarcato, ha affermato che il soldato verrà sicuramente canonizzato, nonostante le difficoltà e le lungaggini del processo. Anche le autorità politiche gli hanno tributato onore, decorandolo con l’”Ordine del Coraggio”.
Se da un lato la storia di Evgenij Rodionov non può che alimentare l’umana tristezza per una giovane vita barbaramente spezzata, dall’altro edifica - grazie all’alto valore della testimonianza di un ragazzo divenuto martire - e fa riflettere sul grande cuore cristiano della Russia, sopravvissuto a immani prove ed indicibili persecuzioni.
 

11 novembre 2015

Russia e doping, qualcosa non torna


di Giuliano Guzzo

«La parte non russa e federale dell’inchiesta è stata secretata all’ultimo momento», precisa ai propri lettori Corriere della Sera a proposito delle 323 fitte e dettagliatissime pagine del report dell’Agenzia mondiale Antidoping Wada che inchioderebbe la Russia come responsabile del più esteso fenomeno di doping e corruzione della storia dello sport moderno. Capito? «La parte non russa» dell’inchiesta è blindata: non sia mai che qualcuno, in queste ore, si faccia l’idea che il problema del doping non riguardi solo il Paese governato dal malefico Putin. E siamo alla prima stranezza.
La seconda, però, è ancora più spassosa: nel dossier Wada si parla di “sabotaggio” dei Giochi Olimpici di Londra 2012 da parte della Russia dato che, a quanto pare, la quasi totalità di atleti saliti sul podio o entrati in finale sarebbero stati dopati. Curioso, molto curioso. Sì, perché ai Giochi Olimpici di Londra 2012, dopando come cavalli i propri Atleti, la Russia ha conquistato 24 ori. Peccato che ad Atlanta 1996 i russi abbiano agguantato 26 ori, ad Atene 2004 ben 27 (totalizzando, fra l’altro,10 medaglie in più che a Londra), a Sidney 2000 addirittura 32. Saremmo cioè di fronte al primo caso nella storia di doping che, anziché migliorarli, peggiora i risultati.
Sempre che, ovviamente, la Russia non fosse solita – discostandosi dalle pratiche invece onestissime di altri Paesi – dopare da decenni i propri atleti: ma di questo, nello scandalo pure gigantesco di queste ore, nessuno pare parlare. Non resta così che la sospetta impressione che quella di queste ore – per dirla col Marcello Foa, giornalista nonché esperto di questi stregoni dell’informazione che sono gli spin doctor – altro non sia che «una tempesta perfetta per incrinare il morale dei russi e spostare il focus: dai successi della lotta all’Isis ai dubbi su un governo corrotto e immorale. Basta poco per cambiare l’immagine e la reputazione di un Paese…».
Già, basta davvero «poco per cambiare l’immagine e la reputazione di un Paese…». Soprattutto alla luce di un quadro – quale è quello delineato in queste ore con straordinario coordinamento da tutti i mezzi di informazione – che vedrebbe, (pure) a livello sportivo, un Paese eccezionalmente disonesto in mezzo ad altri che invece impongono ai loro atleti una scrupolosa osservanza di tutte le regole. Compresi, si capisce, i Paesi i cui atleti stracciano quelli russi. E se qualcuno avesse per caso la curiosità di quale sia «la parte non russa» può accomodarsi e aspettare. Anche se, più che curiosità, per vedere «la parte non russa» di questa inchiesta, occorre fede.


 

02 ottobre 2015

I russi in Siria ed il “cul-de-sac” dell'amministrazione Obama



di Fabio Petrucci

Nella giornata di martedì, a seguito della richiesta pervenuta dalle autorità di Damasco e del voto favorevole del Senato di Mosca, la Russia è ufficialmente scesa in campo nello scenario militare siriano. L'iniziativa del Cremlino è giunta a poche ore di distanza dall'intervento di Vladimir Putin all'Assemblea Generale dell'ONU e dal poco fruttuoso faccia a faccia con l'omologo statunitense Barack Obama. La discesa in campo di Mosca al fianco del governo siriano sembra poter determinare sostanziali cambiamenti nelle vicende belliche e politiche che coinvolgono la Siria e l'intero Medio Oriente. Essa è inoltre l'inequivocabile segnale di conferma di un cambiamento nel quadro geopolitico mondiale: il ritorno della Russia al rango di grande potenza dopo il declino seguito al crollo dell'Unione Sovietica. Un risultato certamente frutto delle abilità diplomatiche dimostrate da Vladimir Putin e Sergej Lavrov nel corso degli anni, ma anche degli errori e del basso livello dei loro “antagonisti” internazionali.

Dal mondo occidentale, in particolare dagli Stati Uniti, si sono alzate quasi immediatamente dure accuse al Cremlino: in primis quelle di aver posto in atto un'aggressione e di aver colpito i cosiddetti “ribelli” anziché l'ISIS. A queste accuse si è poi aggiunta quella di aver provocato vittime civili nel corso dei raid. Ma proviamo ad entrare nel dettaglio.

La prima accusa, esplicitata dal segretario alla difesa USA Ash Carter, risulta spiccatamente paradossale poiché l'intervento militare russo è stato richiesto dal legittimo governo di Damasco, quello cioè che ancora oggi rappresenta la Siria all'ONU: si tratta quindi di un intervento concordato tra Stati sovrani su basi bilaterali. Viceversa, la cosiddetta “coalizione” a guida USA bombarda il territorio siriano da oltre un anno fuori da qualsiasi mandato ONU e senza alcuna richiesta da parte delle autorità siriane. Quindi, in punta di logica e di diritto internazionale, la posizione dei russi appare molto più solida e fondata di quella americana. A dimostrazione della legittimità dell'azione del Cremlino si potrebbe ricordare, per fare un esempio recente, quanto accaduto in Mali a partire dal gennaio 2013, quando il legittimo governo dello Stato africano richiese l'intervento francese per fronteggiare il separatismo jihadista affiliato ad “al-Qāʿida”. In quell'occasione l'azione francese trovò anche legittimazione in sede ONU. Inoltre, l'accusa di aggressione formulata da Carter appare ancora più paradossale se si considera che da ormai quattro anni gli Stati Uniti finanziano ed addestrano l'opposizione armata al governo di Damasco, ormai confluita in gran parte nella galassia del jihadismo.

E giungiamo così alla seconda accusa, quella secondo cui i raid russi avrebbero colpito i “ribelli” piuttosto che obiettivi dell'ISIS. Per comprendere quanto accaduto è necessario aver chiaro lo scopo primario della discesa in campo di Mosca, la cui azione è diretta contro tutti i gruppi terroristici di ispirazione jihadista attivi in Siria, non solo il “Califfato”. Tra questi gruppi il più forte e radicale è rappresentato da “Jabhat al-Nusra”, formazione d'ispirazione qaidista, sostanzialmente ritenuta dagli USA un'alleata sia contro il governo laico di Damasco che contro l'ISIS. Altro gruppo di chiara impostazione estremista è il “Fronte Islamico”. In questo momento questi due movimenti sono tra i più forti nel campo dell'opposizione anti-Assad, e quindi funzionali al principale obiettivo statunitense in Siria. È paradossale che formazioni chiaramente legate alla famigerata “al-Qāʿida”, la stessa dell'attentato alle Torri Gemelle, vengano ora considerate alleate dallo stesso paese, gli Stati Uniti, che ha giustificato guerre come quelle in Afghanistan ed Iraq sulla base della lotta al terrorismo di matrice qaidista. È altresì segno di grande ipocrisia la circostanza per cui “al-Qāʿida” in Mali è stata combattuta dagli alleati francesi degli USA, mentre “al-Qāʿida” in Siria non dovrebbe subire gli attacchi dell'aviazione russa. Sarebbe interessante comprendere le sostanziali differenze tra l'ISIS ed organizzazioni come “Jabhat al-Nusra” ed il “Fronte Islamico”. Del resto, come sottolineato da Putin all'ONU ed ammesso anche dall'amministrazione americana, non è raro che gruppi di cosiddetti “ribelli”, addestrati dal Pentagono, abbiano poi defezionato unendosi all'ISIS e portando in dote al “Califfato” armi sofisticate fornite dalla Casa Bianca. Inoltre giova ricordare che per la Russia l'impegno contro tali formazioni ha anche una valenza interna, poiché tra i miliziani di “Jabhat al-Nusra” non mancano esponenti del cosiddetto “Emirato del Caucaso”. Addirittura un'altra formazione terroristica attiva in Siria, affiliata prima all'ISIS ed ora a “Jabhat al-Nusra”, la “Brigata Muhajireen”, è guidata proprio da miliziani caucasici. Quanto detto non significa che tutti i gruppi di opposizione ad Assad siano nel mirino dei russi. Come ricordato dal ministro Lavrov appena ieri, il cosiddetto “Esercito Libero Siriano” è considerato da Mosca come un interlocutore necessario per gli assetti futuri del paese, sebbene sia ancora da capire quali siano l'effettiva consistenza di tale organizzazione ed i suoi rapporti con gli estremisti.

I primi raid dell'aviazione russa hanno interessato le province di Hama, Homs e Latakia, in cui la presenza dei cosiddetti “ribelli” è più massiccia di quella dell'ISIS (comunque presente da alcuni mesi). Il fatto che l'aviazione russa abbia iniziato da queste regioni non deve stupire, poiché si trovano non lontano dai centri nevralgici da cui viene coordinata l'azione russa in Siria: le basi militari di Tartus e Latakia. Difendere le due basi da possibili attacchi dei jihadisti è il primo passo per poter avviare un'offensiva più ampia. C'è inoltre la necessità di evitare che l'ISIS, presente nella regione di Homs, ottenga il controllo dell'autostrada che collega Damasco alle roccaforti costiere e settentrionali.

Contestualmente all'inizio delle operazioni dell'aviazione russa hanno cominciato a circolare notizie relative a presunte vittime civili (anche bambini). Tali resoconti sono stati diffusi dal discusso “Osservatorio siriano per i diritti umani” con sede a Londra e dall’ONG dei “White Helmets”, finanziata da George Soros. In realtà, le zone colpite dai raid sono state quasi completamente abbandonate dai civili già da alcuni mesi e si ritrovano ad essere terreno delle scorribande dei jihadisti. Ben presto è giunta la smentita di Mosca alle accuse occidentali, mentre sui social network sono circolate le prime evidenze dell'utilizzo di foto relative ad eventi del passato adoperate per avvalorare la tesi delle vittime civili. Si tratta dell'ennesima prova dell'uso propagandistico dei media, ormai ridotti a strumento di guerra diplomatica e psicologica. Prova di ciò è data dal fatto che sui giornali ed in TV non fanno notizia i bombardamenti della “coalizione” a guida USA, che vanno avanti da oltre un anno e paiono non aver sortito alcun esito determinante nell'arresto dell'avanzata del “Califfato”. Quasi nel silenzio dei media è passata la morte di dodici presunti “bambini soldato” nel corso di un attacco francese compiuto pochi giorni fa, così come non fanno notizia le centinaia di morti in Yemen a causa dei bombardamenti compiuti dall'Arabia Saudita, paese tra i maggiori finanziatori delle forze anti-Assad ed inglobato nella medesima coalizione a guida USA che dovrebbe combattere l'ISIS.

Quel che viene in evidenza in questi giorni è la totale illogicità della strategia statunitense. L'amministrazione Obama, estremamente carente in realismo ed incapace di ammettere le proprie responsabilità per il disastro in atto in Siria, pare ormai chiusa in un "cul-de-sac" da cui uscire non sarà né indolore né facile. Ed in fondo non è poi così avventato il curioso paragone di Vladimir Putin all'ONU, secondo cui la strategia statunitense sembra caratterizzata da errori molto simili a quelli commessi nel secolo scorso dalla defunta Unione Sovietica. Inutile ricordare che quest'ultima finì per implodere, dando vita ad uno sconvolgimento geopolitico di immani dimensioni.