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10 marzo 2019

L'unico femminismo è quello cristiano

di Giuliano Guzzo
Dalle frasi sdolcinate agli omaggi floreali, ogni 8 marzo sarà sempre un diluvio di bigliettini, messaggini, fiorellini. Tutto bello, ma ci sarà il tempo di affermare, o anche solo di ascoltare, una verità storica fondamentale? Non lo so, ne dubito. Mi prendo quindi per tempo e la sottolineo già oggi, questa evidenza che rischia di non essere evidenziata: esiste un solo vero «femminismo» degno di questo nome, un solo alleato alla dignità della donna. E’ il cristianesimo.  A confermarlo in modo inequivocabile, fior di studiosi di ambo i sessi – da Régine Pernoud a Rodney Stark – non sempre cattolici, ma sempre onesti.

Sia cattolico sia onesto è invece lo scrittore Francesco Agnoli che indica in Maria colei che ha risollevato la dignità femminile: «Maria ha rovesciato ogni modello precedente, non solo perché, a differenza delle tradizioni antiche, non è stata succube del marito, Giuseppe (chiamato, al contrario, a servire lei e il piccolo Gesù), ma anche perché nel contempo “Vergine e Madre”: quasi a indicare alla donna cristiana le due possibilità, quella di una vita familiare e quella di una scelta religiosa, cioè di un legame diretto non con un marito e dei figli, ma con Dio stesso, senza rinunciare ad una forma di maternità di tipo spirituale (qui l’appellativo di “madre” anche per le consacrate)» (Notizie ProVita, n. 70, 2019, p.16)

Aggiungo che Maria vanta un altro primato: è l’unica persona assunta in cielo in anima e corpo. In nessun’altra religione, al di fuori del cristianesimo, ad una donna – che non era e non è una divinità – è infatti riservato un simile, esaltante privilegio. Magari, anzi certamente tutto questo non piacerà a tanti, 8 marzo, rispolvereranno i soliti slogan contro la Chiesa e il Medioevo, additati a nemici della dignità femminile. Ma la verità è che l’opposto di maschilista non è femminista, bensì mariano. Tanto che quando il cristianesimo perde terreno, ecco che avanzano «diritti» come l’aborto legale senza alcun sussidio alla maternità e l’utero in affitto senza il coraggio di chiamarlo crimine. Se proprio non si vuole credere al Vangelo, almeno si creda ai fatti.

 

19 settembre 2018

Il crepuscolo del femminismo e le dimensioni dell'iPhone

di Giuliano Guzzo
Le stupidaggini sono eterne, ritornano sempre. Le stupidaggini colossali sono invece prerogativa di questa bizzarra epoca e, in particolare, specialità di due categorie talvolta sovrapposte: i dirigenti del Pd e le femministe. Ecco, in Gran Bretagna il Pd non esiste ma in compenso le femministe abbondano, come prova l’idiozia del giorno, ossia la denuncia delle suffragette 2.0 secondo cui la Apple sarebbe colpevole di commercializzare iPhone troppo grandi. «Mi disorienta», ha detto tal Caroline Criado Perez, una di queste svitate, «che Apple progetti senza pensare ai nostri corpi. Dovremmo essere arrabbiate per questo, stiamo pagando denaro come gli uomini per un prodotto che non funziona altrettanto bene per noi».

In attesa del giorno in cui regalare uno smartphone ad una donzella equivarrà a uno stupro, mi chiedo se nel Regno Unito, dove quello squallore della maternità surrogata è legale dal 1985, dove le gang in generale di immigrati in particolare di pakistani (sì, di quella religione lì) sono responsabili di un numero crescente di abusi e violenze sessuali, dove l’aborto in teoria sicuro mette in pratica in pericolo la salute delle donne (solo dal 1° ottobre 2016 al 31 ottobre 2017, le cliniche londinesi hanno chiamato 466 volte d’urgenza l’ambulanza per complicanze riportate durante gli interventi), dove accade questo e molto altro, ecco, mi chiedo se sia il caso di rompere le scatole alla Apple, e lo dice uno che ha sempre avuto Samsung. Giuro, non avrei mai pensato di rivalutare l’acume intellettuale della dirigenza Pd.
 

20 marzo 2018

Se la Isoardi contraddice il femminismo

di Lorenzo Zuppini
Le donne non sono libere, e le loro carceriere sono altre donne che indossano la divisa del femminismo militante. MeToo, Non una di meno, chiamatelo come preferite voi, ma il succo non cambia: un ideologismo totalitario e autoritario che non prevede il dissidente, reo, in tal caso, d’eresia.
Elisa Isoardi, compagna di Matteo Salvini, una delle poche donne che vogliono ribellarsi alle catene che la imprigionano, ha dichiarato che “una donna, per quanto in vista, deve sempre dare luce al suo uomo. E la luce, il sostegno, la vicinanza spesso si danno arretrando. Stando nell’ombra”.

Può piacere o meno il concetto espresso, la volontà dichiarata dalla Isoardi, ma non c’è dubbio che si tratti di una scelta autonoma, libera, presa unilateralmente e senza costrizione alcuna. Chi preferisce l’ombra, evitando il centro del palco, è molto più affascinante di chi, in ottemperanza ai dettami di certo Pensiero Unico odierno, sgomita contro il solito nemico che, a prescindere, è individuato come ostile. Il maschio, per farla breve.

Nel caso di specie, oltretutto, appare chiaro come la signora non voglia chiudersi in uno sgabuzzino per non intralciare i lavori, bensì, riconoscendo il successo ottenuto dal compagno nelle recenti elezioni, voglia essergli d’appoggio, di conforto, d’aiuto pur lasciando che sia lui a godersi la scena, essendo lui il portatore della medaglia. Domani, chissà, sarà lei, e il suo Matteo si metterà a sua disposizione.

 Strilla allo scandalo il féminisme à la page, quello che si nutre di tartine e complotti sessisti, salotti composti da signore incantate libertine con sé stesse ma pudiche con tutti gli altri. Sul triste Fatto  Quotidiano, un articolo scritto da qualcuna che doveva senz’altro essere incazzata (per una scelta altrui, quindi boh!) conclude con un monito: “Che gli uomini si adeguino e smettano di aver paura della nostra luce. Ci vorrebbero al buio, noi accenderemo riflettori ovunque. Finché ne avremo la forza”.

Un urlo di guerra, simile a quello che gli indiani d’America intonavano quando andavano all’attacco dell’uomo bianco: oddio, il finale è il medesimo. Difatti l’uomo bianco è ritenuto una minaccia, un attentatore alla dignità del corpo delle donne, della sua integrità morale e fisica, con le tivù berlusconiane, le soubrette, le veline, scollate, scosciate, disinibite, insomma libere di scegliere la strada che più ritengono opportuna per crearsi una vita propria, addirittura autonoma da chiunque altro.

È la solita femminista media, molto chiacchierina ma per niente concludente, che fa la battaglia per poter andare a correre di notte sola in Parco Sempione, ma quando si tratta di una collega che indossa abiti succinti, si concede sul divano di un produttore, entra nella casa di un potente o sceglie di lasciare i riflettori al fidanzato, niente da fare, in questo caso la battaglia si capovolge e il suo tribunale per la libertà diventa un tribunale talebano dove la tutela forzata sfocia inevitabilmente in una flagrante lesione della libertà.

Il perimetro della dignità viene tracciato da delle regole prestabilite da una sorta di aristocrazia del femminismo, e se una donna qualsiasi decide deliberatamente di tenere comportamenti che non vi rientrano, diviene una complice dell’odiatissimo maschio bianco occidentale, al quale vengono ancora rinfacciati i roghi delle streghe di cinquecento anni fa e il delitto d’onore rimasto nel nostro codice troppo a lungo (che, badate bene, riguardava indiscriminatamente maschi e femmine, ma la solita inconcludente femminista niente sa al riguardo: lei discetta di giurisprudenza studiando scienza della comunicazione).

 Andiamo oltre. La signorina Argento dopo vent’anni ha capito di aver subito delle violenze a sfondo sessuale, sebbene allora avesse deciso di consentire a quell’uomo potente di sedersi accanto a lei su quel famoso sofà. È finita come tutti sappiamo, col solito massacro a senso unico, con la crocifissione in sala mensa di quell’uomo che al massimo potrebbe esser definito porco ma sulla cui lapide vi leggeremo che fu orco. In questo incessante marasma di idee, di conformismo e di inesistenti problemi e di inesistenti battaglie, una voce di alza contro il coro: la magnifica Alessandra Cantini, ex candidata alla regione Toscana con Forza Italia.

Alla Zanzara da Cruciani e Parenzo ha detto l’indicibile, ma che come sempre, nei tempi in corso, corrisponde a verità. Asia Argento ottenne dei privilegi dalla sua relazione con Weinstein, e ne ha ottenuti vent’anni dopo, cioè oggi, denunciandolo. E lui è un uomo, non un maiale, potente e che quindi ha degli assi nella manica di un certo calibro per indurre delle donne a concedergli favori sessuali. La Cantini, oltre ad essere bella, è pure disillusa, come solo una donna di mondo sa essere: potere e sessualità vanno di pari passo, inutile negarlo. E queste femministe che prima si concedono e poi distruggono: le definisce “prostitute due volte”, ed è per questo motivo che oggi negli Stati Uniti esistono delle autorizzazioni formali cartacee che due individui possono complicare nel caso vogliano avere rapporti sessuali, così da certificare in un eventuale processo futuro quella che fu una libera scelta, e non certo uno stupro. Le donne, chiosa, sanno perfettamente come utilizzare il proprio corpo per ottenere determinati vantaggi, quindi le uniche che sfruttano quel seno e quel didietro sono proprio loro. Basta con la narrazione tetra di un mondo opprimente e violento, dove le donne vengono perseguitate, violentate, e le uniche dignitose sono le finti amazzoni che infilzano l’uomo bianco con lo spillone della violenza di genere. Io amo Alessandra Cantini e il suo coraggio, voglio urlarlo al mondo intero. Ma, essendo disilluso proprio come lo è lei, so che potrà al massimo ricambiare con un sorriso ammiccante. Sono nelle sue mani.


 

14 novembre 2017

Quello che le femministe non dicono sull’aborto


Foto di Alfonsa Cirrincione
di Annarosa Rossetto

È passata da circa un mese la “giornata nazionale per l’aborto libero e sicuro” in cui qualche gruppo ultrafemminista ha ribadito il proprio pensiero dell’aborto quale “diritto umano” che ogni Stato per dirsi civile dovrebbe garantire su richiesta e senza giustificazioni (“ond demand and without apologize” era uno degli slogan internazionali della giornata). Ma davvero “le donne” vogliono questo? Davvero le donne che dicono di volerlo sanno di che si tratta? Davvero lo sanno tutti quelli che ne discutono? Davvero tutti quelli che ne parlano come di una “conquista di civiltà” sanno che civiltà ne ha promosso la diffusione?

Proviamo a fare il punto, premettendo che sono una donna, madre, volontaria di un Centro di aiuto per la Vita in cui di storie così ne sono passate tantissime.

Parliamo di cos’è un aborto, innanzitutto. Una donna sospetta di essere incinta a circa 2-3 settimane di età di sviluppo embrionale quando ormai il figlio è ben impiantato nel suo utero. In teoria nel giro di pochi giorni può sottoporsi ad un aborto, normalmente però tra visite di conferma e tempi di attesa personali e del sistema sanitario la maggior parte degli aborti avvengono intorno tra le 8 e le 10 settimane.

A questo punto le opzioni sono tre, aborto chimico (RU 486) se eseguito prima della 7° settimana, aborto chirurgico per aspirazione o raschiamento, aborto per induzione di parto pretermine nel caso di aborto cosiddetto “terapeutico” dopo la 16° settimana. Vediamo in che cosa consistono.

Aborto chimico: alla donna viene fatta assumere una dose di Mifepristone (RU486) che uccide chimicamente l’embrione. Dopo alcune ore viene data una dose di prostaglandine che inducono contrazioni per il distacco dell’embrione morto e la sua espulsione nel giro di alcune ore o giorni, in modo diverso per ogni donna. Dopo alcuni giorni la donna deve sottoporsi a controlli medici per avere la conferma dell’avvenuto completamento dell’aborto. Questo processo comporta la diretta responsabilità della donna nella procedura abortiva, spesso provoca crampi ed emorragie importanti, talvolta la necessità di un aborto chirurgico per la non perfetta espulsione di tutto il contenuto dell’utero (non solo l’embrione ma anche annessi fetali) e la possibilità che la donna veda il corpicino di suo figlio espulso con le perdite ematiche.

Aborto chirurgico per aspirazione: nell’utero della donna viene infilata una cannula che aspira l’embrione sbriciolandolo grazie alla forza della pompa di aspirazione. Nel caso di gravidanze oltre un certo grado di sviluppo il personale sanitario deve controllare che tutti i pezzi del feto siano presenti nel materiale raccolto nel contenitore dell’aspiratore.

Aborto per raschiamento: nell’utero viene inserito una “curette” (uno strumento chirurgico a forma di anello) che stacca dall’utero la placenta e l’embrione, facendolo a pezzi in caso di aborto non proprio precoce. Anche qui va controllato che siano stati asportati tutti i frammenti.

Talvolta i due sistemi sono combinati.

Aborto per induzione di parto pre-termine: questo è l’aborto che si fa quando parliamo di “aborto terapeutico”. In pratica viene indotto un parto anticipato tra la 15° e la 23° settimana (attualmente termine in Italia considerato come limite perché un bambino nato poco dopo sopravvivrebbe quasi con certezza ma in alcuni Paesi anche oltre) e la donna ha un travaglio ed un parto “normali” da cui nasce un bambino estremamente prematuro, talvolta già deceduto ma spesso ancora vivo che morirà sul tavolo operatorio nel giro di qualche minuto ma anche diverse ore perché incapace di una respirazione autonoma efficace.

Si parla tanto di “consenso informato” ma le donne prima di abortire vengono informate su cosa sta per succedere loro e al figlio che portano in grembo? E sanno di avere, secondo la l. 194, diritto a proposte di alternative concrete per superare le situazioni che le portano a questa decisione? Sanno dei rischi immediati dell’intervento e delle conseguenze sulla loro vita riproduttiva futura e su quella psicologica?

Sanno che se prendono la RU486 potrebbero vedere loro figlio cadere nel water durante dolorosi crampi che sono in realtà contrazioni espulsive? Sanno che l’aborto “terapeutico” consiste in un vero e proprio parto dopo il quale loro figlio (cui prima di sapere la diagnosi probabilmente hanno saputo il sesso e anche dato un nome) morirà per asfissia?

Sanno che il loro corpo “saprà” che hanno partorito e il loro seno produrrà latte e dovranno prendere altri farmaci per farlo andar via? Sanno dell’aumentato rischio di sterilità, di gravidanze extrauterine, di infezioni pelviche, di aborti spontanei in future gravidanze? Sanno della maggior incidenza di depressione nelle donne che hanno scelto di abortire rispetto a quelle che hanno accettato di portare avanti una gravidanza indesiderata?

Sanno che è maggiore anche il rischio suicidario in questo caso? Sanno di poter partorire in anonimato anche dopo essere state ospitate eventualmente in una struttura protetta e dare in adozione il bambino concedendo a lui di vivere ed ad una coppia sterile di diventare genitori? E di poter cambiare idea anche entro i due mesi?

Ecco, quando leggo articoli in cui si parla di aborto come un “diritto” delle donne mi domando se il “diritto” ad essere informate sull’orrore che quella decisione comporta ed ad essere aiutate a portare avanti la gravidanza non dovrebbe essere prioritario. E no, non sono diritti sullo stesso piano. Abortire non vuol dire eliminare i problemi che una gravidanza imprevista o una diagnosi prenatale negativa porteranno nella nostra vita. Vuol dire eliminare nostro figlio perché la sua vita ci creerà quei problemi.

Perché il figlio ce l’abbiamo dal momento che restiamo incinte e se non è sempre una bella notizia, sempre di un figlio si tratta. E, che lo teniamo o lo uccidiamo (sì, l’aborto uccide un figlio non un “grumo di cellule” informe, a quell’età ci sono già un cuore che batte e un cervello che cresce), rimarremo madri di quel bambino per sempre con la differenza che saremo madri di un figlio morto per una decisione che, per quanto sofferta, è sempre e soprattutto nostra.

Quale società può dirsi civile se consente di eliminare i problemi dalla vita di qualcuno eliminando qualcun altro? Qualcun altro che è più debole, fragile e senza possibilità di far valere le sue ragioni? Quale società può dirsi civile se addossa ad una donna, in uno dei momenti più difficili e delicati della sua vita, la decisione di restare sola coi suoi problemi ed un figlio o la possibilità di uccidere il figlio nella speranza di risolvere i suoi problemi senza nemmeno la consapevolezza che ne avrà senz’altro altri, forse peggiori e senza alternative? Una civiltà in cui ad una coppia che aspetta un bambino con sindrome di Down o un’altra qualunque patologia viene prospettata come “normale” e spesso consigliata l’idea di farlo nascere perché muoia?

Qualunque altro modo di affrontare la questione senza tener conto di queste domande fondamentali, mettendo il focus sulla libertà, sulla scelta, sull’autonomia della donna è pura ipocrisia. L’aborto è un orrore da qualunque parti lo si guardi e le donne meritano di meglio.

http://www.lefondamenta.it/2017/11/09/quello-le-femministe-non-dicono-sullaborto/


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31 marzo 2017

Ecco le vere battaglie delle femministe


di Roberto De Albentiis

La vicenda la conosciamo ormai tutti nostro malgrado: sabato 18 marzo, in una trasmissione pomeridiana della RAI condotta da Paola Perego, viene mandata in onda una classifica sui 6 presunti motivi per cui una donna dell’Est Europa sarebbe preferibile come fidanzata ad una italiana: dall’accenno al “fisico marmoreo” e all’aspetto”sexy” (in un bar o in uno spogliatoio maschile se ne sentono di peggio) al fatto che “fanno comandare il proprio uomo” e sono “casalinghe perfette”, non manca neppure uno stereotipo scemo; evitabile? Chiaramente. Una scemenza? Sì. Una cosa che strappa due risate? Ma come no! Ma se le prime ad averci riso sono state alcune donne est-europee, alcune, perfino, che hanno rilanciato con battute o pari classifiche ironiche! O che dire dei fotomontaggi della rete di questi giorni, con classifiche dedicate ai perché del preferire un maschio italiano (“Ti fa comandare”) o una donna del Sud Italia (“Impara fin da bambina a cucinare i patti tipici di otto regioni italiane”)? Una cosa su cui ridere nel fine di settimana tra il 18 e il 19 marzo e magari i primi giorni della settimana seguente? Ebbene no, le femministe si sono subito “indignate”, arrivando a far cancellare la trasmissione televisiva in questione.

Ora, personalmente, non mi dispero per la chiusura di una delle ennesime trasmissioni televisive generaliste dei palinsesti italiani, trasmissione di cui poi ignoravo francamente l’esistenza, ma che sia stata chiusa a seguito delle proteste politicamente corrette delle femministe è uno scempio; la masnada isterica femminista può permettersi di esporre il suo verbo di suprematismo sessuale sugli uomini, dipinti sempre come violenti oppressori (basti pensare agli accenni costanti al “femminicidio” e alla “violenza di genere”, o alle sentenze nei tribunali civili che sono spesso a favore sempre e solo delle donne nelle cause di separazione e divorzio), può permettersi di tacere o addirittura difendere lo scempio dell’utero in affitto (questo non mercifica davvero la donna, anziché qualche pubblicità con signorine succintamente vestite, che pure, però, non si possono criticare se no si cade nella “sessuofobia” e nella “misoginia”?), può imporci gli spottoni a favore delle “famiglie arcobaleno”, può produrre un vero e proprio classismo per di più contro altre donne (vi ricordate le espressioni della Boldrini conto le “donne casalinghe” di alcuni anni fa?), può tacere davanti allo sfruttamento lavorativo femminile (basti per tutti il tragico caso di Paola Clemente, morta di fatica in Puglia due anni fa, ma le femministe si fanno sentire solo per difendere i “diritti riproduttivi”, ovvero condom e aborto senza freni ), ma ehi, davanti al “sessismo”di una trasmissione tv, “nel 2017!!”, non si può tacere, “non una di meno!”, anzi, “non un* d* men*!”!

Il “femminismo”, ancillare alla destrutturazione non solo della società ma dello stesso essere umano, che combatte il fantomatico e inesistente “patriarcato”, che chiede più “diritti” (quali?) quando ha già tutto, è ridicolo al limite della malattia mentale, e questo tassello è solo l’ultimo di questo enorme mosaico che pare un pozzo senza fondo, tanto non ha fine, e quasi viene da invocare davvero l’avvento di un presunto o reale Partito Islamico Italiano, che almeno silenzierebbe queste persone.

Torniamo, per finire, a questa sciocca classifica (pure incompleta, perché non accenna agli svantaggi: ad esempio, non dice, come da altri meme di internet, che dopo i quarant’anni le donne dell’Est diventano “comodini con le gambe e i capelli corti”; per questo meme, invece, nessuna offesa o indignazione?): e se ci fosse del vero in essa? Se l’uomo italiano, europeo occidentale in generale, cercasse un modello di femminilità, e anche di vita familiare e matrimoniale, che non riesce più a trovare in Italia e in Europa? Se l’uomo italiano, nonostante tutto, volesse solamente sposarsi e crearsi una famiglia con una sposa dolce e affabile, con cui condividere un progetto e una comunanza di vita? E se l’uomo italiano, dopo decenni di ideologia femminista, che ha rovinato in primis le donne, non riuscisse più a trovare la sua metà se non nella donna dell’Est, che, oltre ad essere bella, crede ancora in certi valori?

Femministe (non donne, perché non tutte le donne accettano la categoria del femminismo), ma farsi una domanda, porsi un’autocritica, a quando? Non è che siete state voi stesse a rovinare, oltre alla società, proprio tutte le donne? Non è che la logica di supremazia e aggressività, unita al vittimismo e alla destrutturazione della famiglia e della stessa idea di maternità e femminilità, vi ha portato allo scontro frontale e perenne, a prescindere, con gli uomini (ridotti a penose alternative: rimanere celibi, dedicarsi alla prostituzione o all’omosessualità, oppure ricercare altrove, come l’Europa orientale, il proprio sogno d’amore)? Prima di attaccare una sciocca classifica, di cui essere le prime a ridere (se non si offendono le donne dell’Est, perché dovreste sentirvi offese voi?), guardate dentro di voi, e cercate di capire i vostri errori.

http://www.motoretrogrado.it/2017/03/24/ecco-le-vere-battaglie-delle-femministe/

 

24 luglio 2016

Gender e femminismo: l’ideologia della nuova sinistra mondiale


di Federico Catani

Abbiamo intervistato uno dei due autori, il giovane Agustín Laje. Classe 1989, laureato in Scienze Politiche è autore di diverse pubblicazioni, collabora con numerose testate giornalistiche e dirige il Centro de Estudios Libertad y Responsabilidad.

Può spiegarci che relazione c’è tra l’ideologia gender e la sinistra dei nostri giorni?

Se questa “nuova sinistra” si caratterizza per qualcosa, è per aver messo da parte le vecchie concezioni economicistiche della “lotta di classe” e averle rimpiazzate con una strategia di “battaglia culturale”. Una delle conseguenze più importanti di questo cambiamento è che il soggetto rivoluzionario della sinistra non è più la classe sociale, e pertanto il proletariato ha perso la centralità che aveva in altri tempi. Oggi la nuova sinistra, usa l’iniezione di discorsi ideologici in gruppi culturali minoritari o contrastati per porli contro il sistema capitalista e i valori tradizionali dell’Occidente, attraendoli nel suo alveo. In tal senso, la nuova sinistra ha creato nuove ideologie: indigenismo, “dirittoumanismo”, ecologismo, femminismo, omosessualismo, etc. Quella gender abbraccia queste due ultime correnti e potrebbe essere definita come un’ideologia che annulla le caratteristiche naturali del sesso, per fare di questo niente più che mera cultura. Tutti gli aspetti relativi alla sessualità sono completamente ricondotti al campo della cultura e si insegna che per modificarli occorre distruggere la propria vigente struttura culturale attraverso quella che ho definito “battaglia culturale”. Ecco allora che agli omosessuali si suggerisce che la loro posizione minoritaria è conseguenza di una “cultura etero-normativa” da distruggere, mentre alle donne si dice che in questa “cultura patriarcale” gli uomini sono i loro nemici dichiarati. E cosa porterebbe sollievo a queste vite tanto sofferenti? Il trionfo della sinistra, naturalmente.

E pensare che nei Paesi comunisti omosessuali e donne non hanno ricevuto un bel trattamento…

Tutto ciò è paradossale. La nuova sinistra cerca di egemonizzare soggetti che prima disprezzava o addirittura perseguitava. Le donne, ad esempio, sono sempre state emarginate dalla direzione politica dei Partiti Comunisti che andarono al potere nel XX secolo (di fatto, se la passavano molto male in URSS, come spiego nel libro). Gli omosessuali nella Cina maoista subivano pene che andavano dalla castrazione fino alla morte. In Unione Sovietica erano portati in Siberia, nei campi di concentramento. A Cuba, Che Guevara li mandava ai lavori forzati nella Penisola di Guanahacabibes. La copertina del nostro libro è una caricatura di questo paradosso: un Che Guevara omosessuale e femminista. Oggi vediamo molte bandiera del “Che” nelle marce per l’orgoglio gay, il che è ridicolo tanto quanto vedere svastiche in manifestazioni a favore dello Stato di Israele.

Nel vostro libro parlate anche di femminismo e “violenza di genere”. Qual è la posizione della sinistra sul tema?

Il femminismo iniziò come conseguenza naturale delle rivoluzioni liberali del XVII secolo. Era un femminismo sano, giusto: chiedeva diritti civili e politici per la donna. Però si sarebbe presto deformato. Ludwing von Mises se ne era già accorto nel 1922, nel suo “Il socialismo”, quando sosteneva che se il femminismo, andando oltre le sue rivendicazioni di uguaglianza davanti alla legge, avesse cercato di contrastare la natura stessa, sarebbe diventato una branca del socialismo. In effetti, già con Friedrich Engels, amico di Marx, il socialismo tentò di portare la battaglia in favore delle donne dalla sua parte. Disse che tutti i loro problemi avevano una ragione precisa: l’esistenza della proprietà privata. La stessa causa del problema dello sfruttamento tra le classi. Perciò, la rivoluzione operaia non avrebbe liberato solo l’operaio, ma anche la donna. Cosa che ovviamente mai si verificò (né per gli uni, né per le altre). Il femminismo poi crebbe con forza in Occidente. Si spogliò di questo “classismo” e passò alla strategia “culturalista” della quale ho già parlato. È qui che nasce il problema della “violenza di genere”, ovvero la volontà di creare nella società la sensazione generalizzata di una guerra sotterranea degli uomini contro le donne. È il conflitto che tiene viva questa sinistra risuscitata. Certo, la violenza degli uomini contro le donne esiste, ed è riprovevole. Però “violenza di genere” è quella violenza motivata da un odio verso l’altro genere in quanto tale. Ebbene, in quanti casi di quella che i media definiscono come “violenza di genere” tutto ciò si verifica? Come provare che il movente della violenza è stato l’odio di genere? Ovvio che non si prova mai nulla, ma la società dà per scontato che la violenza di genere sia semplicemente quella unidirezionale, dell’uomo sulla donna. Così si manipola il linguaggio e si genera un conflitto che di sicuro non aiuta a combattere le vere cause della violenza in generale.

Può riportarci alcuni esempi di quello che sostengono le femministe oggi riguardo al rapporto sesso-cultura?

A partire dagli anni ’70 la sinistra ha iniziato a concentrarsi sul sesso come potente arma di cambiamento culturale. Grandi esponenti del femminismo hanno esplicitamente elaborato strategie per distruggere i nostri valori culturali e creare così le condizioni favorevoli per una rivoluzione di sinistra. Un esempio che mi ha colpito è quello di Shulamith Firestone, che nel suo libro “La dialettica del sesso” rivendicava incesto e pedofilia. In “Utopia” vagheggiava un mondo “post- femminista” in cui gli adulti avrebbero potuto avere rapporti sessuali con i minori, purché questi ultimi fossero consenzienti e avessero organi sessuali di dimensioni tali da consentire la penetrazione dell’adulto. E raccomandava persino che la prima fellatio al bambino fosse praticata dalla madre! Altro personaggio a noi più vicino è Beatriz Preciado, docente all’Università di Parigi VIII, secondo cui l’“etero-capitalismo” ha reso pene e vagina “organi sessuali egemonici” (come se la loro condizione di organi sessuali fosse un’imposizione culturale e non un dato di natura!). Per opporsi a questa “tirannia” e “ri-sessualizzare” il resto del corpo, ha scritto “Il Manifesto contro-sessuale”, dove raccomanda una serie di pratiche, delle più strampalate, per “sfidare l’egemonia”, come ad esempio imparare a masturbarsi un braccio. Il bello è che in tutte queste tecniche, presentate come una ricetta di cucina, bisogna fingere (sic!) un orgasmo. In tal modo, senza rendersi conto, la prof.ssa Preciado ammette ciò che nega: ovvero che la biologia determina la realtà del nostro corpo.

Il grande nemico della sinistra sembra il capitalismo. Ciò nonostante vediamo come i “poteri forti” e l’alta finanza appoggino e promuovano le sue battaglie culturali. Come lo spiega?

È vero, la nuova sinistra si regge in gran parte grazie ad un settore del potere finanziario mondiale. Però si tratta di un settore specifico, quello “progressista”. Credo sia un errore, un riduzionismo, pensare che la nuova sinistra sia un appendice di tale settore finanziario mondiale, come se si trattasse di qualcosa di omogeneo. Soros, Rockefeller, la Fondazione di Gates, etc. hanno sempre appoggiato la sinistra. Probabilmente sono quei ricchi con senso di colpa la cui psicologia fu ben analizzata da von Mises in “La mentalità anticapitalistica”.

Qual è la situazione in Argentina relativamente alla diffusione dell’ideologia gender?

Da tempo si stanno educando le giovani generazioni secondo i diktat dell’ideologia gender. Le istituzioni dello Stato sono ormai permeate da questa ideologia e credo di poter dire che è divenuta egemonica. Quanti cercano di sfidare le sue imposizioni vengono perseguitati. La situazione è complessa, perché paradossalmente questa ideologia si presenta come un inno al “pluralismo” e alla “diversità”, ma in realtà non conosce tolleranza. E senza tolleranza non c’è pluralismo né diversità.

E il governo Macri? È culturalmente succube della nuova sinistra?

Totalmente. E non perché sia di sinistra, ma in quanto tecnocratico: in altre parole, non sa nulla di cultura.

Perché la destra è così complessata su questi temi? E come pensa si possa superare questa condizione?

Perché nel 1992, con la caduta dell’URSS, pensò che la sinistra fosse condannata al museo delle antichità. In quello stesso anno uscì ad esempio il best-seller di Francis Fukuyama, “La fine della storia e l’ultimo uomo”, secondo cui capitalismo e democrazia liberale avevano definitivamente trionfato. D’altra parte, alcuni anni prima, Daniel Bell aveva pubblicato “La fine delle ideologie”, dove intravedeva un mondo senza ideologie, che però, come vediamo, era solo fantasia. Insomma, la destra si è addormentata sugli allori di un trionfo parziale, che poi la sinistra ha ribaltato con una controffensiva culturale che dura fino ad oggi. E dato che questo è avvenuto sul piano delle idee, se la destra vuole affrontare la sinistra dovrà dare battaglia culturale. Per far ciò però ha bisogno di nuovi intellettuali, disposti a sfidare l’egemonia, a sporcarsi nel fango del politicamente corretto, a venire squalificati e anche perseguitati.

Dopo l’uscita del vostro libro avete avuto problemi?

Tantissimi. Il mio profilo Facebook è stato bloccato molte volte. Quello di Nicolás Márquez, co-autore con me del libro, è stato bloccato per un mese dopo una discussione con una femminista. Sono stati hackerati i siti che ci hanno intervistato. Inoltre abbiamo ricevuto minacce e numerose offese di ogni genere.

Un’ultima domanda. In Argentina c’è chi vuole depenalizzare l’aborto. Cosa ne pensa?

Come liberale, il primo diritto che difendo è quello alla vita: senza vita non c’è libertà, né alcun altro diritto. La vita viene prima della libertà, per ragioni di mera logica: per essere libero, devi vivere. Pertanto, sono totalmente contrario all’aborto, in ogni caso. La scienza ha dimostrato che il nascituro non è una “parte” del corpo della madre, ma ha un DNA proprio e genera i suoi propri organi (come la placenta e il cordone ombelicale). Alcuni dicono che la sua mancanza di autonomia ed autosufficienza lo trasforma in qualcosa di “pseudo-umano” (Hitler non pensava lo stesso dei disabili?). Ma il nascituro ha bisogno della madre per vivere anche fuori dalla sua pancia. Oppure chi è appena nato non ne ha più bisogno? Altri sostengono che l’aborto va legalizzato in quanto, di fatto, già avviene ed è una realtà sociale; legalizzarlo aiuterà a salvare le donne che abortiscono clandestinamente. Con lo stesso criterio dovremmo allora legalizzare, ad esempio, le rapine alle banche, perché anche queste sono parte della realtà sociale, e anche queste implicano un pericolo per il ladro che, trovandosi in uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine, può venire colpito a morte. È terribile che la donna muoia per un aborto clandestino; però fa parte dei rischi che ella stessa decide di correre quando sceglie di uccidere un’altra vita, proprio come un ladro che rischia quando commette i suoi crimini violando i diritti di terzi. In breve: il rischio che comporta il fatto di violare diritti inalienabili non dovrebbe giustificare la legalizzazione di tale violazione, ma piuttosto un maggior controllo statale per proteggere effettivamente quei diritti che si pretende di violare. Niente può permetterci di violare il diritto a nascere e a vivere. È curioso che quanti ricorrono permanentemente a menzogne per legalizzare l’aborto, hanno avuto il diritto a nascere. Sarebbe bene che la smettano di cercare di negare ad altri il diritto del quale essi stessi hanno potuto godere.

http://www.notizieprovita.it/filosofia-e-morale/gender-e-femminismo-lideologia-della-nuova-sinistra-mondiale/

 

16 maggio 2016

La bellezza della femminilità e il potere delle donne


di Alfredo Incollingo

Parlare di femminilità e di donna è oggi un tabù, in un'epoca in cui se ne difende la massima libertà. E' un tasto dolente della contemporaneità, dove si giocano poltrone politiche e posizioni ideologiche. Siamo abituati ad accettare passivamente i pareri di femministe et similia, senza spesso poter ribattere se si è in totale disaccordo. Lo si fa per quieto vivere, per paura di sembrare sconvenienti e irrispettosi. Siamo a tutti gli effetti assuefatti dal politicamente corretto. Chi vuole infatti sopportare l'ennesimo piagnisteo di femministe inferocite?
In questi ambiti così scottanti la scrittrice cattolica Costanza Miriano ha sempre assunto un atteggiamento poco conformista e inattuale, ed il suo anticonformismo l'ha resa celebre. Gli scandali provocati dai suoi saggi hanno scosso le coscienze e hanno mostrato un altro modo di vedere la famiglia, attraverso la naturalità e l'essenza dei rapporti coniugali e familiari che la Miriano descrive, sotto forma di continue confidenze che l'autrice fa ai suoi lettori. Tra maglie di piles e ombretti, tra piatti e vacanze, la scrittrice racconta la vita di coppia, cogliendo la sua bellezza, ma anche i tanti affanni che si avvertono quotidianamente.
I saggi della Miriano sconvolgono soprattutto per la schiettezza con cui parla di questioni altrimenti trattate ideologicamente e concettualmente con una distorsione delle valutazioni e l'incapacità di cogliere pienamente il fenomeno “famiglia”. L'appiattimento dei ruoli genitoriali, la concorrenza di altre unioni "matrimoniali" e  i modelli sociali sviliti l'hanno deprezzata. La stessa cosa è avvenuta per la donna e la femminilità: il femminismo ha appiattito le naturali differenze tra i sessi e ha negato i ruoli fecondi dei genitori. Il gentil sesso è ridotto a pura mascolinità in certi casi e in altri si caratterizza per una spiacevole liquidità etica.

In tutto questo la Miriano colpisce ancora! E' recente la pubblicazione di “Quando eravamo femmine: lo straordinario potere delle donne”, un nuovo sconvolgente saggio che affronta la centralità della donna e della sua sostanza etica nella società e nel nucleo familiare.
Le donne in carriera, in politica o comunque libere, come si autodefiniscono, non sono femmine potenti? Si potrebbe rispondere di sì, ma la Miriano preferisce un secco NO. Lo fa con il suo stile informale, “moderno” e molto femminile, con la sua scrittura che pare disimpegnata, ma che in realtà non lo è affatto. Ecco quindi una discussione teologica sulla sposa e sulla madre, alleggerita da un ricordo gioioso o da una disquisizione su una scarpa o una maglia. La scrittura è femminile a tutti gli effetti. Femminili ovviamente non solo i prodotti di bellezza, ma anche la forza e l'energia della donna nell'affrontare la vita quotidiana: non parliamo di un'eroina o di un super-essere, ma di una femmina qualsiasi che affronta la giornata e gli annessi continui problemi, sempre con uno spirito e una disposizione d'animo (l'accoglienza costitutiva dell'essere femminile) veramente eccezionale. E' questo il super potere delle donne e la sostanza della femminilità: uno spirito indomito che, tra affanni, sofferenze e continui acciacchi riesce tuttavia a perpetuare la famiglia, a fare da colonna portante, sottomessa in quanto messa sotto. Come la Vergine Maria e le grandi Sante del passato, la donna asseconda con gioia la sua vocazione, nella famiglia e nella generazione della vita. La Miriano si rivolge nel libro alle sue figlie che un giorno saranno anche loro madri e nonne: delinea nelle sue lettere, tratteggiando i ritratti di volti familiari, le tante persone che, nel loro anonimato, dedicano la loro vita ai figli, ai nipoti e alla famiglia; anche ai più bisognosi nel caso di donne che non possono aver figli. Ci sono le donne in carriera, le femme fatale e ci sono infine le madri e le spose, che conducono tra alti e bassi una vita proficua, insostituibile.
La donna non può stare senza l'uomo, perché completa la sua voglia di relazionarsi, così come l'uomo senza donna è perso nel suo egoismo: l'uomo è caotico e molto distante dalle questioni più delicate dei figli (primi amori, amicizie...), mentre solo la madre riesce a consolare e a dare un senso al suo sposo. Per questo il cristianesimo l'ha riscattata e le ha dato la giusta rilevanza.
La donna non è quindi un essere individualista e volitiva come vuole (imporre) la cultura moderna, ma una roccia, un pilastro portante per tutti. Allo stesso modo la femminilità non è solo bellezza e fascino, ma anche religiosità, sentimenti e calore, l'abbraccio materno e il bacio di consolazione.
"Quando eravamo femmine" è un libro rivolto non solo alle donne, per una totale riscoperta, ma è riservato anche agli uomini, che possono scoprire una realtà tanto banalizzata tale da indurre a pregiudizi.
 

31 marzo 2016

Pillola del giorno dopo come aspirina (e senza obiezione)

di Francesco Filipazzi

Pillola del giorno dopo come l'aspirina? A quanto pare il legislatore e i soliti radicali la pensano così ed è per questo che, senza troppo clamore, nelle farmacie italiane i farmaci a base di levonorgestrel, detti contraccettivi di emergenza, verranno venduti liberamente come farmaci da banco senza ricetta, come accade già per altri farmaci dello stesso tipo.
Fra gente che canta vittoria e case farmaceutiche che si fregano le mani (e qui possiamo ancora una volta capire cosa ci sia dietro alle campagne di liberazione sessuale degli ultimi 50 anni), ancora una volta chi ci va di mezzo è la persona umana.

Attorno alla cosiddetta contraccezione di emergenza ovviamente è stato costruito il solito cordone sanitario di menzogne e mezze verità, che contraddistingue i proclami a base di diritti farlocchi e di "battaglie di civiltà".
Ma andiamo con ordine. La prima bugia che viene generalmente associata alla somministrazione di questi farmaci è che non siano abortivi e quindi si possano assumere a cuor leggero. In realtà queste pillole, nel caso sia iniziata una gravidanza, possono impedire l'impianto dell'ovulo fecondato, il quale però è appunto fecondato e per una persona di buon senso (che negli ultimi tempi coincide con il cattolico) è già un individuo finito. Quindi il rischio che si comporti come un farmaco abortivo c'è e va per questo evitato senza sconti.

Anche ponendo il caso che non agisca come un farmaco abortivo, le riserve rimangono molteplici perché questi farmaci sono di natura ormonale e hanno quindi effetti devastanti sul fisico della donna. Sappiamo già che la realizzazione femminile, per i suoi fautori, passa in realtà per la distruzione del suo corpo, ma sarebbe il caso di avvisare le utilizzatrici di queste pillole della perniciosità di ciò che assumono. Sembra che molte adolescenti siano abituate ad ingerirla tutte le domeniche mattina, per cercare di eliminare gli effetti dei sabati sera a base di alcool e promiscuità, ma esse non sono consapevoli che si stanno rovinando l'apparato riproduttore in modo irreparabile.
Chi garantisce a queste ragazzine che in un futuro non avranno conseguenze? Certo la propaganda che ammorba il mondo scientifico nega eventualità come sterilità, tumori o disfunzioni, ma si tratta appunto di propaganda. D'altronde anche la spirale, altro strumento demoniaco, è appurata come causa di sterilità, ma a quanto pare nessuno se ne cura e anzi gli effetti di questi metodi anticoncezional-abortivi sono minimizzati (anche la spirale non permette l'annidamento ma la fecondazione sì, quindi è potenzialmente abortiva). Il risultato paradossale è che molte donne "libere" prima si bombardano di farmaci per non avere figli, poi, una volta che il loro sistema riproduttivo è compromesso, si bombardano di farmaci per avere figli, quando non ricorrono ad altre tecniche "procreative".

Ma poniamo il caso che non siano né abortivi né dannosi per il corpo della donna. Siamo sicuri che la promiscuità indotta dalla diffusione di questi prodotti, assieme alla diffusione del funesto preservativo, sia una base solida per la nostra società? Evidentemente la risposta è no e gli effetti della cosiddetta liberazione sessuale gravano come una maledizione sul mondo moderno ormai da decenni, come tutti possono constatare.

Dunque, un prodotto che non dovrebbe neanche essere messo in commercio viene ora ridotto al rango di aspirina, con l'aggravante che, siccome non è considerato abortivo dal Servizio Sanitario, non è ammessa obiezione di coscienza per i farmacisti. Siamo di fronte all'ennesima prevaricazione dittatoriale nei confronti di tutti coloro che vogliono condurre un'esistenza retta, in particolare dei cattolici.

 

14 gennaio 2016

Colonia: i patetici contorsionismi di progressisti e femministe


di Marco Mancini

Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Se non ci fossero di mezzo centinaia di persone assalite, derubate, molestate, in alcuni casi persino violentate, la sensazione prevalente in questo lungo strascico dei fatti di Colonia sarebbe quella del divertimento. Mi siederei sul divano, pop corn in mano, a gustarmi con il sorriso sulle labbra i contorsionismi ideologici dei circoli femministi e, in generale, progressisti su quanto accaduto nella città tedesca la notte di Capodanno.
Non vi riporterò una sintesi dei fatti, che sono arcinoti. Mi limiterò ad analizzare la successione temporale delle reazioni dei soggetti appena citati, cercando per quanto possibile di schematizzarle in diverse fasi, per certi versi paragonabili ai “meccanismi di difesa” rispetto ai traumi psicologici  a suo tempo individuati da Freud (scusate la citazione), per poi fare qualche commento in conclusione.

I MECCANISMI DI DIFESA

Negazionismo (o rimozione): abbiamo assistito a un doppio meccanismo di rimozione. Quello più grave è stato messo in opera dalle autorità e dai mezzi di comunicazione: all’indomani della notte di San Silvestro, la polizia di Colonia ha addirittura diffuso un comunicato in cui si rallegrava del fatto che i festeggiamenti si fossero svolti in un clima sereno, senza particolari problemi di ordine pubblico. Solo qualche giorno dopo, quando i fatti hanno cominciato ad emergere nella loro evidenza, sia la polizia che la sindaca di Colonia hanno rilasciato qualche dichiarazione in merito, ovviamente precisando che non vi erano elementi per pensare al coinvolgimento di richiedenti asilo, nonostante fossero già stati fermati proprio otto profughi. E’ superfluo dire che questa è stata la forma di rimozione più seria e preoccupante: per giornate intere l’opinione pubblica tedesca e mondiale è stata tenuta all’oscuro di fatti di cronaca di estrema rilevanza, per evidenti ragioni politiche, ossia per evitare polemiche sul tema dei rifugiati, critiche all’operato della cancelliera Merkel e conseguenti increspature della narrazione politicamente corretta imperniata sul “Welcome Refugees”. Che in una democrazia dell’Europa occidentale possa verificarsi una congiura del silenzio così vasta e sfacciata, è ovviamente un fatto di una gravità inaudita.
Poi c’è il negazionismo di femministe e progressisti: c’è stato chi, nonostante gli articoli pubblicati nel frattempo su tutta la stampa mondiale, ha attribuito a sparuti gruppuscoli di neonazisti, o alla stampa tedesca più becera, le tesi sul possibile coinvolgimento di rifugiati. Ancora in data 10 gennaio, quando erano già state arrestate 31 persone di cui 18 richiedenti asilo, a Dacia Maraini sembrava “difficile che i migranti di oggi, che hanno rischiato la vita per mettere piede su una terra straniera tanto evocata, siano così stupidi da compromettere la loro permanenza con atti di teppismo”. Altro che i negazionisti dell’Olocausto: qui siamo decisamente a un livello superiore.

Complottismo (o razionalizzazione): quando negare o sminuire i fatti è diventato impossibile, fenomeni come Dacia Maraini a parte, femministe e progressisti tutti hanno ripiegato su un chiaro meccanismo di “razionalizzazione”, che consiste – cito da Wikipedia, che io non me ne intendo – nel “tentativo di “giustificare” […] un fatto o processo relazionale che il soggetto ha trovato angoscioso, [in altre parole trovare] ragioni esplicative “di comodo”, per poter contenere e gestire l’angoscia”.
E così abbiamo assistito a perle di complottismo che neanche i fissati delle scie chimiche ci avevano mai regalato: le violenze di Colonia (e di altre città tedesche, ma non solo) sarebbero state organizzate da gruppi xenofobi per gettare discredito sui migranti. Su questa “pista investigativa” ha insistito anche il “Corriere della sera”: non avremmo mai pensato che l’Internazionale Xenofoba fosse così potente da organizzare stupri di massa per interposti richiedenti asilo, che ovviamente – ma questo è un dettaglio irrilevante – si sarebbero prestati volentieri per l’occasione, facendo il gioco dei loro mortali nemici.

Riduzionismo: divenuta inefficace anche la spiegazione complottista, si è quindi optato per un approccio riduzionista. Anzitutto è stata completamente abbandonata la questione delle rapine e delle aggressioni, per concentrare il focus esclusivamente sulla questione di genere, ossia le molestie nei confronti delle donne. E, in quanto tali, i fatti di Colonia sono stati derubricati a business as usual, nonostante la polizia tedesca abbia parlato esplicitamente di “pesanti delitti sessuali di una dimensione completamente nuova”. Si sa, le donne sono molestate sempre e dovunque: sguardi libidinosi mentre camminano per strada, approcci fastidiosi, toccatine in discoteca o all’Oktoberfest, fino alle violenze familiari. Nulla di nuovo, dunque: perché tutto questo clamore su Colonia, quando nel mondo occidentale le donne sono costantemente vittime di violenze? Come twitta la Puppato (sic!), “a #Colonia fatti di #sessismo e maschilismo violento, comuni a tutte le culture, no a strumentalizzazioni razziste”. Insomma, il mondo della violenza di genere è come la notte in cui tutte le vacche sono nere. Si tratta, ovviamente, di una spiegazione che non spiega un bel niente, anzi - per citare la hegeliana Fenomenologia dello Spirito - tutto ciò "è l'ingenuità di una conoscenza fatua". Ma insistere troppo sul fatto che i responsabili siano stranieri – anzi richiedenti asilo –, sollevare dubbi sulla capacità di gestire e integrare flussi migratori così massicci, sarebbe secondo tali personaggi un chiaro sintomo di razzismo.

Proiezione: al termine dei disperati sforzi per inserire coerentemente le vicende di Capodanno all’interno dei propri schemi mentali, progressisti e femministe hanno finalmente tirato fuori il loro asso nella manica. Il vero colpevole di tutta la vicenda, manco a dirlo, è il Maschio eterosessuale occidentale, magari un po’ fascista. Questi maschi, che quotidianamente opprimono il genere femminile, ora dicono di voler difendere le “nostre donne”; così facendo, non solo strumentalizzano quanto accaduto per fomentare l’intolleranza nei confronti dei poveri migranti, ma addirittura ne traggono vantaggio per rafforzare il proprio dominio patriarcale. Il comunista Vauro ha riassunto tutte queste elucubrazioni in una vignetta, in cui lo scatto d’orgoglio del maschio occidentale si riassumerebbe nella rivendicazione “Le nostre donne ce le stupriamo noi!”. E direi che a questo c’è poco altro da aggiungere.

CONCLUSIONI

Poveri progressisti, povere femministe. Come uscire dal cortocircuito generato dai fatti di Colonia? Come ricostruire una “narrazione” coerente che salvaguardi i postulati del buonismo immigrazionista, senza rinunciare ai dogmi dell’integralismo femminista? Si sono sforzati per giorni interi per trovare una soluzione: prima hanno negato, poi sminuito, poi completamente decontestualizzato i fatti fino a farli diventare un episodio qualunque della lotta di genere, in cui il medico obiettore che si rifiuta di sopprimere innocenti è colpevole allo stesso modo dei mille stranieri che hanno trasformato la stazione di Colonia nel far west. Così facendo, attraverso un doppio NO al “razzismo” e al “sessismo”, hanno creduto di restituire coerenza interna al loro discorso. Dal momento che in questi giorni questo tipo di argomentazioni sta riprendendo quota, occorre metterne in luce la fallacia e la malafede.

La fallacia deriva essenzialmente dal fatto che, nonostante gli artifici retorici e i tentativi di sviare il discorso, l’assenza del fattore etnico-culturale nell’analisi femminista e progressista dei fatti di Colonia pesa come un macigno. Sia ben chiaro che il sottoscritto non intende fare il solito, semplicistico discorso sull’Islam che “maltratta le donne”: il problema dell’integrazione dei “migranti” nei nostri Paesi è molto più complesso e chiama in causa altre dinamiche culturali, sociali e anche economiche. Ma qui il fatto che i responsabili delle violenze siano stati centinaia di stranieri, molti dei quali proprio richiedenti asilo a cui negli ultimi mesi si è dato il benvenuto in Germania, è completamente bypassato. Si balza subito al riduzionismo di genere, senza neanche porsi la domanda: chi sono le persone che ci siamo messi in casa? La loro educazione è compatibile con la nostra società? Qual è l’impatto di un afflusso massiccio di popolazioni allogene, con la loro cultura e il loro bagaglio di costumi e di esperienze, sulla sicurezza dei nostri Paesi, sull’ordine pubblico, in altre parole sulla probabilità di conservare nel medio-lungo periodo un grado decente di vivibilità e di civiltà all’interno delle città europee? Il tema è semplicemente eluso: non c’entrano gli stranieri, la colpa è del Maschio metafisico, che si manifesta nel ragazzino che mi scruta con uno sguardo insistente sull’autobus come nei dieci “profughi siriani” che mi assaltano e frugano dappertutto in stazione.

Un tale silenzio, oltre ad essere palesemente inadeguato dal punto di vista eziologico, è ipocrita e comporta un intollerabile doppio standard morale: si filtra il moscerino del presunto “maschilismo” delle nostre società, fino a pretendere di silenziare qualsiasi voce che appaia politicamente scorretta, mentre si ingoia il “cammello” di mentalità e condotte realmente irrispettose del genere femminile, fino a stendere – di fatto – un velo pietoso sui crimini commessi da particolari “categorie protette”.

Si continuano a tirare in ballo in maniera insensata statistiche sulla prevalenza numerica delle violenze commesse in ambito familiare, come se – lasciando da parte la necessità di leggere tali statistiche cum grano salis – l’esistenza di violenti e balordi che vivono nelle nostre città e nelle nostre famiglie costituisse ragione sufficiente per abbassare ulteriormente, secondo una inaccettabile logica del “mal comune, mezzo gaudio”, gli standard morali, civili e legali delle nostre società.

Discutere con i paladini del “politicamente corretto” di questi temi con onestà intellettuale e apertura mentale diventa sempre più complicato. Si dimostra vero, come ha scritto di recente Maurizio Blondet, che il progressismo è nemico della civiltà, perché – incapace di trasmettere alle successive generazioni le necessarie premesse dello stesso progresso civile e materiale – ne determina alla lunga la distruzione. Come commentava ieri l'amico Luca Dombré, "è il destino tragico e coerente di un'epoca che poggia sulla soddisfazione dei bulimici desideri del presente, che non conserva alcuna preoccupazione per il destino collettivo di se stessa come comunità chiamata alla fisiologica necessità di trasmettersi. Domina solo un arcano impulso alla dissoluzione". Quando i nodi verranno al pettine sarà già troppo tardi, a meno di una vera "rivoluzione conservatrice", capace di riacquistare egemonia anche in ambito culturale.

 

17 settembre 2015

La pornografia ci rende migliori… agli occhi di Satana


di Alessandro Rico 

Il 14 settembre è apparso sul sito di Radio Deejay, la stazione di Linus e DJ Albertino, un articolo dal titolo accattivante: «Il porno ci rendepersone migliori». Si cita una ricerca del Journal of Sex Research, che mostra una correlazione tra consumo di pornografia e maturazione di idee gender egalitarian. Non ho indagato sull’attendibilità di questa conclusione, né sull’affidabilità scientifica del metodo utilizzato dagli autori dell’articolo, apparentemente mossi dall’intento di sfatare il mito dell’erotomane maschilista che considera la donna un oggetto. Quel che vale la pena rilevare, in questa sede, è come il blog di Deejay.it abbia condito la notizia, stabilendo una curiosa corrispondenza che fa di femministi e abortisti, perciò stesso, delle «persone migliori». È un dato interessante, che dovrebbe indurre a una seria riflessione quelle anime belle che negano l’esistenza della teoria gender e, vieppiù, di forme subdole di propaganda o malcelati tentativi di lavaggio del cervello. Gli apostoli del nuovo culto che si fa beffe, nell’ordine, della legge divina, della legge naturale e della legge morale, sono ormai arrivati al punto di vendere come una realtà auto-evidente, il fatto che le persone rispettabili debbano promuovere gender equality, aborto e agenda LGBT. Dall’altro lato della barricata, come verità analitica, stanno dunque gli oscuri reazionari che difendono i diritti dei bambini non nati e la famiglia – che definire “tradizionale” è pleonastico, perché la famiglia è una sola e non ha bisogno di qualificazioni.
Non è questa meschina propaganda? Non serve più neppure discutere, o almeno ammettere che su certe questioni esiste nella società un profondo disaccordo. La propaganda, che per definizione deve mistificare i fatti e costruire a tavolino una sua versione, dà già per scontato che i buoni siano i tolleranti simpatizzanti femministi e omosessualisti. Alla faccia della tolleranza, poi: nella guerra totale che hanno dichiarato, costoro sono pronti a coinvolgere anche gli innocenti, arrivando ad alludere, in un articolo anonimo poi opportunamente edulcorato, alla figlia diciottenne di Mario Adinolfi che penzola da un cappio, spinta al suicidio dalla “cultura dell’odio” diffusa dal padre.
Nonostante Deejay abbia già pronunziato la sentenza, mi sento di proporre un’interpretazione diversa della questione YouPorn-femminismo. Ipotizzerei che la pornografia sia un ottimo veicolo per far entrare il diavolo nella propria vita: astrae dalla realtà, proietta in un mondo posticcio, libera le perversioni, illude la mente e ingabbia il corpo. E una volta che il maligno si è fatto strada, non impiega molto a mettere in disordine tutte le nostre credenze sull’ordine della creazione, sulla società e sulla morale. Noi gli apriamo una fessura, lui ci convince a spalancare la porta; il piatto della completa lontananza da Dio è presto servito.

So bene che parlare di Satana a un popolo che è passato per l’immanentizzazione di religioni politiche e proclama il totale disinteresse per la vita dello Spirito, non può che solleticare l’ilarità di chi considera noi cattolici poco più che creduloni lobotomizzati. D’altra parte, è noto che il capolavoro del diavolo è farci credere che non esiste.

 

26 maggio 2015

Teologia della liberazione. Un salvagente di piombo per i poveri


di Federico Catani

«È importante tenere presente che quello che si cerca, oltre o, meglio, mediante la lotta contro la miseria, l’ingiustizia e lo sfruttamento, è la creazione di un uomo nuovo». Così scriveva nel 1971 Gustavo Gutiérrez, uno tra i massimi esponenti della teologia della liberazione. Questa corrente teologica, da cui la Chiesa ha preso le distanze per volontà di S. Giovanni Paolo II e dell’allora card. Ratzinger, è celebre per la commistione che ha realizzato in America Latina tra cattolicesimo e marxismo. Note al grande pubblico sono la sua presunta attenzione ai poveri e il suo sostegno alla prassi rivoluzionaria. Forse però non molti conoscono i suoi più recenti sviluppi. La teologia della liberazione, infatti, non è morta e non è rimasta affatto circoscritta al Sudamerica. Oggi, anzi, sembra tornata in auge e in diversi ambienti continua ad essere punto di riferimento, seppur in maniera velata. Ma quel che più conta è la sua evoluzione, che ci riguarda tutti, in un modo o nell’altro, perché attiene alla rivoluzione culturale e antropologica cui stiamo assistendo.

In effetti, dopo il crollo dell’Unione Sovietica e il fallimento generale del comunismo, i teologi della liberazione, che hanno sempre fatto proprie le categorie filosofiche, politiche ed economiche del marxismo, sono stati costretti a reinventarsi. In pratica, hanno ampliato i concetti di “povero” e “povertà”. Se negli anni Settanta e Ottanta i poveri erano i proletari sfruttati e alienati da un sistema economico che prevedeva la proprietà privata dei mezzi di produzione, oggi sono anche altre categorie di persone, sempre oppresse, ma in maniere e per ragioni diverse. Ecco allora che i nuovi poveri sono gli omosessuali, i transgender, le donne e persino la natura. Tale passaggio all’interno della teologia della liberazione è avvenuto senza contraddizioni. Leonardo Boff, altro personaggio di spicco di questo mondo, già nel 1985 scriveva infatti che la teologia della liberazione andava strettamente legata ai vari processi di liberazione caratteristici della storia moderna, come ad esempio il freudismo e il pensiero di Nietzsche riguardo la liberazione psicologica e quella degli istinti. Questi teologi hanno poi fatto ricorso senza problemi all’ideologia del gender per lottare contro la discriminazione di sesso, al femminismo per contrastare il dominio maschilista e all’ambientalismo estremo per difendere il pianeta Terra.  

Gli attuali attacchi alla vita, alla famiglia e all’educazione dei nostri figli, pertanto, sono in qualche modo sostenuti anche da certi ambienti che si rifanno proprio alla teologia della liberazione, seppur con un’ampia varietà di sfumature. L’obiettivo è quello dichiarato da Gutiérrez e da altri: creare un uomo nuovo, completamente liberato da ogni tipo di oppressione, persino dalla morale e dalle leggi di natura. Un uomo ben diverso, quindi, da quello rinnovato e ricreato dalla grazia di Dio.

Chi volesse approfondire questi temi può leggere il documentato libro di Julio Loredo, “Teologia della Liberazione. Un salvagente di piombo per i poveri” (Cantagalli, Siena 2014), in cui l’autore analizza dettagliatamente il nucleo dottrinale della teologia della liberazione, mettendo ben in evidenza tutti gli errori che la allontanano dalla verità insegnata dalla Chiesa: immanentismo, storicismo, manipolazione della Sacra Scrittura, distorsione dell’immagine di Dio, del concetto di Redenzione, di peccato, una nuova e rivoluzionaria visione di Chiesa, primato della prassi, e così via. «Il concetto fondamentale della Tdl, che la percorre da cima a fondo, è quello di “liberazione” – scrive Loredo - cioè un movimento, interiore ed esteriore, tendente ad emancipare individui e società da certe situazioni ritenute oppressive o discriminanti». Ma, per l’appunto, non sempre ciò che sembra oppressivo in realtà lo è. Prendiamo per esempio il caso dell’omosessualità. Dimenticando che la Chiesa da sempre insegna l’amore per il peccatore e la condanna del peccato, la teologia della liberazione gay, lesbica e queer parla di oppressione secolare verso il mondo omosessuale. In questo modo però, di fatto si legittima la ribellione non ad un’ingiusta autorità umana, bensì alla legge naturale e morale, voluta da Dio. È lo stesso ordine del creato che viene pensato come struttura oppressiva e dunque contestato. 

Stesso discorso vale per la cosiddetta teologia femminista. Con il pretesto della pari dignità tra maschio e femmina, in realtà essa diffonde lo scontro tra i sessi, distorce il concetto di maternità e legittima ogni orrore in nome dell’autodeterminazione femminile. L’aborto ne è l’esempio più eclatante. Non solo. L’attacco al “patriarcalismo” mette in discussione persino l’immagine di Dio in cui i cristiani hanno sempre creduto e che hanno sempre accettato. E così come è necessario liberarsi da ogni forma di oppressione tra esseri umani, bisogna pure liberare la natura dal dominio dell’uomo. Di qui il mito del pianeta Terra considerato un organismo vivo di nome Gaia. Scrive Leonardo Boff: «Al grido dei poveri dobbiamo aggiungere il grido della Terra». Ancora una volta, si sovverte l’ordine del cosmo, perché la flora e la fauna hanno la priorità rispetto all’uomo, l’unico essere creato a immagine e somiglianza di Dio.

Sotto l’apparenza di buoni princìpi la teologia della liberazione cela pertanto delle vere e proprie aberrazioni. Come scrive Loredo, «proclamandosi in favore dei poveri, essa tuttavia difende sistemi che generano povertà. Sembra quasi che la Tdl abbia fatto non tanto un’opzione preferenziale per i poveri, quanto per la povertà stessa». Una povertà, lo diciamo a scanso di equivoci, ideologica, che nulla a che vedere con quella consigliata dal Vangelo e vissuta da Gesù e dai santi, né con una giusta sobrietà di vita. I teologi della liberazione, in effetti, hanno posto al centro del loro pensiero la prassi rivoluzionaria, spalleggiando regimi comunisti criminali, in cui i poveri erano solo strumentalizzati. Vengono in mente le parole che Don Camillo dice al pretino progressista don Chichì: «La povertà è una disgrazia, non un merito. Non basta essere poveri per essere giusti. E non è vero che tutti i poveri abbiano solo diritti e i ricchi solo doveri: davanti a Dio tutti gli uomini hanno esclusivamente dei doveri». Lo stesso discorso vale per le cosiddette nuove categorie di poveri, ugualmente strumentalizzate per costruire un’umanità nuova, liquida, slegata da ogni riferimento certo. D’altra parte, è ben difficile considerare oppressi i membri di quelle potentissime lobby, ricche e influenti, che mirano a imporre la dittatura del pensiero unico, con buona pace della tolleranza e della libertà. 

(La Croce quotidiano, 29 aprile 2015)
 

21 aprile 2015

Le femministe (all’estero) denunciano l’utero in affitto come schiavitù


di Giuliano Guzzo

Ad osservare il panorama italiano, almeno per come si presenta ora, sembra quasi la pratica dell’utero in affitto preoccupi solamente la redazione de “La Croce” e i suoi lettori, e che a tutti gli altri la cosa vada tutto sommato bene. Dopo l’appuntamento del 13 giugno al Palalottomatica molto probabilmente si scoprirà che le cose sono un po’ diverse, e che in realtà moltissimi pensano che i figli non si possano pagare e che la maternità surrogata sia una brutale violazione della dignità della donna; ma nel frattempo in Italia tanti sembrano non preoccuparsi della questione. Scenario molto diverso, invece, è quello internazionale, con mobilitazioni significative. Ne costituisce un esempio un recente documento francese – Contribution d’un groupement d’associations féministes et de défense des Droits Humains aux travaux de la Conférence de La Haye de droit international privé – indirizzato agli organi internazionali che denuncia pubblicamente l’utero in affitto quale nuova forma di schiavitù.
E’ di particolare interessante, anzitutto, soffermarsi sulle associazioni firmatarie di queste venticinque pagine: una dozzina di realtà e movimenti – da Le Collectif pour le Respect de la Personne a Coordination Lesbienne en France, da Assemblée des Femmes a Elu/es Contre les Violences faites aux Femmes – certo non etichettabili come conservatori. Anzi: trattasi di una vera e propria galassia femminista che però non ne vuole sapere di accettare la pratica dell’utero in affitto, «dite par euphémisme “gestation pour autrui” ou “GPA”» (p.7). La prima critica che viene mossa è infatti formulata sul piano linguistico: già il voler parlare di “maternità surrogata” – si legge nel documento – è qualcosa di gravemente manipolativo e riduttivo della gravidanza, che viene così equiparata a mera funzione d’organo, mentre la realtà è che la “gestante per altri” non mette solo il proprio grembo, bensì il proprio corpo ed indefinitiva se stessa a disposizione di una vera e propria fabbricazione di bambini.
Segue una denuncia articolata della “maternità surrogata” che non solo ferisce ed umilia la dignità della donna, ma ne mette per ovvie ragioni a rischio la salute, a partire da quella psichica. Che questo sia vero – fanno notare le associazioni femministe – è dimostrato dal fatto che sono le stesse agenzie che si occupano di “maternità surrogata” a sottolineare la necessità di un sostegno psicologico per le donne che accettano di collaborare con loro; una necessità, del resto, confermata anche dalla letteratura scientifica (Journal of Social Issues, 2005). C’è poi il questione del bambino, a tutti gli effetti ridotto a cosa. «La gestation pour autrui – si legge – aboutit à une véritable réification de l’enfant» (p.10). La totale negazione della dignità umana del figlio, si fa osservare, non si riscontra solo nel fatto che il figlio viene commissionato esattamente come una cosa, ma pure nell’inumano rifiuto – come non pensare alla «cultura dello scarto» denunciata dal Papa? – di cui è oggetto quando non corrisponde agli standard qualitativi richiesti dai facoltosi committenti.
Ma i figli non si pagano, dicono – dando così ragione a “La Croce” – queste femministe. Che si oppongo alla “maternità surrogata” non solo quando ha per protagoniste – sarebbe meglio dire vittime – donne dei Paesi poveri, ma anche quando avviene altrove. Si cita al riguardo il caso del Regno Unito, dove la pratica è accettata solo se «altruista»: ma si può parlare di altruismo quando all’utero in affitto seguono generosi compensi economici? Le associazioni femministe autrici di questo documento ne dubitano: e fanno bene. Il loro documento si chiude facendo notare come l’utero in affitto sia incompatibile, fra le altre cose, con la Convenzione dell’abolizione della schiavitù (1926), e con quella della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia (1989). Rattrista solo il fatto che una simile protesta contro la “maternità surrogata”, da noi, fatichi a sollevarsi: quasi fosse solo una fissazione cattolica. Ma dopo il 13 giugno sarà diverso e quanti, finora, han fatto finta di nulla dovranno scegliere da che parte stare: se da quella della libertà e della dignità umana o da quella della nuova schiavitù.

(“La Croce”, 28.3.2015, p.3).

 

23 gennaio 2015

La famiglia in Italia: 40 anni in discesa



di Fabrizio Cannone

Tra i migliori sociologi, statistici e demografi italiani viventi spicca la figura di Roberto Volpi, autore negli ultimi anni di importanti saggi sull’andamento della società e della cultura, ma soprattutto sulla crisi della famiglia in Europa (cf. Liberiamo i bambini, 2004; La fine della famiglia, 2007; Il sesso spuntato. Il crepuscolo della riproduzione sessuale in Occidente, 2012, ecc.). In questi saggi, il Sociologo toscano (e padre di 3 figli) critica fermamente e in modo documentato ed ineccepibile le politiche familiari dei vari governi occidentali, di Destra, di Centro e di Sinistra, tutte in un certo senso anti-famiglia. Più ancora Volpi fa notare le gravissime conseguenze sociali e morali della perdita del senso di paternità (nell’uomo) e di maternità (nella donna). Si tratta di libri importanti, affiancati spesso da articoli di fondo pubblicati sul Foglio, in cui si fa luce sugli impatti negativi e destabilizzanti degli anticoncezionali e della banalizzazione dell’aborto.
Da ultimo il Nostro ha pubblicato il saggio: La nostra società ha ancora bisogno della famiglia? (Vita e Pensiero, Milano 2014). A proposito di questo Saggio è stato intervistato recentemente da Andrea Galli su Avvenire (21 dicembre 2014, p. 24) e da parte nostra desideriamo riferire i passaggi chiave dell’intervista.
Secondo il Sociologo l’annus terribilis della demografia italiana, più che il 1968 (inizio della rivoluzione nichilista in Europa), è il 1975, poiché «da quell’anno sia i matrimoni che le nascite cominciano a perdere terreno. Queste ultime in 5 anni arrivano a perdere il 25%, una caduta che poi rallenta ma non si arresta per altri vent’anni». Nel 1965 si era concluso il Vaticano II, che aveva pubblicato un documento, la Costituzione pastorale Gaudium et spes, dedicato ampiamente alla famiglia e al Matrimonio. Nel 1968 Paolo VI, con grande coraggio e sapienza, pubblicò l’enciclica Humanae vitae, che condannava senza giri di parole la contraccezione, praticata in qualunque modo. Ma né il Concilio (letto da moltissimi teologi e pastori nel modo che sappiamo...), né l’Humanae vitae (apertamente sabotata da non pochi vescovi e prelati) riuscirono ad evitare l’introduzione del divorzio e dell’aborto, approvati in quasi tutti i Paesi di tradizione cristiana durante gli anni ’70 del ’900. In Italia nel 1970 fu introdotto il divorzio (approvato definitivamente con il referendum del 1974) e nel 1978 l’aborto. Gli effetti catastrofici di queste due pseudo-leggi non tardarono a farsi sentire, con la dissoluzione, prima soft poi hard della famiglia italiana, in passato considerata nel mondo intero come simbolo esemplare di fede, di forza, di unità compatta e indissolubile. Infatti, ricorda il Sociologo che in breve tempo si arriva alla quota di 1,2 figli per donna, «uno dei più bassi al mondo in quel momento [negli anni ’90], meno della metà di quello della fine degli anni Sessanta». In un trentennio, si ebbe una rivoluzione da cui ci vorranno decenni per riprendersi, rivoluzione definita dal Volpi come «una mutazione per così dire antropologica».
La legalizzazione del divorzio, anche per il suo impatto simbolico, ha rovesciato la mentalità che da sempre era diffusa in Italia con la famiglia al centro, e con la sicurezza per i figli di avere due genitori certi fino alla morte. «Fin allora in Italia sia i cattolici che i laici [comunisti inclusi...] avevano aderito a un tipo di matrimonio fortemente ispirato dalla Chiesa: sino alla fine degli anni ’60 su 100 matrimoni 98 erano religiosi». Ciò significa che il Paese che aveva i più grandi partiti comunisti e socialisti d’Occidente era comunque ancora legato alla tradizione cristiana, giudicata dal popolo come positiva e benefica.
Ma quali erano in estrema sintesi i principi della famiglia tradizionale in Italia? «Indissolubilità, fedeltà e obbedienza dei bambini all’autorità familiare, segnatamente del padre, ne erano i cardini». Vi rendete conto, cari lettori? C’era un senso “biblico” della famiglia molto di più nei partiti laici ancora negli anni ’60, di quanto ce ne sia in moltissimi cattolici oggi, che non praticano e non stimano né l’indissolubilità, né la fedeltà reciproca, né tanto meno l’autorità del paterfamilias. Ma quando vigeva il concetto di «autorità familiare», come lo chiama il Volpi, le famiglie erano unite, prolifiche e costituivano (salvo le sempre possibili e non rare eccezioni) dei porti sicuri per i figli e per i figli dei figli... Ma oggi? Se perfino teologi e pastori si accodano dietro le assurde rivendicazioni del femminismo e dell’ideologia del gender, da chi e in nome di cosa verrà esercitata l’indispensabile autorità? Ma senza autorità, può esistere la fedeltà e l’indissolubilità, l’educazione e la doverosa correzione dei figli? Risponda chi può!
In generale, ricorda lo Studioso, «ci si sposava giovani, le donne a una media di 24 anni. La battaglia sul divorzio mirava al cuore di quel modello: indissolubilità e fedeltà [...]. L’infedeltà del maschio era più tollerata, socialmente e moralmente, di quella della moglie, accompagnata da una sua maggiore autorità (almeno pubblica, di fronte alla società: perché sappiamo che all’interno della famiglia molto spesso non era così)». Il divorzio, unito alla retorica femminista dell’utero è mio e lo gestisco io (gestire, capite? gestire!!!), è stata l’arma propizia per la freudiana uccisione del padre e in esso della famiglia tradizionale: «All’inizio, due su tre domande di separazione legale vennero avviate da donne. Le donne [non tutte però...] hanno visto nel divorzio la possibilità di spostare un rapporto di forza sull’uomo». Il Matrimonio, da Sacramento dell’amore e vincolo di perfezionamento reciproco, a «rapporto di forza»... Anche questo è stato il femminismo, una guerra contro i sentimenti, una guerra contro l’amore.
Il giornalista Galli chiede al Sociologo se la situazione nel frattempo sia migliorata e se il Meridione d’Italia, che al tempo votò in larga parte contro divorzio e aborto, abbia tenuto. Secondo il Demografo la situazione si è ancora aggravata e il Sud «è stato omologato» al resto del Paese. Per esempio, «oggi le regioni dove la fecondità è più bassa sono quelle del Sud, il Molise e la Basilicata, e va segnalato il caso della Sardegna, leader nella de-fecondità e de-nuzialità». Tra i fenomeni che sono in crescita ovunque, specie nelle grandi città del Nord, vi è quello delle «coppie di fatto e le coppie di fatto non conviventi». Mah! Gli italiani, di oltre 25 anni, che vivono da soli, per varie ragioni (per scelta o per abbandono), ammontano ora a «più di 5 milioni»! 
Ma quale differenza di fondo si denota tra la famiglia tradizionale e la famiglia contemporanea? Secondo Volpi, «il modello di famiglia tradizionale è fondato su una forte responsabilizzazione reciproca. Il nuovo modello è fondato invece sul sentimento: l’amore, il sentimento basta. Sembra una visione più avanzata, moderna, in realtà è un’idea più fragile e con ricadute sociali negative». E lo Studioso ne dà questa spiegazione: «Una società che si fonda su legami a più alto livello di responsabilità e a forte istituzionalizzazione è indiscutibilmente una società più solida, interrelata e solidale di una che si fonda su legami a più basso livello di responsabilità e a nullo livello di istituzionalizzazione». Parole da meditare che possiamo osservare ogni giorno intorno a noi... Faccio notare che la diffusione della violenza, anche domestica, è tipica delle società sfibrate e liquide come la nostra, e non delle società tradizionali all’antica, sotto l’autorità indiscussa del paterfamilias.

Purtroppo nulla di buono neppure sul fronte dei Matrimoni religiosi, oggi circa 110.000 l’anno, «mentre erano 420.000 nel 1964», con una popolazione di molto inferiore. Ed essi stanno calando con un ritmo di quasi 10.000 nozze all’anno. «Se la tendenza dovesse perdurare, i matrimoni in chiesa diventeranno un elemento residuale. Sulla famiglia la Chiesa ha perso la battaglia culturale nei confronti della società laica». E non solo sulla famiglia, purtroppo. Chi ama la famiglia tradizionale però sa che Cristo stesso la ama e che Lui, potendo risuscitare i morti, può anche risuscitare la famiglia, ridotta a cadavere dalla secolarizzazione e dal relativismo.