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27 giugno 2019

Un bene eterno

di Giorgio Salzano
Volevo scrivere un articolo che cominciava con: domanda, è la mancanza di lavoro che ingenera sfiducia nel futuro, o è la sfiducia nel futuro che ingenera mancanza di lavoro? Doveva essere una riflessione sulla fiducia che porta a sperare, e permette quindi di mettersi in gioco anche a rischio di rimetterci, di impegnarsi nella vita anche a costo di perderla.
Ora le circostanze mi forzano a una testimonianza molto più concreta: scrivo dal lutto. Mia moglie (che sarebbe poi a dire, parlando latinamente, la mia donna – bellissima parola questa della lingua italiana, che fa di ogni femmina dell’uomo una signora), la compagna della mia vita, ci ha recentemente lasciati.

Lo so che non tutto finisce lì, ma solo un’esistenza percettibile da altri in questo mondo, con la quale non si spegne però il supremo principio personale che l’animava, e che continua a vivere nella comunione dei santi, anche se in maniera invisibile per noi che pur siamo già candidati a parteciparvi da questa parte. Lo sai – mi si dirà – andiamo … lo credi. Ma che cosa significa credere se non essere persuasi della verità di qualcosa? Quando poi abbiamo buone ragioni per essere persuasi, allora possiamo ben dire di sapere. Le cose non cambiano se queste buone ragioni vengono dalla fiducia nell’autorità – chiamasi fede – che ci ha rivelato che così stanno le cose: con una sua personale testimonianza che noi possiamo raccontare, nel mentre che ce ne rendiamo noi stessi testimoni.

Lo so, dunque, ma non potendolo percepire è dura. Resta, per noi stessi e per gli altri, il racconto. Racconto di racconti. Mia moglie era una persona alla quale piaceva leggere romanzi, ma mentre da ragazza si piegava a leggere tutto quello che la cultura dominante prescriveva, anche se scritto per fare stare male come  un pugno nella pancia, divenuta adulta leggeva solo quello che la faceva stare bene, cose non melense ma edificanti. Allora le leggeva e rileggeva. Avrà letto non so quanto volte nella sua vita  I promessi sposi. Più recentemente aveva scoperto, e letto e riletto, Jane Austen. L’ultima cosa che poco prima di morire aveva letto, e volentieri riletto, è stata la pentalogia di Alice Basso dedicata al personaggio di Vani Sarca, la ghostwriter. Si tratta di una giovane donna dotata fin da ragazza di una speciale capacità di mettersi nei panni degli altri, divenuta perciò “scrittrice senza nome”, capace di scrivere libri che altri avrebbero firmato, da saggi di neuropsicologia a romanzi. Con tono leggero, a tratti decisamente umoristico, la Basso le fa raccontare in prima persona nei cinque romanzi il suo passaggio da un atteggiamento difensivo, di indifferenza verso ciò che gli altri pensavano di lei, al progressivo coinvolgimento, in trame vagamente poliziesche ricche di evocazioni letterarie e filmiche soprattutto angloamericane, fino a un finale che echeggia quello de La vita è meravigliosa di Frank Capra.

Per chi non lo sapesse, si tratta di uno dei più bei film mai girati, che risponde alla domanda sul perché siamo nati: per fare la differenza nel mondo che ci circonda, partecipando con la nostra vita a uno scambio che è donativo, fino al sacrificio di sé. Parliamo pure se volgiamo a questo riguardo di amore, purché ci ricordiamo che l’amore non è un sentimento, ma coinvolgimento in una relazione di dedizione reciproca, di cui il sentimento non è che il riflesso soggettivo. È la grazia di cui è benedetto in particolare un bel matrimonio, come quello in cui mia moglie ed io abbiamo riconosciuto l’uno nell’altra tutto il bene che eravamo capaci di dare. Sapendo che quel bene non era cominciato con noi, ma che lo avevamo ricevuto per potercelo donare, non chiudendoci però in noi stessi ma trasmettendolo anche a chi ci stava intorno e soprattutto a chi è venuto dopo di noi: è un bene, in breve, eterno.

Così, dopo tutto, l’articolo che volevo scrivere lo sto scrivendo. La risposta alla domanda che mi ero posta sta in quanto ho detto. È l’orizzonte di eterno rappresentato dagli scambi donativi che dà la fiducia necessaria per l’intraprendenza negli scambi economici. Pensiamo all’Italia, ed all’Europa devastata dalla seconda guerra mondiale, nella quale i popoli trovavano nelle loro radici cristiane la fiducia per riprodursi, e con essa la forza inventiva di intrapresa che avviava il miracolo economico del dopoguerra, grazie anche a quel dono dell’America che fu il Piano Marshall. Purtroppo l’Europa, e con essa anche l’America, continuava anche a covare in sé i germi culturali che avevano portato alla passata devastazione, i quali hanno proliferato fino ad arrivare alla odierna devastazione, non più materiale come dopo la guerra, ma certamente, come dire, spirituale, di negazione dell’orizzonte di eterno rappresentato dalle radici cristiane.

Nella restrizione temporale dell’orizzonte alla presente generazione il popolo italiano, ed in generale i popoli europei occidentali, fanno ormai pochissimi figli: spaventosa denatalizzazione che è segno di mancanza di fiducia nel futuro, attribuita alla contingenza di mancanza di prospettive per i giovani, e non a una società che si nega come luogo di rinnovamento della Vita. Nel frattempo il senso delle istituzioni europee è cambiato: da progetto di restaurazione, diciamo, della Cristianità, la cui dissoluzione negli stati nazionali aveva portato alle due guerre mondiali, alla sua negazione definitiva, a seguito della quale però anche la capacità di intrapresa appare affievolita, mortificata proprio dalle pastoie finanziarie e burocratiche che ne avrebbero dovuto assicurare il corretto e prospero funzionamento.

Lo strano è che i vescovi. invece di fare il loro mestiere, rendendo conto e testimoniando dell’eternità del bene nei passaggi della vita, per quanto dolorosi essi possano apparire, si mettano a fare insipidi discorsi di tipo socio-economico, come quando parlano ad esempio di diritto al lavoro. Sciocchezze, il lavoro non è un diritto, poiché non vi è chi abbia rispettivamente il dovere di soddisfarlo; è un bisogno, che solo può essere soddisfatto da chi sappia intraprendere attività economiche che lo soddisfino. L’intraprendenza richiede però fiducia nel futuro, quella fiducia che senza il Cristianesimo si affievolisce, e lo stato non può fornire.
Continuo così con queste righe la ininterrotta conversazione con mia moglie, accesa antistatalista e devoto membro del corpo di Cristo. Dio la abbia in gloria.


 

05 novembre 2018

Matrimonio nella grazia. Da una lettera di J.R.R. Tolkien

di Samuele Pinna
Il matrimonio per J.R.R. Tolkien può essere compreso, nel suo carattere misterico e unico, solo a un livello soprannaturale, perché reso intelligibile mediante l’intelligenza della fede (cattolica).

Il rapporto tra uomo e donna deve, pertanto, tener conto del peccato originale, che – scrive G.K. Chesterton – «è l’unico aspetto della teologia cristiana che può veramente essere dimostrato».

Secondo l’autore de Il Signore degli Anelli, il nostro mondo è “immorale” a motivo dello «spostamento dell’istinto sessuale», che è «uno dei sintomi principali della Caduta». Questa considerazione, permette allo scrittore inglese, in una lettera al figlio Michael del 1941, di proporre sottili distinzioni a riguardo del tema dell’amore. Se il nostro è un mondo corrotto in cui non c’è armonia tra i nostri corpi, la nostra mente e l’anima, «tuttavia, la caratteristica di un mondo corrotto è che il meglio non si può ottenere attraverso il puro godimento, o quella che è chiamata la realizzazione di sé (che di solito è un modo elegante per definire l’autoindulgenza, nemica della realizzazione degli altri); ma attraverso la rinuncia, la sofferenza».

Per Tolkien, «la fede nel matrimonio cristiano implica questo: grande mortificazione». E, per il credente, non c’è alternativa: «il matrimonio può aiutarlo a santificare e a dirigere verso un giusto obiettivo i suoi impulsi sessuali; la sua grazia può aiutarlo nella battaglia; ma la battaglia resta. Il matrimonio non lo potrà soddisfare – come un affamato può essere soddisfatto da pasti regolari».

Le persone, poi, «quando l’innamoramento è passato o quando si è un po’ spento, pensano di aver fatto un errore e di dover ancora trovare la vera anima gemella. Per vera anima gemella troppo spesso si scambia la prima persona sessualmente attraente che si incontra. Qualcuno che forse davvero avrebbero fatto meglio a sposare, se solo… Da qui il divorzio, per risolvere quel “se solo”».

Di solito, hanno ragione, avendo commesso un errore, perché «solo un uomo molto saggio, arrivato al termine della sua vita, potrebbe esprimere un equo giudizio su quale persona, fra tutte, avrebbe fatto meglio a sposare!». Sicché, «quasi tutti i matrimoni, anche quelli felici, sono errori: nel senso che quasi certamente (in un mondo migliore, o anche in questo, pur se imperfetto, ma con un po’ più di attenzione) entrambi i partner avrebbero potuto trovare compagni molto più adatti. Ma la vera anima gemella è quella che hai sposato. Di solito tu scegli ben poco: lo fanno la vita e le circostanze (benché, se c’è un Dio, queste non siano che i Suoi strumenti o la Sua manifestazione)».

“L’anima gemella è quella che hai sposato”: Tolkien, di là dalla sua particolare esperienza matrimoniale, propone «l’unica grande cosa da amare sulla terra: i Santi Sacramenti» in cui si trova «avventura, gloria, onore, fedeltà e la vera strada» per tutto l’amore su questa terra, «e più di questo: la morte». Il divino paradosso, dato con il presagio della morte «che fa terminare la vita e pretende da tutti la resa, può conservare e donare realtà ed eterna durata alle relazioni su questa terra» (amore, fedeltà, gioia), «che ogni uomo nel suo cuore desidera».

Il matrimonio così concepito richiama la dimensione ontologica della fede, che ne fa una questione relativa all’essere, quale suo fondamento. Se gli sposi non danno vita a una nuova realtà, sul piano dell’essere, il matrimonio può essere esistenzialmente ricontrattato (essendo solubile). Se, invece, è una realtà nuova e non la somma delle due libertà coinvolte (non uno più uno, ma “due in una sola carne”), questa è indissolubile. L’amore è limitato, perché creaturale, cioè destinato a finire; con Dio, come fondamento, l’Essere di cui partecipa il nostro essere, è invece destinato all’eterno. In una vita rivolta al “per sempre” divino si gioca, nella storia, sostenuti dalla grazia, una consacrazione di amore imperituro.

Per saperne di più:
J.R.R. Tolkien, La realtà in trasparenza. Lettere , a cura di Humphrey Carpenter e Christopher Tolkien, Bompiani, Milano 2002, in particolare pp. 56-63 (Oppure "Lettere - 1914-1973 recentemente edito da Bompiani)

P. Gulisano, Tolkien: il mito e la grazia , Àncora, Milano 2001, in particolare pp. 180-183.

S. Fontana, La nuova Chiesa di Karl Rahner. Il teologo che ha insegnato ad arrendersi al mondo , Fede & Cultura, Verona 2017, in particolare pp. 89-96.

G.K. Chesterton, Ortodossia, Lindau, Torino 2010, in particolare pp. 18-19.


 

27 gennaio 2018

Libri. Contro l'amore

di Paolo Maria Filipazzi
«Tutto ciò che si dice, nei libri e nella vita, del "più antico sentimento del mondo" mi è sempre sembrato incompleto e convenzionale. Esprimendo la mia opinione in proposito, mi toccava proclamare che l’amore non esiste, e ognuno comprenderà come io abbia indietreggiato di fronte al compito di spargere una così cattiva notizia. Se oggi mi decido a farlo, è perché ho la sicurezza di compensarla con una buona, cioè che l’amore esiste; ma non è quello che si crede».

A parlare in questo modo solo apparentemente paradossale è il belga Robert Poulet, figura eclettica, anarcoide e dadaista del Novecento, romanziere, poeta, drammaturgo, critico letterario e giornalista. Fu a causa di quest’ultima attività che oggi in pochi ne serbano memoria: messa la sua penna al servizio dei tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale, gli toccò un destino di ostracismo e messa al bando non dissimile da quello toccato a Céline, di cui non a caso era amico. A differenza del misantropo di Meudon, però, il nostro aveva una particolarità: era un cattolico rigoroso, se non addirittura, a detta dei detrattori, rigorista, non senza, però, una buona dose di civetteria.
Le parole che abbiamo letto rappresentano l’incipit del gustoso pamphlet “Contro l’amore”, con cui Poulet si divertì a demolire il più granitico e più sciocco di tutti i falsi miti della borghesia otto –novecentesca, ma la cui lettura, ancora oggi, non potrà non avere l’effetto di un balsamo sul lettore tediato dalla stoltezza dei primi due decenni del secolo ventunesimo.

L’Autore procede per brevi paragrafi che potrebbero essere letti anche isolatamente, come un campionario di citazioni che a tratti assumono un carattere aforistico, ricordando i fasti di Oscar Wilde e Nicolas Gomez Davila. Vengono passati in rassegna ed irrisi il Desiderio, la Passione, gli Amoretti, il Libertinaggio e l’Amore Convenzionale. 

Ed è così che, se nel capitolo dedicato al Desiderio, fra mille affermazioni, possiamo leggere che «vi sono donne che si desiderano come si desiderano tutte, e non più a lungo. In genere, tali donne emanano un effluvio irresistibile. Ma che c’è di più nauseabondo di un odore di cucina, dopo che si è pranzato?», quello sulla Passione si apre affermando che «tutto ciò che segue il movimento della passione inacidisce con questa. Isotta, se fosse sopravvissuta a Tristano: "Dire che mi son fatto tanto cattivo sangue per questo scioccone!". E intanto si sarebbe certo messa a idolatrare re Marke».

Nel parlare degli Amoretti, invece, l’Autore si interroga: «si parla di un "fresco idillio" come se l’amore si paragonasse alle uova, che bisogna affrettarsi a bere prima che imputridiscano. Perché non somiglierebbe l’amore piuttosto al vino, che guadagna a invecchiare? O ai frutti, che bisogna pazientemente lasciar maturare?», mentre, a proposito di Libertinaggio, si può leggere, fra altre affermazioni, che «perfino il galletto del villaggio, quando si concede un passatempo, è obbligato a imbrogliare qualcuno. Anche se stesso, un momentino». 

Il capitolo sull’Amore Convenzionale si può riassumere già tutto con la prima frase: «Si riconosce l’amore per mezzo di coloro che non lo conobbero: Racine, Stendhal, Chardonne…».

A questo punto, convinto al di là di ogni ragionevole dubbio dell’inesistenza dell’ amore, il lettore esigerà di apprendere la buona notizia, annunciata fin dall’inizio, dell’esistenza dell’amore. Ecco, quindi, arrivare il capitolo finale sull’Amore Coniugale.
Di quest’ultimo, ci piace citare questo passaggio, che meglio di tutti rivela l’importanza di quest’ultima forma di amore che è l’unica autentica: «Una prima volta, il Creatore radunò tutti gli uomini e ingiunse loro di farsi reciprocamente del bene. Essi chinarono il capo, e uno rispose: "Come volete che facciamo, Signore?... Sapete bene che siamo tutti inguaribilmente egoisti!". La seconda volta, il Creatore aveva ridotto assai le sue esigenze: "Che ognuno di voi si incarichi soltanto di rendere felice un solo essere. Vi dispenso dal resto". Così fu istituito il matrimonio. Se questo singolare sistema fosse riuscito, il mondo si sarebbe salvato; e la carità – problema insolubile, obbligo inapplicabile – sarebbe diventata inutile».
 

12 settembre 2017

Dubia irrisolti: dopo un anno, urge la correzione formale


di Giorgio Enrico Cavallo

I dubia fra qualche giorno compiono un anno. Il 19 settembre 2016, quattro voci hanno umilmente chiesto a Jorge Mario Bergoglio di chiarire i passi più controversi del capitolo VIII dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia, in particolar modo in merito all’accesso alla comunione ai divorziati e conviventi more uxorio.
Ad un anno esatto dalla missiva firmata dai cardinali Carlo Caffarra, Walter Brandmüller, Raymond Leo Burke e Joachim Meisner, la situazione è sostanzialmente quella di uno stallo che non fa bene a nessuno; al papa, ai cardinali e, molto prima, non fa bene alla Chiesa. Perché il poker di porporati non si è espresso per bisogno di finire sotto i riflettori; i cinque “dubia” sono domande che devono ottenere una risposta, in quanto la posta in gioco è troppo alta. Ne va della verità degli insegnamenti della Chiesa.
Proprio per questo, i tentativi di sminuire il gesto dei quattro (gesto, di per sé, inusuale ma giustificato dall’eccezionalità e dall’importanza della materia) sono patetici; proprio per questo, contro Caffarra, Brandmüller, Meisner e Burke si è scagliata una gogna mediatica senza precedenti, che li ha accusati di essere “contro il papa”, “cospiratori” e chi più ne ha, più ne metta. Caffarra, recentemente scomparso, si diceva rammaricato di essere considerato un anti-papista. «Io sono nato papista, sono vissuto da papista e voglio morire da papista!» (qui). Eppure, c’è un minimo comun denominatore in questa vicenda: sia chi sminuisce e sia chi accusa acidamente i quattro, probabilmente, sa che Amoris Laetitia può anche essere uno strumento programmatico per la protestantizzazione della Chiesa e per la dissoluzione del sacramento centrale della vita cristiana: la Santa Eucaristia. Sappiamo che ciò fa comodo a molti, dentro le mura vaticane. Per questo, per qualcuno le domande dei porporati sono oltremodo scomode.

Ma andiamo con ordine e ripercorriamo i passi della vicenda. Il 19 settembre i cardinali hanno consegnato all’ex Sant’Uffizio il documento contenente le famose cinque questioni. Attendevano una risposta da parte di Francesco; in caso negativo (paventavano forse il peggio?) i cardinali sottoscrittori si riservavano la possibilità di procedere con una “correzione formale”, un procedimento rarissimo nella storia della Chiesa, ma non impossibile: un caso analogo accadde con il papa avignonese Giovanni XXII. Naturalmente, non si tratta di un atto indolore: correggere il papa è effettivamente l’ultima delle possibilità prese in esame. Però, non ottenendo risposta alcuna, il 14 novembre 2016 i quattro hanno deciso di rendere pubblico il documento per far sapere alla Chiesa che un forte dibattito sta sorgendo dopo la pubblicazione dell’Amoris Laetitia e che l’esortazione non è scevra da possibili interpretazioni contrarie agli insegnamenti di Santa Romana Chiesa; che poi sono quelli di Cristo. I cattolici vengono così a conoscenza dei cinque “dubia” (chi voglia approfondire il testo dei cinque quesiti, può farlo qui) che sono poi riassumibili in uno solo: possono i cristiani risposati conviventi more uxorio ricevere la comunione? Si tratta – è evidente – di una domanda dalla cui risposta può sorgere una moltitudine di altri interrogativi. Ad esempio: se ammettiamo che l’eucaristia può essere concessa, allora esistono situazioni nelle quali l’adulterio non è più peccato. E quali sono? Cosa significa, davvero, il discernimento che tanto spazio occupa nel capitolo VIII? [vedi A.L. VIII 296 e ss.gg qui]. La nebulosità di questo concetto getta il cristiano nelle braccia del relativismo: la mancanza di criteri assoluti per definire lo stato di peccato, ridotto ad un discernimento del tutto personale, influisce poi anche sulla comunione: è ancora il Corpo (e Sangue) di Cristo? Siamo consapevoli della sacralità di quest’atto e che bisogna accedervi soltanto in stato di grazia? O, con la linea di Bergoglio (e di Kasper) la comunione sta diventando una specie di rievocazione storica, alla quale ognuno può accedere come e quando gli aggrada? Siamo consapevoli, infine, che questa linea porta la Chiesa Cattolica a scimmiottare il protestantesimo? In sostanza: vogliamo ancora essere cattolici?
È evidente che le domande non si esauriscono qui, e che il florilegio di interrogativi si può ampliare ulteriormente. Ed è evidente che qualcuno doveva arginare questa situazione di incertezza per il bene della Chiesa Cattolica, Sposa di Cristo. Ecco il perché dei cinque dubia. Ed ecco perché il silenzio del papa appare sempre più incredibile, ogni giorno che passa. In primavera, i quattro hanno scritto di nuovo al papa; la risposta, anche in questo caso, non è arrivata. Nuovamente, la missiva è stata resa di dominio pubblico dopo qualche mese. Un atteggiamento pacato, meditato, spiritualmente sofferto, quello dei quattro cardinali: cos’altro potevano fare, nel tentativo di chiarire tali fondamentali questioni? Ebbene, se da Bergoglio non è arrivato altro che silenzio, terze persone hanno parlato per lui. «Che dei cardinali, che dovrebbero essere i più vicini collaboratori del Papa, stiano cercando di fare un atto di forza nei suoi confronti e di far pressione su di lui affinché dia una risposta alla loro lettera resa pubblica è un comportamento assolutamente sconveniente» (qui), ha affermato, da Vienna, il cardinal Cristoph Schönborn. Signori: non è sconveniente che il Romano Pontefice non risponda a delle domande umilmente poste dai Principi di Santa Romana Chiesa; è sconveniente che questi principi vogliano «forzare» il papa a rispondere. Che poi Schönborn deve spiegare come sia possibile considerare il tono bassissimo tenuto dai cardinali come una forzatura.
Ma non solo. L’arcivescovo di Vienna, ritenuto da Bergoglio un «grande teologo» al quale il papa stesso rimanda per chiarire i dubbi in materia (qui, nella conferenza stampa di ritorno dal viaggio a Lesbo), ha inoltre rilasciato un’ampia intervista a padre Antonio Spadaro, nella quale ha eliminato ogni possibile appiglio che le anime belle potevano ancora avere per giustificare i passaggi dubbi. «In fondo, l’Amoris Laetitia non è magistero…». Come no. Parole sue: «È evidente che si tratta di un atto di magistero! È una Esortazione apostolica. È chiaro che il Papa qui esercita il suo ruolo di pastore, di maestro e dottore della fede, dopo avere beneficiato della consultazione dei due Sinodi. Penso che, senza dubbio alcuno, si debba parlare di un documento pontificio di grande qualità, di un’autentica lezione di sacra doctrina, che ci riconduce all’attualità della Parola di Dio» (qui). Bingo. 
Schönborn è vicinissimo al papa, così come uno stretto collaboratore è anche il cardinale Francesco Coccopalmerio, il quale in un libricino di 30 pagine intitolato “Il capitolo ottavo dell’esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia” ha ammesso la possibilità della comunione a chi, pur vivendo in situazioni irregolari, chiede con sincerità di poter essere riammesso alla vita ecclesiale. (qui).
Insomma: se Bergoglio si è fossilizzato in un mutismo sorprendente (specialmente per un pontefice che, spiace dirlo, parla e spesso sparla di qualunque argomento) i suoi alfieri hanno parlato e scritto. Roma locuta, causa soluta, si diceva ai bei tempi. Oggi, Roma (intesa come il papa) non parla; lascia che a farlo siano le sue province.
Ciò è straordinario, perché (come è evidente) i cardinali, per quanto vicini al papa, non sono il papa. Ancor più straordinario è che la risposta alle domande dei cardinali non è complessa: basta un sì o un no. E, con umiltà, va ricordato al successore di Pietro che Nostro Signore si espresse sulla necessità, per i buoni cristiani, di dire «sì, sì; no, no» [Mt 5, 37]. Non di restare zitti o rispondere per interposta persona. Questo comportamento, spiace nuovamente dirlo, non è evangelico; tanto più che un buon cristiano deve essere testimone della Verità: laddove i cardinali chiedono di far luce sulla Verità, il papa non può tacere. A che pro avere un pontefice, allora?
Ad oggi, dopo un anno, la situazione è penosamente irrisolta. I cardinali si sono dimezzati: la scomparsa di Caffarra e di Meisner è stata un duro colpo; non solo per la vicenda dei dubia, ma per tutta la Chiesa, privata di due genuini uomini di fede. Da Santa Marta il silenzio è sempre assordante, mentre il capitolo VIII continua ad essere interpretato dalle diverse diocesi esattamente come si interpreta un quadro astratto: ognuno ci vede ciò che gli pare. Così, può capitare che nella stessa Argentina, terra di papa Francesco, i vescovi della regione di Buenos Aires considerino ammissibile alla comunione anche il cristiano risposato e convivente more uxorio, mentre i porporati della regione di San Luis la pensino all’esatto opposto (qui). È il discernimento, bellezza.
La confusione che regna nella Chiesa, evidentemente, è segno che la risposta ai dubia non è arrivata dai vari Coccopalmerio e Schönborn; anzi, in assenza di una presa di posizione chiara da parte del pontefice, il caos non potrà che aumentare. Poiché però Bergoglio sembra ostinarsi nel mutismo, ci si domanda se non sia arrivata l’ora della più volte annunciata correzione formale (la cui bozza è stata, tra l’altro, anticipata qui). Il basso profilo dei cardinali non ha prodotto risultati, fino ad adesso, se non alimentare un dibattito al vetriolo tutto interno alle Sacre Stanze, con dichiarazioni che non possono che essere altro che allusioni e allusioni che pretendono di essere dichiarazioni ufficiali. Il tutto condito con ripicche e vendette collaterali (si veda il pasticciaccio brutto dell’Ordine di Malta e il defenestramento di Burke) che hanno trasformato questa vicenda in qualcosa di ben più grande. Prima che i dubia si trasformino in una saga, conviene mettere la parola fine. Se non arriverà dal papa, che arrivi dai cardinali.


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23 giugno 2017

Perché il gay pride è un male in sé


di Paolo Spaziani

In queste settimane di sbornia mediatica in cui è stato dato ampio risalto ai gay pride di tutta Italia abbiamo letto una serie innumerevole di prese di posizione favorevoli (molte) e contrarie (poche) sugli eventi che hanno interessato tutta Italia. Purtroppo, quello che ne emerge è un quadro abbastanza confuso anche tra le fila di coloro che, in un certo senso, hanno tentato di non accodarsi allo stuolo di benpensanti che hanno visto in queste manifestazioni un esempio di civiltà. Per quanto concerne le amministrazioni comunali il terreno di battaglia ha riguardato la concessione o meno del patrocinio all’evento, con alcuni sindaci che hanno deciso di non concederlo: scelta certamente coraggiosa che però è stata spesso accompagnata da dichiarazioni e comportamenti contrastanti. E’ il caso, ad esempio, del Sindaco di Cosenza che ha negato il patrocinio al gay pride, ma ha tenuto a precisare, in un comunicato datato 11 maggio 2017 (presente sul sito del Comune di Cosenza) di “....aver sempre sostenuto nei fatti le battaglie contro le discriminazioni sull’orientamento sessuale, promuovendo iniziative nelle scuole, attivando progetti mirati al rispetto dell’identità di genere e all’educazione sentimentale (…) e consegnando all’Arcigay di Cosenza dei locali all’interno della Casa delle Culture perché ne facessero la loro sede d’incontro, di discussione e di partecipazione”. In sostanza, come precisato dal Sindaco, il motivo per il diniego del patrocinio era la contrarietà “alla spettacolarizzazione della preferenza sessuale spesso ostentata attraverso modalità stereotipate e conformistiche”. Una contrarietà certamente condivisibile, che però denota una posizione debole in quanto si fa scudo della negazione del patrocinio, ma nel concreto non contrasta quella che il Cardinale Caffarra ha definito alcune settimane fa “la nobilitazione dell’omosessualità”. Il Cardinale, intervenendo il 19 maggio scorso al Life Forum, ha precisato che “….la nobilitazione dell’omosessualità nega interamente la verità del matrimonio, il pensiero di Dio Creatore sul matrimonio. La nobilitazione del rapporto omosessuale quale si ha nella sua equiparazione al matrimonio (…) è l’opera di Satana, che vuole costruire una vera e propria anti-creazione. E’ l’ultima terribile sfida che satana sta lanciando a Dio”. E’ proprio a questo livello che si gioca la battaglia, che è di natura escatologica e non consiste nella concessione o meno di un patrocinio e nemmeno nella preoccupazione, certamente condivisibile, di evitare che nelle strade del proprio comune avvengano atti osceni. Sul fronte delle associazioni non sono mancate realtà, anche cattoliche, che hanno espresso la loro contrarietà ai gay pride in quanto nel manifesto programmatico delle associazioni LGBT organizzatrici si rivendica il diritto all’adozione da parte di persone con tendenze omosessuali. Un motivo certamente validissimo, ma che non coglie quale sia la posta in gioco. Eppure, anche Benedetto XVI era stato molto chiaro quando, nel Messaggio per la Giornata della Pace 2013, aveva chiarito che “…la struttura naturale del matrimonio va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna, rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale. Questi principi non sono verità di fede, né sono solo una derivazione del diritto alla libertà religiosa. (..) L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi, perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace”. Un’opera di satana, una minaccia alla giustizia e alla pace: quelli di Benedetto XVI e del Cardinale Caffarra sono giudizi di una nettezza difficile, se non impossibile, da ritrovare nelle dichiarazioni di qualche politico o dirigente di un’associazione pro-life e pro-family. Come già sopra evidenziato, la natura della battaglia è escatologica e ogni tentativo di ricondurla ad una semplice dimensione terrena rischia di essere perdente in partenza. Lo hanno capito coloro che in queste settimane si sono prodigati per organizzare processioni, veglie e momenti di preghiera pubblici in riparazione ai gay pride organizzati sul territorio. Proprio per essere andati alla radice della battaglia in corso gli organizzatori sono stati osteggiati e attaccati, anche da esponenti del mondo “cattolico”. Nelle prossime settimane proseguiranno le iniziative di riparazione, tra cui ricordo il Corteo di Preghiera previsto a Milano il 29 giugno prossimo, Solennità dei Santi Pietro e Paolo, con partenza alle 19.15 dall’ingresso del Castello Sforzesco. Partecipiamo numerosi.

 

08 giugno 2017

Comunione ai divorziati risposati: la possibilità arriva dal futuro Vescovo di Fidenza


di Paolo Spaziani

“Presentazione del documento con particolare attenzione all’amore nel matrimonio e nella famiglia”. Questo il titolo della serata di presentazione dell'Esortazione Apostolica di Papa Francesco Amoris Laetitia tenuta presso la parrocchia San Giovanni Battista a Carpenedolo da Don Ovidio Vezzoli, sacerdote bresciano e futuro Vescovo di Fidenza. Da marito e padre di tre figli ho partecipato all’incontro pensando che lo stesso fosse finalizzato a mettere in luce la bellezza e la verità del matrimonio cristiano, inteso come unione indissolubile tra un uomo e una donna.

Purtroppo, per larghi tratti della serata, ho come percepito che l’incontro non mi riguardasse, che la preoccupazione fosse un’altra, cioè quella di trattare, “i casi più complessi”, evidenziando la netta differenza tra l’approccio di Amoris Laetitia rispetto a molte altre occasioni in cui il magistero della Chiesa ha approfondito il tema della famiglia e del matrimonio. Su questo aspetto Don Vezzoli ha citato il Decreto Tametsi approvato dal Concilio di Trento che sanciva l’invalidità del matrimonio celebrato senza la presenza di una prete cattolico. Don Vezzoli ha ribadito il tono “legalistico, formale” del Decreto che “rimaneva all’esterno”, “preoccupandosi solo di stabilire se il matrimonio era valido o non valido, se corrispondeva alle leggi della Chiesa o meno”. Subito dopo Don Vezzoli ha citato la Casti Connubii di Pio XI affermando che “…il problema era mettere in evidenza che il rapporto coniugale, sessuale, all’interno del matrimonio deve essere sempre aperto alla vita e deve avere una connotazione di cooperazione al disegno di Dio, all’opera della creazione di Dio, mettendo bene in evidenza situazioni che andavano contro la morale cattolica, cristiana, situazioni non conformi alla tradizione della Chiesa. Un modo di procedere, potremmo dire, negativo, che mette in evidenza tutti gli aspetti contrari. E’ come se io leggessi un documento e mi sentissi soffocare e mi sentissi costantemente in colpa. Se tu leggi Amoris Laetitia la percezione non è certo quella legalistica, di chi si sente soffocare”.

Personalmente non ho mai percepito come soffocante il magistero della Chiesa sulla famiglia e sul matrimonio (l’unica cosa veramente soffocante era il caldo della serata…), al contrario penso che il nostro infinito desiderio di felicità, bellezza e verità possa compiersi solamente nella sequela di Cristo, della Chiesa e del suo bimillenario magistero che non è fatto di regole, come molti dicono, ma di insegnamenti per la nostra salvezza. Il respiro diventa più affannoso, l’aria comincia a mancare non in presenza di certezze, ma, al contrario, quando regna la confusione e tutto diventa relativo.

Durante tutta la serata ho percepito come se vi fosse l’intenzione di distinguere il passato della Chiesa, fatto di regole, pregiudizi e chiusura mentale da un presente, inaugurato con Amoris Laetitia, più umano e aderente alla realtà. Questo raffronto non l’ho condiviso in quanto, a mio avviso, non rende il giusto onore alla tradizione, alla immutabile dottrina della Chiesa, nonché al grande magistero dei Pontefici che hanno preceduto Papa Francesco (in primis San Papa Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) che, proprio in tema di famiglia e matrimonio, hanno dedicato parole di una chiarezza che oggi, invece, manca.

Verso il termine dell’incontro Don Vezzoli ha affrontato il tema dei divorziati risposati, chiarendo quale dovrebbe essere l’approccio cristiano con persone che vivono queste situazioni. Don Vezzoli ha precisato che queste persone “non sono dei lebbrosi, non sono dei proscritti. Non è gente dalla quale bisogna starsene alla larga. Spesso diciamo: hai sentito di quello? E’ infestata l’aria da questa gente! Vedete come siamo sprezzanti nei giudizi!”. Confesso di aver provato molta amarezza davanti a queste parole, perché nei miei quarant’anni di vita nella Chiesa non ho mai assistito a situazioni in cui queste persone siano state escluse dalla comunità cristiana, additate per il loro peccato e trattate male. La Chiesa che conosco ha sempre dimostrato accoglienza, comprensione e inclusione, qualsiasi fosse il percorso di vita di ognuno.

Al termine dell’incontro, non essendo emerso in modo chiaro quale fosse il possibile approdo del percorso di discernimento che ha rappresentato il filo conduttore di tutta la serata il sottoscritto e un’altra persona hanno posto alcune domande finalizzate a fare chiarezza sull’ammissione all’Eucaristia per i divorziati risposati. La domanda che ho posto è se al termine di questo percorso di discernimento possa essere prevista la riammissione ai Sacramenti. Don Vezzoli, pur ribadendo la gravità del peccato di adulterio e l’immutabilità della dottrina al riguardo, ha risposto: “Amoris Laetitia lascia aperta, dopo il discernimento, che non è da un giorno all’altro, immediatamente applicabile, fatte salve le condizioni di giustizia e di gravità di quanto accaduto, la possibilità di accedere ai Sacramenti. Ma questo chi lo decide? Lo decide chi fa il discernimento. Lo decide il confessore.(…) Accompagnare, discernere, in vista di reintegrare”.

L’incontro termina, torno a casa senza nascondere la mia amarezza. Apro la porta, incrocio lo sguardo di mia moglie, vedo i miei figli dormire e mi chiedo cosa mi venga chiesto in questo momento di confusione. Innanzitutto di non disperare e di continuare a testimoniare, pur in mezzo a mille difficoltà, errori e debolezze, la straordinaria bellezza del matrimonio cristiano. Certo, perché ce lo ha assicurato Gesù Cristo, che le porte degli inferi non prevarranno.

 

05 ottobre 2016

Alcune considerazioni sull'unione civile di Isabel e Federica


di Daniele Barale

Il ddl Cirinnà-bis è passato, lasciando come legge le unioni civili. E così Pinerolo ha visto le sue seconde “civilunioni” mercoledì mattina, grazie al sindaco 5 Stelle Luca Salvai. Ma questa volta non ha riguardato semplici cittadini, bensì delle ex suore, che non a caso riceveranno pure la “benedizione” (la diciannovesima del 2016) di Franco Barbero, "don" sospeso a divinis da San Giovanni Paolo II (e non 'Paolo Giovanni', come hanno scritto su La Stampa), per i suoi giudizi erronei sulle unioni tra persone dello stesso sesso.

Si parla di Isabel e Federica, sudamericana la prima, italiana la seconda, due suore francescane, che dopo aver passato molti anni in diverse missioni del mondo, hanno deciso di lasciare i voti e il convento. Come riporta La Stampa, elle “si sono conosciute durante un viaggio pastorale, essendo entrambe due suore francescane. Ma Isabel e Federica si uniranno in 'matrimonio' a Pinerolo. Perché hanno capito di amarsi. «Dio vuole le persone felici, che vivano l’amore alla luce del sole», dice Isabel. «Chiediamo alla nostra chiesa di accogliere tutte le persone che si amano», dice Federica. Sono molto timide, molto forti. E chiedono di non dire altro”.

Dunque, il sindaco di Pinerolo ha unito civilmente e Franco Barbero le benedirà, durante la messa per loro, perché “amo la mia chiesa – dice a chi lo intervista - faccio il prete tutto il giorno a tempo pieno. Scrivo dei libri, curo un blog, sono in contatto con tantissimi sacerdoti che la pensano come me. Ed è proprio attraverso la rete che ho conosciuto anche Isabel e Federica. Sono due persone belle, con due lauree importanti. Persone di fede intensissima. Si sono conosciute tre anni fa. La loro è stata una decisione pregata. Hanno riflettuto a lungo, è stato un cammino tormentato. Hanno preso la loro decisione con coraggio, sapendo che non sarebbe stata molto condivisa». Molto? «Posso assicurare che non tutti sono stati contrari. Sono state criticate, ma anche capite da alcune consorelle. Così come ci sono tantissimi preti buoni che non condannano questo genere di scelte. E devo aggiungere, per la cronaca, che non è neppure la prima volta che mi capita di sposare due suore».

Ora, credo possano essere espresse alcune consideazioni su tutto ciò. Dal sindaco Salvai, membro del Movimento 5 Stelle, che tanto si vanta di lottare contro ogni sopruso, corruzione mi sarei aspettato lo stesso atteggiamento dei sindaci Fabio Dalledonne (Borgo Valsugana, Trentino), Susanna Ceccardi (Cascina, Pisa) e Serafino Ferrino (Favria, Piemonte), che han fatto valere il giusto principio di obiezione di coscienza, per motivi etico-morali. Perché? C'è una questione che accomuna tutti, al di là della bandiera politica sotto la quale si milita: la realtà. Ogni volta che la si manipola, nasconde si commette sopruso. Che il matrimonio la famiglia e di conseguenza i bimbi richiedano solo un uomo e una donna, è un dato di fatto, è realtà: con buona pace dei giornalisti de La Stampa e di Franco Barbero "don". Negarlo è sopruso; e l'attuale legge del PD sulle unioni civili lo fa compiere, attraverso l'equiparazione del matrimonio della famiglia con una unione che nulla ha a che vedere con esse, a chi l'applica.
L'affermare pubblicamente che l'unica unione da riconoscere e celebrare sia fondata dalla complementarietà fra uomo e donna, non è frutto di un'idea religiosa o dei cattolici bigotti, ma della ragione, comune a tutti, credenti e non. Lo sapevano sia Aristotele, che vede la famiglia quale 'associazione istituita dalla natura', sia Cicerone, che definì il matrimonio “la prima forma di società”. E in tempi più recenti, persino Karl Marx, il leader di tutti i comunismi, conferma – così sembra - quanto appena detto: «il rapporto immediato naturale […] è il rapporto dell’uomo con la donna» (Manoscritti economico-filosofici del 1884, pag. 109/110). Allo stesso tempo, far valere l'obiezione di coscienza con queste ragioni, contro una legge iniqua – aggettivo appropriato, dato che nega la libertà di coscienza, oltre ad aprire la strada all'utero in affitto -, è un atto (più che) buono e giusto. Però i leader pentastellati, anziché ricordarsene, preferiscono essere il secondo volto del “pensiero radicale di massa” (per ricordare Augusto Del Noce), dopo il PD.
A riguardo di Federica Isabel e Franco Barbero "don". Lungi dal volere giudicare le loro persone, forma mentis che ho acquisito grazie ai frutti della tradizione bimillenaria della Chiesa, dal Catechismo, dai Papi, vorrei dire qualcosa sulle loro scelte. Da fratello a fratelli. Loro stessi hanno rilasciato a La Stampa di amare la Chiesa, di essere amati da Dio, di amarLo. Sicuramente Egli li ama, altrimenti non ci sarebbero. Però, Dio ha soprattutto rivelato l'unica Via Verità Vita, il Figlio Unigenito, Gesù Cristo, “Egli stesso”, da seguire per amarLo nel modo giusto e ricevere le Sue grazie.

Loro che son state suore francescane, lui che è sacerdote, sebbene sia sospeso a divinis, (il sacerdozio è uno dono prezioso e serio, dura per sempre), dovrebbero almeno percepire che le unioni tra persone dello stesso sesso e la benedizione da parte di un cattolico ad esse contraddicono proprio quanto Cristo ha insegnato. Tali atti portano fuori della Grazia di Dio, anche se sono ammantati delle intenzioni più belle: non a caso si dice che l'inferno sia lastricato di buone intenzioni. Inoltre, si chiedano anche perché buona parte dei media, come La Stampa, sono in prima linea quando si tratta di attaccare quello che di buono e giusto esiste per ogni uomo (credenti e non), quale l'irriducibile dignità della persona, il matrimonio, la famiglia etc. Lo sono perché ormai sono strumenti di circoli culturali radical-laicisti, che non hanno una grande stima per l'uomo: qui l'uomo è solo materia o tutt'al più uno strumento per fare profitto, la sua dignità non supera quella degli animali e dei vegetali; di fatti, l'aborto e l'eutanasia si generano lì.

Senza queste domande si rischia, prima ancora della punizione divina, di vivacchiare, vivere a metà. Il sentimento tra persone dello stesso sesso è amore dimezzato, per quanto bello possa essere – me lo ricorda spesso l'amico e celebre scrittore Philippe Arino - perché viene a mancare il dono della complementarietà fra uomo e donna, che dà pienezza e apre alla vita. Ecco lo scopo del matrimonio e della famiglia: questa certezza di pienezza, come conferma il capitolo 1,27-28 del Genesi: “Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra”. Un progetto intelligente che genera, appunto, una felicità piena, non a metà, conseguenza dell'aver accettato il progetto di Dio per ciascuno di noi, più grande delle nostre pretese di felicità. San Francesco e Santa Chiara erano pienamente consapevoli di tale certezza. Non a caso questo testimoniano e trasmettono i frati del SOG di Assisi quando tengono il corso per fidanzati.

 

23 agosto 2016

Come parlare del matrimonio gay ai bambini?


di Manlio Rossi

Tra le cose più tristi che esistono per un genitore c’è forse proprio quella di dover spiegare e in qualche modo giustificare dinanzi ai propri figli l’esistenza del male nel mondo. Tuttavia il male, inteso come assenza di bene, rende in qualche modo l’universo più diversificato e complesso e in ultima analisi più bello e armonioso, come insegna ripetutamente Tommaso d’Aquino nelle sue opere.
Ovviamente la carenza di bene che egli riscontra nella creazione, e che permette la diversificazione infinita degli enti, non legittima l’uso cattivo della libertà, donataci per seguire Dio e la verità, e non per peccare.
D’altra parte da molti mali derivano inopinatamente dei beni eccelsi, e proprio dalla ingiustissima uccisione del Figlio di Dio venne il bene sommo e immeritato della Redenzione dell’umanità. Così come dalla persecuzione subita dai santi e dai martiri nasce l’esempio: di pazienza, di eroismo, di fedeltà fino alla morte...
Ovviamente tutti gli uomini, e quegli stessi uomini in potenza che sono i bambini, intuiscono prima o poi, la presenza nel mondo di un Principio guida che si esplica attraverso numerose leggi morali che possono essere trasgredite, ma non mai negate.
Tra esse la legge della riproduzione e della famiglia, o se si vuole la legge dell’amore è una delle più note universali e benefiche tra quelle instillate dal Creatore nel cuore degli uomini, e fatte le debite proporzioni, negli stessi animali.
L’approvazione di leggi sul matrimonio gay e l’adozione di minori da parte di queste nuove “famiglie” (concetto questo che dovrebbe fare orrore mentre lo si pensa) di positivo ha ben poco e di nefasto moltissimo. Come positività riscontriamo anzitutto questa: la legittimità delle democrazie laiche d’Occidente, e a termine di tutti i paesi che sovvertono la base etica dell’umanità, è profondamente messa in forse dall’abiezione e dalla violenza contro natura, e la comprensione di ciò da parte di molti, finora ingabbiati in uno sterile moderatismo, è un bene vero.
Ma non basta lamentarsi. Bisogna lottare. E formarsi per una lotta impari certo, ma sicuramente giusta, legittima e che dà molta consolazione al Cielo, offeso e irritato dalla esaltazione planetaria di atteggiamenti “contrari alla legge naturale” e di una inclinazione, a dir poco, “oggettivamente disordinata” (Catechismo della Chiesa cattolica, 2358).
Lo psicoterapeuta olandese Gerard van den Aardweg (1936) è oggi in Europa uno dei più grandi specialisti per la cura delle persone omosessuali, oltre a rappresentare un punto di riferimento internazionale per gli studi su omosessualità e pedofilia. In lingua italiana sono stati pubblicati due suoi importanti saggi: “Omosessualità e speranza” (Ares, 1999) e “Una strada per il domani. Guida all’autoterapia dell’omosessualità” (Città Nuova, 2004).
L’ottimo editore Solfanelli ha ora pubblicato un volumetto di sintesi che raccomandiamo vivamente ai lettori per la chiarezza dell’esposizione, la ricca documentazione scientifica e la visione non solo medica e psichiatrica dell’omosessualità, ma anche etica e sociale (G. van den Aardweg, La scienza dice NOL’inganno del matrimonio gay, Solfanelli, 2016, pp. 170, € 12).
Nella sua valida presentazione, il professor Paolo Pasqualucci, già ordinario di Filosofia del Diritto a Perugia, fa notare i punti di forza delle ricerche del dottor van den Aardweg e la sua originalità. Alla luce dei risultati del medico olandese appare chiaro che in nessun uomo “esiste un orientamento (…) omosessuale naturale, cioè innato” (p. 7). Esso sorge sempre a causa di patologie psichiche e di problematiche esistenziali vissute nell’infanzia e nell’adolescenza. “Nessuno scienziato è mai riuscito a dimostrare l’esistenza di un gene gay né di un cervello gay, nonostante i ripetuti tentativi di ricercatori a loro volta gay dichiarati” (p. 7). I rapporti amorosi tra omosessuali vengono analizzati attraverso documentatissime ricerche e per le ammissioni degli stessi gay o ex gay essi risultano segnati da caratteristiche quali “l’immaturità, l’egoismo radicale, il narcisismo, l’indifferenza morale” (p. 9).
Dopo aver ricordato il duplice NO all’omosessualità e tanto più al matrimonio gay da parte di Dio (e di tutte le religioni) e della natura, van den Aardweg insiste giustamente sulla terza fondamentale negazione: anche la scienza dice NO! Per lo meno la scienza obiettiva e non la pseudo “scienza gay” riconducibile “a un sistema di propaganda e [a] uno strumento politico” molto efficace (p. 27).
Lo psichiatra olandese chiama i suoi lettori alla resistenza verso una “ideologia realmente pericolosa”: “essa potrà provocare drammi ancora più vasti se non verrà fermata in tempo” (p. 28). D’altra parte, “molte persone non sono consapevoli del radicalismo occulto dei movimenti per i diritti dei gay; non sanno che la legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso non è ciò che sembra, non si rendono conto di venir raggirate” (p. 27).
Nel primo capitolo si fa stato di una verità negata: “le cause fisiche ossia naturali, biologiche dell’omosessualità non sono state trovate” (p. 31). Segno che non si tratta di “una variante innata della sessualità” (p. 32). E’ altresì evidente che “c’è qualcosa che non funziona bene quando una persona, dotata di un integro apparato anatomico e fisiologico finalizzato alla procreazione, non sente alcuna attrazione per il sesso opposto, in contrasto col 95% del resto della popolazione” (p. 34).
Tutte costatazioni ovvie ma che una intera classe scientifica sottomessa ai diktat dell’Unione Europea e delle lobby vorrebbe censurare, danneggiando in primis proprio gli omosessuali i quali, se vanno capiti e compatiti, vanno pure aiutati a superare la loro condizione, e non ad accettarla. Molti omosessuali infatti ritrovano la via della normalità e si sposano, come nel celebre caso di Luca di Tolve (cf. Ero gay, Città Ideale, 2015).
Uno storico ha scritto che “Nessuna società ha mai accettato l’omosessualità come modo di vivere da preferirsi. In nessun luogo l’omosessualità o la bisessualità sono [stati] considerati in sé auspicabili. In nessun luogo i genitori affermano: non mi importa se mio figlio è eterosessuale o omosessuale” (cit. a p. 34). La costatazione rincuora certo, ma oggi, dopo decenni di crescente lavaggio del cervello, iniziato dal fatidico ’68, c’è da temere che essa sia effimera e anzi già se ne vede il tramonto. Esistono certamente difatti, e non sono pochissimi, i genitori che si farebbero un vanto di avere un figlio gay, così come pare bello avere un amico gay, un insegnante gay, un maestro di vita gay, sicuramente dolce, affidabile, comprensivo, aperto, non violento, santo come nella migliore agiografia quotidianamente propalata dai mass media…
Ma torniamo ai fatti. Nel 2009 il presidente Obama, forse il peggior presidente della storia non luminosa degli Stati Uniti, ha invitato alla Casa Bianca 250 leader gay e ha premiato un loro rappresentante di nome Kameny “per la sua aperta battaglia per il riconoscimento della normalità e della bontà morale” dell’omosessualità (cf. p. 36). Piccolo particolare ignoto ai più: “Dopo la morte di Kameny nel 2011, la sua casa è stata inserita nel National Register of Historic Places, i suoi scritti archiviati nella Biblioteca del Congresso e il suo bottone gay is good è stato messo in mostra nell’American Museum of History (…). Kameny affermava: Godiamoci sempre più migliori e ulteriori perversioni sessuali, qualsiasi sia la loro definizione, tra un numero sempre maggiore di adulti consenzienti […]. Se i rapporti sessuali con animali consenzienti [sic] fanno felice qualcuno, lasciamogli ricercare la sua felicità” (p. 36, n. 7).
Ma cos’è allora l’omosessualità dal punto di vista scientifico?
Per il medico olandese se “il tratto omosessuale non è innato ma acquisito”, esso deriverebbe “da un’insufficiente identificazione di genere, cosa che porta all’isolamento dai compagni dello stesso sesso” (p. 47). Di solito, “la figura paterna, maschile, ha avuto un ruolo troppo piccolo nello sviluppo della personalità del ragazzo e quella materna, femminile (…) nello sviluppo della ragazza” (p. 47). Questo spiegherebbe pure l’aumento odierno dell’omosessualità letta dai propagandisti della sinistra come la prova della fine dei tabù e l’inizio della liberazione sessuale. Invece, è a causa del divorzio e dell’assenza di una figura genitoriale stabile, se non di entrambe, che si ha prima l’allontanamento dal gruppo dei pari (coetanei e co-generi) e poi l’esplosione della devianza.
Van den Aardweg parla dell’importante “dimensione della mascolinità e della femminilità nella personalità” (p. 48), specie nella formazione adolescenziale e pre-adolescenziale. Ma forse è proprio per questo che la devastante ideologia del gender vuole cancellare ogni minima distinzione tra i sessi, colorando a forza le unghie dei maschietti e impedendo alle bambine di identificarsi con le principesse e le fate. Gli ideologi del gender fanno di tutto per avere più gay tra i giovani, così come le femministe spingono la donna ad abortire: tutto è collegato come insegna Papa Francesco…
Il concetto di immagine di sé è qui cruciale”: “Gli uomini gay hanno una percezione limitata della loro mascolinità. Le donne lesbiche hanno una percezione limitata della loro femminilità” (p. 51). Guai quindi a quei genitori ed educatori che annientano forzosamente le differenze naturali e sociali tra i bambini: le gonne, gli anelli, gli smalti, le capigliature e gli sport, sono importanti proprio perché distinguono e quindi identificano. Ma chi odia l’identità stabile e certa fa di tutto per rendere l’essere umano strano e confuso (queer).
La vita vissuta delle coppie gay è trattata dettagliatamente nei capitoli 4, 5 e 6, e preferiamo, per pudore, non riportare nulla onde non scandalizzare i più innocenti tra i lettori. In ogni caso le testimonianze di gay di mezz’età (uomini e donne), a volte malati di Aids o comunque pentiti della loro vita sballata e senza freni, valgono più che tutti i fasulli gay pride dell’universo
Le parole di un attivista gay (a priori da credere poiché secondo la vulgata il gay non mente mai) sono quelle che sinteticamente dicono di più a tutti noi che vogliamo vivere lottare e morire per la verità, per la normalità, per il benessere e la pace nel mondo: “Combattere per il matrimonio tra persone dello stesso sesso e per i suoi privilegi e poi, una volta che esso sia stato concesso, ridefinire completamente l’istituzione del matrimonio, rivendicare il diritto di sposarsi non come un mezzo per aderire ai codici morali della società bensì per sfatare un mito e alterare radicalmente un’istituzione arcaica” (cit. a p. 75). Ecco la ragione del legame profondo tra omosessualismo, progressismo, femminismo, veganismo, liberalismo e individualismo contemporaneo.
Secondo l’Autore, il matrimonio gay è “il primo passo verso la legalizzazione della poligamia” (p. 74) e così sta avvenendo un po’ ovunque, Italia compresa.
L’ultimo capitolo, il dodicesimo, conclude la pregevolissima esposizione, chiedendosi: “Cosa accadrà dopo la legalizzazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso?” (pp. 147-151).
Le conseguenze più immediate, già visibili in paesi precorritori come l’Olanda, il Canada o la Spagna, sono queste: l’adozione di infanti da parte dei gay, l’indottrinamento scolastico dei bambini sui vari matrimoni possibili e le varie famiglie legittime (la più arcaica delle quali è proprio quella biblica formata tra uomo e donna…), l’introduzione di leggi che colpiscano la cosiddetta “omofobia” ossia la preferenza dell’eterosessualità al vizio, l’apertura logica verso la poligamia, la poliandria e la pedofilia (attraverso l’abbassamento costante dell’età del consenso sessuale), la distruzione delle legislazioni pro famiglia, la proibizione della vera scienza psichiatrica sulle devianze e le perversioni, il divieto della cura dell’omosessualità, auspicata invece da un numero crescente di gay distonici, etc. etc.
Che dire quindi ai nostri figli circa i matrimoni gay? In proporzione con la loro età, saper cogliere l’occasione, fornitaci dal diavolo, di far luce sul male, la sua diffusione e la sua pericolosità; ma anche parlar loro della bellezza, della grandezza e la nobiltà del bene il quale, malgrado tutte le caricature e le menzogne ideate dal Sistema, coincide con il vero amore sponsale e con l’unica famiglia voluta dal Creatore.

 

10 agosto 2016

Il paradosso genitale


di Francesco Filipazzi

Poligamia e poliamore: il paradosso genitale

Leggendo il Corriere della Sera, ultimamente si rischia di imbattersi in articoli piuttosto insensati riguardo etica e diritti civili. E' il caso ad esempio dell'odierno "La poligamia non può essere un diritto civile in Italia" di Luigi Manconi, nel quale viene scritto che la poligamia proposta da Hamza Piccardo non è accettabile sotto ogni profilo, perché cozza con la "morale occidentale". Siamo convinti che la lettura dell'articolo indurrà grasse risate nei nostri lettori, poiché le motivazioni che vengono addotte per porre la poligamia al di fuori della "morale occidentale" di fatto pongono al di fuori anche i matrimoni gay, l'utero in affitto e tutta un'altra serie di "diritti civili". Ma l'editorialista evidentemente non se ne accorge. In un primo momento, l'articolo parte dal presupposto che la poligamia sia solo quella di un uomo con molte donne e quindi ciò induca in uno stato di sottomissione il sesso debole. Nel caso di una donna con molti uomini sarebbe comunque sottomissione degli uomini. Quindi poiché una persona non può essere sottomessa ad un'altra persona, apprendiamo che esiste un "principio che non consente il lavoro schiavistico o il commercio degli organi o ogni altra forma di degradazione della dignità personale, anche qualora vi fosse il consenso dei diretti interessati". Non sappiamo se l'editorialista sia d'accordo con la pratica dell'utero in affitto, però le motivazioni che adduce sono le stesse di molti paladini dei diritti civili che sono favorevoli. Dunque, ci chiediamo, quando i ricchi occidentali affittano l'utero di una povera thailandese o ucraina, si rientra nella casistica dello schiavismo o del commercio di organi? E su che base una donna che vuole volontariamente far parte di un harem non potrebbe, mentre una che affitta l'utero a degli sconosciuti sì? Il massimo del ridicolo però si tocca quando viene messa in dubbio l'affermazione di Hamza: "non si capisce perché una relazione tra adulti edotti e consenzienti possa essere vietata, di più, stigmatizzata, di più, aborrita". Che ridere. Un'antica frase dice "si è sempre il Mossad di qualcun altro", in questo caso "si è sempre l'intollerante di qualcun altro". In questo caso i paladini dei diritti civili sono stati colti in fallo. Love is Love solo quando decidono loro.

Il paradosso genitale e il matrimonio a catena

Ebbene, coloro che nel passato hanno vagheggiato il poliamore, oggi vanno in tilt per la poligamia. Dunque se in Canada due o tre uomini vanno a vivere con due o tre donne, non si può dire che è un orgione riconosciuto dallo stato, ma poliamore. Dunque, ci chiediamo. Se venisse fatta una legge sul poliamore, un uomo potrebbe convivere con tante donne, che magari sono bisessuali o lesbiche? Siamo davvero così maschilisti da non cogliere la bellezza di una donna che vive con un marito e tre mogli? Siamo sconvolti dalla paradossale impostazione mentale di questi che pongono sempre il pene al centro di ogni rapporto umano, mentre invece magari esso è solo un contorno. E' un paradosso genitale. Peraltro ci chiediamo su che base, se ad esempio Luca sposasse Anna e poi Lucia, Anna e Lucia non sarebbero poi fra loro mogli? Non si capisce perché non ci possa essere una proprietà transitiva. Un matrimonio a catena. Luca sposa Anna e Lucia. Anna sposa Giovanna e Marco. Lucia sposa Aldo e Vladimir. Dunque Vladimir è marito anche di Luca, Anna, Giovanna e Marco. E se Anna divorzia da Giovanna deve chiedere il consenso a tutti gli altri, altrimenti è divorzio non consensuale e deve dare gli alimenti a tutti. Questa sì che sarebbe una bella riforma del matrimonio. Il matrimonio di massa. Sia ben chiaro, non deve essere la comune orgiastica, ma tutto deve essere regolamentato secondo un contratto firmato di fronte al sindaco. Tutti pagano gli alimenti a tutti. Love is Love.

 

02 agosto 2016

Padre Carpin e la grazia dell’indissolubilità

di Enrico Maria Romano

Il matrimonio è la più antica, la più universale e la più naturale delle istituzioni. La questione della sua indissolubilità (fino alla morte) è qualcosa di così importante e decisivo per le sorti dell’umanità che nessun Sinodo, Concilio, parlamento o enciclopedia universalis può pretendere di esaurire.
In un’epoca segnata dal caos e dal relativismo etico assoluto come la presente, era necessario che anche l’antica e nobile istituzione del matrimonio, sia cristiano sia meramente naturale, fosse banalizzata e messa sotto processo: e così è stato. Di più, negli anni ’70 e ’80 del XX secolo, la gran parte dei paese europei, a volte evangelizzati dagli stessi santi apostoli del Signore, ha legiferato in materia di famiglia contro la venerabile e bimillenaria tradizione cristiana, abbattendo uno dei capisaldi dell’ordine sociale secondo giustizia. Ma il male non muore mai, essendo un tumore del bene (quasi come una parte del tutto che non esaurirà mai il tutto stesso), e così doveva accadere qualcosa di ancor più devastante. I cristiani, e gli stessi cattolici, hanno accettato come normale, come conforme ai tempi nuovi, questa evoluzione (eterogena) del diritto di famiglia, in cui però le assisi del matrimonio biblico sono state scalzate e distrutte (l’indissolubilità certo, ma anche l’eterosessualità, la fecondità, l’autorità del capofamiglia, il divieto della contraccezione, etc. etc.).

Lo studioso domenicano Attilio Carpin, in un ottimo studio di due anni fa (cf. A. Carpin, Indissolubilità del matrimonio. La tradizione della Chiesa antica, ESD, 2014, pp. 298, € 25) offre ai lettori una bella sintesi sul senso, la portata e il valore dell’indissolubilità coniugale, nel contesto del cristianesimo dei primi 500 anni. Il testo di padre Carpin è il classico esempio di studio scritto con acribia scientifica e rigore metodologico, ma altresì accessibile a tutti coloro che sono in possesso delle minime basi teologiche per comprendere le semplici nozioni di matrimonio, sacramento, dogma, sviluppo dottrinale omogeneo, etc. Il prezioso libro ha anche questa piacevole componente per il cattolico più devoto e interiore: mentre la scienza storica e le competenze teologiche dell’autore nello studio dei padri lo aiutano a leggere i brani più difficili e ambivalenti, la sua fede e la sua devozione ne restano rinfrancate dalla bellezza e dall’armonia della dottrina cattolica sul matrimonio. Ed è questa bellezza, profondità e intima coerenza morale che i novatores di tutti i tempi (dai Catari a Lutero fino ai divorzisti odierni…), non sanno scorgere riguardo al santo sacramento nuziale.
Il Carpin ha pubblicato il suo studio in parallelo con l’inizio della riflessione sinodale sulla famiglia, forse temendo che idee peregrine sul prezioso dogma dell’indissolubilità si facessero strada tra i presuli cattolici e in tal senso ha certamente colpito nel segno. Si pensi proprio alla famigerata relazione d’apertura del cardinal Kasper del febbraio 2014 e alle successive (e ambigue) proposte di tanti vescovi della cristianità.
Ma se si segue la ricerca di padre Carpin si nota fin dalle prime pagine che già durante il Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) alcuni prelati, come ad esempio mons. Elias Zoghby, arcivescovo di Nubia, si batterono, con varie argomentazioni, contro l’indissolubilità del matrimonio (cf. pp. 9-10: “…proponerem […] ut terminus indissolubilitate supprimatur”!!).
Nei burrascosi anni post-conciliari vari teologi cattolici scrissero opere più o meno apertamente divorziste (come Victor Pospishl, Joseph Moingt, Giovanni Cereti) e con una argomentazione specifica che ritornerà sempre fino ad oggi: la prassi di tolleranza verso il ripudio e il secondo matrimonio (in francese remariage) da parte della Chiesa antica, almeno fino ad Agostino.
Contro costoro si levò, tra gli altri, il gesuita Henry Crouzel che pubblicò vari studi (su Gregorianum, Civiltà Cattolica, etc.) per dimostrare il contrario di ciò che questi autori pretendevano.
Padre Crouzel sinteticamente appurò che “In definitiva, la quasi unanimità dei primi cinque secoli sul rifiuto di un nuovo matrimonio dopo la separazione coniugale è un dato sicuro. La tolleranza talora dimostrata da alcuni verso questi nuovi matrimoni, conclusi davanti alle istanze civili, non è mai stata una semplice accettazione della loro validità” (p. 19).
Eppure ci furono antichi e autorevoli scrittori ecclesiastici che in alcuni dei loro scritti sembrano avallare sia la teologia del ripudio (considerato obbligatorio per l’uomo a seguito dell’infedeltà muliebre), sia perfino il secondo matrimonio (almeno civile). S. Basilio pare ammettere che l’uomo ripudiato ingiustamente dalla donna possa prendere una nuova compagna senza divenire pienamente adultero, poiché dell’adulterio (materiale) sarebbe colpevole la moglie che lo ha ripudiato (p. 196ss.). L’Ambrosiaster (nel IV secolo) commentando san Paolo scrive così: “Infatti, è permesso al marito di risposarsi, se ha ripudiato la moglie che ha peccato (di fornicazione), poiché il marito non è tenuto a questa norma [della fedeltà] allo stesso modo della moglie” (p. 121). Da questo e da altri rari casi consimili (in Origene per esempio), che ammettevano il ripudio della donna infedele – quasi si fosse trattato di annichilire il sacramento matrimoniale – gli autori divorzisti ne hanno tratto conseguenze inaccettabili che minano la fondatezza biblica e dogmatica dell’indissolubilità (ontologica) delle nozze, anche dopo l’adulterio e la fine della convivenza.
In particolare il teologo italiano Giovanni Cereti, che abbiamo avuto la ventura di conoscere personalmente parecchi anni fa, in un testo del 1977 (Divorzio, nuove nozze e penitenza nella Chiesa primitiva), più volte ristampato e divenuto un baluardo dei divorzisti cattolici, sostiene che, “Dalla fine del secondo secolo sino a tutto il quarto secolo in occidente, ed anche in seguito in oriente, l’uomo che aveva ripudiato la propria moglie adultera e che si era risposato veniva ammesso alla comunione [sia morale nella Chiesa, sia sacramentale] senza dover passare attraverso nessuna forma di penitenza. In altre parole, in questo caso al marito era riconosciuto lecito il passaggio ad un nuovo matrimonio” (p. 263). Lo stesso autore si contraddice però poiché afferma nello stesso suo testo del 1977 anche l’esistenza di una “disciplina penitenziale” per questi casi (cf. p. 274).
Sempre secondo il Cereti poi, “Nessun padre, o scrittore ecclesiastico, nel corso di questo periodo, parla della illiceità delle nuove nozze in questo specifico caso in cui il ripudio è ammesso” (p. 265); “Dal momento che la legge civile [pagana, imperiale] permetteva il nuovo matrimonio, anzi lo imponeva, qualora al cristiano fosse stato viceversa proibito un nuovo matrimonio, sarebbe stato necessario dirlo esplicitamente ed insistervi molto” (p. 266). Tipico argomento detto ex silentio.
Ebbene lo studio del Carpin, autore espertissimo in patristica, specie occidentale, dimostra che si tratta di cavilli escogitati genialmente dal Cereti per far dire alle fonti quello che esse non dicono. Se è vero infatti, per essere chiari e sbrigativi, che il ripudio della donna infedele da parte dell’uomo era considerata una prassi giustificata, è falso che l’uomo tornato “libero” potesse poi contrarre un nuovo matrimonio sacramentale. Le eccezioni che esistono qua e là, valgono come eccezioni e non come prassi o legittimazione della prassi. Anzi, vi sono “varie testimonianze che qualificano come adulteri: 1) l’uomo che si risposa dopo aver ripudiato la moglie adultera; 2) l’uomo che si risposa dopo essere stato abbandonato dalla moglie; 3) la donna che si unisce con un uomo che si trova nei due casi precedenti” (p. 269). Carpin cita in tal senso Erma, Clemente, Ambrogio, Girolamo, Agostino, Isidoro, il Concilio di Cartagine (407) e Innocenzio I.
Sulla liceità cattolica del ripudio, che si basava anche sul ripudio ammesso nell’Antico Testamento, c’è da notare che esso era inteso come “separazione coniugale, ma non come scioglimento del vincolo” (p. 271).
I “digami” di cui si occupò lo stesso Concilio di Nicea (325) contro i rigoristi novaziani, sono da identificarsi coi bigami (sposati due volte contemporaneamente) o coi vedovi risposati (sposati due volte ma diacronicamente)? Per Cereti essi erano coloro che si erano risposati dopo essersi separati dalla prima (vera) moglie, mentre questa era ancora viva e vegeta. E la Chiesa avrebbe chiesto ai novaziani (che non ammettevano il pentimento degli apostati e degli adulteri) di accettare la comunione sia coi lapsi, sia con questi digami. La Chiesa di Nicea però se da un lato ammetteva – con giusta misericordia – il reintegro nella comunione degli apostati (a causa della persecuzione) e di coloro che erano caduti in infedeltà, adulterio e concubinato, lo faceva proprio a seguito del pentimento e della confessione. E questo è uno dei nodi della questione. Questione sempre d’attualità, dopo l’Amoris Laetitia
La Chiesa ha ricevuto da Cristo il potere di perdonare tutti i peccati, anche il peccato di adulterio. Ma ciò non significa (…) affermare che il concilio [di Nicea] intendesse perdonare agli adulteri il loro peccato, approvando il loro matrimonio successivo al divorzio” (p. 278).
Qui dalla teologia morale si passa, come fondamento assiologico implicito, alle ragioni assolute della metafisica. Come Dio onnipotente può tutto tranne ciò che è in sé e per sé contraddittorio in modo insanabile (fare un cerchio quadrato per esempio, resuscitare un vivo o cancellare il passato), così la Chiesa di Dio può cancellare ogni peccato (quanto a gravità dello stesso) ma non può cancellare il peccato in assenza di pentimento. D’altra parte è impossibile essersi pentiti di ciò che si sta compiendo con l’intenzione di ripeterlo indefinitamente in futuro.
“Se l’adulterio è un peccato ed è remissibile [e nessuno lo nega, spero], ciò comporta la conversione della vita. Ma la conversione esige l’abbandono del peccato” (p. 279), altrimenti non c’è conversione.
D’altra parte, come nota finemente il Carpin, “Se la Chiesa si fosse adeguata o si adeguasse perfettamente allo Stato [come chiedono ancora gli eterni novatores, fino ad includere in questo adeguamento anche il matrimonio tra omosessuali, come ha insinuato un domenicano promotore del ‘tomismo gay’], dove starebbe l’originalità della Chiesa rispetto al mondo?” (p. 280).
Purtroppo quando la sintonia col mondo è ritenuta prioritaria rispetto alla fedeltà al Signore è necessario che tutto debba mutare, perfino i fondamenti della religione e della rivelazione.

 

20 aprile 2016

La gioia dell'amore (e del sesso) casto


di Alessi Calò

Domenica scorsa io e mia Moglie siamo stati invitati da un amico sacerdote a portare una testimonianza (per la prima volta) riguardo la sessualità ad un corso di preparazione al matrimonio, corso che avevamo frequentato l'anno prima da fidanzati. La cosa divertente e stimolante dell'invito stava nel fatto che le coppie discenti sono tutte conviventi; per questo il don ci aveva chiesto molta carità nell'esprimerci, conoscendo in particolare la rigidità espressiva di mia Moglie su questi argomenti (al corso frequentato noi l'anno prima eravamo gli unici a praticare la castità nel fidanzamento, e quando si discuteva di queste cose volavano i coltelli).
Sabato pomeriggio quindi, mentre mia moglie preparava la torta da portare all'incontro (io le avevo chiesto di riempirla di ricino per costringere quelle coppie alla castità almeno una notte), mi sono appuntato qualche considerazione circa la bontà della continenza prematrimoniale (che io preferisco definire extramatrimoniale, un termine meno scusante), attingendo a vari opuscoli ed articoli, oltre che alle fonti magisteriali; mia Moglie aveva già diligentemente preparato il suo schemino, che presentava la nostra storia e anticipava alcune mie riflessioni di carattere più generale. Seguendo la vulgata corrente, quella della Chiesa misericordiosa in uscita ospedale da campo che accoglie ecc, ho cercato di utilizzare un linguaggio positivo e propositivo, piuttosto che elencare tutta una serie di condanne che potevano in qualche modo indisporre il pubblico (anche se sarebbe stato bello entrare dicendo "finirete tutti all'inferno maledetti concubini"), ma non per questo ho indorato la pillola. Mi ero anche segnato tutta una serie di obiezioni che sarebbero potute arrivare dal pubblico, invitato da me ad interrompere e contestare (sono per indole un costruttore di ponti, però levatoi).
Domenica quindi, dopo aver richiamato il numero 2350 del Catechismo ("i fidanzati sono chiamati a vivere la castità nella continenza. Messi così alla prova, scopriranno il reciproco rispetto, si alleneranno alla fedeltà e alla speranza di riceversi l'un l'altro da Dio") e pure l'esortazione Amoris Laetitia (non ci credete? Leggete i punti dal 205 al 211 e scoprirete cose interessanti e per certi versi sorprendenti), ho elencato brevemente i principali motivi a favore della castità tra fidanzati: il pericolo che i rapporti sessuali distolgano i fidanzati dal vero dialogo e dalla sana conoscenza reciproca durante un periodo che serve a capire se ci sono le basi per un matrimonio cristiano; l'incoerenza di un linguaggio, quello sessuale, che dice una cosa tipicamente matrimoniale ("sono tutto tuo per sempre, siamo una sola carne") e ne pensa un'altra, non vincolante ("siamo solo fidanzati, se va male liberi tutti"); l'esercizio delle virtù, in questo caso la temperanza (che aiuta la fedeltà ed il rispetto reciproco, allontanando il peccato), in ordine al bene della persona e al raggiungimento della felicità, ovviamente quella celeste.
I discenti erano abbastanza interessati, tanto che hanno anche provato a ribattere con la più classica delle scuse, quella relativa all'impossibilità di conoscersi a fondo senza i rapporti sessuali: "Ma non è meglio conoscersi totalmente convivendo? E se poi nel matrimonio scopri che non c'è compatibilità sessuale?" "Per prima cosa, il rapporto sessuale non è solo chimica o meccanica, ma fa parte del dialogo di coppia e come tale si costruisce e scopre assieme. Inoltre, l'atto sessuale è di per sé generativo e quindi potrebbe comparire un terzo, in una situazione di precarietà che non gioverebbe molto a lui, né alla madre. Infine, per allargare lo sguardo, le persone non sono dei monoliti e nel corso della vita cambiano, così come i rapporti fra le persone, quindi tutto ciò che conosci in qualche mese di convivenza (situazione da evitare perché induce in tentazione) non è indicativo. E non è neanche detto che la conoscenza totale sia positiva: forse è meglio contemplare il proprio coniuge e la bellezza del mistero che esso rappresenta per te" (come in una Santa Messa, avrei potuto continuare, ma mi è venuto in mente ora). Devo dire che il silenzio seguente alla mia risposta che mi ha gasato molto. Vi sono poi stati altri interventi, alcuni dei quali porto all'attenzione perché mi sembrano interessanti, e in qualche modo legati: l'attività sessuale come soddisfazione personale imprescindibile (senza la quale il rapporto non potrebbe continuare) e i metodi naturali come strumenti contraccettivi cristiani ("perchè il preservativo no e i periodi infecondi sì?"). Per quanto concerne il primo punto, va segnalato che nel matrimonio vi è donazione incondizionata di tutto il proprio essere al coniuge in ordine alla sua felicità, quindi la cosiddetta soddisfazione sessuale è un frutto dell'atto e non un mero obiettivo, né una condizione indispensabile; il secondo punto fa invece emergere come vi sia in campo cattolico un travisamento riguardo l'uso dei metodi naturali (leciti in quanto rispettano la natura dell'essere umano, Humanae Vitae n. 16), che andrebbero utilizzati però solo per "gravi motivi" (HV n. 10) e non come routine, dato che la finalità primaria del matrimonio è la procreazione (questione mai messa in dubbio dal Magistero e ripresa con forza da san Giovanni Paolo II, nonostante l'ambiguità di certi documenti del Concilio Vaticano II e successivi), mentre la seconda è il bene dei coniugi (l'aspetto cosiddetto unitivo).
Non so quanto siano trapelate dalle nostre parole la gioia e la bellezza dell'atto sessuale come esclusivo del matrimonio; speriamo almeno di aver proposto una visione alternativa a quella dominante, gettando dei semi che, speriamo, prima o poi fioriranno.

 

11 aprile 2016

Amoris laetitia: la sacralità del matrimonio in discussione?

di Alfredo Incollingo

Molte polemiche ha suscitato la presentazione ufficiale di “Amoris laetitia” l'8 aprile, l'esortazione post - sinoidale di Papa Francesco che chiude i due anni di lavoro del Sinodo sul ruolo della famiglia nel mondo moderno. Un'assise pastorale del tutto straordinaria si potrebbe affermare. Sono stati necessari due anni di discussioni per definire la pastorale sulla famiglia. Dibattiti e tensioni, delezioni e colpi di scena hanno animato i lavori, segno della confusione in cui versa la Chiesa Cattolica nel rapportarsi al mondo. Non una relazione serena, come è evidente, ma un continuo dibattersi tra conformismo e sano anticonformismo. La Verità del Vangelo è stata oggetto di relativizzazioni e continue deroghe. Papa Francesco con questo documento ha chiarito ufficialmente “cosa ne pensa” il Pontefice, il Vicario di Cristo, sulla missione della famiglia. Le sorprese non sono certamente mancate. Si ribadiscono gli insegnamenti del Magistero sui temi “caldi”: rifiuto dell'aborto, dell'eutanasia e delle tante “diavolerie” fatte passare per diritti insostituibili. Fin qui i cattolici possono star tranquilli: la Chiesa è ancora fedele al Vangelo.


La famiglia cristiana è l'unico modello familiare accettato, fondamento della Chiesa e della società. Anche qui non si riscontrano “rivoluzioni” di alcun genere. Le “famiglie omosessuali” sono “out”, ma, come giusto che sia, gli omosessuali non devono essere discriminati.
Eppure queste certezze cattoliche collidono con i paragrafi 296 – 312 sulla questione dei divorziati risposati. Le parole d'ordine sono “integrazione” e “discernimento”. E' chiaro che nessuno deve essere discriminato, ma ciò non toglie che il “peccato mortale” sia tale e lo sia al di là dei singoli sentimentalismi. Ci sono vittime e “carnefici” in queste tristi storie. E' bene riconoscere e consolare gli afflitti e scagliare anatemi contro chi offende. Il cardinale Giacomo Biffi lo ricordava. La Chiesa ha il dovere di guidare e di biasimare così come quello di consolare. Non può prescindere da questi ruoli. La Misericordia non la si concede senza la remissione e la richiesta di perdono. Il “peccato” però se è “mortale”, non lo si può cancellare con deroghe. Piuttosto è necessario chiarire come poter affrontare la condizione dei “divorziati sposati” che oggi non sono casi eccezionali. Equiparare le prime nozze con le seconde (e le terze?) è un passo controproducente. Va bene fare “discernimento”, chiarire i toni e le responsabilità del “fattaccio”, ma integrare con indifferenza è tutto fuorché cattolicità. E' vero che il documento non indica chiaramente la possibilità dell'Eucarestia per i divorziati, ma sono tuttavia paragrafi molto labili nel significato. Travisare non sarà fatto con grandi difficoltà.

Nel pieno relativismo erotico e affettivo la Chiesa dovrebbe ribadire la forza dell'amore come il Vangelo stesso lo ricorda. Il cattolicesimo non ha bisogno di adattarsi al mondo, essa deve sviluppare le Verità del Vangelo. Sviluppo che non deve portare al conformismo, ma all'esplicitazione degli insegnamenti cristiani. Cristo sulla famiglia nel Vangelo di Marco è stato molto chiaro: “L'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola”, “Quello dunque che Dio ha unito, l'uomo non lo separi”.
Il cattolicesimo ha ulteriormente definito questi insegnamenti nel suo Magistero. Una lunga riflessione che ha portato nell'XI secolo a stabilire il Sacramento matrimoniale come noi ancora lo celebriamo. Non è solo un patto civile, verso la società, secondo il diritto romano, ma un legame d'amore, egualitario, consensuale e santo. Il matrimonio diviene l'immagine dell'unione mistica tra l'uomo e Dio, tra il fedele e la Chiesa. L'uomo e la donna divisi divengono nel matrimonio una cosa sola. Il collante è l'amore e questo non è egoistico e “privato”, ma aperto alla vita, quindi alla procreazione.
Dunque la Chiesa, invece che “ergersi in piedi tra le rovine”, come faro di speranza, tende a “trasformarsi in rovina”?