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26 agosto 2019

Guai a chi critica il Vangelo immigrazionista

di Giuliano Guzzo
E’ polemica per le parole di don Donato Piacentini, il parroco del comune in provincia di Frosinone che poche ore fa, in occasione della festa patronale di San Rocco, ha pronunciato un’«omelia anti-migranti». Questo stando ai media. Sì, perché in realtà il sacerdote, consapevole di prendere una posizione scomoda e destinata a far rumore («voglio essere polemico»), non ha tuonato contro i migranti tout court, limitandosi a fare un accenno a «persone che hanno telefonini o catenine e catene al collo e che dicono di venire dalle persecuzioni» ed esortando tutti a ricordarsi dei poveri che abbiamo accanto, nel nostro stesso paese o quartiere, che mai si guadagnano le prime pagine o le parole dei leader europei. Un ragionamento che si può giudicare inopportuno e che naturalmente si può rigettare: ma parlare di «omelia anti-migranti», ecco, è un tantino eccessivo.

Ciò nonostante, don Donato è finito nel mirino dei vari Enrico Mentana e la stessa diocesi l’ha scaricato, con monsignor Gerardo Antonazzo, vescovo di Sora, che ha parlato di «discutibili scelte personali». Ora, senza voler elevare questo parroco a martire, non si può non rimanere colpiti dalla solerzia con cui è stato ripreso, finendo in una polemica di livello nazionale. Una constatazione cui ne affianchiamo un’altra: sarebbe bello che tutte le volte che certi sacerdoti scivolano in esternazioni non «discutibili», ma proprio contrarie anzi opposte al magistero – pensiamo ad uscite permissive nei confronti della morale, a strambe rivisitazioni della storia di Gesù, elevato ora ad hippie ora a migrante ante litteram, fino a ammiccamenti verso le rivendicazioni Lgbt (tutte cose che si ascoltano con preoccupante frequenza) -, ebbene sarebbe bello, dicevamo, che tutto ciò destasse analoga indignazione.

Invece non succede. Al contrario accade che si possa osannare l’abortista Marco Pannella, far affrescare chiese con personaggi Lgbt, farsi immortalare sorridenti con esponenti di Arcigay, dare insomma pubblico scandalo si sarebbe detto una volta, e passare come pastori trendy, aperti, dialoganti. Ma se si mette in discussione il vangelo immigrazionista – ossia la tesi secondo cui chi viene traghettato in Italia dalle Ong è ipso facto vittima innocente delle peggiori crudeltà, se non già in odore di santità -, ecco, se lo si fa son guai. Il che pone tutta una serie di dubbi. Per esempio, il Catechismo della Chiesa cattolica, che stabilisce per gli stranieri non la possibilità bensì il preciso dovere di «rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, di obbedire alle sue leggi, di contribuire ai suoi oneri» (CCC, 2241), come lo si deve intendere, come un testo viziato da sovranismo?

E san Daniele Comboni, che chiedeva di «salvare l’Africa con l’Africa» – tanto da scriverci pure un apposito piano e da presentarlo, nel 1864, al Prefetto di Propaganda Fide, il cardinale Alessandro Barnabò -, può essere ancora citato o meglio di no per non legittimare il triviale «aiutiamoli a casa loro»? E il cardinale Giacomo Biffi che, a proposito di accoglienza di immigrati, spiegava che «in una prospettiva realistica, andrebbero preferite (a parità di condizioni, soprattutto per quel che si riferisce all’onestà delle intenzioni e al corretto comportamento) le popolazioni cattoliche o almeno cristiane» (30.9.2000)? E’ ancora considerabile un autore degno o meglio dedicarsi, da cristiani, alla lettura dei Saviano e delle Murgia? Si chiede tutto ciò, chiaramente, non per negare l’importanza dell’accoglienza del prossimo o dello straniero in quanto tale, ci mancherebbe, ma solo per capire se il vangelo immigrazionista sia ancora criticabile oppure se, come ultimamente pare, sia ormai da preferirsi all’originale.


 

16 agosto 2019

Cardinale Arinze: meglio che una persona resti nella propria terra

"Non illudete i giovani, in Europa i soldi non crescono sugli alberi. L'Europa e l'America possono essere di grande aiuto non incoraggiando i giovani ad arrivare come se in Europa trovassero il paradiso, un posto dove i soldi crescono sugli alberi, ma aiutando i loro Paesi". Lo dichiara il cardinale Arinze a Catholic Herald. "Ogni governo - ha proseguito l'87enne porporato - deve capire quante persone può accogliere. Non solo l'ingresso ma l'alloggio, il lavoro, la famiglia, l'inserimento culturale".

"È meglio che una persona resti nella propria terra – paese, città, area – e lavori lì. In generale, non possiamo negare a una persona il diritto di cercare un'altra area in cui avrà più pace, o anche più istruzione, cultura o opportunità economiche". Ma sui migranti tutti si devono interrogare: "Qual è il loro futuro: lavoro, vita familiare, cultura, religione? Pensate a tutto questo, sono le considerazioni da fare quando citiamo la parola migrante. Dobbiamo comunque ringraziare chi è gentile con i migranti, chi li accoglie. È l'insegnamento di Cristo, secondo la Bibbia. Senza perdere di vista le precedenti considerazioni".
 

16 gennaio 2019

I vescovi tornino ragionevoli sull'immigrazione

di Francesco Filipazzi
Recentemente si sono alzate alcune voci ecclesiastiche interessanti, riguardo il problema dell'immigrazione.

Su la Verità è intervenuto mons. Crepaldi, Vescovo di Trieste:  "Bisogna distinguere tra le situazioni di fatto e quelle di diritto. Può darsi che il fenomeno delle migrazioni di fatto continui, ma nessuno può dire che sia di per sé un bene. [...] I vescovi dell'Africa invitano i loro giovani  a non emigrare, e la dottrina sociale della Chiesa dice che esiste prima di tutto un diritto a "non emigrare" e a rimanere nella propria nazione e presso il proprio popolo. Del resto, si sa che dietro la marea migratoria si celano molti interessi anche geopolitici. Le migrazioni quindi non sono un bene in sé. Dipende se servono il bene dell'uomo o no".Inoltre, dice Crepaldi: "L'evangelizzazione e la promozione umana vanno insieme. Questo vuol dire anche che la promozione umana non può sostituire l'evangelizzazione. Accogliere e integrare può essere un obiettivo della politica, ma la Chiesa ha un obiettivo che va oltre: annunciare Cristo. Ritengo che oggi ci sia la tentazione a fermarsi prima dell'annuncio ". 

Dice mons. Michele Crociata, siciliano e studioso dell'Islam (da non confondere con il vescovo di Latina, Mariano Crociata), a la Fede quotidiana: "Per la Chiesa effettivamente lo straniero non esiste e siamo tutti uguali davanti a Dio, senza distinzioni. Per cui giustamente la Chiesa ragiona seguendo i suoi postulati. Tuttavia, quello migratorio è un fatto che va guidato dallo Stato e dalle sue leggi e dunque la Chiesa non può e non deve interferire  senza indicare allo Stato come gestire questo fenomeno, non le compete. Aggiungo che il Catechismo della Chiesa dice espressamente che si  fa carità e dunque si accoglie, secondo le reali ed effettiva disponibilità. [...] Inoltre uno Stato che si rispetti deve avere  cautela nel valutare e controllare chi entra, chi è e da dove viene, se ne ha diritto”.

Da notare anche la posizione sull'Islam (ricordiamo che Francesco sta per recarsi in Marocco dove ci si aspetta che darà fondo al peggior armamentario ecumenista). A domanda del giornalista sulla posizione dell'attuale pontefice, mons. Crociata risponde: "Mi sorprende che non abbiamo mai definito come islamico il terrorismo quando rivendicato e compiuto nel nome di quel credo. Probabilmente, venendo dall’Argentina, non conosce bene l’ islam o mantiene una linea di prudenza estrema".
(Intervista che invitiamo a leggere per intero qui).

Obiezione di coscienza?
Recentemente il cardinal Bagnasco ha evocato l'obiezione di coscienza riguardo il decreto sicurezza e le novità introdotte dal governo sull'immigrazione. Dice il presidente dei vescovi europei e arcivescovo di Genova che i sindaci "dovranno prendere le loro decisioni, verificarle ai livelli giusti. L’obiezione di coscienza è un principio riconosciuto. Ognuno prenderà le proprie decisioni, nel rispetto naturale dell’ordinamento".
Invocare l'obiezione di coscienza è una mezza assurdità, perché questo diritto la Chiesa lo ha sempre invocato in ambito di principi non negoziabili, principalmente su aborto ed eutanasia, dove c'è di mezzo la vita umana e l'opinione cattolica è univoca e dettata da verità di fede incontrovertibili. Va inoltre detto che Salvini pronunciò parole molto simili in occasione della legge Cirinnà, ma non ci pare che l'episcopato lo sostenesse.
Il buon Bagnasco, che su questo blog abbiamo spesso sostenuto, ha purtroppo forzato uno slittamento semantico che risulta improprio. Si parla di slittamento semantico quando nel corso dei decenni una parola evolve nel significato. L'obiezione di coscienza passa in questo caso dall'essere la pratica per cui non si accetta una legge assolutamente sbagliata ad essere il rifiuto di una legge che semplicemente non piace.
Eppure sulla questione dell'immigrazione la Chiesa ha sempre avuto una posizione estremamente prudente, o meglio ce l'aveva fino a qualche anno fa, prima dell'era PapaFrancesco.

Ad oggi, va sottolineato, una parte preponderante dell'episcopato africano denuncia l'emigrazione delle energie migliori come l'ennesimo impoverimento che inficerà il futuro del continente. Un'operazione coloniale bella e buona. Sarebbe ora che in Italia si recuperi l'antica ragionevolezza che, per fortuna, non è scomparsa del tutto.


 

18 dicembre 2018

Che solfa, il presepe immigrazionista

di Giuliano Guzzo
Oh no, pure qui. Dopo quello dello scorso anno a Castenaso, paese alle porte di Bologna, e quello allestito pochi giorni fa alla Casa della Carità di via Brambilla, a Milano, pure a Trento – evviva l’originalità – è approdato un presepe immigrazionista, con Giuseppe, Maria e il Bambinello su una zattera avvistata alla chiesa del Santissimo, in corso Tre Novembre. La strumentalizzazione è chiara ed è altrettanto chiaro che di immigrazione, ormai, sermoneggiano tutto l’anno le Ong, il sindaco di Riace, Baobab Experience, padre Zanotelli, Saviano, Emma Bonino, Laura Boldrini, Sergio Mattarella, Roberto Fico, Pamela Anderson, eccetera.

Invece di Gesù Bambino si parla solo adesso, quando ancora se ne parla: è troppo chiedere di tenere distinte le cose? Si deve sempre e comunque buttarla in politica? Dopotutto, il presepe è invenzione di san Francesco d’Assisi, che in tema di povertà era leggermente più credibile di chi oggi fa l’accogliente, sì, ma con i quartieri degli altri. Eppure manco il Poverello sentì il bisogno di fare del Natale un manifesto di accoglienza, sapendo che come segno d’Amore già basta e avanza: pretendiamo di saperne forse più di lui? Chiedo, sapendo che non avrò risposte. Poco male. L’unica Risposta di cui davvero ho bisogno m’arriva, in silenzio, dal mio presepino in legno.


 

26 luglio 2018

Quando il buon gusto va in ferie

di Giorgio Enrico Cavallo
È tempo di vacanze, e nella redazione di Famiglia Cristiana anche il buon gusto deve essere andato in ferie. Solo così si può spiegare l’inappropriata (eufemismo) copertina del settimanale dei Paolini, che arriva a paragonare il ministro degli Interni Matteo Salvini nientemeno che a Satana. Anche la reductio ad Hitlerum, ormai, sembra poca cosa: dopo l’equiparazione del vicepremier italiano al dittatore tedesco fatta da molti giornali, con il titolone “Vade retro Salvini” Famiglia Cristiana contribuisce a scavare ancora di più il baratro nel quale si è cacciato il giornalismo cattolico italiano e, in buona parte, nel quale si è gettata la Chiesa Cattolica. Lo stato dell’arte è ben riassunto dal diretto interessato che, di fronte a questo violento attacco frontale da parte di un settimanale cattolico, ha commentato: «Chi fa quella copertina vada all'Espresso o a la Repubblica, da loro me l'aspetto ma non da Famiglia Cristiana». Ed ha ragione. Perché ci si aspetterebbe un tale livello di astio e di livore principalmente dai quotidiani della sinistra immigrazionista, che ha trovato nei cosiddetti migranti una nuova bandiera ideologica.

Ma un insulto sfacciato e inelegante come questo no, non ce lo si aspettava proprio da un settimanale cattolico. «Niente di personale o ideologico – precisa però il settimanale dei Paolini - si tratta di Vangelo». Ah, grazie tante, allora è tutto normale. Perché è evidentemente evangelico “sbattere il mostro in prima pagina” e denigrare sfacciatamente chi la pensa in modo diverso, tanto più se si tratta del ministro di una nazione; ministro – occorre ricordarlo – votato e giunto al potere per espressione popolare: dunque, giusto per sapere, il “vade retro” si potrebbe estendere anche ai milioni di elettori della Lega, secondo Famiglia Cristiana? Ed è cristiano manipolare il Vangelo per denigrare una persona? Un giornalismo di questo tipo può ancora definirsi cristiano? A prescindere dalle opinioni che ognuno può legittimamente avere sulle politiche di Matteo Salvini, è necessario constatare che la Chiesa Cattolica si sia espressa fin troppo in questi anni a favore dell’immigrazionismo. Accoglienza è diventata una delle parole d’ordine dell’ultimo pontificato, ed è stata recepita fin troppo bene dal giornalismo cattolico.

Il rischio è sotto gli occhi di tutti: il messaggio di Cristo e della Chiesa Cattolica è ormai passato ampiamente in cavalleria, lasciando il posto ad una partigianeria pro-immigrazione che non lascia presagire niente di buono; perché non si può e non si deve appiattire l’azione della Chiesa alla sola protezione degli immigrati. La Chiesa ha essenzialmente compiti spirituali, deve puntare alla salvezza delle anime e, sì, secondariamente può impegnarsi anche nella carità e nella tutela dei più deboli. Perché la Chiesa è nata per l’anima dell’uomo, non per essere una succursale delle onlus. Perché la Chiesa deve fuggire gli scandali e deve dare il buon esempio, al servizio della Verità; mentre un buon numero di vescovi, sacerdoti, associazioni e giornali cattolici sembra preferire la via della provocazione, piegando addirittura il Vangelo al servizio della propria partigianeria. Nemmeno l’Italia fosse retta da una feroce dittatura.
Invece, l’Italia sta cercando di fare chiarezza in un fenomeno ben poco limpido quale è l’immigrazione dall’Africa. Al contrario: è evidente che le Ong stanno cercando in ogni modo di mettere i bastoni tra le ruote al governo italiano, e sappiamo bene che molte di esse ricevono finanziamenti a pioggia da realtà non esattamente vicine alla Chiesa (basti il nome di George Soros). Pare evidente che il maleducato tifo da stadio contro Salvini e la sua politica non soltanto non è cristiano, ma è anche incredibilmente ingenuo (altro eufemismo) perché chi volesse davvero prendere le difese dei migranti dovrebbe cercare di arginare il fenomeno dell’immigrazione (magari ascoltando i numerosi vescovi africani…) e non applaudire le Ong. Appare evidente che in tutto ciò ci sia qualcosa che non quadra. Ma, al di là di indagare i veri motivi dell’interesse quasi ossessivo che la Chiesa contemporanea dedica al problema migratorio, noi ci poniamo delle ultime, serissime domande: quali rischi comporterà l’appiattimento del messaggio cristiano alla sola retorica dell’accoglienza incontrollata? Non è che, alla lunga, l’appropriazione da parte della Chiesa Cattolica di tematiche care alla sinistra, ai faccendieri come Soros e ai poteri mondialisti finirà per annacquare (e infine annullare) il messaggio di Cristo? Noi preghiamo che ciò non accada, ma i segnali che arrivano giorno dopo giorno non sono incoraggianti.



 

09 luglio 2018

Documento. Noi invece ci stiamo

Rimbalza in rete e noi condividiamo.
(da MarcoTosatti.it)
Indirizzandomi a voi, signore e signori che vi riunite in questo luogo da oltre trent’anni, ora, in nome del primato delle realtà culturali del luogo, delle comunità umane, dei popoli e delle nazioni, vi dico: vigilate, con tutti i mezzi a vostra disposizione, su questa sovranità fondamentale che possiede ogni nazione in virtù della sua propria cultura. Proteggetela come la pupilla dei vostri occhi per l’avvenire della grande famiglia umana. Proteggetela! (Giovanni Paolo II, discorso all’ONU, giugno 1980)

Riferendoci alle parole di Giovanni Paolo II che ci invitano a favorire il radicamento geografico e culturale dei popoli come antidoto alle politiche di stampo laicista funzionali a taluni interessi economici e finanziari, desideriamo prospettare qui un punto di vista diverso e integrativo rispetto a quella espresso da alcuni vescovi cattolici firmatari dell’appello di Pax Christi: tale appello è avverso le decisioni del governo italiano sulla questione immigratoria.
Una quota significativa di cattolici, che qui idealmente rappresentiamo, tuttavia la pensa diversamente.

Non vorremmo infatti che la posizione di Pax Christi, certamente rispettabile, sia percepita come esaustiva dell’intero mondo cattolico il quale invece sul tema presenta posizione ben diverse, se non decisamente divergenti.
A differenza di quanto sostenuto nella lettera pubblicata da Pax Christi dal titolo “Noi non ci stiamo” altri laici cattolici riguardo la questione immigratoria, invece ci stanno nel senso che condividono le decisioni prese a questo proposito da taluni ministri di cui non temiamo di fare nomi e cognomi: il ministro Salvini e il ministro Toninelli in particolare.
Dunque noi invece ci stiamo perché non possiamo restare inattivi ad osservare come scriteriate politiche immigratorie non aliene peraltro da probabilissime connotazioni affaristiche, rischino di provocare una serie di conseguenze negative sia sul piano dell’allarme sociale, sia sul livello dei salari, sia sulla qualità dei servizi erogati dallo stato, sia ovviamente sul benessere psicofisico degli immigrati che quasi sempre transitano da una condizione di povertà all’altra senza nulla risolvere dei problemi che li hanno indotti ad emigrare.
Inoltre:

noi ci stiamo perché vogliamo porre fine alle deportazioni da una sponda all’altra del Mediterraneo come hanno numerose volte invitato a fare anche vescovi africani. I quali tuttavia quando si dibatte di problemi legati all’emigrazione trovano scarsa udienza in Vaticano, forse perché sono già disponibili altri esperti in materia di orientamento laicista come dimostra la loro abituale frequentazione con alcuni esponenti della chiesa cattolica;
noi ci stiamo perché il diritto a non emigrare deve prevalere sul diritto ad emigrare per due motivi: primo perché il diritto a non emigrare è una indicazione posta da Benedetto XVI, personalità da noi altamente stimata; secondo perché il presunto diritto a emigrare in realtà non è un diritto, ma è un obbligo di cui gli emigranti farebbero volentieri a meno se solo qualcuno li aiutasse a restare nello loro terre come peraltro la chiesa si è impegnata a fare per secoli tramite le sue missioni;
noi ci stiamo perché vogliamo evitare clamorosi fraintendimenti sul significato della parola “aiutare”: “aiutare” infatti non significa sostituire ai desideri dell’aiutato le categorie mentali dell’aiutante, ma al contrario considerare le soluzioni che l’aiutato stesso ha elaborato come soluzione ai suoi problemi. Nel caso specifico alla domanda se preferirebbero vivere dignitosamente nella loro terra o essere costretti a emigrare la stragrande maggioranza degli immigrati non avrebbe dubbi a preferire la prima soluzione. Ed è a vantaggio di essa che noi tutti ci dobbiamo adoperare senza pretendere di imporre razzisticamente le nostre soluzioni sovrapponendole a quelle ideate da chi di aiuto è bisognoso;
noi ci stiamo perché preferiamo affrontare il problema migratorio in termini di cooperazione e collaborazione cioè in una prospettiva strutturale molto più che in termini di assistenzialismo cioè in un’ottica emergenziale;
noi ci stiamo perché, come correttamente dichiara il catechismo della chiesa cattolica al numero2241:
Le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere, nella misura del possibile, lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita, che non gli è possibile trovare nel proprio paese di origine. I pubblici poteri avranno cura che venga rispettato il diritto naturale, che pone l’ospite sotto la protezione di coloro che lo accolgono. Le autorità politiche, in vista del bene comune, di cui sono responsabili, possono subordinarel’esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche, in particolare al rispetto dei doveri dei migranti nei confronti del paese che li accoglie. L’immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri.

Siamo peraltro convinti che proprio dei vescovi cattolici non vogliano venir meno ai precetti del catechismo che, come sappiamo, altro non è se non il compendio degli insegnamenti del magistero cattolico che, in quanto tale, deve prevalere su qualsiasi opinione personale di qualsivoglia vescovo o prelato;
noi ci stiamo semplicemente perché occorre conservare l’esame di realtà il quale ci obbliga a considerare che un processo immigratorio massiccio e fuori controllo anziché favorire la pace fomenta il conflitto specialmente se le sue conseguenze negative ricadono su fasce della popolazioni autoctone già in condizioni di grave precariato materiale e psicologico;
noi ci stiamo perché non è chiaro per quale oscuro motivo l’Italia debba sobbarcarsi un problema così enorme nell’indifferenza della quasi totalità dei paesi UE che solo recentemente e solo grazie alla prese di posizione del vigente governo, hanno cominciato ad agire;
noi ci stiamo ed oltre a starci ci domandiamo come mai alcune realtà cattoliche accusino di scarsa sensibilità il governo italiano mentre non si sentono in dovere di dire una sola parola sul disimpegno di altre nazioni europee che fino a ieri rifiutavano sistematicamente qualsiasi ingresso sul loro territorio sia da confini marittimi che terrestri. Non vorremmo che tali disparità di trattamento dipendano da posizioni ideologiche preconcette;
noi ci stiamo perché vogliamo che il nostro massimo impegno dedicato al dramma emigratorio sia affrontato in termini di razionalità giacché è noto come solo da una considerazione razionale dei problemi scaturisce anche la sensibilità necessaria per risolverli; viceversa un approccio solo emotivo rende opaca la capacità di trovare soluzioni efficaci.
Sensibilità ed emotività sono due aspetti psicologici che per quanto siano apparentemente analoghi, differiscono profondamente.

Sarebbe infine auspicabile denunciare con forza anche e soprattutto la cause endogene che determinano la fuga dai luoghi natii di masse sempre più sterminate di persone fra cui, oltre alla fame e alla guerra, dobbiamo annoverare l’inettitudine e corruzione di alcuni governi dei paesi di provenienza di cui si parla molto meno di quanto si parli della presunta insensibilità di quelli di arrivo.
Concludiamo questa nostra nella speranza che lo stesso vigore, lo stesso impegno, la stessa volizione investita a proposito della questione immigratoria possa essere impiegata da tutto il mondo cattolico anche su altri fronti che molti credenti laici ritengono di pressante urgenza quali, ad esempio, la tutela della famiglia naturale, l’aborto, le nuove povertà che affliggono gli italiani bianchi o neri che siano, l’invadenza di istanze laiciste militanti nel determinare gli orientamenti etici del paese ormai da vari anni, la vigilanza sulla correttezza dottrinale di certi pastori.
E a proposito di accoglienza non cesseremo mai di operare con la massima energia perché pure gli altri argomenti da noi indicati come prioritari siano anch’essi accolti.
Firmato

Un gruppo di cattolici cattolici.

 

Buonisti col Rolex

di Giuliano Guzzo
Tutti contro Gad Lerner, che per fermare «l’emorragia di umanità» sul tema dei migranti, ha aderito a #magliettarossa, appello condiviso da Laura Boldrini (male), facendosi immortalare con una camicia rossa sul suo terrazzo a Portofino, con tanto Rolex in vista (malissimo). Stranamente, infatti, sul web molti non hanno trovato il grido di dolore portifinese del giornalista credibile, riservandogli di conseguenza gli epiteti che potete immaginare. E dire che bastava poco per intravedere nella camicia rubino sfoggiata dal Nostro, chiaramente uno straccio rimediato al mercato, tutta la sua lacerante contrizione per i disperati del globo.

Inoltre a Lerner andrebbe pure riconosciuta l’originalità di essersi fatto trovare a Portino anziché nella solita Capalbio. Battute a parte, è evidente che il problema non sta tanto nella condizione, non proprio trascurata, dell’incauto conduttore televisivo che, come l’orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno, avrebbe potuto pure imbroccarne una: mai dire mai. Il punto sta nella siderale distanza in cui alcuni, a loro insaputa, si trovano quando non solo dimenticano il nervosismo popolare su temi come quello dell’immigrazione, ma seguitano a stazionare sul loro pulpitino dorato, beati e moraleggianti, come nulla fosse. E non si rendono conto d’esser diventati buonisti col Rolex.


 

16 giugno 2018

L'innocente Salvini urlò; "Ma il re è senza vestiti!"

Le fiabe di Andersen sono spesso una spiegazione romanzata di vizi e virtù umane. Negli ultimi giorni la vicenda dell'Aquarius ha richiamato un po' la fiaba dei "Vestiti nuovi dell'Imperatore". Tutta Europa sapeva che non si può sostenere un flusso migratorio di centinaia di migliaia di persone all'anno, ma nessuno osava dirlo, per pudore, per non essere tacciato di nazismo, razzismo, xenofobia o, semplicemente, per conformismo. Salvini, diventato ministro dell'Interno, ha semplicemente detto un'ovvietà, subito seguito da una buona fetta di governanti europei. 
Riproponiamo la fiaba. Il finale del re che, essendosi spinto troppo in là non può smettere di sfilare, rimane paradigmatico. Proseguirà fino alla fine, sapendo però di essere stato scoperto e che tutto il popolo parlerà del suo pacco negli anni a venire. In realtà i re nostrani sembrano tutti corsi a coprirsi, ma ormai abbiamo visto tutto.
(F.F)

Il vestito nuovo dell'Imperatore

da Racconti e Fiabe di Andersen
C'era una volta un imperatore che amava così tanto la moda da spendere tutto il suo denaro soltanto per vestirsi con eleganza. Non aveva nessuna cura per i suoi soldati, né per il teatro o le passeggiate nei boschi, a meno che non si trattasse di sfoggiare i suoi vestiti nuovi: possedeva un vestito per ogni ora del giorno, e mentre di solito di un re si dice: "È nella sala del Consiglio", di lui si diceva soltanto: "È nel vestibolo".
Nella grande città che era la capitale del suo regno, c'era sempre da divertirsi: ogni giorno arrivavano forestieri, e una volta vennero anche due truffatori: essi dicevano di essere due tessitori e di saper tessere la stoffa più incredibile mai vista. Non solo i disegni e i colori erano meravigliosi, ma gli abiti prodotti con quella stoffa avevano un curioso potere: essi diventavano invisibili agli occhi degli uomini che non erano all'altezza della loro carica, o che erano semplicemente molto stupidi.
"Quelli sì che sarebbero degli abiti meravigliosi!", pensò l'imperatore: con quelli indosso, io potrei riconoscere gli incapaci che lavorano nel mio impero, e saprei distinguere gli stupidi dagli intelligenti! Devo avere subito quella stoffa!".
E pagò i due truffatori, affinché essi si mettessero al lavoro.
Quei due montarono due telai, finsero di cominciare il loro lavoro, ma non avevano nessuna stoffa da tessere. Chiesero senza tanti complimenti la seta più bella e l'oro più brillante, se li misero in borsa, e continuarono a così, coi telai vuoti, fino a tarda notte.
"Mi piacerebbe sapere a che punto stanno con la stoffa!", pensava intanto l'imperatore; ma a dire il vero si sentiva un po' nervoso al pensiero che una persona stupida, o incompetente, non avrebbe potuto vedere l'abito. Non che lui temesse per sé, figurarsi: tuttavia volle prima mandare qualcun altro a vedere come procedevano i lavori.
Nel frattempo tutti gli abitanti della città avevano saputo delle incredibili virtù di quella stoffa, e non vedevano l'ora di vedere quanto stupido o incompetente fosse il proprio vicino.
"Manderò dai tessitori il mio vecchio e fidato ministro", decise l'imperatore, "nessuno meglio di lui potrà vedere che aspetto ha quella stoffa, perché è intelligente e nessuno più di lui è all'altezza del proprio compito".
Così quel vecchio e fidato ministro si recò nella stanza dove i due tessitori stavano tessendo sui telai vuoti. "Santo cielo!", pensò, spalancando gli occhi, "Non vedo assolutamente niente!"
Ma non lo disse a voce alta.
I due tessitori gli chiesero di avvicinarsi, e gli domandarono se il disegno e i colori erano di suo gradimento, sempre indicando il telaio vuoto: il povero ministro continuava a fare tanto d'occhi, ma senza riuscire a vedere niente, anche perché non c'era proprio niente.
"Povero me", pensava intanto, "ma allora sono uno stupido? Non l'avrei mai detto! Ma è meglio che nessun altro lo sappia! O magari non sono degno della mia carica di ministro? No, in tutti casi non posso far sapere che non riesco a vedere la stoffa!"
"E allora, cosa ne dice", chiese uno dei tessitori.
"Belli, bellissimi!", disse il vecchio ministro, guardando da dietro gli occhiali. "Che disegni! Che colori! Mi piacciono moltissimo, e lo dirò all'imperatore."
"Ah, bene, ne siamo felici", risposero quei due, e quindi si misero a discutere sulla quantità dei colori e a spiegare le particolarità del disegno. Il vecchio ministro ascoltò tutto molto attentamente, per poterlo ripetere fedelmente quando sarebbe tornato dall'imperatore; e così fece.
Allora i due truffatori chiesero ancora soldi, e seta, e oro, che gli sarebbe servito per la tessitura. Ma poi infilarono tutto nella loro borsa, e nel telaio non ci misero neanche un filo. Eppure continuavano a tessere sul telaio vuoto.
Dopo un po' di tempo l'imperatore inviò un altro funzionario, assai valente, a vedere come procedevano i lavori. Ma anche a lui capitò lo stesso caso del vecchio ministro: si mise a guardare, a guardare, ma siccome oltre ai telai vuoti non c'era niente, non poteva vedere niente.
"Guardi la stoffa, non è magnifica?", dicevano i due truffatori, e intanto gli spiegavano il meraviglioso disegno che non esisteva affatto.
"Io non sono uno stupido!", pensava il valente funzionario. "Forse che non sono all'altezza della mia carica! Davvero strano! Meglio che nessuno se ne accorga!" E così iniziò anche lui a lodare il tessuto che non riusciva a vedere, e parlò di quanto gli piacessero quei colori, e quei disegni così graziosi. "Sì, è davvero la stoffa più bella del mondo", disse poi all'imperatore.
Tutti i sudditi non facevano che discutere di quel magnifico tessuto. Infine anche l'imperatore volle andare a vederlo, mentre esso era ancora sul telaio. Si fece accompagnare dalla sua scorta d'onore, nella quale c'erano anche i due ministri che erano già venuti, e si recò dai due astuti imbroglioni, che continuavano a tessere e a tessere... un filo che non c'era.
"Non è forse 'magnifique'?", dicevano in coro i due funzionari; "Che disegni, Sua Maestà! Che colori!", e intanto indicavano il telaio vuoto, perché erano sicuri che gli altri ci vedessero sopra la stoffa.
"Ma cosa sta succedendo?", pensò l'imperatore, "non vedo proprio nulla! Terribile! Che io sia stupido? O magari non sono degno di fare l'imperatore? Questo è il peggio che mi potesse capitare!"
"Ma è bellissimo", intanto diceva. "Avete tutta la mia ammirazione!", e annuiva soddisfatto, mentre fissava il telaio vuoto: mica poteva dire che non vedeva niente! Tutti quelli che lo accompagnavano guardavano, guardavano, ma per quanto potessero guardare, la sostanza non cambiava: eppure anch'essi ripeterono le parole dell'imperatore: "Bellissimo!", e gli suggerirono di farsi fare un abito nuovo con quella stoffa, per l'imminente parata di corte.
"'Magnifique'!, 'Excellent'!", non facevano che ripetere, ed erano tutti molto felici di dire cose del genere.
L'imperatore consegnò ai due imbroglioni la Croce di Cavaliere da tenere appesa al petto, e li nominò Grandi Tessitori.
Per tutta la notte prima della parata di corte, quei due rimasero alzati con più di sedici candele accese, di modo che tutti potessero vedere quanto era difficile confezionare i nuovi abiti dell'imperatore. Quindi fecero finta di staccare la stoffa dal telaio, e poi con due forbicioni tagliarono l'aria, cucirono con un ago senza filo, e dissero, finalmente: "Ecco i vestiti, sono pronti!"
Venne allora l'imperatore in persona, coi suoi più illustri cavalieri, e i due truffatori, tenendo il braccio alzato come per reggere qualcosa, gli dissero: "Ecco qui i pantaloni, ecco la giacchetta, ecco la mantellina..." eccetera. "Che stoffa! È leggera come una tela di ragno! Sembra quasi di non avere indosso nulla, ma è questo appunto il suo pregio!"
"Già", dissero tutti i cavalieri, anche se non vedevano niente, perché non c'era niente da vedere.
"E ora", dissero i due imbroglioni, se Sua Maestà Imperiale vorrà degnarsi di spogliarsi, noi lo aiuteremo a indossare questi abiti nuovi proprio qui di fronte allo specchio!"
L'imperatore si spogliò, e i due truffatori fingevano di porgergli, uno per uno, tutti i vestiti che, a detta loro, dovevano essere completati: quindi lo presero per la vita e fecero finta di legargli qualcosa dietro: era lo strascico. Ora l'imperatore si girava e rigirava allo specchio.
"Come sta bene! Questi vestiti lo fanno sembrare più bello!", tutti dicevano. "Che disegno! Che colori! Che vestito incredibile!"
"Stanno arrivando i portatori col baldacchino che starà sopra la testa del re durante il corteo!", disse il Gran Maestro del Cerimoniale.
"Sono pronto", disse l'imperatore. "Sto proprio bene, non è vero?" E ancora una volta si rigirò davanti allo specchio, facendo finta di osservare il suo vestito.
I ciambellani che erano incaricati di reggergli lo strascico finsero di raccoglierlo per terra, e poi si mossero tastando l'aria: mica potevano far capire che non vedevano niente.
Così l'imperatore marciò alla testa del corteo, sotto il grande baldacchino, e la gente per la strada e alle finestre non faceva che dire: "Dio mio, quanto sono belli gli abiti nuovi dell'imperatore! Gli stanno proprio bene!"
Nessuno voleva confessare di non vedere niente, per paura di passare per uno stupido, o un incompetente. Tra i tanti abiti dell'imperatore, nessuno aveva riscosso tanto successo.
"Ma l'imperatore non ha nulla addosso!", disse a un certo punto un bambino.
"Santo cielo", disse il padre, "Questa è la voce dell'innocenza!". Così tutti si misero a sussurrare quello che aveva detto il bambino.
"Non ha nulla indosso! C'è un bambino che dice che non ha nulla indosso!"
"Non ha proprio nulla indosso!", si misero tutti a urlare alla fine. E l'imperatore rabbrividì, perché sapeva che avevano ragione; ma intanto pensava: "Ormai devo condurre questa parata fino alla fine!", e così si drizzò ancora più fiero, mentre i ciambellani lo seguivano reggendo una coda che non c'era per niente.
fiaba Andersen - Il vestito nuovo dell'imperatore

 

06 aprile 2018

Salvare l'Africa

 di Franco Ressa
Fin dai tempi delle guerre puniche, l’ Africa ha rappresentato un problema per l’Europa. Persino nel tempo della colonizzazione, quando le potenze europee l’occuparono per intero a scopo di sfruttamento, vi furono guerre che riflettevano i conflitti mondiali. Nell’ultimo dopoguerra il sorgere dei movimenti nazionalisti ed indipendentisti come in Algeria e in Kenia, convinsero le maggiori potenze coloniali, Francia, Belgio e Gran Bretagna, a disfarsi dei loro domini che da fonte di guadagno diventavano passivi. Dal 1960 in pochi anni l’indipendenza dell’Africa si compì, ma in maniera affrettata e profondamente errata.

Semplicisticamente si fecero diventare nazioni le colonie. Ma una colonia è creata come organismo di dominazione estera su popolazioni diverse che debbono essere controllate e sfruttate in ugual maniera. Trasformata in nazione, l’ex colonia rimane un coacervo di disuguaglianze etniche, linguistiche, culturali, religiose, dunque un’entità discorde in sé stessa, che può essere mantenuta soltanto con la forza. Non è un caso che nella quasi totalità di questi nuovi stati, si siano instaurate delle dittature particolarmente repressive e sanguinarie, basti ricordare i nomi di Amin in Uganda, Mobutu nello Zaire, Gheddafi in Libia, Bokassa nel Centroafrica, Menghistu in Etiopia.

La reazione a tanti tirannelli non poteva essere che la guerriglia dei diversi gruppi etnici contro il governo centrale, magari appoggiata e foraggiata dalle grandi potenze: USA e URSS. In più, gli stessi dittatori cercando una gloria personale o dei diversivi all’instabilità interna hanno scatenato conflitti, i nomi sono tanti: Congo, Biafra, Angola, Ruanda, Somalia, Darfur, per citare i più rilevanti.

L’ultima manifestazione dell’instabilità africana è la migrazione di massa. Milioni di persone premono per trasferirsi in Europa. Coinvolta in pieno è l’Italia come ponte di passaggio tra le coste africane ed europee del mar Mediterraneo. Questa però è una migrazione incontrollata e nella quasi totalità clandestina, che crea molti problemi, sia nella fase di transito attraverso il mare che nella fase di stazionamento e distribuzione sul territorio nazionale, e le vittime nella prima fase sono davvero troppe.

Siamo ormai abituati all’inerzia ed inefficienza dell’Unione Europea, ma se nelle torpide aule di Strasburgo e Bruxelles nascesse un barlume di buon senso, si potrebbe pensare che la migrazione, generalmente motivata con la fuga da guerre e guerriglie in corso, o dalla cattiva situazione alimentare, non dipenda del tutto da tali cause. In Africa vi furono carestie e guerre ben più pesanti di quelle attuali, basti pensare alla secessione del Biafra dalla Nigeria, alle stragi in Ruanda o alla lunga siccità e fame in Etiopia. Nessuna fuga delle popolazioni avvenne allora, perché invece adesso ?

Il compito di scoprirlo dovrebbe toccare alle “intelligences” dei paesi europei, chiedendo informazioni anche ai missionari cristiani che da sempre sono a contatto con gli africani. Certamente si troverebbe che qualcuno o qualcosa sta facendo propaganda interessata presso le popolazioni africane per indurle a lasciare la loro terra. Questa entità malefica fornisce anche gli scarsi mezzi per attraversare il deserto del Sahara, e le precarie imbar-cazioni che dalla costa della Libia tentano il varco del Mediterraneo. Chi c’è sotto?

Stanno cominciando ad affiorare alcuni dubbi: i gommoni stracarichi di africani, a volte veicoli di morte, sono tutti marcati made in PRC, venduti e diretti a qualcuno che in Libia deve solo gonfiarli e caricarli di merce umana. Di recente nella cinesizzata Prato in Toscana sono stati arrestati individui coinvolti nella tratta degli africani. C’è dunque un coinvolgimento di organismi commerciali e finanziari cinesi nella questione?

Il fine ultimo di tali lobbies potrebbe essere allungare le mani sull’Africa, impadronirsi delle sue risorse e stabilire un egemonia sia commerciale che politica, a tutto discapito dell’ Europa. Il sintomo più chiaro è l’adozione al posto del dollaro della valuta cinese, lo Yuan, come moneta di scambio internazionale in diversi paesi africani: Ghana, isole Mauritius, Zambia, Nigeria, Sudafrica, Zimbabwe, Kenya. Se però si facesse finalmente chiarezza, un modo di risoluzione ci sarebbe. L’ Europa, svegliandosi dal suo letargo, unendosi veramente, dovrebbe intervenire d’autorità in Africa. Occupare con la forza le disastrate ex colonie, cacciare i dittatori, stabilire un’amministrazione congiunta europea-africana, e soprattutto ridisegnare da zero i confini delle etnie, delle lingue, delle circoscrizioni, in vista di una nuova nazione federale su due continenti, l’ Eurafrica. In tale iniziativa potrebbe essere utilmente coinvolta anche la Russia, in vista di una pacificazione e normalizzazione dei rapporti.

Questo potrebbe sembrare un revival del colonialismo, ma porterebbe alla vera soluzione del problema dell’ Africa, continente che ha più che mai bisogno di aiuti d’ogni genere. L’Africa produttrice di materie prime potrà avere le proprie grandi fattorie, cooperative, industrie, gestite insieme all’ Europa, e progredire materialmente senza dover esiliare la propria popolazione. L’Europa avrà a sua volta immensi vantaggi con i prodotti africani portati sui suoi mercati, e non avrà più bisogno di erigere “muri”.

La libertà vera dell’ Africa insomma, è anche la libertà nostra. Il controllo sulle etnie e le politiche africane farà finalmente finire l’epoca dei conflitti e dei totalitarismi. Non è un utopia, è il più grande intervento umanitario e cristiano della storia.
Ma intanto ?
I numerosi africani già arrivati in Italia e qui bloccati, non riuscendo a raggiungere gli altri paesi europei causa chiusure e divieti, vengono ospitati e mantenuti in strutture pubbliche ma anche private, a volte requisite dalle autorità. Ma come si vede ogni anno che passa, l’italia è soggetta a terremoti, alluvioni ed altre calamità. Gli africani potrebbero essere organizzati in modo da essere in grado di dare una mano agli alluvionati ed ai terremotati, che altrimenti non potrebbero rimediare ai guasti con le loro sole forze. Sarebbe il giusto contraccambio in lavoro per l’ospitalità, e sarebbe il modo migliore per far apprezzare dalla popolazione italiana questa gente straniera che spesso viene presa per intrusi e malviventi. Ecco il primo, molto più facile ed ovvio intervento cristiano-umanitario di scambio Europa-Africa. 


 

19 febbraio 2018

Le stragi in Usa sono frutto della tensione sociale

di Alessandro Rico
@ricoalessandro
L’ennesimo episodio di violenza verificatosi in una scuola americana ad opera di un giovane squilibrato, che si dice facesse parte di un’organizzazione di suprematisti bianchi, ha infiammato di nuovo il «redattore unico». Il quale, sui media di tutto il mondo, ci catechizza sull’urgenza di disarmare il popolo statunitense e sulla pericolosità dei razzisti. Peccato che persino uno studio dell’Università di Pittsburgh, rilanciato dal Washington Post (mica da Breitbart News), sostenga che chi detiene legalmente armi sia responsabile di meno di un quinto degli omicidi commessi negli Usa.

Ma non è su questo aspetto che vorrei soffermarmi qui. È della questione razziale che vorrei parlare. Perché forse è lì che si annida la spiegazione delle turbolenze, inclusi alcuni massacri in cui ha fatto capolino il movente dell’odio etico, che scuotono la società americana. La quale è oramai sull’orlo di una guerra civile razziale, con uno dei due principali partiti, il Partito Democratico, ben disposto a favorirla, pur di assicurarsi la conservazione delle leve del potere.

Praticamente tutte le statistiche demografiche sono concordi nel rilevare come, negli Stati Uniti, sia ormai imminente la sostituzione etnica – quella che gli intellettuali progressisti considerano un’ossessione complottista, come se la storia mondiale non ne avesse mai registrata nessuna, neppure nel continente americano.

Secondo l’Ufficio del censimento (cioè secondo lo stesso governo centrale), entro il 2042 i bianchi non ispanici (ossia i bianchi di origine europea, il nucleo originario della nazione) non costituiranno più la maggioranza della popolazione (attualmente sono circa il 60%), pur rimanendo il gruppo etnico più consistente (intorno al 46% del totale). Verso la metà del secolo, al contempo, i neri diventeranno circa il 15% della popolazione complessiva, gli asiatici circa l’8%, i meticci circa il 6% e i latini il 28%. Aggiungerei che, andando avanti ancora di qualche decennio, la scomparsa dei bianchi non ispanici sarà inesorabile, visto che già entro il 2065, secondo una proiezione effettuata dal Paw Research Center, l’88% dell’incremento della popolazione americana sarà dovuto agli immigrati, in prospettiva soprattutto asiatici (38%), seguiti dai latini (31%), e dai neri (9%), mentre la percentuale di immigrati bianchi oscillerà tra il 18 e il 20%. Per il Census Bureau, nel 2060 solo il 36% degli under 18 sarà composto da bianchi non ispanici, che oggi invece sono il 52%.

È soprattutto sulla prevista assenza di una maggioranza etnica, però, che bisogna concentrarsi per comprendere il potenziale violento della futura società americana. Già oggi le tensioni tra le diverse razze sfociano in conflitti: non solo quegli eccidi di massa perpetrati da bianchi presunti razzisti, ma specialmente i disordini, il degrado, lo spaccio di droga e le uccisioni che si susseguono negli Stati, nelle città e nei quartieri dove è più forte la presenza di ispanici e persone di colore. Un solo dato, giusto per avere un’idea: alcune delle città con il più alto tasso di omicidi, come Chicago, Detroit (dove la violenza è stata spaventosamente aggravata dalla crisi economica), Memphis, o New Orleans, sono anche le città in cui i neri rappresentano la maggioranza della popolazione. Fa eccezione la sola Kansas City, dove però i bianchi non ispanici sono il 55% del totale degli abitanti e le minoranze etniche, neri più latini, costituiscono comunque circa il 40% della popolazione.
Il punto è che tali tensioni sono destinate a inasprirsi man mano che uno dei gruppi etnici, quello dei bianchi di origine europea, perderà la propria posizione numericamente dominante.

La storia e le evidenze statistiche ci insegnano che il famoso melting pot, lungi dall’essere il fulgido esempio di pacifica convivenza tra razze differenti glorificato dai liberal, è la via maestra per la stratificazione sociale, la diffusione del malcontento, dell’intolleranza e del rancore, quindi per il conflitto e la dissoluzione della società. La quale, come ogni organismo, richiede un certo grado di omogeneità. Presto, quelli che oggi sono episodi criminali, scontri tra polizia e delinquenti (inclusi i soprusi delle forze dell’ordine, sovente esito dell’esasperazione e delle pressioni cui sono sottoposti gli agenti nelle zone più turbolente), attacchi motivati da odio etnico, sfoceranno in un’aperta guerra civile razziale, favorita dal cambiamento del peso specifico di ciascun gruppo, oltre che dal cinismo del Partito Democratico.

La sensazione, effettivamente, è che quello di Donald Trump sia soltanto uno degli ultimi sussulti del cosiddetto «maschio bianco eterosessuale». Basta andare a vedere chi ha votato chi nel 2016. Bianchi: 58% Trump, 37% Clinton. Neri: 88% Clinton, 8% Trump. Asiatici: 65% Clinton, 29% Trump. Latini: 65% Clinton, 29% Trump (una riflessione si potrebbe fare pure sulla composizione religiosa degli elettori: Trump ha vinto presso tutte le confessioni cristiane, mentre musulmani ed ebrei hanno premiato la Clinton. E indovinate quali saranno la seconda e la terza religione negli Stati Uniti di qui a quarant’anni…). Ecco perché i Democratici sono il partito degli immigrati. È quella la loro base elettorale. E per consolidare il trend demografico che assicurerà ai liberal di occupare stabilmente la Casa Bianca nei prossimi decenni, costoro faranno di tutto affinché la guerra razziale scoppi il prima possibile. 
E affinché i bianchi non ispanici, i quali detengono circa la metà delle pistole e dei fucili legali del Paese (ciò che probabilmente ancora trattiene le altre minoranze dall’escalation), siano disarmati attraverso una serie di leggi restrittive e, infine, con l’abolizione del Secondo emendamento.

Tutto torna. E non basteranno Bannon, The Donald o qualche invasato a impedire quello che, a questo punto, pare inevitabile. Per l’Europa, però, c’è una chance. È vero, infatti, che gli Usa sono una fotografia del nostro futuro. Ma è vero pure che, nonostante gli ultimi sette anni di deportazione dell’Africa sub-sahariana nel territorio europeo, grazie alle campagne militari della Francia e dell’amministrazione Obama (quello che è contrario alle armi, per intenderci), per lo più il Vecchio Continente, fatta eccezione per certe metropoli e la Svezia, è ancora in tempo per evitare di fare la stessa fine. Qualcuno osservi gli africani in coda alle primarie del Pd, o ricordi gli appelli per lo ius soli della Kyenge e faccia due più due. La storia ci sarà maestra. Tutto sta a essere buoni scolari.
 

07 dicembre 2017

L'onda nera che avanza


di Lorenzo Zuppini

Si deve essere in malafede o totalmente scollegati dalla realtà per affermare, con un insopportabile cipiglio, che un’onda nera sta per travolgere l’Italia la quale rappresenta, tre le altre cose, il maggior rischio per gli ebrei, il popolo massacrato nel secolo scorso dal nazismo coadiuvato poi dal fascismo nostrano. Gli aperitivanti che, tra una tartina e l’altra, ogni mattina ritengono che lo tsunami nero si stia avvicinando sempre più alle nostre coste (e ovviamente non mi sto riferendo agli invasori clandestini, sebbene la metafora risulti ghiotta) fanno riferimento di volta in volta a dei casi di intemperanza da parte di gruppuscoli di estrema destra che esprimono in modo colorito le loro idee. Idee forti, talvolta assurde, spesso oggettivamente sbagliate su un piano storico, ma sempre di idee stiamo parlando. La peggiore carogna che mette in discussione l’Olocausto (pratica cara a certi soloni islamici) avrà comunque, a parere del sottoscritto, il diritto di esporre le proprie odiose idee per il semplice motivo che le idee non sono arrestabili, né se si tratta di una legge imbellettata e scritta da un parlamentare la cui famiglia è stata perseguitata dal nazismo, né se si tratta della richiesta avanzata dal peggior cascame comunista che, esponendo la propria faccia tosta, pretende tolleranza zero per chi professa il nazifascismo ma massima comprensione per chi sventola la falce e il martello. Ma si sa, chi scrive è un convinto liberale, e, sebbene vada di moda definirsi tali, in realtà in pochi si comportano di conseguenza.
Il mainstream grida allo scandalo per la visita fatta da un gruppo di skinhead ad un’associazione di Como chiamata “Como senza frontiere”. Le teste rasate sono entrate senza invito, hanno esposto la loro idea sull’operato dell’associazione (il cui scopo potete facilmente immaginare) ed hanno tolto il disturbo. Neanche una parolaccia, ma pare si tratti di blitz. I blitzettari, in realtà, sono gli unti del Signore come Emanuele Fiano che ritengono intelligente e costruttivo gridare costantemente all’onda nera che avanza e, addirittura, che sia utile creare una nuova legge che, aggiungendosi alla Mancino e alla Scelba, vieti le idee contenute in un busto o in un quadro. Non è sopportabile che il Fiano, sostenuto da quell’accrocco che è la sinistra oggi, giustifichi una legge liberticida ed inutile utilizzando il caso della propria famiglia: nessuno nega ciò che fu l’Olocausto, ma certamente non si può far leva sull’opinione pubblica contando le gocce di lacrime che qualcuno riesce a tirar fuori. Il fascino che esercita il fascismo, assai minore rispetto a quello esercitato dal comunismo, è del tutto fisiologico sebbene sia deprecabile: è un’ideologia antica, forte e che può far gola in momenti di crisi economica e valoriale, ma la nostra Repubblica italiana si è organizzata a dovere per scongiurarne il ritorno. Punto.
Siccome quelli che oggi hanno il coraggio di definirsi nazisti vengono ritenuti pericolosi per le comunità ebraiche, è probabilmente il caso di dare una sveglia ai bontemponi impegnati nell’aperitivo a base di antifascismo e immigrazionismo ricordando chi rappresenta oggi in Europa l’antisemitismo violento e pericoloso.
Nel 2015, arrivò un documento sulla scrivania del presidente israeliano Benjamin Netanyahu secondo cui ben 120mila ebrei, ovvero un quarto degli ebrei in Francia, avevano l’intenzione di trasferirsi in Israele. Un altro documento venne fatto recapitare sul tavolo del presidente, inviato dal ministero della Diaspora israeliano, secondo il quale la Francia era divenuto uno dei luoghi più pericolosi per gli ebrei. Si contano circa 550mila ebrei in Francia, a fronte di oltre 6 milioni di islamici, e ogni anno gli ebrei subiscono circa 500 attacchi.
In Inghilterra la situazione non è migliore: circa 100mila ebrei hanno dichiarato di voler abbandonare quel territorio per trasferirsi in Israele. Tutti voi ricorderete le parole del rabbino capo di Barcellona all’indomani dell’attentato terroristico islamico sulle ramblas, il quale affermò che “questo posto è perso. Meglio andarsene in Israele. La nostra comunità è condannata sia a causa dell’islam radicale sia per la riluttanza delle autorità a confrontarsi con questo”.
Nel 2015 lo Stato Islamico dell’Isis pubblicò un video in cui esortava i palestinesi ad attaccare senza sosta gli ebrei, e in quel periodo, lo sceicco Hassan Nasrallah leader di Hezbollah, dichiarò che “questa nuova intifada è l'unica speranza per i palestinesi di porre fine all’occupazione. Oggi stiamo assistendo a ciò che una nuova generazione è disposta a sacrificare per Gerusalemme, combattendo con i coltelli”.
Nell’estate del 1921 un certo Amin al Husseini, già odiatore di ebrei e fomentatore di violenze contro questi ultimi, viene nominato Gran Muftì di Gerusalemme, l’allora più alta carica islamica. Ebbene questo pagliaccio, quando nel 1933 Hitler salì al potere, confidò di “intravedere un nuovo radioso futuro”, predicendo “l’avvento di una nuova era di libertà per i musulmani di tutto il mondo”. Addirittura il 21 luglio del 1934 egli si recò in visita al nuovo console tedesco di Palestina, tale Dhöle, per instaurare un rapporto proficuo col nazismo e per capire “fino a che punto il Terzo Reich fosse disposto a sostenere il movimento arabo contro gli ebrei”. Mi pare di scorgere una certa stima nutrita dalla più alta carica islamica nei confronti di uno dei più grandi massacratori di ebrei. E la differenza, oggi, tra queste due realtà è macroscopica sebbene astutamente celata: esistono svariate leggi che impediscono il ritorno di una dittatura, che ne impediscono la propaganda e che sanzionano le opinioni che fomentano l’odio razziale. Al contrario, nel momento in cui chicchessia osi mettere in discussione la natura dell’islam, viene tacciato di islamofobia e ricoperto di improperi.
Potrei essere accusato di benaltrismo o addirittura di spalleggiare gli attuali neonazisti. In realtà il motivo per cui non posso definirmi antifascista è dovuto al fatto che, da liberale incallito, io sono contro ogni forma di totalitarismo, e, anche e soprattutto, perché definirsi oggi antifascisti significa infilarsi in un quel cascame di comunismo social mondano che osteggia gli skinhead ma tace quando i centri sociali aggrediscono Giampaolo Pansa o il professor Panebianco all’università.
Tra pochi giorni ricorderemo la nascita di un ebreo chiamato Gesù Cristo, ed è oggi ancor più importante di ieri ricordare chi incarni attualmente il vero odio antisemita.



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06 dicembre 2017

Il futuro è nel Presepe


di Giuliano Guzzo

Non nelle stelle, ma nel Presepe sta il futuro. Quando infatti l’Occidente si ridesterà dall’odierno torpore valoriale, uomini e donne torneranno ad coccolare i neonati anziché i cani, come si vede in una pubblicità Ikea che è l’icona del nostro declino. La vita nascente tornerà così a essere valorizzata e pure le giovani incinte prive di ricchezze e di un luogo dove partorire, seguendo l’esempio di Maria, l’accoglieranno, con l’infanticidio prenatale che tornerà ad essere rigettato quale atto crudele, senza più essere scambiato per progresso. Allo stesso modo, si tornerà a non discutere più la necessaria compresenza, per i figli, di una figura materna e di una paterna, verità cristallizzata nell’immagine presepiale. La stessa isteria femminista tramonterà e non ci si scandalizzerà più se sarà l’uomo, come san Giuseppe, ad esercitare un lavoro considerato maschile, anziché smarrirsi tra depilazione e tentativi di allattamento. Pure il diritto dello straniero a emigrare, che la retorica immigrazionista oggi eleva ad apolidismo obbligato, verrà controbilanciato dalla possibilità del suo pacifico rimpatrio, del quale i magi diedero chiaro esempio. Il Presepe, insomma, è sì dov’è nato Dio, ma pure dove rinascerà l’umanità.

https://giulianoguzzo.com/2017/12/05/il-futuro-e-nel-presepe/



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01 dicembre 2017

Una sconcertante visita in Birmania


di Lorenzo Zuppini

Alcune notizie sconcertanti dovrebbero toglierci il sonno sebbene mi dolga notare che tutti quanti sprofondate nei vostri cuscini, sereni come ebeti agnelli in fila al macello.
Intanto il Papa se ne è andato in Birmania per incontrare il generale Min Aung Hlaing, capo dell’esercito, e altri cinque generali della giunta militare. L’oggetto della visita pare fosse le violenze subite dagli 800mila musulmani Rohingya costretti, lo scorso agosto, a fuggire nel vicino Bangladesh. Volendo far finta di non sapere che si tratta anche di un terreno fertile per il terrorismo islamico, a tal punto che nel luglio 2016 un gruppo di jihadisti provenienti dal Bangladesh prese in ostaggio venti persone, di cui nove italiani, in un ristorante a Dacca finendo poi per sgozzarli, ci domandiamo per quale arcano motivo Papa Bergoglio avverta l’immane esigenza di spendere parole e sudore per la minoranza islamica ma non per quella cristiana che da oltre cinquant’anni viene perseguitata. Mi riferisco alle etnie Karen, Kachin e Chin, che hanno subito violenze sia dalla dittatura di Ne Win e anche dall’attuale giunta militare al potere. Tutto ciò pare debba finire in secondo piano: ma è il Papa nostro o di altri? È il successore di San Pietro o di Muhammad anche conosciuto come Maometto? I sentimenti di dolore per le violenze inflitte a degli innocenti risulta uguale a prescindere dalla etnia di queste ultime, ma del genocidio che viene perpetrato in metà mondo ai danni dei cristiani non ricordiamo molte parole spese dal Santo Padre.
Il quale, però, tra un viaggio e un altro, trova il tempo per impartire qualche lezioncina. Pare, a detta sua, che “quanti fomentano la paura nei confronti dei migranti, magari a fini politici, anziché costruire la pace, seminano violenza, discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di grande preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tutela di ogni essere umano”. E ancora una volta notiamo con quale enfasi Jorge Bergoglio si spenda per gli altri bisognosi, intrufolandosi anche in questioni che dovrebbero appartenere al solo Stato, pretendendo che quest’ultimo diriga la propria attività di governo in base ai suoi consigli. Prosegue dicendo che “si è diffusa la retorica che enfatizza i rischi per la sicurezza nazionale o l’onere dell’accoglienza  dei nuovi arrivati”. E il suo pensiero va ai “250milioni di migranti nel mondo, dei quali 22milioni e mezzo sono rifugiati”. Numeri a parte, non posso non notare in quest’arringa un incitamento all’abbandono della propria Patria (Michela Murgia mettiti l’anima in pace), creando un mondo senza confini dove scompare di conseguenza il concetto di Stato sovrano, di leggi e di sanzioni in caso di trasgressione. In passato, qualcuno munito di folta barba già prospettava questa deriva con gli occhi sognanti, definendola però dittatura del proletariato. Non credo di essere un pazzo se noto un chiaro nesso tra il messaggio marxista e quello bergogliano. Se la parte di mondo maggiormente benestante dovesse accollarsi i 250milioni di migranti garantendogli gli stessi servizi di cui godono gli autoctoni, è plausibile pensare che avverrebbe un appiattimento verso il basso della condizioni di vita generale. Altro nesso, dunque: scomparirebbe la classe medio-alta, quella che il barbuto definiva borghesia, perché l’enorme bisogno di risorse potrebbe esser soddisfatto soltanto tramite la requisizione (chiamata oggi patrimoniale) delle ricchezze dei ricchi. Papa Francesco, è evidente, fa il tifo per questo risultato: un meticciato antropologico e culturale dove le differenze che caratterizzano il mondo intero vengono sostanzialmente azzerate. Ma essendo noi pur sempre degli animali, prevarrebbe sulle altre la cultura più forte che, ad oggi, pare sia quella del profeta Maometto e non quella di Gesù Cristo.
Arrivo a questa conclusione perché il dirigente scolastico Nicolò La Rocca, della scuola elementare e dell’infanzia “Ragusa Moleti” di Palermo, ha preso la scellerata decisione di proibire la preghiera mattutina agli alunni. È tecnicamente stupido, nel senso che danneggia enormemente e allo stesso tempo sia gli altri che sé stesso. La laicità dello Stato niente ha a che vedere con la preghiera mattutina o col crocifisso nelle aule: le chiese, i campanili, i dipinti, le statue, i Michelangelo, i Caravaggio, tutto ciò che il mondo intero viene ad ammirare dovrebbe allora essere distrutto. Qualcuno dovrebbe spiegare a La Rocca che non essere una teocrazia non significa rinnegare le proprie tradizioni e la propria cultura, e anche che la preghiera rivolta ad un uomo che pacatamente si fece flagellare, crocifiggere per poi perdonare i suoi aguzzini, certamente non può far male a nessuno. Al contrario, quel culo che occupa il mio marciapiede esaltando le gesta eroiche di un profeta guerriero, sanguinario e pedofilo, dovrebbe crearci molti problemi.
Appena il Papa avrà smaltito il jet-lag, spiegatelo anche a lui.



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24 ottobre 2017

Le conseguenze economiche e morali dello scontro fra gnosi e Chiesa


di Riccardo Zenobi

Venerdì 20 ottobre si è tenuto il penultimo incontro del ciclo di conferenze Religione, Identità, Protezione patrocinato dall’Associazione Oriente Occidente. L’incontro è consistito in una conversazione a due voci, ad interventi alternati tra l’economista Ettore Gotti Tedeschi e mons. Nicola Bux, nomi che i lettori del blog conoscono bene per il loro spessore intellettuale e la specchiata fede cattolica. Dopo una breve introduzione tenuta dal moderatore (e curatore delle conferenze) Giuseppe Possedoni, la parola è stata data ai relatori:

Gotti Tedeschi: Mostrando al pubblico una pagina del quotidiano “La Verità” saltano all’occhio due notizie rimarchevoli, la prima delle quali è una dichiarazione rilasciata dal presidente dei giuristi cattolici D'Agostino: “dobbiamo far evolvere la bioetica”, ossia reinterpretare l’etica della vita trasformandola in biodiritto, in modo da poter decidere (o far decidere all’OMS) cosa sono la vita, la morte, l’uomo, la salute, cosa costituisce una malattia e cosa invece è indice di benessere. Il tutto per reinterpretare i famosi “diritti alla salute” – una volta che una istituzione definisce cosa è salute, tali diritti sono plasmati di conseguenza. Si è ad una svolta sui fondamenti stessi dell’umanità, su cosa è l’essere umano e cosa non lo è. Seconda notizia: in una conferenza alla Pontificia Università Lateranense il rappresentante della CEI Galantino ha dichiarato la riforma protestante “opera dello Spirito Santo”. Quanto ha di cristiano tutto ciò? Queste due notizie come ci interpellano nella Fede?

Mons. Bux: Siamo in un momento di apostasia, di allontanamento (questo il significato del termine) dal pensiero cattolico nel quale, quando si tocca un tassello, il resto cade ad effetto domino. L’attuale processo di autodemolizione della Chiesa è consumato da capi della Chiesa stessa, sui quali soffia “colui che divide” (dia-ballos), ma le premesse vi sono da decenni e rimontano tutte ad una causa prima: la gnosi. Secondo tale concezione, l’uomo può giungere a conoscere qualcosa sui fondamenti della realtà non direttamente, ma solo mediatamente, non dando fiducia a ciò che appare, ma oltrepassandolo. C’è quindi bisogno di qualcuno che faccio da apripista – pensate ai vari mass media, il cui compito è quello di far credere certe cose per raggiungere certi obiettivi, scelti con molto criterio. Al di là delle varie vicissitudini storiche, la gnosi non è mai morta del tutto, poiché permane sempre nel cuore dell’uomo la tendenza a resistere a Dio. Se fino a qualche decennio fa l’ONU, la massoneria ed altri organismi internazionali facevano da contraltare alla Chiesa Cattolica, oggi si assiste ad una collaborazione di questa con tali organizzazioni, le quali si ammantano di filantropia, opere assistenziali ed altro, ma hanno un unico fine: distruggere l’uomo recidendo ogni suo nesso col divino.

Gotti Tedeschi: Come mai sta succedendo tutto questo? È un po’ deprimente, poiché se guardiamo a cosa sta succedendo dobbiamo dire che la gnosi ha vinto ovunque. Il suo programma è riassumibile nella negazione dei 4 punti fondamentali della Genesi:

Genesi
1- Dio creò l’uomo
2- Maschio e femmina lo creò
3- Li benedisse e disse loro “Siate fecondi e moltiplicatevi”
4- Riempite la terra e soggiogatela

Gnosi
1- Negazione della creazione divina
2- Negazione dell’identità sessuale
3- Uomo è cancro del pianeta, malthusianesimo
4- Evitare sfruttamento di terra, animalismo

I 4 punti gnostici costituiscono i pilastri della “bioetica” attuale, ciò verso cui si vuol far “evolvere” l’etica della vita di stampo cattolico (vedi il primo intervento). Basti vedere come sono trattati attualmente i tre problemi più fondamentali: la crisi economica, la crisi ambientale e l’immigrazione. La prima viene considerata causata dalla non equa ripartizione delle risorse; la seconda viene considerata causata dall’uomo perché esso è un cancro; l’ultima viene considerata causata da povertà, condizioni climatiche e guerre, con l’aggiunta del fatto che il gap della popolazione richiede l’immigrazione. Per brevità il relatore ha preso in considerazione solo il primo punto, la crisi economica, dalla quale i media mainstream deducono un sofisma: “la miseria morale è causata dalla miseria materiale”, quando in realtà è vero l’esatto opposto: l’egoismo, l’avidità e l’indifferenza al prossimo è la causa di tale crisi. E proprio su tali questioni morali è chiamata a intervenire la Chiesa, in quanto la sua autorità è nel campo della morale, non in quello dell’economia. Di fatto non sentiamo mai parlare di cause morali della crisi economica, ma è appunto negare i capisaldi della Genesi che fa nascere un effetto a palla di neve: negando i principi della realtà, si perde la stessa vita umana. Il ragionamento di fondo è semplice: se nascono meno persone, la popolazione invecchia, e ci sono meno agenti capaci di entrare nel mondo del lavoro, e sono molti di più quelli che entrano nel sistema pensionistico. In tal modo occorre che più denaro sia in circolo per far muovere l’economia: ecco l’essenza del consumismo, che negli ultimi 35 anni ha aumentato di 5 volte i consumi. Se i pensionati negli anni ’70 erano il 12-13% della popolazione italiana, oggi sono circa il 30%; ciò ovviamente comporta un cambiamento nella struttura sociale e un aumento dei costi fissi, quindi una maggiore pressione fiscale. Il crollo del risparmio (conseguenza del consumismo) ha portato al crollo del credito, quindi delle banche, la cui crisi del 2008 giunge dopo un lungo periodo di economia consumistica. Altro fattore che ha nell’avidità la sua origine è la delocalizzazione, con conseguente chiusura di posti di lavoro in Italia. Si è alla presenza di un circolo vizioso dovuto a cause morali, le quali hanno una rilevanza maggiore rispetto agli effetti morali (la miseria morale di cui sopra): il tutto perché si è voluti andare contro le leggi della realtà; comprese quindi le leggi morali.

Mons. Bux: Se un Pontefice dicesse in un suo intervento “mettete al mondo dei figli” avrebbe contro tutto l’establishment; il terzomondismo invece porta ad enfatizzare l’accoglienza degli immigrati. Dietro questo “invito” c’è il globalismo che vuole rimescolare le carte tra i popoli, per livellare le differenze morali, religiose ed economiche. La chiave per sottrarsi a questa tendenza è la conversione: non pensare e non giudicare secondo il mondo, ma secondo il Vangelo. Nel nuovo Testamento non trovate una riga di analisi economica, sociologica o politica della realtà dell’epoca, ma solo un pressante invito alla conversione del cuore e della persona, perché è da lì che partono i veri cambiamenti mondiali. Credendo al Vangelo si ha un’altra prospettiva sulla realtà, e si muta lo stato di cose intorno a sé, innescando un cambiamento virtuoso. È non conformandosi alla mentalità del mondo pagano che il cristianesimo ha sopravanzato il mondo antico. Staccandosi dal mondo per unirsi a Dio si innesca un effetto a catena, e i cristiani diventano una resistenza al NWO, il quale ha i piedi d’argilla perché si fonda sulla revisione degli assetti esterni del mondo (economici e sociali). Tutte le rivoluzioni operate dall’uomo si sono poi ribaltate nel loro contrario: vedi i discorsi dei moderni politici cinesi rispetto a ciò che proclamava Mao – il quale credeva di poter governare dall’esterno le menti degli uomini. Gesù invece invita a cambiare mente: è questo il significato etimologico del termine “conversione”.

Per concludere e ritornando alle 2 notizie iniziali: per qual motivo si voglia far “evolvere la bioetica” è abbastanza chiaro. Cosa c’entra il luteranesimo? Nel mondo europeo ci sono 3 filoni culturali: il laicismo francese, l’etica luterano/calvinista, il pensiero cattolico. Sussumendo quest’ultimo nel protestantesimo lo si rende ipso facto un laicismo con parvenza religiosa: in pratica la sposa di Cristo diventa adultera, ripudiando lo Sposo per il concubinato col mondo lasciando una patina di “spiritualità” che può servire da tampone alle anime candide che riducono la fede ad emozione, rinunciando alla ragione. Ed è stato appunto l’armonia tra fede e ragione il fondamento del pensiero di Benedetto XVI. Ognuno tragga le conclusioni del discorso.

Il prossimo incontro del ciclo di conferenze avrà luogo sabato 28 ottobre alle 17:15 ad Ancona, presso la chiesa san Carlo Borromeo, via Gentiloni 4. Tale incontro concluderà il ciclo di appuntamenti di quest’anno.



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19 ottobre 2017

Nuovo peccato: Lesa Caritas


di Francesco Filipazzi

Sembra davvero che per la Chiesa, nell'anno di Fatima, ci sia da soffrire molto, a causa degli uomini che la reggono. L'ultimo che in ordine di tempo ha dato sfoggio di zelo non richiesto è il primate di Polonia, che dopo la grande dimostrazione di Fede data dal proprio popolo, deve avere subito pressioni enormi da Roma per cercare di limitarne l'afflato identitario.
Se infatti l'Osservatore Romano non ha parlato, molti media ex cattolici, come Famiglia Cristiana e simili, si sono stracciati le vesti, di fronte a quello che è un loro fallimento morale e culturale. Dopo decenni di cristianesimo anonimo e di gioco al massacro, di eresia e apostasia, si ritrovano ormai con i cattolici stessi che sputano loro in faccia e un popolo intero, fiore della cattolicità che, nel nome di Giovanni Paolo II, dimostra di esistere e di voler dire la propria. E lo ha fatto con un immenso Rosario, che ricordiamo è una grande preghiera di liberazione dal demonio.
Ebbene, tornando al primate polacco, apprendiamo che ha dichiarato:

"Se dovessi avere notizia di una protesta contro i profughi alla quale i miei preti dovessero aver partecipato, la mia risposta sarà rapida: ogni sacerdote che si unisce a queste manifestazioni sarà sospeso. Non ho alcuna alternativa in quanto responsabile della mia diocesi. In una situazione in cui ci sono preti che esplicitamente sostengono una parte in conflitto, debbo agire immediatamente".

Dunque, posto che non è corretto che i preti partecipino a manifestazioni politiche, ci sembra che la minaccia di sospensione a divinis sia decisamente sproporzionata. In una chiesa bergogliana dove è permesso di tutto e dove fior di preti, in Italia, vengono indagati per reati legati allo sfruttamento dell'immigrazione, ma certamente non vengono sospesi, perché il primate di Polonia reagisce in modo così stizzito?

È chiaro che da Roma sia arrivata qualche reprimenda, perché da quelle parti sembra che sia molto più importante il fatturato della Caritas e di tutti gli enti ex cattolici che stanno facendo i milioni con lo sfruttamento economico dell'immigrazione, piuttosto che capire le ragioni di popoli che si vogliono difendere. Ed è anche più importante della comprensione delle cause di questi flussi migratori, dietro i quali si nasconde una tratta degli schiavi, il contrabbando di organi, lo sfruttamento della prostituzione (maschile, femminile e minorile). Insomma, tutto questo per parte dell'attuale gerarchia ecclesiastica scompare. E soprattutto, guai a chi osa non essere d'accordo. Si rischia la sospensione a divinis per Lesa Caritas.

Sembra davvero in atto l'alleanza fra clero progressista e forze mondane (quella che Tornielli già nel 2010 denunciava come fautrice del complotto contro Benedetto) per i soldi. Da qui si capisce quella "Bonino grande italiana" che sta appunto promuovendo, a braccetto con Bergoglio, la campagna "ero straniero", che promuove la tratta dei popoli africani. Non solo in questo ambito, seguendo i soldi si capiscono e si capiranno molte cose. Si capisce anche come il presidente della Caritas mondiale, Tagle, figuri fra i papabili.
Per fortuna, "Dio aveva altri progetti".


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20 settembre 2017

Incerto Svenire


di Giuliano Guzzo

Tutta la stima, il rispetto e anche la familiarità che ho con diverse firme e collaboratori del quotidiano Avvenire non bastano, purtroppo, a frenare la mia incredulità per il recente spot – a tutta (prima) pagina – del quotidiano della Cei in favore dello Ius soli. Se da un lato, infatti, non è un mistero che il direttore del giornale e buona parte del clero italiano siano oggi a favore di una svolta del nostro ordinamento in materia di cittadinanza, dall’altro mi chiedo se una presa di posizione tanto plateale, che fa quasi apparire la Repubblica una testata equilibrata, non rischi di rispondere a una finalità più partitica che cristiana.

Il punto qui in discussione, infatti, non è tanto il diritto della Chiesa o dei cristiani di esprimersi – ci mancherebbe -, quanto il sistematico appiattimento di settori importanti del mondo cattolico italiano sull’agenda di un partito, il Pd, verosimilmente visto come il miglior antidoto all’ascesa politica della Lega o del M5S. Lo ha dimostrato, ieri, un’opposizione alle unioni civili, rispetto ai tempi dei Dico che fecero naufragare l’esecutivo di Romano Prodi, assai soft, e lo dimostra, oggi, un tifo da stadio per lo Ius soli, quasi che opporsi a detto provvedimento sia antievangelico quando, in 2000 anni di Cristianesimo, non c’è apostolo, santo o beato che si sia manco soffermato sulla questione.

E’ vero che i flussi migratori attuali sono un fenomeno epocale (anche se non ingovernabile, come per ragioni di comodo molti lasciano intendere), ed è altresì innegabile come la Cei, sotto la guida, pardon segreteria, di monsignor Galantino, abbia assunto da tempo una linea, sul tema dell’immigrazione, più attenta e sensibile. Viene tuttavia da chiedersi se sia opportuno che un atteggiamento di maggior apertura all’accoglienza dei richiedenti asilo – che mai richiama rischi e limiti di un’integrazione che non può essere illimitata, e che è del tutto arbitrario supporre i cosiddetti migranti non vedano l’ora di sperimentare –, sfoci in un supporto entusiasta a un’iniziativa politica come lo Ius soli.

Come sarebbe bello vedere, in queste settimane, una prima pagina – intera – del quotidiano della Cei a favore del diritto alla vita dei figli (anche stranieri) abortiti a migliaia ogni anno, di quello dei bambini di avere un padre e una madre, e dei malati di non essere liquidati con l’eutanasia! Tutti temi, sia chiaro, che Avvenire affronta e spesso con coraggio, ma ai quali non è viene riservata, almeno ultimamente, l’attenzione che oggi tocca allo Ius soli. Il che è drammaticamente indicativo di quanto sto cercando di sottolineare, ossia un appiattimento di un importante quotidiano cattolico sulla linea di un partito che si è adoperato come pochi, al governo, per sfasciare la famiglia e umiliare, ridicolizzandolo, il diritto naturale.

Per la cronaca, chi scrive leggeva Avvenire già ai tempi dell’università, portandolo sotto il braccio fin dentro l’aula, tra lo stupore e lo sconcerto dei compagni di corso (sociologia a Trento non è esattamente facoltà, per usare un eufemismo, che odori di cattolicesimo). Anche se scrivo per un altro quotidiano, ritengo quindi di avere tutto il titolo di esprimere amarezza per la sempre più marcata svolta editoriale di un quotidiano dal passato glorioso e dalle firme, a tutt’oggi, validissime, ma che da tempo riserva al tema dell’immigrazione una centralità quasi ossessiva, dando, non solo al sottoscritto, una triste impressione filogovernativa e quella, ancora più avvilente, che ciò possa celare una contropartita.

https://giulianoguzzo.com/2017/09/19/incerto-avvenire/


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01 settembre 2017

Terme e sfollati


di Amicizia San Benedetto Brixia

In questi giorni ho visto le foto e letto i post di alcuni sacerdoti che si stanno prodigando in modo particolare nell’accoglienza di migranti e nella difesa dei gay: li vedi tronfi e sicuri di sé, assieme a tanti ragazzi africani biotti in piscina.



Ho pensato al commento da dare, ma mi risultava sempre o moralista o aggressivo. Inutile. Inutile perché certa gente è già moralista ed aggressiva nel profondo, per cui non si lascia smuovere da tali codici comunicativi. Poi mi sono imbattuto in un articolo casuale sulla rete e ho deciso che questa sarebbe stata la risposta.
Dunque, al prete che invade i bagni pubblici con stuoli di ragazzoni poveri e intasa Facebook con liste di frasi estreme, io rispondo proponendo l’elogio di Piero Portaluppi, ‘archistar’ del secolo scorso, che con il suo progetto per l’Albergo Diurno Venezia ha risposto a una esigenza di integrazione, igiene e povertà, però in modo non banale né volgare, ha risposto all’emergenza con la bellezza della semplicità.



In quest’ottica riprendo stralci da un intervento di Maestri, un Digital Editor che dubito si immaginasse di essere citato da un sito di impianto conservatore religioso.

Maestri riflette attorno all’opera di Portaluppi, appunto, “l'Albergo Diurno Venezia, a Milano”, di cui non va a studiare le caratteristiche specifiche “quanto la logica fondamentale con cui è stata progettata e sviluppata. L'Albergo Diurno Venezia è stato inaugurato nel 1925 per rispondere a una doppia esigenza: 1. fornire un luogo di igiene agli abitanti del nuovo quartiere appena costruito a pochi passi dal suo ingresso (Porta Venezia); 2. proporre una serie di servizi ai viaggiatori appena giunti a Milano con il treno. Un doppio obiettivo di stampo meramente funzionale”. Obiettivo essenziale, ma non sciocco, soprattutto se contestualizzato nella situazione socio-culturale dell’epoca: “la maggior parte delle case in zona non erano dotate di bagno, e le persone facevano tutto (dalla sciacquata di faccia di prima mattina alla pipì prima di andare a letto) nel naviglio che scorreva lì vicino”. Viene in mente la situazione di degrado che l’ammasso di immigrati comporta oggi e che si prospetta sempre più critica e gravosa. Quale fu la soluzione del progettista? “Cadere in trappola sarebbe stato immediato: disegnare un luogo banale - ovvero, schiacciato verso il basso. Si sarebbe trattato di costruire un edificio da dare "in pasto" a una moltitudine eterogenea di individui, la classica "folla" che in tanti studiosi stavano analizzando proprio in quel periodo”. Ma Portaluppi, anziché lasciarsi soffocare dalla retorica populista studia strategie opposte: “Ha inserito materiali preziosi ma resistenti, ha battezzato la zona della sauna e del bagno con l’appellativo “Terme”, posizionando all’ingresso una statua di Igea, Dea della salute e dell’igiene. In sostanza, Portaluppi non ha progettato schiacciato verso il basso, ma ha adottato un approccio contrario: nella sua semplicità, l’architettura dell’Albergo Diurno è diventata il mezzo per elevare i costumi e i gusti di tutti, diffondendo una nuova idea di pulizia e igiene. Una missione virtuosa, eroica, divina”.

Al di là dei toni enfatici dell’editorialista, il concetto tiene: esiste una alternativa allo sfruttamento economico mascherato di buonismo delle ONG e allo spreco di cattivo gusto mascherato di carità di certi preti progressisti. L’alternativa è una scelta di bellezza, che non schiacci verso il basso, non sfrutti, non risponda in modo ottuso alle emergenze, non offenda e non provochi, bensì tenda una mano - per quel che si può - sforzandosi al contempo di elevare, nobilitare, civilizzare.

Un tempo questi consigli li dispensava Blondet, oggi dobbiamo mendicarli a caso da ignari Digital Editor nella rete.

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