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12 giugno 2018

Governo. Prove di disinnesco al G7

di Marco Sambruna
La recente partecipazione di Giuseppe Conte al vertice del G7 in Canada dietro il sipario delle dichiarazioni ufficiali ha lasciato trasparire quello che sarà forse il principale motivo di conflitto fra Lega e M5S.

Infatti a proposito dei rapporti con la Russia Conte, a nome evidentemente del governo italiano, ha assunto una posizione che è un capolavoro di ambiguità. Il Presidente del Consiglio ha detto in sintesi di essere d’accordo con Trump circa le aperture alla Russia, ma di condividere anche le posizioni UE circa il mantenimento delle sanzioni finché non muterà l’atteggiamento russo verso l’Ucraina.
Questa dichiarazione, oltre a rappresentare la quintessenza del qualunquismo tipico della preistoria democristiana profila un pericolo che si va delineando all’orizzonte: quello di una “normalizzazione” del governo il quale, dopo i primi proclami roboanti, si allinea gradualmente al mainstream del pensiero progressista dettato dalla UE.

Insomma potrebbe accadere al nuovo esecutivo quello che è già accaduto a Tsipras in Grecia il quale partì rivoluzionario e finì istituzionalizzato.

In altre parole la posizione di Conte al G7 può prefigurare quella che sarà la prossima linea di tendenza del governo e al contempo la faglia di frattura fra Lega e M5S.
La Lega infatti è una realtà che parte da premesse chiare e intransigenti riguardo una molteplicità di temi come le posizioni critiche verso la UE, l’atteggiamento filorusso in quanto sovranista (e non sovranista in quanto filorusso), le politiche anti immigrazioniste. Il Carroccio si presenta dunque come forza rivoluzionaria in quanto dissidente verso il mondialismo elitario.
Il M5S ha invece una fisionomia politica duttile e flessibile che si presta a più interpretazioni, dal sovranismo monetario di di Maio e Grillo al massimalismo progressista di Fico o Sibilla. Ma proprio grazie o a causa di questa duttilità il M5S è molto più facilmente “normalizzabile” e “omogeneizzabile” per renderlo conforme al frullatone libertario e nichilista che ha infettato l’occidente.

Di fronte a questa duttilità pentastellata facilmente adattabile alle circostanze del momento la Lega, convivendo al governo con le tendenze qualunquistiche grilline emerse con particolare evidenza dalla dichiarazione di Conte al G7, deve fare attenzione a non farsi disinnescare della sua carica rivoluzionaria potenzialmente eversiva per il Potere.

Il Potere è infatti abilissimo ad annullare le opzioni che lo ostacolano applicando il metodo che possiamo qui definire come “disinnesco graduale” - peraltro già adottato dal gesuitismo che sembra caratterizzare la chiesa odierna - col fine di trasformare posizioni massimaliste potenzialmente eversive in posizioni minimaliste del tutto innocue.

Il primo passo lungo questo iter di disinnesco consiste nell’adottare un linguaggio qualunquistico costellato di avversative. Così, ad esempio, si è per l’apertura alla Russia, ma anche per il mantenimento delle sanzioni UE; si è per filtrare i flussi immigratori tuttavia senza pregiudicare i rapporti coi paesi di origine degli immigrati; si è per il sostegno alle famiglie naturali, però non si trascurano altri tipi di unioni, etc. Questa strategia cerchiobottista se si consolida è tale da provocare, di cedimento in cedimento, la penetrazione nelle politiche governative di elementi tipici del progressismo laicista dominante in Europa occidentale su temi di primaria importanza.
In definitiva è certo che il Potere proverà in tutti i modi a disinnescare gradualmente la Lega sostenendo le tendenze progressiste che coabitano all’interno del qualunquismo del M5S con altri orientamenti, per provocare infine uno smottamento a sinistra di tutta la compagine governativa. In questo senso la dichiarazione di Conte al G7 o quelle di Fico a sostegno dei flussi migratori costituiscono già un primo preoccupante segnale d’allarme.

 

19 agosto 2017

L’Islam e l’Europa dopo Barcellona: che fare?


di Fabio Petrucci

Con il barbaro attentato del 17 agosto il terrorismo di matrice islamista è tornato ad insanguinare l’Europa. Anche Barcellona è così entrata nel novero delle metropoli colpite dal cieco fanatismo jihadista. Dopo Parigi, Bruxelles, Berlino e Londra, un’altra grande città europea (sostanzialmente una “capitale”) è precipitata nell’incubo della morte che all’improvviso piomba sulla vita di ignari cittadini e turisti. Purtroppo sembra che gli europei si stiano inesorabilmente abituando a questa durevole spirale di terrore, come se l’insicurezza fosse ormai entrata a far parte dello stile di vita “occidentale”. Ma a quanto pare le società europee non si stanno abituando soltanto agli attentati, ma anche a reagire ad essi in maniera imbelle, superficiale e inutilmente melensa: dai gessetti colorati ai filtri su Facebook, dagli hashtag su Twitter alle foto dei gattini, è tutta una sequenza di gestualità collettive che segnalano la grave crisi della nostra civiltà, sempre più incline ad un emozionalismo politicamente corretto, cieco dinanzi alle cause delle sfide esistenti.

Alle inconcludenti reazioni appena descritte andrebbe contrapposta la volontà di venire a capo dei complessi processi che hanno condotto a questo stato di cose. È tempo di archiviare gli slogan sistematicamente ripetuti in occasione di attentati come quello di Barcellona, così come le minimizzazioni volte a nascondere gli errori delle classi dirigenti europee. Esorcizzare i problemi con slogan semplicistici come «l’islam è una religione di pace» non farà altro che rimandare all’infinito un’autentica presa d’atto da parte delle società europee.
Gli attentatori di Barcellona, al pari di quelli di Parigi o di Bruxelles, potranno anche essere dei soggetti isolati e sradicati, votati ad uno spontaneismo terroristico dai contorni folli e non appartenenti ad organizzazioni politiche strutturate, ma la matrice dei loro gesti affonda dichiaratamente le proprie radici nell’islam. A Barcellona, come altrove, gli attentatori potrebbero anche avere agito in assenza di occulte “regie” organizzative, ma il contesto ideologico delle loro azioni è quello ben noto del jihadismo. Le strumentali rivendicazioni dell’ISIS non giungono per caso. E da qui sorge una prima questione, tutt’altro che marginale, ossia quella del rapporto tra islam e violenza.
Sarebbe riduttivo e semplicistico affermare che quello tra islam e violenza è un binomio inscindibile, ma è indubbio che in seno all’islam sia radicata una tendenza all’uso della violenza e della prevaricazione non facilmente estirpabile. È un dato di fatto che per onestà intellettuale chiunque dovrebbe riconoscere. Qualcuno potrebbe obiettare, come accade spesso, che anche i cristiani hanno fatto ricorso alla violenza nel corso della storia. Ma se è vero che la vicenda storica del cristianesimo non è esente da macchie, è comunque necessario superare alcuni luoghi comuni purtroppo considerati alla stregua della verità, primo fra tutti quello legato alle Crociate.
L’islam, affacciatosi nelle vicende del nostro mondo a inizio del VII secolo d.C., si configurò sin dall’inizio come una religione votata alla conquista ed all’espansione armata. Il suo fondatore, Maometto, a differenza di Gesù Cristo, fu un vero e proprio conquistatore militare. Elemento, questo, che costituisce un problema di enorme gravità in quanto, come afferma il noto islamologo Samir Khalil Samir, «nella sua vita, Maometto ha fatto più di 60 guerre; ora se Maometto è il modello eccellente (come dice il Corano 33:21), non sorprende che certi musulmani usano anche loro la violenza ad imitazione del fondatore dell’islam»(1). Una cosa del genere è inimmaginabile nel cristianesimo, religione nella quale l’uso della forza non giustificato da esigenze di difesa costituisce un tradimento del messaggio evangelico. Nell’islam, viceversa, potremmo essere tentati di concludere che il “tradimento” del modello di Maometto e della radicale ortodossia sunnita, costituisca un elemento (forse l’unico) capace di limitare le tendenze violente e prevaricatrici. E forse non è un caso se il sufismo (tradizionalmente considerato come uno dei rami più “illuminati” dell’islam) abbia conosciuto le proprie vette in Asia centrale, tra l’area iranica, erede della ricca ed antica civiltà persiana, ed il cosiddetto “Turkestan”, nel quale – per citare lo storico Franco Cardini – «i musulmani turcomongoli rimasero, e sono ancora, profondamente legati alla loro antica cultura sciamanica: e il loro particolare islam ne reca tracce tanto profonde da far dire a qualche studioso che ancora oggi il musulmano uraloaltaico è “più sciamano che mullah”»(2)..
Esistono dunque fattori culturali, politici ed etnici in grado di costituire un freno alle forze più distruttive dell’islam, ma occorre partire dall’assunto che la violenza dei terroristi non è – come spesso si sente dire – frutto dei presunti torti arrecati ai musulmani con le Crociate e/o con il colonialismo otto-novecentesco. Il problema del rapporto tra violenza ed islam nasce con la religione di Maometto stessa. Spinti dall’afflato del Jihad e dalla volontà di conquista, appena pochi decenni dopo la morte del profeta, i musulmani espansero i confini del Califfato dalle coste atlantiche del Maghreb all’Asia centrale, penetrando poi nella penisola iberica ed arrivando, appena cento anni dopo la morte di Maometto, a minacciare i territori dei franchi. Interi paesi abitati da popolazioni a maggioranza cristiana furono così fagocitati, nel giro di pochi decenni, dall’impero islamico. Occorrerà attendere circa quattro secoli prima di assistere ad un vero tentativo di risposta cristiana: la Prima Crociata, anticipata solo di qualche decennio dalla “protocrociata” degli Altavilla in Sicilia, verrà bandita (e non con questo nome) solo nel 1095, con scopi di mera assistenza ai cristiani d’Oriente richiedenti aiuto.
Certamente durante le Crociate non mancarono episodi poco edificanti da parte cristiana, ma la leggenda nera inaugurata da alcuni pensatori illuministi non corrisponde alla verità storica. Sostenere, per esempio, che l’ostilità islamica nei confronti dell’Europa abbia alla base le Crociate, significa ignorare che esse «ebbero importanza talmente marginale da essere a malapena avvertite alla corte di Baghdad, mentre le invasioni mongole, marginali per noi europei, hanno lasciato nel mondo islamico tracce ancora percepibili nella storia economica e nell’immaginario collettivo»(3). Se oggi l’ISIS ed altri gruppi jihadisti utilizzano sovente la parola “crociati” per indicare i paesi occidentali (che di “crociato” non hanno sostanzialmente più nulla) non è tanto per un antico e rancoroso retaggio, quanto piuttosto a causa di un luogo comune diffuso da alcuni pensatori europei e divenuto un argomento efficace della propaganda islamista. Ciò che la storia insegna è però una realtà molto diversa, che vede l’Europa costretta a difendersi dai tentativi d’invasione musulmana sino al XVII secolo inoltrato, quando la vittoria delle armate cristiane a Vienna (1683) segnò l’ultimo vero tentativo di espansione ottomana nel cuore del Vecchio Continente. Islam e violenza, dunque, un binomio forse non inscindibile, ma senza dubbio profondo, la cui soluzione è resa ancora più ardua dall’assenza in seno all’islam di una guida spirituale universalmente riconosciuta.
Ci si potrebbe chiedere quali sono – se ci sono – le colpe degli europei. Forse in tal senso, piuttosto che risalire al medioevo o alla sostanzialmente breve parentesi del colonialismo, sarebbe più utile soffermarsi sugli errori compiuti dal mondo occidentale negli ultimi cento anni. Errori geopolitici innanzitutto: se c’è una colpa che ricade sull’Occidente, ed in particolare su due paesi (Regno Unito e Stati Uniti), è quella di avere sistematicamente favorito, per ragioni geopolitiche ed economiche, proprio quei settori del mondo musulmano più legati ad un’interpretazione integralista dell’islam. Senza il sostegno britannico oggi probabilmente non esisterebbe uno Stato come l’Arabia Saudita, universalmente noto come centro propulsore dell’ideologia wahhabita. Dopo la Prima Guerra Mondiale, infatti, fu la decisione britannica di favorire l’ascesa dei sauditi a danno della più prestigiosa e moderata dinastia hashemita a portare alla fondazione di questa potente e pericolosa petromonarchia. E ancora, sul finire della Seconda Guerra Mondiale, furono gli Stati Uniti a legittimare definitivamente la dinastia saudita con l’accordo tra Roosevelt e Ibn Saud siglato a bordo della nave da guerra Quincy nel febbraio 1945. Si inaugurò così un matrimonio di convenienza destinato a consolidarsi con il passare degli anni. Da allora USA ed Arabia Saudita, così diversi eppure così “amici”, non hanno mai smesso di sostenere congiuntamente le forze più retrive dell’islam contro i propri nemici geopolitici ed ideologici: così hanno fatto durante la Guerra Fredda con la Fratellanza Musulmana, contrapposta a Nasser in Egitto e ad Hafez al-Assad in Siria; così hanno proseguito con i mujahideen in Afghanistan in funzione antisovietica (fu proprio in questo contesto che vide la luce al-Qaeda); e poi, dopo il crollo dell’URSS, con i separatisti ceceni e daghestani in Russia, i guerriglieri bosniaci e kosovari nell’ex Jugoslavia, fino ad arrivare alle più recenti “primavere arabe” in Libia e Siria. Una prassi consolidata a cui gli stessi paesi europei alleati degli USA sono stati tutt’altro che estranei. Ed ora ciò che sta accadendo è che l’arma del fondamentalismo islamico si sta ritorcendo contro l’Occidente. Non è una novità assoluta: lo stesso Bin Laden, dipinto come un eroico guerriero antisovietico in un famigerato articolo del The Independent del 1993, si tramutò poi nello “sceicco del terrore” dell’11 settembre 2001.
Ma gli errori geopolitici non sono l’unica colpa dei paesi occidentali. In molti paesi europei, infatti, gli ultimi decenni sono stati contraddistinti da massicci flussi migratori che hanno condotto ad una crescita esponenziale della popolazione islamica residente in Europa. Dinanzi ad un movimento di popolazione di proporzioni epocali, i modelli d’integrazione messi in campo nel Vecchio Continente stanno palesemente dimostrando le proprie deficienze. Sono falliti sia il modello assimilazionista e “laicista” della Francia che quello “comunitarista” tipico del Regno Unito, i due grandi paradigmi teorici dell’integrazione in Europa. Più in generale, sembra essere fallita l’utopia di una pacifica società multiculturale. Di fatto, nelle grandi città di molti paesi dell’Europa occidentale sono sorte delle vere e proprie enclavi islamiche in cui i rapporti sociali finiscono per essere regolati più dalla sharia che dal diritto nazionale: solo per fare alcuni esempi, si pensi alla banlieu parigina di Sevran, alla particolare situazione del “Londonistan” nel Regno Unito, a Molenbeek in Belgio, a Malmö in Svezia. È specialmente in queste enclavi che si inserisce l’intervento di sauditi e qatarini, interessati ad espandere la propria influenza ideologica e politica tramite finanziamenti a centri culturali, moschee e progetti sociali. In pratica, contando sulla propria potenza economica e sul sempre appetibile commercio del petrolio, le diplomazie di paesi come l’Arabia Saudita ed il Qatar hanno ottenuto, con il beneplacito di molti governi europei, la possibilità di indottrinare gruppi di fanatici islamisti nel cuore delle città dell’Europa occidentale.
I cittadini europei, dunque, di cose per cui mobilitarsi ne avrebbero più d’una. Sul piano geopolitico, se è vero che nel mondo islamico è in corso la cosiddetta “fitna” (guerra civile), è altrettanto vero che i paesi occidentali sono schierati con la peggiore delle parti in causa. Per tale ragione la cessazione del sostegno occidentale ai ribelli in Siria, la fine delle ostilità diplomatiche e commerciali con la Russia (paese che ha conosciuto sulla propria pelle il dramma del terrorismo islamico) e la rottura del patto scellerato che lega l’Occidente all’Arabia Saudita costituirebbero tre correttivi di vitale importanza alle politiche euro-atlantiche. Sul piano interno, invece, dinanzi ad un senso di insicurezza sempre più opprimente, urgerebbero almeno due misure: una tesa a recidere il cordone ombelicale che lega le comunità islamiche d’Europa ai paesi sponsor del terrorismo; e l’altra tesa a rendere più stringente l’applicazione delle norme sul diritto d’asilo (per esempio, è più che ovvio avere dei dubbi sulla legittimità della richiesta d’asilo dei tre ceceni rei dell’assassinio di Niccolò Ciatti).
Tuttavia, realisticamente, c’è da chiedersi se non sia ormai troppo tardi. Forse la maggioranza dei cittadini dell’Europa occidentale si è già arresa. Dinanzi a tragedie come quella di Barcellona le reazioni a colpi di gessetti e di gattini ricordano il suono dei violini sul Titanic pronto ad affondare. Sanno di resa un po’ folle e demenziale, al contrario di quella tragica ed a suo modo eroica dei musicisti del celebre transatlantico, ad un destino considerato ineluttabile.

1 S.K. Samir, Papa Francesco e l’invito al dialogo con l’Islam, asianews.it, 19/12/2013
2 F. Cardini, Tamerlano: il principe delle steppe, De Agostini Periodici, Novara 2007.
3 P.G. Donini, Il mondo islamico. Storia Universale, Vol. 28, RCS Quotidiani, Milano 2004, p. 15.

 

28 ottobre 2016

Il diplomatico\1. Barack e burattini.


Inauguriamo con questo articolo la nuova rubrica dedicata all'attività di Joseph de Maistre come diplomatico, in una fase storica in cui diventa sempre più importante approfondire le questioni relative alla politica internazionale . La rubrica sarà periodicamente aggiornata dai nostri collaboratori esperti di relazioni internazionali.

di Alessandro Rico
Si ringrazia Fabio Petrucci per la preziosa consulenza

Sorrisi, strette di mano, siparietti, eccellenze italiane, cena di gala, Barack e burattini. Cosa c’è dietro la luna di miele tre Renzi e Obama? Cosa c’entrano la Clinton Foundation, la NATO, Mosul e un gasdotto?

Una panoramica della situazione
Facciamo un passo alla volta. Come tutti sapete, Renzi è volato negli Stati Uniti, dove il Presidente uscente Barack Obama lo ha accolto con tutti gli onori e gli ha dedicato l’ultima cena ufficiale del suo secondo mandato. L’8 novembre ci saranno le elezioni e, salvo sorprese, Hillary Clinton dovrebbe spuntarla (resta, comunque, l’incognita del Congresso, dove i Repubblicani potrebbero conquistare la maggioranza dei seggi e quindi ostacolare l’attività del governo, anche respingendo i veti del Presidente). Nel frattempo, manco fossimo nella terza stagione di House of Cards, dove Frank Underwood s’inventa una guerra ai terroristi nella speranza di condizionare gli elettori, gli USA hanno avviato la riconquista di Mosul, sostenendo una eterogena coalizione costituita da turchi, peshmerga, milizie irachene sciite e pure, particolare non secondario, appoggio logistico ed elicotteristico italiano. Già da qualche settimana, poi, si vanno deteriorando i tesi rapporti con la Russia, finché, pochi giorni fa, la NATO ha annunciato l’invio di un contingente nei Paesi baltici (ovvero, ai confini russi) entro il 2018, contingente che, in caso di conflitto, sarebbe guidato proprio dall’Italia. Un’altra circostanza di cui tenere conto sono le ripetute manifestazioni di insofferenza da parte di Renzi nei confronti della leadership tedesca dell’Unione Europea: lo strappo sui migranti nel mese di settembre, le continue richieste di flessibilità, le critiche all’austerity, la riprensiva contro i “tecnocrati”, quando Bruxelles ha pensato di censurare la finanziaria con una missiva.

Renzi corteggia Obama; e Obama ci sta…
Insomma, sembrerebbe che il nostro premier stia facendo di tutto per smarcarsi dall’Europa del rigore. E l’unico modo per dribblare la Merkel è convincere il Presidente della principale potenza occidentale a sostenerlo nella lotta per una politica economica più rilassata, che al governo italiano ovviamente farebbe aggio, in vista delle elezioni politiche del 2017 (Renzi ha già varato una finanziaria di elargizioni in prospettiva del referendum; figuriamoci quello che potrebbe progettare per la prossima, cruciale scadenza, a riforma costituzionale e legge elettorale incassate). A Obama il corteggiamento dell’Italia va particolarmente a genio. Innanzitutto, è sempre stata sua intenzione spingere l’Europa a cambiare rotta, a stimolare i consumi, magari con la speranza di invadere il mercato del Vecchio Continente con prodotti americani, grazie al TTIP. In secondo luogo, un riallineamento dell’Italia toglierebbe di mezzo quello che è stato spesso un concorrente scomodo nel teatro mediorientale (si pensi, a titolo di esempio, alla crisi di Sigonella): in un colpo solo, Obama compatterebbe gli alleati europei per operare in Libia, Siria e Iraq, assicurandosi un prezioso appoggio nella guerra (ancora asimmetrica) alla Russia di Putin. Il fatto che l’Alto Rappresentante UE per gli affari esteri, la nostra Federica Mogherini, faccia parte da anni di quelle istituzioni sovranazionali che rappresentano la longa manus degli Stati Uniti (FAO, Fondazione Italia USA, ecc.), non può che essere di ulteriore aiuto.
Non dimentichiamoci, però, che non certo da ieri Renzi flirta anche con i Clinton. È noto che nel 2013 il Ministero dell’Ambiente ha finanziato la Clinton Global Initiative con una somma forse non gigantesca, ma per citare Maccio Capatonda, sossempresoldi. La Clinton Fondation ha organizzato un incontro tra Renzi e Bill nel mese di aprile di quest’anno e poi una riunione a tre cui hanno preso parte gli stessi Renzi e Bill Clinton, con il nuovo Presidente argentino Macri. Evidentemente, il premier italiano confida nella vittoria di Hillary e nel fatto che quest’ultima, la quale pure ha avuto un passato di contrasti con Obama (che parrebbero oggi appianati), prosegua la politica di amicizia e sostegno al Bel Paese (e magari che convinca capitalisti americani a investire in Italia?).

Il sogno (infranto?) di Putin
Ovviamente, tutto ha un prezzo. E la spregiudicata strategia di Renzi fa dell’Italia una delle principali pedine sulla scacchiera che gli Stati Uniti stanno muovendo per impedire l’avvicinamento di Europa e Russia.
Non è un mistero che Putin sognasse l’integrazione del Vecchio Continente con la Russia, una sorta di Eurasia con un fulcro economico ed energetico: il mercato comune “da Lisbona a Vladivostock” e, ovviamente, la fornitura di gas, nel cui quadro doveva rientrare anche il gasdotto South Stream, per il quale aveva iniziato a spendersi il governo Berlusconi e che avrebbe dovuto collegare la Federazione Russa all’Italia, passando per la Grecia – stranamente, due dei Paesi colpiti più duramente dalla tempesta sui conti pubblici e lo spread. La Germania, d’altra parte, puntava soprattutto a un raddoppio del North Stream, in barba alle sanzioni anti-russe seguite all’annessione della Crimea (persino il Corriere della Sera, lo scorso anno, lamentava la doppiezza di Berlino e gettava sinistri sospetti sulla spartizione degli asset greci da parte di società private tedesche, mentre le istituzioni europee avevano chiaramente sabotato il South Stream).
In tutto ciò, gli Stati Uniti non potevano tollerare la dipendenza energetica europea da Mosca, né la prospettiva di una profonda integrazione economica tra Europa e Russia. Durante gli anni Novanta, gli USA hanno perseguito l’espansione della NATO verso Est, per schiacciare i russi entro i loro confini e costringerli a mollare la presa sul Vecchio Continente, sul quale gli americani avevano ben altre mire: in ballo c’erano l’importazione dei loro prodotti alimentari, che le normative sanitarie europee limitavano, oltre al dualismo tra le due grandi compagnie Boeing ed Airbus. E infatti Obama, intervistato dal bravo cameriere Federico Rampini su Repubblica, non si è fatto scappare l’occasione per rilanciare il TTIP, per ora affossato dall’aperta ostilità dell’opinione pubblica di molti Stati membri dell’UE, ai quali, nonostante tutto, i governi nazionali devono ancora in qualche modo rispondere.
L’opposizione degli Stati Uniti al South Stream, progetto avviato da Eni e Gazprom e poi esteso a compagnie francesi e tedesche, si è concretizzata in una serie di mosse strategiche, che alla fine hanno condotto alla rottura del partenariato industriale. Innanzitutto, c’è stata la doppia ondata di “rivoluzioni arancioni” in Ucraina, con la quale venne rovesciato il governo filorusso e il “granaio d’Europa” fu trasformato in una specie di avamposto o di muro simbolico tra Europa e Russia. Tuttora nel Donbass prosegue una sanguinosa guerriglia, che ovviamente le diplomazie e i media occidentali imputano alla brama di conquista dei russi; ma che la coalizione NATO a trazione americana ne sia la vera regista, è fatto ormai quasi acclarato, apertamente denunciato anche da un illustre studioso come John Mearsheimer su Foreign Affairs.
Dal canto loro, gli Stati Uniti hanno esercitato una forte pressione sulla Bulgaria, affinché impedisse il passaggio del gasdotto sul proprio territorio: innanzitutto, attraverso la Commissione Europea allora guidata da Manuel Barroso, che annunciò l’apertura di una procedura d’infrazione ai danni della Bulgaria per presunte irregolarità negli appalti (uscito dalle istituzioni europee, curiosa coincidenza, Barroso è stato premiato con un incarico da Goldman Sachs, la banca d’affari vicina alla Clinton); poi, nel 2014 fu addirittura il senatore repubblicano John McCain (quello che guarda caso ha annunciato che non voterà Trump) a incontrare il premier bulgaro, il quale in seguito annunciò il blocco dei lavori.
Alcuni cattolici sedicenti tradizionalisti, infettati dal morbo atlantista, come se vivessero ancora all’ombra del comunismo, ci hanno tenuto a spiegare che i poveri baltici e i poveri polacchi hanno le loro ragioni per temere l’espansionismo russo (in realtà è stata la NATO, come abbiamo già osservato, a muovere verso Est, con l’annessione di Paesi ex sovietici, in particolare quello del 2004, che incluse Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia, l’allargamento più grande della storia del Patto Atlantico). Tuttavia i fatti dimostrano che il vero obiettivo dietro queste manovre coincide soprattutto con gli interessi americani; con il proposito, cioè, di sottrarre l’Europa dalle “grinfie” del gas di Putin, magari per venderle il gas da argille prodotto negli USA e sponsorizzarne l’estrazione anche in alcuni Paesi europei. E indovinate un po’ qual è lo Stato del nostro continente con il più ingente quantitativo di giacimenti? Manco a farlo apposta, proprio la Polonia, storica nemica dei russi. Peraltro, visto il disastroso impatto ambientale dell’attività estrattiva, già da tre-quattro anni, nazioni come Austria, Regno Unito, Francia e Olanda hanno perso interesse per questa fonte di approvvigionamento energetico.
La campagna americana è riuscita a condizionare persino la Francia, messa alle strette sul piano economico, costretta a varare il classico piano di riforme in stile Troika, soffocata dall’emergenza sicurezza interna. Proprio la Francia, che nel 1966, per scelta di De Gaulle, abbandonò la NATO, salvo poi rientrarvi nel 2009, quando forse Sarkozy già puntava al beneplacito statunitense per le operazioni che avrebbe poi attuato in Libia contro Gheddafi (e contro gli interessi strategici dell’Italia). Putin, che si è detto meravigliato dalla retromarcia di Hollande, con il quale aveva provato a intavolare delle trattative per condurre un’offensiva comune ai danni dell’ISIS, durante l’ultimo Forum di Vladivostock ha chiaramente lasciato intendere che al momento la Russia sta guardando in un’altra direzione, all’Estremo Oriente: a un partenariato commerciale, energetico e infrastrutturale con Cina, Giappone e Corea del Sud.

Dalla Siria può cominciare una nuova guerra mondiale
Il teatro mediorientale è un altro degli aghi della bilancia, insieme all’Europa, nel conflitto USA-Russia. Nell’ultimo dibattito televisivo prima delle elezioni, Hillary Clinton si è detta favorevole all’istituzione di una no-fly zone sulla Siria: il che equivale quasi a dichiarare guerra ai russi, che colpiscono Aleppo con i loro raid aerei a sostegno di Assad. In Medio Oriente, gli obiettivi degli americani sono molto diversi. Innanzitutto, gli USA sono alleati dell’Arabia Saudita, con la quale, invece, la Russia non è in buoni rapporti. Inutile ricordare che Arabia e Qatar figurano tra i generosi finanziatori della Clinton Foundation e che, nondimeno, a nessun giornalista di grido è venuto in mente di denunciare, con la dovuta enfasi, che il probabile successore di Obama percepisce delle elargizioni dai principali sponsor del terrorismo islamico. È proprio grazie agli armamenti forniti dagli americani, che i sauditi hanno condotto la loro martellante campagna militare sullo Yemen, dove si intrecciano gli asti tra sunniti e sciiti e l’ostilità tra Arabia (che sostiene il governo) e Iran (che sostiene i ribelli Huthi).
D’altronde, la Clinton non è nuova ad ambigue frequentazioni: i leaks che i media ignorano spiegano anche perché Hillary si sia a lungo opposta all’inserimento di Boko Haram nella lista delle organizzazioni terroristiche, persino contro il parere di John Kerry. La Clinton Foundation era in affari con un magnate nigeriano, che premeva per un cambio di regime allo scopo di assicurarsi ricche commesse pubbliche. Gli Stati Uniti si rifiutarono di sostenere l’allora capo del governo  della Nigeria, Goodluck Jonathan, contro Boko Haram; sostegno che puntualmente è arrivato quando le elezioni hanno, prevedibilmente, premiato l’attuale presidente Buhari, nominato nel 2015.
È lampante che la presunta guerra al terrorismo degli Stati Uniti sia prevalentemente una farsa. L’offensiva su Mosul, che giunge a ridosso delle votazioni che dovrebbero, secondo i sondaggi, premiare la Clinton, non è niente più che un’accozzaglia di gruppi tenuti insieme a fatica da un comune nemico: per il resto, i peshmerga e i turchi sono ai ferri corti, gli sciiti lamentano l’ingerenza della Turchia, quest’ultima a sua volta teme l’indipendentismo curdo e, dopo la rottura con Putin, sembra essersi riallineata alla Russia (non ci scordiamo che, per dimensioni del suo esercito, la Turchia è la seconda potenza militare della NATO dopo gli USA). E infatti la riconquista di Mosul procede a rilento, nonostante i media celebrino in anticipo i trionfi della coalizione, mentre condannano le azioni della Russia e dell’esercito regolare siriano, senza remore e anche senza filtri, rilanciando spudoratamente le informazioni della propaganda dei ribelli anti-Assad,. E mentre giornali e telegiornali paventano il rischio che i combattenti dell’ISIS fuggano nascosti tra i civili, si viene colti dal sospetto che questa “fuga” sia in qualche modo favorita proprio dagli americani. Su AnalisiDifesa, in effetti, Gianandrea Gaiani accarezza l’ipotesi che i pullmini pieni di familiari dei membri del califfato, rifugiatisi a Raqqah, dimostrino come la coalizione voglia instradare l’ISIS verso la Siria per rintuzzare lo schieramento dei ribelli, ovviamente nella prospettiva di sabotare le operazioni militari guidate da Mosca e far cadere Assad.

USA e Russia, nemici naturali
L’Italia, su iniziativa del governo Renzi, si è impegnata su questo duplice fronte est-europeo e mediorientale (mesi fa abbiamo anche provato a guidare i difficili negoziati per la costituzione di un governo in Libia). Come tutto ciò possa promuovere i nostri interessi nazionali rimane un mistero, a meno che tali interessi non siano fatti coincidere con il capitale politico che Renzi vorrebbe spendere di qui al 2017. All’ultimo vertice europeo, Renzi e Mogherini hanno fatto in modo di ammorbidire la linea anti-russa di Germania, Francia e Gran Bretagna, scongiurando il pericolo di nuove sanzioni, che danneggerebbero ulteriormente le relazioni commerciali del nostro tessuto imprenditoriale con la Russia. Ma non si potrà a lungo dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Nel 2019 scadranno i contratti con l’Ucraina per il transito del gas e il Ministro per l’Energia russo ha già annunciato che il Turkish Stream, lanciato nel 2014 come alternativa al South Stream, sarà completato proprio in vista di quel termine. Ma prima di quel momento, Hillary Clinton potrebbe dare il via a un’escalation a partire proprio dalla Siria. E c’è da scommettere che Putin non starà a guardare.
Una delle tesi forti che vorremmo consegnare al lettore, in effetti, è che la politica non è solo questione di soldi e risorse economiche, ma anche e soprattutto di ideologie e narrazioni contrapposte. Fin qui abbiamo insistito molto sui retroscena legati alle forniture energetiche, agli affari di alcuni candidati nei Paesi destabilizzati, agli accordi commerciali; ma bisogna riconoscere che anche nel campo delle relazioni internazionali è necessario resistere al materialismo economicistico e indagare le cause profonde delle inimicizie tra i popoli. Stati Uniti e Russia sono nemici, nel senso schmittiano, perché entrambi sposano una qualche versione del “Destino manifesto”, l’idea di essere un popolo eletto, chiamato a redimere le sorti dell’umanità o a svolgere una funzione civilizzatrice, a costituire un nuovo ordine mondiale o a restaurare la gloria della Terza Roma. Ogni pedina che viene mossa mira a costringere all’angolo l’avversario, a ridurlo a piccolo potentato regionale, con alcune grosse incognite, come la Cina, che al momento sta a guardare, mantiene relazioni cordiali con entrambi, ma se da una parte mal sopporta l’egemonia americana, dall’altra è più volte entrata in rotta pure con la Russia (è una rivalità che i due Paesi si portano dietro almeno dal dualismo tra comunismo russo e comunismo asiatico, e dai negoziati che, negli anni Settanta, Kissinger intraprese con Pechino in funzione antisovietica).
Ci troviamo indubbiamente a un bivio fondamentale, ma l’impressione è che la nostra leadership ci stia trascinando alla deriva, in un’operazione molto pericolosa per la pace mondiale, se non addirittura suicida: è una coincidenza che in uno degli ultimi tweet, Hillary Clinton si sia messa a farneticare di codici nucleari?

 

17 luglio 2015

Accordo di Vienna: la vittoria (a scoppio ritardato) del buonsenso



di Fabio Petrucci


Martedì 14 luglio a Vienna è stato siglato l'accordo tra l'Iran ed il 5+1 sulla tanto discussa questione nucleare. Giunta dopo trattative estenuanti e durevoli contrasti, la firma dell'accordo è stata accolta dai media occidentali come un evento di portata storica, nonché come un successo personale del presidente statunitense Barack Obama. In realtà, avendo presente l'estrema fluidità della situazione, risulta prematuro emettere giudizi definitivi sull'accordo raggiunto: il rischio è quello di trovarsi ad essere smentiti dal corso degli eventi. L'accordo dovrà essere ratificato dai rispettivi parlamenti, e nulla è ancora certo né sulla sua effettiva implementazione né sul suo carattere definitivo. Potrebbe certamente rappresentare un elemento di grande novità nello scacchiere mediorientale, così come rivelarsi scarsamente efficace.

In sintesi, a partire da gennaio 2016, l'accordo dovrebbe condurre alla completa abolizione delle sanzioni economiche e finanziarie imposte dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU, nonché di quelle multilaterali (USA+UE) e nazionali, legate al programma nucleare iraniano. Questo in cambio di una limitazione del piano di proliferazione nucleare di Teheran e di controlli più stringenti da parte dell'AIEA, al fine di rendere materialmente impossibile la costruzione di armi atomiche (intento sempre smentito dalle autorità iraniane). In caso di violazione dell'accordo da parte di Teheran è previsto il ripristino per almeno 10 anni delle sanzioni ONU, con la possibilità di estendere la loro efficacia per altri 5 anni. Anche Stati Uniti ed Unione Europa godrebbero della facoltà di reintrodurre le loro sanzioni a tempo indeterminato. La ratifica parlamentare da parte del Congresso statunitense e del Majles iraniano rappresenterà un passaggio fondamentale per gli esiti dell'accordo. Anche se è probabile un'approvazione del testo da parte delle due assemblee legislative, non si può non notare la presenza di cospicue componenti ostili all'accordo in seno al Congresso statunitense (non solo tra la maggioranza repubblicana, ma anche tra i democratici), così come non si può ignorare il parere che la Guida Suprema Ali Khamenei potrebbe esprimere in merito ai contenuti dell'accordo o tacere delle reazioni critiche dei settori conservatori legati all'ex presidente Ahmadinejad.

Sul piano mediatico l'accordo è stato presentato come un grande successo diplomatico degli Stati Uniti e di Barack Obama. Per il presidente statunitense l'accordo con l'Iran ha rappresentato un banco di prova molto importante poiché, insieme al disgelo con Cuba, consente all'inquilino della Casa Bianca di vantare un bilancio meno fallimentare del previsto nell'ambito della politica estera. Per un presidente che rischia di essere ricordato come l'iniziatore di una nuova guerra fredda con il risorto orso russo, l'accordo con l'Iran si configura come una grande boccata d'ossigeno. Tuttavia il successo personale di Obama non rappresenta una vittoria per l'amministrazione statunitense, ma semmai una sconfessione della strategia adottata in Medio Oriente in questi anni, o meglio l'implicita ammissione del suo fallimento. L'accordo con l'Iran poteva essere concluso già diversi anni fa, ma Washington per lungo tempo ha rimandato la ricerca di una soluzione alla questione, nascondendosi dietro le paure di Israele. Ora alla Casa Bianca sembrano aver compreso che, a maggior ragione dopo il fallimento delle “primavere arabe”, il progetto del “Grande Medio Oriente” a guida USA è un’insostenibile chimera politica. Inoltre, l'amministrazione statunitense pare essere giunta alla conclusione che appoggiare sempre e comunque Israele e petromonarchie come quella saudita e quella qatarina non coincide con i propri interessi strategici. Non stupisce quindi il disappunto espresso da Tel Aviv e Riyad in seguito all'accordo di Vienna.

Decenni di ostilità occidentale nei confronti dell'Iran, passati anche attraverso la guerra tra l'Iraq di Saddam a quel tempo sostenuto dagli USA e la Repubblica Islamica, non hanno condotto al tracollo politico ed economico dello Stato sorto dalla rivoluzione del 1979. In questi anni l'influenza di Teheran nella regione non è stata arrestata, così come non è stato bloccato lo sviluppo militare e tecnologico iraniano. Ragion per cui una parte dell'establishment statunitense è giunta a considerare inutile e controproducente l'ostilità verso l'Iran, che peraltro ha condotto ad una crescente sinergia politica ed economica di quest'ultimo con Russia e Cina. Nel recente summit dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai è stato annunciato il prossimo allargamento della stessa all'India ed al Pakistan. La SCO va così assumendo un carattere sempre più “pan-asiatico”, tanto che non è da escludere che nei prossimi anni anche l'Iran, attualmente membro osservatore, possa aderire pienamente all'organizzazione. La costituzione di un solido blocco asiatico composto dalle maggiori potenze regionali del continente indebolirebbe in maniera sostanziale la presenza statunitense in Asia. E forse la nuova strategia della Casa Bianca verso l'Iran va letta anche alla luce di preoccupazioni di questo tipo.

Nell’atmosfera di entusiasmo seguita all'accordo di Vienna Obama ha anche elogiato il lavoro di mediazione svolto dalla Russia nel corso delle trattative. Nel clima di guerra fredda fra Casa Bianca e Cremlino le parole di Obama hanno rappresentato una sorpresa inaspettata, anche se è probabile che si tratti di una mera frase di circostanza che non condurrà a reali cambi di strategia degli USA verso la Russia. Appena un mese fa Vladimir Putin aveva detto di non aspettarsi alcun mutamento nell'atteggiamento ostile degli USA e le sue parole sembrano essere state confermate dal rapporto statunitense “National Military Strategy” 2015, in cui si fa riferimento a «basse, ma crescenti» probabilità di conflitto con grandi potenze (Russia e Cina). Peraltro la firma dell'accordo di Vienna toglie agli USA qualsiasi alibi circa il progetto di scudo antimissile da impiantare in Europa: per molto tempo esso è stato presentato come una difesa da possibili minacce atomiche iraniane, ma adesso che con l'Iran è stata raggiunta un'intesa gli Stati Uniti dovrebbero abbandonare il progetto oppure ammettere ciò che tutti già sanno, ossia che il vero obiettivo dello scudo è la Russia. Non a caso dopo l'accordo di Vienna il ministro degli esteri russo Lavrov, con l'astuzia che lo caratterizza, ha ricordato quanto affermato da Barack Obama a Praga nel 2009, ossia che in caso di intesa con Teheran non ci sarebbe più stata la necessità di costruire uno “scudo antimissile europeo”.


Eppure a fare da contorno all'accordo di Vienna non c'è soltanto il clima di guerra fredda che si respira in Europa, ma anche il pantano che coinvolge il Medio Oriente dalla Libia all'Iraq. Nel contesto di ridefinizione degli equilibri regionali seguito alle “primavere arabe” l'Iran sta giocando un ruolo molto importante, essendo in prima linea nella lotta all'ISIS in Iraq, nonché impegnato a sostenere la Siria di Assad e le milizie libanesi di Hezbollah nella lotta contro il fondamentalismo sunnita foraggiato da Arabia Saudita, Qatar e Turchia. In questo senso il tanto vituperato Iran sciita sta rappresentando un attore di fondamentale importanza nella difesa della civiltà minacciata dai tagliagole salafiti, takfiri e kharigiti. Del resto l'Iran degli ayatollah sciiti - a fronte di forti limitazioni imposte al proselitismo – ha sempre garantito la sicurezza e la libertà di culto delle antiche comunità cristiane (soprattutto armene) presenti sul suo territorio, ha rappresentato un rifugio per molti cristiani assiri fuggiti dall'Iraq e ha più volte dimostrato un'apertura al dialogo con la Chiesa cattolica inesistente in molti paesi sunniti: ne sono prova la traduzione del Catechismo della Chiesa cattolica in farsi e persino l'atteggiamento di moderazione espresso dall'ex presidente Ahmadinejad all'epoca del discorso pronunciato da Benedetto XVI a Ratisbona. Per tutte queste ragioni, a dispetto delle ansie di Israele, la fine della demonizzazione della Repubblica Islamica dell'Iran non può che essere accolta come una buona notizia.

 

13 giugno 2015

L'atlantismo come male maggiore


L’ambiente cattolico generalmente si entusiasma poco per la geopolitica. Un occhio di riguardo viene certamente riservato a tutti quei luoghi dove i cristiani sono perseguitati, ma in genere sulle varie crisi locali e globali si tende a non infervorarsi, in quanto il Vaticano riesce sempre ad esprimere una linea coerente e spesso più corretta di molte potenze. Anche la ricerca di un leader che guidi il mondo non interessa, in quanto il leader c’è ed è il Papa, emissario dell’unico vero riferimento, che è Cristo. Lascia quindi molto perplessi la posizione di certi cattolici (fortemente influenzati da anni e anni di sudditanza verso un padrone d’oltremare), che ad ogni colloquio o incontro di Papa Francesco con il leader russo Putin hanno una crisi di nervi violenta, che li porta a scrivere vagonate di articoli di critiche alla politica russa, rispolverando una visione del mondo antica e vetusta, risalente a prima della caduta del Muro e cercando di far passare l’idea che la Russia di oggi sia l’Urss di ieri. Addirittura questi signori, atlantisti fino al midollo, si arrischiano nel parlare di “mondo libero”, indicando con questa espressione il mondo occidentale, oggi guidato dall’abortista e genderista Obama.

Evitando di entrare nel merito delle più o meno legittime critiche a Putin, che non ha bisogno di noi per difendersi, vorremmo ricordare a lorsignori un paio di cose, riguardo il loro “mondo libero”, al loro atlantismo, agli illuminati Stati Uniti d’America e alla conciliabilità fra il cristianesimo e la concezione del mondo espressa negli ultimi 40 anni dalla “patria delle mille opportunità”. Non stiamo qui parteggiando per Putin e sappiamo che i cervelli rattrappiti di qualcuno non lo capiranno, perché le persone che cercano di fare discorsi leggermente più elevati, generalmente non trovano posto nelle menti manichee dei pasdaran di una o dell’altra parte.
A questi signori quindi iniziamo a ricordare che l’abominevole e satanica rivoluzione dei costumi che ha rovinato il mondo occidentale nasce proprio negli Stati Uniti. I fiumi di droga che hanno rovinato i cervelli di milioni di persone hanno la loro sorgente nella cultura hippie, nell’LSD e nella marijuana e i modelli fallimentari della droga libera sono stati importati in Italia dopo essere stati testati proprio negli Stati Uniti.
La rivoluzione sessuale nasce negli Stati Uniti e si porta dietro la cultura dell’anticoncezionale, del controllo delle nascite e quindi dell’aborto. La prima clinica per il controllo delle nascite non per niente viene aperta nel 1916 negli USA.
La distruzione dei modelli familiari nasce nel mondo anglosassone, con in testa gli States, dove ormai da decenni non esiste più una vera idea di matrimonio, così come ormai non ci sarà più in Italia.
Da Lady USA abbiamo acquistato anche, senza bisogno di trattati di libero scambio, la cultura omosessualista e la teoria del gender, che i signori atlantisti sembrano avversare così tanto, ma a quanto pare pur di dimostrarsi supini ai liberi americani, sono pronti a dimenticare.
Che dire poi (e qui davvero cadono tutte le foglie di fico di questi signori) dell’ideologia che vorrebbe fare della pedofilia un orientamento sessuale normale, al pari di quello eterosessuale? Ovviamente anche queste teorie demoniache nascono nel brodo primordiale degli Stati Uniti e pian piano vengono assorbite anche da questa parte dell’oceano.
Fino a qui abbiamo parlato principalmente di morale sessuale e per non fare la figura dei bacchettoni, proseguiamo parlando dell’idea di uomo che viene espressa dalla meravigliosa cultura americana. La parola consumismo è forse quella che meglio esprime lo stile di vita dell’americano medio e, sinceramente, non ci pare un vocabolo molto in linea con il Vangelo. La cultura consumista e materialista, quella dei disumani ipermercati, del cibo buttato via, dell’obesità dai tre anni in su e via dicendo, è quanto di più lontano ci sia dal messaggio cristiano. L’uomo consumatore è ciò che noi dobbiamo combattere ed evitare a tutti i costi e riconoscere che questo modello nasce proprio nella patria del progresso a tutti i costi, è un primo passo per cercare di tornare indietro.

Forse questo a lorsignori non basta, perché in effetti Putin mette a tacere gli oppositori politici e di tanto in tanto utilizza la forza militare, mandandoci di mezzo qualche civile. Eppure la vita dei civili non sembra così importante, quando si tratta delle migliaia di vittime civili provocate dalle bombe americane nelle guerre per il petrolio. L’aggressione all’Iraq che ha provocato una scia di sangue, cristiano e non, che si allunga di giorno in giorno, non grida forse vendetta a Dio? Le guerre “giuste” che hanno massacrato donne e bambini sono accettabili in base a chi lancia il missile? Sembra un ragionamento un po’ relativista, eppure la vita di una persona, per certa gente si valuta in base a chi la toglie.

Detto ciò, dobbiamo quindi stare con la Russia o con gli Stati Uniti? La risposta è semplice. Noi stiamo con la Chiesa di Cristo, Putin e Obama se vogliono si pentano e si aggreghino.

 

04 giugno 2013

Cosa succede a Istanbul?

di Andrea Virga
Visti i miei interessi in ambito geopolitico, ho seguito fin dall’inizio le notizie provenienti dalla Turchia. Una breve intervista [link: www.granews.info/content/turkish-revolution-interview-andrea-virga ] chiestami da Natella Speranskaya, del sito Global Revolutionary Alliance, mi ha costretto ad approfondire e analizzare la situazione. Va premesso che è ancora presto per trarne delle indicazioni certe, specie per quanto riguarda il futuro. Tuttavia, ci sono già dati sufficienti per tracciare, almeno a grandi linee, gli scenari possibili. Mi sento quindi di poter ribadire quanto già affermato nella suddetta occasione.
 

04 marzo 2013

Ti piace Putin? Terrorista!


di Francesco Mastromatteo

Premessa importante: chi scrive non è certamente uno di quei complottisti affetti da dietrologia acuta, che vedono oscure trame dei servizi segreti (più o meno deviati) ovunque e dietro qualsiasi episodio oscuro e sanguinoso, anche se non si può certo negare che la storia d’Italia – un paese a sovranità limitata dalla fine della seconda guerra mondiale – sia piena di misteri, come le stragi degli anni Settanta e Ottanta, la cui mancata soluzione, a decenni di distanza, si spiega solo con i depistaggi a cui non possono certamente essere estranei gli apparati di intelligence, nazionali e soprattutto stranieri.
 

12 luglio 2012

Confessioni di un catto-tradizionalista che "tifa Islam"


di Marco Mancini
L'ottimo blog cattolico “Il pubblicano” ha pubblicato tempo fa un interessante post, mettendo alla berlina la presunta incoerenza di quei “cattolici tradizionalisti che tifano Islam”. Siccome questa è l’accusa che mi è stata mossa a lungo negli ultimi anni, mi sono sentito chiamato in causa e provo quindi a fornire qualche risposta, a titolo di chiarimento (ovviamente, parlo per me e per nessun altro).