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10 maggio 2017

Il programma di Marine Le Pen e la dottrina sociale della Chiesa


di Enrico Maria Romano

La vittoria (abortita) di Marine Le Pen, alle elezioni presidenziali dello scorso 7 maggio, sarebbe stata diversa dalle vittorie (abortite) di Norber Hofer in Austria e di Geerd Wilders in Olanda. E, per l’insieme dell’Unione Europea, e dunque anche per l’Italia, sarebbe stata diversa, perfino rispetto alla miracolosa e storica vittoria di Donald Trump in America, o del Brexit in Gran Bretagna.

La Francia ha ancora ciò che da Napoleone in poi non ha mai smesso di avere: un prestigio politico e culturale unico al mondo. Quello culturale non è sotto ogni punto di vista insuperabile. Ma quello politico è raro: basti pensare alle serie interminabile di re e di regine che da Clodoveo in poi ne hanno contrassegnato la continuità, la grandeur e la compattezza sociale. Non che la nazione italiana abbia atteso l’Unità e i Savoia per esistere, certo. Ma la storia politica unitaria francese supera i dieci secoli e ha quindi qualcosa di quasi unico in Europa e nel mondo intero.

Il partito di Marine Le Pen poi, fondato negli anni ’70 ad imitazione del nostro Movimento Sociale Italiano, non ha la forza d’impatto – ma anche la debolezza strutturale – tipica dei molti movimenti populisti di ultima generazione. E’ da mezzo secolo che il blocco nazionalista-patriottico rappresentato dal Front dirige città piccole e medie, conta deputati (specie in Europa) e soprattutto consta di migliaia e migliaia di militanti, simpatizzanti, centri culturali, numerosi giornali e riviste, con una ramificazione unica, nella destra tradizionale europea.

Jean-Marie Le Pen, arrivò secondo dietro Chirac nel 2002, e perse poi, pur avendo leggermente aumentato i voti. Per il gollista Chirac votò compatta la sinistra. Per il socialista Macron ha votato compatta la destra di Fillon…

Ma quali sono le proposto concrete del più forte partito identitario d’Europa occidentale? Esse non sono una sorpresa e da mesi esistono nero su bianco, col titolo di “144 impegni presidenziali di Marine Le Pen”. Questi impegni si aprono con la frase-emblema di “rimettere la Francia in ordine”. Dopo anni ormai di terrorismo islamico, perdita del controllo delle periferie, continue e crescenti violenze sociali, crollo sconcertante della scuola pubblica e perfino per gli stessi scandali ripetuti di politici corrotti (inclusi certi candidati alle presidenziali), la frase è indicativa della volontà di ottenere pulizia, ordine, rigore e sicurezza per un popolo stremato.

Nella introduzione ai 144 punti, Marine Le Pen dichiara che i suo obiettivo politico è di “restituire libertà alla Francia” dalle maglie e dalle morse dell’Unione Europea, e di rendere ai francesi i loro legittimi diritti ed anche i loro denari, poiché “da troppi anni una politica dissennata impoverisce le classi medie e popolari, e arricchisce le multinazionali”. Secondo Marine ci sono in ballo due visioni di fondo che si combattono, quella “mondialista”, sostenuta da tutti gli altri candidati, che auspica “l’abolizione di tutte le frontiere, politiche economiche e fisiche, la quale accetta sempre più immigrazione e sempre meno coesione nazionale”; l’altra, è la visione patriottica, che “mette la difesa della nazione e del popolo al centro di ogni decisione pubblica”. Queste due visioni, sono una lotta tra due civiltà irriducibili. La vittoria di Macron è stata certamente la vittoria delle élite e la sconfitta dei ceti più modesti: nessun appoggio hanno avuto i patrioti dalle banche e dal mondo degli affari. Immani i sostegni al novello presidentino.

Il primo punto dei 144 era la richiesta di un referendum per ottenere l’uscita della Francia dall’Unione (Frenxit), per riacquisire la piena sovranità della patria. Annessa a questa c’è la rivendicata sovranità monetaria e legislativa dello Stato francese rispetto alle varie e anonime istanze internazionali.

Un altro asse del programma è/era l’aumento delle possibilità di democrazia diretta, attraverso l’introduzione del sistema proporzionale e la riduzione dei deputati e senatori da oltre 900 a 500.

La Francia da troppo tempo è diventata il paese della dittatura del politicamente corretto, della censura preventiva e delle pesanti ammende per chi dice o scrive ciò che non è gradito ai padroni del vapore. Marine Le Pen vuole/voleva/vorrebbe restituire la parola ai francesi attraverso l’uso incentivato dei referendum di iniziativa popolare, e la abolizione delle leggi che impediscono la libertà di opinione (politica, storiografica, culturale). Un’altra libertà promessa dalla Le Pen è quella della scelta della scuola da parte delle famiglie: pubblica o privata, parificata o libera (le famose scuole hors contrat, che aumentano ogni anno e danno eccellenti risultati formativi, all’opposto dell’illettrismo spaventoso degli studenti delle periferie cittadine).

Si vuole poi maggiore sicurezza sociale ed aumento delle forze armate (15.000 unità in più) e del loro prestigio sociale ed economico. Largo spazio è/era fatto alla legittima difesa dei cittadini e pene più severe per i delinquenti, specie abituali. Nuove prigioni e responsabilità penale per i genitori di criminali minorenni, con la soppressione di aiuti sociali qualora i genitori siano complici dei reati dei figli a carico.

Marine Le Pen vuole/voleva sopprimere lo jus soli e ritornare allo jus sanguinis, con l’aggiunta della possibilità di far perdere la nazionalità a chi la ha acquisita, ma ha poi seriamente demeritato. Disincentivare l’immigrazione con ogni mezzo, e favorire il rimpatrio degli stranieri inadatti, disoccupati o non integrati. Controllo rigido sulle moschee e i centri islamici diffusi sul territorio. Reintrodurre quindi l’ergastolo per i crimini maggiori.

Ci si sarebbe battuti e ci si batterà malgrado il banchiere Rotschild sia giunto al potere, per una politica di reindustrializzazione del paese, dando la preferenza ai nativi rispetto ai concorrenti stranieri. Lottare contro la concorrenza sleale in materia di commercio e sostenere il Made in France. Tutte queste misure vengono chiamate nel programma “Patriottismo economico”.

In ambito sociale la Le Pen vuole/voleva reintrodurre l’età della pensione a 60 anni (con 40 anni di tasse pagate) e sostenere, in tutti i modi, una “politica natalista”, specie con riduzioni drastiche delle tasse sulle famiglie numerose e l’abolizione del Mariage pour tous (le famigerate nozze gay, che oggi comportano l’adozione e la compravendita dei neonati). Il punto 91 recita testualmente così: “Difendere l’identità nazionale, i valori e le tradizioni della civiltà francese”, iscrivendo tale principio nella Costituzione ed esponendo il tricolore in tutti gli uffici pubblici. Interessanti misure poi a favore dell’artigianato, dell’agricoltura e delle piccole imprese familiari.

Insomma un programma di buon senso basato su legge ed ordine, lavoro e sviluppo. 4 pilastri giudicati necessari per una vera pacificazione nazionale. Marine Le Pen chiuse la campagna elettorale nella Basilica di Reims, soffermandosi sul punto esatto in cui san Remigio battezzò Clodoveo nel 497… Ma i responsabili della Basilica la sera stessa hanno dichiarato che Marine “non era stata invitata”…

Sappiamo come è andata a finire.

http://www.libertaepersona.org/wordpress/2017/05/sulla-compatibilita-del-programma-di-marine-le-pen-con-la-dottrina-sociale-della-chiesa/

 

07 novembre 2016

Terremoti, castighi e Provvidenza


di Enrico Maria Romano

1.    Tutti coloro che sono attenti all’attualità hanno preso conoscenza del recente caso Cavalcoli. Il sacerdote domenicano parlando su Radio Maria ha stabilito un nesso tra i terremoti e il peccato umano, e così è stato condannato dal laicismo (l’Espresso-Repubblica), dalla Chiesa cattolica (mons. Becciu della Segreteria di Stato e mons. Galantino segretario CEI) e dallo stesso Ordine domenicano bolognese (Provincia di san Domenico). Per altri dettagli si veda il sintetico e chiarissimo articolo del vaticanista Lorenzo Bertocchi su La Bussola quotidiana del 5 novembre 2016.
2.    Coraggiosamente padre Giovanni Cavalcoli, profondo teologo tomista e autore di importanti studi di metafisica, filosofia ed etica, ha ribadito le sue posizioni sia in un’intervista radiofonica a La Zanzara, sia in un intervista on line a lafedequotidiana.it.
3.    Non ci interessa e sarebbe sterile fare una rassegna, giocoforza incompleta, sugli interventi pro e contro il sacerdote. Tra gli articoli favorevoli al domenicano spicca, per la verve teologica che lo anima, quello dello storico Roberto de Mattei (cf. corrispondenzaromana.it), anch’egli, paradossalmente, cacciato da Radio Maria in ragione del senso critico esercitato innanzi a discutibili scelte vaticane.
4.    Cerchiamo solo di fare chiarezza in una situazione di suo quasi insolubile, avendo come oggetto di fondo il tema della presenza del male nel mondo, della permissione divina del male stesso e del fatto che, secondo l’analogia entis (e l’analogia fidei), un male può anche essere un vero bene, come la morte (che è il massimo male sulla terra), ma che il grande s. Francesco chiamava affettuosamente Sorella poiché ci conduce al Signore…
5.    Il mistero c’è e a priori resta fitto, ma esiste anche la ragione, la fede, la Rivelazione che come fiaccole ci introducono nel mistero d’amore della creazione, della redenzione e della vita eterna (attraverso però il dolore, la fatica, la persecuzione dei buoni da parte dei cattivi, etc. etc.)
6.    P. Cavalcoli non ha bisogno che un micro-teologo lo difenda e infatti si è già difeso da par suo, ribadendo sia l’esistenza di castighi divini (dovuti al peccato originale e ai peccati personali degli uomini), sia il nesso inscindibile tra misericordia e giustizia, sia il fatto che chi nega tutto ciò nega il catechismo e quindi la fede: deve quindi tornare a ripassare, sennò sono guai!
7.    Mons. Becciu ha detto così: “Chi evoca il castigo divino ai microfoni di Radio Maria offende lo stesso nome della Madonna” e “deve correggere i toni del suo linguaggio e conformarsi di più al Vangelo e al messaggio della misericordia” di Papa Francesco. Ma dichiarando un confratello nel sacerdozio come manchevole di misericordia, mons. Becciu non ha ferito la misericordia stessa, specie nel momento in cui questo confratello veniva colpito e messo in ridicolo da stampa e TV?
8.    Mons. Galantino ha detto che il pensiero di p. Cavalcoli è un “giudizio di un paganesimo senza limiti”. Ma quando Cristo, in vari notissimi brani del Vangelo, minaccia i suoi ascoltatori, condanna dei comportamenti cattivi o ricorda i castighi divini già avvenuti (come a Sodoma, Gomorra, Tiro e Sidone, con molti morti, alcuni certamente innocenti…), esprime forse “un paganesimo senza limiti”?
9.    La teologia cattolica sui temi in questione dice altro. La morte infatti è un male, ma può essere un vero bene se considerata in rapporto alla vita eterna. Così può essere perfino desiderata per noi, o per un altro. La guerra è astrattamente un male e causa di molti mali. Ma il Catechismo del 1992-97 ricorda che esistono delle guerre giuste. Se sono giuste, sono gradite a Dio e non sono più cattive e da respingere: ma da combattere. Dio, che coincide con la bontà, anzi che l’unico essere ad essere buono in senso assoluto ed estensivo, condanna alcuni uomini alla morte eterna. E non lo fa per salvarli, poiché per costoro non ci sarà alcuna misericordia, neppure alla fine del mondo. Anche Lui è in realtà un Pagano inconsapevole? Ma questo inferno, che contiene per forza delle anime, altrimenti non esisterebbe (secondo la definizione catechistica dell’inferno come status più che come loco), è un bene o un male? Per un verso è male, poiché gli uomini che lo hanno meritato sono uomini cattivi (magari in apparenza buoni…). Ma è anche un bene perché dà gloria a Dio e magnifica la sua giustizia, avendo distinto il bene dal male, con somma precisione e scienza infallibile.
10.    Se Dio permette non solo il terremoto e il maremoto, ma anche l’handicap, il dolore dei bambini e lo strazio dei martiri, l’epidemia e tutti i flagelli in qualche modo naturali e incontrollabili, sicuramente, ha i suoi motivi per farlo. Questi motivi non possono essere contrari o contraddittori rispetto alla sua divina volontà salvifica. Dio ama anche quando punisce, come il buon padre di famiglia. Satana invece inganna anche quando sorride al peccatore incallito, godendo in cuor suo per la sorte degli uomini perversi.
 

08 ottobre 2016

I disvalori della sinistra


di Enrico Maria Romano

Un libro di alcuni anni fa, quindi già vecchio, descriveva gli uomini della sinistra dopo il crollo dell’URSS e del muro di Berlino come Uomini ex: ovvero ex socialisti, ex rivoluzionari, ex comunisti, ex proletari… e ora nulla più!
Ma c’è e ci deve essere per forza un collante storico che resti come zoccolo duro nell’evoluzione politica e ideologica dei vari partiti comunisti d’Occidente (come partiti-chiesa ma anche come partiti di massa). Altrimenti non si spiegherebbe l’evoluzione più o meno omogenea dei vari socialismi del mondo verso l’attuale corrente progressista planetaria che ha in Obama uno dei suoi fari e dei suoi leader indiscussi.
Cosa resta dunque dell’ideologia comunista, con tutte le sue sfaccettature storico-politiche (dai rivoluzionari sino ai socialdemocratici), nei partiti come il PD e negli analoghi partiti progressisti europei?
Secondo me due cose: la visione ideologica della realtà, per cui è la realtà a doversi adattare al pensiero (e non l’inverso) e il rifiuto speculare di religiosità e trascendenza.
L’articolo potrebbe finire qui tanto evidenti paiono, almeno ai nostri occhi, le asserzioni di cui sopra. Ma è bene dare, almeno in miniatura, degli esempi recenti, presi quasi a caso dal quotidiano pensiero dell’establishment sinistrorso.
Sul Corriere del 24.9.16 Massimo Nava attacca la destra francese e ciò non stupisce, ma anche la sinistra che farebbe poco contro l’avanzata populista di Marine Le Pen: “Il programma ideologico del Front National (…) è banalizzato, non più stigmatizzato…”. Tutti i minimi conoscitori dell’attualità politica transalpina sanno che non è affatto vero: forse è proprio l’eccessivo razzismo culturale iper-borghese della sinistra rispetto ai valori espressi dalla destra (Dio, cioè tradizione cristiana; patria, cioè preferenza per il cittadino sullo straniero; e famiglia, cioè famiglia tradizionale…) ad aver chiuso la sinistra in un angolo fatto di belle parole, di slogan vecchi come il ’68 e di Gay Pride inconcludenti e fastidiose. Ma, come direbbe Céline, passons!
La tensione utopica del pezzo di Nava sintetizza al meglio il peggio dell’ideologismo della sinistra odierna quando scrive così di Marine Le Pen (che, piccolo dettaglio, ha già preso più voti che i gollisti e i socialisti messi insieme): “In questo quadro, Marine Le Pen, banalizzata e di fatto non più corpo estraneo, non ha più bisogno di slogan politicamente scorretti e di arringhe sgradevoli. Dopo essersi liberata dal padre e dall’armamentario ideologico dell’estrema destra xenofoba, le basta ripetere a bassa voce ciò che la maggioranza dei francesi e degli europei pensa senza dirlo”.
Già! Ma non è un bene per i liberal del Corriere che una politica di primo piano, che prende milioni di voti, non usi più slogan sgradevoli e scorretti? E non è positivo essersi liberata dall’armamentario ideologico dell’estrema destra?
Come è possibile, dopo il crollo non del solo muro di Berlino, ma dell’utopia dell’euro e dell’Unione Europea come panacea di tutti i mali (economici, sociali, culturali), non capire che ciò che pensa la “maggioranza dei francesi e degli europei”, come scrive Nava, è dettato dalla realtà e quindi va non demonizzato (secondo la tradizione leninista) ma ascoltato e capito?
Ma cosa pensa poi questa cattiva e rozza maggioranza che la sinistra vorrebbe educare e rendere borghese, liberal e laica al modo del PD? Ebbene pensa che l’immigrazione attuale di massa sia un errore gravido di pessime conseguenze sociali; pensa che l’islam come tale, specie se diffuso per ogni dove in Europa, sia un problema, anche al di là del terrorismo; pensa che i soldi delle tasse vadano usati per ricostruire Amatrice più che per finanziare le lobby LGBT e l’indottrinamento dei bambini nelle scuole di Stato; pensa che l’euro non abbia dato i frutti sperati e che la Brexit non è stata ciò che i quotidiani della sinistra scrissero al tempo per mettere paure e allarmismi non innocenti; pensa che sia assurdo dichiarare un candidato alla presidenza americana più o meno un selvaggio o un nuovo Hitler (e presentare l’altra candidata come la Vergine Maria); e tante altre cose. Idee semplici forse ma che hanno una grande dignità: e vanno rispettate.
L’articolo di Nava è istruttivo per chi non si riconosce, come noi, nei disvalori della sinistra. Esso ci dice che malgrado tutti gli avvicinamenti verso il magmatico centro resta sempre una distanza incolmabile tra chi vuole servire la Verità e chi vuole fabbricarla a tavolino.

 

29 settembre 2016

Il MPV continua il declino



di Enrico Maria Romano


Da molti anni si registra un continuo e imperterrito declino etico del Movimento per la Vita, segnalato da varie pubblicazioni come quella del dottor Luca Poli, un ex del Movimento e quella più argomentata e di fondo curata da Francesco Agnoli (cf. Storia del Movimento per la Vita. Tra eroismi e cedimenti, Fede e Cultura, 2010). Il testo di Agnoli faceva stato, in modo schietto e documentato, dei vari incresciosi cedimenti dottrinali dei leader del movimento anti-abortista, oltre ai numerosissimi eroismi praticati dai volontari dei Centri di Aiuto alla Vita (CAV), in modo silenzioso e incoraggiante.

In un articolo del 2012, l’attuale direttore del Timone e della Bussola Riccardo Cascioli, rifletteva sulle evoluzioni possibili e auspicabili del MPV scrivendo che al di là del cambiamento del leader Carlo Casini, il problema era di fondo: “Ma il nodo fondamentale a questo punto non sono i nomi, quanto la strategia per il futuro. Il MPV deve decidere se provare a interpretare i cambiamenti avvenuti nella società italiana ponendosi a servizio e punto di riferimento di un mondo pro life variegato e in crescita costante (non ripetendo l’esperienza di un presidente-politico), oppure continuare a difendere l’esistente accettando di diventare una fra le tante sigle del mondo pro life (seppure la più importante e radicata sul territorio)”.

Purtroppo la nuova gestione di Gian Luigi Gigli non pare aver corretto la deriva silente e incresciosa del principale movimento pro life italiano. E proprio nel senso stigmatizzato sopra di “difendere l’esistente”, cioè la legge 194 in Italia, e più in generale l’attuale assetto politico-societario che di fatto ha integrato l’aborto come uno dei diritti fondamentali ed indiscutibili della donna incinta.

Se ne è avuta una riprova nell’articolo dello stesso presidente Gigli pubblicato sul mensile NOI famiglia & vita (settembre 2016) uscito assieme al quotidiano dei vescovi italiani Avvenire (25.9.2016, p. 25) e intitolato “Usa, né Trump né Hillary credibili su vita e aborto”.

Questi né né enfatici - che ovviamente possono essere giusti in certe condizioni, come quando nelle aspre lotte degli anni ’70 del secolo scorso taluni scrivevano sui muri né Usa né Urss – a volte nascondono una equidistanza vile e pericolosa. Questo è il caso, e non è il primo né sarà l’ultimo della storia politica europea e occidentale.

Ebbene nel rifiutare sia Donald Trump, forse il politico più detestato dai mass media del Sistema degli ultimi anni, sia Hillary Clinton, forse la donna più incensata dalle lobby di potere degli ultimi decenni, è chiaro che si evita una scelta di campo che invece, proprio in nome dei valori non negoziabili (e statutari) dovrebbe essere ovvia.

Gigli stesso, pur mischiando le carte in tavola e imitando Casini nella preferenza di sbagliare con la sinistra invece che far bene con la destra, se ne avvede all’inizio del suo pezzo: “La scelta degli elettori sarà tra Donald Trump e Hillary Clinton. Quale risultato può augurarsi il popolo della vita? A prima vista sembrerebbe facile: Trump si è dichiarato contro l’aborto, mentre la Clinton è una decisa sostenitrice del pro-choice”. Quindi? Beh, “Non è, tuttavia, così semplice”…

E come mai?

Già il fatto di dichiararsi pro life è oggi fonte di immani contrasti da parte delle lobby malthusiane e dei mass media di grido, e così Trump è stato certamente coraggioso. Il coraggio poi è una dote importante per fare bene il presidente. La Clinton d’altra parte non solo è una pro choice convinta (per il diritto delle mamme di sopprimere il figlio che hanno in grembo fino al nono mese di gravidanza), ma ha sistematicamente attaccato i valori sacri della vita, della famiglia, della pace nel mondo, del matrimonio e della religione, in nome del più becero e squallido relativismo (guerrafondaio) made in Usa.

Non sarà anche per questo opposto posizionamento etico che i sostenitori della “cultura della morte” come Obama e Hollande appoggiano fanaticamente la Clinton e al contrario Trump è presentato come un futuro dittatore dalla stampa più politicamente corretta e progressista? Lo capirebbe anche un liceale.

Secondo Gigli però “Occorre chiedersi (…) quale sia la credibilità di Trump come paladino della vita, non solo per la sua esistenza personale, burrascosa e controversa, e per la sua indubbia volgarità [nulla a che vedere con vita e famiglia, però]. Si tratta della credibilità politica di chi, pur dichiarandosi contro l’aborto, resta un convinto assertore della pena di morte, della libera vendita delle armi da fuoco, dei muri per arrestare i flussi migratori dal Messico”…

Siamo al delirio!

Anzitutto tirare fuori la vita privata dei politici non è un argomento e questo sì è volgare e del tutto fuori luogo (anche perché non si dice nulla di particolare scrivendo “esistenza controversa e burrascosa”). Pure la Maddalena aveva avuto comportamenti burrascosi e controversi prima di arrivare alla luce, ma Gesù la ascoltò e non la umiliò. Gesù però non era un manicheo…

Il passato di un politico, specie per ciò che attiene alla vita privata, dice ben poco sulla sua eventuale validità come Presidente di una nazione. La Clinton poi sarà meno volgare di Trump, ma anche i “medici” che cancellano i bambini negli ospedali di Stato non paiono volgari, ma questo che vuol dire?

Totalmente non cattolico poi l’argomento del cattolico Gigli sul paragone tra pena di morte (moralmente lecita) e aborto (illecito e causa di scomunica per chi lo pratica ottenendone l’effetto, secondo il Codice di diritto canonico, promulgato da Giovanni Paolo II nel 1983). Lasciamo perdere la vendita di armi e i (legittimi) muri anti migranti: con la difesa della vita e della legge naturale non c’entrano un bel nulla. Inoltre anche con la presidenza dei democratici alla Obama si è rispettata la tradizione tutta statunitense dell’arma facile, e lo stesso sarebbe se vincesse la Clinton.

In un passato recente alcuni democratici americani usarono l’argomento pena di morte contro i repubblicani asserendo più o meno così: noi siamo per l’aborto, ma voi repubblicani siete in favore della pena di morte, quindi dal punto di vista della Chiesa siamo entrambi non in regola.

Il cardinal Ratzinger però in vari commenti spiegò la totale asimmetria fra i due temi. Proprio per questo è importante ribadire sempre la legittimità morale (che non implica la necessità politica) della pena di morte dal punto di vista etico (come insegna il Catechismo della Chiesa cattolica, al n. 2267).

Caro Gigli, te lo dico con tutto l’affetto possibile, a che giova passare per politicamente corretti, come nel caso del né né di cui sopra, se la vita umana e la famiglia tradizionale non sono più difese, a spada tratta, neppure dal Movimento per la Vita?


 

02 agosto 2016

Padre Carpin e la grazia dell’indissolubilità

di Enrico Maria Romano

Il matrimonio è la più antica, la più universale e la più naturale delle istituzioni. La questione della sua indissolubilità (fino alla morte) è qualcosa di così importante e decisivo per le sorti dell’umanità che nessun Sinodo, Concilio, parlamento o enciclopedia universalis può pretendere di esaurire.
In un’epoca segnata dal caos e dal relativismo etico assoluto come la presente, era necessario che anche l’antica e nobile istituzione del matrimonio, sia cristiano sia meramente naturale, fosse banalizzata e messa sotto processo: e così è stato. Di più, negli anni ’70 e ’80 del XX secolo, la gran parte dei paese europei, a volte evangelizzati dagli stessi santi apostoli del Signore, ha legiferato in materia di famiglia contro la venerabile e bimillenaria tradizione cristiana, abbattendo uno dei capisaldi dell’ordine sociale secondo giustizia. Ma il male non muore mai, essendo un tumore del bene (quasi come una parte del tutto che non esaurirà mai il tutto stesso), e così doveva accadere qualcosa di ancor più devastante. I cristiani, e gli stessi cattolici, hanno accettato come normale, come conforme ai tempi nuovi, questa evoluzione (eterogena) del diritto di famiglia, in cui però le assisi del matrimonio biblico sono state scalzate e distrutte (l’indissolubilità certo, ma anche l’eterosessualità, la fecondità, l’autorità del capofamiglia, il divieto della contraccezione, etc. etc.).

Lo studioso domenicano Attilio Carpin, in un ottimo studio di due anni fa (cf. A. Carpin, Indissolubilità del matrimonio. La tradizione della Chiesa antica, ESD, 2014, pp. 298, € 25) offre ai lettori una bella sintesi sul senso, la portata e il valore dell’indissolubilità coniugale, nel contesto del cristianesimo dei primi 500 anni. Il testo di padre Carpin è il classico esempio di studio scritto con acribia scientifica e rigore metodologico, ma altresì accessibile a tutti coloro che sono in possesso delle minime basi teologiche per comprendere le semplici nozioni di matrimonio, sacramento, dogma, sviluppo dottrinale omogeneo, etc. Il prezioso libro ha anche questa piacevole componente per il cattolico più devoto e interiore: mentre la scienza storica e le competenze teologiche dell’autore nello studio dei padri lo aiutano a leggere i brani più difficili e ambivalenti, la sua fede e la sua devozione ne restano rinfrancate dalla bellezza e dall’armonia della dottrina cattolica sul matrimonio. Ed è questa bellezza, profondità e intima coerenza morale che i novatores di tutti i tempi (dai Catari a Lutero fino ai divorzisti odierni…), non sanno scorgere riguardo al santo sacramento nuziale.
Il Carpin ha pubblicato il suo studio in parallelo con l’inizio della riflessione sinodale sulla famiglia, forse temendo che idee peregrine sul prezioso dogma dell’indissolubilità si facessero strada tra i presuli cattolici e in tal senso ha certamente colpito nel segno. Si pensi proprio alla famigerata relazione d’apertura del cardinal Kasper del febbraio 2014 e alle successive (e ambigue) proposte di tanti vescovi della cristianità.
Ma se si segue la ricerca di padre Carpin si nota fin dalle prime pagine che già durante il Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) alcuni prelati, come ad esempio mons. Elias Zoghby, arcivescovo di Nubia, si batterono, con varie argomentazioni, contro l’indissolubilità del matrimonio (cf. pp. 9-10: “…proponerem […] ut terminus indissolubilitate supprimatur”!!).
Nei burrascosi anni post-conciliari vari teologi cattolici scrissero opere più o meno apertamente divorziste (come Victor Pospishl, Joseph Moingt, Giovanni Cereti) e con una argomentazione specifica che ritornerà sempre fino ad oggi: la prassi di tolleranza verso il ripudio e il secondo matrimonio (in francese remariage) da parte della Chiesa antica, almeno fino ad Agostino.
Contro costoro si levò, tra gli altri, il gesuita Henry Crouzel che pubblicò vari studi (su Gregorianum, Civiltà Cattolica, etc.) per dimostrare il contrario di ciò che questi autori pretendevano.
Padre Crouzel sinteticamente appurò che “In definitiva, la quasi unanimità dei primi cinque secoli sul rifiuto di un nuovo matrimonio dopo la separazione coniugale è un dato sicuro. La tolleranza talora dimostrata da alcuni verso questi nuovi matrimoni, conclusi davanti alle istanze civili, non è mai stata una semplice accettazione della loro validità” (p. 19).
Eppure ci furono antichi e autorevoli scrittori ecclesiastici che in alcuni dei loro scritti sembrano avallare sia la teologia del ripudio (considerato obbligatorio per l’uomo a seguito dell’infedeltà muliebre), sia perfino il secondo matrimonio (almeno civile). S. Basilio pare ammettere che l’uomo ripudiato ingiustamente dalla donna possa prendere una nuova compagna senza divenire pienamente adultero, poiché dell’adulterio (materiale) sarebbe colpevole la moglie che lo ha ripudiato (p. 196ss.). L’Ambrosiaster (nel IV secolo) commentando san Paolo scrive così: “Infatti, è permesso al marito di risposarsi, se ha ripudiato la moglie che ha peccato (di fornicazione), poiché il marito non è tenuto a questa norma [della fedeltà] allo stesso modo della moglie” (p. 121). Da questo e da altri rari casi consimili (in Origene per esempio), che ammettevano il ripudio della donna infedele – quasi si fosse trattato di annichilire il sacramento matrimoniale – gli autori divorzisti ne hanno tratto conseguenze inaccettabili che minano la fondatezza biblica e dogmatica dell’indissolubilità (ontologica) delle nozze, anche dopo l’adulterio e la fine della convivenza.
In particolare il teologo italiano Giovanni Cereti, che abbiamo avuto la ventura di conoscere personalmente parecchi anni fa, in un testo del 1977 (Divorzio, nuove nozze e penitenza nella Chiesa primitiva), più volte ristampato e divenuto un baluardo dei divorzisti cattolici, sostiene che, “Dalla fine del secondo secolo sino a tutto il quarto secolo in occidente, ed anche in seguito in oriente, l’uomo che aveva ripudiato la propria moglie adultera e che si era risposato veniva ammesso alla comunione [sia morale nella Chiesa, sia sacramentale] senza dover passare attraverso nessuna forma di penitenza. In altre parole, in questo caso al marito era riconosciuto lecito il passaggio ad un nuovo matrimonio” (p. 263). Lo stesso autore si contraddice però poiché afferma nello stesso suo testo del 1977 anche l’esistenza di una “disciplina penitenziale” per questi casi (cf. p. 274).
Sempre secondo il Cereti poi, “Nessun padre, o scrittore ecclesiastico, nel corso di questo periodo, parla della illiceità delle nuove nozze in questo specifico caso in cui il ripudio è ammesso” (p. 265); “Dal momento che la legge civile [pagana, imperiale] permetteva il nuovo matrimonio, anzi lo imponeva, qualora al cristiano fosse stato viceversa proibito un nuovo matrimonio, sarebbe stato necessario dirlo esplicitamente ed insistervi molto” (p. 266). Tipico argomento detto ex silentio.
Ebbene lo studio del Carpin, autore espertissimo in patristica, specie occidentale, dimostra che si tratta di cavilli escogitati genialmente dal Cereti per far dire alle fonti quello che esse non dicono. Se è vero infatti, per essere chiari e sbrigativi, che il ripudio della donna infedele da parte dell’uomo era considerata una prassi giustificata, è falso che l’uomo tornato “libero” potesse poi contrarre un nuovo matrimonio sacramentale. Le eccezioni che esistono qua e là, valgono come eccezioni e non come prassi o legittimazione della prassi. Anzi, vi sono “varie testimonianze che qualificano come adulteri: 1) l’uomo che si risposa dopo aver ripudiato la moglie adultera; 2) l’uomo che si risposa dopo essere stato abbandonato dalla moglie; 3) la donna che si unisce con un uomo che si trova nei due casi precedenti” (p. 269). Carpin cita in tal senso Erma, Clemente, Ambrogio, Girolamo, Agostino, Isidoro, il Concilio di Cartagine (407) e Innocenzio I.
Sulla liceità cattolica del ripudio, che si basava anche sul ripudio ammesso nell’Antico Testamento, c’è da notare che esso era inteso come “separazione coniugale, ma non come scioglimento del vincolo” (p. 271).
I “digami” di cui si occupò lo stesso Concilio di Nicea (325) contro i rigoristi novaziani, sono da identificarsi coi bigami (sposati due volte contemporaneamente) o coi vedovi risposati (sposati due volte ma diacronicamente)? Per Cereti essi erano coloro che si erano risposati dopo essersi separati dalla prima (vera) moglie, mentre questa era ancora viva e vegeta. E la Chiesa avrebbe chiesto ai novaziani (che non ammettevano il pentimento degli apostati e degli adulteri) di accettare la comunione sia coi lapsi, sia con questi digami. La Chiesa di Nicea però se da un lato ammetteva – con giusta misericordia – il reintegro nella comunione degli apostati (a causa della persecuzione) e di coloro che erano caduti in infedeltà, adulterio e concubinato, lo faceva proprio a seguito del pentimento e della confessione. E questo è uno dei nodi della questione. Questione sempre d’attualità, dopo l’Amoris Laetitia
La Chiesa ha ricevuto da Cristo il potere di perdonare tutti i peccati, anche il peccato di adulterio. Ma ciò non significa (…) affermare che il concilio [di Nicea] intendesse perdonare agli adulteri il loro peccato, approvando il loro matrimonio successivo al divorzio” (p. 278).
Qui dalla teologia morale si passa, come fondamento assiologico implicito, alle ragioni assolute della metafisica. Come Dio onnipotente può tutto tranne ciò che è in sé e per sé contraddittorio in modo insanabile (fare un cerchio quadrato per esempio, resuscitare un vivo o cancellare il passato), così la Chiesa di Dio può cancellare ogni peccato (quanto a gravità dello stesso) ma non può cancellare il peccato in assenza di pentimento. D’altra parte è impossibile essersi pentiti di ciò che si sta compiendo con l’intenzione di ripeterlo indefinitamente in futuro.
“Se l’adulterio è un peccato ed è remissibile [e nessuno lo nega, spero], ciò comporta la conversione della vita. Ma la conversione esige l’abbandono del peccato” (p. 279), altrimenti non c’è conversione.
D’altra parte, come nota finemente il Carpin, “Se la Chiesa si fosse adeguata o si adeguasse perfettamente allo Stato [come chiedono ancora gli eterni novatores, fino ad includere in questo adeguamento anche il matrimonio tra omosessuali, come ha insinuato un domenicano promotore del ‘tomismo gay’], dove starebbe l’originalità della Chiesa rispetto al mondo?” (p. 280).
Purtroppo quando la sintonia col mondo è ritenuta prioritaria rispetto alla fedeltà al Signore è necessario che tutto debba mutare, perfino i fondamenti della religione e della rivelazione.

 

25 luglio 2016

Cenni su immigrazione, violenza e terrorismo

di Enrico Maria Romano

Il male corrosivo della società nichilista contemporanea sembra aumentare di giorno in giorno, con una escalation ormai priva di limiti. D’altra parte esiste una sorta di “accelerazionismo” che (pre)vede un domani – a livello politico, economico, sociale, etico – ancora più burrascoso dell’oggi, riprendendo così e ridando vita all’adagio classico motus in fine velocior… Già!
Ma di che moto si tratta e verso quale fine ci starebbe portando? Per capirlo è bene partire da alcuni drammatici fatti dell’attualità, selezionati tra mille altri, proprio per mostrare l’esistenza, altrimenti meno visibile, di una dinamica interna alla storia, che umanamente parlando parrebbe invincibile e inarrestabile.
L’episodio di Fermo, per esempio, è emblematico della nocività dell’immigrazione, dell’anti-razzismo eretto a dogma e del pacifismo odierno. Un italiano, verosimilmente aggredito da una coppia di stranieri di origine africana, per difendersi ha – tristemente – ucciso uno dei suoi aggressori: questo è emerso fin da subito attraverso le inequivocabili parole della testimone principale della vicenda.
Ma siccome gli italiani, secondo l’ideologia anti-razzista, sono potenzialmente tutti animati da odio verso lo straniero, specie di colore, e gli stranieri, sempre nella visione distorta di questa ideologia, sono tutti virtualmente delle bravissime persone, di buoni costumi e facilmente integrabili nel nostro paese, ecco che a priori l’italiano è il colpevole e lo straniero la vittima!
Addirittura, perfino dopo che la moglie del malcapitato ha ritrattato le sue precedenti accuse contro l’italiano “assassino”, secondo i mass media del sistema, l’italiano non avrebbe dovuto difendersi e chi si difende, ormai più o meno in tutta Europa, è sempre colpevole.
Se lo straniero, lo zingaro, il migrante ha a priori tutte le attenuanti possibili e immaginabili (fino a far ricadere sul cittadino comune la colpa della sua non integrazione), al contrario il nativo, l’indigeno è a priori soggetto a tutte le aggravanti del caso, specie quella odiosa, e penalmente rilevante, di agire spinto “da odio”. Come se l’odio (o l’amore del resto), che è un sentimento interno, potesse automaticamente ravvisarsi da atti esterni. Se offro la cena ad una collega per coinvolgerla in una relazione extraconiugale significa forse che la amo? E se un tizio mi ruba ingiustamente per un soffio l’ambito posto di parcheggio e ne nasce una lite tra me e lui (che fa il meccanico) significa che io abbia in odio i meccanici?
Dovrebbe essere banale tutto ciò, se non fosse vero il contrario: la semplice banalità della vita quotidiana sta diventando qualcosa di indecifrabile nella lettura proposta-imposta dai mass media e dai potenti. Il ladro che rapina (specie se straniero) è un pover’uomo che va compreso, il gioielliere che gli spara è pericoloso e va bandito e arrestato…
Non è un caso infatti, e qui sta il furore ideologico allo stato chimicamente puro, che al funerale del malcapitato migrante di origine africana abbiano presieduto due autorità della Repubblica: un ministro in carica e la stessa presidente(ssa) della Camera dei deputati! Ma quando uno straniero uccide un italiano, e ciò accade molto più frequentemente del contrario, quando mai dei personaggi così altolocati si recano, in pompa magna, alle esequie del compatriota estinto? Praticamente mai…
E perché? Perché secondo l’ideologia anti-razzista l’ospite, lo straniero, il “migrante” gode di più diritti e prestigio del nativo ed anzi il nativo è malvisto come portatore di una cultura xenofoba che lo colloca ad un infimo livello morale, rispetto ai popoli e alle tribù degli altri continenti, i quali infatti vengono qui in Europa, non per portarci violenza, degrado, disoccupazione e inciviltà, ma benessere, prosperità, fratellanza e progresso sociale mai visto prima...
Libero, parlando della triste vicenda (9.7.16, p. 2), e dimostrando l’inesistenza del problema razzismo in Italia (se non del razzismo anti-italiano e dei pregiudizi verso l’Italia e la sua storia) forniva in una sintetica vignetta le cifre che mostrano i veri disagi che soffre il nostro popolo a causa dell’immigrazione-invasione, ma anche e soprattutto a causa dell’incosciente classe politica che ci governa. Nell’intero anno 2015 a fronte delle 57 aggressioni xenofobe (del resto difficilmente dimostrabili in quanto tali), ricordava i furti (1.455.997), le rapine (34.904), gli omicidi (593, di cui solo 128 hanno avuto una donna per vittima, contro la leggenda del femminicidio) e i delitti a sfondo sessuale (4.493). Inutile ribadire ciò che è noto a tutti (tranne alle Boldrini e alle Boschi) che gli autori dei numerosissimi furti, stupri, rapine e omicidi sono in gran parte proprio quegli stranieri immacolati che esistono nella fantasia degli utopisti.
Sul caso più recente di Nizza si è detto fin troppo e l’attualità del terrorismo corre più veloce della penna dei giornalisti. In ogni caso il giovane tunisino, islamico e stragista, aveva già molte pendenze di tipo penale epperò aveva ricevuto dalla Francia lassista di Hollande il rinnovo del permesso di soggiorno per altri 5 anni, fino al 2019…
Quello che bisognerebbe fare per ridurre il danno è certamente l’opposto di ciò che propongono i poteri politici nazionali e internazionali. Essi vorrebbero più integrazione, più immigrazione, più multientnicità e meno polizia e controlli. Noi proponiamo invece: più controlli alle frontiere e pene più rigide, meno moschee in Italia e in Europa, blocco totale dell’immigrazione e… incoraggiamento al porto d’armi da parte dei cittadini onesti.
Quest’ultima misura potrebbe sorprendere qualcuno ma in sé non ha nulla di strano. La Svizzera è il paese con il maggior numero di armi pro capite e non si sentono quasi mai episodi di folli che uccidono all’impazzata. L’assioma pacifista più armi = più violenza, va corretto in più armi = meno violenza. Oggi poi in Italia il porto d’armi esiste ed è legale.
Chi può escludere che, se gli onesti cittadini (la maggioranza) avessero un arma con loro, molte tragedie come quella di Nizza non si sarebbero potute evitare? Il criminale e il terrorista le armi del crimine sanno sempre come reperirle. L’onesto cittadino no. Così dovrebbero essere organizzati nel prossimo futuro corsi regionali o scolastici di tiro e lo Stato dovrebbe favorire l’acquisizione delle armi da parte della società civile. Il delinquente saprebbe così che non può fare quello che vuole e ciò sarebbe una grande forma di dissuasione alle sue imprese. Tutto chiaro se davvero si volessero risolvere i problemi, e non incoraggiare…
Bloccare l’immigrazione-invasione (divenuta totalmente inassimilabile), mantenere a qualunque prezzo lo ius sanguinis (si è italiani solo se si ha almeno un genitore italiano), aumentare le pene detentive e l’espulsione dei soggetti pericolosi, e infine rinvigorire la nostra bimillenaria tradizione cristiana. Essa tollera il male, ma non lo giustifica mai e sa essere misericordiosa all’estremo col bisognoso ed il povero, ma anche ferma come Cristo al Tempio (Mt 21,12-13; Mc 11,15-17; Lc 19,45-46; Gv 2,13-16) coi criminali e i delinquenti, a prescindere ovviamente dal colore della pelle, dall’origine, dalla religione e dal sesso di appartenenza.

 

18 luglio 2016

Riviste di lotta e vittoria

di Enrico Maria Romano

Abbiamo scritto svariate volte che i mass media (TV, radio, giornali, etc.) più che favorire la formazione e l’informazione del pubblico, tendono in maniera crescente a produrne una voluta deformazione. E ciò è sotto gli occhi non di tutti, ma certamente di pochi tra gli stessi lettori abituali: e proprio questo, infondo, è il problema! D’altra parte uno spirito attento, di cultura media e di orientamento esistenziale non conformista, può rendersi conto rapidamente che lo scopo principale dei maggiori quotidiani italiani è quello di creare un consenso attorno a certe tematiche, più che quello di dare delle semplici notizie.
E i giornali sono catalogabili proprio in base a tale orientamento etico: più sono relativisti, nichilisti, borghesi, liberal e radical-chic e più vanno con sicurtà di coscienza boicottati e donati al camino.
Ovviamente c’è quotidiano e quotidiano (per limitarci, tra i mass media, alla sola carta stampata). Così come, pur all’interno del totalitarismo democratico che ci opprime, c’è partito e partito ed è inutile oltre che falso farne un unico calderone unitario… Un amico mi disse una volta: se voglio sapere ciò che pensa il potere leggo Repubblica, se voglio conoscere la verità prendo Libero. Pur con tutte le approssimazione del caso, tale giudizio riflette impietosamente la realtà. Ma pochi se ne avvedono, specie tra i lettori del quotidiano scalfariano!
Tra i giornali italiani antitetici al pensiero dominante, che coincide col pensiero delle caste al potere da oltre mezzo secolo, La Croce, nella sua breve parentesi in edicola, è stato quello più valido sotto il profilo etico. A livello politico-culturale un tempo c’era solo Il Secolo d’Italia a rappresentare l’alternativa. In ogni caso la logica è semplice e binaria: più un giornale è fuori dal coro, più è criticato dal pensiero unico e dai potenti, e più è leggibile e da sostenere. Spiccano sicuramente oggi, in tal senso, Libero, Il Giornale e Il Tempo.
Ovviamente dal punto di vista cattolico e nazionale in cui ci collochiamo, non sempre questi giornali presentano una netta coerenza con i valori della famiglia, della vita e della difesa della Patria dai suoi nemici; pur tuttavia restano apprezzabili proprio per la distanza abissale che hanno con le gazzette spacciate dal sistema: Repubblica, Il Corriere, La Stampa, l’Unità, Avvenire, etc. etc. Neppure vogliamo menzionare, in questo articolo di sintesi, le varie Novella 2000, Di Più, L’Espresso, Famiglia (a)cristiana, Il mio papa, etc.
Per essere dunque non solo informati sull’attualità – cosa che resta imprescindibile per chi voglia dedicarsi all’apostolato, alla controinformazione e alla critica del sistema – è bene usare il tempo libero anche per l’approfondimento culturale (e spirituale) sia con i libri, e qui c’è l’imbarazzo della scelta, che con le riviste di formazione.
Vorremmo oggi consigliarne due: in lingua italiana Il Covile e per i francofoni Catholica. 

Il Covile ha qualcosa di unico e di speciale tra le riviste non conformiste. Diretta dall’ottimo Stefano Borselli, si definisce come una rivista aperiodica, fruibile unicamente sul web, ma scaricabile gratuitamente e facilmente stampabile su carta. La grafica è curatissima ed edificante. Giunta al suo XVI anno consecutivo, comporta ad ogni fascicolo (in media di 10-20 pagine), l’approfondimento di una o più tematiche che a volte coincidono con l’interno numero della rivista. Impossibile citare i temi trattati negli oltre 900 numeri finora prodotti (al ritmo di 3-5 uscite mensili), ma si tratta di argomenti della massima valenza formativa per ogni cattolico e ogni patriota che vuole liberarsi dalla tirannia delle opinioni correnti.
Tra i mille dossier di encomiabile livello culturale e di pari acribia scientifica, si segnalano quelli di Armando Ermini intitolati Gender e Capitale (n. 799), Femminismo e Capitale (n. 804), Omosessualismo e Capitale (n. 808) e Veganismo e Capitale (n. 822). L’Ermini, studioso e critico puntuale del capitalismo e del liberalismo contemporaneo, mostra con analisi sapienti e incisive, il rapporto ormai innegabile (e sempre meno negato per la verità), tra l’ideologia del mercato e i disvalori della modernità. E’ giusto ed è doveroso per un cattolico criticare il femminismo, in tutte le sue gradazioni, dal punto di vista del Vangelo e dell’assetto ‘patriarcale’ della famiglia biblicamente fondata; ma è altresì corretto e intrigante, mostrare il legame tra la distruzione della famiglia tradizionale (unica stabile monogamica eterosessuale prolifica gerarchica…), predicata dal femminismo radicale e libertario, e l’individualismo moderno, asse portante del consumismo e della mercificazione dell’umano. Insomma: come l’aborto e il divorzio furono battaglie sia radicali, sia comuniste, sia borghesi, sia liberal (contro il solo Msi e meno omogeneamente la Dc), così la teoria del gender e le nozze gay, l’eutanasia e la droga libera, sono i nuovi dogmi della contemporaneità liquida e nichilista, da Obama ai centri (a)sociali, passando per il cattolicesimo modernista (Renzi, Prodi, Melloni, etc.) e la borghesia illuminata e autoreferenziale di Rep. E sul rapporto tra queste mostruose ideologie del male, l’Ermini scrive a guisa di sintesi: “Come il genderismo, il femminismo e l’omosessualismo, anche il veganismo intende cancellare ogni differenza, e in maniera ancor più radicale. Fine delle religioni, fine degli stati, fine della politica, fine della famiglia, fine delle identità sessuali, fine della specie umana. Con la scomparsa delle nazioni e degli stati, il concetto di spazio si amplia fino a perdere ogni confine e quindi sparire. Con la scomparsa della politica scompare ogni narrazione di sé dell’umanità, con quella della famiglia la memoria storica dell’individuo, e quindi sbiadisce anche il concetto di tempo trasformato in un eterno presente. Con l’identità sessuale e quella di specie, sparisce infine l’individuo stesso, ora soltanto un insignificante atomo nel flusso eterno della natura” (n. 822, p. 6).
Il Covile presenta poi, nell’ambito della letteratura non conformista, delle peculiarità e delle attenzioni rare e meritorie che vanno segnalate. Per esempio la lettura critica, su base sia filosofica che estetica e politica della cosiddetta Arte Contemporanea (AC). Arte, è bene precisarlo, che sta all’arte vera come la cacofonia alla musica o la malattia alla salute. Fondamentali i dossier e gli studi dei coviliani sul tema, i quali a volte hanno ripreso elementi critici dai fratelli transalpini i quali, più invasi di noi dalla dittatura AC, hanno pure sviluppato una contro cultura sulla sovversione dell’arte letta come ideologia totale di dissacrazione, snaturamento, appiattimento. Tra i tanti studi segnalo l’eccellente sintesi di Gabriella Rouf intitolata L’alfabeto dell’AC (n. 869) o i vari saggi contro l’introduzione dell’Arte Contemporanea nelle chiese e nella Chiesa (nn. 719, 770, 805, 835, 859, etc.). Su tale scia l’intero n. 900 del Covile è dedicato al celebre Gaudì, santo artista del nostro tempo, e perciò amante del bello e della natura come essa è.
Altro pregio di questa iniziativa di restaurazione dell’intelligenza, che affonda nel vero senso critico (e non nel criticismo a priori post moderno), è l’attenzione alla fiaba e all’estetica del racconto. In tale ottica è sorto il Covile dei piccoli che presenta delle favole antiche, delle filastrocche, delle tabelline e dei giochi di parole basati sulla tipica estetica ottocentesca e primo novecentesca in uso nei libri scolastici e dilettevoli per i bambini. Si tratta di testi e disegni rari o addirittura mai pubblicati in Italia, tratti di norma dal mondo germanico (Lothar Meggendorfer, Heinrich Hoffmann, etc.), che contribuirono a educare generazioni di studenti e di fanciulli, quando l’educazione (1850-1950) era un valore riconosciuto da tutti, o quasi. L’ultima novella pubblicata (nel dodicesimo Covile dei piccoli) è una fiaba a fumetto di Wilhelm Busch che si intitola Il maligno Enrichetto. Chi snobbasse questo aspetto della contro cultura coviliana non capirebbe che oltre a criticare la scuola laico-democratica-massificante di oggi, è bene riscoprire i classici dell’infanzia per i nostri figli e nipoti, in modo da fornir loro degli opportuni contravvelleni rispetto all’estetica del nulla che abbonda in Tv, nei videogiochi e negli stessi libri di testo.

La seconda rivista di gran pregio è il trimestrale Catholica. Diretta da Bernard Dumont, studioso di alto valore intellettuale e di rare competenze politico-teologiche, Catholica si situa rigorosamente nel cattolicesimo romano antimodernista, di sensibilità francese, ma assolutamente ampia nei contributi e negli apporti (vi scrivono regolarmente autori italiani, spagnoli, teutonici, latino-americani, etc.).
La sua peculiarità e la sua forza sta nell’essere una rivista eminentemente politica, con una lettura però della società, della cultura e dell’attualità che prende le mosse dai principi del cristianesimo. Ogni fascicolo di Catholica, giunta ormai al n. 132, consta di oltre 100 pagine e di diversi saggi formativi e critici, sempre di taglio scientifico e di alta divulgazione. I temi generalmente trattati sono la politica internazionale, la contemporaneità sociale e culturale, specie europea, e tutto quello che attiene ai principi cattolici: etica, bioetica, teologia, liturgia, Magistero pontificio e dottrina sociale della Chiesa. Tutti gli autori, e tra essi sempre vari sacerdoti, hanno una chiara identità cattolica senza compromessi e una altrettanto chiara criticità verso la modernità come tale: essa, viene letta non con le categorie egemoni del progresso, dell’economia, della pace, dello sviluppo, dell’ecologia, etc. etc. Ma attraverso l’uso sapiente della katholische weltanschauung senza nulla concedere ai suoi avversari, siano conservatori o progressisti, filo-islamici o occidentalisti, vetero-marxisti o fautori del pensiero debole.
L’ultimo numero della rivista, che sarei felice se fosse richiesta dai lettori francofoni del blog, ha tra i temi portanti: l’analisi del mondialismo e della cosiddetta “modernità tardiva”, un commento critico su Amoris Laetitia, l’illustrazione del concetto della guerra giusta, il doveroso recupero della legge naturale, oltre a molte letture su temi di attualità (pp. 97-110) e varie recensioni (pp. 111-118). Posso dire, avendo frequentato assiduamente le biblioteche pontificie da lunghi anni, che non c’è al momento, tra le decine e forse centinaia di riviste europee che si dichiarano di orientamento cattolico, una rivista direi così sicura teologicamente e rigorosa nell’analisi storico-politica come Catholica: si tratta quindi di un unicum che va sostenuto, propagandato e fruito al massimo.
L’editoriale del direttore Dumont si concludeva con queste parole di fondo, per una critica radicale alla modernità e al progetto massonico di un Nuovo Ordine Mondiale: “la ricerca perseverante di un mezzo per assicurare la pace tra le nazioni, fondata sulla giustizia e in ultima analisi sulla carità, ha finito per trasformarsi, quali che siano le intenzioni, in una sottomissione ai costruttori della Città terrestre”. Ma è proprio questa Città e questa civiltà, del tutto laica, indifferenziata e irreligiosa, che si oppone in ogni modo alla Città di Dio di agostiniana memoria.

 

09 luglio 2016

Contro il dogma del riscaldamento globale

di Enrico Maria Romano

Se c’è un tema in cui il dibattito sembra vietato per principio, questo è proprio il caso del cosiddetto global warming, o riscaldamento globale. Tutto in linea di massima oggi può essere discusso da tutti, e anche persone senza alcuna competenza osano discettare che so di Bibbia, di religione, di storia, di medicina, di estetica, di politica… Ma sul (recentissimo…) dogma del riscaldamento globale del pianeta terra, guai! Per vederci chiaro, in un tema di suo non facile e piuttosto per addetti ai lavori, ritengo consigliabile un pamphlet uscito da poco, il quale in modo accessibile e convincente mostra le esagerazioni, gli unilateralismi e le vere menzogne del pensiero scientifico ufficiale in materia di clima e di ecologia (cf. Franco Battaglia, Mezze stagioni, mezze verità. Contro il falso mito del riscaldamento globale, edizioni Il Giornale, Milano, 2016, pp. 52, € 2,50).

Battaglia non è proprio l’ultimo arrivato: Laureato in Chimica, ha svolto ricerche, approfondimenti e una lunga docenza in Chimica Teorica e Chimica-Fisica presso varie Università americane, tedesche e italiane. Recentemente, a seguito della Laudato sì di Papa Francesco, è stato contattato dal collega Uberto Crescenti per scrivere al pontefice e fargli notare le riserve che potevano farsi sul suo testo, a proposito dei giudizi “catastrofisti” sul clima e i pericoli attuali dell’ecosistema. Il Crescenti, ricorda il collega Battaglia, “è stato per dodici anni Magnifico Rettore all’università di Chieti e per molti anni è stato presidente della Società geologica italiana e dell’Associazione italiana di geologia applicata” (p. 7). Un altro esperto dunque che non può definirsi uno sprovveduto o un ingenuo.

Ovviamente non avendo noi alcuna competenza scientifica non vogliamo avallare automaticamente tutte le affermazioni del professor Battaglia – né tantomeno rigettare tutte le conclusioni della cosiddetta scienza ufficiale – ma desideriamo riportare le sue principali osservazioni critiche per contribuire al dibattito, senza pregiudizi e parzialità, come accade però comunemente nelle facoltà universitarie a proposito di global warming, evoluzionismo o teoria del Big Bang.

Il coraggioso pamphlet di Franco Battaglia riporta la Lettera al papa che lo studioso spedì in Vaticano a seguito dell’enciclica ecologica di Francesco (pubblicata il 24 maggio 2015). In detta Lettera sono notevoli, da un punto di vista critico ed epistemologico, vari passaggi che giova riportare per la loro utilità più generale. Dopo essersi dichiarato “cristiano” e “peccatore”, l’Autore afferma di essere convinto che l’enciclica di cui sopra, “in qualche passaggio non sia stata ispirata dal Suo naturale ispiratore. Non sarebbe la prima volta che succede ad un Papa: chi ispirò Urbano VIII a costringere Galileo all’atto di abiura? Non certo Dio onnisciente” (p. 9).

Se il papa si richiamava al “consenso scientifico” per denunciare il “preoccupante riscaldamento climatico (…) dovuto alle attività umane”, il Battaglia gli risponde contrapponendo il vero metodo scientifico: “Innanzitutto, mai ci si può appellare al consenso scientifico per sostenere l’attendibilità di qualsivoglia affermazione. Anzi, a dire il vero, è contro il consenso che la scienza fa progressi, ma questa è un’altra storia. Al consenso s’appellò Urbano VIII. E Galileo non della Chiesa, ma dei suoi stessi colleghi e del consenso scientifico fu vera vittima. Bisogna appellarsi, invece, ai fatti. E i fatti, inconfutabili, sono quelli che seguono” (pp. 9-10).
Ancora: “La formula molecolare dell’acqua è H2O non perché tutti gli scienziati dicono così. Piuttosto tutti gli scienziati dicono così perché quella è la formula molecolare dell’acqua. Può sembrare una sottigliezza cavillosa, ma è cruciale (…). L’esistenza di un consenso scientifico sul fatto che H2O è la formula molecolare dell’acqua è irrilevante ai fini della determinazione di quella formula” (pp. 19-20). Non male come teoria (sintetica e divulgativa) della conoscenza: essa, se universalizzata in modo sistematico, mostrerebbe ugualmente, a nostro giudizio, la non scientificità (o per lo meno la non dimostrabilità) dell’evoluzionismo, della psicanalisi, della teoria sull’infinità dell’universo, e almeno in parte anche la certezza circa la datazione esatta delle varie epoche geologiche.

Ma torniamo al punto. Secondo il Battaglia la proposta del papa di sostituire l’attuale sistema di produzione energetica (nucleare, gas, carbone) con quelli cosiddetti alternativi (eolico, fotovoltaico, etc.) avrebbe come paradossale conseguenza di rendere più poveri i paesi poveri e di impoverire i paesi ricchi! Scrive: “Qua e là nella Sua lettera Ella punta il dito contro l’abuso di tecnologia e la fede cieca nella scienza. Sante parole. Ma allo stesso tempo Ella chiede alla scienza e alla tecnologia cose che esse non possono dare, né – allo stato attuale delle conoscenze – è pensabile che possano mai dare” (p. 12).

Sono almeno dodici gli esempi portati dall’Autore (pp. 13-18) per dimostrare che il consenso scientifico in merito al global warming (d’ora in poi GW) è una chimera. Secondo gli esperti a causa del GW gli anfibi anticiperebbero la loro riproduzione, ma secondo altri esperti la posticiperebbero. Per alcuni il GW ha reso l’Atlantico meno salino, ma per altri è stato proprio il GW a renderlo più salino. “Il GW rallenterebbe niente meno che la rotazione della Terra sta scritto in un articolo del Geophysics research letters del 2002, firmato da scienziati dell’università belga di Lovanio. E non preoccupatevi che Felix Landerer del Max Planck Institut di Amburgo (sezione di climatologia) sostenga che, invece, la Terra ruoterebbe sempre più velocemente a causa del GW” (pp. 14-15). Alcuni scienziati credono che il GW aumenti il volume dei ghiacci (ad esempio sul Monte Bianco), ma altri asseriscono che i ghiacci si riducano (sull’Everest). Gli alberi, a causa del GW, crescono troppo velocemente dimostrano alcuni studiosi (come Anna Schoettle, ecologa di Fort Collins), ma essi crescono altresì troppo lentamente come dimostrato dal ricercatore Stan Wullschleberg… “Insomma per farla breve, sulle conseguenze del GW, come vedete, l’unico consenso che può evincersi è che la scienza brancola nel buio” (p. 17).

Secondo l’International Panel on Climate Change (Ipcc), ente legato a quella “organizzazione non utile il cui acronimo fa Onu”, è l’attività umana ad essere “responsabile dei cambiamenti climatici” (p. 17). Al contrario, secondo la Non-governmental International Panel on Climate Change (N-Ipcc), di cui fa parte il prof. Battaglia, “la natura, non l’attività dell’uomo, governa il clima” (p. 18). Chi vincerà? La prima associazione, sostenuta dall’Onu, è la voce della scienza ufficiale, propagandata e imposta nelle facoltà universitarie del mondo intero e nei mass media. Il secondo ente però ha “prodotto un dettagliato e corposo Rapporto di oltre 700 pagine (…) che si conclude con la dichiarazione dell’inconsistenza della congettura secondo cui l’uomo sarebbe responsabile dell’attuale GW” (p. 18). Tale dichiarazione finale “è stata sottoscritta da oltre 31.000 scienziati, di cui oltre 3800 fisici dell’atmosfera e geologi, quasi 1000 matematici o statistici, oltre 5800 fisici, oltre 4800 chimici, quasi 3000 biologi, oltre 3000 medici e oltre 10.000 ingegneri” (p. 18).

Una scienza ufficiale è fatale che esista e non è un male in sé, così come c’è una matematica ufficialmente riconosciuta e insegnata dagli atenei di Stato o una medicina che è autorizzata negli ospedali, a fronte di nuove (o antiche…) medicine alternative non accettate. Il problema è che a volte si abusa di questa ufficialità e presunta scientificità per rifiutare a priori delle critiche che potrebbero correggere questa o quella valutazione e così contribuire al miglioramento della disciplina. Il caso Galileo, normalmente richiamato per ragioni ideologiche e strumentali, può mostrare proprio questo: a volte un consenso più o meno universale su una certezza scientifica, può essere ridiscusso. Coloro che intendono ridiscuterlo debbono produrre valide dimostrazioni ed essere ascoltati per traghettare, eventualmente, la comunità verso l’auspicato cambiamento di paradigma. Così fu per Galileo, Newton, Einstein, e molti altri. Né in questi ambiti di scienza e ricerca bisogna considerare che tutto sia assolutamente relativo (e indimostrato), né che tutto sia ormai definitivamente acquisito.

Certo è che, quando nell’odierna temperie culturale iper relativistica e scettica, alcune verità (scientifiche o storiche…) vengono imposte dall’alto in modo tale da essere considerati eretici e sacrileghi coloro che le negassero (ed a volte sanzionati dalla legge), queste verità, già a priori, puzzano di bruciato. Tra esse spicca oggi proprio il mito-dogma del riscaldamento globale e il catastrofismo annesso e connesso. Anche qui studiare e approfondire è il modo migliore per restare liberi.
 

07 luglio 2016

Autolesionismo progressista?


di Enrico Maria Romano

A volte, nel mare magnum delle notizie, ce ne sono alcune, di scarso significato in sé e per sé, ma di alta valenza simbolica, se lette coi giusti parametri. I giusti parametri poi sono opposti a quelli dominanti nel pensiero laico, progressista, democratico.

I danni collegati alla debordante presenza islamica in Europa sono evidenti a tutti i cittadini sani di mente, e questi danni vanno ben al di là dei massacri quotidiani compiuti dai terroristi che uccidono in nome di Allah e del Corano. Si pensi ad esempio all’islamica poligamia, al disprezzo della donna, ai matrimoni coatti (anche con minorenni), al proliferare delle moschee e alla cultura islamica come tale, perfino negli aspetti meno truci come il velo (più o meno integrale), l’alimentazione differenziata nelle scuole, e l’opposizione di molti islamici ai segni della cultura cristiana tradizionale (crocifisso, presepe, canti natalizi, folklore cristianamente ispirato, arte sacra nei luoghi pubblici, etc.).

Ma un danno più grave viene all’Europa da un male questa volta intrinseco alla sua storia, e che in nessun modo può vedersi come giunto qui dall’esterno. Esso, un tempo identificato col socialismo e poi col comunismo, oggi si chiama Sinistra (ed i vari Marx, Engels, Lenin e Gramsci erano europei, non arabi!). Questo male è più grave del primo per vari motivi che non abbiamo spazio per approfondire qui. Diciamo solo che i valori nichilisti, relativisti e progressisti della Sinistra mondiale, specie europea, sono un gradino più in basso dei disvalori collegati con la tradizione islamica, poiché ancora più distruttivi e irrazionali. La poligamia islamica (praticata e insegnata in primis dal profeta Maometto) è male, ma il divorzio, l’aborto e la teoria del gender, i fondamentali della sinistra post-comunista, sono peggio. Molto peggio.

Spesso poi questi due mali non si elidono a vicenda, ma si sommano ed ecco che in generale, specie nei paesi già invasi da arabi e turchi seguaci di Maometto, come Francia e Germania, i mussulmani, più o meno moderati, ed anche moderatissimi, votano in massa per i partiti di sinistra, e a volte anche di estrema sinistra.

Ma anche la sinistra, più o meno estrema, che è come dire più o meno atea (comunque ormai assolutamente a-cristiana e post-cristiana), è spesso portata a ricambiare il filo-progressismo islamico e fa di tutto per islamizzare quella società che per decenni ha voluto scristianizzare…

Tutto questo veniva in mente leggendo la notizia, non si sa se più tragica o tragicomica, della giovane militante di estrema sinistra la quale, stuprata da tre migranti di cultura araba, ha detto alla polizia di essere stata aggredita da tedeschi per… “non incoraggiare il razzismo”!!

Così Maurizio Stefanini su Libero del 6 luglio 2016 a pagina 10: “La bugia dell’attivista stuprata. Tedeschi, ma erano stranieri”: “Selin Goren, esponente di un movimento di sinistra, aveva denunciato molestie a gennaio. Ora l’ammissione: Non volevo alimentare razzismo”.

La Goren, 24 anni, è la “portavoce nazionale della Linksjugend”, il movimento giovanile del partito di estrema sinistra Die Linke, partito ben noto per la sua accoglienza verso stranieri di tutte le risme e per la violenta opposizione ai movimenti nazionalisti che vogliono difendere la Patria, la tradizione e il popolo tedesco (come Alternative für Deutschland o PEGIDA). Die Linke, movimento antinazionale e anti-cristiano, filo-immigrazione e filo-islam, secondo lo Stefanini,“attualmente ha 64 dei 631 deputati del Bundestag e nacque nel 2007 dalla fusione tra l’ex partito comunista della Germania Est e quell’ala dei socialdemocratici che (…) si era staccata dalla Spd”.

La ragazza fu stuprata in una notte del gennaio scorso. Secondo “quanto è stato ora ricostruito, è stata sottoposta a una vera e propria imboscata, e col favore della notte è stata trascinata su un campo da gioco, dove i tre [migranti che parlavano in arabo] hanno abusato di lei a turno”.

Ma allora perché alla polizia intervenuta prontamente, dichiarò che gli aggressori erano tedeschi sebbene ne avesse capito subito l’origine straniera? Sentite i ragionamenti dell’ideologia mortifera della sinistra: “Ma era ancora in corso la polemica per le violenze di massa compiute da richiedenti asilo e immigrati a Colonia durante la notte di Capodanno [in cui subirono violenze e umiliazioni centinaia di ragazze tedesche], e lei non se l’è sentita di confermare quello stereotipo sui mussulmani stupratori (…) in realtà confermato proprio dalla sua storia”.

Ma ora le menzogne della militante antifascista sono emerse in tutta la sua crudezza e perfino il filo-governativo Spiegel titola “Le bugie di Selin” per raccontarne la vicenda.

Questa gente è pronta non solo a lasciare a piede libero uno stupratore, se migrante o islamico o comunque di una categoria protetta dalla sinistra (gay, transessuali, drogati, delinquenti, etc.); ma perfino a rischiare di contribuire all’arresto di un innocente, se di categoria “inferiore” secondo l’ideologia della sinistra (nativo, bianco, nazionalista, cristiano, eterosessuale, prete, etc.).

“Non volevo mentire alla polizia [cosa che ha fatto ripetutamente però…], ma non volevo neanche che la mia storia fosse strumentalizzata dai razzisti”. Pazzesco, se non fosse criminale. L’ideologia progressista poi acceca perfino chi è stata stuprata a turno da tre migranti. Sul suo profilo Facebook infatti ora scrive: “Generalmente tu, migrante, sei una persona meravigliosa…”.

I militanti di sinistra però, generalmente, sono persone bugiarde.

 

05 luglio 2016

L’impero romano distrutto dagli immigrati


di Enrico Maria Romano

La questione dell’immigrazione-invasione sta diventando una delle più urgenti e delle più necessarie da affrontare per tutti i liberi e consapevoli cittadini d’Europa. La cattiva informazione, così tipica dei mass media democratici come stampa e TV, su questo tema è giunta a picchi insormontabili di menzogne, omissioni, confusioni, raggiri e ricatti morali indecenti e inauditi.
“Chi è per l’immigrazione è buono; chi è contrario è cattivo”: questo il luogo comune, il pregiudizio e l’affabulazione implicita in innumerevoli discorsi, articoli strappalacrime e dibattiti in cui risulta sempre più difficile restare fuori dal coro, razionali e sordi al frastuono delle contro-verità.
L’eccellente rivista web Il Covile faceva stato, nel numero 846 (aprile 2015), della correlazione tra diffusione dei mass media e indottrinamento delle masse, masse che però da qualche tempo, lentamente ma sicuramente, cercano sempre più informazioni autentiche e non manipolate sui blog liberi più che sui quotidiani di regime. L’autore dello studio, l’ottimo giornalista-studioso Armando Ermini, titolava il suo documentato dossier di 8 fitte pagine “Come tenersi informati nonostante la stampa”… Già!
Tra le notizie positive prodotte da Ermini spicca il fatto che grosse fette di cittadini italiani, tedeschi e americani non credono più ai mass media tradizionali, e i quotidiani ad esempio calano regolarmente, al di qua e di là dell’Oceano, i lettori e gli abbonati (statistiche ufficiale della FABC). Nell’Italia dei primi anni ’40, ricorda Ermini, esistevano 66 quotidiani che vendevano “oltre il doppio di copie rispetto ad oggi” (p. 1). Certo senza radio e TV generaliste, ma anche con meno italiani e assai più analfabeti di oggi. Interessanti poi le citate statistiche di “eticità” attribuita alla stampa. Essa sia tra la gente comune che tra i giornalisti, gli addetti ai lavori, è percepita come bassa (rispettivamente 53,7% per la gente comune e 84,6% per i giornalisti che quindi diffidano dell’imparzialità degli stessi giornali su cui scrivono).
Ebbene per farci un’idea semplice e chiara dei rischi dell’immigrazione attuale, in tutto e per tutto diversa dalle immigrazioni otto-novecentesche (tirate in ballo come i cavoli a merenda), è utilissimo leggere tutto d’un fiato il breve e succoso pamphlet di Giuseppe Valditara, Ordinario di Diritto Romano all’Università di Torino e studioso di questioni politiche contemporanee.
Se il titolo è già chiaro e ad effetto ("L’impero romano distrutto dagli immigrati", edizioni Il Giornale, pp 52, € 2,50), il sottotitolo lo è ancor di più: “Così i flussi migratori hanno fatto collassare lo stato più imponente dell’antichità”. Niente di meno!
“Roma venne fondata, secondo Varrone, nel 753 a.C. L’ultimo imperatore romano d’Occidente [Romolo Augustolo] venne deposto nel 476 d.C. Una comunità  statuale durata oltre 1200 anni è già un record, ma l’impero di Roma fu anche il più grande di tutti i tempi. E, soprattutto, Roma è stata il pilastro della civiltà occidentale. Non solo ha influenzato la lingua della gran parte delle popolazioni d’Europa, ma anche il diritto dei popoli di mezzo mondo, ha tracciato le grandi vie di comunicazione, ha influenzato l’architettura e, soprattutto, ha dato all’Europa moderna alcuni valori essenziali” (p. 7). Si può e si deve aggiungere, da cattolici, il ruolo provvidenziale di Roma e del suo impero come fu riconosciuto chiaramente dai Padri della Chiesa e nel Medioevo. Gli stessi sommi Pontefici, come Pio XII e Paolo VI, solo per citarne due tra i più celebri, fecero vari discorsi in cui celebrarono la grandezza di Roma e del suo ruolo di Città-Civiltà destinata da Dio ad essere davvero Caput mundi in quanto sede del Vicario di Cristo e Capitale eterna della cristianità.
Ebbene il Valditara mostra bene come nella politica romana ci furono sempre due pilastri uniti e indivisibili: l’apertura all’esterno, fino alla concessione della cittadinanza romana agli stranieri (e agli stessi barbari) e “la prioritaria difesa degli interessi della res publica” (p. 8).
Tutta la storia di Roma, dalla monarchia alla repubblica all’impero, è un frullato e un mix di popoli, razze e culture diverse. Ma l’armonia si fondò sulla forte identità culturale di Roma. “La nascita della civitas avviene secondo la tradizione con la costruzione delle mura. Nella narrazione degli antichi la costruzione delle mura viene prima dei templi, delle strade, degli acquedotti e delle case. La storicità delle mura romulee è stata dimostrata dagli scavi degli archeologi” (p. 8). Le mura, a ben pensarci, sono un vero segno di amore. Chi di noi vorrebbe una casa senza mura? Costruire delle mura di cinta, come si faceva per ogni città e borgo del Medioevo e della stessa età moderna, e perfino nei conventi, era un segno di amore e di cura per ciò che era contenuto nelle mura stesse. Le mura della città ci dicono che quello che circondano è importante, i cittadini contano qualcosa per chi presiede al bene comune. Non a caso, ricorda l’Autore, le mura vengono definite già dai romani antichi come sanctae: “Le cose sanctae sono divinae. Dunque è evidente un collegamento con il mondo religioso” (pp. 8-9). Ancora: “Le mura rispondono ad una esigenza di protezione e di differenziazione. Le mura difendono da predoni e invasori (…). Le mura rendono riconoscibile l’extraneus, cioè colui che sta al di fuori, e l’indigeno, cioè colui che è generato all’interno. Le mura dunque identificano e separano” (p. 9). Che bello e commovente nel mondo post moderno tutto liquidità, sottilità, confusione (perfino sessuale e naturale, oltre che etnica e sociale) questo elogio delle mura!
Eppure, senza nessuna contraddizione reale, “i Romani, a differenza di altri popoli antichi, hanno nel loro archetipo l’idea dell’unità della diversità. Roma nasce dall’incontro di popoli e culture differenti” (p. 10). L’intero libretto di Giuseppe Valditara ci dà numerosi esempi in tal senso: Lavinia che sposa il troiano Enea (uno straniero dunque) da cui nasceranno attraverso Silvio, Romolo e Remo (p. 11); il ratto delle sabine, ovvero di donne non-romane (p. 12); i sette re di Roma, con vari stranieri tra i re (Numa Pompilio sabino, Tarquinio Prisco etrusco, etc.); la prima opera letteraria in latino compilata dal greco Livio Andronico; Ennio, “il poeta nazionale per eccellenza, era originario del Salento” (p. 15), Catullo veronese, Virgilio mantovano, Tito Livio padovano, etc. etc.
Gli immigrati faranno fare a Roma un decisivo salto di qualità. La Roma latino-sabina era poco più che un villaggio di pastori e contadini. Saranno i re etruschi, portatori di una civiltà più evoluta, a darle le grandi mura, i grandi palazzi e i grandi templi” (p. 17). D’altra parte, come scrive Polibio, “i Romani sono più pronti di ogni altro popolo a mutare i costumi e adottarne di migliori” (p. 20). Ma allora, immigrazione sì o immigrazione no, si chiederà il lettore? Ebbene per Roma, esemplare anche in questo, non c’erano dubbi: tutto dipende dall’apporto degli stranieri. Infatti, “non tutto ciò che arrivasse dall’estero andava bene: solo ciò che rappresentava un miglioramento, non ciò che peggiorava la vita, le istituzioni, i rapporti sociali” (p. 23). Il criterio non fu mai, salvo alla fine (e ciò provocò l’anarchia), il diritto presunto dello straniero ad essere equiparato al cittadino – vera mostruosità logica e giuridica – ma il bene comune della patria, a volte avvalorato dallo straniero, a volte minato dal barbaro di turno.
Fatte le debite proporzioni non è un criterio valido ancor oggi? Sì, salvo volere, come forse vogliono i poteri forti internazionali, abolire le frontiere e cancellare gli Stati nazionali, creando così l’uomo cittadino del mondo, senza doveri e con infiniti diritti, nella più pura tradizione utopica. Tutta la vita contemporanea instabile, ondivaga, senza lavoro fisso, patria fissa, famiglia fissa porta a questo: ma è la cultura attuale che deve essere corretta, non le leggi stabili della corretta vita civile.
Di più. “Una delle caratteristiche del genio romano fu tuttavia quella di non ricevere mai passivamente, di non subire i contributi dall’esterno, ma di rielaborarli e farli propri, in altre parole di romanizzarli” (p. 24). Così nei secoli passati, l’Europa quando accolse cittadini non europei, li cristianizzò, almeno tendenzialmente, facendoli divenire parte del tessuto sociale e culturale dominante. Ma oggi che l’Unione Europea vuole scristianizzare l’Europa, non esiste più collante comune né tra gli europei, né tra gli abitanti stessi degli stati che la compongono, se non la vita occidentale nichilista e priva di valori, tranne l’accoglienza (ammesso che sia un valore…).
Claudio imperatore disse: “I Galli si sono assimilati a noi nei costumi, nelle arti, nei vincoli di sangue” (cit. a p. 26). Chiaro? “Gli stranieri rimodellavano la loro esistenza sugli schemi e sui valori romani” (p. 30). E quando così non era esisteva “la revoca della cittadinanza a chi era già [divenuto] cittadino, ma aveva dimostrato di non meritarla” (p. 35).
Il merito è un criterio evidentemente etico e pre-politico, e come tale non superabile. Oggi che il tasso di criminalità presso chi sbarca sulle nostre coste è piuttosto alto, chi merita di divenire cittadino italiano? E chi non lo merita, dopo constatate malefatte, che fine fa? Lo sappiamo tutti: si fa finta, per buonismo, di non vedere. Ma sono proprio i nostri poveri a soffrire di più e si fa finta di non vederli… Tutto questo crea gioco forza insofferenza nell’italiano medio che viene trattato peggio (più tasse, più regole da seguire e meno diritti) del new entry… Al contrario la politica di Roma, ispirata alla filosofia romana realista, fu altra: “Nel 187 a.C. vengono espulsi ben 12.000 Latini immigrati”. (p. 36). Secondo il padovano Tito Livio, che difende il provvedimento, la ragione era che costoro erano diventati “un peso insopportabile per Roma”. D’altra parte, “La difesa dell’ordine sociale e della stabilità interni avevano la preminenza su qualsiasi altra valutazione, anche di carattere umanitario” (p. 38).
Oggi dovremmo, secondo il pensiero dominante (ma impopolare: Brexit docet) accogliere tutti i poveri, tutti i profughi, tutti gli sbandati, tutti i senza patria e tutti i criminali del pianeta. E’ sensato tutto ciò? E’ conforme al bene comune delle nostre nazioni, e specialmente dei suoi ceti economicamente e psicologicamente più fragili ed emarginati, come disoccupati e anziani?
Questa, esattamente questa, fu la causa o almeno una delle cause, secondo l’Autore, del definitivo crollo di Roma. Dopo il periglioso editto di Caracalla del 212 d.C. che concedeva la cittadinanza a tutti coloro che vivevano all’interno dell’Impero, fu un continuo di invasioni barbariche di Vandali, Alani, Svevi, che crearono “enclave autonome” (p. 43). In seguito, ai temibili “Goti, per la prima volta nella storia di Roma, fu consentito di vivere all’interno dell’impero senza sottomettersi, rimanendo un’entità autonoma, con proprie leggi, proprie tradizioni” (p. 44). Sembra quasi che si parli dell’immigrazione mussulmana del XXI secolo… “Si rinnegava il principio tradizionale che vedeva passare l’integrazione attraverso l’assorbimento. L’integrità dell’impero era stata di fatto spezzata e si era creata una spina nel fianco imperiale che ebbe un ruolo importante nel crollo finale” (pp. 44-45).
Così nel 408, nel cuore di una Roma già ampiamente cristianizzata, “stando alla testimonianza di Sant’Agostino, i Visigoti compirono violenze atroci in ogni quartiere e senza distinzione di ceto sociale, saccheggiarono beni, pubblici e privati, eseguirono torture indicibili e stupri numerosissimi, compiuti persino a danno delle monache. Roma non riuscì più a risollevarsi” (p. 45).
Ma al crollo politico della Roma imperiale fece seguito la resurrezione della Roma cristiana guidata dai Pontefici e il suo rinnovato impero con l’incoronazione di Carlo Magno nel Natale dell’Ottocento. Un crollo odierno sarebbe ben più drastico poiché lo spirito non è pronto e la carne è debole.