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05 febbraio 2018

Città cristiana. Giovani cattolici per la buona battaglia

Ci segnalano questa associazione, che si occupa di sostenere ed aiutare i cristiani in difficoltà.

Città Cristiana è un’Associazione di Promozione Sociale di ispirazione cattolica, apartitica e apolitica, fondata da un gruppo di ragazzi tra i venti e i trent’anni, nel settembre 2017. Essa opera per promuovere i valori ispirati al Vangelo, aiutando i cristiani nelle aree del mondo dove essi sono perseguitati a causa della loro fede, si trovano in minoranza o in necessità economica . In questo momento la nostra attenzione è rivolta in particolare ai fratelli che vivono in Medio Oriente, in un contesto difficile e doloroso.

LA NOSTRA MISSION
“Non un mondo vecchio che muore, ma uno nuovo che sorge”: questa la frase di Sant’Agostino divenuta il motto della nostra Associazione.
Città Cristiana offre un aiuto concreto ai cristiani perseguitati o in difficoltà, ricevendo da loro il coraggio e la speranza per una nuova civiltà cristiana.

Progetti -“Fratres in fide” Progetto dedicato al sostegno dei cristiani neoconvertiti dall’isalm, che a causa della loro fede soffrono difficoltà di ogni genere (persecuzione, allontanamento dalla famiglia, migrazioni forzate, perdita del lavoro, emarginazione sociale). -Borse di studio per l’American University of Madaba (40 km da Amman). Aiutando il pagamento delle rette universitarie a studenti cristiani in difficoltà economica, sosteniamo gli studi nell’unica università cattolica della Giordania.

Come aiutarci Il primo modo per aiutare “Città cristiana” è la preghiera. Prima di tutto la preghiera per i cristiani perseguitati nel mondo, in particolare per coloro che ancora non riusciamo a raggiungere. Chiediamo sostegno nella preghiera anche per i ragazzi di “Città Cristiana” in quanto spesso sono chiamati a operare anche in contesti difficili e non privi di rischio. In secondo luogo, invitiamo le persone a chiamarci nelle parrocchie e nelle comunità, per presentare la nostra iniziativa e sensibilizzare il numero più alto possibile di persone. In questo modo sarà possibile anche aderire a “Città Cristiana”, rimanere in contatto con noi e aiutarci. Inoltre è possibile fare una donazione. Una piccola donazione da parte nostra, può aiutare, in paesi poveri come il Medi Oriente, il sostentamento di famiglie intere.

Per chi volesse fare Donazioni
www.cittacristiana.com

 

28 ottobre 2016

Il diplomatico\1. Barack e burattini.


Inauguriamo con questo articolo la nuova rubrica dedicata all'attività di Joseph de Maistre come diplomatico, in una fase storica in cui diventa sempre più importante approfondire le questioni relative alla politica internazionale . La rubrica sarà periodicamente aggiornata dai nostri collaboratori esperti di relazioni internazionali.

di Alessandro Rico
Si ringrazia Fabio Petrucci per la preziosa consulenza

Sorrisi, strette di mano, siparietti, eccellenze italiane, cena di gala, Barack e burattini. Cosa c’è dietro la luna di miele tre Renzi e Obama? Cosa c’entrano la Clinton Foundation, la NATO, Mosul e un gasdotto?

Una panoramica della situazione
Facciamo un passo alla volta. Come tutti sapete, Renzi è volato negli Stati Uniti, dove il Presidente uscente Barack Obama lo ha accolto con tutti gli onori e gli ha dedicato l’ultima cena ufficiale del suo secondo mandato. L’8 novembre ci saranno le elezioni e, salvo sorprese, Hillary Clinton dovrebbe spuntarla (resta, comunque, l’incognita del Congresso, dove i Repubblicani potrebbero conquistare la maggioranza dei seggi e quindi ostacolare l’attività del governo, anche respingendo i veti del Presidente). Nel frattempo, manco fossimo nella terza stagione di House of Cards, dove Frank Underwood s’inventa una guerra ai terroristi nella speranza di condizionare gli elettori, gli USA hanno avviato la riconquista di Mosul, sostenendo una eterogena coalizione costituita da turchi, peshmerga, milizie irachene sciite e pure, particolare non secondario, appoggio logistico ed elicotteristico italiano. Già da qualche settimana, poi, si vanno deteriorando i tesi rapporti con la Russia, finché, pochi giorni fa, la NATO ha annunciato l’invio di un contingente nei Paesi baltici (ovvero, ai confini russi) entro il 2018, contingente che, in caso di conflitto, sarebbe guidato proprio dall’Italia. Un’altra circostanza di cui tenere conto sono le ripetute manifestazioni di insofferenza da parte di Renzi nei confronti della leadership tedesca dell’Unione Europea: lo strappo sui migranti nel mese di settembre, le continue richieste di flessibilità, le critiche all’austerity, la riprensiva contro i “tecnocrati”, quando Bruxelles ha pensato di censurare la finanziaria con una missiva.

Renzi corteggia Obama; e Obama ci sta…
Insomma, sembrerebbe che il nostro premier stia facendo di tutto per smarcarsi dall’Europa del rigore. E l’unico modo per dribblare la Merkel è convincere il Presidente della principale potenza occidentale a sostenerlo nella lotta per una politica economica più rilassata, che al governo italiano ovviamente farebbe aggio, in vista delle elezioni politiche del 2017 (Renzi ha già varato una finanziaria di elargizioni in prospettiva del referendum; figuriamoci quello che potrebbe progettare per la prossima, cruciale scadenza, a riforma costituzionale e legge elettorale incassate). A Obama il corteggiamento dell’Italia va particolarmente a genio. Innanzitutto, è sempre stata sua intenzione spingere l’Europa a cambiare rotta, a stimolare i consumi, magari con la speranza di invadere il mercato del Vecchio Continente con prodotti americani, grazie al TTIP. In secondo luogo, un riallineamento dell’Italia toglierebbe di mezzo quello che è stato spesso un concorrente scomodo nel teatro mediorientale (si pensi, a titolo di esempio, alla crisi di Sigonella): in un colpo solo, Obama compatterebbe gli alleati europei per operare in Libia, Siria e Iraq, assicurandosi un prezioso appoggio nella guerra (ancora asimmetrica) alla Russia di Putin. Il fatto che l’Alto Rappresentante UE per gli affari esteri, la nostra Federica Mogherini, faccia parte da anni di quelle istituzioni sovranazionali che rappresentano la longa manus degli Stati Uniti (FAO, Fondazione Italia USA, ecc.), non può che essere di ulteriore aiuto.
Non dimentichiamoci, però, che non certo da ieri Renzi flirta anche con i Clinton. È noto che nel 2013 il Ministero dell’Ambiente ha finanziato la Clinton Global Initiative con una somma forse non gigantesca, ma per citare Maccio Capatonda, sossempresoldi. La Clinton Fondation ha organizzato un incontro tra Renzi e Bill nel mese di aprile di quest’anno e poi una riunione a tre cui hanno preso parte gli stessi Renzi e Bill Clinton, con il nuovo Presidente argentino Macri. Evidentemente, il premier italiano confida nella vittoria di Hillary e nel fatto che quest’ultima, la quale pure ha avuto un passato di contrasti con Obama (che parrebbero oggi appianati), prosegua la politica di amicizia e sostegno al Bel Paese (e magari che convinca capitalisti americani a investire in Italia?).

Il sogno (infranto?) di Putin
Ovviamente, tutto ha un prezzo. E la spregiudicata strategia di Renzi fa dell’Italia una delle principali pedine sulla scacchiera che gli Stati Uniti stanno muovendo per impedire l’avvicinamento di Europa e Russia.
Non è un mistero che Putin sognasse l’integrazione del Vecchio Continente con la Russia, una sorta di Eurasia con un fulcro economico ed energetico: il mercato comune “da Lisbona a Vladivostock” e, ovviamente, la fornitura di gas, nel cui quadro doveva rientrare anche il gasdotto South Stream, per il quale aveva iniziato a spendersi il governo Berlusconi e che avrebbe dovuto collegare la Federazione Russa all’Italia, passando per la Grecia – stranamente, due dei Paesi colpiti più duramente dalla tempesta sui conti pubblici e lo spread. La Germania, d’altra parte, puntava soprattutto a un raddoppio del North Stream, in barba alle sanzioni anti-russe seguite all’annessione della Crimea (persino il Corriere della Sera, lo scorso anno, lamentava la doppiezza di Berlino e gettava sinistri sospetti sulla spartizione degli asset greci da parte di società private tedesche, mentre le istituzioni europee avevano chiaramente sabotato il South Stream).
In tutto ciò, gli Stati Uniti non potevano tollerare la dipendenza energetica europea da Mosca, né la prospettiva di una profonda integrazione economica tra Europa e Russia. Durante gli anni Novanta, gli USA hanno perseguito l’espansione della NATO verso Est, per schiacciare i russi entro i loro confini e costringerli a mollare la presa sul Vecchio Continente, sul quale gli americani avevano ben altre mire: in ballo c’erano l’importazione dei loro prodotti alimentari, che le normative sanitarie europee limitavano, oltre al dualismo tra le due grandi compagnie Boeing ed Airbus. E infatti Obama, intervistato dal bravo cameriere Federico Rampini su Repubblica, non si è fatto scappare l’occasione per rilanciare il TTIP, per ora affossato dall’aperta ostilità dell’opinione pubblica di molti Stati membri dell’UE, ai quali, nonostante tutto, i governi nazionali devono ancora in qualche modo rispondere.
L’opposizione degli Stati Uniti al South Stream, progetto avviato da Eni e Gazprom e poi esteso a compagnie francesi e tedesche, si è concretizzata in una serie di mosse strategiche, che alla fine hanno condotto alla rottura del partenariato industriale. Innanzitutto, c’è stata la doppia ondata di “rivoluzioni arancioni” in Ucraina, con la quale venne rovesciato il governo filorusso e il “granaio d’Europa” fu trasformato in una specie di avamposto o di muro simbolico tra Europa e Russia. Tuttora nel Donbass prosegue una sanguinosa guerriglia, che ovviamente le diplomazie e i media occidentali imputano alla brama di conquista dei russi; ma che la coalizione NATO a trazione americana ne sia la vera regista, è fatto ormai quasi acclarato, apertamente denunciato anche da un illustre studioso come John Mearsheimer su Foreign Affairs.
Dal canto loro, gli Stati Uniti hanno esercitato una forte pressione sulla Bulgaria, affinché impedisse il passaggio del gasdotto sul proprio territorio: innanzitutto, attraverso la Commissione Europea allora guidata da Manuel Barroso, che annunciò l’apertura di una procedura d’infrazione ai danni della Bulgaria per presunte irregolarità negli appalti (uscito dalle istituzioni europee, curiosa coincidenza, Barroso è stato premiato con un incarico da Goldman Sachs, la banca d’affari vicina alla Clinton); poi, nel 2014 fu addirittura il senatore repubblicano John McCain (quello che guarda caso ha annunciato che non voterà Trump) a incontrare il premier bulgaro, il quale in seguito annunciò il blocco dei lavori.
Alcuni cattolici sedicenti tradizionalisti, infettati dal morbo atlantista, come se vivessero ancora all’ombra del comunismo, ci hanno tenuto a spiegare che i poveri baltici e i poveri polacchi hanno le loro ragioni per temere l’espansionismo russo (in realtà è stata la NATO, come abbiamo già osservato, a muovere verso Est, con l’annessione di Paesi ex sovietici, in particolare quello del 2004, che incluse Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia, l’allargamento più grande della storia del Patto Atlantico). Tuttavia i fatti dimostrano che il vero obiettivo dietro queste manovre coincide soprattutto con gli interessi americani; con il proposito, cioè, di sottrarre l’Europa dalle “grinfie” del gas di Putin, magari per venderle il gas da argille prodotto negli USA e sponsorizzarne l’estrazione anche in alcuni Paesi europei. E indovinate un po’ qual è lo Stato del nostro continente con il più ingente quantitativo di giacimenti? Manco a farlo apposta, proprio la Polonia, storica nemica dei russi. Peraltro, visto il disastroso impatto ambientale dell’attività estrattiva, già da tre-quattro anni, nazioni come Austria, Regno Unito, Francia e Olanda hanno perso interesse per questa fonte di approvvigionamento energetico.
La campagna americana è riuscita a condizionare persino la Francia, messa alle strette sul piano economico, costretta a varare il classico piano di riforme in stile Troika, soffocata dall’emergenza sicurezza interna. Proprio la Francia, che nel 1966, per scelta di De Gaulle, abbandonò la NATO, salvo poi rientrarvi nel 2009, quando forse Sarkozy già puntava al beneplacito statunitense per le operazioni che avrebbe poi attuato in Libia contro Gheddafi (e contro gli interessi strategici dell’Italia). Putin, che si è detto meravigliato dalla retromarcia di Hollande, con il quale aveva provato a intavolare delle trattative per condurre un’offensiva comune ai danni dell’ISIS, durante l’ultimo Forum di Vladivostock ha chiaramente lasciato intendere che al momento la Russia sta guardando in un’altra direzione, all’Estremo Oriente: a un partenariato commerciale, energetico e infrastrutturale con Cina, Giappone e Corea del Sud.

Dalla Siria può cominciare una nuova guerra mondiale
Il teatro mediorientale è un altro degli aghi della bilancia, insieme all’Europa, nel conflitto USA-Russia. Nell’ultimo dibattito televisivo prima delle elezioni, Hillary Clinton si è detta favorevole all’istituzione di una no-fly zone sulla Siria: il che equivale quasi a dichiarare guerra ai russi, che colpiscono Aleppo con i loro raid aerei a sostegno di Assad. In Medio Oriente, gli obiettivi degli americani sono molto diversi. Innanzitutto, gli USA sono alleati dell’Arabia Saudita, con la quale, invece, la Russia non è in buoni rapporti. Inutile ricordare che Arabia e Qatar figurano tra i generosi finanziatori della Clinton Foundation e che, nondimeno, a nessun giornalista di grido è venuto in mente di denunciare, con la dovuta enfasi, che il probabile successore di Obama percepisce delle elargizioni dai principali sponsor del terrorismo islamico. È proprio grazie agli armamenti forniti dagli americani, che i sauditi hanno condotto la loro martellante campagna militare sullo Yemen, dove si intrecciano gli asti tra sunniti e sciiti e l’ostilità tra Arabia (che sostiene il governo) e Iran (che sostiene i ribelli Huthi).
D’altronde, la Clinton non è nuova ad ambigue frequentazioni: i leaks che i media ignorano spiegano anche perché Hillary si sia a lungo opposta all’inserimento di Boko Haram nella lista delle organizzazioni terroristiche, persino contro il parere di John Kerry. La Clinton Foundation era in affari con un magnate nigeriano, che premeva per un cambio di regime allo scopo di assicurarsi ricche commesse pubbliche. Gli Stati Uniti si rifiutarono di sostenere l’allora capo del governo  della Nigeria, Goodluck Jonathan, contro Boko Haram; sostegno che puntualmente è arrivato quando le elezioni hanno, prevedibilmente, premiato l’attuale presidente Buhari, nominato nel 2015.
È lampante che la presunta guerra al terrorismo degli Stati Uniti sia prevalentemente una farsa. L’offensiva su Mosul, che giunge a ridosso delle votazioni che dovrebbero, secondo i sondaggi, premiare la Clinton, non è niente più che un’accozzaglia di gruppi tenuti insieme a fatica da un comune nemico: per il resto, i peshmerga e i turchi sono ai ferri corti, gli sciiti lamentano l’ingerenza della Turchia, quest’ultima a sua volta teme l’indipendentismo curdo e, dopo la rottura con Putin, sembra essersi riallineata alla Russia (non ci scordiamo che, per dimensioni del suo esercito, la Turchia è la seconda potenza militare della NATO dopo gli USA). E infatti la riconquista di Mosul procede a rilento, nonostante i media celebrino in anticipo i trionfi della coalizione, mentre condannano le azioni della Russia e dell’esercito regolare siriano, senza remore e anche senza filtri, rilanciando spudoratamente le informazioni della propaganda dei ribelli anti-Assad,. E mentre giornali e telegiornali paventano il rischio che i combattenti dell’ISIS fuggano nascosti tra i civili, si viene colti dal sospetto che questa “fuga” sia in qualche modo favorita proprio dagli americani. Su AnalisiDifesa, in effetti, Gianandrea Gaiani accarezza l’ipotesi che i pullmini pieni di familiari dei membri del califfato, rifugiatisi a Raqqah, dimostrino come la coalizione voglia instradare l’ISIS verso la Siria per rintuzzare lo schieramento dei ribelli, ovviamente nella prospettiva di sabotare le operazioni militari guidate da Mosca e far cadere Assad.

USA e Russia, nemici naturali
L’Italia, su iniziativa del governo Renzi, si è impegnata su questo duplice fronte est-europeo e mediorientale (mesi fa abbiamo anche provato a guidare i difficili negoziati per la costituzione di un governo in Libia). Come tutto ciò possa promuovere i nostri interessi nazionali rimane un mistero, a meno che tali interessi non siano fatti coincidere con il capitale politico che Renzi vorrebbe spendere di qui al 2017. All’ultimo vertice europeo, Renzi e Mogherini hanno fatto in modo di ammorbidire la linea anti-russa di Germania, Francia e Gran Bretagna, scongiurando il pericolo di nuove sanzioni, che danneggerebbero ulteriormente le relazioni commerciali del nostro tessuto imprenditoriale con la Russia. Ma non si potrà a lungo dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Nel 2019 scadranno i contratti con l’Ucraina per il transito del gas e il Ministro per l’Energia russo ha già annunciato che il Turkish Stream, lanciato nel 2014 come alternativa al South Stream, sarà completato proprio in vista di quel termine. Ma prima di quel momento, Hillary Clinton potrebbe dare il via a un’escalation a partire proprio dalla Siria. E c’è da scommettere che Putin non starà a guardare.
Una delle tesi forti che vorremmo consegnare al lettore, in effetti, è che la politica non è solo questione di soldi e risorse economiche, ma anche e soprattutto di ideologie e narrazioni contrapposte. Fin qui abbiamo insistito molto sui retroscena legati alle forniture energetiche, agli affari di alcuni candidati nei Paesi destabilizzati, agli accordi commerciali; ma bisogna riconoscere che anche nel campo delle relazioni internazionali è necessario resistere al materialismo economicistico e indagare le cause profonde delle inimicizie tra i popoli. Stati Uniti e Russia sono nemici, nel senso schmittiano, perché entrambi sposano una qualche versione del “Destino manifesto”, l’idea di essere un popolo eletto, chiamato a redimere le sorti dell’umanità o a svolgere una funzione civilizzatrice, a costituire un nuovo ordine mondiale o a restaurare la gloria della Terza Roma. Ogni pedina che viene mossa mira a costringere all’angolo l’avversario, a ridurlo a piccolo potentato regionale, con alcune grosse incognite, come la Cina, che al momento sta a guardare, mantiene relazioni cordiali con entrambi, ma se da una parte mal sopporta l’egemonia americana, dall’altra è più volte entrata in rotta pure con la Russia (è una rivalità che i due Paesi si portano dietro almeno dal dualismo tra comunismo russo e comunismo asiatico, e dai negoziati che, negli anni Settanta, Kissinger intraprese con Pechino in funzione antisovietica).
Ci troviamo indubbiamente a un bivio fondamentale, ma l’impressione è che la nostra leadership ci stia trascinando alla deriva, in un’operazione molto pericolosa per la pace mondiale, se non addirittura suicida: è una coincidenza che in uno degli ultimi tweet, Hillary Clinton si sia messa a farneticare di codici nucleari?

 

24 maggio 2016

L'Imam di al-Azhar in Vaticano tra speranza e incertezze


di Fabio Petrucci

«Il nostro incontro è il messaggio». Con queste parole Papa Francesco ha accolto in Vaticano il Grande Imam di al-Azhar, Ahmad al-Tayyib. Il colloquio tra i due offre l'occasione più appropriata per riflettere non proprio sui rapporti tra cristianesimo ed islam, quanto piuttosto su alcune problematiche storico-politiche interne al mondo islamico sunnita, le quali costituiscono il principale fattore causale delle difficili relazioni che quest'ultimo intrattiene con i cristiani.

Al fine di comprendere l'importanza dell'incontro è però necessario iniziare tratteggiando un profilo dell'Imam al-Tayyid e dell'istituzione da lui rappresentata. Ahmad al-Tayyib ha fama di uomo colto e gentile. Come teologo e filosofo può vantare una ormai lunga carriera accademica in Egitto ed all'estero (ha studiato ed insegnato anche in prestigiosi centri del sapere europei come la Sorbona di Parigi e l'Università di Friburgo). Dopo aver ricoperto brevemente la carica di Gran Muftì d'Egitto tra il 2002 ed il 2003, al-Tayyib è stato nominato Grande Imam di al-Azhar nel 2010 dall'allora presidente Mubarak. Legato a quest'ultimo anche dall'appartenenza politica, al-Tayyib non ha fornito alcun appoggio alla rivoluzione egiziana del 2011. Per questa ragione e per via delle divergenze teologiche, l'Imam è stato fortemente criticato dai Fratelli Musulmani, dominatori della scena politica egiziana fino alla presa del potere di al-Sisi nel 2013. Quello incontrato dal papa è dunque un uomo non pienamente indipendente dal potere politico, costretto a frequenti esercizi di equilibrismo nelle complesse vicende egiziane, ma di certo lontano (ed anzi avversario) delle correnti più oltranziste dell'islam. A testimonianza di ciò, negli ultimi anni, insieme al Patriarca copto Teodoro II, al-Tayyib si è anche impegnato per migliorare le relazioni inter-religiose nel paese e per prevenire il fondamentalismo.

Come 44° Grande Imam di al-Azhar, al-Tayyib ricopre una delle cariche di maggior prestigio nel mondo islamico, da taluni considerata la più importante autorità teologico-giuridica sunnita. L'Università-Moschea al-Azhar vanta infatti una storia antica e complessa. Fu istituita nel X secolo dal condottiero Giafar il Siciliano, conquistatore d'Egitto per la dinastia sciita dei fatimidi e fondatore de Il Cairo. Da roccaforte sciita, dopo la conquista di Saladino si trasformò in una delle principali sedi della riflessione teologico-filosofica sunnita. Tale è rimasta fino ai nostri giorni e da ciò deriva l'enfasi mediatica animata da eventi quali la visita di Obama nel 2009 e l'incontro in Vaticano tra il Papa ed il Grande Imam. Come sottolineato da padre Samir Khalil Samir, gesuita e studioso dell'islam, al-Azhar è anche l'ateneo che forma ogni anno il maggior numero di imam sunniti. Di conseguenza, avendo presenti il prestigio e l'importanza di questa istituzione, l'incontro tra il Papa ed al-Tayyib è certamente una buona notizia, soprattutto in quanto rappresenta la spia di una sostanziale distensione nei rapporti tra Vaticano ed Egitto, divenuti tesi dopo l’attentato alla cattedrale copta di Alessandria nel 2011 e le conseguenti parole di Papa Benedetto XVI in difesa dei cristiani, erroneamente interpretate come espressione di una presunta “ingerenza politica”.

Tuttavia, al di là dei risvolti indubbiamente positivi dell’incontro, è necessario considerare quest’evento nella sua giusta portata. Il Grande Imam di al-Azhar è, come già detto, una personalità di notevole rilievo nel mondo sunnita, ma non ha un’autorità teologico-giuridica paragonabile a quella di un pontefice cattolico o quella politica propria dei califfi dei secoli scorsi. Non ha il potere di rendere vincolante per tutti i sunniti una data interpretazione della religione musulmana. Da quest’assenza di un potere centrale e frenante, forse, derivano molti dei problemi che attanagliano il mondo islamico, specialmente nella sua variante maggioritaria ed “ortodossa”, ossia quella sunnita. Questo stato di semi-anarchia che perdura da decenni ha indubbiamente favorito un innegabile processo di radicalizzazione politico-religiosa. Una radicalizzazione, peraltro, promossa a suon di denaro da regimi integralisti e dispotici come quello dell’Arabia Saudita, patria del wahhabismo, tra le correnti teologiche più puriste e fanatizzate sviluppatesi nel corso della storia islamica. Il verbo velenoso del fondamentalismo ha scatenato, come sappiamo, una vera e propria industria del terrore che semina il panico nelle capitali occidentali e devasta con la guerra il cuore del Medio Oriente e della stessa Civiltà, quello spazio talvolta ribattezzato “Siraq”.

Dinanzi a questa situazione l’Occidente “post-cristiano” ha numerose colpe, le quali affondano le proprie radici nell’opportunismo e nella scarsa lungimiranza dimostrata nell’ultimo secolo di politica mediorientale. Solo a titolo di esempio, l’istituzione del dominio saudita in gran parte della penisola arabica, con la presenza del peggior regime dell’intero mondo islamico  ̶  nonché della principale centrale d’emanazione del fondamentalismo in giro per il mondo  ̶  si verificò dopo la prima guerra mondiale con la compiacenza della Gran Bretagna, confinando i decisamente più moderati hashemiti nella piccola Giordania. All’approssimarsi della fine della seconda guerra mondiale, quello stesso regime saudita si assicurò la propria fortuna futura tramite il patto d’acciaio siglato con gli USA a bordo dell’incrociatore Quincy. Sono passati oltre settant’anni ed il fondamentalismo promosso dai sauditi nel corso degli ultimi decenni, spesso con il sostegno più o meno velato degli USA contro i propri avversari strategici (dall’URSS alla Serbia, dalla Libia alla Siria) è diventato un cancro che minaccia non solo l’intero spazio che dal Maghreb arriva al Sud-Est asiatico, ma il cuore stesso dell’Europa, come dimostrato dai fatti di Parigi e di Bruxelles. Dinanzi a tutto ciò, l’incontro in Vaticano tra il Papa e l’Imam è una piccola fiaccola di speranza tra l’oscurità più fitta.
 

20 maggio 2016

Trump incontra Kissinger: se il tycoon rompe il tabù neocon


di Alessandro Rico

Mentre i media naufragati nel politicamente corretto discutono animatamente del «sessismo» di Donald Trump, la vera notizia è che il candidato alle primarie repubblicane, che ha ormai scalzato tutti i suoi rivali per la nomination alle presidenziali 2016, questo mercoledì ha incontrato Henry Kissinger. Lo scopo è definire una piattaforma di politica estera più dettagliata e coerente rispetto alle scompigliate dichiarazioni a effetto che Trump ha lanciato negli ultimi mesi: le tirate contro la Cina, il muro con il Messico, le restrizioni sull’immigrazione, l’ammirazione per Putin e, last but non least, l’intenzione di incontrare il leader della Corea del Nord Kim Yong-un. Insomma, il tycoon newyorkese sembra voler infrangere anche l’ultimo tabù dell’establishment repubblicano, che negli ultimi anni (peraltro senza troppa soluzione di continuità con le amministrazioni democratiche), in politica estera aveva sposato l’agenda neocon.
Non è un caso che, nel febbraio di quest’anno, uno dei maggiori esponenti della frangia neoconservatrice nella teoria delle relazioni internazionali, Robert Kagan, abbia pubblicamente espresso il proprio sostegno a Hillary Clinton. L’apparentemente strana alleanza tra un neocon e la candidata democratica alla Casa Bianca ha una ragion d’essere storica e una politica.
Quanto alla ragione storica, ci si ricordi che i neoconservatori erano stati, in origine, membri del Partito Democratico. Cominciarono a distaccarsene in polemica con la New Left, che appoggiava il New Deal del Presidente Franklin D. Roosevelt ed era quindi accusata di filocomunismo. La spaccatura si consumò definitivamente negli anni Sessanta-Settanta, quando prima il leader socialista Michael Harrington e poi il «padrino» del movimento, Irving Kristol, coniarono l’etichetta di «neoconservatorismo». Per di più, nel 1972 Robert L. Bartley scrisse chiaramente che i neoconservatori avrebbero rappresentato «qualcosa come un gruppo oscillante tra i due maggiori partiti». Nel giro di pochi anni, quindi, essi entrarono a far parte di amministrazioni repubblicane, come quella di Nixon e quella di Reagan: Jean Kirkpatrick, ad esempio, fu negli anni Ottanta ambasciatrice statunitense presso le Nazioni Unite e la sua dottrina di politica estera ispirò l’atteggiamento asimmetrico di Reagan nei confronti delle dittature nere (considerate non ostili e recuperabili) e di quelle rosse (considerate invece una minaccia alla sicurezza americana). 
I neoconservatori erano mossi soprattutto da una profonda convinzione nella superiorità etica del sistema di valori liberaldemocratici, sul quale gli Stati Uniti si fondavano. Per questo non potevano accettare l’approccio realista di Kissinger: l’America doveva nutrire l’ambizione di diventare l’unica superpotenza del mondo ed era destinata, in virtù della sua intrinseca moralità, a sbaragliare l’avversario sovietico.
Come consigliere delle amministrazioni di Richard Nixon e Gerald Ford, Kissinger si trovò a gestire una situazione di grave difficoltà per gli USA nel quadro della Guerra Fredda. Il suo operato mirava a cristallizzare un equilibrio di potenze, allora dotate di forza sostanzialmente equipollente, anche con il ricorso alla tecnica del divide et impera (ad esempio, avviando relazioni diplomatiche con la Cina, che era entrata in rotta di collisione con l’Unione Sovietica). La tesi di Kissinger, che concluse con la necessaria spregiudicatezza la tragica avventura del Vietnam, era che alla deterrenza nucleare reciproca dovesse subentrare un infaticabile lavorio diplomatico, che limitasse i conflitti locali e congelasse lo status quo. Agli occhi dei neoconservatori ciò equivaleva a scendere a patti con un nemico non contingente, ma escatologico. Con il senno di poi, la strategia aggressiva che gli USA adottarono nel decennio successivo si rivelò vincente, ma negli anni Settanta sarebbe stato difficile prevedere l’implosione del sistema sovietico, anche a causa della crisi petrolifera e della stagflazione, che misero in ginocchio le economie occidentali.
D’altra parte, se è vero che i neoconservatori vengono da sinistra, è vero pure che la Clinton viene da destra: cresciuta in una famiglia conservatrice, fece campagna elettorale per Barry Goldwater (quello che introdusse l’aggettivo conservative per qualificare i repubblicani). A metà degli anni Sessanta, specialmente sulla scia del movimento per i diritti civili dei neri, iniziò a spostarsi sul fronte liberal. Veniamo così alle ragioni politiche per cui un neocon come Kagan e una democratica come la Clinton possono plausibilmente convergere.
È ovvio che la partita oggi si gioca sul Medio Oriente. E la Clinton è la capofila dei falchi che hanno convinto un riluttante Obama a impegnarsi sul fronte delle primavere arabe, in Siria e soprattutto in Libia. Inoltre, la Clinton è sicuramente la candidata più affidabile per chi abbia a cuore il sostegno incondizionato a Israele (non dimentichiamo che molti neoconsevatori si formarono alla scuola del filosofo e teorico politico ebreo Leo Strauss, quello che aveva accusato il liberalismo di non aver saputo opporre resistenza al nazismo e all’orrore dell’Olocausto, a causa del suo relativismo arrendevole).
Certo, come spiega il Washington Post, l’incontro con Kissinger è già stato una passerella pre-elettorale di diversi candidati repubblicani. C’è da scommettere, però, che Trump, dopo aver demolito tutti i luoghi comuni sulla destra americana, voglia tagliare corto anche con l’imperialismo dissennato che ha alimentato la Guerra in Iraq di Bush e che in fondo caratterizza pure i progetti della Clinton. Nell’attuale fase storica, sarebbe più che auspicabile un Presidente il quale, con un sano approccio realista, riallacci i rapporti con la Russia, ridimensioni l’interventismo americano, rompa con la retorica speciosa dei diritti umani e con le guerre di destabilizzazione, che hanno inferto parecchi danni anche ai Paesi affacciati sul Mediterraneo.
Continueremo ad aggiornarvi. Per chi preferisce discettare di sessismo, tanto, ci sono sempre Repubblica e Corriere.
 

05 novembre 2015

La Turchia dopo la vittoria di Erdoğan



di Fabio Petrucci


L’esito delle elezioni generali turche ha sancito un netto successo per il duo Erdoğan-Davutoğlu ed il loro partito governativo, AKP. In un clima di esasperazione e violenza giunto ad altissimi livelli, le ragioni della vittoria di Erdoğan vanno ricercate principalmente nel sentimento di paura dell’elettorato turco, angosciato dal rischio - peraltro amplificato dalla propaganda dell’AKP - di una caduta del paese nel caos. Tuttavia, se apparentemente la netta affermazione dell’uomo forte di Ankara sembra aver scongiurato tale pericolo, in realtà la possibilità che per costui il successo elettorale possa rivelarsi solo una “vittoria di Pirro” non può essere scartata. Infatti, l’ulteriore svolta verticistica che il presidente sembra determinato a completare, unita alla fallimentare gestione della politica estera nel Vicino Oriente a partire dalla stagione delle “primavere arabe”, sono elementi potenzialmente in grado di innescare una radicalizzazione dello scontro politico interno ed una definitiva sconfitta della strategia “neo-ottomana” nello scacchiere internazionale.

Per Erdoğan le elezioni hanno rappresentato un importante banco di prova dopo lo smacco del giugno scorso, quando per la prima volta dal 2002 l’AKP si era ritrovato senza maggioranza assoluta ed impossibilitato a formare sia un governo di coalizione con la destra nazionalista del MNP (braccio politico dei famigerati “lupi grigi”) che un governo di larghe intese con i kemalisti laici del CHP. La successiva esplosione di violenze ed attentati, l’acutizzarsi della crisi curda ed il caos al confine con Siria ed Iraq hanno reso ancora più incandescente la vigilia del voto. La campagna propagandistica del duo Erdoğan-Davutoğlu, basata sulla paura e su quella che più di un analista ha definito addirittura “strategia della tensione”, ha avuto la meglio. L’AKP è passato dal deludente 40,9% di giugno ad un ben più consistente 49,5% (in termini di seggi da 258 a 317). Al successo dell’AKP hanno fatto da contraltare la staticità del risultato del CHP kemalista, attestatosi ad una percentuale (25,3%) di poco superiore a quella della precedente tornata elettorale, ed il tonfo dei nazionalisti del MNP e del partito filo-curdo di sinistra HDP, vera rivelazione delle elezioni di giugno, che ha peraltro denunciato irregolarità nella fase del voto e dello spoglio.

L’impressione è che la campagna elettorale di Erdoğan e Davutoğlu, particolarmente incentrata sul nazionalismo e sull’esigenza di restaurare l’ordine, abbia intercettato da un lato una parte dell’elettorato storico dei “lupi grigi” (forse addirittura due milioni di voti), mentre per altro verso sembra persino riuscita a recuperare una parte del voto dei curdi di tendenza conservatrice ed ostile al separatismo del PKK. Peraltro, con questo risultato, Erdoğan potrebbe riuscire a portare a compimento una riforma costituzionale volta ad accentrare ulteriormente i poteri nelle mani del presidente. Una mossa desiderata da anni, ma che si presta al rischio di tramutarsi in un pericoloso boomerang, dal momento che la polarizzazione politica nella società turca finirebbe per accentuarsi ed anche le già difficili relazioni internazionali con gli alleati euro-atlantici subirebbero un ulteriore deterioramento (con un regime sempre più mediaticamente indifendibile dagli USA e dalle cancellerie europee).

Ma probabilmente è proprio sul versante internazionale che Erdoğan si gioca il suo futuro politico. Ed è su questo versante che la sua strategia si è rivelata fino ad oggi fallimentare. Da circa cinque anni la Turchia si trova invischiata nel caos generato della rinnovata fitna che agita il mondo musulmano e che vede contrapposti l'asse sciita composto da Iran, Siria, Iraq ed Hezbollah libanese alla galassia sunnita di cui fanno parte le petromonarchie dell'Arabia Saudita e del Qatar e la stessa Turchia. All'epoca dell'esplosione delle "primavere arabe" Erdoğan tentò di accreditare per il suo paese il ruolo di "protettore" delle rivolte capeggiate dai Fratelli Musulmani nel Maghreb e nel Vicino Oriente. Contestualmente al totale ridimensionamento di questi ultimi in Egitto e Tunisia il presidente turco si è poi imbarcato in una strana e momentanea alleanza con le petromonarchie wahabite, le cui conseguenze hanno riguardato principalmente lo scenario siriano. In Siria i turchi sono stati in prima linea, al fianco dei sauditi, nel sostegno ai "ribelli" islamisti impegnati contro il governo laico di Assad. Anzi non è nemmeno campata in aria l'idea che la Turchia abbia volutamente fatto poco o nulla contro l'ISIS - fino anche a favorirlo - al fine di abbattere il governo di Assad ed indebolire i curdi della Siria settentrionale, circostanza che rappresenta un grosso elemento d’imbarazzo per l’amministrazione statunitense, dal momento che la Turchia è comunque uno dei paesi militarmente e strategicamente più importanti della NATO.

Il conflitto siriano è stato anche alla base del logoramento delle relazioni russo-turche, sulle quali Erdogan aveva in precedenza puntato come alternativa alla freddezza dimostrata dai tradizionali alleati europei. Le tensioni tra i due paesi eurasiatici sono ulteriormente aumentate dopo la discesa in campo dell’aviazione di Mosca, impegnata ormai da un mese nei raid contro l’ISIS ed altre formazioni jihadiste attive in Siria. Ciò ha condotto le autorità turche a minacciare persino ritorsioni in campo economico, come l’annullamento del progetto del gasdotto “Turkish Stream”, esacerbando in tal modo i già difficili rapporti tra Mosca e Ankara. Evidentemente, come ha affermato Kemal Kılıçdaroğlu, leader del principale partito laico di opposizione a Erdoğan, il governo turco non ha compreso l’importanza della Siria per la Russia. Ma del resto il duo Erdoğan-Davutoğlu, in nome di un rinnovato panturchismo, è riuscito persino ad inimicarsi la lontana Cina mediante il sostegno al separatismo uiguro nello Xinjang. E, come già anticipato, le cose non vanno meglio sul fronte occidentale, vista l’insofferenza degli americani - consapevoli di non poter fare a meno della Turchia ma preoccupati dall’autoritarismo di Erdoğan e dalla sua nota ostilità ad Israele - e degli europei, che temono il cinico ricatto turco rappresentato da milioni di profughi siriani che dalla Turchia potrebbero essere spinti o costretti a partire per l’Europa.

La spregiudicatezza della politica estera turca è un fattore innegabile, ma che già adesso sembra rivoltarsi contro la Turchia stessa, anziché avvantaggiarla. La crisi dei rifugiati siriani, l’ISIS al confine, il riacutizzarsi degli scontri con i curdi del PKK e la diffidenza dei principali attori dello scacchiere globale sono già di per sé un indice dei madornali errori di Erdoğan. Resta da capire se il nuovo “sultano” turco avrà la capacità di tornare al realismo o preferirà protrarre una politica di potenza destinata al fallimento.

 

02 ottobre 2015

I russi in Siria ed il “cul-de-sac” dell'amministrazione Obama



di Fabio Petrucci

Nella giornata di martedì, a seguito della richiesta pervenuta dalle autorità di Damasco e del voto favorevole del Senato di Mosca, la Russia è ufficialmente scesa in campo nello scenario militare siriano. L'iniziativa del Cremlino è giunta a poche ore di distanza dall'intervento di Vladimir Putin all'Assemblea Generale dell'ONU e dal poco fruttuoso faccia a faccia con l'omologo statunitense Barack Obama. La discesa in campo di Mosca al fianco del governo siriano sembra poter determinare sostanziali cambiamenti nelle vicende belliche e politiche che coinvolgono la Siria e l'intero Medio Oriente. Essa è inoltre l'inequivocabile segnale di conferma di un cambiamento nel quadro geopolitico mondiale: il ritorno della Russia al rango di grande potenza dopo il declino seguito al crollo dell'Unione Sovietica. Un risultato certamente frutto delle abilità diplomatiche dimostrate da Vladimir Putin e Sergej Lavrov nel corso degli anni, ma anche degli errori e del basso livello dei loro “antagonisti” internazionali.

Dal mondo occidentale, in particolare dagli Stati Uniti, si sono alzate quasi immediatamente dure accuse al Cremlino: in primis quelle di aver posto in atto un'aggressione e di aver colpito i cosiddetti “ribelli” anziché l'ISIS. A queste accuse si è poi aggiunta quella di aver provocato vittime civili nel corso dei raid. Ma proviamo ad entrare nel dettaglio.

La prima accusa, esplicitata dal segretario alla difesa USA Ash Carter, risulta spiccatamente paradossale poiché l'intervento militare russo è stato richiesto dal legittimo governo di Damasco, quello cioè che ancora oggi rappresenta la Siria all'ONU: si tratta quindi di un intervento concordato tra Stati sovrani su basi bilaterali. Viceversa, la cosiddetta “coalizione” a guida USA bombarda il territorio siriano da oltre un anno fuori da qualsiasi mandato ONU e senza alcuna richiesta da parte delle autorità siriane. Quindi, in punta di logica e di diritto internazionale, la posizione dei russi appare molto più solida e fondata di quella americana. A dimostrazione della legittimità dell'azione del Cremlino si potrebbe ricordare, per fare un esempio recente, quanto accaduto in Mali a partire dal gennaio 2013, quando il legittimo governo dello Stato africano richiese l'intervento francese per fronteggiare il separatismo jihadista affiliato ad “al-Qāʿida”. In quell'occasione l'azione francese trovò anche legittimazione in sede ONU. Inoltre, l'accusa di aggressione formulata da Carter appare ancora più paradossale se si considera che da ormai quattro anni gli Stati Uniti finanziano ed addestrano l'opposizione armata al governo di Damasco, ormai confluita in gran parte nella galassia del jihadismo.

E giungiamo così alla seconda accusa, quella secondo cui i raid russi avrebbero colpito i “ribelli” piuttosto che obiettivi dell'ISIS. Per comprendere quanto accaduto è necessario aver chiaro lo scopo primario della discesa in campo di Mosca, la cui azione è diretta contro tutti i gruppi terroristici di ispirazione jihadista attivi in Siria, non solo il “Califfato”. Tra questi gruppi il più forte e radicale è rappresentato da “Jabhat al-Nusra”, formazione d'ispirazione qaidista, sostanzialmente ritenuta dagli USA un'alleata sia contro il governo laico di Damasco che contro l'ISIS. Altro gruppo di chiara impostazione estremista è il “Fronte Islamico”. In questo momento questi due movimenti sono tra i più forti nel campo dell'opposizione anti-Assad, e quindi funzionali al principale obiettivo statunitense in Siria. È paradossale che formazioni chiaramente legate alla famigerata “al-Qāʿida”, la stessa dell'attentato alle Torri Gemelle, vengano ora considerate alleate dallo stesso paese, gli Stati Uniti, che ha giustificato guerre come quelle in Afghanistan ed Iraq sulla base della lotta al terrorismo di matrice qaidista. È altresì segno di grande ipocrisia la circostanza per cui “al-Qāʿida” in Mali è stata combattuta dagli alleati francesi degli USA, mentre “al-Qāʿida” in Siria non dovrebbe subire gli attacchi dell'aviazione russa. Sarebbe interessante comprendere le sostanziali differenze tra l'ISIS ed organizzazioni come “Jabhat al-Nusra” ed il “Fronte Islamico”. Del resto, come sottolineato da Putin all'ONU ed ammesso anche dall'amministrazione americana, non è raro che gruppi di cosiddetti “ribelli”, addestrati dal Pentagono, abbiano poi defezionato unendosi all'ISIS e portando in dote al “Califfato” armi sofisticate fornite dalla Casa Bianca. Inoltre giova ricordare che per la Russia l'impegno contro tali formazioni ha anche una valenza interna, poiché tra i miliziani di “Jabhat al-Nusra” non mancano esponenti del cosiddetto “Emirato del Caucaso”. Addirittura un'altra formazione terroristica attiva in Siria, affiliata prima all'ISIS ed ora a “Jabhat al-Nusra”, la “Brigata Muhajireen”, è guidata proprio da miliziani caucasici. Quanto detto non significa che tutti i gruppi di opposizione ad Assad siano nel mirino dei russi. Come ricordato dal ministro Lavrov appena ieri, il cosiddetto “Esercito Libero Siriano” è considerato da Mosca come un interlocutore necessario per gli assetti futuri del paese, sebbene sia ancora da capire quali siano l'effettiva consistenza di tale organizzazione ed i suoi rapporti con gli estremisti.

I primi raid dell'aviazione russa hanno interessato le province di Hama, Homs e Latakia, in cui la presenza dei cosiddetti “ribelli” è più massiccia di quella dell'ISIS (comunque presente da alcuni mesi). Il fatto che l'aviazione russa abbia iniziato da queste regioni non deve stupire, poiché si trovano non lontano dai centri nevralgici da cui viene coordinata l'azione russa in Siria: le basi militari di Tartus e Latakia. Difendere le due basi da possibili attacchi dei jihadisti è il primo passo per poter avviare un'offensiva più ampia. C'è inoltre la necessità di evitare che l'ISIS, presente nella regione di Homs, ottenga il controllo dell'autostrada che collega Damasco alle roccaforti costiere e settentrionali.

Contestualmente all'inizio delle operazioni dell'aviazione russa hanno cominciato a circolare notizie relative a presunte vittime civili (anche bambini). Tali resoconti sono stati diffusi dal discusso “Osservatorio siriano per i diritti umani” con sede a Londra e dall’ONG dei “White Helmets”, finanziata da George Soros. In realtà, le zone colpite dai raid sono state quasi completamente abbandonate dai civili già da alcuni mesi e si ritrovano ad essere terreno delle scorribande dei jihadisti. Ben presto è giunta la smentita di Mosca alle accuse occidentali, mentre sui social network sono circolate le prime evidenze dell'utilizzo di foto relative ad eventi del passato adoperate per avvalorare la tesi delle vittime civili. Si tratta dell'ennesima prova dell'uso propagandistico dei media, ormai ridotti a strumento di guerra diplomatica e psicologica. Prova di ciò è data dal fatto che sui giornali ed in TV non fanno notizia i bombardamenti della “coalizione” a guida USA, che vanno avanti da oltre un anno e paiono non aver sortito alcun esito determinante nell'arresto dell'avanzata del “Califfato”. Quasi nel silenzio dei media è passata la morte di dodici presunti “bambini soldato” nel corso di un attacco francese compiuto pochi giorni fa, così come non fanno notizia le centinaia di morti in Yemen a causa dei bombardamenti compiuti dall'Arabia Saudita, paese tra i maggiori finanziatori delle forze anti-Assad ed inglobato nella medesima coalizione a guida USA che dovrebbe combattere l'ISIS.

Quel che viene in evidenza in questi giorni è la totale illogicità della strategia statunitense. L'amministrazione Obama, estremamente carente in realismo ed incapace di ammettere le proprie responsabilità per il disastro in atto in Siria, pare ormai chiusa in un "cul-de-sac" da cui uscire non sarà né indolore né facile. Ed in fondo non è poi così avventato il curioso paragone di Vladimir Putin all'ONU, secondo cui la strategia statunitense sembra caratterizzata da errori molto simili a quelli commessi nel secolo scorso dalla defunta Unione Sovietica. Inutile ricordare che quest'ultima finì per implodere, dando vita ad uno sconvolgimento geopolitico di immani dimensioni.

 

08 settembre 2015

Profughi e Siria: l’Occidente tra realismo e ipocrisia



di Fabio Petrucci

La foto del piccolo Aylan Kurdi, il bimbo curdo-siriano morto in Turchia nel tentativo di raggiungere la Grecia insieme alla famiglia, ha fatto il giro del mondo, riaccendendo l’attenzione internazionale sulla Siria. Tuttavia, nell’epoca dei social network, la società occidentale appare molto propensa ad ondate di emotività collettiva ed a manifestazioni d’indignazione destinate ad eclissarsi nel giro di una settimana. Per tale ragione la complessa questione migratoria esplosa in questi anni, ed aggravatasi ulteriormente negli ultimi mesi, rischia di essere affrontata con la proverbiale improvvisazione di chi basa la politica sugli slogan ad effetto, senza la capacità di individuare cause, responsabilità ed eventuali soluzioni realistiche e durature.
La tragica morte di Aylan non è che la punta dell’iceberg del dramma vissuto in questi anni da milioni di cittadini del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale, travolti dal caos seguito a quelle che l’ingenuo entusiasmo politico-mediatico (di chi oggi si indigna per i profughi) battezzò con il nome di “primavere arabe”. Come ormai è noto a chiunque, dietro i sommovimenti verificatisi in Tunisia, Libia, Egitto e Siria si agitavano gli interessi di un’eterogenea coalizione di paesi: dagli USA al Regno Unito, dalla Francia alla Turchia, fino ai “petro-Stati” dell’Arabia Saudita e del Qatar. Mentre in paesi come la Tunisia e l’Egitto si è giunti, con modalità diverse, ad una parziale stabilizzazione della situazione politica, la Libia e la Siria hanno avuto il destino peggiore. In Libia, la distruzione dello Stato forgiato da Gheddafi ha condotto ad una spirale di conflitti tribali e spinte separatistiche tragicamente simili a quelle conosciute in passato dalla Somalia. In tal modo l’ex colonia italiana è tornata ad essere base di partenza per massicci flussi migratori, provenienti dall’Africa sub-sahariana e dal Medio Oriente e diretti verso l’Italia.
In Siria si è invece sviluppata una “guerra civile” che va avanti dal 2011 e che vede coinvolto in pieno territorio siriano anche l’autoproclamato “Califfato” salafita dell’ISIS. Dopo quattro anni di guerra feroce, inevitabilmente il numero dei profughi siriani si è allargato a dismisura, arrivando a contare oltre quattro milioni di persone. La gran parte di costoro ha trovato ospitalità nei paesi più prossimi, ossia la Turchia, il Libano, la Giordania, l’Iraq e l’Egitto. Mentre paradossalmente, malgrado la vicinanza al territorio siriano, i ricchissimi paesi della penisola arabica, in prima linea nel finanziamento ai gruppi dell’opposizione armata contro il governo di Damasco, non ospitano alcun profugo.
Negli ultimi mesi, forse anche a fronte di un cambio di strategia da parte dell’esecutivo turco, flussi di profughi siriani d'inedita portata hanno cominciato a dirigersi verso l’Europa. Dinanzi a tale circostanza l’opinione pubblica europea si trova sostanzialmente divisa tra due forme di retorica cariche d’ideologia: la retorica dell’accoglienza che non va alla radice dei problemi e quella della becera xenofobia. In realtà, come ha ricordato il patriarca della Chiesa cattolica melkita, Gregorio III Laham, la soluzione dell’emergenza profughi è legata a doppio filo alla necessità di pacificare la Siria, liberandola innanzitutto dalla brutale presenza dell’ISIS: «Ai governi occidentali dico che il punto centrale non è accogliere e ospitare i profughi, ma fermare il conflitto alle radici. Tutti devono essere coinvolti, dall’Occidente alle nazioni arabe, dalla Russia agli Stati Uniti. Questo è ciò che aspettiamo, la pace. Non parole sui migranti e discorsi sull’accoglienza».
Le parole pregne di realismo e concretezza del patriarca Gregorio III chiamano in causa principalmente gli USA ed i loro alleati europei. L’irragionevolezza delle politiche di Obama e dei suoi alleati in Siria è la principale causa non solo della crisi che attanaglia quel paese, ma anche del dilagare dell’ISIS in Iraq. L’Occidente ha la gravissima responsabilità di aver alimentato un conflitto sanguinario, in combutta con Stati che non brillano per democrazia e liberalità come l’Arabia Saudita, al solo scopo di provocare la caduta di un regime politicamente indipendente, alleato fedele della Russia e dell’Iran e nemico delle correnti fondamentaliste del sunnismo. Un paese, la Siria, per cui ancora nel 2010 l’ex presidente italiano Giorgio Napolitano usava parole di «apprezzamento per l’esempio di laicità e apertura che offre in Medio Oriente e per la tutela della libertà assicurate alle antiche comunità cristiane». Un paese descritto dall’ex vescovo cattolico di Aleppo, mons. Giuseppe Nazzaro, nel seguente modo: «C’era libertà e rispetto reciproco. A maggio facevamo le processioni lungo le vie di Aleppo alle quali i musulmani guardavano con curiosità e rispetto. […] I diritti erano uguali per tutti, tanto che il governo annoverava ministri cristiani».
D’altra parte il richiamo del patriarca Gregorio III, tra le voci più importanti dei cristiani di Siria, ben si sposa con la proposta russa di una grande coalizione internazionale contro l’ISIS, inclusiva dei principali attori internazionali e regionali. Una proposta che però, purtroppo, l’Occidente pare determinato a non ascoltare, stante la ribadita volontà della Casa Bianca e dall’Eliseo di escludere Assad e le forze che sostengono l’esercito siriano (miliziani libanesi di Hezbollah, volontari iraniani) dallo sforzo bellico contro i fanatici del “Califfato”. Prospettiva che, anziché limitare la tensione, rischierebbe di aggravare ulteriormente il conflitto e provocare il collasso definitivo della Repubblica di Siria. In tal caso, ancor più di oggi, sapremo che quelle dei governi occidentali per i bimbi morti sono solo ipocrite lacrime di coccodrillo.