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18 dicembre 2016

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: San Pancrazio e il ritorno del Papa Re (Parte XXI)


di Alfredo Incollingo

Sul Gianicolo c'è una porta cittadina che è un simbolo della storia romana. E' dedicata a San Pancrazio: lì infatti passavano i pellegrini che si recavano all'omonima chiesa. Faceva parte delle mura aureliane ed era un antico acceso alla Roma imperiale. Subì diversi restauri, trasformandosi infine in una porta monumentale per volere di papa Urbano VIII, realizzata da Gian Lorenzo Bernini.
Il 9 febbraio 1849 un gruppo di cospiratori giacobini aveva cacciato Pio IX da Roma e aveva instaurato una repubblica, condita da valori laicisti e rivoluzionari. Si sperava di costituire nell'Urbe quell'oasi di civiltà che aveva mostrato il suo volto cruento con il terrore che seguì la rivoluzione francese: per cinque mesi le truppe garibaldine (Garibaldi era già il noto cospiratore) avevano difeso la repubblica e alcune divisioni erano asserragliate sul Gianicolo, uno dei colli più alti della città, sapendo in anticipo che i francesi avrebbero attaccato in quel punto per entrare a Roma.
Luigi Napoleone Bonaparte onorò la secolare protezione francese alla città (si contano nel tempo anche numerosi dissidi tra i due Stati) intervenendo per riportare Pio IX, l'ultimo Papa Re, nell'Urbe. La battaglia definitiva per la vittoria avvenne nei pressi della porta di San Pancrazio. Gli scontri a fuoco furono violenti, i feriti e i morti si contarono a centinaia in entrambi gli schieramenti e i colpi di cannone francesi bersagliavano i luoghi strategici della città. La vittoria dei generali di Napoleone III fu schiacciante e da porta San Pancrazio il loro esercito riportò l'ordine e Pio IX da Gaeta fece il suo ritorno. Oggi il Gianicolo è il colle repubblicano, garibaldino e massone per eccellenza (pensiamo che la Villa del Vascello ospita la sede del Gran Oriente d'Italia) e le chiese che sono lì rimaste (Sant'Onofrio e San Pancrazio) sono immerse nel trambusto metropolitano, dimenticate dai più. Segno dei tempi?
Il viaggio continua.

 

07 ottobre 2014

Un augurio a Papa Francesco


di Francesco Mastromatteo 

“Il momento lo aveva sentito. Ma lo aveva sentito a modo suo, cioè solo di pelle, perché sotto la pelle aveva ben poco. L'insperata elezione al soglio e gli osanna della folla avevano fatto il resto. Più sensibile di tutti gli altri uomini di curia, egli lo era anche alla popolarità, suggestionabile al massimo, e – diciamo il vero – di poca testa. Aveva ragione quando affermava che tante cose erano stato dette come se fossero uscite dalla sua bocca. Ma lui, lasciandole dire, le aveva fatte sue senza prevederne le conseguenze, e n’era rimasto prigioniero. Senza dubbio, da parte dei liberali, c’era stato tutto un gioco – mezzo consapevole, mezzo no – per attribuirgli intendimenti che non erano suoi. Ma questo gioco egli lo aveva secondato, o per lo meno non lo aveva impedito: o perché d’impedirlo non aveva la forza, o perché non lo aveva compreso, o forse per entrambi i motivi. Sia intellettualmente che moralmente, il suo livello era modesto. Raccogliendo applausi, impartendo benedizioni, giocando a biliardo e distribuendo battute scherzose aveva messo in moto, da malaccorto apprendista stregone, delle cose molto più grandi di lui. E quando se ne accorse, era troppo tardi”.


Così descrive il Pontefice Indro Montanelli nella sua “Storia d’Italia”. Ovviamente non il regnante, che lo scomparso giornalista non ha fatto in tempo a conoscere, ma il beato Pio IX. Al netto di alcuni poco lusinghieri (e immeritati) epiteti, Montanelli descrive bene la parabola storica di Papa Mastai Ferretti: eletto come candidato “moderato”, divenuto ben presto l’idolo dei liberali italiani per le sue aperture in campo politico, divenne la loro bestia nera allorché si rifiutò di benedire la guerra contro l’Austria cattolica. E così il papa che sembrava dover passare alla storia come quello più progressista e legato ai “segni dei tempi”, è divenuto quello del Syllabo, del “non expedit”, del dogma dell’infallibilità pontificia.


I paragoni storici sono sempre indebiti, lo sappiamo. Ma quando vengono fatti alla luce della teologia della storia, “sub specie aeternitatis”, certi parallelismi non possono essere casuali. E’ impressionante vedere come – mutatis mutandis – l’entusiasmo delle folle e dei media per Papa Francesco ricordino molto le aspettative dei liberali ottocenteschi. Questa volta non sono l’unità nazionale o le riforme politiche ad essere invocate con la benedizione papale, ma la comunione ai divorziati risposati, e perché no, anche lo sdoganamento morale delle unioni omosessuali, ovvero la negazione alla radice della morale cristiana e del Catechismo. Dopo mezzo secolo di confusione sulla dottrina ecclesiologica, liturgica e sociale, con la prassi che si fa continuamente beffe dei pronunciamenti e dei documenti ufficiali (peraltro non privi di ambiguità), manca solo questo e lo sfascio sarebbe completo. Se dovesse passare l’assunto che i concubini possono accedere ai sacramenti anche senza pentirsi e cambiare vita, anche solo nei fatti se non ufficialmente, “dostojevskianamente”, diventerebbe tutto lecito.


E’ ormai inutile opporsi alla marea di zuccherosa quanto insopportabile retorica buonista e progressista che ogni giorno cerca a tutti i costi di fare di Papa Bergoglio un santino del peggior ciarpame laicista, omosessualista, e anche, stando a certi recenti sproloqui televisivi, che vorrebbero la Chiesa “trasparente” solo a partire dal pontificato di Bergoglio, giustizialista: l’unica parola di chiarezza, a questo punto, potrebbe e dovrebbe venire dal soglio petrino. L’unico a confermare o smentire potrebbe e dovrebbe essere l’interessato, mettendo a tacere una volta per tutte i laudatores interessati o – Dio non voglia – dando loro ragione.


Il sinodo sulla famiglia è iniziato sotto i peggiori auspici, come sembrerebbe a voler considerare le quotidiane, deliranti esternazioni del cardinale Kasper. Ma le dichiarazioni dell’inqualificabile porporato, assicurano i soliti normalisti, non riflettono il pensiero di Papa Francesco. Vogliamo sperarlo, anzi diciamo che ne siamo convinti, certo è che non solo Kasper è stato messo al suo posto dallo stesso Francesco, ma nessuno, finora, si è incaricato di smentirlo quando afferma di essere sulla linea del Pontefice, contro quei cattivoni dei conservatori. Lo Spirito Santo vigila, ci assicurano i fautori dell’irenistica teologia dell’ovvio: ma la barca di Pietro, ci verrebbe da dire facendo il verso per una volta ai sostenitori del “Noi siamo Chiesa”, cammina, anzi naviga grazie alle braccia degli uomini: laici, ma soprattutto consacrati. I vescovi in particolare e massimamente il vescovo di Roma, vicario di Cristo e successore di Pietro. E se i capitani non indicano una rotta chiara, non mettono a tacere gli ammutinati, cosa potranno mai fare i marinai semplici?   


Il dado è tratto e per quanto ci riguarda, possiamo solo pregare. Santità, - e speriamo che lei non prenda male questo nostro auspicio – la nostra preghiera è solo una: le auguriamo di diventare il nuovo Pio IX.   

 

24 settembre 2014

Pio IX, profilo di un beato


di Giacomo Catilina
Papa Pio IX, al secolo Giovanni Maria Mastai – Ferretti, fu uno di quei Pontefici che regnò più a lungo nella storia della Chiesa (secondo infatti solo a San Pietro), venendo eletto dal Conclave in un travagliato periodo come quello della rivoluzione italiana che, partendo dalle rivolte del 1848 e arrivando fino alla Breccia di Porta Pia del 1870, si intrecciò e si scontrò con le vicende di questo Beato.
 

29 aprile 2014

San Giovanni XXIII: un Papa con la tiara (prima parte)

di Federico Catani
A poco più di cinquant’anni dalla morte, Papa Giovanni XXIII (1958-1963) è diventato santo. Di Angelo Giuseppe Roncalli si è arrivati a costruire un’immagine mitica, quasi abbia rappresentato l’inizio di una nuova Chiesa, più vera e più evangelica. La figura di Papa Giovanni è diventata, grazie a storici “cattolici” ultra-progressisti come Alberto Melloni, il simbolo di un papato rivoluzionario, opposto a secoli e secoli di Tradizione. Senza entrare nel merito della canonizzazione, che ormai è cosa fatta, in questa sede vogliamo svelare alcuni lati sottaciuti di Roncalli. In tal modo, si avrà un ritratto più completo del nuovo santo. 

Senza dubbio Giovanni XXIII ha inaugurato un nuovo modo di vivere e percepire il papato. Non si possono negare le sue aperture e il suo riformismo, sia nello stile, sia nel linguaggio, sia nell’atteggiamento da tenere nei confronti delle grandi questioni ecclesiali. E, fermo restando il rispetto e la venerazione per un Papa santo, ci permettiamo di far notare che molte ingenuità  e molti romanticismi (se così li vogliamo considerare) di Roncalli non hanno per nulla giovato alla Chiesa. L’ottimismo verso il futuro, il clima di dialogo inaugurato, l’apertura del Concilio Vaticano II, la predilezione per la “medicina della misericordia” non hanno prodotto gli effetti sperati. Eppure non sembra fossero queste le intenzioni di Giovanni XXIII. Papa Roncalli, infatti, eccettuate aperture opinabili, si potrebbe classificare come un Pontefice che ha scelto la via della sana riforma. La Chiesa infatti non è un fossile e non può fermarsi per ogni aspetto a un dato momento storico, altrimenti dovremmo stare ancora nelle catacombe.

Giovanni XXIII ha approvato documenti e compiuto gesti che Melloni e soci tentano in ogni modo di nascondere e che la gente comune ignora bellamente. Innanzitutto “il Papa Buono” nutrì sempre stima e venerazione per il suo immediato predecessore Pio XII, il Papa più citato nei documenti del Vaticano II. Una vera e propria devozione, poi, Giovanni XXIII l’aveva per Pio IX, l’ultimo Papa Re, il simbolo della lotta al liberalismo e della difesa del potere temporale della Chiesa, di cui sperava di celebrare la solenne beatificazione a conclusione del Concilio Vaticano II, che peraltro nei suoi piani sarebbe dovuto durare qualche mese. Nell’allocuzione Gaudet Mater Ecclesia, tenuta l’11 ottobre 1962 ad apertura dei lavori conciliari, oltre a punti discutibili come l’attacco ai cosiddetti “profeti di sventura” e l’esortazione a usare la “medicina della misericordia” (data la situazione odierna, si può tranquillamente affermare che il Pontefice prese una cantonata colossale), Giovanni XXIII disse che “il ventunesimo Concilio Ecumenico (…) vuole trasmettere integra, non sminuita, non distorta, la dottrina cattolica. (…) Però noi non dobbiamo soltanto custodire questo prezioso tesoro, come se ci preoccupassimo della sola antichità, ma, alacri, senza timore, dobbiamo continuare nell’opera che la nostra epoca esige, proseguendo il cammino che la Chiesa ha percorso per quasi venti secoli”. E poi, ancora: “Occorre che la stessa dottrina sia esaminata più largamente e più a fondo e gli animi ne siano più pienamente imbevuti e informati, come auspicano ardentemente tutti i sinceri fautori della verità cristiana, cattolica, apostolica; occorre che questa dottrina certa ed immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi. Altro è infatti il deposito della Fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate, sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione”. Si può e si deve discutere sulla validità e sull’efficacia della nuova stretegia pastorale adottata dalla Chiesa (i risultati sono magrissimi e spesso orribili), ma di certo Papa Giovanni non intendeva cambiare la dottrina cattolica. Bisogna poi aggiungere che, vista la piega che stava prendendo l’assise conciliare, sul letto di morte Giovanni XXIII invitò a chiudere presto il Concilio, confidando nel card. Giuseppe Siri. Lo hanno attestato l’arcivescovo di Londra Heenan e varie altre sicure testimonianze private, non viziate dall’ideologia “vaticanosecondista”.

Al contempo, nonostante un nuovo discutibile approccio, Giovanni XXIII non mutò la posizione della Chiesa nei confronti del comunismo. Già da cardinale, Roncalli aveva annotato nel suo diario (28 ottobre 1947): “Fra Carlo Marx e Gesù Cristo l’accordo è impossibile”. Inoltre, il 4 aprile 1959, il Sant’Uffizio, con approvazione del Papa, ebbe a precisare che non era lecito “ai cittadini cattolici dare il proprio voto durante le elezioni a quei partiti o candidati che, pur non professando princìpi contrari alla dottrina cattolica o anzi assumendo il nome cristiano, tuttavia nei fatti si associano ai comunisti e con il proprio comportamento li aiutano”. A questa posizione, stemperata purtroppo da fattive e mediatiche aperture a sinistra, che destano serie perplessità, si deve aggiungere che Roncalli già da vescovo, lodò il Concordato del 1929 ed ebbe parole di elogio, seppur equilibrato, per il Duce, ribadendo che, nonostante tutto, “il gran bene da lui fatto all’Italia resta”. Nel 1954, in pieno clima antifascista, ribadì la gratitudine verso Mussolini per aver portato a conclusione i Patti Lateranensi ed esortò ad affidare la sua anima “al mistero della misericordia del Signore, che nella realizzazione dei suoi disegni suole scegliere i vasi più acconci all’uopo, e a opera compiuta li spezza, come se non fossero stati preparati che per questo. (…) Rispettiamo anche i pezzi del vaso infranto e rendiamo utili per noi gli insegnamenti che di là ci provengono”. Il 25 aprile 1955, poi, alla faccia di chi ancora oggi cavalca il mito della Resistenza, Roncalli, allora Patriarca di Venezia, invitò a pregare per tutte le vittime della guerra, “a propiziazione di tutte queste anime che si sono sacrificate da una parte e dall’altra della barricata”. Oltre a ciò, il nuovo santo era un estimatore di Giovannino Guareschi, giornalista non certo progressista e il cui anti-comunismo era radicale: ebbene, non soltanto leggeva le sue opere, ma le regalava pure e addirittura gli propose di redigere un Catechismo. Offerta che il padre di don Camillo respinse, non sentendosi all’altezza.

Infine, bisogna ricordare la posizione di Giovanni XXIII sullo Stato di Israele. Nel 1943, rivolgendosi alla Segreteria di Stato, così scriveva: “Confesso che questo convogliare, proprio la Santa Sede, gli ebrei verso la Palestina, quasi alla ricostruzione del regno ebraico, incominciando dal farli uscire d’Italia, mi suscita qualche incertezza nello spirito. Che ciò facciano i loro connazionali ed i loro amici politici lo si comprende. Ma non mi pare di buon gusto che proprio l’esercizio semplice ed elevato della carità della Santa Sede possa offrire l’occasione o la parvenza a che si riconosca in esso una tal quale cooperazione, almeno iniziale e indiretta, alla realizzazione del sogno messianico. Tutto questo però non è forse che uno scrupolo mio personale che basta aver confessato perché sia disperso. Tanto e tanto è ben certo che la ricostruzione del regno di Giuda e di Israele non è che un’utopia”. Queste le parole del santo Pontefice.
 

11 aprile 2013

"L'ultimo Papa re" tra fiction e realtà


di Satiricus
“L’ultimo Papa re” è il titolo della fiction di Rai 1 trasmessa nelle serate dell’8 e 9 aprile, omaggio di Luca Manfredi a una pellicola in cui recitò suo padre nel 1977 (“In nome del Papa re”). Siccome l’esito non è dei più entusiasmanti, il regista ha pensato bene di esplicitare qualche chiave di lettura ideologica che invitasse alla visione: “nel ricordo di uno dei più bei film recitati da papà, mi auguro che sia chiaro l'intento e il messaggio contenuto nella serie: il confronto tra una Chiesa reazionaria e attaccata al potere e una Chiesa più pastorale e progressista”.
 

20 settembre 2012

Pio IX, "il Papa scomodo"

di Federico Catani
La bibliografia su papa Pio IX è sterminata, ma nessuno finora si è occupato specificamente della sua vicenda agiografica. A questa carenza ha sopperito il prof. Fabrizio Cannone con il suo documentatissimo “Il Papa scomodo. Storia & retroscena della beatificazione di Pio IX” (Edizioni Ares, pp. 440, € 24, prefazione di Roberto de Mattei).