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12 agosto 2019

Paola Bonzi, una vera grande dell'Italia di oggi

di Giuliano Guzzo
Non voglio neppure andare a controllare, non mi interessa. E soprattutto non ha importanza, lo spazio che oggi la stampa riserva o non riserva alla notizia della morte di Paola Bonzi, mancata ieri a 77 anni per l’improvviso aggravarsi di una malattia. Non ha importanza perché la grandezza di questa donna cieca, da 35 anni anima del Centro Aiuto alla Vita della Mangiagalli di Milano, è già scritta nei numeri della sua colossale opera. Numeri che parlano di 22.633 bambini strappati all’aborto, di altrettante mamme salvate, di decine di migliaia di vite che hanno sprigionato una bellezza che la morte si sarebbe portata via, se l’ascolto amorevole di Paola e degli altri volontari di quel Cav non fosse arrivato a seminare speranza, a tendere la mano, ad offrire l’abbraccio decisivo.

Basterebbe questo a descrivere la statura di un donna che però – come si diceva – difficilmente verrà riconosciuta fino in fondo. Basti pensare a quanto accaduto sei anni fa, quando a Milano decisero di assegnarle l’Ambrogino d’oro: la sinistra militante insorse e non ci pensò due volte a definire quella premiazione «un insulto» e «un’offesa». Il motivo? Ma è ovvio: le «idee medioevali» di questa donna che, pur non potendola vedere, della luce era diventata credibile ambasciatrice. Una luce che si fatica ad apprezzare, ormai, perfino in un mondo cattolico dove «salvare vite» è diventato sinonimo di benedizione dei barconi Ong. Tutto il resto ciao, viene dopo. Chiunque però venga a conoscenza di quelle 22.633 vite salvate davvero, non potrà che rendere omaggio a questa grande donna dell’Italia di oggi, già esempio per quella di domani.


 

06 aprile 2019

Un sondaggio rivela che sull'aborto c'è il "bispensiero"


di Francesco Filipazzi
Pochi giorni fa Libero ha pubblicato un sondaggio riguardante l'aborto, effettuato da un istituto accreditato su un campione rappresentativo della società italiana. Il risultato è inquietante perché rivela una certa contraddittorietà nelle risposte, oltre ad una certa confusione sulla natura della vita umana.
Il sondaggio completo è nell'immagine.
Vediamo ad esempio che:
Alla domanda: "Secondo lei la vita umana inizia con il concepimento?", il 64% risponde si.
Però alla domanda: "Sei d'accordo con la frase: l'aborto deve essere vietato?" il 59% risponde un secco "per nulla d'accordo",  il 17% un "poco d'accordo". Quindi il 76% non vuole che l'aborto sia vietato.

Si pone un problema. Il 64% a rigor di logica dovrebbe rispondere "si" alla seconda domanda citata, ma i conti ovviamente non tornano. C'è una vasta parte di quel 64%, sembra di capire, che pur sapendo che l'aborto è l'interruzione di una vita, se ne frega altamente e non vorrebbe vietare l'aborto.
Poiché questi sondaggi mantengono l'anonimato sul campione, gli intervistati non hanno problemi ad esprimere ciò che pensano. Rileviamo quindi che c'è una certa confusione mentale quando si parla di aborto. Sembra di essere di fronte ad un caso di bispensiero orwelliano (doublethink), per cui una persona indottrinata adeguatamente riesce, senza provare imbarazzo, a sostenere nello stesso tempo un'idea e il suo opposto.

La legge 194 sembra dunque la Tavola della legge della moderna società italiana, dogma indiscutibile anche da parte di chi è pienamente informato sulla natura dell'aborto.
Il fastidio che si prova vedendo queste cifre è simile a quello che si prova quando si sentono politici e prelati (triste scena andata in onda anche a Verona) dire che sono contrari all'aborto ma non si tocca la legge sull'aborto perché è un diritto acquisito. Però state tranquilli e dormite sereni, riconoscono che la vita inizia al concepimento.


 

28 gennaio 2019

Il concetto. Che fine ha fatto il grumo di cellule?

Iniziamo una rubrica nuova. Concetti brevi, espressi male, ma in modo incisivo.

L'aborto è inaccettabile dal concepimento in poi, ma fino ad oggi gli abortisti trovavano una giustificazione nel famoso grumo di cellule, a loro detta incosciente e incapace di provare dolore.
Se però era difficile giustificare un'interruzione di gravidanza al terzo mese (vedi immagine), con un bambino praticamente formato in ogni sua parte, risulterà loro impossibile giustificare la soppressione al nono mese di gravidanza, legalizzata recentemente nello Stato di New York. Grumo di cellule anche poco prima di nascere?
Si scopre quindi che l'abortista medio ha sempre usato giustificazioni in cui neanche lui credeva, buone per una stagione politica, niente più.
Traspare che l'unica ragione che porta alla legislazione sull'aborto è la convinzione che il più forte, l'adulto, abbia potere sul più debole, il nascituro, potendo quindi farne ciò che vuole.
Inaccettabile, per l'appunto.

P.s. L'ultima spiaggia per lorsignori è negare che la suddetta legge favorisca l'aborto al nono mese. Ma la sbufalata non regge. 


 

31 maggio 2018

Sull'aborto la battaglia prosegue

di Giuliano Guzzo
Al di là del conteggio esatto dei voti del referendum, una cosa, in Irlanda, è già chiara: i «Sì» all’aborto legale hanno trionfato – secondo gli exit poll -, col 68% delle preferenze favorevoli, rispetto al 32% delle contrarie. Un risultato, è stato notato, del tutto sovrapponibile a quello del referendum italiano del 1981; come e a dire che la «cattolicissima» Irlanda è oggi dov’era la «cattolicissima» Italia ieri. Una batosta, quella del fronte pro life, dalle molteplici cause, sia esogene – le menzogne propagandistiche, la pressione abortista dei media e gli endorsement mortiferi dei vip (U2, Liam Neeson, Ed Sheeran) – sia endogene, con la secolarizzazione, un popolo cattolico anestetizzato e confuso ed una Chiesa, quella irlandese, che ha scelto di non combattere davvero la battaglia.

E quindi, adesso? Che si fa? La svolta abortista irlandese è senza dubbio, per chi ha cuore la difesa della vita umana, pessima. Tuttavia credo non debba scoraggiare, per tutta una serie di motivi. Il primo sta nel fatto che, quello del referendum, era un risultato purtroppo prevedibile: possiamo cioè rattristarci, ma non certo stupirci. Il secondo consiste nel fatto che se l’Irlanda segue con decenni di ritardo ciò che accade in Italia, allora anch’essa sarà seguita dalla rinascita, in corso di questi anni, di uno schieramento pro life sempre più combattivo e che, accanto allo storico Movimento per la Vita, vede l’affermarsi di nuove realtà come Pro Vita e CitizenGo. L’esercito pro life italiano, insomma, si sta riorganizzando alla grande. E il nervosismo in casa progressista è lì a dimostrarlo.

Un terzo motivo per cui non disperare, correlato al precedente, sta nella totale inconsistenza – che viene sempre più a galla – della cultura abortista, ai cui mantra (l’autodeterminazione, l’incubo patriarcale, il ritorno del Medioevo e bla bla bla) abbocca sempre meno gente. Certo, il fatto che in Irlanda i favorevoli all’aborto siano stati, a quanto pare, soprattutto i più giovani, non mette particolare ottimismo. Va però precisato, come dicevo poc’anzi, che si va delineando un nuovo fronte pro life, composto da giovani che padroneggiano i segreti della comunicazione, corpi speciali che si muovono in autonomia (anche senza, cioè, la benedizione del vescovo di turno) e che ora, cosa ancora più importante, giocano all’attacco; per rendere l’aborto non illegale, bensì impensabile. Dunque dispiace tanto per l’Irlanda, ma la battaglia continua.
 

Irlanda. La Chiesa non ha combattuto

di Alfredo Incollingo
E' ufficiale: la cattolica Irlanda si è pronunciata a favore dell'aborto nel referendum di venerdì, 25 maggio. I movimenti pro-life isolani hanno dovuto ammettere la sconfitta. Lo spoglio delle schede di questa mattina non lascia dubbi: il 68% degli elettori vuole la legalizzazione dell'aborto contro un 30-32% di votanti contrari. Dopo il referendum del 2015, che ha aperto l'Irlanda ai matrimoni omosessuali, un'altra consultazione popolare, promossa dal premier Leo Varadkar, di origine indiana, esponente del partito Fine Gael e omosessuale dichiarato, ha posto fine al sogno di una Irlanda cattolica.

Come spesso accade in queste situazioni, l'industria culturale internazionale si è schierata a favore dei pro-choice. Dal cantante Bono Vox degli U2 all'attrice Cillian Murphy, sono numerosi i volti noti dello spettacolo irlandese che hanno chiesto alle donne di difendere il proprio diritto all'interruzione volontaria della gravidanza. I media internazionali sono stati compatti nel supportare il SI, sostenuti dall'Open Society di Georges Soros o direttamente dall'ONU, che ha sempre difeso questo sacrosanto diritto. La National Union of Journalists, il potente sindacato irlandese dell'informazione, è stato irremovibile nel dare il suo assenso alla campagna mediatica a favore dell'aborto.

I pro-life, invece, hanno subito la censura dalle principali piataforme digitali (Google, Facebook...) con l'accusa di veicolare messaggi inappropriati. Mentre i pro-choice ricevevano senza problemi finanziamenti dall'estero, i pro-life sono stati biasimati diffusamente per il supporto economico ricevuto da associazioni antiabortiste americane, vicine al presidente Trump. Twitter ha permesso la diffusione dell'hashtag #HometoVote per invitare gli irlandesi all'estero a tornare in Patria per votare a favore dell'aborto. I media, come spiega Ermes Dovico (La Nuova Bussola Quotidiana, 25.05.2018), “hanno accusato i pro-life di strumentalizzare i bimbi con [sindrome di Down]. Un’accusa così ridicola che non varrebbe nemmeno la pena commentare, visto che proprio i nascituri con malformazioni sono il principale bersaglio di ogni società che apra all’aborto e perciò all’eugenetica.”

La Chiesa Cattolica, da Roma, è intervuta raramente sulla questione, delegando ai vescovi irlandesi qualsiasi giudizio sul referendum. Questa è l'impressione di diversi osservatori italiani (IlFoglio.it, 23.05.2018, per esempio), che hanno evidenziato come i cattolici e i loro referenti politici hanno fatto ben poco per difendere l'infanzia.


 

28 maggio 2018

40 anni di 194. Nulla da festeggiare

di Giuliano Guzzo
Il quarantennale della legge italiana sull’aborto, com’era prevedibile, è oggi da più parti celebrato come un traguardo positivo, una ricorrenza di civiltà, quasi una festa nazionale. Sarà. Ma cosa c’è esattamente da festeggiare? Spero sia ancora lecito chiederselo. La sconfitta dell’aborto clandestino, come sostengono in tanti? Può anche essere, ma allora si dovrebbe spiegare come mai a pagina 15 dell’ultima relazione sulla 194, considerando le donne italiane e quelle straniere, si stimino dai 15.000 ai 20.000 aborti clandestini all’anno, quindi più di 40 al giorno. No, la sconfitta della piaga della clandestinità non dev’essere motivo di giubilo per il semplice fatto che non c’è stata.

Aspettate un momento, allora forse, oggi, si celebra un diritto di libertà della donna? Difficile: un terzo delle donne che in Italia ha fatto ricorso all’aborto – evidenziava una ricerca sociologica di qualche anno fa -, senza la 194 avrebbe desistito da tale intento (Cavanna – Gius, Maternità negata, Giuffrè), quindi la legge non ha solo permesso ma pure – alla faccia della libertà – incentivato l’aborto. Allora oggi si festeggia l’autodeterminazione? Difficile anche questo: l’80% delle gestanti in difficoltà porterebbe a termine la gravidanza se ricevesse sostegni adeguati (Post Abortion Review, Elliot Institute), quindi molto spesso l’aborto non è affatto «autodeterminato». Tutt’altro.

Si potrebbe però sempre pensare che, grazie alla 194, si possa oggi festeggiare almeno una migliorata tutela della salute materna. Strano però, dato che l’aborto è una pratica che innalza, proprio per la donna, i rischi di isterectomia post-partum (Acta Obstet Gynecol Scand 2011), placenta previa (Int J Gynaecol Obstet 2003), aborti spontanei (Acta Obstet Gynecol Scand 2009), depressione, abuso di sostanze (Psychiatry Clin Neurosc 2013), tumori al seno (Indian J of Cancer 2013), mortalità materna (J of American Physicians and Surgeons 2013), suicidi (Scand J Public Health 2015). No, neppure la salute materna è un buon motivo per rallegrarsi dei 40 anni dell’aborto legale.

Ma allora, scusate, oggi che si festeggia di preciso? Forse i milioni di bambini mai nati, eliminati come rifiuti speciali ospedalieri? Forse il nostro inverno demografico? Forse le donne che – anche dopo anni – sperimentano sulla loro pelle la sindrome post aborto di cui nessuno aveva loro accennato? Forse il fatto che il ventre materno, grazie ad una legge «di civiltà», per molti figli oggi è, paradossalmente, il posto meno sicuro, quello col più elevato rischio di mortalità? O forse il fatto che ormai sia impossibile dirsi antiabortisti (come lo furono i non cattolici Bobbio, Pasolini e Gandhi), senza esser tacciati di bigottismo? Ma se è così, è chiaro – a questo punto – che da festeggiare, oggi, non c’è proprio nulla.
 

21 maggio 2018

Marcia Per la Vita. L'aborto non è (più) un dogma

di Francesco Filipazzi
(foto da Messainlatino.it)
Cosa lascia la Marcia per la Vita di quest'anno? Ormai sappiamo che la presenza massiccia di marciatori, si parla di 15 mila, pone l'evento italiano accanto alle grosse marce che si svolgono annualmente in tutto il mondo, ma il discorso non è solamente numerico. Il fatto che dopo 40 anni dall'approvazione della legge 194 ci sia ancora chi organizza e partecipa a decine di eventi in tutta la Penisola per contestare la legalizzazione dell'aborto, non è liquidabile con una scrollata di spalle, tanto più che sui media ormai l'argomento è tornato in auge. Nei mesi precedenti la Marcia, grazie prima alla campagna di Provita e poi a quello di CitizenGo, la voce dei prolife è risuonata forte e chiara, andando ben al di là della visibilità di quella che potrebbe avere un singolo manifesto. Non si può negare che l'aborto sia un nervo scoperto della società occidentale e che basti toccarlo per suscitare reazioni rumorose.

Apparentemente gli abortisti sono sulla difensiva e si stanno affrettando a snocciolare i soliti dati e le solite statistiche per dire che il numero di aborti sta diminuendo, che i pro life esagerano, si è passati da 200 mila all'anno a 80 mila. Posto che 80 mila aborti all'anno sono un'enormità (tenendo presente che anche uno solo è inaccettabile), questa diminuzione deriva dal fatto che si utilizzano molti più anticoncezionali, non preventivi ma "di emergenza", quindi abortivi, che oltre ad interrompere la gravidanza introducono nel corpo delle donne sostanze dannose e velenose. Ma a quanto pare, in questa modernità impazzita, la libertà della donna presuppone anche la libertà di avvelenarsi. Gli effetti dannosi degli anticoncezionali di ogni tipo sono noti e ne parleremo prossimamente.

L'aborto è quindi un tema di attualità che dovrebbe tornare nell'agenda dei politici nostrani, fra i quali ce ne sono  molti consapevoli dell'illiceità di leggi come la 194. Alla Marcia, per la cronaca, erano presenti Giorgia Meloni con una delegazione di sindaci di Fratelli d'Italia, Giancarlo Giorgetti, Lorenzo Fontana e Simone Pillon della Lega. Serve però un maggiore coraggio politico nel porre la questione.

A tale riguardo, è bene prendere come esempio ciò che sta accadendo negli Stati Uniti. Nel nostro ultimo libro, Fino alla fine del mondo, vagheggiavamo, forse sparandola grossa, l'idea di un Grande Risveglio spirituale  oltre oceano. Stando alla realtà, non è certo in corso un'ondata di religiosità fervente, ma sulla questione aborto i segnali sono molto positivi e in netta controtendenza con la storia degli ultimi decenni e con l'attualità europea.
Mentre in Europa si magnifica un'Islanda che avrebbe debellato la sindrome di Down, abortendo tutti i bambini che ne sono affetti, nello stato dell'Ohio è stata vietata, nel dicembre 2017, l'interruzione di gravidanza proprio laddove venga diagnosticata con analisi prenatali questa sindrome. In pratica è vietato l'aborto selettivo, pratica eugenetica. Visto che piacciono tanto i numeri, ricordiamo che l'Ohio ha 11 milioni e mezzo di abitanti e ospita un'economia fiorente e grossi centri industriali.
A marzo del 2017 in Texas è stata invece legalizzata la possibilità da parte del medico di mentire ad una donna riguardo eventuali malformazioni del feto, laddove ci sia la possibilità che questa abortisca. La corte suprema ha bloccato questa legge, che in realtà di per sé non è deontologica, ma è pur sempre un indicatore di un orientamento ben preciso. Il Texas ha 27 milioni e mezzo di abitanti ed un pil pro capite di 50 mila dollari.
Pochi giorni fa è stata poi la volta dell'Iowa, che ha abolito la possibilità di praticare l'aborto laddove sia stato ascoltato il battito del cuore. Non si tratta di un'abolizione totale, ma di un'azione in senso restrittivo, anch'essa indicatrice di una mentalità che negli Stati Uniti si sta facendo strada. L'Iowa ha poco più di tre milioni di abitanti.
L'azione più rumorosa è stata però messa in campo da Donald Trump, anch'essa pochi giorni fa. Il Presidente ha deciso di bloccare i finanziamenti, diretti e indiretti, alle cliniche che praticano aborti. Il provvedimento va a detrimento principalmente di Planned Parenthood, già duramente colpita dalla politica trumpiana. Anche in questo caso, non si tratta di abolizione dell'aborto, ma per lo meno si sancisce che non lo si debba praticare a spese del contribuente.
Questi sono segnali del fatto che negli Stati Uniti l'aborto non è più un dogma e che anzi può essere ridiscusso e, udite udite, talvolta anche proibito.

In Europa invece il quadro è ben peggiore, tanto che fra pochi giorni in Irlanda si terrà un referendum per la legalizzazione dell'aborto, potenzialmente fino al sesto mese, in una nazione che fino ad oggi si era preservata da questa bruttura. A meno di colpi di scena, l'esito sarà favorevole.

In Italia invece su questo argomento tutto tace a livello legislativo, ma sarebbe ora di porre la questione in sede parlamentare per iniziare ad invertire la tendenza e archiviare una pratica con la quale solo in Italia sono già stati soppressi quasi sei milioni di bambini, con grossi danni esistenziali anche per le donne che si sono sottoposte ad essa.

 

15 marzo 2018

Irlanda, non mollare!

di Fabio Fuiano e Chiara Chiessi
da universitariperlavita.org
Non molti sanno che in Irlanda, prossimamente, il popolo sarà chiamato ad un referendum per la cancellazione dell’Ottavo Emendamento dalla Costituzione Irlandese: esso riconosce al nascituro gli stessi diritti di ogni altro essere umano, soprattutto quello alla vita. Nonostante il forte stampo pro-vita del paese, dunque, vi sono delle forti pressioni esterne affinché finalmente la cattolica Irlanda si uniformi alla “civiltà” e al “progresso” anche su temi delicatissimi come quello della vita umana dopo aver già incrinato fortemente le posizioni del popolo irlandese sulla famiglia con l’approvazione delle unioni omosessuali nel 2015. Tra i principali antagonisti del favor vitae irlandese si possono annoverare Justin Trudeau, la commissione per i Diritti Umani e l’immancabile George Soros con la sua Open Society Foundations.Tramite quest’ultima sono già stati finanziati tre gruppi pro-aborto in Irlanda, primo fra tutti Amnesty International. L’intenzione è quella di far cadere l’Irlanda per causare un effetto domino che coinvolga finalmente tutti gli altri paesi notoriamente pro-life come la Polonia mostrando così al mondo come non c’è “conservatorismo” che tenga di fronte alla potenza dirompente dei pro-choice. Un serio problema quello dell’Irlanda, aggravato ulteriormente dalla morbida posizione assunta dal ministro irlandese, Leo Varadkar, nei confronti della tematica dell’aborto: sfortunatamente egli, nonostante si definisca pro-life, non ha palesato una grande contrarietà all’assetto attualmente vigente in Canada, secondo il quale l’aborto può essere praticato fino al nono mese (avete capito bene, nono, come prospettava la “cara dolce Hillary Clinton” durante la campagna elettorale contro Donald Trump) e senza molte possibilità di obiezione per i medici. L’ultima speranza rimasta ai bambini in Irlanda è che il popolo non perda del tutto le peculiarità che lo ha contraddistinto finora e che hanno permesso la nascita di moltissime associazioni a difesa della vita.

Abbiamo intervistato a riguardo Maria Madise, direttrice internazionale della “Society for the Protection of Unborn Children”.

Maria quali sono state le reazioni del mondo cattolico al referendum in Irlanda?
I vescovi Irlandesi hanno rilasciato una dichiarazione questa settimana dicendo che abrogare l’Ottavo Emendamento della Costituzione che garantisce un uguale diritto alla vita per la madre e per il concepito, “ lascerebbe i bambini non nati in balia delle leggi permissive sull’aborto che potrebbero essere introdotte in Irlanda in futuro” . La loro dichiarazione diceva inoltre che abrogare l’Ottavo Emendamento sarebbe stato “un passo scioccante” ed “ un’ingiustizia manifesta“. Hanno anche confermato che “ la vita umana inizia dal concepimento. Non c’è una fase successiva nello sviluppo del bambino per cui possiamo dire: fino ad ora il feto non è persona, ed ora è diventato un bambino”.
Comunque, a parte queste reiterazioni che sono le benvenute, il clero sembra essere per la maggior parte silente o eccessivamente ottimista su un risultato pro life al referendum. Senza un chiaro insegnamento, predicazione e guida in questo momento critico, non c’è molto terreno per essere ottimisti. Abbiamo visto che cosa è accaduto nel 2015 al referendum sul matrimonio, quando l’Irlanda un tempo cattolica divenne il primo paese nel mondo ad aver legalizzato il matrimonio omosessuale con un voto popolare.
Tra i laici cattolici, ci sono molte iniziative di preghiera e di digiuno per conservare l’Ottavo Emendamento. Per esempio, abbiamo lanciato una crociata spirituale per chiedere alle persone di pregare e digiunare, offrire altre penitenze e chiedere che siano celebrate Messe per conservare l’Ottavo Emendamento. 30 000 volantini per promuovere questa crociata sono terminati molto rapidamente e le persone li stanno diffondendo nel mondo. Quindi possiamo dire che c’è veramente un movimento spirituale tra i laici cattolici.

Chi vuole promuovere il referendum?
L’Irlanda, con il suo record eccellente di sicurezza nella gravidanza senza ricorso all’aborto, è risorsa di imbarazzo per i promotori delle campagne d’aborto. Contraddice completamente l’argomento che l’aborto in qualche modo aiuti le donne. Secondo le Nazioni Unite, l’Irlanda, senza ricorso all’aborto, è per una madre il luogo più sicuro nel mondo per avere un bambino. Per un bambino è il luogo più sicuro per essere concepito. In molti paesi europei, il grembo materno è statisticamente il luogo più pericoloso! Questo crea nemici potenti. Il miliardario George Soros, per esempio, sta finanziando un piano di 3 anni per sradicare le leggi pro life nel mondo. L’Open Societies Foundations ha come piano quello di colpire l’Irlanda, ed usare l’Irlanda come modello per smantellare il diritto alla vita in altri paesi cattolici.
Nel loro rapporto recente si legge: “Con una delle leggi sull’aborto più restrittive al mondo, una vittoria potrebbe avere un impatto su altri paesi fortemente cattolici in Europa, come la Polonia, e fornire la prova tanto necessaria che il cambiamento è possibile, anche in luoghi altamente conservatori “.
Mentre la maggior parte del mondo si muove nella direzione di aumentare la violenza contro la vita in varie fasi, l’Irlanda pro-vita è un grosso problema per la lobby internazionale pro-aborto, fortemente presente nelle Nazioni Unite ed in altre istituzioni internazionali. È perché l’Irlanda e pochi altri paesi dimostrano che hanno torto.
L’Irlanda è la coscienza dell’Europa. La lobby pro aborto ha bisogno di silenziarla per avere successo. Il governo liberale e la manipolazione nel processo di preparazione al referendum, amplificano internamente la pressione internazionale. I media sono al loro servizio e sembra che non ci sia resistenza, ma questa c’è tra il popolo irlandese.

Sabato 10 Marzo il popolo pro life irlandese prenderà parte alla Marcia per la Vita. Lo accompagniamo con la preghiera, non stancandoci mai, fino all’ultimo respiro, di difendere la verità, il diritto alla vita ed i bambini non nati.

 

29 gennaio 2018

Francia. L'aborto divide ancora

di Fabrizio Cannone
Iniziamo dai fatti. Il 21 gennaio scorso si è tenuta a Parigi l’annuale Marcia per la vita. Alla Marcia aderiscono vescovi, prelati, sacerdoti, associazioni cattoliche, parrocchie, gruppi scout, etc. etc. Di solito viene richiesta e ottenuta la benedizione del Santo Padre.

Lo scopo della Marcia è quello di denunciare l’aborto, quell’atto che il Concilio Vaticano II, definisce assieme all’infanticidio, “crimine abominevole” (Gaudium et spes, 51). L’aborto è quell’azione che san Giovanni Paolo II ha detto doversi chiamare “omicidio”, volendo significare che non si tratta di qualcosa di essenzialmente diverso rispetto a ciò che compie un killer, un terrorista o un criminale comune (cfr. Evangelium vitae, 58).

Nei giorni immediatamente precedenti alla Marcia, un’associazione cattolica, il Movimento rurale della gioventù cristiana, ha emesso un comunicato in cui afferma di volersi “desolidarizzare” dalla Marcia per la vita, in quanto questa sarebbe portatrice di “messaggi di colpevolizzazione, di intolleranza e di odio”. L’associazione ecclesiale, nota e riconosciuta dalla Chiesa francese, afferma che bisogna difendere “il diritto fondamentale delle donne e delle coppie a ricorrere a un’interruzione volontaria della gravidanza”.

Viene in mente Giovanni Paolo II, il quale scriveva nell’enciclica sopra citata, che “Proprio nel caso dell’aborto si registra la diffusione di una terminologia ambigua, come quella di interruzione della gravidanza , che tende a nascondere la vera natura e ad attenuarne la gravità nell’opinione pubblica”.
Il Vescovo della diocesi ove sorge il Movimento cristiano filo-abortista, mons. Bernard Ginoux, è intervenuto con una certa veemenza, dichiarando che le posizioni espresse in quel comunicato sono “inaccettabili” e che il rispetto della vita è “incondizionato”. Ha pure aggiunto in una Lettera aperta che il Movimento rurale della gioventù cristiana, non può fregiarsi dell’appellativo di cristiano, viste le posizioni assunte.

Sembrerebbe che, malgrado tutto, la luce della verità abbia trionfato per una volta. E invece no.
Padre Arnaud Favard, che non è un parroco di periferia, ma il Vicario generale della Missione di Francia, ha espresso sul sito del celebre istituto religioso missionario, piena solidarietà non al Vescovo Ginoux, ma al Movimento rurale pro-aborto!

Queste le parole più significative di padre Favard: “La presa di posizione del MRJC ha qualcosa di fastidioso certo (…). Ma io la accolgo perché conosco l’ardore dei giovani del Movimento nel promuovere la vita nelle zone rurali abbandonate in nome delle metropoli e della competitività. Conosco il loro impegno per l’agro-ecologia e lo sviluppo sostenibile, per la pace e il disarmo, per l’educazione all’iniziativa e alla responsabilità. Io tendo loro la mano perché riconosco in essi qualcosa del sogno di Papa Francesco. Dei giovani cristiani che hanno l’odore delle pecore, che diventano ospedali di campagna per gli accidentati dalla vita (…). Se lo avessimo dimenticato, essi ci ricordano che l’ingiustizia e l’esclusione non evangelizzano nessuno”…

In nome quindi dell’odore delle pecore, dell’ospedale da campo, della pace, del disarmo e di Papa Francesco dovremmo ammettere ora l’aborto e l’eutanasia, i matrimoni gay e tutte le altre derive etiche della modernità? Ce lo dicano i teologi e i prelati più dotti di noi e al contempo più incarnati nella realtà sociale di oggi.

Pubblicato anche su Libertà e Persona


 

28 gennaio 2018

La Liguria e l'inganno fatale della contraccezione

di Alessandro Rico - Twitter @ricoalessandro
(da La Verità) 
Quello che rivelano i dati dell’ultimo rapporto del Ministero della salute sull’applicazione della legge 194, che a maggio compirà quarant’anni, può sorprendere solo chi crede che a una maggior diffusione della contraccezione, in particolare quella ormonale, considerata la più efficace, corrisponda necessariamente una diminuzione delle interruzioni volontarie di gravidanza. E invece, per quanto sembri scontata tale correlazione, il caso della Liguria testimonia come sia una certa mistificazione culturale e antropologica la vera radice della pratica dell’eliminazione del feto, indipendentemente dal massiccio ricorso ai metodi contraccettivi.

Come riportato anche dal quotidiano genovese Il Secolo XIX, infatti, la Liguria è «in vetta alle statistiche nazionali per il numero di aborti in proporzione alla popolazione (8.8 interruzioni di gravidanza ogni mille donne in età fertile, quasi 270 aborti ogni mille nati vivi); registra il dato più alto in assoluto per gli aborti tra le giovanissime (4.3 su mille tra i 15 e i 17 anni)» e presenta pure il primato nel ricorso alle tecniche non invasive di interruzione della gravidanza, quali la controversa pillola Ru486, definitivamente approvata in Italia nel 2009, che provoca l’espulsione dell’embrione dopo circa 48 ore dall’assunzione. All’ospedale Villa Scassi di Sampierdarena, addirittura, la percentuale di aborti con la pillola supera il 66%.

Al tempo stesso, però, la Liguria è altresì una delle regioni in cui è più diffuso l’utilizzo della pillola anticoncezionale (da non confondere, appunto, con la pillola abortiva Ru486, che in quanto tale è assunta non per «prevenire», bensì per interrompere la gravidanza). Secondo i dati Istat/Imf, il Settentrione è in generale più disposto all’impiego dei metodi contraccettivi. E se, a livello nazionale, la contraccezione ormonale viene usata dal 16.2% della popolazione femminile, molto meno rispetto alla media europea, la percentuale sale, in Liguria, fino al 20.1%. Dietro soltanto alla Valle d’Aosta, la quale, con il 23%, ha però un tasso di aborti in rapporto alla popolazione soltanto di poco inferiore a quello ligure, e alla Sardegna, con il 30.3% e un’abortività che, invece, è al di sotto delle sei interruzioni di gravidanza ogni mille nati vivi.

Può meravigliare che il collegamento, all’apparenza tanto ovvio, tra incremento della contraccezione e diminuzione degli aborti, sia poi smentito dai fatti. Eppure, quello della Liguria non è nemmeno l’esempio più eclatante. È la Francia a offrire lo scenario più preoccupante. Nella patria del ’68; nella culla della rivoluzione sessuale europea e dell’emancipazione femminile, dove, nel febbraio 2017, fu approvata una legge per l’estensione del reato di «ostacolo all’interruzione volontaria di gravidanza» ai siti web pro-life; nel Paese in cui il 50% delle donne tra i 15 e i 49 anni assume la pillola anticoncezionale, circa una donna su tre ha abortito almeno una volta. Oltralpe, quello dei bimbi non nati è oramai un fenomeno dalle proporzioni bibliche, una vera e propria strage degli innocenti: si parla di quasi 210.000 aborti l’anno, un dato mantenutosi più o meno costante dall’inizio del XXI secolo. Sono cifre fortunatamente lontane da quelle registrate in Italia: nel nostro Paese, nel 2016 sono state praticate circa 85.000 interruzioni volontarie di gravidanza, in calo del 3% rispetto all’anno precedente. Gli aridi numeri, tuttavia, assumono una colorazione diversa nel momento in cui quei feti vengono considerati non più come scomodi fardelli di cui liberarsi, bensì come doni rifiutati, possibilità annientate, vite rubate.

Checché se ne dica sull’efficacia della «liberalizzazione» dell’aborto introdotta dalla legge 194, a spiegare perché, spesso, la contraccezione non riduca le interruzioni volontarie di gravidanza, è la «cultura dello scarto» denunciata da Papa Francesco, quella che ci induce al disprezzo degli «esseri umani più deboli e fragili, cioè i nascituri, i più poveri, i vecchi malati, i disabili gravi». Ed è grave che queste stragi siano gabellate per conquiste di libertà. Così, la soppressione di chi ha contratto una malattia o è portatore di handicap, persona ingombrante, poiché ci ricorda l’abisso di dolore in cui può precipitare l’esistenza umana, viene spacciata per un gesto di pietà e di trionfo dell’autodeterminazione. L’uccisione, nel grembo delle madri, di bambini trattati alla stregua di «grumi di cellule», pratica barbara che, da candidata alla presidenza, Hillary Clinton proponeva di prolungare, in certi casi, persino fino al nono mese, viene infiocchettata con la menzogna della «salute riproduttiva» o della «libertà di scelta» delle donne. Gli stessi slogan cui faceva ricorso Planned Parenthood, la catena americana di cliniche abortiste scoperta a smerciare illegalmente parti anatomiche dei feti. La stessa concezione sbandierata dalle femministe, sedicenti anticapitaliste ma feroci «proprietariste», allorché in ballo c’è il diritto, l’unico vero diritto «indisponibile», alla vita.
Alla fin fine, il paradosso non è tanto che la diffusione della contraccezione non sia immediatamente connessa a una riduzione degli aborti. L’assurdità è che, mentre il nostro Paese raggela in un inverno demografico cui ci si propone di rimediare deportando disperati dall’Africa, dal 1978 si sia impedito di nascere a quasi sei milioni di italiani. Forse non è un caso, se sono tanti quanti gli ebrei massacrati dai nazisti.
 

18 dicembre 2017

Contenimento delle nascite: rinuncia consapevole o suicidio indotto?


di Massimo Contini

Confucio (come mia zia), diceva che “i bambini significano felicità” e infatti fino agli anni ’50 in Cina l’aborto e la contraccezione erano vietati. A un certo punto, però, la natalità era talmente alta che nel 1953 è stata permessa la contraccezione e poi nel 1957 anche l’interruzione di gravidanza. Ma i bambini hanno continuato a nascere vorticosamente e si è arrivati al punto che la sovrappopolazione è stata considerata esplicitamente “un ostacolo allo sviluppo e alla modernizzazione”.

Si è cominciato così con lo Wan Xi Shao, ossia “sposatevi piu’ tardi – fateli piu’ distanziati – fatene solo due”. Ma non bastava. Ancora troppe nascite. Il punto di picco lo si è toccato nel 1979: il 25% della popolazione mondiale era cinese e due terzi avevano meno di trent’anni! E’ partita così la “politica del figlio unico” per raggiungere la “crescita zero” nel 2000.

Visti i primi risultati positivi, già a fine anni ’80 si è attenuata la legislazione di contenimento delle nascite, finché – centrati gli obiettivi – nel 2013 la politica del figlio unico è stata abolita: le famiglie cinesi oggi possono avere due figli senza incorrere nel pagamento di sanzioni. Vi chiederete come mai riporto la sintesi delle vicende cinesi in materia di contenimento delle nascite.

Ebbene, esistono due diversi modi per far fronte alla pressione demografica:

uno è il metodo coercitivo/punitivo, ossia quello cinese;

l’altro quello persuasivo/pervasivo/perversivo, ossia quello nostrano, “occidentale” potremmo dire. Il nostro è partito in sordina (ma subito ben sponsorizzato e finanziato dai centri di potere che contano), negli anni ’40 con i Planned Parenthood americani per promuovere aborto e contraccezione, ed è arrivato settant’anni dopo – attraverso vari passaggi successivi (’68; amore libero; divorzio; rivendicazioni LGBT; umanizzazione degli animali in sostituzione dei figli; teoria del Gender ) – a importi oggi di fare squirting dopo il sesso anale in una gangbang con tua cugina e un trans mentre nel contempo diventi top manager. Altrimenti sei un fallito.

Questi sono i modelli venduti e imposti da lavatrici psichiche come Mtv, Grandi fratelli, baracconi Pop e partiti Radicali. E se tu, donna, fai un figlio prima dei trent’anni, sei una fallita, sei una frustrata che si dedica ai figli perché non ha saputo conquistarsi la sua emancipazione e libertà.

Viagra e Cialis hanno poi dato il colpo di grazia. Fino a che, stare sotto i quattro orgasmi settimanali a rating quattro stelle (in scala da uno a cinque), fa di te un fallito/a. Il risultato sono ragazzine anoressiche e ragazzini impauriti; cinquantenni con pancetta che fanno palestra e solarium; chirurgia estetica per nonne tatuate che si sentono ancora “vive” e l’incapacità cronica e diffusa per tutti di accettare il tempo che passa.

Tornando al contenimento delle nascite, quindi, quale dei due sistemi – cinese e occidentale – può essere considerato migliore? Non c’è dubbio: quello cinese. Vietateci i tre figli e multateci il secondo. Ma diteci la verità. Non trattateci come pecore, prendendoci per i fondelli e convincendoci che si tratti di una nostra autonoma rivendicazione di libertà.

http://www.lefondamenta.it/2017/12/15/contenimento-delle-nascite-rinuncia-consapevole-suicidio-indotto/



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06 dicembre 2017

Il futuro è nel Presepe


di Giuliano Guzzo

Non nelle stelle, ma nel Presepe sta il futuro. Quando infatti l’Occidente si ridesterà dall’odierno torpore valoriale, uomini e donne torneranno ad coccolare i neonati anziché i cani, come si vede in una pubblicità Ikea che è l’icona del nostro declino. La vita nascente tornerà così a essere valorizzata e pure le giovani incinte prive di ricchezze e di un luogo dove partorire, seguendo l’esempio di Maria, l’accoglieranno, con l’infanticidio prenatale che tornerà ad essere rigettato quale atto crudele, senza più essere scambiato per progresso. Allo stesso modo, si tornerà a non discutere più la necessaria compresenza, per i figli, di una figura materna e di una paterna, verità cristallizzata nell’immagine presepiale. La stessa isteria femminista tramonterà e non ci si scandalizzerà più se sarà l’uomo, come san Giuseppe, ad esercitare un lavoro considerato maschile, anziché smarrirsi tra depilazione e tentativi di allattamento. Pure il diritto dello straniero a emigrare, che la retorica immigrazionista oggi eleva ad apolidismo obbligato, verrà controbilanciato dalla possibilità del suo pacifico rimpatrio, del quale i magi diedero chiaro esempio. Il Presepe, insomma, è sì dov’è nato Dio, ma pure dove rinascerà l’umanità.

https://giulianoguzzo.com/2017/12/05/il-futuro-e-nel-presepe/



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01 dicembre 2017

50 fake news «buone»


di Giuliano Guzzo

L’aborto volontario è un diritto fondamentale. Prima della nascita, il grembo materno ospita solo un grumo di cellule. La vita umana inizia con l’impianto dell’ovulo fecondato nell’utero materno. L’embrione non è vita. L’embrione è vita, ma in potenza. L’embrione è vita, ma non vita umana. L’embrione è vita, ma non persona. Vietare l’aborto significa minacciare la salute delle donne. Prima della Legge 194, in Italia, morivano milioni di donne per aborto clandestino. Il contrasto all’aborto legale è cosa medievale. Per battersi contro l’aborto occorre essere cattolici. Le donne sono tutte favorevoli all’aborto. L’aborto volontario non comporta conseguenze per la salute materna. L’obiezione di coscienza non è un diritto. L’obiezione di coscienza è una cosa da ultracattolici. Gli obiettori di coscienza minacciano il diritto di aborto. In Italia ci sono troppi obiettori di coscienza. A causa degli obiettori di coscienza, gli altri medici sono sovraccaricati di lavoro. La pillola del giorno dopo non è abortiva. La pillola dei cinque giorni dopo non è abortiva. Il divorzio è una conquista di civiltà. Il divorzio legale è una conquista recente. La morale cristiana è omofobica. L’Italia è un Paese culturalmente arretrato. La famiglia tradizionale è un’invenzione cattolica. La famiglia tradizionale è un prodotto della cultura occidentale. La famiglia naturale non esiste. La famiglia uccide più della mafia. L’idea di famiglia naturale è da bigotti. Non esiste un tipo di famiglia, ma tanti. Riconoscere solo un tipo di famiglia, significa negare l’amore. Il fondamento del matrimonio è l’amore. Prima delle unioni civili, i conviventi non avevano diritti. La fecondazione extracorporea è un diritto. Le possibilità di successo della fecondazione extracorporea solo elevate. La fecondazione extracorporea non è un business. I figlio sono un diritto. I figli sono di chi li cresce. La madre non esiste, è un concetto antropologico. L’adozione omogenitoriale è un’opportunità per il bambino. Non conta se un bambino ha due mamme o due papà, love is love. Senza l’adozione alle coppie gay i bambini restano in orfanotrofio. Criticare l’utero in affitto è da oscurantisti. Vietare l’utero in affitto non ha senso, poi le coppie vanno all’estero. L’utero in affitto può essere altruistico, non è sempre incivile. L’utero in affitto viene avversato solo quando vi ricorrono coppie gay. Il testamento biologico non è l’anticamera dell’eutanasia. L’eutanasia è un diritto umano. Se non legalizzi l’eutanasia, spopola quella clandestina. Il biotestamento è un rimedio contro l’accanimento terapeutico.

https://giulianoguzzo.com/2017/11/29/50-fake-news-buone/



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17 novembre 2017

CasaPound e noi cattolici integrali


di Gregorio Sinibaldi

Non abbiamo verso CasaPound i pregiudizi tipici del borghese benpensante, di destra o di sinistra, che ormai si è ridotto ad una vita di slogan, omologata e tirannizzata dal sistema, magari senza rendersene conto. Slogan usati come mantra e tutti a base di antirazzismo, immigrazionismo, femminismo, laicismo, omosessualismo, etc. etc.
Anzi abbiamo fortemente apprezzato che un movimento politico non confessionale e nazionalista, si unisse a noi durante il Family day del Circo Massimo (30.1.2016), per la difesa della famiglia tradizionale attaccata dalle lobby di potere e dalle sinistre, più o meno radicali e radical chic.
Di più, navigando in rete si trovano parecchie iniziative dei militanti di CasaPound di tipo sociale: solidarietà concreta agli italiani più poveri, sostegno ai terremotati, ai portatori di handicap, etc. E sono tutto cose positive, al di là del credo ideologico di chi le organizza.
Il 15 novembre però, Simone Di Stefano ha fatto un’intervista al “Corriere della Sera” che ci ha fatto capire meglio quanto la distanza tra CasaPound e il Sistema che dice di combattere sia in realtà a geometria variabile. Anzi, sembra proprio un endorsement. Come dire ai lettori del quotidiano snob, laicista e paludato: “Anche noi siamo come voi, che avevate capito?”
Ma se la distanza, come vedremo, tra CasaPound e il sistema è minima, essa non può che essere enorme con noi cattolici integrali che desideriamo combattere e rivoluzionare questo stato di cose, e non su aspetti secondari, ma nel suo nucleo ideologico più intimo. Che coincide con ciò che i Pontefici, almeno un tempo, chiamavano “cultura di morte”.
L’intervistatore Alessandro Trocino non sa attendere molto, e già alla seconda domanda arriva a ciò che più gli interessa, e chiede: “Lei è fascista?”. E lui: “Certo. Siamo gli eredi della tradizione che dopo Rsi e Msi è stata interrotta da Alleanza nazionale”.
Ma nel resto dell’intervista di fascismo vero, reale, storico resta ben poco… sostituito da un fascismo immaginario che ognuno potrebbe crearsi a propria immagine e somiglianza.
Sulle leggi razziali: “Sono state un reato gravissimo da condannare. E un errore perché hanno allontanato gli ebrei dal fascismo, nel quale erano protagonisti”. Sicuro?
Incalza Trocino: “L’apologia di fascismo è ancora un reato in Italia”. Di Stefano: “Essere fascisti no”.
E per significare che la Costituzione non vieterebbe un movimento come il loro, Di Stefano dichiara: “Noi siamo per una strenua difesa della Costituzione”. Sembrerebbe di sentire D’Alema, o Fanfani, o qualcuno dei padri costituenti. Forse Di Stefano ignora che costoro si ispiravano all’anti-fascismo e all’anti-nazionalismo più radicale e ideologico? Eppure è noto a tutti. O crede che Mussolini sia stato appeso a testa in giù, e i fascisti residui in buona parte eliminati fisicamente nel ’45-‘46, per poi fare una Costituzione che riprendeva i valori del fascismo?
Ma quando si hanno le idee poco chiare è facilissimo farsi abbindolare dal sistema e diventarne un portavoce. Sentite qua. “Siete contro l’aborto?” “No, chi vuole abortire deve poterlo fare gratis e in strutture pubbliche”. Ora che l’aborto sia un dogma o forse il dogma del pensiero dominante, probabilmente certi intellettuali di estrema destra lo ignorano. Ma dovrebbe far strano a chi si sente rivoluzionario e controcorrente vedersi assieme alla sinistra ufficiale, all’Onu, a tutte le lobby antinazionali e antipatriottiche del pianeta, ai centri (a)sociali (con cui potrebbero sfilare insieme, mentre noi partecipiamo alla Marcia per la vita…).
Ma se si cede su un punto, la strada verso il nulla è già imboccata.
“L’eutanasia?”. Di Stefano: “Non è il primo problema. Ma chi si vuole togliere la vita deve poterlo fare”. Capito, amici? Già usano il lessico politicamente corretto e servile. “Deve poterlo fare?”. In caso, il suicidio deve poterlo fare. L’eutanasia, è la soppressione indotta dal medico, mediante una azione o una omissione. Ed è più grave del suicidio, poiché si obbliga un terzo, magari contro la sua coscienza, a compiere un delitto, in nome della vera o presunta volontà del paziente. Ma anche qui tra CasaPound e i radicali dell’associazione Luca Coscioni la distanza è zero. Rifletti, giovane patriota, rifletti…
“La pena di morte?”. “Contrari”. Che carino, eh? Che ne pensano Nessuno tocchi Caino e Amnesty? Finora tendevano a sinistra questi propagandisti della cultura di morte, ma ora sanno che anche all’estrema destra dello scacchiere possono contare su sostegni insperati e preziosi. Che il pensiero politico classico (pre-cristiano e cristiano, greco e romano), che secoli e secoli di cultura giuridica europea abbiano ammesso la pena capitale come legittima non conta nulla per questi cantori, a parole, dei valori eterni dell’impero.
Ma sa Di Stefano che il fascismo vietava, nelle sue leggi piuttosto severe, sia l’aborto che l’eutanasia, colpendoli come reati? Sa che il fascismo reintrodusse, dopo il socialista Codice Zanardelli, la pena di morte (Codice Rocco) e che la applicò durante tutto il Ventennio? Sa che l’annosa Questione Romana, apertasi il 20 settembre 1870, fu risolta da Mussolini con il Concordato del ’29 che reintrodusse i crocifissi in tutte le aule pubbliche dello Stato? Sa che fu soppresso dal regime sia il partito comunista che la massoneria, e che fu vietata la pornografia e imposta la censura per gli spettacoli immorali? Sa che in queste ed in altre iniziative di rilievo fu apertamente sostenuto dal Vaticano?
La cultura di morte che oggi si identifica con la cultura ufficiale dell’Unione europea e che viene meticolosamente instillata nelle scuole e nelle università ha ufficialmente un nemico in meno. Peccato.


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14 novembre 2017

Quello che le femministe non dicono sull’aborto


Foto di Alfonsa Cirrincione
di Annarosa Rossetto

È passata da circa un mese la “giornata nazionale per l’aborto libero e sicuro” in cui qualche gruppo ultrafemminista ha ribadito il proprio pensiero dell’aborto quale “diritto umano” che ogni Stato per dirsi civile dovrebbe garantire su richiesta e senza giustificazioni (“ond demand and without apologize” era uno degli slogan internazionali della giornata). Ma davvero “le donne” vogliono questo? Davvero le donne che dicono di volerlo sanno di che si tratta? Davvero lo sanno tutti quelli che ne discutono? Davvero tutti quelli che ne parlano come di una “conquista di civiltà” sanno che civiltà ne ha promosso la diffusione?

Proviamo a fare il punto, premettendo che sono una donna, madre, volontaria di un Centro di aiuto per la Vita in cui di storie così ne sono passate tantissime.

Parliamo di cos’è un aborto, innanzitutto. Una donna sospetta di essere incinta a circa 2-3 settimane di età di sviluppo embrionale quando ormai il figlio è ben impiantato nel suo utero. In teoria nel giro di pochi giorni può sottoporsi ad un aborto, normalmente però tra visite di conferma e tempi di attesa personali e del sistema sanitario la maggior parte degli aborti avvengono intorno tra le 8 e le 10 settimane.

A questo punto le opzioni sono tre, aborto chimico (RU 486) se eseguito prima della 7° settimana, aborto chirurgico per aspirazione o raschiamento, aborto per induzione di parto pretermine nel caso di aborto cosiddetto “terapeutico” dopo la 16° settimana. Vediamo in che cosa consistono.

Aborto chimico: alla donna viene fatta assumere una dose di Mifepristone (RU486) che uccide chimicamente l’embrione. Dopo alcune ore viene data una dose di prostaglandine che inducono contrazioni per il distacco dell’embrione morto e la sua espulsione nel giro di alcune ore o giorni, in modo diverso per ogni donna. Dopo alcuni giorni la donna deve sottoporsi a controlli medici per avere la conferma dell’avvenuto completamento dell’aborto. Questo processo comporta la diretta responsabilità della donna nella procedura abortiva, spesso provoca crampi ed emorragie importanti, talvolta la necessità di un aborto chirurgico per la non perfetta espulsione di tutto il contenuto dell’utero (non solo l’embrione ma anche annessi fetali) e la possibilità che la donna veda il corpicino di suo figlio espulso con le perdite ematiche.

Aborto chirurgico per aspirazione: nell’utero della donna viene infilata una cannula che aspira l’embrione sbriciolandolo grazie alla forza della pompa di aspirazione. Nel caso di gravidanze oltre un certo grado di sviluppo il personale sanitario deve controllare che tutti i pezzi del feto siano presenti nel materiale raccolto nel contenitore dell’aspiratore.

Aborto per raschiamento: nell’utero viene inserito una “curette” (uno strumento chirurgico a forma di anello) che stacca dall’utero la placenta e l’embrione, facendolo a pezzi in caso di aborto non proprio precoce. Anche qui va controllato che siano stati asportati tutti i frammenti.

Talvolta i due sistemi sono combinati.

Aborto per induzione di parto pre-termine: questo è l’aborto che si fa quando parliamo di “aborto terapeutico”. In pratica viene indotto un parto anticipato tra la 15° e la 23° settimana (attualmente termine in Italia considerato come limite perché un bambino nato poco dopo sopravvivrebbe quasi con certezza ma in alcuni Paesi anche oltre) e la donna ha un travaglio ed un parto “normali” da cui nasce un bambino estremamente prematuro, talvolta già deceduto ma spesso ancora vivo che morirà sul tavolo operatorio nel giro di qualche minuto ma anche diverse ore perché incapace di una respirazione autonoma efficace.

Si parla tanto di “consenso informato” ma le donne prima di abortire vengono informate su cosa sta per succedere loro e al figlio che portano in grembo? E sanno di avere, secondo la l. 194, diritto a proposte di alternative concrete per superare le situazioni che le portano a questa decisione? Sanno dei rischi immediati dell’intervento e delle conseguenze sulla loro vita riproduttiva futura e su quella psicologica?

Sanno che se prendono la RU486 potrebbero vedere loro figlio cadere nel water durante dolorosi crampi che sono in realtà contrazioni espulsive? Sanno che l’aborto “terapeutico” consiste in un vero e proprio parto dopo il quale loro figlio (cui prima di sapere la diagnosi probabilmente hanno saputo il sesso e anche dato un nome) morirà per asfissia?

Sanno che il loro corpo “saprà” che hanno partorito e il loro seno produrrà latte e dovranno prendere altri farmaci per farlo andar via? Sanno dell’aumentato rischio di sterilità, di gravidanze extrauterine, di infezioni pelviche, di aborti spontanei in future gravidanze? Sanno della maggior incidenza di depressione nelle donne che hanno scelto di abortire rispetto a quelle che hanno accettato di portare avanti una gravidanza indesiderata?

Sanno che è maggiore anche il rischio suicidario in questo caso? Sanno di poter partorire in anonimato anche dopo essere state ospitate eventualmente in una struttura protetta e dare in adozione il bambino concedendo a lui di vivere ed ad una coppia sterile di diventare genitori? E di poter cambiare idea anche entro i due mesi?

Ecco, quando leggo articoli in cui si parla di aborto come un “diritto” delle donne mi domando se il “diritto” ad essere informate sull’orrore che quella decisione comporta ed ad essere aiutate a portare avanti la gravidanza non dovrebbe essere prioritario. E no, non sono diritti sullo stesso piano. Abortire non vuol dire eliminare i problemi che una gravidanza imprevista o una diagnosi prenatale negativa porteranno nella nostra vita. Vuol dire eliminare nostro figlio perché la sua vita ci creerà quei problemi.

Perché il figlio ce l’abbiamo dal momento che restiamo incinte e se non è sempre una bella notizia, sempre di un figlio si tratta. E, che lo teniamo o lo uccidiamo (sì, l’aborto uccide un figlio non un “grumo di cellule” informe, a quell’età ci sono già un cuore che batte e un cervello che cresce), rimarremo madri di quel bambino per sempre con la differenza che saremo madri di un figlio morto per una decisione che, per quanto sofferta, è sempre e soprattutto nostra.

Quale società può dirsi civile se consente di eliminare i problemi dalla vita di qualcuno eliminando qualcun altro? Qualcun altro che è più debole, fragile e senza possibilità di far valere le sue ragioni? Quale società può dirsi civile se addossa ad una donna, in uno dei momenti più difficili e delicati della sua vita, la decisione di restare sola coi suoi problemi ed un figlio o la possibilità di uccidere il figlio nella speranza di risolvere i suoi problemi senza nemmeno la consapevolezza che ne avrà senz’altro altri, forse peggiori e senza alternative? Una civiltà in cui ad una coppia che aspetta un bambino con sindrome di Down o un’altra qualunque patologia viene prospettata come “normale” e spesso consigliata l’idea di farlo nascere perché muoia?

Qualunque altro modo di affrontare la questione senza tener conto di queste domande fondamentali, mettendo il focus sulla libertà, sulla scelta, sull’autonomia della donna è pura ipocrisia. L’aborto è un orrore da qualunque parti lo si guardi e le donne meritano di meglio.

http://www.lefondamenta.it/2017/11/09/quello-le-femministe-non-dicono-sullaborto/


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11 novembre 2017

La peste abortiva

di Lorenzo Zuppini

Una verità nascosta deve certamente celarsi dietro il neonato trovato morto in una busta di plastica all’interno di un bidone dell’immondizia, rinvenuto dai dipendenti di una ditta di trattamento rifiuti nel Veneziano. Così dev’essere, perché a tutto c’è una spiegazione, e il destino non esiste. Inutile esser fatalisti, la realtà va affrontata: i genitori (forse uno? Poco cambia) di un neonato hanno deciso di disfarsi del proprio figlio riponendolo dove vengono riposti, anzi gettati, i rifiuti. Il più delle volte, per non dire sempre, eventi di questo tipo non sono dovuti alla furia omicida di qualcuno, bensì alla semplice volontà di disfarsi di un peso: un bambino, un figlio, rappresenta effettivamente un peso per un paese dove le battaglie più sentite sono quelle a favore degli animali domestici, della loro parificazione agli esseri umani e, novità tra le novità, dell’ottenimento di permessi lavorativi per assistere il cane, il pappagallo e il pesce rosso. Di saggi grilli parlanti, a quanto pare, non ne sentiamo discutere. Peccato. Cosa mi freghi del neonato ficcato in una busta e scaraventato nell’immondizia, atrocità in mezzo a tante altre atrocità delle quali finisco per disinteressarmi? Mi ha sconvolto e mi ha obbligato a riflettere, quel bambino in busta, perché si è trattato di un aborto in piena regola, di godimento del diritto di fare del proprio figlio esattamente cosa si ritiene meglio: aspirarlo dal ventre materno o, se smemorati, cestinarlo assieme alla carta, agli avanzi della cena e alle feci del cane per il quale ci si batte ferocemente.

Certamente voi non lo saprete, perché le nostre menti sono ormai annebbiate dalla propaganda abortista, ma è interessante apprendere che dal maledetto 1978, anno in cui entrò in vigore l’altrettanta maledetta legge 194, sono stati effettuati 5.729.709 aborti. Nell’Europa dell’est è presente il più alto tasso di aborti in proporzione agli abitanti, ed è casualmente il solito luogo dove gli edonisti nostrani si rivolgono per affittare il ventre di una disgraziata che, per 10mila euro, si offre di mettere al mondo un bambino per poi venderlo alla coppia di omosessuali. È una simpatica coincidenza sulla quale dovremmo riflettere: stiamo riuscendo a creare, qua e là, l’inferno sulla Terra. Il 40% delle donne che pratica l’aborto è composto da lavoratrici, un 21% da casalinghe (scommetto tutte munite del miglior amico a quattro zampe) e il resto da disoccupate e studentesse. Apprendiamo da ciò che un 60% abbondante di costoro non versa in condizioni di difficoltà così da “giustificare” l’interruzione di gravidanza. Si tratta unicamente di un peso da togliersi di torno, imbustandolo e facendolo finire tra i rifiuti. Ma lo sapete che, quando si pratica l’aborto in ospedale, ciò che il medico toglie dal ventre materno viene imbustato e fatto finire tra i rifiuti ospedalieri? Sono l’unico che scorge un’analogia con quanto ho raccontato all’inizio? Ma l’ideologia della morte occupa le menti e miete vittime. Non ce l’ho con la donna che vuole abortire, ce l’ho con la cultura per cui tale scelta sia da preferire a quella contraria (rimboccarsi le maniche, in poche parole) e addirittura da accogliere col sorriso sulle labbra. Libertà tà-tà-tà!

Una serie di balle rivestite a dovere ripuliscono la coscienza di coloro che imbustano il proprio figlio: non è un bambino, non è un essere vivente, non respira, non è autonomo, non interagisce, è microscopico, è ciò che voglio che sia pur di potermelo levare di torno. Se faccio silenzio e smetto di scrivere, sento le anime che piangono e che urlano a quei genitori disgraziati che là dentro c’è un essere vivente che sta crescendo, che non ha colpe per ciò che è accaduto e non può quindi pagarle, che per sua stessa natura vuole nascere, che aiuterà tutti noi a progredire come popolo e come umanità, che, se potesse, li chiamerebbe già mamma e babbo. Questo tempo di relativismo accecante ci ha gettati nel baratro dell’anarchia assoluta, dove ai nostri diritti non corrispondono i rispettivi doveri. Sono un liberale di ferro, lo dico e lo confermo a tutti coloro che potrebbe tacciarmi di bigottaggine, ma la prima regola che quelli come me devono imparare è che la nostra libertà finisce quando lede quella altrui. Concedetemelo: solo un mostro può pensare che quel bambino non sia titolare del diritto alla vita.

Le donne non sono sole, basta con questa fregnaccia. Le donne hanno deciso che, per sentirsi realizzate, devono fare carriera esattamente come gli uomini sottraendo inevitabilmente tempo alla casa e alla famiglia e poi far prendere al marito il permesso dal lavoro per accudire il figlio neonato per poter rientrare in ufficio a tempo record. Magari facendosi pure crescere i peli sulle gambe come la modella di Adidas divenuta inguardabile. È legittimo tutto questo?
Probabilmente sì, ma allora che si raccontasse la verità sull’interruzione volontaria di gravidanza: fa schifo essere la regina del focolare.
Per dirla alla Camillo Langone, se le donne smettessero di raccogliere le feci del cane per strada, interessandosi a quelle di un ipotetico figlio, potremmo tirare un sospiro di sollievo spostandoci dal bordo di questo baratro.



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11 ottobre 2017

La lobby più potente? Quella abortista


di Giuliano Guzzo

Dici lobby e subito pensi, se si sta parlando di America, alla NRA, acronimo che sta per National Rifle Association, organizzazione – avverte Wikipedia – ritenuta «una dellepiù influenti lobby politiche degli Stati Uniti, considerata la sua abilità nel distribuire grandi quantità di voti alle elezioni, e le sue attività lobbistiche contro il controllo delle armi». In effetti, nonostante i tanti propositi, la circolazione delle armi da fuoco pare dura da ostacolare negli Usa e molti vedono, in questo, lo zampino proprio della NRA. Ora, lungi dal negare tutto questo – anche se l’associazione tra diffusione di armi e numero di morti a causa di pistole e fucili non è affatto così scontata, e men che meno causale –, c’è una precisazione che vale la pena svolgere.

La lobby più potente, neppure negli Usa, non è quella delle armi, ma quella abortista. Non è, si badi, un’opinione, bensì un fatto: agli attuali membri del Congresso, la NRA ha finora donato 3.555.194 dollari. Bella sommetta, si dirà. Vero; peccato che siano briciole vicino alle donazioni che, solo durante le elezioni del 2016, ha versato Planned Parenthood – sigla sotto la quale stanno le organizzazioni nazionali responsabili di numerose strutture e impegnate nella soppressione prenatale, fatta furbescamente ed eufemisticamente passare per «salute riproduttiva» -, per un totale stimato di 38 milioni di dollari. Un’enormità, è stato notato, neppure indirizzata a tutti bensì nella quasi totalità, benché PP rivendichi equidistanza, a politici democratici.

Una disponibilità economica che, secondo fondi pro-life, avrebbe già portato PP, non più tardi di due anni fa, a versare poco meno di 45.000 dollari ad esponenti democratici membri di una commissione istituita per indagare su uno scandalo che riguardava proprio PP, accusata di commerciare parti dei corpicini dei bambini abortiti. Ora, al di là di questo, che parrebbe comunque un chiaro tentativo di corruzione, non può non colpire l’immenso potere economico della lobby abortista. Un potere che però non impedisce, allorquando si parla di lobby, di lasciar pensare che la più importante, almeno negli Usa, sia quella delle armi. Una falsa credenza che però, come si è visto, non solo gode di un certo radicamento, ma in pochi tentano di sfatare. Perché le lobby, quelle vere, non vanno disturbate.

https://giulianoguzzo.com/2017/10/11/la-lobby-piu-potente-quella-abortista-di-gran-lunga/


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07 settembre 2017

Il cardinale Carlo Caffarra, una Vita per la Famiglia


di Alfredo Incollingo

Il 6 settembre è morto il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna, all'età di 79 anni. La Chiesa Cattolica purtroppo ha perso un'altra personalità carismatica. Come Biffi, Caffarra difese fino alla fine dei suoi giorni l'ortodossia cattolica, la famiglia e la vita contro la cultura della morte imperante in questi anni. Nonostante non si fosse mai arreso, aveva tuttavia compreso l'ineluttabilità della decadenza umana e morale, come affermò sulle pagine de Il Giornale (28 giugno 2017), commentando il caso di Charlie Gard: “Siamo arrivati al capolinea della cultura della morte. Sono le istituzioni pubbliche, i tribunali, a decidere se un bambino ha o non ha il diritto di vivere. Anche contro la volontà dei genitori. Abbiamo toccato il fondo delle barbarie.” Negli ultimi anni si era apertamente opposto alle spinte aperturiste del cattolicesimo moderno, certo che il tema della famiglia costituiva il Cavallo di Troia del modernismo religioso.

Una vita per la famiglia

Caffarra si impegnò dentro e fuori la Chiesa Cattolica nel difendere la famiglia e il matrimonio. La sua lucidità intellettuale e la sua profonda conoscenza della bioetica lo aiutò a comprendere i pericoli antropologici e morali che incombevano sulla famiglia. La sua decadenza, secondo Caffarra, ebbe origine dal venir meno dell'Amore cristiano: “È avvenuto come uno scippo. Una delle parole chiavi della proposta cristiana, appunto ‘amore’, è stata presa dalla cultura moderna ed è diventata un termine vuoto, una specie di recipiente dove ciascuno vi mette ciò che sente. Così la verità dell’amore è oggi difficilmente condivisibile.” Come presidente del Pontificio Istituto per gli Studi su Matrimonio e Famiglia, un ruolo che ricoprì dal 1981 al 1995 per volere di papa Giovanni Paolo II, denunciò le trasformazioni perniciose della società moderna che stavano dissolvendo le naturali relazioni familiari. Si scagliò con dure parole contro i disegni di legge per le unioni civili e per i matrimoni gay. In un'intervista su Tempi del 19 giugno 2015 affermò: “L’Europa sta morendo. E forse non ha neanche più voglia di vivere. Poiché non c’è stata civiltà che sia sopravvissuta alla nobilitazione dell’omosessualità. Non dico all’esercizio dell’omosessualità. Dico: alla nobilitazione della omosessualità.” Queste parole di fuoco furono espresse dopo che il Parlamento Europeo approvò un rapporto sull'uguaglianza di genere e sulle famiglie gay, ravvisandovi la fine dell'Europa e dell'Occidente.

Contro l'aborto, per la vita

Le sue prediche e i suoi studi non si focalizzarono solo sulla famiglia e sul matrimonio. Caffarra si occupò di bioetica, preoccupandosi soprattutto di ingegneria genetica. Sull'aborto fu sempre inflessibile nel condannarlo e non ebbe riluttanza nel dire che “è un vero e proprio omicidio, poiché è l’uccisione deliberata e diretta di un essere umano.”

Il cardinale che "sfidò" papa Francesco

Negli ultimi tempi Caffarra aveva espresso numerosi dubbi sulle prese di posizioni di Papa Francesco su matrimonio e famiglia nell'esortazione apostolica Amoris Laetitia. Il porporato bolognese, insieme ad altri tre firmatari (Brandmüller, Burke e Meisner), inviò una lettera di chiarimento al pontefice sul contestato capitolo otto del documento, riguardante l'accoglienza e il discernimento familiare. Nei famosi Dubia si manifestavano le sue preoccupazioni sulla comunione ai risposati divorziati e in generale sulla concezione cristiana della famiglia di papa Bergoglio. Caffarra, su Il Foglio del 15 gennaio 2017, dichiarava: “Credo che vadano chiarite diverse cose. La lettera, e i dubia allegati, è stata lungamente riflettuta, per mesi, e lungamente discussa tra di noi. Per quanto mi riguarda, è stata anche lungamente pregata davanti al Santissimo Sacramento”. Nello stesso articolo il cardinale replicava a chi lo definiva un nemico del papato: “Esiste per noi cardinali il dovere grave di consigliare il Papa nel governo della Chiesa. E’ un dovere, e i doveri obbligano. Di carattere più contingente, invece, vi è il fatto – che solo un cieco può negare – che nella Chiesa esiste una grande confusione, incertezza, insicurezza causate da alcuni paragrafi di Amoris laetitia. In questi mesi sta accadendo che sulle stesse questioni fondamentali riguardanti l’economia sacramentale (matrimonio, confessione ed eucaristia) e la vita cristiana, alcuni vescovi hanno detto A, altri hanno detto il contrario di A. Con l’intenzione di interpretare bene gli stessi testi.”

Risuonano ancora le sue parole d'amore per la Chiesa Cattolico e quelle d'orgoglio per essere un cristiano cattolico: “Io sono nato papista sono vissuto da papista e voglio morire da papista!” Sbaglia chi lo ha definito un avversario del papato, tanto meno di Bergoglio, ed è in errore chi lo etichettò come un tradizionalista. Caffarra fu un umile servitore di Cristo e, in quanto tale, ha difeso i Suoi insegnamenti dai lupi che insidiano il gregge cristiano.

http://www.barbadillo.it/68812-chiesa-addio-al-cardinal-caffarra-sfido-la-cultura-della-morte/

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26 luglio 2017

Un Campari con...Giovanni Ceroni (Mpv Biella).

Emma Bonino il 26 luglio 2017 parlerà in una chiesa di Biella, a proposito di accoglienza e immigrazione. Un'iniziativa decisamente infelice. Ne parliamo con Giovanni Ceroni, del Movimento per la Vita biellese.

Foto a fianco: Emma Bonino che trasmette valori profondi.

Emma Bonino parlerà in Chiesa a Biella. In che occasione? Che azione volete intraprendere per mostrare la vostra contrarietà?
Probabilmente parlerà dal presbiterio della Chiesa di San Defendente, come da uso in quella parrocchia.
Da programma dell'incontro, ufficialmente per parlare della giornata mondiale del Rifugiato nell'ambito della campagna politica di raccolta firme promossa dai Radicali Italiani, in realtà già dal sito della parrocchia è palese una adesione a ben oltre quello che potrebbe essere un richiamo alla dignità dei rifugiati di Guerra, ecco uno stralcio di quanto pubblicato dal sito parrocchiale: "«Siamo stati noi a chiedere che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia, anche violando Dublino», rivela con sconcertante fermezza la Bonino, confermando una volta per tutte dubbi e sospetti sui buonisti sostenitori dell’accoglienza coatta e a oltranza. E quindi, ne consegue, che il tanto deprecato e deprecabile abbandono del Belpaese inferto senza pietà e senza troppe perifrasi diplomatiche dall’Europa, sulla questione immigrazione, secondo l’ex ministro degli Esteri del governo Letta Emma Bonino, è responsabilità assoluta e inequivocabile dell’Italia stessa. «Nel 2014-2016», chiarisce ulteriormente l’esponente radicale – e dunque durante il governo Renzi – «che il coordinatore fosse a Roma, alla Guardia Costiera e che gli sbarchi avvenissero tutti quanti in Italia, lo abbiamo chiesto noi, l’accordo l’abbiamo fatto noi»"
A sostegno della campagna promossa da Bonino, c'è la Caritas Italiana, le Acli e altre importanti sigle cattoliche, l'elenco proposto dai Radicali Italiani è pubblicato su Facebook, tra gli aderenti sigle troviamo prevalentemente sigle legate al mondo politico della sinistra radicale (oggi PD) tra cui anche il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli.
Personalmente esprimo a voi tutto la la mia disapprovazione, trovo palese quanto sia ingannevole questo raggiro di tanta gente in buona fede. La Santa Chiesa non ha mai affrontato in maniera così ideologica problemi causati dall'uomo stesso, appoggio le campagne pacifiche di informazione che intendono fare luce su questi tristi eventi come quella organizzata da Ora et Labora in Favore della Vita rappresentata dall'amico Giorgio Celsi.

Perché la Bonino non dovrebbe parlare in Chiesa?
Ritengo il presbiterio di una Chiesa luogo Santo dal quale si annuncia la Parola di Dio, per dare parola ai Presbiteri di Santa Madre Chiesa. E' grave profanazione che parli l'eroina dell'aborto e dell'eutanasia in Italia; la particolare gravità dei radicali è quella di scambiare il male col bene, uccidendo la verità, questo è più grave del gesto omicida dell'aborto. Ricordiamo cosa scrisse nel maggio '92 Santa Teresa di Calcutta agli italiani:
Distruggere questa vita (del figlio) con l’aborto è omicidio, così come un qualunque altro omicidio, anzi peggio di ogni altro assassinio. Poiché non è ancora nato, è il più debole, il più piccolo ed il più misero della razza umana, e la sua stessa vita dipende dalla madre – dipende da te e me – per una vita autentica. Se il bambino non ancora nato dovesse morire per deliberata volontà della madre, che è colei che deve proteggere e nutrire quella vita, chi altri c’è da proteggere? Questa è la ragione per cui io chiamo i bambini non ancora nati “i più poveri tra i poveri”.
Madre Teresa di Calcutta, aveva ben chiaro che l'accoglienza primaria avviene nel seno materno, sarebbe morta pur di salvarne uno solo dall'aborto. Se la Bonino si convertisse, annunciasse al mondo che uno solo di quei piccoli vale quanto il mondo intero, che uccidendo con l'aborto procurato un bimbo in grembo si colpisce al cuore Gesù Cristo, che giustificare l'aborto è l'inganno satanico più grande del nostro secolo, allora darei tutto il mio appoggio di amicizia per accompagnarla nel lungo percorso di riparazione che ne seguirebbe.

Emma Bonino in Chiesa e lo spirito di Pannella che, secondo un alto prelato, soffia forte. Cosa succede? È un cedimento culturale?
Qualche mese fa abbiamo assistito alla modifica statutaria della Pontificia Accademia per la Vita (la P.A.V.). In tale occasione è stata rimossa l’«Attestazione dei Servitori della Vita» richiesta agli Accademici chiamati a far parte della P.A.V. ( requisiti voluti dal Servo di Dio Jerome Lejeune e da San Giovanni Paolo II).
Fino a poco tempo fa si sottoscrivevano sette affermazioni precise, prima di tutto riconoscendo che «ogni membro della specie umana è una persona».... All’art. 6 dello Statuto si precisava che la qualità di Accademico decadeva in caso di «azione o dichiarazione pubblica e deliberata contraddittoria a questi principi».
Ho subito intuito lo scopo della rimozione del «Attestazione dei Servitori della Vita»: chiamare abortisti a far parte dello staff accademico. Con le ultime nuove nomine sono entrati a far parte non solo un teologo abortista, ma anche persone hanno fatto sperimentazione su embrioni umani e che giustificano contraccezione e fecondazione in vitro (vedi articolo). Ritornando alla domanda sullo spirito della Bonino e di Pannella che infiamma Mons. Paglia, a mio avviso non si tratta di un problema culturale, bensì di Fede. Gesù diceva: "Ma quando il Figlio dell'uomo tornerà troverà ancora fede sulla terra?".
La Fede è Dio.
Troverà ancora il Cristo lo Spirito Santo nelle anime? Troverà ancora lo Spirito di Verità? A ben vedere tanti avvenimenti, specialmente nella Santa Chiesa ci sarebbe da rattristarsi, ma poi due considerazioni:
1) Il Dio della Bibbia per Donare le cose più belle Chiede, e questa pedagogia è infinitamente bella in quanto moltiplica il bene e i meriti.
2) La domanda è prima di tutto personale, e in noi possiamo cambiare tutto, dare a Gesù quello che chiede, ci ha dato regalità per cambiare noi stessi, convertirci e santificarci, traendo le forze dal Suo Sangue. Il resto verrà in conseguenza di questi due punti. Perchè quando Dio Chiede è perchè vuole Donare, e se ci chiede tanto il Suo Dono sarà 1000 volte più delle nostre aspettative. Basta avere Fede.
 

13 luglio 2017

Aborto. Non c'è nulla di irreversibile

di Gianluca Iori
Discutendo sull’aborto, si sente spesso dire, anche da parte di chi è tendenzialmente contrario a questa barbarie, che, ora che è stato legalizzato, non è più possibile tornare indietro.

Se da un lato è vero che spesso la legge civile definisce, agli occhi dei più, il minimo etico, questo non implica necessariamente il fatto che ciò che viene legalizzato sia necessariamente giusto. Chi è infatti che legifera? Il Parlamento, ovvero uomini comuni, che, in base all’opinione pubblica o a interessi di vario tipo, decidono di approvare o vietare una certa pratica.

La concezione positivista, secondo cui è la società (nella forma dell’opinione individuale o della legislazione) che determina ciò che è giusto e sbagliato, e che di conseguenza conferma con la legge queste sue convinzioni, è assurda.

Supponiamo infatti che in futuro, per qualche motivo, la maggior parte delle persone pensi che la pedofilia sia giusta ed  accettabile. Sarebbe quindi giusto legalizzarla, magari a fronte anche di una ipotetica vittoria ad un referendum? Pensiamo inoltre alla schiavitù e alla pena di morte: esse erano legali ed accettate dalla quasi totalità della popolazione, ma erano giuste?

È evidente che è necessario avere riferimenti oggettivi ed imparziali che stabiliscono ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Questi non possono essere a loro volta frutto di elaborazioni umane, come ad esempio una costituzione, in quanto anch’essa è affetta dallo stesso problema di dipendenza dal pensiero degli uomini che la scrivono e dal contesto storico in cui viene concepita.

La verità e la realtà sono quindi gli unici criteri oggettivi che permettono agli uomini di tutte le epoche di governare il proprio agire personale e collettivo.
La schiavitù, la pena di morte e l’omicidio (in particolare quello di innocenti, ovvero l’aborto) erano, sono e saranno sempre sbagliati in quanto contrari alla verità, rivelataci da Dio e che ogni uomo può comprendere razionalmente.

Ad esempio, la schiavitù poteva sembrare conveniente per un certo popolo, in modo da avere servi di cui poter disporre a proprio piacimento, ma nel momento in cui quel popolo veniva conquistato da un altro, i loro membri potevano diventare schiavi essi stessi. È quindi non solo moralmente giusto, ma anche razionale e conveniente che la schiavitù sia stata universalmente abolita.

Ancora, l’omicidio del feto che una ragazzina porta in grembo può sembrarle conveniente, in modo da poter continuare gli studi e costruirsi una carriera lavorativa senza ostacoli di sorta, ma se sua madre avesse pensato la stessa cosa, lei sarebbe stata d’accordo? Anche uccidere esseri umani indifesi con l’aborto non è quindi solo contrario a un comandamento di Dio, ma anche irrazionale, in quanto tale permesso avrebbe potuto ritorcersi contro noi stessi, e sconveniente, basti pensare alla decrescita demografica attuale e a tutte le sue conseguenze.

Tutti i grandi cambiamenti nella storia, rivoluzioni comprese, non sono stati fatti dalla maggioranza delle persone, ma da minoranze decise e determinate che hanno convinto la massa.

Per questo, così come poteva sembrare impossibile abolire la schiavitù, ma grazie a persone decise (quasi esclusivamente cristiani) questo è stato possibile, allo stesso modo abolire l’aborto è possibile e rappresenta un dovere morale per tutti: sia in quanto cristiani, che in quanto uomini.

Se 12 uomini, con l’aiuto dello Spirito Santo, sono riusciti ad evangelizzare il mondo, per quale motivo noi dovremmo dirci già sconfitti?

Facciamo quindi sentire le nostre ragioni senza paura e dimostrandoci seri, determinati e convinti potremo portare l’opinione pubblica dalla parte della verità.