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19 agosto 2017

L’Islam e l’Europa dopo Barcellona: che fare?


di Fabio Petrucci

Con il barbaro attentato del 17 agosto il terrorismo di matrice islamista è tornato ad insanguinare l’Europa. Anche Barcellona è così entrata nel novero delle metropoli colpite dal cieco fanatismo jihadista. Dopo Parigi, Bruxelles, Berlino e Londra, un’altra grande città europea (sostanzialmente una “capitale”) è precipitata nell’incubo della morte che all’improvviso piomba sulla vita di ignari cittadini e turisti. Purtroppo sembra che gli europei si stiano inesorabilmente abituando a questa durevole spirale di terrore, come se l’insicurezza fosse ormai entrata a far parte dello stile di vita “occidentale”. Ma a quanto pare le società europee non si stanno abituando soltanto agli attentati, ma anche a reagire ad essi in maniera imbelle, superficiale e inutilmente melensa: dai gessetti colorati ai filtri su Facebook, dagli hashtag su Twitter alle foto dei gattini, è tutta una sequenza di gestualità collettive che segnalano la grave crisi della nostra civiltà, sempre più incline ad un emozionalismo politicamente corretto, cieco dinanzi alle cause delle sfide esistenti.

Alle inconcludenti reazioni appena descritte andrebbe contrapposta la volontà di venire a capo dei complessi processi che hanno condotto a questo stato di cose. È tempo di archiviare gli slogan sistematicamente ripetuti in occasione di attentati come quello di Barcellona, così come le minimizzazioni volte a nascondere gli errori delle classi dirigenti europee. Esorcizzare i problemi con slogan semplicistici come «l’islam è una religione di pace» non farà altro che rimandare all’infinito un’autentica presa d’atto da parte delle società europee.
Gli attentatori di Barcellona, al pari di quelli di Parigi o di Bruxelles, potranno anche essere dei soggetti isolati e sradicati, votati ad uno spontaneismo terroristico dai contorni folli e non appartenenti ad organizzazioni politiche strutturate, ma la matrice dei loro gesti affonda dichiaratamente le proprie radici nell’islam. A Barcellona, come altrove, gli attentatori potrebbero anche avere agito in assenza di occulte “regie” organizzative, ma il contesto ideologico delle loro azioni è quello ben noto del jihadismo. Le strumentali rivendicazioni dell’ISIS non giungono per caso. E da qui sorge una prima questione, tutt’altro che marginale, ossia quella del rapporto tra islam e violenza.
Sarebbe riduttivo e semplicistico affermare che quello tra islam e violenza è un binomio inscindibile, ma è indubbio che in seno all’islam sia radicata una tendenza all’uso della violenza e della prevaricazione non facilmente estirpabile. È un dato di fatto che per onestà intellettuale chiunque dovrebbe riconoscere. Qualcuno potrebbe obiettare, come accade spesso, che anche i cristiani hanno fatto ricorso alla violenza nel corso della storia. Ma se è vero che la vicenda storica del cristianesimo non è esente da macchie, è comunque necessario superare alcuni luoghi comuni purtroppo considerati alla stregua della verità, primo fra tutti quello legato alle Crociate.
L’islam, affacciatosi nelle vicende del nostro mondo a inizio del VII secolo d.C., si configurò sin dall’inizio come una religione votata alla conquista ed all’espansione armata. Il suo fondatore, Maometto, a differenza di Gesù Cristo, fu un vero e proprio conquistatore militare. Elemento, questo, che costituisce un problema di enorme gravità in quanto, come afferma il noto islamologo Samir Khalil Samir, «nella sua vita, Maometto ha fatto più di 60 guerre; ora se Maometto è il modello eccellente (come dice il Corano 33:21), non sorprende che certi musulmani usano anche loro la violenza ad imitazione del fondatore dell’islam»(1). Una cosa del genere è inimmaginabile nel cristianesimo, religione nella quale l’uso della forza non giustificato da esigenze di difesa costituisce un tradimento del messaggio evangelico. Nell’islam, viceversa, potremmo essere tentati di concludere che il “tradimento” del modello di Maometto e della radicale ortodossia sunnita, costituisca un elemento (forse l’unico) capace di limitare le tendenze violente e prevaricatrici. E forse non è un caso se il sufismo (tradizionalmente considerato come uno dei rami più “illuminati” dell’islam) abbia conosciuto le proprie vette in Asia centrale, tra l’area iranica, erede della ricca ed antica civiltà persiana, ed il cosiddetto “Turkestan”, nel quale – per citare lo storico Franco Cardini – «i musulmani turcomongoli rimasero, e sono ancora, profondamente legati alla loro antica cultura sciamanica: e il loro particolare islam ne reca tracce tanto profonde da far dire a qualche studioso che ancora oggi il musulmano uraloaltaico è “più sciamano che mullah”»(2)..
Esistono dunque fattori culturali, politici ed etnici in grado di costituire un freno alle forze più distruttive dell’islam, ma occorre partire dall’assunto che la violenza dei terroristi non è – come spesso si sente dire – frutto dei presunti torti arrecati ai musulmani con le Crociate e/o con il colonialismo otto-novecentesco. Il problema del rapporto tra violenza ed islam nasce con la religione di Maometto stessa. Spinti dall’afflato del Jihad e dalla volontà di conquista, appena pochi decenni dopo la morte del profeta, i musulmani espansero i confini del Califfato dalle coste atlantiche del Maghreb all’Asia centrale, penetrando poi nella penisola iberica ed arrivando, appena cento anni dopo la morte di Maometto, a minacciare i territori dei franchi. Interi paesi abitati da popolazioni a maggioranza cristiana furono così fagocitati, nel giro di pochi decenni, dall’impero islamico. Occorrerà attendere circa quattro secoli prima di assistere ad un vero tentativo di risposta cristiana: la Prima Crociata, anticipata solo di qualche decennio dalla “protocrociata” degli Altavilla in Sicilia, verrà bandita (e non con questo nome) solo nel 1095, con scopi di mera assistenza ai cristiani d’Oriente richiedenti aiuto.
Certamente durante le Crociate non mancarono episodi poco edificanti da parte cristiana, ma la leggenda nera inaugurata da alcuni pensatori illuministi non corrisponde alla verità storica. Sostenere, per esempio, che l’ostilità islamica nei confronti dell’Europa abbia alla base le Crociate, significa ignorare che esse «ebbero importanza talmente marginale da essere a malapena avvertite alla corte di Baghdad, mentre le invasioni mongole, marginali per noi europei, hanno lasciato nel mondo islamico tracce ancora percepibili nella storia economica e nell’immaginario collettivo»(3). Se oggi l’ISIS ed altri gruppi jihadisti utilizzano sovente la parola “crociati” per indicare i paesi occidentali (che di “crociato” non hanno sostanzialmente più nulla) non è tanto per un antico e rancoroso retaggio, quanto piuttosto a causa di un luogo comune diffuso da alcuni pensatori europei e divenuto un argomento efficace della propaganda islamista. Ciò che la storia insegna è però una realtà molto diversa, che vede l’Europa costretta a difendersi dai tentativi d’invasione musulmana sino al XVII secolo inoltrato, quando la vittoria delle armate cristiane a Vienna (1683) segnò l’ultimo vero tentativo di espansione ottomana nel cuore del Vecchio Continente. Islam e violenza, dunque, un binomio forse non inscindibile, ma senza dubbio profondo, la cui soluzione è resa ancora più ardua dall’assenza in seno all’islam di una guida spirituale universalmente riconosciuta.
Ci si potrebbe chiedere quali sono – se ci sono – le colpe degli europei. Forse in tal senso, piuttosto che risalire al medioevo o alla sostanzialmente breve parentesi del colonialismo, sarebbe più utile soffermarsi sugli errori compiuti dal mondo occidentale negli ultimi cento anni. Errori geopolitici innanzitutto: se c’è una colpa che ricade sull’Occidente, ed in particolare su due paesi (Regno Unito e Stati Uniti), è quella di avere sistematicamente favorito, per ragioni geopolitiche ed economiche, proprio quei settori del mondo musulmano più legati ad un’interpretazione integralista dell’islam. Senza il sostegno britannico oggi probabilmente non esisterebbe uno Stato come l’Arabia Saudita, universalmente noto come centro propulsore dell’ideologia wahhabita. Dopo la Prima Guerra Mondiale, infatti, fu la decisione britannica di favorire l’ascesa dei sauditi a danno della più prestigiosa e moderata dinastia hashemita a portare alla fondazione di questa potente e pericolosa petromonarchia. E ancora, sul finire della Seconda Guerra Mondiale, furono gli Stati Uniti a legittimare definitivamente la dinastia saudita con l’accordo tra Roosevelt e Ibn Saud siglato a bordo della nave da guerra Quincy nel febbraio 1945. Si inaugurò così un matrimonio di convenienza destinato a consolidarsi con il passare degli anni. Da allora USA ed Arabia Saudita, così diversi eppure così “amici”, non hanno mai smesso di sostenere congiuntamente le forze più retrive dell’islam contro i propri nemici geopolitici ed ideologici: così hanno fatto durante la Guerra Fredda con la Fratellanza Musulmana, contrapposta a Nasser in Egitto e ad Hafez al-Assad in Siria; così hanno proseguito con i mujahideen in Afghanistan in funzione antisovietica (fu proprio in questo contesto che vide la luce al-Qaeda); e poi, dopo il crollo dell’URSS, con i separatisti ceceni e daghestani in Russia, i guerriglieri bosniaci e kosovari nell’ex Jugoslavia, fino ad arrivare alle più recenti “primavere arabe” in Libia e Siria. Una prassi consolidata a cui gli stessi paesi europei alleati degli USA sono stati tutt’altro che estranei. Ed ora ciò che sta accadendo è che l’arma del fondamentalismo islamico si sta ritorcendo contro l’Occidente. Non è una novità assoluta: lo stesso Bin Laden, dipinto come un eroico guerriero antisovietico in un famigerato articolo del The Independent del 1993, si tramutò poi nello “sceicco del terrore” dell’11 settembre 2001.
Ma gli errori geopolitici non sono l’unica colpa dei paesi occidentali. In molti paesi europei, infatti, gli ultimi decenni sono stati contraddistinti da massicci flussi migratori che hanno condotto ad una crescita esponenziale della popolazione islamica residente in Europa. Dinanzi ad un movimento di popolazione di proporzioni epocali, i modelli d’integrazione messi in campo nel Vecchio Continente stanno palesemente dimostrando le proprie deficienze. Sono falliti sia il modello assimilazionista e “laicista” della Francia che quello “comunitarista” tipico del Regno Unito, i due grandi paradigmi teorici dell’integrazione in Europa. Più in generale, sembra essere fallita l’utopia di una pacifica società multiculturale. Di fatto, nelle grandi città di molti paesi dell’Europa occidentale sono sorte delle vere e proprie enclavi islamiche in cui i rapporti sociali finiscono per essere regolati più dalla sharia che dal diritto nazionale: solo per fare alcuni esempi, si pensi alla banlieu parigina di Sevran, alla particolare situazione del “Londonistan” nel Regno Unito, a Molenbeek in Belgio, a Malmö in Svezia. È specialmente in queste enclavi che si inserisce l’intervento di sauditi e qatarini, interessati ad espandere la propria influenza ideologica e politica tramite finanziamenti a centri culturali, moschee e progetti sociali. In pratica, contando sulla propria potenza economica e sul sempre appetibile commercio del petrolio, le diplomazie di paesi come l’Arabia Saudita ed il Qatar hanno ottenuto, con il beneplacito di molti governi europei, la possibilità di indottrinare gruppi di fanatici islamisti nel cuore delle città dell’Europa occidentale.
I cittadini europei, dunque, di cose per cui mobilitarsi ne avrebbero più d’una. Sul piano geopolitico, se è vero che nel mondo islamico è in corso la cosiddetta “fitna” (guerra civile), è altrettanto vero che i paesi occidentali sono schierati con la peggiore delle parti in causa. Per tale ragione la cessazione del sostegno occidentale ai ribelli in Siria, la fine delle ostilità diplomatiche e commerciali con la Russia (paese che ha conosciuto sulla propria pelle il dramma del terrorismo islamico) e la rottura del patto scellerato che lega l’Occidente all’Arabia Saudita costituirebbero tre correttivi di vitale importanza alle politiche euro-atlantiche. Sul piano interno, invece, dinanzi ad un senso di insicurezza sempre più opprimente, urgerebbero almeno due misure: una tesa a recidere il cordone ombelicale che lega le comunità islamiche d’Europa ai paesi sponsor del terrorismo; e l’altra tesa a rendere più stringente l’applicazione delle norme sul diritto d’asilo (per esempio, è più che ovvio avere dei dubbi sulla legittimità della richiesta d’asilo dei tre ceceni rei dell’assassinio di Niccolò Ciatti).
Tuttavia, realisticamente, c’è da chiedersi se non sia ormai troppo tardi. Forse la maggioranza dei cittadini dell’Europa occidentale si è già arresa. Dinanzi a tragedie come quella di Barcellona le reazioni a colpi di gessetti e di gattini ricordano il suono dei violini sul Titanic pronto ad affondare. Sanno di resa un po’ folle e demenziale, al contrario di quella tragica ed a suo modo eroica dei musicisti del celebre transatlantico, ad un destino considerato ineluttabile.

1 S.K. Samir, Papa Francesco e l’invito al dialogo con l’Islam, asianews.it, 19/12/2013
2 F. Cardini, Tamerlano: il principe delle steppe, De Agostini Periodici, Novara 2007.
3 P.G. Donini, Il mondo islamico. Storia Universale, Vol. 28, RCS Quotidiani, Milano 2004, p. 15.

 

11 aprile 2017

Tra arte (sacra) e indipendenza, la sfida di Ciro Lomonte a Palermo

a cura di Fabio Petrucci

Quest’anno i cittadini di oltre mille comuni d’Italia saranno chiamati alle urne. Tra le città interessate spicca Palermo, la quinta metropoli d’Italia. Nella città “capitale” della Sicilia si sfidano ben 8 candidati, anche se i media locali più allineati al sistema dominante sembrano privilegiare la vecchia politica, ovvero i due personaggi che già cinque anni fa si contesero la poltrona di Palazzo delle Aquile: l’eterno sindaco uscente Leoluca Orlando – appoggiato da un’eterogenea coalizione che va dall’estrema sinistra agli alfaniani – ed il “giovane” Fabrizio Ferrandelli, che nonostante un passato politico a sinistra ha già ricevuto l’endorsement di Forza Italia e dei “cuffariani”.
Tra gli altri contendenti spicca, per statura intellettuale e novità, il professore Ciro Lomonte, candidato per il movimento indipendentista “Siciliani Liberi”, fondato nel gennaio 2016 e guidato dall’economista e docente presso l’Università di Palermo Massimo Costa.  Architetto e docente del Master di II livello in Architettura, Arti Sacre e Liturgia presso l’Università Europea di Roma, Ciro Lomonte possiede un importante e ricco curriculum accademico e può vantare numerose pubblicazioni all’attivo, prevalentemente dedicate ai temi dell’arte. Nel 2009 ha anche redatto e promosso un “Appello a Sua Santità Papa Benedetto XVI per il ritorno a un’arte sacra autenticamente cattolica”. Lo abbiamo intervistato per conoscere meglio alcune delle sue proposte politiche, ma anche per una riflessione più ampia sui problemi dell’arte sacra contemporanea.

Professore Lomonte, lei è candidato a sindaco nelle file di un movimento indipendentista: quali sono le ragioni che l’hanno spinta ad abbracciare questa causa? Ed inoltre, a suo parere si possono immaginare relazioni positive, di amicizia, tra i siciliani e gli italiani del Continente anche nel caso di un’eventuale assenza di unità politica?

Non ho mai aderito a nessun partito né ho mai apprezzato il linguaggio politichese, soprattutto quando esso nasconde un’enorme povertà di relazioni con la realtà. Dopo la morte delle ideologie la carenza di idee si è fatta ancora più insopportabile. Non è che le ideologie fossero buone di per sé, ma almeno canalizzavano grandi tensioni ideali che non sembrano esserci più. In Italia il fenomeno ha assunto connotati grotteschi dopo Tangentopoli. Anche i giovani che entrano oggi nei partiti maggiori diventano subito vecchi, nel modo di pensare e di agire. Imparano a privilegiare la furbizia rispetto all’intelligenza.
Ho sempre avuto nel cuore un grande amore per Palermo e per la Sicilia. Soltanto dopo la nascita del Movimento Siciliani Liberi mi sono riconosciuto in un progetto di liberazione della mia terra. Un programma colto, appassionato, fondato su alcuni studi interdisciplinari condivisibili. In un primo momento mi sono dedicato alla creazione del “Circolo degli Altavilla”. Avrei preferito realizzare, con un gruppo di amici, molteplici iniziative culturali per diffondere la conoscenza della nostra identità. A un certo punto però mi è stato proposto di candidarmi alle amministrative del 2017. Le consultazioni interne al Movimento si sono svolte a luglio 2016, ma io ho accettato definitivamente solo ad inizio gennaio del 2017. Non avevo alcuna esperienza e non mi consideravo idoneo a questa competizione.
Perché ho cambiato idea? Perché è urgente invertire un processo di decadenza che sta pericolosamente svuotando Palermo. Io sono orgoglioso della mia città, ne amo la bellezza passata e sono convinto che possa essere la leva migliore per una rinascita, anche delle parti nuove. Mi riferisco alla struttura urbanistica della metropoli, ma intesa come espressione della ritrovata bellezza della società che vi abita e vi lavora.
Penso di poter dare un contributo significativo affinché questo avvenga. Da siciliano libero. Mi piace molto questo aggettivo: libero! Io sono per l’indipendenza, non sono indipendentista. Guardo con sospetto tutti i fanatismi. I laicisti, per es., sono spesso i veri dogmatici (nel senso corrente del termine, di chiusura ostinata alla ricerca della verità, perché il dogma è un’altra cosa).
Mi permetto di riportare quanto scrissi nel 2010 sulla rivista Il Covile, n. 597. Si cita spesso un’affermazione di Massimo D’Azeglio, «Abbiamo fatto l’Italia. Ora si tratta di fare gli Italiani». È una mistificazione retorica che andrebbe smascherata, come l’intera storia del Risorgimento che si trova nei manuali scolastici. La verità è un’altra: «Esistono gli Italiani. Ora si tratta di fare l’Italia». Gli italiani avevano, da prima del 1860, la coscienza di essere un arcipelago di popoli con radici comuni. L’Italia è stata trasformata in uno Stato unitario con la violenza e la menzogna, in uno dei peggiori modi possibili, calpestando l’identità delle varie componenti della sua gente. In modo particolare quella delle differenti nazioni meridionali.
In senso lato, a maggior ragione perché sono architetto, vorrei applicare a me stesso il motto di Terenzio: «Homo sum, humani nihil a me alienum puto». Vorrei poter avere il maggior numero possibile di amici. Per me l’Italia attuale è un’aggregazione forzata di territori e di nazioni, ciascuna con caratteri precisi. Mi sento principalmente siciliano, ma anche italiano. Semplicemente non mi riconosco nello Stato Italiano. Allo stesso modo mi sento europeo, non mi sento affatto rappresentato dall’Unione Europea.
La Sicilia è davvero trattata come una colonia. È dal 1860 che ci sottraggono un’infinità di risorse, non solo economiche. Ci consentono di essere solo schiavi, in un modo subdolo, supportato da ciò che insegnano a scuola o divulgano sui giornali. Ritengo che ci saranno maggiori possibilità di coltivare l’amicizia con le altre nazioni costrette all’unità nell’attuale Stato Italiano quando saremo indipendenti.

Uno dei primi punti del suo programma elettorale è costituito dalla centralità da assegnare alla famiglia. Relativamente a Palermo, gli indicatori statistici recentemente pubblicati segnalano la presenza di un’evidente crisi demografica, in parte ascrivibile all’aumento dell’emigrazione. Cosa si può fare per invertire queste tendenze negative? Dobbiamo rassegnarci a considerare irrealistico mettere su famiglia a Palermo e nel resto dell’isola?

Ho già avuto modo di sottolineare che, se per utopia si intende un non-luogo, come sono le aree di grattacieli più o meno bizzarri che stanno costruendo nelle città contemporanee europee, io sono contrario a quella che definisco “estetica del non luogo”. Se per utopia, invece, ci riferiamo a un bel-luogo, allora quella è la Palermo che desidero. In quel caso sì, i  nostri programmi sono utopici.
Analogamente ritengo che la famiglia sia generatrice potenziale dei bei luoghi futuri della nostra città. L’architettura è il rifugio qualificato degli esseri umani nella loro dimensione relazionale. La vita familiare è favorita da un ambiente costruito accogliente, quando esso è denso di un senso generato dal rapporto biunivoco tra gli edifici stessi e gli uomini che li costruiscono e li abitano. In altre parole quando l’ambiente è disegnato da artigiani dell’utile, del solido, del bello, attenti alle richieste dei loro clienti.
Vogliamo prestare una grande attenzione alle famiglie palermitane, che non riescono a mettere al mondo tutti i figli che vorrebbero né a farli crescere con tutte le attenzioni che meritano. Mi sembra utile ricordare un articolo della Costituzione Italiana ampiamente disatteso, il n. 31: «La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo». Se a partire dal 1946 fossero stati attuati gli artt. 36, 37 e 38 dello Statuto Siciliano, promulgato prima della Costituzione Italiana e parte integrante di essa, anche il benessere delle famiglie siciliane sarebbe stato tutelato. Oggi, dopo il tradimento della legge costituzionale siciliana ad opera dei partiti italiani, bisogna aprire nuove strade per liberare la nostra terra dalla condizione coloniale in cui è costretta. È importante che il Movimento Siciliani Liberi entri già ad ottobre nel Parlamento Siciliano e se possibile anche nel Governo.
L’Amministrazione Comunale può difendere le famiglie con un regime di tributi equo, che tenga conto del valore enorme che ha ogni bambino che viene messo al mondo. Per questa ragione desideriamo istituire un Assessorato alle Politiche Familiari, diverso da quello che si occuperà delle politiche sociali. Il primo si basa sul principio di sussidiarietà, il secondo su quello di solidarietà. Bisogna offrire servizi adeguati alle famiglie, meglio ancora se numerose, come fanno le Provincie Autonome di Trento e di Bolzano. I figli sono un valore aggiunto di ogni società sana, ne garantiscono la vita, distribuendo adeguatamente diritti e doveri tra le diverse fasce di età. Non è un caso che il Movimento Società e Famiglia abbia garantito pieno appoggio alla mia candidatura.
Famiglie ben costituite producono ricchezza. Tante storture del pensiero dominante vanno corrette, per es. ricoprire i bambini di abiti o regali costosi che non li aiutano a crescere bene. Se andassero a scuola con il grembiule o una divisa si favorirebbe il rispetto delle diverse condizioni economiche, evitando una competizione dispendiosa tra i genitori. A volte di questi argomenti non si riesce a parlare con profondità perché il dibattito viene estremizzato apposta, spostandolo su questioni che distraggono dalle reali necessità quotidiane delle famiglie. Bisogna avere la pazienza di ascoltare, perché spesso le stesse parole (uomo, donna, bambino, famiglia, educazione, società, solo per restare in questo ambito) vengono impiegate in modo equivoco. Alasdair MacIntyre ha descritto magistralmente quella che lui definisce “intraducibilità” dei linguaggi della tradizione, dell’enciclopedia e della genealogia (metafisica dell’atto di essere, illuminismo, pensiero debole).
La ricchezza della nostra terra si promuove superando il concetto assistenzialista di “posto”. Bisogna che favoriamo lo sviluppo del lavoro, anche all’interno dell’impiego pubblico, rimuovendo i tanti ostacoli che sono stati creati artificiosamente per farci rimanere nella condizione di colonia.

Lei punta molto sulla riscoperta dell’identità della città e, non a caso, il suo motto elettorale è “Palermo sia fiera di Palermo”. La “capitale” siciliana è una città che ha ricevuto molti influssi culturali da svariate civiltà, però tra le cose che più la contraddistinguono c’è il profondo legame espresso verso la principale santa patrona, Rosalia. Perché la “Santuzza” è così importante per Palermo e cosa si può fare per preservare e rafforzare questa identità?

Dal punto di vista religioso, il legame spirituale più profondo dei palermitani è con l’Immacolata Concezione. Basta partecipare alla processione dell’8 dicembre per rendersene conto. In quella circostanza viene portata a spalla la straordinaria statua d’argento custodita a S. Francesco d’Assisi, da lì fino alla cattedrale, passando per S. Domenico.
Palermo ha molte patrone e qualche patrono, ma la devozione per S. Rosalia ha qualcosa di speciale, forse anche per il periodo storico in cui si è sviluppata. A quell’epoca i viceré avevano trasformato Palermo in un grande teatro urbano, barocco. Era per strada che si celebrava lo spirito palermitano. Tutti (nobili e popolo, autorità civili e religiose, maestranze e professionisti) volevano partecipare agli allestimenti delle feste, con archi di cartapesta, carri e costumi. Gli influssi della devozione popolare spagnola non mancavano, tuttavia non c’era uno spirito di emulazione, perché il carattere palermitano si esprimeva meno con fercoli processionali – in Spagna è tipico che siano in competizione tra di loro – e più con spettacoli narrativi, simbolici o realistici.
Non dimentichiamo che i Festini (il diminutivo affettuoso a Palermo è ironico, indica la grandiosità dell’evento) sono due, uno civile, organizzato dal Senato di allora e dal Comune di adesso, l’altro religioso, a carico dell’Arcidiocesi. Tra il 1860 e il 1868 il governo del dittatore Garibaldi prima e quello unitario poi impedirono le celebrazioni. Si erano resi conto che le manifestazioni erano troppo pericolose, potevano essere l’occasione per una ribellione del popolo, che si sentiva ingannato da chi aveva promesso libertà e aveva portato miseria. Questo fu uno dei metodi subdoli adottati per cancellare l’identità dei palermitani. Può sembrare inverosimile, ma il Festino è rinato solo nel 1974, in modo peraltro diverso da quello originario.
La rinascita del Festino autentico può favorire il riemergere dello spirito palermitano autentico. Il nostro carattere ha ricevuto, è vero, apporti da molte civiltà che si sono alternate al governo della Sicilia, ma è un’anima originale, positiva, unica, che va fatta riscoprire ai palermitani stessi.

Nel 2015 l’Unesco ha istituito il patrimonio dell’umanità denominato ufficialmente “Palermo arabo-normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale”. È un riconoscimento che giunge con qualche decennio di ritardo, se consideriamo la straordinaria originalità, bellezza ed importanza storica dei monumenti inclusi nel percorso. Tuttavia da più parti viene sottolineata la poca precisione dall’appellativo “arabo-normanno”, peraltro utilizzato spesso e con grande enfasi dal sindaco Orlando. Nel mondo accademico si sostiene che la denominazione “siculo-normanno” sia storicamente più corretta. Qual è la sua opinione in proposito? E cosa dovrebbe comportare per Palermo questo importante riconoscimento internazionale, sia in termini identitari che economici?

In effetti gli studiosi parlano ormai di siculo normanno o bizantino normanno. Si è fatto ancora troppo poco per sottolineare l’importanza degli apporti bizantini in Sicilia. Siracusa fu capitale dell’Impero tra il 663 e il 668.
L’enfasi posta su ciò che gli arabi avrebbero introdotto nell’Isola si deve all’opera ideologica di Michele Amari, studioso brillante della dominazione musulmana in Sicilia, chiaramente impregnato dalla retorica massonica e anticlericale del Risorgimento. Altri responsabili dell’attribuzione agli islamici dell’arte del XII secolo sono Ernesto Basile, il geniale architetto dell’epoca dei Florio, e lo storico dell’arte Giuseppe Bellafiore. Peraltro bisognerebbe parlare di arte islamica, perché frutto di influssi bizantini, persiani, indiani, egiziani, maghrebiti, visigoti. Gli arabi non hanno un’arte propria, come non hanno un’agricoltura o un’idraulica o una gastronomia di cui si possano attribuire la paternità. Sono stati come le api, hanno portato in giro il polline fecondo di altre civiltà.
Occorre far conoscere l’unicità del laboratorio normanno. Sotto il primo re di Sicilia, Ruggero II, che era e si sentiva siciliano, inizia la grande stagione creativa che produrrà capolavori unici al mondo. Tra il 1130, anno dell’incoronazione di Ruggero, ed il 1194, anno della morte di Tancredi, ultimo re normanno, in Sicilia vennero realizzate architetture di una bellezza favolosa. I siciliani stessi dovremmo conoscerle meglio. E poi promuovere forme di turismo relazionale attento all’unicità di questo patrimonio e delle intelligenze che lo hanno generato, in parte ancora operanti tra i nostri artigiani. Ma questo richiede una programmazione innovativa ed efficienza nei servizi. Temo che i sindaci di Palermo e Monreale abbiano frainteso l’espressione “itinerario arabo normanno”, perché hanno previsto un solo autobus tra le due città ogni ora e mezza. Pensano forse che i visitatori debbano percorrere a piedi la distanza tra le due cattedrali?
Se riusciremo a far cogliere la continuità tra le grandi opere del nostro passato e le capacità delle maestranze attuali, nei diversi settori dell’artigianato d’eccellenza, produrremo molta ricchezza. Non si tratta soltanto di attrarre a Palermo visitatori da tutto il mondo. È possibile ottenere che comprino i prodotti dei nostri artigiani. Lo dico per esperienza, avendo organizzato iniziative di questo genere nella Monreale School of Arts & Crafts che abbiamo fondato nel 2015.
È necessario insistere sul fatto che le opere d’arte sono nostre. Così come le specie vegetali importate in Sicilia migliorano, anche le espressioni artistiche di altre culture assumono qui connotati siciliani. O meglio assumevano, perché oggigiorno dobbiamo liberarci da alcune forme di provincialismo che mortificano le potenzialità della nostra terra.

Uno dei punti più dibattuti del suo programma è quello relativo alla rigenerazione urbana. Si è spesso scritto che lei vorrebbe «abbattere lo ZEN». In realtà, nel corso di un recente convegno da lei organizzato, dal titolo “Ridisegnare Palermo, capitale ritrovata del Mediterraneo”, è stato presentato il progetto dell’architetto e urbanista Ettore Maria Mazzola – docente all’Università di Notre Dame – che comporterebbe una trasformazione complessiva del quartiere, analogamente a quanto già sperimentato con successo in altre città europee. Come è nato questo impegno per lo “ZEN 2” e come potrebbe cambiare questo sfortunato quartiere, oggi simile ad un ghetto?

Quando ero liceale ho conosciuto alcuni volontari che si occupavano di fare doposcuola ai figli dei proletari dello ZEN 1, quartiere del tutto simile a quelli residenziali. Da allora le condizioni di vita e di lavoro nello ZEN 1 sono migliorate molto. L’architettura non determina meccanicisticamente, di per sé, i comportamenti degli abitanti. Del resto la stessa tipologia di case, costruite con materiali e tecnologie differenti, è più o meno adatta a durare nel tempo e costituire un ambiente idoneo all’armonia della vita sociale.
Detto questo è indubbio che lo ZEN 2, costruito successivamente sulla base di un progetto razionalista che allude all’edilizia elencale del centro storico senza averne la benché minima qualità, è un luogo che favorisce di per sé il degrado sociale. Il fatto che gli appartamenti siano stati occupati abusivamente non c’entra. Le insulae, come vennero chiamati gli isolati dai progettisti, sono gironi infernali per essenza. Tutti uguali, per carità. Rispetto ai gironi non c’è differenza di trattamento per i poveretti che vi alloggiano.
Questi quartieri di edilizia economica e popolare – non solo lo ZEN, anche Scampia a Napoli, il Corviale a Roma, il Gallaratese a Milano, e tanti altri – sono concepiti in modo sbagliato da molti punti di vista. Innanzitutto sono privi di servizi, estremizzando una posizione della Carta d’Atene (il documento sulla città elaborato nel 1933, nel IV Congresso Internazionale di Architettura Moderna), secondo la quale è bene che le funzioni della città siano molto distanti l’una dall’altra. Poi sono destinati solo alle abitazioni dei proletari, di fatto discriminandoli nello stesso tempo in cui si garantisce loro un alloggio. In questo modo si fomenta la rabbia. È come se loro non fossero cittadini di Palermo, vivono in una riserva di cattiva qualità dalla quale debbono per forza uscire per accedere ai servizi di ogni tipo. Provate a parlare con i bambini di questi quartieri dormitorio per rendervene conto.
Il nostro obiettivo è fare una città di città, i quartieri dovrebbero essere belli, avere tutti una forte identità ed essere dotati dei servizi essenziali a poca distanza da casa. Si dovrebbe provare a lasciare vicini il più possibile casa e posto di lavoro. In tal modo peraltro si ridurrebbe moltissimo l’uso dell’auto e il traffico in generale.
La rigenerazione urbana è praticabile in modo più rapido nei quartieri popolari. Non bisogna attendere la redazione di piani urbanistici generali. I terreni e le case sono di proprietà pubblica. E ci sono fondi già disponibili per gli interventi. Si possono sostituire rapidamente le orribili costruzioni esistenti, procedendo per gradi. Dopo avere redatto un progetto che riguardi tutto il quartiere, si costruisce nelle aree libere, vi si trasferiscono i primi abitanti e si abbattono i lotti svuotati. E così via fino alla conclusione dell’operazione. Avendo l’accortezza di fare case per tutti i tipi di popolazione (chi se lo può permettere si comprerà le case nuove costruite accanto a quelle dei proletari), in modo da creare un tessuto sociale integrato. Le città storiche erano così.

Sempre a proposito del “ghetto” dello ZEN, durante il sopracitato convegno, il professore Mazzola ha messo in luce le motivazioni ideologiche insite nel progetto del suo creatore, l’architetto di fama internazionale Vittorio Gregotti. Sembra che nelle intenzioni del progettista vi fosse l’idea di creare un quartiere sostanzialmente “ateistico”, quasi in stile sovietico, che escludesse il sacro dal proprio orizzonte... è corretto? E se è così, si può dire che il progetto di Gregotti abbia avuto successo oppure no?

Vittorio Gregotti è un caso emblematico di intellettuale organico, tipico dell’ultimo dopoguerra in Italia. In tanti, nelle aule di Architettura, abbracciarono il marxismo senza disdegnare gli incarichi del Partito Socialista, soprattutto all’epoca di Craxi. Spesso le teorie incomprensibili dei loro libri servivano a giustificare interventi edilizi ed urbanistici più comprensibili nei paesi del Patto di Varsavia. Hanno imbruttito le nostre città.
Risuonano attuali le parole pronunciate dal card. Wojtyła nel 1976, quando predicò gli esercizi spirituali a Paolo VI e alla Curia Romana: «I pionieri della pastorale del mondo operaio in Francia, come padre Godin (l’autore di Francia, paese di missione?) o padre Michonneau, hanno reso noto nelle loro pubblicazioni che il metodo di scristianizzazione per mezzo della costruzione dei nuovi quartieri senza chiese era già in uso durante la Terza Repubblica. Oggi è in uso in molti paesi. L’uomo andrà in questa direzione, se non si risveglierà in lui, nel cristiano, nella comunità, in un nuovo quartiere, quella coscienza di partecipazione al sacerdozio di Cristo, che viene impresso in ciascuno di noi col battesimo. Allora questi uomini – e non soprattutto noi, sacerdoti e Pastori, ma essi, laici – andranno dalle autorità ed esigeranno con tutta fermezza la chiesa per il nuovo quartiere. La esigeranno in nome dei loro diritti di cittadini, ma soprattutto in nome di quella fondamentale verità sul mondo e sull’uomo che è racchiusa in Cristo, nel sacerdozio, nel tempio di Dio. Senza ciò il quartiere di questo “nuovo mondo” non troverà il suo vero senso e non sarà neanche pienamente “umano”».
Allo ZEN sono state realizzate numerose edicole votive dagli stessi abitanti, oasi un po’ kitsch nel deserto raccapricciante delle orribili insulae. Allo ZEN è stata costruita una chiesa, irriconoscibile come chiesa (questo è tipico dell’architettura degli ultimi cento anni), ma pur sempre adibita a celebrare i sacramenti. Direi proprio che l’intento dei progettisti di cacciare Dio dal quartiere sia fallito, anche se hanno fatto di tutto per farvi imperare il demonio.
Ricordiamo che, se non fosse stato per il card. Ruffini, che si batté energicamente per dotare ogni nuovo quartiere popolare di Palermo di una chiesa, tante aree estese della nostra città oggi non avrebbero nessun centro di aggregazione.
Lavoro da anni insieme al mio collega Guido Santoro al ridisegno della parrocchia del Santo Curato d’Ars, a Falsomiele. Il parroco è molto coraggioso. È convinto che la bellezza della chiesa, mentre essa viene trasformata in una vera chiesa, sia il punto di partenza del riscatto spirituale e materiale di un quartiere di periferia abbandonato dalle istituzioni.

Nel suo lavoro lei si occupa di architettura religiosa. Osservando i suoi progetti architettonici si evince un’attenta ricerca del bello ed un notevole rispetto per i significati liturgici che dovrebbero essere propri di un edificio di culto. Quali sono i suoi principi ispiratori? E inoltre, c’è qualche personaggio del passato che l’ha influenzata particolarmente in termini stilistici?

Quando mi iscrissi ad Architettura, un giovane professore mi consigliò la lettura di Perdita del centro, di Hans Sedlmayr. Fu una svolta, perché quel libro mi dette molti spunti per cercare le radici delle aberrazioni dell’arte contemporanea. Ebbi anche la fortuna di assistere ad una conferenza di Joan Bassegoda i Nonell su Antoni Gaudí. Quella fu proprio una folgorazione, perché il maestro catalano, da allora, è divenuto il mio principale punto di riferimento.
Diceva Bassegoda: «Non copiate Gaudí, guardate piuttosto alla natura, come la guardava lui». Quella che cerco io è un’architettura senza aggettivi, al di fuori e al di sopra del dibattito ottocentesco sugli stili e di quello sui linguaggi dei maestri attuali, molto soggettivi in realtà. La bellezza è sicuramente uno dei miei obiettivi, una bellezza immediata, godibile da chiunque, non il simbolismo intellettualistico e sofisticato dell’architettura contemporanea. Come componente della bellezza cerco un repertorio di simboli comprensibili anche oggi che possa essere tradotto in decorazione, un’altra grande vittima delle avanguardie del Novecento.
Se le chiese contemporanee non sono percepite come chiese cattoliche (di fatto non lo sono), ci sono due responsabili: da un lato la deriva di parte del movimento liturgico, dall’altro l’arte contemporanea. Il cosiddetto “spirito del Concilio” sarebbe il filtro attraverso il quale la Sacrosantum Concilium è stata interpretata per snaturare l’essenza della liturgia e di conseguenza i luoghi della celebrazione. La messa rischia di essere ridotta ad una cenetta festosa, con tanto di canzonette, balli e applausi. Quasi nulla parla del rinnovarsi incruento del Sacrificio del Calvario, di Gesù Cristo perfetto Uomo e perfetto Dio, che patisce, muore e risorge per redimere gli esseri umani. Un mistero che innamora e trasforma la vita. Oggi invece non serve un altare, si allestisce una mensa. Non è un caso che i bambini smettano di andare a messa poco dopo la prima comunione: se ai loro occhi ancora ingenui il fulcro della celebrazione diventa una serie di appelli all’emotività e allo svago, molto meglio giocare alla playstation o partecipare alla movida o andare in discoteca. L’architettura soffre molto di queste deformazioni e gli edifici vengono progettati – quando va bene – come auditorium.
Dall’altra parte ci sono arte e architettura contemporanee, nate ad inizio del Novecento sotto l’influsso esplicito della Società Teosofica. Sono espressione coerente, innovativa, di una super religione che disprezza la materia e vuole spingere gli uomini verso forme di spiritualismo. Nulla di più contrario ai fondamenti della Rivelazione cristiana, che difende la bontà della creazione, ferita dal peccato originale dei progenitori e risanata dal Sangue del Messia. Non si può usare abitualmente per celebrare un tavolo minimalista che abbia come fondale una parete nuda e un soffitto piano di cemento a faccia vista, perché l’arte cattolica è per sua natura bella, universale, figurativa, narrativa. Come non si possono usare il rock e il pop per i canti, che a quel punto non sarebbero più sacri – da questo punto di vista – in quanto scatenano gli istinti o banalizzano la realtà sentimentale invece di elevare l’anima.
Il lavoro da fare per produrre nuovamente arte sacra è immenso. Non si raggiungerà lo scopo se non si interviene su entrambi i fronti descritti.

Talvolta si ha come l’impressione che per molte persone l’odierna arte sacra, piuttosto che un ausilio, costituisca un ostacolo all’incontro con il sacro. Nel 2009 lei ha redatto e promosso un “Appello a Sua Santità Papa Benedetto XVI per il ritorno a un’arte sacra autenticamente cattolica”. Com’è nata l’idea dell’appello e quali sono le basi a cui esso attinge?

C’eravamo ritrovate più o meno casualmente a parlare di arte sacra parecchie persone preparate in diversi ambiti dello scibile. Era nato da poco il Master in Architettura, Arti Sacre e Liturgia. C’era un Papa con una grandissima sensibilità per la liturgia. Inoltre il passaggio del testimone tra Giovanni Paolo II e Benedetto XVI era avvenuto in un anno dedicato all’Eucaristia. Sembrava che fossero maturate le condizioni per chiedere un intervento autorevole del Magistero pontificio su un campo così delicato.
Il dibattito tra i diversi gruppi aveva prodotto un documento che volevamo sottoporre al Papa dopo avere raccolto quante più adesioni tra coloro che avevano a cuore il tema. Firmarono l’appello più di 1.800 persone, di tutto il mondo. A questo punto l’appello venne consegnato a Benedetto XVI corredato dalle firme. Il Papa fece giungere un messaggio di ringraziamento.
La questione è molto complessa. Probabilmente è ancora presto per ottenere delle soluzioni. Non entro nelle questioni teologiche. Mi limito a sottolineare che, anche in questo ambito, serve un ripensamento antropologico. Il pensiero contemporaneo fatica a guardare l’uomo per quello che è. Non sembri esagerato. Se l’essere umano fosse condannato per essenza a inseguire un’emozione dopo l’altra allora avrebbero ragione i promotori del cosiddetto liturtainment (intrattenimento liturgico). La mia esperienza diretta è diversa. Le persone pregano bene quando vengono coinvolte integralmente, con mente, volontà, cuore, passioni, sensi. L’arte autentica può fare moltissimo al servizio del dialogo tra gli uomini e Dio.
D’altro canto bisogna che vescovi e sacerdoti superino un certo complesso di inferiorità nei confronti della “cultura contemporanea”. A volte sembra che considerino il progresso ineluttabile e di per sé buono. Ma Hegel è morto da tempo, dovremmo esserci resi conto che a volte nella storia si fanno notevoli passi avanti, altre volte si regredisce in modo precipitoso. La “cultura contemporanea” e l’arte in particolare hanno un grande bisogno dei fondamenti della Rivelazione cristiana per uscire dall’impasse in cui si trovano, che fa pensare alla corruptio optimi pessima di Gregorio Magno.
Ho avuto la grandissima gioia di parlare di questi argomenti con Benedetto XVI, che mi ha ricevuto in forma privata il 23 settembre del 2015 nel monastero Mater Ecclesiae.

Se lei venisse eletto sindaco di Palermo la città potrebbe contribuire ad un processo di rinascita dell’arte sacra?

Mi piacerebbe che Palermo contribuisse alla rinascita dell’arte in generale. Il 2018 la città sarà capitale italiana della cultura. Si può fare molto, dalla musica all’architettura. Potremmo istituire un Festival internazionale di Musica Jazz, considerato il ruolo che la Sicilia ha avuto nella nascita di questo linguaggio. Potremmo istituire un grande polo museale di Arti Decorative Applicate e un altro di Arte Figurativa Contemporanea. La creatività dei palermitani ha molto da offrire al mondo attuale.
Non penso che in quanto sindaco dovrei occuparmi di arte sacra. Ritengo che il profano ed il sacro vadano opportunamente distinti, così come l’opinabile e il dogmatico. Teniamo presente però che questa città ha un patrimonio immenso di chiese, oratori, monasteri, conventi. La Spagna unificata, dopo la reconquista, investì molto nella presenza di religiosi nei suoi territori. La considerò una forma di garanzia e di collante dell’impero. La corona spagnola, a cui era giunta per passaggi dinastici quella siciliana, dedicò un’attenzione particolare alla nostra Isola, baluardo al centro del Mediterraneo. La percentuale preponderante di architetture religiose rispetto a quelle diocesane, in particolare a Palermo, creò un bel problema nel 1866, quando i beni degli ordini religiosi soppressi vennero confiscati dallo Stato Italiano, peraltro gettando nella miseria i moltissimi lavoratori che se ne occupavano.
Oggi questi immobili sono di proprietà del Fondo Edilizia per il Culto, ente del Ministero degli Interni, che non fa quasi nulla per tutelarli e valorizzarli. Il sindaco di Palermo dovrebbe sollecitare una soluzione a questo problema, che grava in particolare sul centro storico. Tante chiese e monasteri si potrebbero impiegare molto meglio e molto più coerentemente con le loro caratteristiche.
Per l’arte sacra contemporanea il primo cittadino potrebbe promuovere ricerca, manifestazioni, pubblicazioni, per es. nel caso del Festino. I nostri artigiani ne sarebbero sicuramente felici. Ma non sarebbe compito suo in quanto sindaco.

 

28 ottobre 2016

Il diplomatico\1. Barack e burattini.


Inauguriamo con questo articolo la nuova rubrica dedicata all'attività di Joseph de Maistre come diplomatico, in una fase storica in cui diventa sempre più importante approfondire le questioni relative alla politica internazionale . La rubrica sarà periodicamente aggiornata dai nostri collaboratori esperti di relazioni internazionali.

di Alessandro Rico
Si ringrazia Fabio Petrucci per la preziosa consulenza

Sorrisi, strette di mano, siparietti, eccellenze italiane, cena di gala, Barack e burattini. Cosa c’è dietro la luna di miele tre Renzi e Obama? Cosa c’entrano la Clinton Foundation, la NATO, Mosul e un gasdotto?

Una panoramica della situazione
Facciamo un passo alla volta. Come tutti sapete, Renzi è volato negli Stati Uniti, dove il Presidente uscente Barack Obama lo ha accolto con tutti gli onori e gli ha dedicato l’ultima cena ufficiale del suo secondo mandato. L’8 novembre ci saranno le elezioni e, salvo sorprese, Hillary Clinton dovrebbe spuntarla (resta, comunque, l’incognita del Congresso, dove i Repubblicani potrebbero conquistare la maggioranza dei seggi e quindi ostacolare l’attività del governo, anche respingendo i veti del Presidente). Nel frattempo, manco fossimo nella terza stagione di House of Cards, dove Frank Underwood s’inventa una guerra ai terroristi nella speranza di condizionare gli elettori, gli USA hanno avviato la riconquista di Mosul, sostenendo una eterogena coalizione costituita da turchi, peshmerga, milizie irachene sciite e pure, particolare non secondario, appoggio logistico ed elicotteristico italiano. Già da qualche settimana, poi, si vanno deteriorando i tesi rapporti con la Russia, finché, pochi giorni fa, la NATO ha annunciato l’invio di un contingente nei Paesi baltici (ovvero, ai confini russi) entro il 2018, contingente che, in caso di conflitto, sarebbe guidato proprio dall’Italia. Un’altra circostanza di cui tenere conto sono le ripetute manifestazioni di insofferenza da parte di Renzi nei confronti della leadership tedesca dell’Unione Europea: lo strappo sui migranti nel mese di settembre, le continue richieste di flessibilità, le critiche all’austerity, la riprensiva contro i “tecnocrati”, quando Bruxelles ha pensato di censurare la finanziaria con una missiva.

Renzi corteggia Obama; e Obama ci sta…
Insomma, sembrerebbe che il nostro premier stia facendo di tutto per smarcarsi dall’Europa del rigore. E l’unico modo per dribblare la Merkel è convincere il Presidente della principale potenza occidentale a sostenerlo nella lotta per una politica economica più rilassata, che al governo italiano ovviamente farebbe aggio, in vista delle elezioni politiche del 2017 (Renzi ha già varato una finanziaria di elargizioni in prospettiva del referendum; figuriamoci quello che potrebbe progettare per la prossima, cruciale scadenza, a riforma costituzionale e legge elettorale incassate). A Obama il corteggiamento dell’Italia va particolarmente a genio. Innanzitutto, è sempre stata sua intenzione spingere l’Europa a cambiare rotta, a stimolare i consumi, magari con la speranza di invadere il mercato del Vecchio Continente con prodotti americani, grazie al TTIP. In secondo luogo, un riallineamento dell’Italia toglierebbe di mezzo quello che è stato spesso un concorrente scomodo nel teatro mediorientale (si pensi, a titolo di esempio, alla crisi di Sigonella): in un colpo solo, Obama compatterebbe gli alleati europei per operare in Libia, Siria e Iraq, assicurandosi un prezioso appoggio nella guerra (ancora asimmetrica) alla Russia di Putin. Il fatto che l’Alto Rappresentante UE per gli affari esteri, la nostra Federica Mogherini, faccia parte da anni di quelle istituzioni sovranazionali che rappresentano la longa manus degli Stati Uniti (FAO, Fondazione Italia USA, ecc.), non può che essere di ulteriore aiuto.
Non dimentichiamoci, però, che non certo da ieri Renzi flirta anche con i Clinton. È noto che nel 2013 il Ministero dell’Ambiente ha finanziato la Clinton Global Initiative con una somma forse non gigantesca, ma per citare Maccio Capatonda, sossempresoldi. La Clinton Fondation ha organizzato un incontro tra Renzi e Bill nel mese di aprile di quest’anno e poi una riunione a tre cui hanno preso parte gli stessi Renzi e Bill Clinton, con il nuovo Presidente argentino Macri. Evidentemente, il premier italiano confida nella vittoria di Hillary e nel fatto che quest’ultima, la quale pure ha avuto un passato di contrasti con Obama (che parrebbero oggi appianati), prosegua la politica di amicizia e sostegno al Bel Paese (e magari che convinca capitalisti americani a investire in Italia?).

Il sogno (infranto?) di Putin
Ovviamente, tutto ha un prezzo. E la spregiudicata strategia di Renzi fa dell’Italia una delle principali pedine sulla scacchiera che gli Stati Uniti stanno muovendo per impedire l’avvicinamento di Europa e Russia.
Non è un mistero che Putin sognasse l’integrazione del Vecchio Continente con la Russia, una sorta di Eurasia con un fulcro economico ed energetico: il mercato comune “da Lisbona a Vladivostock” e, ovviamente, la fornitura di gas, nel cui quadro doveva rientrare anche il gasdotto South Stream, per il quale aveva iniziato a spendersi il governo Berlusconi e che avrebbe dovuto collegare la Federazione Russa all’Italia, passando per la Grecia – stranamente, due dei Paesi colpiti più duramente dalla tempesta sui conti pubblici e lo spread. La Germania, d’altra parte, puntava soprattutto a un raddoppio del North Stream, in barba alle sanzioni anti-russe seguite all’annessione della Crimea (persino il Corriere della Sera, lo scorso anno, lamentava la doppiezza di Berlino e gettava sinistri sospetti sulla spartizione degli asset greci da parte di società private tedesche, mentre le istituzioni europee avevano chiaramente sabotato il South Stream).
In tutto ciò, gli Stati Uniti non potevano tollerare la dipendenza energetica europea da Mosca, né la prospettiva di una profonda integrazione economica tra Europa e Russia. Durante gli anni Novanta, gli USA hanno perseguito l’espansione della NATO verso Est, per schiacciare i russi entro i loro confini e costringerli a mollare la presa sul Vecchio Continente, sul quale gli americani avevano ben altre mire: in ballo c’erano l’importazione dei loro prodotti alimentari, che le normative sanitarie europee limitavano, oltre al dualismo tra le due grandi compagnie Boeing ed Airbus. E infatti Obama, intervistato dal bravo cameriere Federico Rampini su Repubblica, non si è fatto scappare l’occasione per rilanciare il TTIP, per ora affossato dall’aperta ostilità dell’opinione pubblica di molti Stati membri dell’UE, ai quali, nonostante tutto, i governi nazionali devono ancora in qualche modo rispondere.
L’opposizione degli Stati Uniti al South Stream, progetto avviato da Eni e Gazprom e poi esteso a compagnie francesi e tedesche, si è concretizzata in una serie di mosse strategiche, che alla fine hanno condotto alla rottura del partenariato industriale. Innanzitutto, c’è stata la doppia ondata di “rivoluzioni arancioni” in Ucraina, con la quale venne rovesciato il governo filorusso e il “granaio d’Europa” fu trasformato in una specie di avamposto o di muro simbolico tra Europa e Russia. Tuttora nel Donbass prosegue una sanguinosa guerriglia, che ovviamente le diplomazie e i media occidentali imputano alla brama di conquista dei russi; ma che la coalizione NATO a trazione americana ne sia la vera regista, è fatto ormai quasi acclarato, apertamente denunciato anche da un illustre studioso come John Mearsheimer su Foreign Affairs.
Dal canto loro, gli Stati Uniti hanno esercitato una forte pressione sulla Bulgaria, affinché impedisse il passaggio del gasdotto sul proprio territorio: innanzitutto, attraverso la Commissione Europea allora guidata da Manuel Barroso, che annunciò l’apertura di una procedura d’infrazione ai danni della Bulgaria per presunte irregolarità negli appalti (uscito dalle istituzioni europee, curiosa coincidenza, Barroso è stato premiato con un incarico da Goldman Sachs, la banca d’affari vicina alla Clinton); poi, nel 2014 fu addirittura il senatore repubblicano John McCain (quello che guarda caso ha annunciato che non voterà Trump) a incontrare il premier bulgaro, il quale in seguito annunciò il blocco dei lavori.
Alcuni cattolici sedicenti tradizionalisti, infettati dal morbo atlantista, come se vivessero ancora all’ombra del comunismo, ci hanno tenuto a spiegare che i poveri baltici e i poveri polacchi hanno le loro ragioni per temere l’espansionismo russo (in realtà è stata la NATO, come abbiamo già osservato, a muovere verso Est, con l’annessione di Paesi ex sovietici, in particolare quello del 2004, che incluse Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia, l’allargamento più grande della storia del Patto Atlantico). Tuttavia i fatti dimostrano che il vero obiettivo dietro queste manovre coincide soprattutto con gli interessi americani; con il proposito, cioè, di sottrarre l’Europa dalle “grinfie” del gas di Putin, magari per venderle il gas da argille prodotto negli USA e sponsorizzarne l’estrazione anche in alcuni Paesi europei. E indovinate un po’ qual è lo Stato del nostro continente con il più ingente quantitativo di giacimenti? Manco a farlo apposta, proprio la Polonia, storica nemica dei russi. Peraltro, visto il disastroso impatto ambientale dell’attività estrattiva, già da tre-quattro anni, nazioni come Austria, Regno Unito, Francia e Olanda hanno perso interesse per questa fonte di approvvigionamento energetico.
La campagna americana è riuscita a condizionare persino la Francia, messa alle strette sul piano economico, costretta a varare il classico piano di riforme in stile Troika, soffocata dall’emergenza sicurezza interna. Proprio la Francia, che nel 1966, per scelta di De Gaulle, abbandonò la NATO, salvo poi rientrarvi nel 2009, quando forse Sarkozy già puntava al beneplacito statunitense per le operazioni che avrebbe poi attuato in Libia contro Gheddafi (e contro gli interessi strategici dell’Italia). Putin, che si è detto meravigliato dalla retromarcia di Hollande, con il quale aveva provato a intavolare delle trattative per condurre un’offensiva comune ai danni dell’ISIS, durante l’ultimo Forum di Vladivostock ha chiaramente lasciato intendere che al momento la Russia sta guardando in un’altra direzione, all’Estremo Oriente: a un partenariato commerciale, energetico e infrastrutturale con Cina, Giappone e Corea del Sud.

Dalla Siria può cominciare una nuova guerra mondiale
Il teatro mediorientale è un altro degli aghi della bilancia, insieme all’Europa, nel conflitto USA-Russia. Nell’ultimo dibattito televisivo prima delle elezioni, Hillary Clinton si è detta favorevole all’istituzione di una no-fly zone sulla Siria: il che equivale quasi a dichiarare guerra ai russi, che colpiscono Aleppo con i loro raid aerei a sostegno di Assad. In Medio Oriente, gli obiettivi degli americani sono molto diversi. Innanzitutto, gli USA sono alleati dell’Arabia Saudita, con la quale, invece, la Russia non è in buoni rapporti. Inutile ricordare che Arabia e Qatar figurano tra i generosi finanziatori della Clinton Foundation e che, nondimeno, a nessun giornalista di grido è venuto in mente di denunciare, con la dovuta enfasi, che il probabile successore di Obama percepisce delle elargizioni dai principali sponsor del terrorismo islamico. È proprio grazie agli armamenti forniti dagli americani, che i sauditi hanno condotto la loro martellante campagna militare sullo Yemen, dove si intrecciano gli asti tra sunniti e sciiti e l’ostilità tra Arabia (che sostiene il governo) e Iran (che sostiene i ribelli Huthi).
D’altronde, la Clinton non è nuova ad ambigue frequentazioni: i leaks che i media ignorano spiegano anche perché Hillary si sia a lungo opposta all’inserimento di Boko Haram nella lista delle organizzazioni terroristiche, persino contro il parere di John Kerry. La Clinton Foundation era in affari con un magnate nigeriano, che premeva per un cambio di regime allo scopo di assicurarsi ricche commesse pubbliche. Gli Stati Uniti si rifiutarono di sostenere l’allora capo del governo  della Nigeria, Goodluck Jonathan, contro Boko Haram; sostegno che puntualmente è arrivato quando le elezioni hanno, prevedibilmente, premiato l’attuale presidente Buhari, nominato nel 2015.
È lampante che la presunta guerra al terrorismo degli Stati Uniti sia prevalentemente una farsa. L’offensiva su Mosul, che giunge a ridosso delle votazioni che dovrebbero, secondo i sondaggi, premiare la Clinton, non è niente più che un’accozzaglia di gruppi tenuti insieme a fatica da un comune nemico: per il resto, i peshmerga e i turchi sono ai ferri corti, gli sciiti lamentano l’ingerenza della Turchia, quest’ultima a sua volta teme l’indipendentismo curdo e, dopo la rottura con Putin, sembra essersi riallineata alla Russia (non ci scordiamo che, per dimensioni del suo esercito, la Turchia è la seconda potenza militare della NATO dopo gli USA). E infatti la riconquista di Mosul procede a rilento, nonostante i media celebrino in anticipo i trionfi della coalizione, mentre condannano le azioni della Russia e dell’esercito regolare siriano, senza remore e anche senza filtri, rilanciando spudoratamente le informazioni della propaganda dei ribelli anti-Assad,. E mentre giornali e telegiornali paventano il rischio che i combattenti dell’ISIS fuggano nascosti tra i civili, si viene colti dal sospetto che questa “fuga” sia in qualche modo favorita proprio dagli americani. Su AnalisiDifesa, in effetti, Gianandrea Gaiani accarezza l’ipotesi che i pullmini pieni di familiari dei membri del califfato, rifugiatisi a Raqqah, dimostrino come la coalizione voglia instradare l’ISIS verso la Siria per rintuzzare lo schieramento dei ribelli, ovviamente nella prospettiva di sabotare le operazioni militari guidate da Mosca e far cadere Assad.

USA e Russia, nemici naturali
L’Italia, su iniziativa del governo Renzi, si è impegnata su questo duplice fronte est-europeo e mediorientale (mesi fa abbiamo anche provato a guidare i difficili negoziati per la costituzione di un governo in Libia). Come tutto ciò possa promuovere i nostri interessi nazionali rimane un mistero, a meno che tali interessi non siano fatti coincidere con il capitale politico che Renzi vorrebbe spendere di qui al 2017. All’ultimo vertice europeo, Renzi e Mogherini hanno fatto in modo di ammorbidire la linea anti-russa di Germania, Francia e Gran Bretagna, scongiurando il pericolo di nuove sanzioni, che danneggerebbero ulteriormente le relazioni commerciali del nostro tessuto imprenditoriale con la Russia. Ma non si potrà a lungo dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Nel 2019 scadranno i contratti con l’Ucraina per il transito del gas e il Ministro per l’Energia russo ha già annunciato che il Turkish Stream, lanciato nel 2014 come alternativa al South Stream, sarà completato proprio in vista di quel termine. Ma prima di quel momento, Hillary Clinton potrebbe dare il via a un’escalation a partire proprio dalla Siria. E c’è da scommettere che Putin non starà a guardare.
Una delle tesi forti che vorremmo consegnare al lettore, in effetti, è che la politica non è solo questione di soldi e risorse economiche, ma anche e soprattutto di ideologie e narrazioni contrapposte. Fin qui abbiamo insistito molto sui retroscena legati alle forniture energetiche, agli affari di alcuni candidati nei Paesi destabilizzati, agli accordi commerciali; ma bisogna riconoscere che anche nel campo delle relazioni internazionali è necessario resistere al materialismo economicistico e indagare le cause profonde delle inimicizie tra i popoli. Stati Uniti e Russia sono nemici, nel senso schmittiano, perché entrambi sposano una qualche versione del “Destino manifesto”, l’idea di essere un popolo eletto, chiamato a redimere le sorti dell’umanità o a svolgere una funzione civilizzatrice, a costituire un nuovo ordine mondiale o a restaurare la gloria della Terza Roma. Ogni pedina che viene mossa mira a costringere all’angolo l’avversario, a ridurlo a piccolo potentato regionale, con alcune grosse incognite, come la Cina, che al momento sta a guardare, mantiene relazioni cordiali con entrambi, ma se da una parte mal sopporta l’egemonia americana, dall’altra è più volte entrata in rotta pure con la Russia (è una rivalità che i due Paesi si portano dietro almeno dal dualismo tra comunismo russo e comunismo asiatico, e dai negoziati che, negli anni Settanta, Kissinger intraprese con Pechino in funzione antisovietica).
Ci troviamo indubbiamente a un bivio fondamentale, ma l’impressione è che la nostra leadership ci stia trascinando alla deriva, in un’operazione molto pericolosa per la pace mondiale, se non addirittura suicida: è una coincidenza che in uno degli ultimi tweet, Hillary Clinton si sia messa a farneticare di codici nucleari?

 

15 febbraio 2016

Il papa ed il patriarca: un’insolita pagina di storia a Cuba

di Fabio Petrucci
L'Avana, 12 febbraio 2016: una data che sarà ricordata per uno degli eventi più importanti nella storia recente dei rapporti tra i “due polmoni” della Cristianità. Dopo secoli di diffidenza reciproca un papa di Roma ed un patriarca di Mosca si sono per la prima volta incontrati. Lo hanno fatto nell'insolita cornice di un aeroporto – quello di L'Avana – nell'ancora più apparentemente insolita patria dei fratelli Castro. Papa Francesco ed il patriarca Cirillo, così diversi nello stile e nel carattere, hanno dato vita ad una pagina di storia bella ed importante, come quella di cui furono protagonisti papa Paolo VI ed il patriarca di Costantinopoli Atenagora nel 1964. In quell'occasione l'incontro tra i due primati sancì l'abrogazione delle scomuniche che Roma e Costantinopoli si erano scambiate nel 1054, scatenando – forse inconsapevolmente – il più tragico scisma della storia cristiana. Fu un incontro epocale, destinato ad avviare un processo di riconciliazione non facile, ma che negli ultimi decenni ha portato a significativi passi in avanti sulla via della restaurazione della fratellanza tra le Chiese.

Quello che ancora mancava era un incontro tra il pontefice romano ed il patriarca russo, ossia il capo della Chiesa più numerosa e politicamente influente dell'ecumene ortodossa. Quella stessa Chiesa russa che, fin dai tempi della caduta di Costantinopoli per mano ottomana, non ha mai smesso di considerarsi “Terza Roma”, massima custode della fede ricevuta ai tempi di San Vladimiro, e segnata da rapporti storicamente difficili con il mondo cattolico. Proprio la complessità delle relazioni tra la Santa Sede ed il Patriarcato di Mosca ha contribuito a rallentare il verificarsi di un incontro tra i primati delle due Chiese. Ci aveva già provato Giovanni Paolo II, ma senza esito.

Sotto il pontificato di Benedetto XVI i rapporti tra Roma e Mosca conobbero un sostanziale miglioramento, anche frutto della stima di cui Ratzinger godeva presso il mondo ortodosso. Con l'elezione di Bergoglio le relazioni tra le due Chiese hanno continuato a migliorare, grazie anche ad alcune affermazioni del pontefice in merito al primato petrino ed al tema dell'uniatismo. Impossibile poi sottovalutare la rilevanza del ruolo giocato dal Cremlino nel favorire un'intesa: in questi anni di “nuova guerra fredda” Vladimir Putin – ostracizzato da gran parte dei leader occidentali – ha trovato più di una sponda in papa Francesco. I due si sono incontrati in Vaticano due volte, nel 2013 e nel 2015, dimostrando di condividere, pur nella differenza dei ruoli, una simile visione dell'ordine geopolitico internazionale, lontana anni luce dalle spinte unipolari degli USA.

La portata storica dell’incontro sta dunque nella sua novità: mai un patriarca della Chiesa russa aveva incontrato un Papa. Ma la data del 1054, così enfaticamente richiamata dai media, c’entra poco, perché andrebbe più correttamente collegata all’incontro tra Paolo VI ed Atenagora, vescovi delle due sedi che si scambiarono la scomunica in quella data. All’epoca dello scisma la Chiesa russa era ancora in una fase iniziale della propria vita: si era andata costituendo attorno al 988, quando per volontà del principe Vladimiro gli abitanti dell’antica Rus’ iniziarono ad essere battezzati in massa. Nei primi secoli della sua storia la Chiesa russa venne amministrata dal metropolita di Kiev, sotto la giurisdizione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. In conseguenza del giogo mongolo, la sede del metropolita fu trasferita prima a Vladimir e poi a Mosca (1325), pur restando dipendente da Costantinopoli, come testimoniato dall’origine bizantina della maggioranza dei metropoliti dell’epoca.

Nel XV secolo furono poste le basi per il futuro assetto della Chiesa russa. Nel 1437 l’imperatore bizantino Giovanni VIII nominò il greco Isidoro come nuovo metropolita. Costantinopoli si trovava sotto la minaccia dell’assedio ottomano: obiettivo dell’imperatore era favorire la riunificazione della Chiesa ortodossa con quella cattolica allo scopo di ottenere il sostegno militare delle potenze cattoliche. La nomina di Isidoro, favorevole all’unione con Roma, andava in questa direzione. Recatosi in Italia nel 1439, al fine di partecipare al Concilio che avrebbe dovuto sancire l’unificazione, Isidoro fu nominato cardinale e legato pontificio, ma tornato a Mosca si scontrò con il clero locale ed il gran principe Basilio II, contrari all’accordo di Firenze (la stessa contrarietà coinvolse gran parte del clero e del popolo negli altri paesi ortodossi, dimostrando la debolezza dell’accordo raggiunto). Di lì a poco seguirono la destituzione e l’arresto di Isidoro.

Questa vicenda così controversa – unita alla crisi irreversibile dell’Impero bizantino – favorì un cambiamento decisivo nella vita della Chiesa russa, cioè la conquista dell’autocefalia, ottenuta nel 1448 in seguito all’elezione a metropolita del russo Giona, avvenuta senza il consenso di Costantinopoli. Successivamente, attraverso la caduta di quest’ultima in mano ottomana nel 1453, il completamento dell’emancipazione della Moscovia dal giogo mongolo nel 1480 e l’incoronazione di Ivan il Terribile nel 1547, si concretizzò quel lento processo di “translatio imperii” che trasformò Mosca nella “Terza Roma”, e le cui conseguenze ecclesiali culminarono nell’elevazione del metropolita Giobbe a patriarca di Mosca nel 1589.

La vita del nuovo patriarcato non fu né semplice né lunga. Passò attraverso il tragico “periodo dei torbidi” – che a causa degli invasori polacchi inasprì la già forte diffidenza verso i cattolici – e si concluse nel 1700, quando alla morte del patriarca Adriano, lo zar occidentalista Pietro il Grande decise di riformare la struttura della Chiesa sul modello luterano, abolendo il patriarcato e fondando il “Santissimo Sinodo”, un organismo composto da chierici e laici che governò la Chiesa fino alla rivoluzione del 1917. Solo in seguito a quest’ultima – e tra innumerevoli difficoltà, persecuzioni e compromessi – il patriarcato poté tornare in vita.

La caduta del comunismo ha fornito nuovo vigore alla Chiesa russa ed alla figura del patriarca di Mosca, tornati a rappresentare un punto di riferimento spirituale, culturale e identitario di primaria importanza nella politica e nella società post-sovietiche. Sotto il governo di Cirillo, eletto nel 2009 dopo la morte di Alessio II, il Patriarcato di Mosca ha acquisito un ruolo di crescente prestigio internazionale, moltiplicando gli interventi ed i viaggi, tra cui spicca quello del 2013 in Cina. Proprio la Cina, meta sognata da Francesco. In sintesi, considerando la grande influenza e vivacità del Patriarcato di Mosca, la rilevanza dell’incontro risulta ancora più chiara.

Al di là degli aspetti simbolici, il risultato più importante dell’incontro di L’Avana è la dichiarazione comune firmata dai due primati. È un documento in trenta punti che affronta le grandi emergenze dell’epoca: dal martirio dei cristiani alla minaccia terroristica, dalla libertà religiosa all’identità cristiana dell’Europa, dalla difesa della famiglia fondata sul matrimonio uomo-donna alla protezione della vita dal concepimento alla morte naturale, dalla povertà ai rapporti con le altre religioni. In vari passaggi del testo risulta lampante l’impronta del patriarcato russo, che in questi anni si è decisamente impegnato su molti dei fronti sopracitati, dimostrando una concreta volontà di collaborazione con la Chiesa cattolica. Sotto il profilo teologico il testo richiama l’importanza della tradizione del millennio precedente allo scisma, considerato la base da cui ripartire per approfondire la questione dell’unità. Il testo nota con amarezza la circostanza per cui «siamo divisi da ferite causate da conflitti di un passato lontano o recente, da divergenze, ereditate dai nostri antenati, nella comprensione e l’esplicitazione della nostra fede».

La dichiarazione comune non evade da quelle situazioni concrete che costituiscono un ostacolo all’amicizia tra le due Chiese: il problema del proselitismo e quello dell’uniatismo ucraino. Sul primo punto, particolarmente lamentato dalla Chiesa russa negli anni novanta, viene indicato un semplice ed efficace principio guida: «non siamo concorrenti ma fratelli, e da questo concetto devono essere guidate tutte le nostre azioni reciproche e verso il mondo esterno». Sul secondo problema, che ha origine nell’unione di Brest del 1595 – che sancì la nascita della Chiesa greco-cattolica ucraina (i cosiddetti “uniati”) – le incomprensioni non sono mai venute meno, creando una scia di rancori e recriminazioni riesplose nel caos sorto in Ucraina con l’Euromajdan. È un punto delicatissimo specialmente per la Santa Sede, che si trova nella necessità di dover mediare tra due posizioni estremamente in contrasto. La dichiarazione sostiene da un lato la presa d’atto che la strategia dell’uniatismo appartiene al passato e non rappresenta un modo adeguato per giungere all’unità delle Chiese, dall’altro però sancisce i diritti delle comunità uniate già esistenti, invitando ortodossi e greco-cattolici a riconciliarsi e «trovare forme di convivenza reciprocamente accettabili».

A Cuba si è consumata un’insolita pagina di storia, carica di significati simbolici e pregna di speranze per il futuro. Essa non cancella in un sol colpo problemi secolari, ma «adesso le cose sono più facili», come ha detto il patriarca Cirillo. I vescovi della prima e della terza Roma hanno dato un esempio di riconciliazione semplice e bello, proprio mentre sul mondo incombono le nubi della guerra e della discordia. Lo hanno fatto all’ombra dell’icona della Madre di Dio, che unisce i cristiani d’Occidente e d’Oriente, i due polmoni della Cristianità.
 

14 dicembre 2015

Storia di Evgenij: il soldato russo che non rinnegò la croce

di Fabio Petrucci
«Il soldato russo Evgenij Rodionov è sepolto qui. Ha difeso la sua patria e non ha rinnegato Cristo. È stato giustiziato il 23 maggio 1996, alla periferia di Bamut». Questa iscrizione, scolpita sulla croce che sovrasta la tomba di un milite della prima guerra cecena, è l’incipit ideale per introdurre un’edificante storia di fedeltà a Cristo sublimata con la palma del martirio. Si tratta della coraggiosa storia di un soldato russo oggi venerato alla stregua di un santo, ma anche della commovente vicenda di una mamma che ha incontrato Cristo per mezzo del martirio del proprio giovane figlio.
La desolante realtà della Russia yeltsiniana e la brutalità dei fondamentalisti ceceni fanno da sfondo a un dramma che - al pari di tanti episodi recentemente accaduti ad altre latitudini - ci ricorda che quella dei martiri non è solo la storia remota dei primi seguaci di Gesù, ma una realtà sempre attuale nella vita delle comunità cristiane. E la vicenda di questo ragazzo dei sobborghi moscoviti, che non abbandonava mai la piccola croce d’argento donatagli dalla nonna, riflette in profondità l’anima cristiana del popolo russo - miracolosamente scampata a settant’anni di ateismo marxista - ed il suo complesso rapporto con le terre selvagge e bellissime del Caucaso, perennemente insanguinate dal fanatismo e dalla violenza.
Evgenij Aleksandrovič Rodionov nacque a Čibirlej, piccolo villaggio dell’oblast’ di Penza, il 23 maggio 1977. La sua era una comune famiglia sovietica, composta da genitori cresciuti sotto la cappa dell’ateismo di Stato e piuttosto indifferenti nei confronti della religione. La mamma di Ženia (vezzeggiativo di Evgenij) decise di far battezzare il bambino solo quando costui aveva già superato il primo anno di vita. A spingerla verso il battesimo di Evgenij non fu la devozione, ma il timore per la salute del bambino, associato alla credenza popolare secondo cui il battesimo avrebbe preservato le condizioni dei neonati. Come per altre famiglie sovietiche dell’epoca, spettò ad una nonna l’arduo compito di tenere viva la fiamma della fede ortodossa. E fu così che verso gli undici anni Evgenij - che nel frattempo si era trasferito con la famiglia nell’oblast’ di Mosca - tornò dalle vacanze estive con una croce ed una catenina d’argento al collo, spiegando alla madre stupita che quello era un dono della nonna, che lo aveva portato in chiesa per la confessione e la comunione. Ljubov’ - il nome della madre di Evgenij equivalente all’italiano “Amore” - tentò di dissuadere il bambino dall’indossare la croce in pubblico, ma il suo piccolo Ženia non cedette: quella croce, poi legata ad una cordicella, lo accompagnerà fino ad un orribile sepolcro di calce e terra nella lontana Cecenia.
Nel 1995 Evgenij - il cui sogno era diventare cuoco - fu chiamato a servire nell’esercito. Insieme ad altre giovanissime reclute, il futuro martire fu assegnato al servizio di guardia di frontiera in Cecenia, dove l’esercito era impegnato nella sanguinosa campagna contro i guerriglieri jihadisti. La disastrosa conduzione della campagna è stata ben descritta in un recente articolo di Mario Rimini apparso su Il Foglio: «L’Armata rossa non solo aveva cambiato nome. Non esisteva neanche più. C’era, al suo posto, l’esercito di Yeltsin. Della nuova Russia occidentale, prediletta discepola degli amici d’America. Un’armata brancaleone di ragazzini adolescenti strappati alle famiglie e scaraventati al fronte. Mezzi antiquati e colonne sbandate. Strategie militari da prima guerra mondiale. Se un simbolo della rovina materiale, morale e umana in cui la transizione benedetta dall’America aveva gettato la Russia esiste, questo è senz’altro la campagna cecena di Pavel Grachev». Prima di partire per questo gravoso impegno Evgenij si dimostrò fedele ad un’antica tradizione russa, la quale vuole che i soldati portino con sé un nastro recante alcuni passi del Salmo 90 (91): uso immortalato anche nel celebre romanzo “Il dottor Živago” di Boris Pasternak. Nella notte del 13 febbraio 1996 Evgenij ed altri tre giovani soldati furono assegnati ad una postazione di controllo a 200 metri dalla loro base, nei pressi del montagnoso confine tra le repubbliche della Cecenia e dell'Inguscezia. Nella piccola postazione mancavano l'elettricità e gli strumenti per comunicare con la base. Ad un certo punto i giovani soldati fermarono un’ambulanza per un controllo. A bordo c’erano il guerrigliero ceceno Ruslan Chajchorev ed alcuni seguaci. Trasportavano armi. Nessuno soccorse i quattro soldati, i quali - giovani e inesperti com’erano - furono rapiti. Tra i superiori si diffuse l’erronea convinzione che Evgenij e i suoi compagni avessero disertato. Quando Ljubov’ venne a sapere della scomparsa del figlio pensò che costui non avrebbe mai compiuto una simile azione. Si recò quindi in Cecenia, determinata a ritrovare suo figlio, e scoprì che era stato rapito. Nel suo peregrinare in quelle terre dilaniate dalla guerra, Ljubov’ conobbe la forza della preghiera ed in Inguscezia ricevette il sostegno materiale e spirituale di un sacerdote ortodosso. Lì, per la prima volta, si accostò alla comunione. Dopo circa 100 giorni di prigionia e indescrivibili torture, il 23 maggio 1996, nel giorno del suo diciannovesimo compleanno, Evgenij fu ucciso nel villaggio di Bamut. Conosciamo le circostanze dell’esecuzione grazie ai colloqui intercorsi tra Ljubov’ e l’assassino del figlio, Ruslan Chajchorev. I due ebbero 17 colloqui a partire dal settembre 1996, nel corso dei quali il terrorista ceceno (morto nel 1999) svelò di aver dato ad Evgenij l’opportunità di sopravvivere, concedendogli la scelta tra la conversione all’islam - spogliandosi della croce e unendosi al jihad antirusso - o la morte. Avendo deciso di non rinnegare la sua fede cristiana, Rodionov fu decapitato con una sega arrugginita. La brutale esecuzione avrebbe richiesto circa un’ora per essere ultimata e sarebbe stata anche filmata. Il corpo di Evgenij, privo della testa, fu gettato in un cratere conseguente ad un bombardamento e ricoperto di calce e terra. Al suo fianco c’erano i cadaveri dei tre compagni. Il giorno dopo le truppe russe arrivarono a Bamut. Troppo tardi.
Ljubov’ continuò a vagare per la Cecenia, incontrando madri di altri soldati scomparsi e cercando contatti con i guerriglieri ceceni. Dopo i colloqui con Chajchorev, la madre di Evgenij riuscì a scoprire il luogo di sepoltura. Quest’informazione le costò 100 mila rubli da pagare ai carnefici del figlio, ipotecando la casa. Quando le operazioni di disseppellimento ebbero luogo, Ljubov’ ebbe la conferma definitiva della morte di Ženia. Accanto al corpo del ragazzo fu trovata la piccola croce d’argento da cui non si staccava mai. Era macchiata di sangue. Cinque giorni dopo il funerale a Satino-Russkoe, vicino Mosca, il padre del soldato Rodionov morì. Successivamente Ljubov’ tornò in Cecenia per recuperare la testa del figlio.
Il ricordo dell’eroica fedeltà dimostrata da Evgenij si è diffuso in un crescendo di devozione popolare ed orgoglio nazionale. Per anni la sua croce è stata esposta sull’altare di una chiesa moscovita dedicata a San Nicola. Sono numerose le icone che lo raffigurano, a volte in una veste rossa, a volte armato, a volte con in mano una croce, ma sempre con l’aureola simbolo della santità. E sebbene la Chiesa ortodossa russa si sia dimostrata prudente sulla possibilità di una canonizzazione ufficiale, il culto di questo giovane eroe della fede non è stato scoraggiato dalle gerarchie ortodosse. La sua biografia, scritta dall’arciprete Aleksandr Šargunov, ha ricevuto la benedizione del defunto patriarca di Mosca Alessio II, mentre Dmitrij Smirnov, responsabile del dipartimento per la cooperazione con le Forze Armate del Patriarcato, ha affermato che il soldato verrà sicuramente canonizzato, nonostante le difficoltà e le lungaggini del processo. Anche le autorità politiche gli hanno tributato onore, decorandolo con l’”Ordine del Coraggio”.
Se da un lato la storia di Evgenij Rodionov non può che alimentare l’umana tristezza per una giovane vita barbaramente spezzata, dall’altro edifica - grazie all’alto valore della testimonianza di un ragazzo divenuto martire - e fa riflettere sul grande cuore cristiano della Russia, sopravvissuto a immani prove ed indicibili persecuzioni.
 

26 novembre 2015

Russi e turchi ai ferri corti: l’Europa con chi sta?


di Fabio Petrucci 

Nella giornata di martedì i cieli al confine tra la Siria e la Turchia sono stati il teatro di un episodio dalle conseguenze in parte ancora imprevedibili. L'aviazione turca ha abbattuto un “Sukhoi Su-24” russo impegnato nelle operazioni militari contro l'ISIS. Nonostante i due piloti siano riusciti a paracadutarsi fuori dal velivolo, il colonnello Oleg Peškov ha trovato la morte per mano di miliziani siro-turkmeni anti-Assad, mentre il capitano Konstantin Murachtin – dato inizialmente per morto – è stato liberato nel corso di una complessa operazione dell'esercito di Damasco. Oleg Peškov è quindi ufficialmente il primo soldato russo a cadere in Siria dall'avvio della campagna militare del Cremlino contro l'ISIS e le altre formazioni jihadiste. Un evento imprevisto che – a poco più di una settimana dalla strage di Parigi, dal G20 di Antalya e dall'abbozzo di collaborazione russo-francese contro il “califfato” – compromette il già difficile negoziato tra Stati Uniti e Russia per una gestione condivisa della crisi siriana, ma soprattutto rivela la fatale pericolosità delle ambizioni neottomane di Erdoğan e Davutoğlu. A chiarire l'eccezionalità dell'evento basta una semplice osservazione storica: nemmeno all'epoca della “guerra fredda” un paese della NATO si era spinto al punto di abbattere un velivolo militare dell'Unione Sovietica. E ciò che è grave è che non si è trattato di uno spiacevole incidente dovuto all'assenza di un coordinamento NATO-Russia, quanto piuttosto di un'azione premeditata e decisa dai vertici dello Stato turco, come sottolineato dal ministro degli esteri russo Sergej Lavrov. Un'azione politica che il presidente Vladimir Putin, dalla vicina Giordania dove era in visita dopo la trasferta in Iran, non ha esitato a definire «pugnalata alla schiena».

La cinica strumentalità del comportamento turco risulta lampante se si considera l'inconsistenza della giustificazione data all'abbattimento del Sukhoi: un presunto sconfinamento nello spazio aereo turco da parte del velivolo russo. Se da un lato il pilota superstite e le autorità russe hanno negato esplicitamente l'ipotesi della violazione dello spazio aereo, dall'altro fonti NATO hanno invece riferito di un brevissimo sconfinamento di due chilometri e della durata di 17 secondi: in ogni caso tutto fuorché una minaccia diretta alla sicurezza della Turchia, le cui autorità hanno quindi presumibilmente mentito circa le tempistiche e le modalità dell'operazione. La giustificazione turca si rivela inconsistente se si fa riferimento alle circostanze tecniche che possono condurre a sconfinamenti di carattere meramente logistico e non ostile, ma soprattutto se si tiene conto della doppiezza della strategia di Ankara: nel 2012, per bocca di Erdoğan, la Turchia aveva accusato il governo siriano dell'abbattimento di un aereo da guerra turco, affermando che «una violazione del confine di breve durata non può essere pretesto per un attacco» (in quel caso le autorità di Damasco avevano però la scusante della dichiarata ostilità della Turchia e del suo appoggio materiale ai ribelli antigovernativi). In quell'occasione, dai vertici militari turchi, fu anche aggiunto che le «violazioni dello spazio aereo sono incidenti che capitano quasi ogni giorno e che sono risolti in pochi minuti attraverso il diritto internazionale». Basterebbero queste dichiarazioni per mettere la Turchia dinanzi alle proprie gravi responsabilità, ma c'è di più: stando ai dati forniti dal ministero della difesa greco, nel 2014 i già numerosi sconfinamenti turchi nello spazio aereo della Grecia hanno raggiunto l'impressionante cifra di 2244. Quindi l'abbattimento del Sukhoi non ha nulla a che vedere con il rispetto del diritto internazionale, ma si palesa come un atto provocatoriamente politico che se da un lato rivela l'acceso nervosismo della dirigenza turca, dall'altro trasforma il sospetto in certezza circa le strane relazioni intercorrenti tra Ankara e il “califfato”.

Dopo l'abbattimento dell’aereo il presidente russo Putin ed il primo ministro Medvedev hanno apertamente accusato la Turchia di fiancheggiare e proteggere l'ISIS. In particolare, hanno fatto riferimento ai traffici di petrolio che legherebbero la Turchia al “califfato” e che rappresenterebbero la principale fonte di finanziamento di quest'ultimo. Infatti, secondo la dirigenza russa e vari esperti indipendenti, da mesi la Turchia comprerebbe petrolio dall'ISIS per poi rivenderlo ad un prezzo doppio rispetto a quello d'acquisto. Ad occuparsi dell'affare sarebbe addirittura il figlio di Erdoğan, Bilal. Ma le contiguità tra Turchia e ISIS non si fermano alla compravendita di petrolio. Al di là dei proclami ufficiali, infatti, per la Turchia l'ISIS continua a rappresentare un elemento cinicamente utile nel contrasto a quelli che vengono percepiti come i reali nemici: gli indipendentisti curdi, la Siria di Assad e l'Iran sciita. In pratica, nell'ottica turca – che è in parte corrispondente a quella dei sauditi e degli USA – pare che il “califfato” vada semplicemente “contenuto”, non abbattuto. Ma gli strani rapporti con l'ISIS rappresentano solo uno dei vari elementi di contiguità turca al jihadismo, divenuto strumento politico internazionale di Ankara – oltre che delle petromonarchie del golfo – in un vasto orizzonte di terre che va dalla Libia alla Siria, dalla Crimea allo Xinjang.

Per la Turchia episodi come l'accordo sul nucleare iraniano, l'alleanza anti-ISIS tra Mosca e Teheran e la prospettiva di un coordinamento NATO-Russia in Siria segnalano il rischio di un proprio ridimensionamento – ipotesi tragica per chi ha scommesso per anni su di una strategia imperiale “neottomana”. Ed è per questo che anche la tempistica dell'incidente desta sospetti: il giorno prima Vladimir Putin era stato ricevuto in pompa magna dall'Ayatollah Khamenei, mentre negli USA era atteso l'incontro tra i presidenti di Stati Uniti e Francia, Obama e Hollande. E mentre il presidente statunitense ha pubblicamente difeso le ragioni della Turchia, tra i membri europei della NATO cresce l'imbarazzo per l'alleato turco, sempre più imprevedibile e incontrollabile. Si palesa anche in questo caso la sostanziale differenza di interessi strategici in seno all'Alleanza Atlantica tra gli USA e paesi come la Francia, la Germania e l'Italia. Infatti, mentre per gli USA quest'episodio ha il vantaggio di deteriorare le già difficili ma lucrose relazioni russo-turche – spingendo magari ad un congelamento del progetto del gasdotto “Turkish Stream” –, per la debole Europa, agitata da correnti favorevoli a cercare un canale di collaborazione con la Russia nella lotta al terrorismo, l'abbattimento del jet segna un nuovo ostacolo ad un percorso già in salita.

La risposta russa all'incidente sembra caratterizzata dalla proverbiale astuzia diplomatica del Cremlino: nessuna reazione impulsiva, ma una strategia a base di bastone e carota. Da un lato la Russia mostra i muscoli – spostando l'incrociatore “Moskva” nella zona costiera di Latakia, predisponendo l'invio di sistemi di difesa anti-missilistica “s-400” ed avvertendo che d'ora in poi i bersagli che rappresentano un pericolo potenziale saranno distrutti. Dall'altro, per bocca dell'ambasciatore russo in Francia, Aleksandr Orlov, il Cremlino fa sapere di essere ancora disponibile ad un coordinamento delle operazioni militari anti-ISIS non solo con gli Stati Uniti e l'Europa, ma persino con la stessa Turchia. In tal modo resteranno delusi coloro i quali attendevano una reazione sconsiderata da parte di Mosca, paventando addirittura il rischio di un imminente avvio della terza guerra mondiale. Resta invece sul tavolo la possibilità che i russi aumentino il sostegno politico e militare ai curdi in lotta contro l'ISIS e la stessa Turchia: strategia però non scevra da rischi e pericoli, dal momento che Erdoğan – memore della storica alleanza tra i sultani ottomani e i khan crimeani – potrebbe a sua volta incrementare il sostegno alle fazioni anti-russe dei tatari di Crimea, inquadrate nella “Brigata Internazionale Musulmana”, la cui fondazione è stata annunciata in agosto ad Ankara.

Al di là delle incertezze sui prossimi sviluppi, quel che è certo è che l'incidente di martedì ha reso più evidenti due conclusioni già note a molti. La prima è che in seno all'alleanza occidentale vi sono paesi che, anziché combattere il terrorismo, lo hanno fomentato e continuano a garantirgli la sopravvivenza. La seconda è che l'intervento russo – il più importante all'estero dai tempi della guerra sovietica in Afghanistan – sta assestando colpi importanti alla galassia jihadista ed ai paesi che la sostengono. All'Europa l'arduo compito di decidere da che parte stare.