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27 settembre 2020

Il problema dei "curiali". Una soluzione possibile


di Francesco Filipazzi

Seguiamo di sfuggita la vicenda del cardinale Becciu, privato dei privilegi della porpora da Papa Francesco, per via di squallide vicende legate a denaro e potere. 
Che in Vaticano succedano certe cose è noto da sempre, cambiano i nomi, ma le vicende sono tutte simili.

Il problema, ci pare di capire, è che il partito dei "curiali", cioè di coloro che dalle diocesi periferiche vengono chiamati a Roma a svolgere incarichi di vario genere, dovesse essere imbrigliato e depotenziato da Bergoglio, mentre negli ultimi anni ha assunto sempre più potere e sia montato sempre di più in superbia. 

Il problema dei "curiali" ormai affligge la Chiesa. Queste persone stazionano a Roma, perdendo i contatti con parrocchie e diocesi, rimanendo totalizzati da vicende legate non tanto alla fede, ma alla gestione burocratica e agli scontri interni. Il Papa cambia, ma loro no, rimangono sempre li. Problema simile è quello dei "diplomatici".

Se l'attuale pontefice chiedesse a noi, proporremmo una riforma molto semplice. Nessuno stia lontano dalla diocesi di provenienza per più di 10 anni. Tutti, prima di acquisire incarichi importanti facciano anche qualche anno di missione in zone impervie, dove magari si rischia la pelle. Dimostrino di essere disposti a morire per Gesù Cristo.

Forse le prospettive cambierebbero e la Curia romana tornerebbe con i piedi per terra.


 

19 novembre 2017

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: Contro Simon Mago (Parte LXIX)


di Alfredo Incollingo

Secondo gli apocrifi Atti di Pietro, una tradizione ripresa da Eusebio di Cesarea e da san Giustino, Simon Mago giunse a Roma negli stessi anni di san Pietro. Era un eretico gnostico di origini samaritane, come si afferma nelle Omelie di San Clemente, considerato il padre di tutti gli eretici da Ireneo di Lione e famoso per la sua immoralità e per i suoi giochi di magia, che gli procurarono tanti adepti. Aveva turbato la serenità delle prime comunità cristiane e molti fedeli rinnegarono Cristo per seguirlo. I suoi discepoli, ritenendolo un dio, eressero una statua in suo onore: fecero scolpire sul basamento la scritta Semoni Deo Sancto (in italiano, A Simone Dio Santo). Affermava che la sua missione in Terra consisteva nel combattere gli angeli cattivi e nel liberare il mondo dal dominio del Dio malvagio dell'Antico Testamento. Riteneva che in Gesù vi era una sola natura, quella divina, mentre la sua materialità corporea era solo fittizia, in linea con la contrapposizione gnostica tra spirito e materia. Negli Atti degli Apostoli si racconta invece che Simone era un grande mago, venerato come un dio, ma, affascinato dalla predicazione di san Filippo, decise di abbracciare la fede cristiana e divenne un suo fedele seguace. San Pietro e san Giovanni si recarono in Samaria, dove abitava, e lì ebbe modo di conoscerli. Osò offrire del denaro per ottenere il potere di far discendere lo Spirito Santo, ma san Pietro lo ammonì e lo invitò a pentirsi. Secondo la tradizione apocrifa, Simon Mago conservò la gelosia nei suoi confronti. A Roma avvenne l'incontro decisivo tra san Pietro e l'eretico. Quando l'apostolo giunse in città, venne accolto dal presbitero Narcisso, fedele seguace di san Paolo, che gli rivelò dove era nascosto il mago: Simone era protetto dal senatore Marcello, suo accolito e amico.
San Pietro si presentò nella sua villa e convertì il patrizio, suscitando la rabbia di Simone. Volendo dimostrare la sua natura divina, il mago lievitò in aria sui tetti dei templi e dei palazzi del Foro Romano. San Paolo e san Pietro si gettarono a terra e pregarono il Signore di invalidare i suoi incantesimi. Il mago iniziò a precipitare, cadendo rovinosamente sulla Via Sacra. Nella basilica di Santa Francesca Romana è conservata la lastra di marmo recante le impronte delle ginocchia di san Pietro, impresse nella pietra quando si inginocchiò per invocare l'aiuto divino contro i sortilegi di Simon Mago.
Il viaggio continua


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29 agosto 2017

Lo sgombero razzista


di Giuliano Guzzo

Il poliziotto è sempre cattivo, lo stato pure, mentre il migrante – a priori – è sempre buono, anzi totalmente innocente; di più: quasi in odore di santità. Ripeterlo dieci, cento, mille volte. Non è possibile, altrimenti, comprendere la narrazione progressista sugli scontri avvenuti giovedì in piazza Indipendenza, a Roma, a seguito dello sgombero di un centinaio di migranti, lì accampati dopo che sabato scorso erano stati allontanati dal palazzo di via Curtatone. Senza dire (o fingendo di non sapere) che a tale iniziativa si è giunti dopo che gli occupanti l’immobile (dal 2013) erano rimasti indifferenti, nell’ordine, a due solleciti, a un tentativo – rifiutato – di censimento interno e, da ultimo, a una sistemazione alloggiativa offerta dal Comune, rifiutata anch’essa.

No, tutto questo non è stato spiegato o lo è stato sì, ma a malapena, preferendo dare spazio alla forza delle immagini. O delle registrazioni, come quella del funzionario di polizia, il quale avrebbe incitato – come riferiva un telegiornale nazionale poco fa – «a spezzare le braccia ai migranti». In realtà, la pur censurabile e violenta frase era leggermente diversa («se tirano qualcosa, spaccategli un braccio») ed è soprattutto discutibile l’indignarsi su di essa senza tenere conto del contesto in cui è stata detta, ossia un’azione delicatissima, per la cronaca svoltasi non solo senza braccia spezzate ma, fortunatamente, con pochissimi feriti. Certo, gli scontri non sono purtroppo mancati ma, ancora una volta, la narrazione è stata unilaterale.

Lo dimostra pure una notizia così presentata dall’Ansa: «Migranti, nigeriano ferito da un colpo esploso da un agente». Ora, da un titolo così, viene naturale pensare, più che a un membro delle forze dell’ordine, a un killer in divisa. La realtà è che l’uomo ferito brandiva un coltello, stava entrando in una casa non sua, dove vive un padre con la figlia di 10 anni, e aveva già ferito un carabiniere: tutti “dettagli” che, converrete, mettono l’accaduto sotto una prospettiva un tantino diversa. Prospettiva da dimenticare così come da rimuovere è un altro fatterello tale per cui, se da una parte un centinaio di persone occupava abusivamente un immobile a pochi passi dalla stazione termini, dall’altra di altri, in condizioni non più fortunate, non si interessa nessuno.

Stiamo parlando di circa 20.000 famiglie da anni in graduatoria, a Roma, per le case popolari (Ater), costrettte in auto o in dormitori di fortuna. Famiglie che non tirano bombole di gas e non occupano abusivamente nulla. Per loro, nessuna telecamera, nessuna indignazione, nessun politico pronto a rilasciare dichiarazioni di solidarietà. Costoro possono aspettare, che problema c’è? Unica nota positiva, in questi fatti drammatici e in una narrazione a dir poco tendenziosa, è lo scatto – divenuto presto virale – di un poliziotto che accarezza una donna eritrea. Ohibò, allora pure quei fascisti degli agenti di polizia hanno un cuore. Ma che non si sappia troppo in giro, eh, mi raccomando: perché i cattivi, anche se chiamati a eseguire una sentenza di Tribunale del 2015, sono sempre e solo loro.


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01 giugno 2017

Italia. L'anima del bel Paese

di Alfredo Incollingo

Dicono che l'Italia sia il Bel Paese, il più bello di tutti. C'è buon cibo, un buon clima e la gente è cordiale e amante dell'arte. Qualcuno suppone che gli italiani siano anche passionali in amore. “De gustibus non disputandum est”. C'è una frase che riverbera da decenni e che meglio di tutte riesce a descrivere cosa significa essere italiani. La proferì l’arci-italiano Benito Mussolini e niente può negare il suo valore. Fu incisa non a caso in cima al Palazzo della Civiltà Italiana (noto come “Colosseo Quadrato”) e tuttora all'Eur, a Roma, è possibile leggerla. La furia devastatrice antifascista l'ha per nostra fortuna risparmiata. “Un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori”. Verità fondate.

L’Italia, in un certo senso, è sempre esistita. Non nasce di certo con l’unificazione del 1861, come vorrebbero le sinistre. E neppure muore con essa, come sostengono taluni retrogradi neo-borbonici. L’Italia ha il suo bel nome stampato a caratteri indelebili sulle pagine del Testo Sacro. Scovate voi, cari lettori, esattamente dove e meditateci sopra…Ma sono tanti, troppi forse i primati, umani e cristiani che l’Italia vanta davanti al mondo intero. Il Bel Paese ha regalato al mondo molti tra i migliori geni nelle arti, nelle scienze, nella santità.

Potremmo fare i classici nomi dei grandi della cultura italiana, ma sarebbe ridondante. Dobbiamo invece tener presente che, al di là dei giudizi di qualche politicante del Nord Europa, l'Italia ha avuto e ha ancora una missione nella storia: la civiltà e la difesa della fede. Nessuna nazione come la nostra ha rappresentato un faro tra le genti. Per millenni la sedimentazione di simboli, lingue, culture e varietà ha creato un prodotto umano che nessun continente e nessuna nazione potrebbe mai rivendicare, neanche con le leve minacciose della “moneta unica”.

Com'è possibile che sia avvenuto in Italia e non in Francia o in Germania? Pare un mistero insondabile che qualche tecnico dell'antropologia o della storiografia potrebbe tentare di spiegare, ma in fin dei conti solo Dio sa il perché. La Provvidenza ha agito in modo tale che, mentre Israele annunciasse la venuta del Messia all'umanità, l'Italia (il suo cuore: Roma) preparasse il terreno affinché la Parola di Dio fosse accolta e germogliasse: l'impero.

Il principato e il sacerdozio ritrovarono nella regalità di Cristo l'unione metafisica fondamentale per riequilibrare la società. Solo a Roma ciò avvenne perché qui la tradizione regale e religiosa era tale da favorirlo. La Chiesa Cattolica trova la sua legittimità nel Vangelo, nel seggio di San Pietro e nell'aver rivitalizzato la missione civilizzatrice della romanità. “Onde Cristo è romano…”. Ma la realtà italiana non si può ridurre alla sola Roma, poiché la sua varietà sarebbe tradita. Gli indoeuropei rimandano alla dimensione eurasiatica, così come il lascito arabo al mondo mediorientale.

L'Italia si ritrova a essere il centro del mondo, quel Centro perduto e ritrovato con il cattolicesimo. Non è un caso se l'Ombellico del Mondo si trova tra il Piemonte e la Lombardia, il paese di Cortemilia. Questo è una centralità geografica che non inficia quella spirituale che è a Roma. San Pietro si recò nell'Urbe affinché i tempi si compissero perché Cristo aveva chiesto di rispettare e non di abbattere il governo umano. L'Impero era stato preparato per diffondere la verità cristiana, come ci assicurano gi italianissimi Dante e Tommaso d’Aquino. Solo con il Vangelo l'italianità seppe riassumere i suoi caratteri storici e meta-storici dando un senso unico e universale alla sua missione. Nella tradizione popolare così come in quella colta le forme sono destinate a parlare di Dio, al di là della loro origine. Si può parlare di riciclo o di usurpazione, ma ciò che emerge chiaramente nello spirito italiano è la continuità di una tradizione iniziata nel 753 a.C. e perfezionata con il cattolicesimo. E' forse ingiusto ingabbiare la romanità nell'aggettivo “italiano”, ma solo così si può comprendere l'origine divina del Bel Paese. Dio – Italia – Famiglia: questo sia lo slogan dei nuovi missionari del XXI secolo. E per tutti coloro che non si arrendono al rullo compressore della modernità e del nichilismo.

 

21 aprile 2017

I Natali di Roma. Da Giano alla regalità di Cristo.


di Alfredo Incollingo

Il 21 aprile, come da tradizione, si celebrano i natali di Roma. Sono passati più di due millenni da quell'evento epocale, quando nel lontano 753 a.c. Romolo, tracciando un solco sacro intorno al colle Palatino, fondò Roma. E' probabile che all'inizio si sia trattato di un piccolo centro di pastori e di contadini, ma da questo villaggio iniziò una storia di grandi trionfi, di gloria e di prosperità. L'Aquila imperiale prese il volo dal Palatino alla volta del Mediterraneo, del Medioriente e delle terre selvagge del Nord Europa. Il sacro fuoco di Vesta divenne il focolare intorno al quale le genti si riunivano nella stessa casa, fratelli di una comune tradizione. Roma si identificò con la tradizione primordiale, il Centro del Mondo, di cui tutte le popolazioni avevano memoria. Giano Bifronte, il “Padre degli Dei”, che guardava la città dal suo colle, il Gianicolo, presiedeva agli ingressi cittadini: nessuno poteva entrare a Roma senza il suo permesso, senza che l'ospite si considerasse “romano”. Giano presiedeva all'iniziazione, al battesimo e guardava contemporaneamente a est e a ovest; al mondo materiale e a quello invisibile; alla spada e alla mitra. Il “Padre degli Dei” ricordava quella regalità primordiale che si era persa nei secoli e nei millenni, quando il sacerdozio e l'impero era un'unica cosa, o meglio, il secondo derivava dal primo. La tradizione romana manteneva vivo questo ricordo ma soffriva della scissione, la cui unità era simbolizzata in Giano. Solo con Cristo la tradizione romana, la più vicina al Centro Primordiale, che è il Dio cristiano, giunge al pieno compimento. Gesù è Re e Sacerdote e riordinava il mondo dopo i secoli di confusione e di disordine della tarda antichità. E' facile intuire la predestinazione di Roma a divenire la città imperiale: era necessario che la società fosse riunita sotto un unico sovrano affinché il Vangelo potesse essere annunciato con più efficacia. Tramite Israele Dio si presentò agli uomini, quale loro Padre, e con Roma agì nel consorzio umano per riportare l'umanità al suo stadio primordiale, quando l'uomo e Dio era in perfetta simbiosi, prima del peccato originale. Le genti dell'impero partecipavano ad un grande progetto, la civiltà certamente, ma anche alla possibilità di riscattarsi dallo stato di decadimento e ritrovare la piena potenza in Cristo Gesù. 

 

19 febbraio 2017

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: la Madonna dei Miracoli (Parte XXIX)


di Alfredo Incollingo

Il Tevere ha rappresentato una risorsa, ma anche un flagello per Roma. Grazie all'imponente corso fluviale la piccola comunità di pastori e di agricoltori è diventata la “città – mondo” che ha civilizzato l'occidente. Quando le piogge imperversavano e la corrente tiberina aumentava di netto il suo vigore, le acque esondavano dal letto del fiume per invadere la pianura circostante, devastando l'agglomerato urbano che era sorto lungo i suoi argini. Per secoli il Tevere ha tenuto sotto scacco la città, meglio di qualsiasi esercito nemico. I Lanzichenecchi al contrario erano dei principianti! Solo la Grazia divina poteva frenare l'irruenza tiberina e gli uomini si appellavano a Dio per ottenere il soccorso.

Il 20 giugno 1325 il Tevere esondò seminando panico e sofferenza nei rioni. Un bambino, caduto nelle acque fangose, invocava l'aiuto materno e delle persone che attonite lo guardavano. Nessuno osava tuffarsi per salvare il piccolo. La madre disperata si inginocchio a pregare l'immagine di una Madonna che era dipinta su un muro lungo il Tevere. Il miracolo avvenne e per l'intercessione di Maria il bambino si salvò. Si riconobbe l'evento sovrannaturale e i romani, colmi di gioia e di fede, edificarono nei pressi del fiume una cappella votiva dove venne conservata la sacra icona. Da allora quell'anonima immagine mariana venne battezzata Madonna dei Miracoli. Nel cinquecento i papi diedero avvio ad un ampio progetto di riqualificazione urbana di Roma. La cappella venne abbattuta ma l'icona venne preventivamente salvata dalla demolizione: ancora oggi è possibile ammirarla nella chiesa di San Giacomo in Augusta.

Nel 1661 papa Alessandro VII, volendo ristrutturare Piazza del Popolo, dispose la costruzione di due chiese gemelle all'imbocco di Via del Corso: Santa Maria in Montesanto e Santa Maria dei Miracoli. Quest'ultima venne intitolata alla Madonna dei Miracoli, probabilmente come atto di devozione verso la Madre di Dio e di tutti noi, che da sempre ha soccorso il popolo romano. Al suo interno non si troverà l'icona originale, ma una copia, presso al quale è comunque possibile accostarsi per pregare.
Il viaggio continua.

 

05 febbraio 2017

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: le “zoccolette” e le convertite (Parte XXVII)


di Alfredo Incollingo

La prostituzione è un tema caldo della politica italiana contemporanea. Da anni si chiede la regolamentazione del “mestiere più antico del mondo” per dare sicurezza alle (infelici) ragazze e trarne guadagno per le casse dello Stato. Non è sbagliato affermare che il movente economico sia quello sostanziale. Nessun politico finora si è mai interrogato sulla felicità di queste donne, se soffrano per i continui abusi o se invece siano contente di darsi a sconosciuti. C'è sicuramente una minoranza femminile che per capriccio e per libidine si concede facilmente al sesso maschile, ma c'è una maggioranza silenziosa che “batte” le strade cittadine per costrizione. E' giusto che lo Stato lucri su queste? O è lecito invece che le salvi dal loro personale inferno? Come?
Guardiamo alla storia, alla Chiesa Cattolica e al suo realismo secolare. Nel medioevo Roma era l'Amsterdam di quei secoli: le prostitute, le concubine e le dame di compagnia (per uomini) abbondavano nei palazzi nobiliari, non disprezzando di servire laidi e mondani cardinali (e papi purtroppo). Non tutte tuttavia godevano delle ricchezze dei casati romani: la maggior parte era di umili origini e “batteva” per strada tra la violenza quotidiana dei quartieri popolari e la miseria. I papi si preoccuparono di salvare queste anime dall'Inferno, persuadendole, e quindi non forzandole, a cambiare vita. In che modo? Con carità, umiltà e misericordia (quella vera, che nasce prima di tutto dalla constatazione del peccato e da una pena espiatoria). Prima di tutto le prostitute romane furono tolte dalle strade e chiuse in appositi locali, siti in alcune vie della città. Ancora oggi esiste una “Via delle Zoccolette” che nel nome ricorda queste povere fanciulle in balia della libido maschile. Vi è anche una “Via delle Convertite”, sempre nel centro storico di Roma. La Chiesa dava modo a queste donne di vivere in condizioni igieniche migliori (controllate da un medico specializzato, per esempio) e le censiva, come i clienti. Questi, schedati in tutto e per tutto, subivano il severo giudizio della Chiesa. Le “lucciole”, invece, avevano modo di riscattarsi: nei pressi di questi “quartieri a luci rosse” vi erano dei conventi di suore che aiutavano queste donne a cambiare vita. Chi decideva volontariamente di convertirsi poteva trovare conforto e soccorso in questi luoghi: venivano educate, imparavano un mestiere e veniva donata una dote per trovare un buon marito. “Via delle Convertite” commemora le centinaia di migliaia di donne salvate da queste suore che molto spesso, come loro, erano state prostitute. La Chiesa Cattolica tollerò la prostituzione, ma con l'intento di migliorare l'esistenza delle “lucciole” e stimolare la conversione: per decoro le si circoscriveva in alcune vie, le si concedeva delle condizioni igieniche migliori e le si persuadeva a darsi a Gesù. Questa “Chiesa in uscita” era efficacie, realista e misericordiosa con coloro che facevano penitenza per i propri peccati. Forse oggi si sarebbe gridato allo scandalo e all'eccessiva severità. Alla fine anche la prostituzione pare essere un'attività da svolgere secondo coscienza.
Il viaggio continua.
 

18 dicembre 2016

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: San Pancrazio e il ritorno del Papa Re (Parte XXI)


di Alfredo Incollingo

Sul Gianicolo c'è una porta cittadina che è un simbolo della storia romana. E' dedicata a San Pancrazio: lì infatti passavano i pellegrini che si recavano all'omonima chiesa. Faceva parte delle mura aureliane ed era un antico acceso alla Roma imperiale. Subì diversi restauri, trasformandosi infine in una porta monumentale per volere di papa Urbano VIII, realizzata da Gian Lorenzo Bernini.
Il 9 febbraio 1849 un gruppo di cospiratori giacobini aveva cacciato Pio IX da Roma e aveva instaurato una repubblica, condita da valori laicisti e rivoluzionari. Si sperava di costituire nell'Urbe quell'oasi di civiltà che aveva mostrato il suo volto cruento con il terrore che seguì la rivoluzione francese: per cinque mesi le truppe garibaldine (Garibaldi era già il noto cospiratore) avevano difeso la repubblica e alcune divisioni erano asserragliate sul Gianicolo, uno dei colli più alti della città, sapendo in anticipo che i francesi avrebbero attaccato in quel punto per entrare a Roma.
Luigi Napoleone Bonaparte onorò la secolare protezione francese alla città (si contano nel tempo anche numerosi dissidi tra i due Stati) intervenendo per riportare Pio IX, l'ultimo Papa Re, nell'Urbe. La battaglia definitiva per la vittoria avvenne nei pressi della porta di San Pancrazio. Gli scontri a fuoco furono violenti, i feriti e i morti si contarono a centinaia in entrambi gli schieramenti e i colpi di cannone francesi bersagliavano i luoghi strategici della città. La vittoria dei generali di Napoleone III fu schiacciante e da porta San Pancrazio il loro esercito riportò l'ordine e Pio IX da Gaeta fece il suo ritorno. Oggi il Gianicolo è il colle repubblicano, garibaldino e massone per eccellenza (pensiamo che la Villa del Vascello ospita la sede del Gran Oriente d'Italia) e le chiese che sono lì rimaste (Sant'Onofrio e San Pancrazio) sono immerse nel trambusto metropolitano, dimenticate dai più. Segno dei tempi?
Il viaggio continua.

 

27 novembre 2016

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: il Colosseo cristiano (Parte XVIII)


di Alfredo Incollingo

C'è una profezia che ha per protagonista il monumento più caratteristico di Roma, il Colosseo, risalente al VII secolo e attribuita a San Beda il Venerabile: quando l'arena crollerà, sarà la fine di Roma. Questa celebre frase del santo inglese rispecchia la sensazione di meraviglia che coglieva il visitatore straniero che si recava nell'Urbe. Tra le vestigia grandiose del passato imperiale emergeva il Colosseo con la sua mole imponente e con i suoi trascorsi tragici. I medievali conoscevano il triste destino dei primi cristiani che furono condannati alle bestie per la felicità dell'imperatore e del popolo. Un luogo così tetro e in decadenza, abitato da spiriti e vagabondi, incuteva stupore e terrore. Dal VI secolo aveva cessato di funzionare e, nonostante gli incendi, i saccheggi e i terremoti ancora resisteva al tempo e si percepiva come l'ultimo simbolo in piedi (rispetto agli altri monumenti in totale decadenza) di un'epoca grandiosa della città. Beda comprese che il suo crollo avrebbe significato la perdita del ricordo di una civiltà così grande, che continuava ad affascinare i medievali.
Il fascino non riusciva a surclassare la drammaticità di quel luogo che ancora incuteva timore per la crudeltà degli spettacoli e stimolava la devozione popolare nel commemorare i martiri: era ancora un monumento pagano e sacrilego agli albori dell'età moderna. Nel 1750, quando con Benedetto XIV si chiuse la stagione di rinnovamento urbano della città, il Colosseo venne finalmente esorcizzato e cristianizzato. Non solo: il papa si preoccupò di preservare quello splendido edificio, vietando la spoliazione di pietre e marmi e l'utilizzo dei suoi spazi ad uso abitativo (come avvenne per secoli). Avviò lavori di restauro e rimise a nuovo l'anfiteatro per l'immensa folla di fedeli che quell'anno raggiunse a Roma per l'indulgenza giubilare. In memoria dei santi martiri che li trovarono la morte Benedetto XIV diede inizio alla tradizionale Via Crucis che si svolgeva al suo interno fino al 1870 quando il nuovo governo la spostò la processione all'esterno. Tutti i simboli cristiani furono eliminati per poi essere ripristinati solo nel 1929, dopo la firma dei Patti Lateranensi.
Il viaggio continua.

 

12 novembre 2016

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: Domine, quo vadis? (Parte XVI)


di Alfredo Incollingo

San Pietro riuscì a fuggire dal Carcere Mamertino grazie all'aiuto di due carcerieri da lui stesso convertiti durante la prigionia, i santi Processo e Martiniano; ormai libero l'apostolo non perse tempo e fuggì da Roma lungo la via Appia. L'imperatore Nerone, per sviare ogni sospetto, aveva accusato i cristiani di essere i responsabili dell'incendio che aveva distrutto i quartieri popolari dell'Urbe, dando l'opportunità al popolo di sfogare la sua rabbia su una setta (all'epoca) che già era vessata da pregiudizi e minacce. San Pietro prese la via Appia per tornare probabilmente in oriente e lì trovare un sicuro rifugio: fu un atto di viltà, dettata dalla natura umana, ma il Signore vedendo il Suo apostolo lasciare la sua missione, si parò di fronte a lui, nel luogo dove oggi si trova la chiesa di Santa Maria in Palmis o del Domine quo vadis.
Immaginiamo per un attimo San Pietro che a fatica, provato dall'età e dalle numerose prove, procede a passo svelto, allontanandosi il più possibile dalla città che (per il momento) rifiuta la fede cristiana e mal tollera i cristiani (alla faccia dei tolleranti romani)! Si ferma per riposare e riprende subito la marcia per non perdere minuti preziosi. Ha naturalmente paura che i soldati romani o qualche delatore lo possano trovare. Un fulmine dal cielo o un bagliore del sole più forte del solito attira la sua attenzione. Il Signore gli si para di fronte e lo biasima delle sue mancanze. Tralasciamo però le scene grandiose, perché San Pietro può avere semplicemente incontrato per strada un uomo, un anonimo viandante, come tanti che percorrevano l'Appia. L'apostolo però non poteva non conoscere la sua identità. Infatti gli chiede in latino: “Domine, quo vadis?” (Signore, dove vai?). Gesù risponde: “Vengo a Roma per farmi crocifiggere di nuovo”. Le parole semplici ed incisive di Cristo, cui siamo abituate, sono un grave biasimo per l'apostolo, il quale comprendendo il suo errore, riprende la strada verso Roma, accettando il martirio.
Di quell'evento oggi c'è rimasta una sacra reliquia: si tratta di una lastra di marmo con impresse le orme dei piedi del Signore quando, apparso a San Pietro, lo ammonì del suo tentennamento (l'originale oggi è conservato nella basilica di San Sebastiano fuori le mura). Il reperto venne conservato in una cappella costruita nel IX secolo. Qualche secolo dopo, nel milleseicento, furono approntati una serie di cantieri che trasformarono la struttura medievale in una magnifica chiesa, Santa Maria in Palmis o del Domine quo vadis.
Il viaggio continua.

 

23 ottobre 2016

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: l'esorcismo del Pantheon (Parte XV)


di Alfredo Incollingo

Il Pantheon è oggi uno dei monumenti più ammirati e fotografati di Roma. E', lo possiamo dire con certezza, l'edificio più ingegnoso e antico della città: è lì da duemila anni e l'arte architettonica romana ha permesso all'intera struttura di rimanere in piedi per secoli. Inondazioni, terremoti, incendi e i continui lavori di ristrutturazione non hanno intaccato la sua solidità. E' il testimone chiave per comprendere la storia millenaria di una città che da sola ha civilizzato l'occidente europeo: l'oculo della cupola ha da sempre animato gli studiosi e tutti coloro che alzavano gli occhi ad osservare quella particolarità strutturale. Sappiamo infatti che manca la lanterna a chiusura della cupola per evitare il suo collasso; eppure nei secoli sono state avanzate diverse spiegazioni per chiarire i motivi di quella stranezza architettonica. Anche nell'età pagana, così come nella cristianità si è affermato che il Pantheon fosse una “terra franca” dove il Cielo e Terra si toccavano; qui gli dei e poi il vero Dio si mostravano in tutta la loro magnificenza come pura luce: quel fascio luminoso e pregno di pulviscoli che penetra nella penombra è l'essere divino nella sua essenza. Qui noi lo possiamo contemplare e trarne beneficio spirituale: il fedele che ne rimane investito viene colto in pieno da un'epifania, la quale ha dato adito al grande interesse passato e moderno per il Pantheon che di fatto non è stato demolito né del tutto abbandonato. Fu la sua aurea misteriosa e sacrale a preservarlo da possibili abbattimenti.
Quando nel 608 d.c. l'imperatore bizantino Foca donò il Pantheon a Papa Bonifacio IV si predispose la suggestiva cerimonia che doveva riconvertire questo luogo sacro da pagano a cristiano. Qui il Signore avrebbe spazzato gli antichi idoli e come luce non avrebbe esitato a mostrare la sua potenza e la sua misericordia. Da allora il Pantheon accoglie la celebrazione dell'Eucarestia rincarando la dose di mistero e di magnificenza che già di per se traspare nel rito.
Papa Bonifacio IV continuò l'opera del suo eccelso precedessore, San Gregorio Magno, che era morto quattro anni prima. La renovatio romana si concretizzò nella completa riqualificazione dei luoghi sacri cittadini: dove prima vi erano i templi romani, nella maggior parte dei casi furono fondate chiese o gli edifici furono totalmente riconvertiti. Adesso Cristo regnava e l'Urbe doveva accogliere il Suo messaggio di salvezza.
La consacrazione del Pantheon fu il culmine dell'azione rinnovatrice del Papa, il quale, il 13 maggio 609 d.c., compì un grandioso esorcismo. Le cronache raccontano del pontefice posto di fronte al portone appena aperto e delle sue preghiere per scacciare gli antichi demoni che si celavano ancora all'interno. Il baccano e le urla degli idoli atterrì la folla e solo il Papa ebbe la forza necessaria per resistere a quelle visioni demoniache. Una volta concluso il rito il Pantheon fu consacrato alla Madonna e ai Martiri (in realtà la chiesa è intitolata a Santa Maria dei Martiri, ma è comunemente chiamata Pantheon o Santa Maria Rotonda).
Nonostante i secoli lo splendore dei marmi e dei monumenti che il tempo ha sedimentato si sono conservati perfettamente e la calca dei turisti non pare li abbia minimamente danneggiati. Quando si viene a Roma si può rinunciare a tutto, ma non a visitare il Pantheon (e perché no, anche pregare lì).
Il viaggio continua.

 

15 ottobre 2016

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: il Sacro Cuore di Gesù e le anime del Purgatorio (Parte XIV)


di Alfredo Incollingo

Non andremo a visitare in questo breve episodio del nostro viaggio una chiesa paleocristiana o una barocca. Tralasciamo le mete tradizionali e il passato di Roma per parlare di fatti più vicini a noi nel tempo. Oggi vi propongo la visita di una chiesa di recente costruzione, si fa per dire, perché venne edificata tra il 1893 e il 1917: è la chiesa “neogotica” del Sacro Cuore di Gesù, nel quartiere chic di Prati. La sua storia è molto particolare e vale la pena recarci lì per scoprirla.
Il nostro racconto inizia nel 1893 quando un missionario del Sacro Cuore di Gesù, il francese Victor Jouet, giunse a Roma con l'intento di promuovere la devozione al Sacro Cuore e alla Madonna; erano questi i capisaldi del suo ordine fondato in questi anni da J.J. Chevalier. Inaugurò l'Associazione del Sacro Cuore delle anime del Purgatorio per tale scopo e stabilì le sedi in due oratori, uno di questi si trovava sul Lungotevere, a Prati: qui verrà costruita la nuova chiesa in stile neogotico, che era una moda architettonica ampiamente diffusa nella Francia dell'epoca.
A noi però non interessa una disquisizione d'arte, che potrà impegnare solo gli esperti del settore. Questa chiesa anacronistica nel contesto romano è particolare perché ospita al suo interno il Museo delle anime del Purgatorio, sito nella sua sagrestia. Raccoglie le prove inconfutabili dell'esistenza del Purgatorio e ciò che ammirerete sarà veramente impressionante. Cominciamo però dal principio, senza svelare fin da subito i particolari.
Nel 1897 un incendio colpì una parte del complesso appena costruito: una cappella fu letteralmente distrutta dalle fiamme. Padre Jouet si recò sul luogo e, dietro l'altare, tra i resti carbonizzati, scorse i tratti neri impressi sulla pietra di un volto umano infelice, triste. Fu la prova tangibile che ciò che Dante Alighieri aveva raccontato era verità: esiste il Purgatorio, questo stato ultramondano in cui si trovano quelle anime che sono costrette a purificarsi prima di accedere al Paradiso. Da quel giorno Jouet viaggiò per l'Europa raccogliendo altre immagini di anime purganti e costituì una grande collezione che è tuttora visitabile.
Anni e anni di ricerca, anche dei successori del missionario, dimostrarono l'autenticità dei reperti lì collezionati: furono vagliati e conservati quelli che incontrovertibilmente erano prove dell'esistenza del Purgatorio. Padre Jouet si convinse che quel luogo era il punto d'incontro tra i vivi e i morti perché lì i primi cercavano di chiedere aiuto ai fedeli affinché pregassero per loro, per diminuire gli anni di castigo. Vale la pena recarsi al Sacro Cuore di Gesù a Prati per vivere un momento intenso di fede e per convincere chi non crede a ripensare a tutte le sue credenze.
Il viaggio continua.

 

08 ottobre 2016

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: le catene di San Pietro in Vincoli (Parte XIII)


di Alfredo Incollingo

L'apostolo Pietro venne martirizzato a Roma nel 67 d.c. dopo l'arresto e un periodo di detenzione nel Carcere Mamertino. Il suo martirio fu tra i più brutali della storia (venne crocifisso, ma a testa in giù!) e un oggetto ancora oggi ricorda quei drammatici eventi: le catene che furono usate per imprigionarlo. Sono conservate nella chiesa di San Pietro in Vincoli, conosciuta ai più per lo straordinario patrimonio artistico che la impreziosisce: celebre è il Mosè con le corna, di Michelangelo, e gli affreschi del Guercino. In questa sede ci interessa soffermarci però sulla reliquia pietrina che ha per noi cristiani un alto valore simbolico e di fede.
Partiamo dall'inizio, dalla fondazione della chiesa che risale secondo la tradizione al V secolo d.c. per volere dell'imperatrice romana d'Oriente Eudossia Licinia. L'antico appellativo “basilica basilissa” (è il titolo dato alla moglie del basileus, l'imperatore bizantino) ha non poco avvalorato questa tesi. In realtà si è scoperto un inizio ancora più remoto: la basilissa avrebbe edificato l'attuale chiesa su una precedente fondazione che è stata attribuita a San Pietro, in ricordo dei cristiani morti in seguito alle persecuzioni neroniane del 64 d.c. (anno del famoso incendio). Non sappiamo se ciò sia vero, ma è certo che San Pietro in Vincoli venne costruito su un “titulus”, uno dei primi luoghi di culto della cristianità (esclusivamente domestico e celato a occhi indiscreti).
Eudossia Licinia volle la chiesa per custodirvi le catene dell'apostolo che aveva donato a San Leone Magno nel 442 d.c.. Nel corso dei secoli l'edificio è stato ristrutturato includendo nella sua struttura le tracce della successione dei movimenti artistici che hanno animato la città di Roma. Le catene petrine sono oggi venerabili al di sotto dell'altare maggiore, dove sono conservate in una teca di bronzo. Secondo la tradizione i cristiani gerosolimitani le custodirono dal 69 d.c. e fu un loro patriarca, Giovenale, a donarle un giorno all'imperatrice Elia Eudocia; questa a sua volta le cedette alla figlia come dono di nozze (Eudossia Licina sposò l'imperatore romano d'Occidente Valentiniano III). In realtà i cristiani gerosolimitani possedevano solo una parte delle catene: infatti a Roma era custodita l'altra metà, nel Carcere Mamertino, dove San Pietro fu tenuto prigioniero. Quando Leone Magno ottenne l'altra sezione della reliquia, accostandole, miracolosamente si unirono senza l'apporto di un fabbro. Questo episodio scacciò ogni dubbio e si riconobbe la santità dell'oggetto, quale testimone del martirio del primo Papa.
Il viaggio continua.

 

18 settembre 2016

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: Sant'Ivo, la Sapienza e Borromini (Parte X)


di Alfredo Incollingo

E' vero che la Chiesa Cattolica ha sempre combattuto la scienza e la filosofia? Il medioevo è sinonimo di oscurantismo e di tirannia clericale o sono solo falsità? La risposta è scontata, ma per i più è una novità imbarazzante. Non tutti riescono a condividere e ad accettare l'idea che il medioevo sia stato un periodo di rinascita e che la Chiesa fu il volano del progresso culturale di quei secoli. La nascita delle università è la prova di quello che abbiamo scritto, un fervore intellettuale senza precedenti.
Anche nella città dei Papi venne fondato un ateneo che divenne uno dei più importanti e prestigiosi in Italia e in Europa. Oggi la prima università di Roma, La Sapienza, che nel 2008 rifiutò la visita di Benedetto XVI, sembra aver dimenticato la sua origine e ciò che essa doveva rappresentare, ovvero il rapporto complementare tra fede e ragione. Il 20 aprile 1303 con la bolla  In supremae praeminentia dignitatis Bonifacio VIII inaugurò lo Studium Urbis. Nel corso dei secoli divenne sempre più grande, tanto da necessitare l'ampliamento del corpo docente e quindi della sede storica. Nel seicento Alessandro VII trasferì l'ateneo a Palazzo della Sapienza: da allora il nome ufficiale dell'università sarà Sapienza, come ancora oggi si chiama.
Sempre nel XVII secolo Urbano VIII incaricò l'architetto Francesco Borromini di edificare una chiesa riservata agli studenti e ai docenti: nacque così Sant'Ivo alla Sapienza; questa intitolazione oggi è usata per indicare l'intero complesso, anche dopo il trasferimento dell'università nell'attuale sede mussoliniana.
La chiesa è oggi il gioiello più prezioso del complesso della Sapienza, ammirabile su Corso del Rinascimento. Tanti dubbi ha sollevato la strana struttura dell'edificio del Borromini per le sue proporzioni e per le strane fattezze. Perché l'architetto costruì la lanterna spiraliforme e fiammeggiante? Perché la pianta ha quella anomala forma triangolare? A queste domande sono state proposte varie risposte, citando esoterismi, dottrine segrete e riscontri pagani del Borromini. La soluzione a questi enigmi è semplice e cristiana. La forma triangolare richiama il simbolo della trinità: il triangolo è la figura geometrica che spiega la relazione tra le tre Persone divine, un mistero che Borromini ha voluto rendere nella pietra. La lanterna spiraliforme e con rilievi fiammeggianti ha suscitato non pochi dibattiti sul suo significato. A prima vista pare un falò, enorme, la cui luce si irradia in tutte le direzioni. E' un faro, come quello di Alessandria, che deve attirare i fedeli al culto religioso che si celebra a Sant'Ivo: la torcia che illumina la città con fede e sapienza.
Sant'Ivo è una tappa importante per una visita, anche rapida, di Roma. Oltre all'alto valore artistico, una delle tante pregevoli opere del Borromini, qui si concretizza quel legame salutare tra fede e ragione che l'architetto scolpì sulla porta della chiesa: "l'inizio della Sapienza è il timore di Dio".
Il viaggio continua.

 

10 settembre 2016

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: San Michele Arcangelo, Gregorio Magno e la peste (Parte IX)


di Alfredo Incollingo

All'alba del medioevo un Papa coraggioso affrontò con fede e speranza le insidie di un mondo in decadenza: peste, cataclismi e guerre continue non fiaccarono il suo animo, ma lo stimolarono a combattere il male che lo circondava.
Il suo rifiuto del mondo, della tragicità della vita, non si concretizzò nella fuga, come era abitudine all'epoca. San Gregorio Magno, pur avendo vissuto per anni in solitudine, venne eletto pontefice a furor di popolo, senza mai accettare del tutto la carica che gli veniva riconosciuta. Eppure il suo malumore non intaccò la sua volontà che anzi si palesò in tutta sua forza. Il suo impegno nel soccorrere gli afflitti salvò Roma dalla miseria e da una catastrofe umana peggiore. Dovunque ci fosse bisogno del suo intervento caritativo e amministrativo, era presente con i collaboratori più fidati, per lo più monaci benedettini, dando ristoro a città depresse.
Roma rivisse e resistette al Tevere predatore, alle malattie flagellanti e ai barbari saccheggiatori. San Gregorio Magno non cedette e continuò a governare una città ormai in balia degli eventi. Bisanzio era lontana, i germani erano vicini e nessuno sembrava in procinto di venire in aiuto. Fu necessario che il Papa prendesse nelle sue mani le redini dell'Urbe e delle zone circostanti. La decisione fu sensata e salvò il Patrimonio di San Pietro e Roma da una sorte peggiore.
Nel 590 d.c. Papa Pelagio II era morto di peste e l'epidemia stava imperversando tra la popolazione. Il sentore popolare vedeva il flagello una punizione divina, ma Gregorio, appena eletto Papa, pur avvertendo lui stesso questa sensazione, agì per riportare ordine e alleviare il più possibile le sofferenze dei romani sopravvissuti.
Riuscì nel suo intento, dando non poco aiuto materiale e morale ai fedeli, ma, onde rimanere saldi nella fede e chiedere la misericordia di Dio, indisse per tre giorni diverse processioni che avrebbero attraversato gli ultimi quartieri popolati di Roma.
Da Santa Maria Maggiore le processioni attraversavano le strade deserte e, secondo la leggenda, dove passavano la peste spariva, salvando gli abitanti. San Gregorio era sempre in testa e guidava il suo popolo imperterrito.
In un giorno imprecisato il corteo sacro si diresse verso il Vaticano, attraversando il Ponte Elio (oggi Sant'Angelo). Il Papa sempre in testa apriva la processione e, durante la marcia, giunti di fronte al Mausoleo di Adriano (oggi Castel Sant'Angelo), ebbe una visione miracolosa. Diversi furono i testimoni del fatto: videro sulla cima della tomba imperiale l'Arcangelo Michele che rinfoderava la spada, prima di sparire.
I fedeli pregavano e lodavano Dio e il Papa, fermo e certo di ciò che aveva visto, interpretò l'evento quale segno della fine dell'epidemia. Effettivamente la peste smise di colpire i romani e il clima migliorò. Da allora il mausoleo venne dedicato a San Michele Arcangelo e fu trasformato in fortezza, difendendo il Vaticano e Roma nei momenti di pericolo. L'Arcangelo, simbolo di fortezza, veglia dal VI secolo sulla città, cercando di allontanare le forze del caos che da sempre la minacciano.
Il viaggio continua.

 

05 settembre 2016

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: Augusto, la Vergine Maria e l'Ara del Cielo (Parte VIII)


di Alfredo Incollingo

Dio non rivelò la Sua potenza solo a Costantino, o almeno non solo a lui. Qualche secolo prima, alle origini del principato romano, l'imperatore Ottaviano Augusto fu ammonito che un re, più grande di lui e divino, avrebbe governato per millenni su Cielo e Terra fino alla fine del mondo. Fu la Sibilla Tiburtina a profetizzare all'imperatore la nascita e la predicazione di Gesù Cristo. Probabilmente scettico e invidioso, come qualsiasi monarca, per un re più potente di lui (guardiamo anche ad Erode), si ritirò nella sua camera privata, nel palazzo imperiale. Nel sonno ebbe la visione di una donna con in braccio un bambino, seduta su un blocco marmoreo. La figura femminile gli annunciò che la sua seduta sarebbe stata l'altare che lui avrebbe dovuto dedicare al Signore del Cielo. Di fronte a tale maestà Augusto cadde carponi in adorazione e, destatosi, qualche giorno dopo diede inizio ai lavori per edificare l'ara.
Nella tarda antichità una sublime chiesa venne costruita al di sopra dell'altare, Santa Maria in Ara Coeli, che ricorda nella sua intitolazione la visione miracolosa. Sarebbe troppo prolisso discutere qui sulla veridicità del fatto, per cui lasciamo da parte le tante mirabilia romane e parliamo di questa nota e popolana chiesa di Roma. I più la conoscono per il matrimonio che qui celebrarono Totti e Ilary Blasi nel 2008, ma il gossip ha poco a che fare con l'Ara Coeli.
E' posta sull'Arx, una delle vette più alte del Campidoglio, il colle sacro e civile di Roma. Si può ben dire che la chiesa occupa una posizione preminente nella città, anche per la sua posizione da mediano. I romani da sempre vi accedono per chiedere l'intercessione alla Vergine Maria, alla Madre di Dio, la nostra mamma celeste. Saliamo la ripida scalinata ed entriamo nella penombra della chiesa per inginocchiarci e immergersi nella preghiera, sentendoci più vicini a Dio. Lontani dalla Città degli Uomini, viziosa e peccaminosa, siamo così isolati dai miasmi della modernità e di una città che pare sacra solo per la toponomastica cittadina.
Santa Maria in Ara Coeli ci offre l'occasione di ammirare una commistione di elementi architettonici e di opere d'arte incommensurabili. E' un grande puzzle di marmi e statue che i romani prelevarono dovunque per edificarla.
Da secoli il colle è sacro e difeso. Già nella Roma pagana e imperiale il Capidoglio era la piazza religiosa e civile principali dell'Urbe e i cristiani hanno conservato questa preminenza. Mentre in passato il colle ospitava i templi maggiori, quali quello di Giove Capitolino, oggi ospita la chiesa che più di tutte ci avvicina a Dio.
I romani le hanno sempre dimostrato affetto: una colletta popolare, per esempio, nel XIV secolo contribuì alla costruzione della scalinata, come ex voto per ringraziare il Signore; la città non era stata toccata dalla peste che aveva flagellato l'Europa.
Santa Maria in Ara Coeli è la chiesa del popolo, meta della devozione mariana e delle autorità sia laiche che civili. Non è un caso infatti se da secoli si raccontano aneddoti stravaganti o verosimili che la videro protagonista: all'interno della chiesa era conservata una statuetta miracolosa di Gesù Bambino, poi trafugata; salendo le scale a carponi addirittura può propiziare la vincita al gioco del Lotto. I grandi volti della Roma civile, da Brancaleone degli Andalò a Cola di Rienzo, la scelsero quale scenografia sublime per le loro adunate popolari.
Non si può visitare Roma e pregare nelle sue tante chiese senza essere passati dal Campidoglio. Qui sarete più vicini al Cielo, innalzandovi al di sopra delle cose umane. Maria vi assisterà e vi darà l'amore di cui avete bisogno.
Il viaggio continua.
 

27 agosto 2016

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: Gli eretici del Celio (Parte VII)


di Alfredo Incollingo

Il Celio è sempre stato un colle appartato dalla città e molto quieto, forse fin troppo tranquillo. Questa nomea ha portato la stessa Chiesa Cattolica, nella Città Santa, a desistere dal controllare le comunità religiose che lì si erano costituite. Probabilmente certi del loro tacito assenso alla dottrina e della loro totale sottomissione al Papa il clero li lasciò indisturbati. Fu un errore: un'eresia “moderna” nacque e si sviluppò indisturbata per un anno, e forse di più, con la complicità di frati infedeli.
A San Giovanni a Porta Latina, splendida chiesa paleocristiana del V secolo, un gruppo di monaci aveva dato vita ad una strana confraternita. I pochi testimoni la definirono così questa anomala comunità maschile dedica ad una vita comune e coniugale. Questa chiesa, immersa tuttora nel verde, fra caratteristiche ville ottocentesche, all'apparenza non sembra nascondere un segreto così oscuro. Eppure le apparenze ingannano e fra quelle mura si consumarono atti blasfemi e tragici.
I monaci di San Giovanni a Porta Latina erano soliti accogliere omosessuali in fuga (anche ebrei dal locale ghetto) e celebrare matrimoni fra persone dello stesso sesso, seguendo pedissequamente il rito cattolico. Il sacramento era garante dell'unione, anche se omosessuale, e lo giustificava nel Magistero. Testimoni illustri (come il filosofo francese Montaigne) o le stesse carte processuali (le poche rimaste) ci raccontano di più su questa confraternita. Vivevano in comune, seguendo un costume sessuale libero e le coppie contribuivano al benessere del gruppo.
Per un anno circa vissero in tutta tranquillità fino al 20 luglio 1578. Un servo, forse per risentimento verso il suo padrone, denunciò i fatti all'Inquisizione che si attivò per catturare i colpevoli. Una retata portò dietro le sbarre diversi esponenti della comunità, mentre altri riuscirono a fuggire. Il processo durò fino al 3 agosto dello stesso anno quando i frati furono impiccati e i loro corpi bruciati nei pressi di San Giovanni a Porta Latina. Montaigne raccontando questo strano evento, appreso dal popolo, descrive l'atmosfera lugubre del posto e la cenere che pareva ancora aleggiare sospinta dal vento. Il filosofo narra così un episodio, a noi poco noto, che certamente intimorì gli uomini del tempo tanto da rimanere impresso per decenni nella memoria collettiva.
Una domanda a noi moderni ci pare sensata a riguardo: questi eventi sono stati una premonizione del futuro, di una Chiesa attanagliata dall'agenda LGBT? Come molti sacerdoti e cardinali odierni, anche all'epoca certe aperture furono sviluppate da membri del clero. Forse dobbiamo temere che la Chiesa precipiti nel caos per colpa di chierici infedeli al Vangelo, mentre noi laici non possiamo che pregare e agire per salvare il salvabile.
Il viaggio continua.

 

21 agosto 2016

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: la Vergine Maria e la neve ad Agosto (Parte VI)


di Alfredo Incollingo

“Ad agosto quando neve cadrà”, cantano Gigi D'Alessio e Anna Tatangelo, senza sapere che a Roma in estate ci fu una nevicata miracolosa! Siamo nell'Urbe dei primi secoli cristiani, quando il cristianesimo era appena stato "legalizzato" dall'imperatore Costantino il Grande nel 313 (con l'Editto di Milano). Giovanni era un ricco patrizio romano che viveva nella sua lussuosa villa, tra agi e ricchezze: la notte del 4 agosto del 352 la Vergine Maria gli apparve in sogno e chiese di costruirLe una chiesa, il cui luogo di edificazione sarebbe stato indicato con uno strato di neve fresca, limitando il perimetro della fondazione. Fu così che il mattino seguente il patrizio corse dal Papa Liberio per il rivelargli la visione mariana; il Pontefice meravigliato confessò di aver vissuto la stessa miracolosa esperienza ed entrambi si recarono sul colle Esquilino... imbiancato di neve!
Onde esaudire il desiderio della Vergine, Giovanni a sue spese fece edificare la chiesa seguendo lo schema che il Papa aveva tracciato direttamente sulla neve fresca e venne intitolata Santa Maria delle Nevi.
Questa storia, che fa parte della tradizione sacra di Roma, è alle origini della basilica papale che verrà edificata da Papa Sisto III. Nel 431 si era svolto il Concilio di Efeso che aveva riconosciuto Maria Theotokos, “Madre di Dio”, ponendo fine alla decennale disputa teologica. In onore della Theotokos il Pontefice fece erigere, sul luogo dove sorgeva la chiesa di Liberio, l'attuale basilica papale di Santa Maggiore Maria. Nessuna chiesa, raccontano le fonti, era più preziosa e santa della chiesa sistina. La leggenda ci tramanda tre eventi della storia cattolica: la nascita del culto della Madonna delle Nevi (che si celebre ogni anno il 5 agosto), la proclamazione del dogma della maternità divina di Maria e la fondazione di Santa Maria Maggiore, una delle quattro chiese papali di Roma. Ogni anno, in onore della Madonna delle Nevi, nei pressi della basilica viene ricordato il miracolo con una spolverata di neve artificiale sui fedeli lì riuniti.
La chiesa tuttavia è stata anche la protagonista indiscussa della Controriforma nel XVI secolo. I luterani negavano la divinità materna di Maria, gli attacchi erano pressanti e incessanti e il Concilio di Trento aveva risposto a riguardo riconoscendo la veridicità del dogma: per darvi concretezza Papa Sisto V nel 1585 fece realizzare al suo interno la Cappella del Presepe, la cui dedica ci dà numerosi indizi per comprendere di cosa stiamo parlando. Il sacello custodiva un antico presepe e il ciclo pittorico, di gran valore artistico (il cantiere contava numerosi e celebri artisti), era un inno alla Natività. Cristo, Vero Uomo e Vero Dio, era così ricollocato nella sua posizione centrale nella Chiesa e allo stesso modo Maria Theotokos poté ben sperare di essere riconfermata così nel suo ruolo di Madre di Dio, senza temere le virulente parole dei luterani (sacrileghi!). La Chiesa La difese e volle esaltarLa (con la Natività e il Figlio) nella splendida cappella sistina tuttora visitabile in Santa Maria Maggiore.
Il viaggio continua.

 

11 agosto 2016

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: San Domenico di Guzman, Santa Sabina e l'arancio (Parte V)


di Alfredo Incollingo

A Roma vi è un'isola di quiete, un luogo isolato nel caos cittadino. Qui è possibile ristorare il proprio animo dai veleni della civiltà moderna e vivere attimi di profonda meditazione religiosa.  E' l'Aventino, un Eden ritrovato, l'ultima isola felice e silenziosa nella baraonda moderna. Le tante chiese lo costellano marcano il suo essere un colle sacro, devoto e da secoli considerato un luogo perfetto per la contemplazione.
Una delle chiese aventiniane più antiche è la paleocristiana Santa Sabina, la meglio conservata del suo genere nonostante i lavori di restauro subiti nei secoli. La sua memoria è legata alla martire Santa Sabina (II secolo d.c.), cui è dedicata la chiesa, e a San Domenico di Guzman: non è un caso infatti se essa ospita la casa generalizia dell'Ordine dei Frati Predicatori.

Il santo spagnolo risiedette qui nel suo soggiorno romano e Papa Onorio III, dopo aver approvato nel 1216 il suo ordine monastico, gli affidò la gestione del complesso. La sua santità era già nota quando era ancora in vita e qualcuno mal sopportava questa aura. Satana stesso si presentò al cospetto del santo e fece di tutto per provocarlo e per distrarlo dalla preghiera. Questi era intento a pregare sulla tomba di alcuni martiri, all'interno della chiesa, e la sua indifferenza fece ancor di più innervosire il Maligno, il quale, in un impeto di rabbia, scaglio contro San Domenico una pietra nera di forma ovale. La evitò e andò a spezzare la lastra di marmo tombale. Oggi la pietra (Lapis diaboli) è conservata su un piedistallo a lato della porta principale d'ingresso.

Sempre San Domenico è il protagonista di un'altra storia in Santa Sabina. Nel cortile interno vi è un arancio secolare, il primo, secondo la tradizione, portato in Italia e il progenitore di tutte le piante diffuse nella Penisola. Il vicino Giardino degli Aranci possiede i primi esemplari che nacquero dai primi semi dell'albero miracoloso.
Si tratterebbe proprio di un miracolo, perché la pianta ha sempre prodotto frutto, senza mai ammalarsi e seccarsi. Fu San Domenico che dalla Spagna portò in Italia, a Roma, il primo seme d'arancio e la longevità della pianta sarebbe ampiamente dovuta alla santità del suo trasportatore.

Naturalmente l'Aventino non è solo Santa Sabina, per questo i nostro viaggio riprenderà per conoscere le altre meraviglie dell'arte e della fede che il colle ci offre.
 

02 agosto 2016

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: le chiese nazionali romane (Parte III)


di Alfredo Incollingo

Roma ha conservato la sua vocazione universalista, aperta alle genti e a chi le chiede soccorso e protezione. Dalle sue mitiche origini fino ai giorni nostri è stata la Patria di tanti che vi hanno trovato una dimora o un rifugio. L'Urbe è una madre consolatrice di perseguitati e di afflitti e un padre misericordioso che perdona il figliol prodigo.

Vagabondando per la città non possiamo non notare strane toponomastiche: “dei francesi”, “degli spagnoli”, “dei portoghesi”... Genti differenti hanno infatti vissuto a Roma, costituendo piccole o grandi comunità nazionali per i motivi più vari: per sfuggire a persecuzioni, per commerci o per semplice opportunismo (magari riuscendo ad ottenere favori dalle alte cariche clericali). Queste eredità culturali si sono sedimentate nei costumi, nella lingua popolare e soprattutto, come si può ben notare, nella toponomastica.

Via dei Borgognoni, per esempio, ricorda il quartiere dove risiedevano i commercianti della Borgogna (Francia) che nel quattrocento si stabilirono a Roma. Come i borgognoni esistevano tante realtà di questo genere. Onde provvedere alla tutela dei nuovi arrivati e al soccorso dei poveri costituirono una confraternita, con personale, oratori e ospizi. Nel seicento edificarono anche una  chiesa, Sant'Andrea e San Claudio dei Borgognoni (nei pressi di Via del Corso), che divenne il loro centro spirituale e materiale. In questo modo ogni comunità nazionale provvedeva al proprio benessere e alla propria integrità culturale. Il tessuto sociale ne risultava equilibrato e si rispettava il precetto cristiano sull'accoglienza e la convivenza tra popoli: differenti, ma fratelli nella fede.
Oltre ai borgognoni a Roma nel corso dei secoli si stabilirono portoghesi (Sant'Andrea dei Portoghesi), francesi (San Luigi dei Francesi o Trinità dei Monti), spagnoli (Santa Maria in Monserrato degli Spagnoli) e tutte le principali nazioni europee, anche da oriente e dal Nord Europa.

E gli italiani? Una parte della popolazione romana discende da famiglie provenienti dalle altre regioni italiani, oltre il Lazio. Anche costoro costruirono chiese regionali per ribadire e preservare la loro identità locale. I Lombardi, per esempio, si stabilirono nei pressi di Via del Corso, dove attualmente sorge la chiesa di Sant'Ambrogio e San Carlo al Corso, che ospitava la ricca ed influente confraternita che provvedeva ai bisogni della comunità. Nei pressi dell'antico rione di Borgo Sant'Angelo (demolito da Mussolini) vi è la basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini per i toscani o, a Piazza Venezia, San Marco Evangelista per i veneti. Il Sud Italia? Si registrò un flusso migratorio anche dalle regione del Meridione. San Nicola in Carcere è la chiesa regionale della Campania, del Molise, della Puglia e delle altre regioni del sud.

Naturalmente, come le principali metropoli occidentali, anche Roma sta vivendo e ha vissuto l'arrivo di nuove ondate migratorie dalle nazioni del Terzo Mondo. Anche in questo caso le nuove comunità hanno ottenuto delle diocesi, spesso prendendo possesso di luoghi di culto preesistenti: Santa Maria della Pace per i cileni, Santa Pudenziana per i filippini o Santo Stefano degli Abissini per gli etiopi.

Come abbiamo visto in queste breve e sintetica panoramica romana la città ha preservato la sua vocazione universalista: ogni nazione è qui rappresentata e ha pari dignità, come tutte le altre. Stiamo attenti però a non confondere questo spirito con l'attuale multiculturalismo. A Roma le diverse comunità hanno convissuto in piena solidarietà, riconoscendosi romani e cattolici, ma nel reciproco rispetto delle differenze. Oggi invece si protende di più a costruire una Torre di Babele indifferenziata.
Questa tappa del nostro viaggio a Roma non ci porta a visitare una singola chiesa o un singolo luogo sacro, ci farà camminare molto, ma ne varrà la pena, perché questi luoghi di culto alle volte nascondo nascondono tesori inestimabili dell'arte e anche della fede.
Il viaggio continua.