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01 luglio 2018

Una lettera ai sacerdoti "attivisti"

di Riccardo Zenobi
La lettera che riporto sta girando su facebook e non sono in grado di indicare se il suo autore sia davvero chi viene indicato in fondo, ma al di là di chi l’abbia scritta il suo contenuto è totalmente condivisibile e coglie perfettamente la situazione fallimentare della Chiesa cattolica dal post-concilio ad oggi.
Forse alcuni di voi hanno avuto a che fare con i campi estivi, i famosi grest dove i bambini giocano sotto la supervisione di qualche animatore; ma anche se non sapete di che si tratta conoscerete certamente la realtà delle “attività ricreative” delle diverse parrocchie, tutte completamente disastrose, visti i risultati che ottengono. Eppure i parroci moderni sono impegnatissimi a tenere a galla queste attività tralasciando ogni altra occupazione, compresa la preghiera personale, perché “il nuovo piano pastorale”, “il documento della CEI sui giovani” etc. Visti i risultati, verrebbe da chiedere se chi scrive certe lettere pastorali creda davvero a ciò che mette per iscritto, o se lavori a cottimo al di là dei contenuti.

I sacerdoti sono stressatissimi per via delle molteplici attività pastorali, nelle quali ripongono fiducia cieca ed ogni speranza di non trovarsi a dire Messa da soli rivolti verso delle panche vuote. Il tutto perché ripongono ogni sforzo sulla “pastorale giovanile” per la quale spendono energie, tempo e denaro, dato che ormai nei seminari insegnano solo queste cose (più un po’ di psicologia datata) ma non formano alla vita di fede, che quindi non viene trasmessa ai fedeli dai parroci.
Questi ultimi sono le prime vittime di tanta smania di attivismo, non solo per via dei magrissimi risultati che raccolgono, ma anche perché non possono coltivare il rapporto con Dio e ritemprarsi alla Sua presenza, fondamentale per confermare la propria vocazione sacerdotale: non ne hanno il tempo o la forza. Spero perciò che questa lettera possa servire a portare conforto a quanti subiscono il peso dell’organizzazione di tante attività; queste parole sono rivolte a loro:

Caro Sacerdote...
Non te la prendere, ma due paroline te le devo proprio dire...Non mi interessano i campetti di calcio, i cineforum, i teatrini, le conferenze, i baretti con videogiochi e biliardini, i porticati coi ping-pong e il calciobalilla, le vacanze organizzate, il grest, le pizze del sabato sera. In una parola, tutto il ribollente attivismo che ruota intorno alle parrocchie, lo trovo anche fuori, nel freddo "mondo", e magari organizzato meglio, più nuovo, luccicante, efficiente, coinvolgente, appassionante. Non c’è concorrenza: il "mondo" è specializzato in divertimenti, passatempi, sport, intrattenimenti vari, in cui ha profuso studi, energie e investimenti. Voi curatemi l'anima. Datemi un direttore spirituale che abbia tempo e pazienza per la mia conversione. Datemi confessori che mi permettano di riconciliarmi con Dio.
Datemi l’Eucarestia da adorare, non tenetela chiusa a doppia mandata nei Tabernacoli d'oro ad aspettare mentre brucia d'Amore. Dissetatemi col Vangelo dei semplici, non spiegatemi troppo, sono piccolo, una cosa sola ma ripetuta, così che possa ritornarmene casa con la perla preziosa. Insegnatemi quel digiuno che tutti hanno dimenticato, ma che ho voglia di tentare, non come un atto di superba autodeterminazione della volontà, ma come fiduciosa invocazione della grazia dello Spirito. Mostratemi i Santi, voglio farmeli amici. I filosofi mi hanno condotto su strade sbagliate, inquinato la mente, divorato la gioia. I Santi sono felici: ditemi il perché, fatemi scoprire quel filo segreto che li legava alla SS. Trinità. Il rosario, ho fame di rosario. Perché non lo recitate più? Persino nelle veglie funebri, a volte ci si ferma a tre decine, come se quello intero fosse troppo lungo anche per chi davanti ha l'eternità. Arricchitemi della Divina Misericordia, fatemi gustare soavemente le invocazioni, le giaculatorie, le novene- beneditemi e consacratemi ai SS. Cuori di Gesù e Maria. Incoraggiatemi nella via della carità, dell'altruismo, dell'occuparmi del prossimo, nel nome di Cristo. Plasmate in me uno spirito missionario, inalatemi la voglia di santità. Pregate per me qualche volta. Come sarebbe edificante per me trovarvi in ginocchio davanti al Tabernacolo e sapere che stavate pregando per me, per la mia salvezza! Questo desidero, ma tutto insieme, e in ogni parrocchia; non scegliete quello che più vi aggrada, non discriminate tra ciò che vi sembra più o meno moderno, più o meno consono o proponibile.
Voglio tutti gli strumenti di salvezza che la Chiesa ha preparato per me, ho fame di salvezza piena, traboccante, luminosa, ho voglia di Verità. Che abbia 4 o 100 anni, non starò con voi per il grest o il bel campetto o gli amici che ho incontrato. Ci starò per quel banco consunto in cui mi sono inginocchiato e per quel santo sacerdote che ho incontrato. Ci starò perché Cristo, per mezzo loro, mi ha convertito. Ecco Chi mi salverà l'anima! Ti prego, sacerdote, torna ad essere nuovamente ciò che devi essere perché io, pecorella smarrita e figliol prodigo, possa tornare alla Casa del Padre. In questo modo tu riavrai la tua dignità umana e sacerdotale, ed io mi salverò, e tutti saremo spronati a supplicare il Padrone della messe perché mandi operai, questi operai, e non assistenti sociali, ma dispensatori dei misteri di Dio.

Don Stefano


 

04 giugno 2018

Una lettera d'amore per gli italiani

di Alfredo Incollingo
Marcello Veneziani non ci sta. Si duole nel vedere tanti ragazzi che lasciano la nostra Patria per l'Europa o per gli altri cinque continenti, alla ricerca di un futuro sicuro e di una vita migliore. Diciamo la verità: l'Italia non è una nazione facile, non lo è più da molto tempo. Sfiduciati da uno Stato alieno e invisibile, che mette da parte i suoi cittadini per gli esterni, secondo una visione distorta di carità, i giovani italiani preferiscono sgobbare in Inghilterra o in Germania, facendo lavori umili. Non fuggono solo laureati o ricercatori universitari. In Lettera agli italiani: per quelli che vogliono farla finita con questo paese (Marsilio, 2015), Veneziani chiede ai nostri ragazzi di fermarsi un attimo per leggere una lunga epistola. È una riflessione che l'autore fa sull'identità italiana e su tutto che essa concerne (costume, cultura...). Prima di andar via, sembra affermare Veneziani, rifletti sulla tua Patria: la bellezza del paesaggio e delle città, il cattolicesimo, la lingua o i grandi astri della nostra letteratura. Tanti hanno pensato, almeno una volta nella vita, di farla finita con l'Italia, ma sono parole alle volte espresse con nervosismo e con rabbia di fronte alle evidenti difficoltà. Non si può nascondere chi siamo e da dove veniamo, un luogo che è difficile da lasciare. Eppure, tanti partono via, sognando una vita agevole all'estero. Veneziani non li vuole fermare, perché ognuno è libero di vivere ramingo per il pianeta, ma vuole spiegare perché vale la pena rimanere in Italia, senza arrendersi al declino circostante.

 

18 gennaio 2018

In una baby gang

di Giluano Guzzo
Da Napoli a Torino, dal meridione all’area subalpina, risuona in questi giorni uno stesso allarme: quello per le baby gang, neologismo di derivazione anglofona che sta a indicare quelli che, in altri tempi, erano gruppi di piccoli delinquenti, bande di minorenni dedite ad aggressioni e atti vandalici, furti e pestaggi. Ad animare questi violenti giovani ma spietati come i grandi – ha detto bene il Ministro Minniti – è una violenza «nichilista», senza direzione né ragione, che esplode contro chi capita. Le baby gang non hanno idee, progetti né rivendicazioni. Non mirano a sovvertire un ordine ma solo a espandere disordine. Il loro agire è mera traduzione rabbiosa di invidia, noia e malcontento preesistenti. E’ quindi un disagio che diventa degrado, una questione personale che evolve a problema sociale. Di chi le responsabilità?
Chiaramente, in primis, dei genitori. Di padri e madri latitanti i quali, per le più svariate ragioni, hanno abdicato ai loro doveri. Sarebbe tuttavia colpevole e miope sorvolare, assolvendoli, sui grandi alleati del germe «nichilista», che per prosperare abbisogna di provviste. Di che si ciba? Dell’incapacità di educare e della frammentazione della famiglia, dell’implosione della morale e dell’esilio dell’etica. A loro volta espressioni, queste tossine, di una più ampia perdita di Senso. La delinquenza giovanile è dunque solo la punta dell’iceberg, la più affilata ed emergente, del Nulla, di quella ruggine valoriale troppo a lungo sottovalutata ma che, di tanto in tanto, come un mostro di Loch Ness che però esiste veramente, emerge dalle cronache esibendo il suo volto tremendo. Per ricordarci che quando non si sente non muore, ma dorme. Siamo in una baby gang, ci dev’essere un orrore.


https://giulianoguzzo.com/2018/01/17/in-una-baby-gang/
 

27 luglio 2017

Il Puntatore. La giovinezza divinizzata

di Aurelio Porfiri
Nei decenni passati, abbiamo assistito ad uno stravolgimento nell'ordine naturale delle cose anche per quello che riguarda le età della vita. La giovinezza fu sempre preparazione alla maturità, alle sfide che essa portava che sarebbero poi confluite nei pesi della vecchiaia. Ma dagli anni '60 almeno, la giovinezza è un valore a se stante. Per cui ancora oggi Adriano Celentano è il ragazzo della via Gluck, quando sta per compiere 80 anni e il non tanto più giovane Gianni Morandi sembra ancora dover essere mandato dalla mamma a prendere il latte. Questo lo abbiamo avvertito nella Chiesa, questo isolamento della gioventù come bene in se stesso.

Ne scriveva molto bene Romano Amerio in Iota Unum: "Concludendo questa analisi dell’atteggiamento nuovo del mondo e della Chiesa verso la gioventù, noteremo che anche qui si è consumata un’alterazione semantica e che i termini paterno e paternalistico son diventati termini di disprezzo, come se l’educazione del padre, come padre, non fosse esercizio eccellente di saggezza e di amore, e come se non fosse paterna tutta la pedagogia con cui Dio educò il genere umano nella via della salvezza. Ma chi non vede che in un sistema, in cui il valore si fa poggiare sull’autenticità e sul rifiuto di ogni imitazione, il primo rifiuto è il rifiuto della dipendenza paterna?
Il vero, oltrepassando gli ipocorismi di chierici e di laici, si è che la gioventù è uno stato di virtualità e di imperfezione che non si può possedere come stato ideale né prendere come modello. Inoltre la gioventù vale come avvenire e speranza dell’avvenire, talmente che realizzandosi l’avvenire essa scema e si perde. La favola di Ebe si converte nella favola di Psiche. Anzi, se si divinizza la gioventù, la si getta al pessimismo, perché le si fa desiderare di perpetuarsi, mentre non si può. La gioventù è un progetto di non-gioventù e l’età matura non deve modellarsi su di essa, ma sulla saggezza maturata. Del resto nessuna età della vita ha per modello al proprio divenire un’età della vita, né la propria né l’altrui. Il modello infatti di ciascuna è dato dall’essenza deontologica dell’uomo, la quale è da ricercare e vivere, identica, in ciascuna età della vita. Anche qui lo spirito di vertigine fa voltare il dipendente verso l’indipendenza e l’insufficiente verso l’autosufficienza".

Purtroppo questo atteggiamento non ha cessato di compiere devastazioni a vari livelli, che ancora si ripercuotono nella pratica pastorale di tante, troppe parrocchie.
 

21 giugno 2017

San Luigi Gonzaga, patrono della gioventù cattolica


di Alfredo Incollingo

San Luigi Gonzaga era il primogenito del Marchese di Castiglione, Ferrante, cadetto di una delle più ricche e influenti dinastie italiane. Nonostante l'antico e nobile retaggio, preferì rinunciare ai suoi titoli e alle ricchezze per dare adito alla sua vocazione religiosa. Fin dall'infanzia, all'età di sette anni, mostrò un totale rifiuto del mondo e della società, preferendo le preghiere alle incombenze nobiliari. A Firenze, dove si era trasferito per sfuggire ad un'epidemia di peste che aveva colpito la sua città, fece voto di perpetua verginità e tre anni dopo rinunciò a tutti i suoi averi, in favore del fratello Rodolfo, per consacrarsi alla vita religiosa. Maturò poco dopo la decisione di aggregarsi alla “Compagnia di Gesù”, spostandosi a Roma. L'entrata nell'ordine di Sant'Ignazio di Loyola comportava un lungo periodi di studi filosofici e teologici e all'età di 17 anni, nel 1585, divenne novizio gesuita. Ebbe quale mentore San Roberto Bellarmino e come compagno San Camillo de Lellis: crebbe quindi in un ambiente devozionale confortante e stimolante e, nonostante le pressioni familiari, rimase a Roma per adempiere ai suoi obblighi. Nel 1590 una serie di epidemie infettive colpirono l'Urbe, mietendo migliaia di vittime tra la popolazione e tra gli stessi porporati (Papa Sisto V, per esempio). San Luigi si prodigò per la cura dei malati, per seppellire i morti abbandonati per strada e nell'arginare il più possibile l'infezione. Si ammalò a contatto con gli infetti, ma non desistette mai dal fare carità: qualche giorno prima di morire, trovò in strada un uomo afflitto e debole e, caricandolo in spalla, lo portò in ospedale. Fu un gesto di grande compassione, manifestazione di un grande amore per il Vangelo. San Luigi si spense a soli 23 anni il 21 giugno 1591. Il suo corpo fu tumulato nella chiesa di Sant'Ignazio di Loyola, appartenente alla “Compagnia di Gesù”. San Luigi Gonzaga costituisce un esempio lodevole di carità e di dedizione alla causa cattolica, lodevole perché fu un giovane a dare tutto se stesso per la gloria di Dio. Per tali motivi nel 1926 papa Pio XI lo proclamò patrono della gioventù e degli studenti cattolici.

 

30 marzo 2017

La loro Europa è grigia


di Roberto De Albentiis

Nella giornata di Domenica 26 marzo si sono celebrati a Roma i sessant’anni dei Trattati di Roma che, nel lontano 1957, in un’Europa che lentamente usciva dall’incubo delle distruzioni materiali e morali del secondo conflitto mondiale, e nonostante la divisione del continente e del mondo in blocchi contrapposti, parevano segnare l’inizio di un nuovo e possibile percorso di pace; ma che ne rimane oggi di quel sogno, per certi versi ancora bello e condivisibile, anche se su basi diverse e contrapposte a quelle odierne?

Guardiamo in faccia la realtà: l’Europa di oggi è divisa tra Nord e Sud ed Est, con un Nord ricco (ma di una ricchezza non esente da ombre e corruzioni) che disprezza e stritola un Sud e un Est poveri, che guarda dall’alto in basso soprattutto per le sue diverse radici storiche, culturali e religiose; l’Europa di oggi è divisa tra ricchi, sempre più pochi, e poveri, sempre di più; è divisa tra il proprio passato, volutamente ignorato e mistificato, e un futuro incerto; è divisa tra i vari cittadini europei e tra questi e gli stranieri fatti arrivare qui.

L’Europa di oggi, a dispetto della retorica, è in guerra: come non ricordare la guerra contro la Serbia negli anni ’90, quando per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale un Paese europeo veniva bombardato, o le guerre contro Iraq, Libia e Siria degli anni 2000, condotte da singoli Stati europei, o la recente guerra ucraina (e di riflesso contro la Russia), che ha visto un Paese europeo piombare nella guerra civile quasi come fosse la Spagna degli anni ’30?

O che dire della situazione greca, dove nel Paese che ha visto nascere l’Europa, prima ancora  dell’Italia con Roma, si ha una situazione sociale devastante da quasi dieci anni, con tassi spaventosi di morti per denutrizione, malattie e suicidi, prostituzione (anche minorile) e consumo di droga, e il tutto formalmente in pace e in assenza di guerre? Ma del resto, oggi, cosa sono i vari debiti statali e le fallimentari teorie monetariste, se non armi delle nuove guerre che si combattono senza aerei e missili?

La Roma del 1957 vedeva cittadini festanti per quella possibile unità e pacificazione e Capi di Stato che avevano passato le stesse tragedie e traversie dei propri popoli, la Roma del 2017 vede cittadini assenti (e contrari, basti vedere le opinioni maggioritarie su internet degli italiani e in generale degli europei nei commenti alle notizie e ai post riguardanti l’UE) e Capi di Stato sempre più isolati e alieni dai propri cittadini; che dire, poi, della celebrazione della “libertà” europea, con però la sospensione di Schengen e la proibizione di manifestazioni di protesta?

Manifestazioni che si sono comunque tenute, ma sui media hanno trovato spazio non quelle patriottiche (di FN, di CPI, ma anche del Partito Comunista di Rizzo), ma quelle pro-immigrazione e soprattutto quelle pro-UE, e proprio di queste andrò a parlare per chiudere l’articolo.

Intanto, la Marcia per l’Europa, che ha goduto di tanta pubblicità mediatica e politica, ha portato a Roma da tutta Italia 5.000 persone (secondo il giornale fortemente pro-UE “Repubblica”), e ciò è stato definito un “successo”; un “successo”? E’ un “successo” portare 5000 persone (un piccolo comune), con ampio battage pubblicitario, nella Capitale? E allora le Marce per la Vita e i Family Day, che di persone a Roma ne hanno portate centinaia di migliaia, se non un milione, che cosa dovrebbero essere? Ma stranamente queste manifestazioni, come le manifestazioni anti-UE patriottiche e comuniste non sono state né pubblicizzate né onestamente descritte, anzi…

Ma che dire poi dei partecipanti? I giovani pro-UE, che si fanno i selfie con Monti (uno che ha reso ancora più difficile per i giovani cercare lavoro), che chiedono “+ Europa – pensioni” (passeremo ad uccidere i “vecchiacci” per avere “più Europa”?), ma che tristezza sono? Come può un giovane esaltarsi per questa Europa burocratica e bancaria, che livella tutto e tutti, e non per il glorioso passato dell’Europa e dei singoli Paesi e popoli europei? E che giovani sono quelli che si esaltano non per militanti, soldati o guerriglieri (un Codreanu, un Degrelle, un Che Guevara), ma per grigi burocrati, per i Monti, gli Schultz, i Draghi? E’ una gioventù spenta, priva di qualsivoglia entusiasmo e anelito alla grandezza e alla luce, una gioventù sostanzialmente morta dentro, una gioventù che forse ha visto le capitali europee (ma solo quelle, e solo i quartieri ricchi e centrali, non le periferie o i paesini) ma non sa nulla di Europa, della sua storia gloriosa, delle sue grandi figure, dei suoi veri valori religiosi e comunitari.

I giovani che si fanno le foto con Monti e che si emozionano per questi “grigiocrati” sono fortemente ignoranti, nel senso che magari avranno pure due lauree e parleranno anche tre lingue, ma non sanno analizzare la realtà, non riescono a vedere come queste istituzioni europee abbiano scippato il futuro dei popoli europei e dei giovani soprattutto; o peggio, sono in estrema malafede, sono quei pochi avvantaggiati dalle politiche europee, che andranno a governarci, e che non si faranno scrupolo di impoverirci ancora di più. E tra un servo sciocco e un cosciente criminale non si sa chi sia più pericoloso.
Per concludere voglio citare una pertinente frase di una giovane politica francese, Marion (non Marine) Le Pen: “La loro Europa non è la nostra, anzi, la loro un’anti-Europa, quella dei tecnocrati, dei commissari non eletti, dei banchieri. La nostra Europa è quella degli eroi, dei santi e degli inventori. La loro Europa ha 60 anni, la nostra 5mila”; ognuno la sua gioventù, la sua idea e la sua Europa: si tratta di una questione di informazione e soprattutto di scelta e, prima ancora, di appartenenza e identità.


 

31 gennaio 2017

La (vera) Chiesa in uscita di San Giovanni Bosco


di Alfredo Incollingo

Si parla fin troppo di Chiesa in uscita e l'impressione è che l'uscire sia sinonimo di abbandono. Gli incitamenti di papa Francesco a raggiungere tutte le periferie dell'esistenza sono bellissime parole, che puntualmente vengono ritirate con proclami sull'indifferenza religiosa. Il prossimo sinodo dei vescovi sarà sui giovani e sull'emergenza giovanile. Quali proposte si faranno se la Chiesa tende a ritirarsi dal mondo? La Chiesa Cattolica ha abbandonato le nuove generazioni al mondo e ha avvallato le scelte e i pensieri più scellerati per essere al passo con i tempi e per apparire più giovanile. Oggi la gioventù cattolica è dispersa e smarrita.
I vescovi guardino a San Giovanni Bosco! I giovani li conosceva bene e anche la solitudine che spesso vivevano, abbandonati a loro stessi per le strade di Torino. Giovanni aveva patito un'infanzia infelice e si riconosceva nel dramma di quei bambini costretti a sopravvivere a stento. Oggi, paradossalmente, il benessere non ha risolto i problemi morali della gioventù. C'è necessità di un apostolato attivo per salvare l'adolescenza, come nel Piemonte dell'ottocento. San Giovanni Bosco fu chiamato alla sua missione, fu Dio stesso a manifestarsi al piccolo. Sognò di essere malmenato e di essere insultato da un gruppo di bimbi bestemmiatori e nel mezzo un uomo, Gesù, lo esortava a ammansire quei ragazzi non con la forza, ma con la mansuetudine e la carità. Solo in questi modo li avrebbe conquistati. Così fu e la missione di San Giovanni Bosco a Torino e in Argentina salvò centinaia di migliaia di giovani dalla strada. Era padre per questi piccoli sbandati, un papà amorevole, giusto e autorevole che sopperiva alla mancanza di una famiglia. Li accudiva, li educava e predicava il Vangelo, persuadendoli con l'esempio della Verità. Queste furono le linee guida della Congregazione Salesiana, la sua famiglia missionaria che fondò nel 1854 e che dedicò a San Francesco di Sales, un altro grande santo missionario. Da allora i salesiani si spesero nell'educazione dei giovani e rappresentarono quella Chiesa in uscita che oggi viene invocata.
Non c'è famiglia senza una mamma affettuosa: San Giovanni Bosco amava la Vergine Maria, la madre di Gesù, e a lei si rivolgeva nella sua missione. Chiedeva il suo aiuto e insegnava ai più piccoli a amarla con grande intensità. E' a lei che dedicò nel 1868 l'istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, missionarie che soccorrevano le giovani e le educavano cristianamente. Papa Pio XI lo beatificò nel 1929 e lo santificò il primo aprile del 1934, giorno di Pasqua quell'anno. San Giovanni Paolo II lo definì padre e maestro della gioventù ed è chiamato l'apostolo dei giovani, come San Paolo lo fu delle genti.

 

24 novembre 2016

“Che la forza sia con voi”: un breve e incisivo prontuario per giovani di spirito


di Alfredo Incollingo

Le parole che vengono dal cuore e soprattutto dalla fede in Gesù sono le più belle e vere. Non basta un cuore predisposto per essere cristiani: bisogna abbracciare il Vangelo e seguire gli insegnamenti di Cristo. Non basta una rapida lettura del Nuovo Testamento o andare a Messa, magari di mala voglia, per essere cristiani, se non formalmente. Si deve vivere cristianamente appieno, senza perdere di vista ciò che Gesù ci ha detto, così come raccontano i quattro Evangelisti.
Isidoro d'Anna, uno dei pochi cattolici “di ferro” nella nostra Italia sempre più laicista, ci narra, come se si stesse raccontando, che cosa voglia dire essere un cristiano (cattolico). Lo fa non al lettore anonimo né a se stesso, ma parla di sé ai giovani, spiegando che cosa voglia dire vivere intensamente la fede in Gesù.
“Che la forza sia con voi: prontuario per giovani di spirito”, edito da “Fede&Cultura”, è un leggero ma intenso manuale per aspiranti cattolici o per quei giovani che vivono la fede tiepidamente, vivendo forse in contesti che non la stimolano. Come ben spiega D'Anna, i giovani crescono in un mondo che vuole nascondere la verità cristiana e sono dentro una Chiesa che sta tradendo (ha già tradito?) gli insegnamenti di Cristo. Questo prontuario è una manna dal Cielo per i giovani cattolici che vogliono recuperare il vero senso della parola cristiana e fortificare una fede minata troppo spesso dall'interno, da ministri del culto infedeli e mondani.
Sono brevi pensieri sul passato, sul presente e sul futuro, senza dimenticare i vari aspetti della vita sociale e personale: vivere da cristiano vuol dire seguire nella totalità della propria esistenza Gesù, come fecero i suoi apostoli, dopo di loro i martiri e i santi, anche quelli sconosciuti (che purtroppo sono tanti). Questo libro è rivolto ai giovani, ma anche i più maturi possono leggerlo e, perché no, trarre giovamento da una lettura edificante.
Non tutto è perduto per le generazioni più piccole, perché sacche di resistenza (quella buona) sono attive e sono presenti dovunque, nonostante la repressione interna alla Chiesa. I ragazzi non sono lasciati da soli e si spera che altri, come il colto e cristiano D'Anna, possano seguire il suo alto esempio e spiegare perché è spiritualmente e materialmente edificante essere cristiani.
 

04 agosto 2016

La GMG di Cracovia: qualche segnale di speranza?


di Amicizia San Benedetto Brixia

Sono stato alla GMG di Cracovia in qualità di accompagnatore di un gruppo di giovani ed ho prestato particolare attenzione a tre soggetti - i giovani, il Papa e la liturgia - di cui provo ora a darvi qualche commento. Incomincio dal fondo, dalla liturgia. A riguardo il mio giudizio è altamente positivo, beninteso la fatica di curare in modo decoroso tali manifestazioni oceaniche. Lascio ad altri di criticare per l’ennesima volta il rischio di abusi e disordini rituali, mentre mi impegno ad elogiare la cura minuziosa e di alto livello che i vescovi e il clero polacco hanno usato nel realizzare i grandi eventi, particolarmente la Via Crucis, l’Adorazione e la Santa Messa domenicale. La preparazione dei luoghi, l’immagine di Gesù Misericordioso troneggiante, la selezione di testi, il ricorso al latino, l’ordinamento del clero e la nobile semplicità dei dettagli sono elementi che mi hanno colpito piacevolmente. Mi limito ad alcuni esempi: le quattordici stazioni della Via Crucis hanno presentato in modo equilibrato meditazioni di chiaro orientamento franceschiano, basate sui termini di apertura ed accoglienza, a fianco di altre dal sapore più classico. Tra di esse emergono la seconda stazione, la cui attenzione sull’opera di ammonire i peccatori ha un sapore - per così dire - antitetico alle letture di rottura sacramentale individuate da molti nella Amoris Laetitia; nonché il forte il riferimento agli aborti gettati nella spazzatura in una delle ultime stazioni. Un secondo elemento di grande interesse mi pare sia il ricorso pressoché totale al latino nella Messa con i giovani, armonizzato con una selezione di canti nobili e aulici, tra i quali il tradizionale Credo gregoriano. La gestione della liturgia è stata essa pure di grande qualità, almeno per quel che dipende dagli organizzatori, mentre conviene soprassedere sul pressapochismo celebrativo di parecchi sacerdoti (non tutti): la gestione di tempistiche e spostamenti e l’attenzione nella distribuzione della Divina Eucaristia ne sono il metro principale, ma anche nei dettagli si è apprezzata la finezza, come nella confezione dei calici, in ceramica ma aurati nell’interno della coppa. Quanto all’adorazione testimonio il clima intenso percepito all’interno del vasto Campus Misericordiae, con l’idea ottima e penetrante di recitare in canto tutta la coroncina della Misericordia quale meditazione di fondo durante il tempo contemplativo. Sono piccoli elementi che probabilmente non convinceranno i tradizionalisti e che in effetti sanano solo in parte il clima da baraonda che inevitabilmente si produce in un rassembramento di due milioni di persone accampate in condizioni probitive, ma per gli addetti al settore - per chi come noi dell’Amicizia San Benedetto cerca la qualità nella continuità della riforma liturgica - sono segnali di speranza, circa la possibilità di una liturgia austera e composta destinabile anche ai giovani più vari e meno inquadrati. Su tutto noto un dettaglio di grande interesse: la distinzione netta tra i momenti liturgici e le rappresentazioni sacre. Ciò è stato chiarissimo nel saluto del Papa ai giovani la sera del giovedì nel campo di Blonia: una serie di balli e danze concluse con una lettura del vangelo e un pensiero del Pontefice; la peculiarità è che il tutto è avvenuto in assenza di segni liturgici, mancavano le vesti e i saluti rituali e finanche le benedizioni. Ciò è bene, anziché mischiare spettacolo e liturgia - come troppo spesso si continua a vedere - si è distinto in modo netto il momento della liturgia da quello dello spettacolo, sia pure con conclusione omiletica di quest’ultimo.

Relativamente alla presenza del Sommo Pontefice mi limito ad un’osservazione positiva: Francesco ha parlato con toni opportuni nelle omelie proprie dei momenti liturgici o para-liturgici, quali santa Messa e Via Crucis; ha invece mantenuto un tono del tutto diverso per i discorsi extra-liturgici, quali il saluto del giovedì sera o quello della veglia di sabato (strutturalmente separato dall’Adorazione vera e propria). Non vado oltre, perché sarei critico su vari punti: il populismo; un tono idealmente a ribasso nelle proposte; il riferimento ad un target giovanile flebile, adolescenziale più che giovanile; la monotonia dei temi alla luce di tre anni di Magistero; la fiacchezza nell’aggancio teo-logico tra il primato di Cristo e il protagonismo giovanile (il secondo quotato, il primo sottinteso o post-posto); un vago sapore massonico negli appelli centrali (fratellanza) e nei gesti atavico-simbolici (l’abbraccio primordiale che porterà pace al mondo); l’ossimoro tra l’appello alla Misericordia universale e il giudizio molto duro contro certe categorie giovanili.

Un pensiero sui giovani infine, ai quali devo il ritorno di critiche testé elencate, perché i primi ad accorgersi della carenza di proposte o almeno della fallacia comunicativa sono loro, troppo internazionali e troppo irrequieti per farsi persuadere dalla retorica generalizzata e un po’ sudamericana cui Francesco ci ha quasi abituati. I giovanissimi, appena entrati nell’adolescenza, erano entusiasti del clima e degli inviti; i più grandicelli erano contenti dell’esperienza, ma davano a intendere che mancasse qualcosa; i giovani adulti hanno dato un nome al qualcosa che mancava, ma pure hanno potuto attingere dalla robustezza di meditazioni e liturgie che ho illustrato nel primo paragrafo.

Concludo con un riferimento alla paura di attentati. Per tutti coloro che ritengono esserci un pilota segreto nei medesimi era chiaro che non avremmo corso rischi, il Papa infatti doveva arrivare senza intoppi all’altare di Auschwitz, un altare caro ai registi segreti, un altare di cui però ho scelto di non seguire le “liturgie” o i discorsi ivi dispiegati, non essendo un campo di mio interesse. Significativo in tal prospettiva il martirio di padre Hamel nel giorno in cui la GMG esordiva, un appello che i cattolici non devono sottovalutare, perché l’”effetto Bergoglio” - che piace alle masse spettacolarizzate e placa le ire degli anticattolici rivoluzionari - è destinato a finire, come sta per finire il dono di Misericordia dell’Anno giubilare corrente. Chissà se per allora avremo cresciuto giovani all’altezza delle sfide venture: Jezu ufam Tobie, Gesù confido in Te.
 

04 agosto 2015

Chiudere le discoteche per salvare la gioventù


di Francesco Filipazzi

La polemica su ciò che avviene nelle folli notti delle discoteche sta infiammando l'estate italiana e sembra che, da un momento all'altro, i locali della movida sfrenata siano diventati il male assoluto. Per un paio di giorni, ovviamente.
Il problema delle discoteche è però piuttosto pressante e induce a una riflessione, in quanto esse sono luoghi in cui la gioventù italiana distrugge il proprio fisico e la propria mente, disperde i propri anni migliori e, dettaglio non da poco, rovina la vita di chi gli sta attorno.
In primo luogo, i fiumi di droga che scorrono in quei locali, uniti a quelli di alcool, appaiono uno strumento piuttosto efficiente del sistema per mettere a tacere coloro che prima o poi potrebbero risvegliarsi e ribellarsi. Il vero e proprio oppio dei popoli che serve a rimbecillire una larga fetta di popolazione giovanile, che mentre si dimena e si avvelena accetta di tutto, non accenna a reagire e probabilmente non vuole neanche reagire. Un esercito di zombie che con sguardo vacuo vaga in mezzo a una musica assordante che, anche nel caso in cui non ci si drogasse, provvede comunque a rovinare la psiche delle vittime della repressione musicale. La droga poi fa il resto, creando danni irreparabili negli schiavi del terzo millennio e finanziando le mafie di tutto il mondo, foraggiandone il traffico di droga.
Un altro aspetto orripilante delle notti discotecare, che ne fa il vero e proprio tempio del Demonio, è la promiscuità sessuale, con annesse malattie veneree di ogni tipo, che notte dopo notte diventa sempre più irrefrenabile. Ragazze che si fanno possedere da partner occasionali di cui non vedono neanche il volto e ragazzi che non sanno neanche cosa fanno e spargono il loro seme ovunque capiti senza ritegno. Il tutto concluso in code chilometriche dalle ginecologhe di guardia nei pronto-soccorsi, che si ritrovano a prescrivere fiumi di pillole del giorno dopo (dunque potenzialmente abortive) a sedicenni con postumi di sbronze inimmaginabili che non sanno di rovinarsi il fisico assumendo un farmaco pesantissimo, magari più di una volta al mese.
Dunque, le notti in discoteca sono momenti di abbrutimento generale, dove ci si rotola nel proprio e altrui vomito, si sta male fino alla sera dopo, ci si riduce ad uno stato animalesco. Ogni notte decine di zombie finiscono all'ospedale ubriachi fradici e in coma etilico, con il cuore che scoppia per una pasticca di acido oppure vittime di coltellate sferrate da qualcuno che ha totalmente perso i freni inibitori.
In molti casi le serate finiscono all'obitorio. Qualcuno si droga troppo e ci rimane secco, altri prendono una macchina e ammazzano se stessi e gli altri. Creando lutti e dispiaceri in chi, come genitori, parenti e amici, si ritrova suo malgrado a guardare in faccia la dura realtà del divertimento del terzo millennio. Una sagra di peccato e morte e senza fine, baccanali senza ritegno in cui i giovani perdono la loro anima. Tanti pinocchi che attratti nel Paese dei Balocchi ne escono rovinati per sempre, quando ne escono. 
Di fronte a quanto descritto, sembra ormai chiaro che le discoteche non portino niente di buono alla nostra società e creino solo disordine sociale. Vanno chiuse il prima possibile e dimenticate in fretta.
 

30 settembre 2012

La speranza per il nostro futuro sta nei sogni.


di Valentina Ragaglia

«Solo quando l’uomo ha fede in ciò che è al di sopra della sua portata - e questo è un sogno - l’umanità fa quei passi avanti che l’aiutano a credere in se stessa» (Bianca come il latte rossa come il sangue, p. 21)

 

27 settembre 2012

Gioventù liquida(ta)

Con questo articolo inizia a collaborare con noi Valentina Ragaglia, 21 anni, seconda di cinque sorelle. Studia presso l’università degli studi di Catania e frequenta la Facoltà di Lettere moderne. Ha scoperto la sua vocazione per la scrittura all’età di 14 anni, mentre si dibatteva tra le declinazioni latine e greche, che tuttora la perseguitano. Fedele alla Chiesa Cattolica ed al Papa, non teme di doversi confrontare con il mondo di oggi. Ama la musica e conduce una rubrica in una web radio.
 

25 settembre 2012

“Scene da un Matrimonio”, una proposta indecente


di Isacco Tacconi

Un borgo medievale suggestivo, quello di Casteldilago, una manciata di persone con la grinta e la voglia di condividere le loro capacità e le loro passioni per metterle al servizio delle giovani coppie che si preparano per quello che una volta veniva considerato da tutti “il giorno più bello della vita”.
 

20 agosto 2012

L'occasione perduta della Generazione Perduta

di Saba Zecchi


E' uscito circa dieci giorni fa, con la fretta del caldo e delle valige da chiudere, il manifesto dei giovani non considerati da nessuno, o considerati per sottolinearne l'irrilevanza. Si chiama "Generazione Perduta", lo hanno promosso 20 persone (30-40enni), e firmato un migliaio nella prima settimana (ad oggi 1.220 circa). 
 

17 luglio 2012

In difesa di Nicole Minetti

di Giuliano Guzzo

Adesso che la sua carriera politica potrebbe volgere prematuramente al termine, ci sembra giusto spendere qualche parola su Nicole Minetti senza – ci auguriamo – passare per suoi infuocati estimatori, quali non siamo. Ciò nonostante - pur riconoscendo l’evidente originalità della sua figura nel mondo delle istituzioni – non possiamo che schierarci contro l’ipotesi di un suo abbandono, tanto più se imposto, dal Consiglio regionale della Lombardia.

 

13 settembre 2011

Dopo Atreju un solo invito: daje Angelì!

di CampariedeMaistre
È fatta. Almeno a livello giovanile, la tanto auspicata fusione tra gli Azzurri e la celtica si è realizzata. Ad Atreju 2011, la festa dei giovani del Pdl (nei fatti la festa dei giovani ex An), tra un immancabile stand tolkeniano e una maglietta con la citazione di Ezra Pound, si possono trovare ormai a loro agio anche le bellissime e liberal militanti ex forziste. Certo, c'è ancora molto da fare. Ad esempio, uno dei più grandi misteri della destra di inizio decennio rimane capire come Annagrazia Calabria sia finita a capo della Giovane Italia. In molti permane poi quel lontano sentore di cameratismo nepagano che meriterebbe di finire nel ripostiglio. E tutto questo, ovviamente, ci piace poco. Nonostante ciò, il materiale umano su cui lavorare non manca, sebbene si trovi in mano ad una classe dirigente vecchio stampo e priva dei riferimenti etici che una "vera" destra (che per noi si avvicina molto a quella "divina" di Langone) dovrebbe avere.

Ma andiamo agli eventi succosi di questa edizione, che poi sarebbero gli unici a cui abbiamo assistito. Quello che doveva essere il clou, ovvero l'epifania del Cavaliere, ci ha lasciato insoddisfatti. Un po' come quelle cene in cui ci si alza da tavola ancora affamati. Innanzi tutto, manco è arrivato e già stava inciampando sui gradini di fronte alla suddetta Calabria. Come immaginavamo, Berlusconi è apparso stanco, provato e a corto di barzellette (sebbene un gesto dell'ombrello l'abbia concesso). Ci ha pure detto che è uno che fa fioretti (sta a vedere che la Began ha ragione) e che non gioca manco più al Totocalcio, forse il vero motivo per cui si è comprato il Milan.
Ormai è un po' come quei nonni che, giunti al capolinea, dispensano consigli ai nipoti su come cavarsela in avvenire. Terminata la legislatura, il suo ruolo dovrà essere uno solo: quello del padre nobile, che dispensa consigli e tira fuori i quattrini.

Ci siamo sentiti molto meglio acoltando Alfano (mitiche le magliette con la scritta "Daje Angelì!"). Pur premettendo che consideriamo il Pdl il male minore, pur ribadendo che siamo dei disillusi e che deve accadere proprio qualcosa di moooolto eclatate per farci entusiasmare, non possiamo non prendere atto che il discorso del Delfino ha infiammato il cuore di chi militante del centrodestra italiano lo è davvero. Il segretario del Pdl, nonostante sia diventato tale con metodi bulgari, può davvero conquistare la fiducia e la stima di tutti. Ne ha le capacità e sembra persino ben formato. Non sarà proprio il cattolico ideale, ma di certo rappresenta un passo avanti rispetto a Berlusconi. Se davvero riuscirà a realizzare quel che ha promesso - e a tenersi stretto Formigoni - sarà un successo e il centrodestra vincerà almeno per i prossimi dieci anni. Di una cosa sola lo preghiamo: cominci a fare pulizia e a togliere di mezzo o quantomeno a mettere ai margini personaggi alquanto imbararzzanti che non fanno certo onore al popolo di area vagamente conservatrice.

P.S. Non possiamo non complimentarci con Giorgia Meloni, una donna vera e genuina, la cui freschezza e spontaneità devono fungere da esempio per tutti i pischelli di Roma Nord con la puzza sotto il naso che vogliono buttarsi nell'agone politico.