Visualizzazione post con etichetta morte. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta morte. Mostra tutti i post

02 novembre 2018

Dante e la speranza carnale della risurrezione

“Tanto mi parver sùbiti e accorti
e l’uno e l’altro coro a dicer «Amme!»,
che ben mostrar disio d’i corpi morti:
forse non pur per lor, ma per le mamme,
per li padri e per li altri che fuor cari
anzi che fosser sempiterne fiamme.”

di Francesco Mastromatteo
Siamo nel XIV canto del Paradiso, nel cielo del Sole Beatrice chiede agli spiriti sapienti di risolvere un dubbio di Dante riguardo alla luminosità dei beati dopo la risurrezione della carne; Dante sente una voce provenire dalla luce più intensa della prima corona: è Salomone, che spiega come quando essi si saranno riappropriati del loro corpo risorto, la loro anima vedrà accrescere la propria gioia, per cui aumenterà anche la luce che promana da loro e che è un dono della Grazia illuminante, perché aumentando la visione di Dio aumenterà anche il loro ardore di carità. Non solo essi conserveranno la luce che li circonda, ma i loro occhi corporei saranno resi capaci di sopportare un simile splendore. Tutti gli spiriti pronunciano sollecitamente un 'Amen', manifestando il desiderio di riavere i loro corpi mortali, “non pur per lor”, ma per le persone che amarono in vita.

Qualche anno fa persi un caro amico in un incidente di moto, non il primo. Un’esperienza che tutti prima o poi, quale che fosse l’età o la causa, abbiamo fatto: la scomparsa di una persona cara. Davanti a un evento del genere, laici, ma anche credenti tendono a rifugiarsi sempre più in poetiche quanto, va detto, vacue metafore, in cui il “cielo”, “lassù” e altri riferimenti eterei e impalpabili lasciano spesso incolmabile il vuoto della perdita. Mi colpì perciò, nella predica funebre del sacerdote, amico comune, che ricordò la frase già detta una volta a un padre che aveva perso suo figlio: “Ma tu pensi che lo rivedrai, un giorno?”. Una domanda abissale, disturbante, di quelle che ti attraversano come una spada, che ti costringono a mettere da parte tutte le melensaggini sul fatto che i defunti continuano a vivere “nel ricordo di chi resta”, nella migliore delle ipotesi in un non meglio precisato “posto migliore di questo”, dando per scontato che loro, i morti, anche in una visione di fede, non abbiano più l’umanissima voglia di tornare a rivedere, toccare i propri cari.

Tutti i trattati teologici e dottrinali non valgono, per capire l’essenza del cristianesimo, quanto questi pochi versi danteschi, che sembrano quasi rappresentare visivamente l’ansia, la voglia ardente delle anime di ricongiungersi con i famigliari lasciati sulla Terra. Sono nella felicità eterna, ma questo non cancella la loro umanità, i loro affetti, la loro persona con annessi ricordi e sentimenti, quasi che - commenta così il passo alla fine del discorso di Salomone, il critico Tommaso Di Salvo - “tutta l’immensa saggezza che era in lui e che era nei grandi dottori della Chiesa si condensasse nell’augurio, nell’attesa e nella costruzione di un paradiso familiare, ricostituzione dell’amabilità, della dolcezza e dei rapporti di famiglia”. “Gratiam non tollit, sed perficit naturam”, diceva l’Aquinate: ma spesso dimentichiamo noi per primi questo assunto cattolicissimo, per cui nulla della nostra natura umana, di ogni singola persona umana, viene cancellato da Dio, ma solo perfezionato. E il corpo, quel corpo disprezzato dai manichei, ma anche dai materialisti che credono di valorizzarlo esaltandolo a discapito dell’anima, ha il suo valore, perché un giorno risorgerà.

E’ vero, già dottrine filosofiche pagane, come il platonismo, avevano parlato dell’immortalità dell’anima. Ma il cristianesimo, e qui sta la sua vera originalità, va oltre: anche il corpo tornerà a essere glorioso e immortale, come lo era nel giardino dell’Eden. E’ questa la “follia” di una fede che scandalizzava anche i dotti filosofi di Atene, quando risero di San Paolo che parlava di resurrezione. Erano stati ad ascoltarlo finché si riferiva ad un Dio ignoto, ma un Dio morto che poi risorge, che esce dalla tomba, no, quello era inaccettabile anche al più incline di loro alla metafisica. Il paradiso cristiano però non è il vago e nichilista Nirvana, né un semplice deposito celeste di spiriti. E’ la felicità senza fine dello stare assieme a Dio e ai propri cari, quali li abbiamo conosciuti qui in terra, con i loro volti, i loro corpi, i loro abbracci.

Nemmeno tutti i cristiani accettano l’idea del Purgatorio, del suffragio, dell’intercessione dei santi: i protestanti sono scandalizzati dall’idea che i cristiani viventi, qui sulla Terra, possano avere un legame che va oltre la morte, alleviando le sofferenze temporanee delle anime purganti, chiedendo a loro volta l’intercessione di chi è in Cielo. La Chiesa cattolica da questo di punto non accetta limiti, e va oltre: ci dice che suffragi e grazie che si offrono e si chiedono personalmente, singolarmente, secondo un vincolo di amore che va oltre la barriera del sepolcro, tra credenti vivi e morti, ovvero “coloro che si sono addormentati nella speranza della resurrezione” e da cui non ci separiamo mai del tutto; e questo legame, un giorno, tornerà a essere fisico, carnale, concreto (e il mio docente di latino e greco del liceo diceva che quello cristiano non è una necropoli, una città di morti che non torneranno più, da tenere rigorosamente fuori le città come facevano i pagani; è appunto un cimitero, un dormitorio etimologicamente parlando, di persone destinate a risvegliarsi).

Come diceva Vittorio Messori, “sono cattolico, voglio tutto”. Vogliamo la gioia eterna, non solo dell’anima ma anche del corpo, dei corpi di ogni singola persona umana e della loro speranza di riabbracciare, fisicamente, realmente, le persone care. Come i beati del canto dantesco che, pur al cospetto di Dio, fremono dal “disio” di riavere un giorno “le mamme”, “li padri” e “li altri che fuor cari”.


 

27 marzo 2018

La cantata. Ricordati che devi morire

di Razzullo
Chi non ricorda il povero Massimo Troisi, in “Non ci resta che piangere”, che – già atterrito dalla sommaria esecuzione del povero Remigio, si imbatte (lui pensieroso sul balcone) nel monaco che gli rivolge il più ferale degli avvisi: “Ricordati che devi morire”?

Ne abbiamo riso tutti, continuiamo a farlo. Giustamente. La scena è divertentissima, magistrale. Perché – soprattutto – racconta di uno scontro di civiltà. Il bidello Mario (interpretato dall’attore napoletano) è l’uomo della modernità che, complice un destino cinico e baro, finisce catapultato nell’immaginaria Frittole del 1492 (“quasi-mille-e-cinque”). Il Medioevo, in quegli anni, volge alla fine. Eppure sopravvivono usi, costumi, modi di intendere la vita che la contemporaneità ha spazzato via.

Quel monaco, un po’ svagato e iettatore, gli ricorda l’ovvio. Iettatore, appunto. È così che oggi può essere inteso chi parla a ogni piè sospinto di morte, anche se la nostra (con ogni probabilità) è l’era più terrorizzata di tutte. Per l’uomo di oggi (e anche per molti cattolici è così) la morte è un tabù. Perché è la fine di ogni cosa, almeno terrena. Ricordarsene è turbarsi, invitare alla tristezza e al contemplare la propria finitezza, cosa che l’homo oeconomicus non può nemmeno ammettere senza deprimersi. Quante pubblicità, quanti film, quanti spot ci invitano invece a “vivere senza limiti”? Quante volte, credendo che limiti non ce ne siano, finiamo invece ingabbiati in una cella angusta, prigionieri di sbarre scintillanti e all’ultima moda, a foggia di bisogni indotti, sempre nuovi, che non credevamo di avere?

Il “Ricordati che devi morire” non è un invito all’angoscia, come lo interpreta l’uomo di oggi. E nemmeno lo sprone a vivere alla giornata, al passa-oggi-che-vien-domani. Tutt’altro. E’ un concetto, altissimo, che dovremmo (ri)fare nostro per vivere, finalmente, senza paura e senza ansie. Capace di spazzare via, in un colpo, la fugacità e l’inconsistenza del mondano attuale.

Sembra un paradosso, ma non lo è. Se almeno una volta al giorno ci ricordassimo della nostra pochezza, del nostro essere finiti, del nostro essere in definitiva uomini e donne, riusciremmo a zittire molte di quelle paturnie che l’instancabile voce di dentro, quella che frulla in ogni cervello, ci ripete in continuazione. Riusciremmo ad azzerrare, con una piccola meditazione, le frustrazioni, i rimbrotti e i rimpianti. Sapendo e interiorizzando il fatto che la morte è in noi e non fuori, capiremmo che la nostra vita è un dono e come tale va vissuta fino in fondo, fino al massimo delle nostre potenzialità. Darsi sempre, senza aspettare, senza delegare, senza lasciar passare una sola ora del nostro tempo nell’ozio, padre di tutti i vizi. Saremmo in grado di stabilire, ogni giorno, le autentiche priorità del tempo finito che ci è dato in sorte di vivere.

Ci accetteremmo e ci compiremmo, così come siamo – finalmente – e non come il mondo vorrebbe che fossimo: sempre affamati, sempre angosciati, all’eterna ricerca di un bisogno nuovo e inedito da soddisfare.



 

22 dicembre 2017

Il corpo è mio e me lo gestisco io: l’istituzionalizzazione del suicidio.


Giovanni Iudice, Figura sulla spiaggia.
di Adriano Segatori

I protocolli d’intesa e le linee-guida che riguardano la libertà di scelta sulla propria esistenza li trovo sconvolgenti dal punto di vista dell’etica e pericolosi dal punto di vista della libertà individuale.

Quando, poi, osservo la perfida espressione di emozionata soddisfazione della nostra becchina nazionale, parlo di Emma Bonino, che tra aborti ed eutanasie trova l’apice del suo godimento necrofilo, ho la controprova di essere nel giusto. Inoltre, mi fa repulsione la grottesca pulizia linguistica nella definizione di “fine vita”: si chiama morte la conclusione di ogni viaggio terreno, in ambito vegetale e animale. Il resto è ipocrisia.

Quella morte che è stata scomunicata dall’immaginario collettivo, che è stata defraudata da ogni sacralità, quando non proposta volutamente alla diffusa curiosità generale in una angosciante e voluttuosa necroscopia, trova il suo ambito di esibizione nell’appagamento giurisprudenziale dei legulei.

La psicologia del profondo e quella archetipica indicano proprio nel confronto con la morte, quella simbolica e psichica innanzitutto, il passaggio essenziale per una maturazione interiore, per una valorizzazione trascendente della propria vita determinata.

Una vita eterna non avrebbe alcun senso, perché in un tempo dilatato all’infinito ogni iniziativa sarebbe sempre posticipabile, e quindi isterilita prima di iniziarla.

Quindi, la morte è una cosa seria perché definisce l’importanza di quell’impresa unica e irripetibile che ci è data da trascorrere su questa terra.

Il problema della codificazione della morte volontaria è legato indissolubilmente a quel “sogno biotecnologico” sul quale molto ha scritto Lucien Sfez, dove tutto è regolamentato all’insegna del perfezionismo tecnocratico e dell’illusione manipolatoria.

Viviamo in un’atmosfera di onnipotenza e di controllo da parte della Legge, e della Magistratura come suo braccio secolare, cosicché ogni decisione umana è sottoposta al vaglio di questo elemento metastatico dello Stato.

La Legge decide sui vaccini, sulle adozioni, sulle capacità genitoriali, sugli uteri in affitto, sui matrimoni omosessuali, sul rendimento scolastico e sulle bocciature, sul peso degli zaini e sulle merende negli asili.

La Legge decide anche sulle cittadinanze e sui soggiorni, sui gusti alimentari e sui giudizi religiosi o razziali, come se ogni personale idea o iniziativa fosse priva di valore se prima non venisse vagliata dalla norma prestabilita.
Adesso anche la morte finalmente è codificata. Già con la storia dei trapianti ogni decisione era stata rinviata ai tanatocrati, esperti di elettroencefalogrammi, di cuori battenti e di frattaglie utilizzabili. Finalmente si gioca in anticipo, e stabilisce che uno può decidere di curarsi o meno. Grazie per la comprensione.

In questo modo si è voluto istituzionalizzare quello che è l’ultimo anelito di libero arbitrio e di suprema volontà: il suicidio.

Decidere di morire è sempre stato un atto di libertà individuale. Nei tempi antichi, quando la politica era visione del mondo ed educazione del cittadino, la morte volontaria veniva ammessa solo agli uomini liberi; schiavi e debitori non ne avevano diritto.

Ora, in presenza di un totale vuoto della politica, il giudizio passa ai legulei, agli esperti dello stato di coscienza, ai valutatori della capacità di intendere e di volere. È questa la massima responsabilità che questo tempo di disgregazione e di inquietudine deve assumersi. È una responsabilità culturale, spirituale, che ha reso la morte un tabù, un nulla, esattamente come l’inutile esistenza mondanizzata che propone ed esalta.

http://www.lefondamenta.it/2017/12/20/corpo-mio-lo-gestisco-listituzionalizzazione-del-suicidio/



Iscrivetevi alla nostra newsletter settimanale, che conterrà una rassegna dei nostri articoli.

 

02 novembre 2017

Il puntatore. La buona morte

di Aurelio Porfiri

Guardando per strada l'indecoroso spettacolo di Halloween e dei bambini vestiti da spettrini e streghine, mi convinco sempre di più che non siamo più un paese cattolico. Non lo siamo più non solo perché l'identità cattolica oramai è una patina sempre più evanescente, ma anche perché il pensiero debole si è impadronito anche dei cuori di molti, troppi pastori. La morte cristiana era qualcosa di terribile, nel senso etimologico, non spaventoso ma formidabile, tremendo come il Rex tremendae maiestatis del Dies Irae.
La famiglia era riunita intorno al letto di morte del proprio caro e al ritmo delle preghiere per i moribondi lo accompagnava verso l'ultimo viaggio. Uno degli Oratori più belli di don Lorenzo Perosi è il Transitus Animae. In esso si raffigura il passaggio di un anima dall'esilio terreno alla dimora celeste, un viaggio scandito dalle preghiere della tradizione cattolica. Forse, il suo capolavoro. Quella voce di contralto che invoca con dolcezza indicibile, ma piena di struggimento: "munda me!". Oggi questo non c'è, si muore di nascosto. Un libro profetico in questo senso fu Scommessa sulla morte di Vittorio Messori, uscito negli anni '80. In esso lo scrittore aveva già identificato alcune malattie culturali che sarebbero divenuti "il nuovo normale" in questo nuovo, ma triste, XXI secolo.


 

26 ottobre 2017

Il Puntatore. Come in un sogno


di Aurelio Porfiri

Una tranquilla domenica di settembre passeggiavo per la mia Roma, nel quartiere dove sono nato e vivo. Non era un giorno come gli altri, in effetti. Ricordavo che proprio quel giorno i miei genitori, se fossero stati ancora vivi, avrebbero celebrato il cinquantesimo del loro matrimonio, e io con loro. Allora sono passato nella Chiesa dove si erano sposati cinquant'anni prima proprio quel giorno. Il portone era aperto e dentro, non ci crederete, c'era un matrimonio. Il soprano cantava la solita Ave Maria. Vedevo i due sposi di spalle e ho immaginato per un momento che fossero i miei genitori e io li guardavo come in un sogno. Ho detto una preghiera e mi sono allontanato.

Il mistero della vita passa attraverso la nascita e la morte, l'invecchiamento e la sofferenza: "Ma è proprio una vergogna per un individuo assennato che il rimedio al dolore sia la stanchezza di soffrire: è meglio che sia tu a lasciare il dolore, non il dolore te; rinuncia subito a un atteggiamento che, anche volendo, non sarai in grado di sostenere a lungo" (Seneca). Eppure sembra che non siamo mai sazi di soffrire, sazi di sbattere contro una esistenza che già con Dio è un faticoso pellegrinaggio, senza Dio è incomprensibile. A volte non comprendiamo, ci sembra tutto veramente insostenibile.

Ancora oggi, dopo qualche anno, mi soprendo a parlare con mia madre e mio padre, a fare battute sapendo che lei avrebbe riso. Ma Seneca diceva che il saggio non vive quanto può, ma quanto deve. Spero che Dio legga Seneca. Eppure so che anch'io, a passo sempre più veloce, mi avvio verso quella porta che non si aprirà più per tornare indietro. Abbiamo paura di quel passaggio. Ma affidiamoci anche qui al pagano Seneca, che ci parla della meta finale: "A noi, nella nostra immensa stupidità, appare come uno scoglio: e invece, è un porto: non lo si deve mai evitare, anzi talvolta bisogna cercarlo, e se uno ci arriva nei primi anni della vita, non se ne lamenti, come non si lamenta chi ha portato a termine con rapidità la sua traversata per mare. Uno, lo sai, è trattenuto da venti deboli che si prendono gioco di lui e lo stancano con una bonaccia tenace ed esasperante; un altro, invece, un soffio costante lo trasporta a gran velocità. Pensa che per noi è lo stesso: alcuni la vita li porta molto rapidamente a quella meta, che, anche temporeggiando, dovevano raggiungere, altri li snerva e li fiacca. Non sempre, lo sai, la vita va conservata: il bene non consiste nel vivere, ma nel vivere bene". Che bella quest'ultima frase e come vorrei farla mia.


Iscrivetevi alla nostra newsletter settimanale, che conterrà una rassegna dei nostri articoli.

 

18 gennaio 2017

Il Cielo è dei violenti

(OVVERO LA REDENZIONE DELLA VITTIMA)

«Chi sarà risparmiato quando la misericordia di Dio colpirà?»
(F. O’Connor, Il cielo è dei violenti)

di Matteo Donadoni

CONNORIANA II – «Il Regno di Dio è nell’al-di-qua, non nell’aldilà». Così ama spiegare a volte il pastore che il vescovo di Bergamo ha mandato per sostituire il prete che aveva a suo tempo inviato in sostituzione del mio anziano parroco. Sarebbe un discorso consono al succo del pensiero magistrale del maestro Rayber, personaggio del classico attualissimo “Il cielo è dei violenti” di Flannery O’Connor.

Operatori di carità, va bene. Ma perché? Non perché ci sentiamo frutto amato dell’amore divino, non perché primariamente amiamo Dio, nostro Alto Fattore, e in conseguenza di ciò amiamo il nostro prossimo che, come noi, è a Sua immagine; non per avere il centuplo oggi e un tesoro nel Regno dei Cieli. Ma a giovamento della solita tiritera della teologia della liberazione. Ennesima metamorfosi della gnosi intrecciata all’antica volontà d’indipendenza da Dio, da Cristo, dal suo Vicario e dalla Chiesa, con tutti i suoi riti. Una ribellione intellettualoide, magari in buona fede, come quella del maestro del racconto, il quale ritiene che sia assolutamente necessario «rimanere nel mondo reale, dove non ci sono redentori, al di fuori di te stesso». Un uomo per il quale i riti, tutti i riti cristiani, sono solo inutili superstizioni tanto che, perfino di fronte al dolore, guardando il suo bambino disgraziato, questo personaggio ha la disperazione di dire: «Lui è quello che è, e non c’è nuova vita cui possa rinascere».

La storia in questione è una storia del Sud, agrario e protestante, per cui tutto ruota intorno a quella tradizione che riconosce come unico il rito cristiano del battesimo (vero protagonista del racconto, nell’acqua e nel fuoco, e ossessione del vecchio prozio), che per Rayber è un atto privo di significato, perché rinascere a nuova vita equivale a conoscere se stessi (una sorta di socratismo blasfemo) e non qualcosa che «si compra dal cielo versando un po’ d’acqua e pronunziando quattro parolette». Ovvero la cifra finale di un percorso immanentista che, privando progressivamente l’uomo del soprannaturale come se fosse un catechismo olandese, finisce per sostituire la Redenzione con l’illusione di un umanesimo ateo capace di autotrascendersi tramite riforme (rivoluzioni?) tecniche e sociali. Lo vediamo nelle nuove ideologie vegan per cui dei battezzati precedentemente refrattari a qualsiasi azione di mortificazione della carne, si scoprono ora seguaci fervidi di ferree diete prive di qualsiasi cosa che sembri lontanamente gustosa. Lo stesso maestro Rayber conduce una vita quasi ascetica, dormendo su un letto di ferro e consumando pasti frugali – “trucioli” per colazione anziché il buon vecchio lardo.

Per quanto io sia convinto che gli atei puri siano rari, ha ragione la O’Connor quando dice che l’ateismo è un frutto secco privo di semi, incapace anche di marcire. Perché è il carapace delle anime disperate: «Potresti tenerlo a mollo nell’acqua per il resto dei tuoi giorni e rimarrebbe sempre un idiota. Un bambino di cinque anni per l’eternità, inutile per sempre».
Tremendo. Il tremendo desiderio nichilista di Rayber: non provare più nulla sarebbe pace.
Per quanto sia sempre difficile trattare la materia connoriana, “inutile” è l’aggettivo adatto al mio stato d’animo quando devo scrivere riguardo un pezzo di sconvolgente intensità emotiva al limite del mal di stomaco come “Il cielo è dei violenti”. Subito le «parole si affollano come se facessero a spintoni per uscire» ed ecco che istantaneamente sono il corrispettivo letterario di un rettile al sole con «un’espressione fissa come la facciata di un penitenziario». Ma, dato che «di solito le cose che si fanno si rivelano giuste o sbagliate prima che il sole tramonti», proseguo senza troppo indugiare, giacché troppo scavare porta melma.

Il vecchio eremita dei boschi, Mason, ha imparato abbastanza dai propri errori da odiare la distruzione e non tutto quello che doveva essere distrutto, abbastanza da cercare la salvezza e non la distruzione. «La gente del Sud è di solito tollerante verso quelle debolezze che procedono dall’innocenza e sa che attitudine all’autoconservazione e spirito missionario vanno spesso e volentieri insieme». In ciò credo conservino inconsciamente uno spirito originariamente cattolico. Lo zio è un vero e proprio “stregato da Dio”, si sente inviato dall’Altissimo per una missione: annunciare che il giudizio è vicino e battezzare, soprattutto battezzare i propri nipoti. Farne profeti. Il profeta domestico, un profeta con una distilleria («E’ il solo profeta, ch’io sappia, che fabbricava liquori per campare» lo descrive il ragazzo), oltre ad essere simpatico, “intossicato di Dio” e con ogni probabilità completamente pazzo, divide il tetto della baracca con il ragazzo, una giacca lisa e con il mandato divino, gravido di una domanda drammaticamente attuale: «chi sarà salvato quando la misericordia di Dio colpirà?». Il Signore, infatti, ci ha tratti dalla polvere per sanguinare, piangere e pensare, e pensando, unica attività che l’uomo può compiere ventiquattr’ore su ventiquattro, sapere che la verità passa per il dolore. E che, come il vecchio sapeva perfettamente, la nostra ricompensa è un pesce spezzato e un pane moltiplicato. Questo dice la Bibbia, i libri ispirati da Dio ai profeti di Israele, storie divine e così pervicacemente umane, spirito e fango, come Adamo, e proprio perciò tanto importanti. Qualsiasi cialtrone potrebbe improvvisarsi a scrivere un libro pieno di incredulità cronica, asini e donnacce, ma solo la Bibbia è la Parola di Dio, per questo abbiamo bisogno del Magistero perenne della Chiesa. Perché è una questione mortale. Ne va della nostra anima, della vita vera, in fin dei conti.

Il ragazzo, il giovane Tarwater, nato da un incidente automobilistico mortale, si ritiene un po’ speciale, crede che Dio abbia progetti speciali per lui, ma poi quella voce interiore che sente, l’estraneo, il male gentile, lo convince a rinnegare se stesso e quanto è previsto per lui. D’altra parte però è consapevole (chi non lo è?), come lo era stato il maestro, che «i bambini hanno questa maledizione, la credulità». Gli uteri generano santi, poi i maestri manipolandoli per anni, plasmano atei. Così, si dibatte, al di là delle proprie capacità intellettuali, incastrato fra due modelli poli opposti, di fronte a quegli occhi annegati nel silenzio del cuginetto Bishop. Devo contemplare il fatto che il racconto della O’Connor è uno scrivere che, a leggerlo, sente sempre di un sotteso sapore sinestetico.
Secondo la concezione letteraria di Flannery O’Connor, nella narrativa il significato non è astratto ma deve essere vissuto. «Non si può semplicemente dire di NO. Bisogna fare di NO. Bisogna dimostrare le cose. Bisogna dimostrare che si fa sul serio. Bisogna dimostrare che una cosa non la si fa facendone un’altra. Bisogna giungere ad una decisione. In un modo o nell’altro». Così non solo la Grazia si rivela, ma opera. Così dice, il giovane Tarwater. Un uccello che canta i propri dispiaceri sopra un lago vetroso, un bambino nei panni di un cupo barcaiolo che traghetta un innocente attraverso il mistero della morte. Un innocente che «se ne stava là, impreciso e antico, come un bambino che è bambino da secoli». «La violenza è una cosa che si può usare a fin di bene o a fin di male e tra le cose che conquista c’è il regno dei cieli». La violenza – a volte il furore – prepara i personaggi ad affrontare la grazia.

Il lettore viene invece preparato dal filo del racconto, il presagio di ciò che accadrà. Il presagio che tiene insieme l’intero racconto. Il presagio si risolve in un qualche gesto o azione che sia coerente col personaggio ma insieme lo trascenda, questo cuore pulsante del racconto ha una valenza anagogica, che attiene alla vita divina e al nostro parteciparvi. «Dovrebbe essere un gesto che in qualche modo stabilisca il contatto con il mistero» spiega la O’Connor altrove. Il mistero è atavico, come l’odio, come l’amore. L’odio, come l’amore, è antico quanto il cuore dell’uomo, quanto il volto tenero del bambino che si tramutò nel viso ruvido di un ammutinato. Sentimenti che attraversano i personaggi come la barca sul lago, fino a rimanere immobile, come congelata in un lago ghiacciato. Come l’amore vero, quello nei confronti di un figlio malato, sentimento totalmente abnorme, travolgente, instancabile e fine a se stesso, un amore che ti può ridurre a un idiota nel giro di un secondo. Così l’odio. Ma la soluzione per le paure del passato non è il rifiuto, sta, invece, nella riflessione e nella fede, o anche in qualcosa di simile all’abbraccio di un amico. Tarwater non lo sa.

In questo modo, nelle ultime pagine, come «una luna rosa tremante a picco sul tetto» sboccia la tragedia a lungo coltivata durante tutto il racconto, se possibile, in modo ben più grave e violento di quanto si potesse mai intuire. In quel lago fattosi viscido (i due Tarwater, prozio e pronipote, condividono un cognome che significa letteralmente «acqua catramata») avviene il battesimo-omicidio di Bishop (nell’acqua), al termine del quale lo stupro nei pressi di Powderhead, la terra patria, l’incendio dei boschi (battesimo del fuoco) e la rivelazione del roveto ardente, la Redenzione. La Redenzione arriva come la morte a Samarra.

Almeno come la descrive un altro scrittore statunitense di origine irlandese: «Parla la morte: “C’era a Baghdad un mercante che mandò il suo servo al mercato per far provviste. E il servo ritornò ben presto, pallido e tremante, e disse: “Padrone, poco fa, mentre ero al mercato, fui urtato da una donna nella folla, e quando mi volsi mi accorsi che era stata la Morte a urtarmi. Mi guardò e fece un gesto minaccioso. Te ne supplico, prestami il tuo cavallo ed io abbandonerò questa città per sfuggire al mio destino. E andrò a Samarra, dove la Morte non potrà trovarmi”. Il mercante gli prestò il suo cavallo e il servo montò in sella e, spronando a sangue l’animale, partì al galoppo. Allora il mercante si recò alla piazza del mercato e mi scorse tra la folla. “Perché hai fatto un gesto minaccioso al mio servo, stamane?” mi chiese, avvicinandosi. “Il mio gesto non era di minaccia, bensì di sorpresa” risposi. “Fui stupita di vederlo a Baghdad poiché avevo un appuntamento con lui questa notte a Samarra”» (Appuntamento a Samarra, John Henry O’Hara).

Con la differenza che la morte non possiamo rifiutarla, ma «bisognerebbe essere porcellini di maiolica per non accorgersi che il nero non è bianco».

Leggi Connoriana I
 
 

16 agosto 2016

La Buona Morte


di Amicizia San Benedetto Brixia

Gianluca Firetti. Santo della porta accanto (2016) è un testo che raccoglie le testimonianze di don Marco D’Agostino, sacerdote che ha accompagnato l’esemplare decesso del giovane lombardo cui è tributato il libro. La pubblicazione, per i tipi di San Paolo, ha il doppio merito di illustrare un esempio di spiritualità del quotidiano e di trattare col grande pubblico il tema demodé del morire cristiano. La spiritualità del quotidiano è descritta secondo il canone ormai classico di situazioni concrete, quotidiane ed ordinarie affrontate con profondo spirito di riconoscenza, gioia, accettazione e profondità; Gianluca non è un santo da miracoli, quanto un cristiano ordinario capace di raggiungere ciò che ai nostri occhi appare come un grado eroico di fede (quanto al giudizio della Chiesa dovremo attendere), specialmente per aver conservato la medesima anche in situazioni di vita disperate e proibitive. Importante anche il secondo motivo di lode, la descrizione della morte e del morire da cristiani, discorso fondamentale ed imprescindibile, rispetto al quale la catechesi contemporanea si mostra spesso reticente, con l’esito che l’immaginario della morte e del morire umano è completamente definito dai canoni di massa delle produzioni librarie e cinematografiche pressoché atee e nichiliste. Il libro quindi si può adoperare, cogliendone anzitutto questi due lati positivi.
Mi permetto d’altro canto di muovere delle critiche, che non vogliono raggiungere l’evento e il fatto storico della vita di Gianluca, dei suoi cari e del suo biografo, quanto indicare alcune lacune teologiche nel diario di D’Agostino. Prima di venire al punto, preciso che la lettura di Santo della porta accanto andrebbe integrata e fatta precedere dal lavoro a quattro mani Firetti-D’Agostino Spaccato in due. L’alfabeto di Gianluca (San Paolo, 2015), cosa che io non ho fatto e che forse avrebbe risposto ai dubbi che sto per elencare.
La questione è semplice: nel testo manca o non emerge la dimensione della sofferenza vicaria e della utilità della sofferenza. Tale dimensione a volte è omessa, altre volte è come dribblata. Il riferimento alla gioia predomina, il tema della speranza si erge, l’accostamento tra cristianità, felicità e croce si rinnova, ma l’esplicitazione del significato teologico e mistico della cristopatia – il completare nella propria carne i patimenti di Cristo a maggior gloria di Dio e a salvezza delle anime – non si dà: non per una negazione espressa, ma come per un tentativo di tener nascosto sotto la superficie il nodo scomodo ma imprescindibile della questione. “La sua vita tutta quanta è diventata un’offerta: un sacrificio vivente, santo e gradito a Dio. Non perché Dio volesse la sua sofferenza, ma perché – come lui aveva detto nell’ultima domenica: “Dio mi ha posto sulle spalle una bella croce. No, è la malattia che è pesante, Dio non c’entra proprio nulla” (p. 165). Dio invece c’entra e c’entra parecchio, perché ha scelto di entrare in questa dimensione che pure è nata per iniziativa declinante delle creature e non per progetto efficace del Creatore. Dio non vuole la nostra sofferenza, vuole la nostra santificazione, ma per la salvezza di tutti è legge dello spirito che fosse necessaria l’immolazione di un giusto a ripagare il peccato, il Signore Gesù, il quale può chiedere ad alcune anime elette di seguirlo nella sofferenza riparatrice in modo speciale ed eminente. I cattolici credono ancora a questo? Reputo di sì e reputo che ciò sia il motore che sostiene la fede di persone provate come Firetti. Dispiace che forse non sappiamo più dire queste cose, che ce ne vergogniamo o che le reputiamo devozionismi desueti. Sia chiaro, non manca nelle pagine il riferimento alla spiritualità e l’appello al divino quale soluzione del male terreno: “L’arma della preghiera è stata potente. Laddove tu pensavi di portare sconforto e disperazione hai solo aumentato il desiderio di affidarsi a un Padre!” (p. 71). Non manca neppure, come si legge, la capacità testimoniale e – mi permetto di aggiungere - la sua fecondità comunicativa.  Resta però un silenzio spiacevole circa la motivazione mistica dell’esperienza, pare esserci un affidarsi cieco a un soffrire che, per il cattolico istruito, non è così cieco, o meglio, si avverte tale nel vissuto personale, ma corroborato dalla rivelazione del senso spirituale della sofferenza come amore corredentivo. Purtroppo la sospensione di simili ermeneutiche produce frutti opinabili, come si evince dal pur commovente dialogo tra il giovane e il suo padre spirituale: “”Il Signore che cosa mi mette davanti?” Domande alle quali, dal mio punto di vista, non potevano esserci risposte esperienziali. Men che meno frasi convenzionali... “Gian, pensa alla tua vita, è stata bella quando stavi bene. Ed è ancora più bella nella malattia. Pensa a tutto il bene che tu hai fatto in questi due mesi”... E mi ero convinto ancora di più, davanti a lui, che la memoria del bene fatto rende felice” (p. 84). Purtroppo simili orientamenti squalificano il valore profondo della malattia cristiana, l’obiettivo non è essere felici, ma essere in pace con Dio, soprattutto la felicità da cercare non è quella del merito sociale, delle sempre fragili e discutibili testimonianze date dalla nostra povera umanità, ma quella della consolazione spirituale, che viene quando ci si conforma a Cristo (non mi dilungo, ma la chiave per comprendere e vivere la vicarierà redentiva è tutta qui), colui il quale è morto abbandonato da quelli che aveva beneficati, nonché travagliato da dubbi desolanti.
Con tali omissioni il rischio è quello di indebolire la portata specifica del volume, silenziandone la capacità evangelizzatrice. “Il perché non lo so, il libro ti fa piangere, ma alla fine sei felice. E’ liberante!” (p. 153); “Gian ha toccato il cuore a tanti... Nel libro c’è un unico filo conduttore: una fede inattaccabile e una naturalezza nelle quali Gian si manifestava” (p. 156). Queste e molte altre testimonianze stupiscono per la qualità generica, emozionale, soggettiva delle affermazioni. Complimenti che potrebbero valere senza modifiche per il decesso di chiunque o addirittura per tanti generi di libri emozionanti, magari immorali. Lungi da me giudicare le situazioni effettive del caso, ma questa è l’analisi cui siamo costretti dai testi nudi e crudi. Dunque, cari padri, grazie per il coraggio di raccontarci storie come quelle di Firetti, ma vi chiediamo nelle prossime stesure di aiutarci a cogliere maggiormente lo specifico della Buona Morte cattolica, mirando al cuore teologico di questi eventi altamente drammatici, e illuminandone il valore più intimo che oltrepassa letture funzionali o sociologiche di sorta, ciò renderà più ampia e solida l’evangelizzazione, la centralità di Cristo, la missione della Chiesa, la santificazione dei battezzati e la conversione dei peccatori.

 

30 giugno 2016

Leggere Jünger nella crisi di mezz'età

(COME SI ESCE, SE SE NE ESCE, DA UNA CRISI DI MEZZA ETA’ LEGGENDO JÜNGER)

“Lo spavento è un fuoco che si appressa a divorare il mondo”
(Ernst Jünger)

di Matteo Donadoni

JÜNGERIANA I - Il collegio, per quanto sia un’esperienza entusiasmante quanto pericolosa, ti cambia. Ho avuto la fortuna di appartenere all’ultima generazione non nativo-digitale, di mietere il grano e pigiare l’uva, vedere nascere un puledro, maneggiare un’ascia. Saprei ancora legare la vite con del salice facendo la “figura della falce”, tale e quale, come scriveva venti secoli fa Lucio Giunio Columella Moderato (Gades 4 - 70). Allevare polli e scuoiare conigli a regola d’arte. Sissignore. Sono cresciuto libero dall’ubiqua rintracciabilità della telefonia mobile e dalle pastoie perbeniste del conformismo urbano cementificato. Ho girovagato, adolescente, con amici o solo, per i boschi senza curarmi di dove andare, senza sapere dove fossi, masticando germogli come un panda, osservando quanto possono essere maledettamente lente le salamandre, cercando di prendere gli ultimi gamberi di fiume a mani nude. Calcolavo approssimativamente l’ora guardando il sole e mi sono perfino ritrovato al buio in montagna, sapendo solo una cosa: dovevo scendere. Eppure non ho mai incontrato orchi, solo me stesso e la mia terribile (a tratti oscura) interiorità, qualche tossico, un paio di volte la paura, una volta dei cinghiali. Spesso il dolore fisico. Ma sempre la Libertà. Il collegio, nell’arco temporale del trillo di una campanella, mi ha tolto tutto. L’istituzionalizzazione ti trasforma, come l’uomo senza volto di Mel Gibson.

Tuttavia, come mi ha detto Alessandro Gnocchi: una volta aperti gli occhi, non puoi più richiuderli. Sono abbastanza sicuro avesse in mente Ernst Jünger (Heidelberg 1895 – Riedlingen 1998), anche se non conferma. In particolare quello che viene definito “Il Trattato del Ribelle”, termine che non mi piace – gli unici ribelli che amo sono i vecchi Jonny “not forgotten” della terra del cotone –, forse sarebbe più corretto il termine “anarca”, che mi piace ancor meno: troppo simile all’anarchico, losco figuro in genere digiuno di metafisica. D’altra parte “il passaggio al bosco non va inteso come anarchismo rivolto contro il mondo delle macchine”. “L'uomo che riesce a penetrare nelle segrete dell'essere, anche solo per un fuggevole istante, acquisterà sicurezza: l'ordine temporale non soltanto perderà il suo aspetto minaccioso, ma ci apparirà dotato di senso. Chiamiamo questa svolta “passaggio al bosco”.

Libro da leggersi con cautela, il Trattato, semplicemente trasuda fresco inchiostro pagano da ogni punto e virgola.
Ad ogni buon conto, mentre cerco di risolvere la sfinge del termine, con lo scrittore e filosofo tedesco temo di avere in comune solo la vita del collegio ed il modesto profitto scolastico. Quanto al coraggio: io progettai, diciassettenne, la fuga per arruolarmi nella Legione Straniera, con tanto di orari ferroviari sul diario. Io progettai, lui si arruolò. Dice tutto. Quanto alle ferite di guerra, Jünger venne ferito ben quattordici volte nella Grande Guerra. Pluridecorato. Una volta si chiamavano eroi.

Un prediletto di Dio, esempio mortale di quel filo rosso del piano divino, progettato dalla notte di tempi prepagani, per un ironico finale cattolico – nel 1996 si convertì al cattolicesimo. Io posso solo non dimenticare mai le cicatrici sul corpo dei miei nonni, che sopravvissero all’inferno Russo e ai Lager tedeschi. Ma forse niente è superfluo. Temo nemmeno io stesso. Però, che io sia Waldergänger, “Passato al Bosco” o no, non posso dirlo. So che alcuni uomini sono mustang, altri pony.
Soprattutto oggi, piombato in una crisi di mezza età con la grazia di un maiale sui pattini in cerca del senso della vita. E soprattutto con la ridicola consapevolezza che il senso della vita a otto anni ce l’hai chiaro nella testa, poi tutto si aggroviglia. Sono certo che il fanciullo abbia le idee chiare anche oggi, i bambini conoscono il “segreto della vita”, come dice il vecchio Curly “faccia di cuoio” in un film girato 50anni esatti dopo la stesura del Trattato. “Il bambino si aggira ancora nella foresta antica, smarrito, ma non ci sono più orchi: il mondo è dominato da un esercito di microbi”.

Come ha detto anche Roger Scruton, la nostra società si fonda sulla paura. Lo aveva capito molto prima Ernst Jünger: “La paura è uno dei sintomi del nostro tempo”. “E' un fatto che i rapporti tra i progressi dell'automatismo e quelli della paura sono stretti: pur di ottenere agevolazioni tecniche l'uomo è infatti disposto a limitare il proprio potere di decisione. Conquisterà così ogni sorta di vantaggi che sarà costretto a pagare con una perdita di libertà sempre maggiore.”
Amici, professori e perfino lo sconosciuto sul tram, tutti pronti a dirti con un certo fare inamidato: “nessuno prende decisioni sbagliate”. Poi una mattina ti alzi e ti trovi ad accorgerti che è proprio la frase che in genere si dice a chi prende decisioni idiote. “L’essere umano è ridotto al punto che da lui si pretendono le pezze d’appoggio destinate a mandarlo in rovina”. Ma devi leggere Jünger per sapere che “ogni comodità ha il suo prezzo. La condizione dell’animale domestico si porta dietro quella di bestia da macello”? No. L’hai sempre saputo, sin dalla prima volta che hai visto la nonna estrarre interiora dalla carcassa di un animale con la nonchalance di una lady britannica di fronte a degli “after eights”.

Da paura. Già, la paura. “In ogni tempo, in ogni luogo, in ogni cuore, la paura dell'uomo è sempre la stessa: paura dell'annientamento, paura della morte”. “Vincere la paura della morte equivale dunque a vincere ogni altro terrore: tutti i terrori hanno significato solo in rapporto a questo problema primario. Passare al bosco, quindi, vuol dire innanzitutto andare verso la morte. Questa strada arriva molto vicina alla morte – anzi, se è necessario, l'attraversa perfino. Il bosco, come rifugio della vita, dischiude i suoi tesori surreali quando l'uomo è riuscito ad oltrepassare la linea.
Qui si posa l'eccedenza del mondo.

Ogni autentica guida spirituale si riferisce a questa verità: sa condurre l'uomo al punto in cui egli riconosce la realtà. Diventa particolarmente chiaro quando si uniscono dottrina ed esempio – quando il vincitore della paura accede al regno dei morti, come fece Cristo, fondatore supremo”. Ecco espressa, in nuce, la conversione. E non è il solo passo, ma ne parleremo altrove.
“E’ davvero strano, in un’epoca in cui fiorisce rigoglioso il culto della comunità”, che l’uomo sia così solo, nel timore di essere sbagliato. Ha paura di confessare ciò che è dentro, il suo essere profondo. Il suo essere non conforme, in realtà, al muggito che la mandria vuole da lui. Sostiene di avere una coscienza critica, ma è un’entità bipede paradossale: “c’è un paradosso analogo: all’immenso progresso delle conquiste spaziali corrisponde la riduzione progressiva della libertà individuale”. Non parlerò, poi, del paradosso del 2% nelle dittature comuniste – ma consiglio democraticamente di approfondire il paradosso di Böckenförde.

“I nuovi padroni di schiavi lo sanno e solo per questo danno tanta importanza alle teorie materialistiche” affinché non ci siano più “bastioni su cui l’uomo possa sentirsi inattaccabile, e dunque libero dalla paura”.
A questo punto ho paura, lo devo ammettere, di non sapere se si esce da una crisi di mezza età leggendo Jünger, ma so che la via (la via del bosco? Il bosco è ovunque) passa dal superamento della paura della morte, che si camuffa, con un vago sentore di urina, da paura di invecchiare. Ma so per certo, come il fatto che da una vacca nascerà sempre un vitello e mai una speciazione a caso, una cosa: quanto ti alzi una mattina e ti accorgi che la barba si inargenta e ti sono cresciuti i peli sulle orecchie, e d’un tratto sei del tutto consapevole che non sarai mai, mai più bello di come sei, non farai mai più carriera di quella che hai fatto, che non avrai mai più il vigore di trasportare un tronco su una spalla, e le ragazze ti dicono “bella zio”… e non te ne frega niente lo stesso. Forse la crisi è finita. Hai accettato.
Ecco quella mattina per me è stata il risveglio del mio trentottesimo compleanno. Auguri.
 

28 giugno 2016

Ciao Bud, ora insegna agli angeli come scazzottarsi


di Alessandro Rico

Da quarant’anni a questa parte, il volto, le espressioni, la stazza, le battute e i cazzotti di Bud Spencer fanno parte dei ricordi d’infanzia (e dei momenti di evasione in età matura) dei tanti, italiani e stranieri (soprattutto tedeschi), che lo hanno amato. Senza esagerazioni retoriche, crediamo di poter dire che con lui se ne va un pezzo di noi. O forse Bud ci è ora più vicino, se è vero quel che ci promette la nostra fede, la fede che questo gigante buono, uomo vulcanico ed eclettico, di recente aveva raccontato in modo stupendo: «Credo in Dio, è ciò che mi salva. E prego. Perché? Perché riconosco in modo sempre più forte come sia nulla ciò a cui prima attribuivo un grande valore. Lo sport, dove volevo affermarmi, la popolarità. Chi si inorgoglisce per queste cose, chi insegue solo il successo, la fama, è un idiota». Con parole semplici e sincere, Bud Spencer è riuscito a spiegare che cos’è la Sapienza: «Vanità delle vanità, tutto è vanità» (Qo 1, 2), fumo negli occhi. Solo Gesù salva. Chi va dietro al mondo è come la volpe, che magari sa tante cose e si crede furba, mentre chi cerca il tesoro che «né tignola né ruggine consumano» (Mt 6, 20), è come il riccio, che sa una sola cosa, ma grande.
Quante altre generazioni rideranno a crepapelle per quelle scene leggendarie! Il coro dei pompieri, quando Bud e Terence venivano tallonati da un serial killer maldestro; la cena tra abiti kitsch e fiumi di whiskey in “I due superpiedi quasi piatti” («vai Galina, razzola!»); il naufragio nel Pacifico con la barca della marmellata Puffin («solo Puffin ti darà forza e grinta e volontà»). E ancora, la Dune Buggy, birra e salsicce, le frittate con dodici uova e le padellate di fagioli. Non basterebbero dieci pagine per rievocare tutti i momenti più divertenti. Scorrendo nel pensiero questi frammenti di cinema, scende giù una lacrima di malinconia: come quando parte per sempre un pezzo di cuore, o cala il sipario su un’età della vita. Come se ad andarsene fosse stato il nonno di tutti.
La vita di Bud Spencer, al secolo Carlo Pedersoli, è stata straordinaria. Nato a Napoli nel 1929, campione e recordman di nuoto, per anni visse e lavorò in Sud America facendo praticamente di tutto (altro che la generazione Erasmus). Iniziò la carriera di attore per caso, per caso costruì con Mario Girotti una delle coppie cinematografiche più riuscite. I due si costruirono un profilo internazionale recitando in inglese (in italiano furono doppiati da Glauco Onorato, Pino Locchi e Michele Gammino) e coniando dei nomi d’arte: uno perché amava la birra Bud e Spencer Tracey, l’altro perché leggeva Terenzio e per via delle iniziali della mamma, Hildegard Thieme, oriunda di Dresda. Bud Spencer amava definirsi un dilettante, capace di fare alla buona un po’ di tutto, dall’operaio al musicista (addirittura, sul set di un film s’improvvisò pilota d’aereo, seminando il panico nella troupe). Ci teneva a ribadire che i film girati con l’amico Terence facevano ridere senza mai diventare volgari e che trasmettevano sempre un messaggio di giustizia: stare dalla parte degli oppressi con poche chiacchiere, tanto cuore e qualche pugno – memorabile la scena di “Porgi l’altra guancia” in cui il missionario Bud rimprovera col motto evangelico il confratello Terence, che aveva percosso uno sgherro. Poi il cattivo tenta di colpire di nuovo, ma Terence schiva il cazzotto, che centra Bud, il quale ricambia con un pauroso manrovescio. «Ma tu adesso perché l’hai colpito?», reclama Terence. E lui: «Perché ha sbagliato guancia». Bud Spencer è entrato così, per decenni, nelle nostre case: con buonumore e spensieratezza, con la tempistica comica del perfetto caratterista (peraltro capace di interpretare ruoli ben più impegnativi), ma anche con il vivido senso della differenza tra bene e male (sebbene i cattivi spesso ispirassero tenerezza, tra denti sputati e nasi rotti). La sua filosofia di vita, dichiarava, era il “futtetenne”, titolo di una canzone da lui composta: accettare con pazienza difficoltà e amarezze, conservando il senso del mistero. «Non temo la morte. […] Da cattolico, provo curiosità, piuttosto: la curiosità di sbirciare oltre, come il ragazzino che smonta il giocattolo per vedere come funziona. Naturalmente è una curiosità che non ho alcuna fretta di soddisfare, ma non vivo nell'attesa e nel timore».
In effetti, l’esempio più fulgido, l’attore napoletano lo ha regalato alla fine. Prima di spirare, ai familiari che lo circondavano al capezzale ha detto: «Grazie». E la sua gratitudine l’ha espressa decine di volte al pubblico che lo adorava e al quale sosteneva di dovere tutto. Quest’omone che tanto ha dato, si è congedato ringraziando per quello che ha avuto. E noi siamo sicuri che, alle porte del Paradiso, il buon Pietro non abbia avuto proprio il coraggio di lasciarlo fuori. Si sarà ricordato di quella scena in cui Bud e Terence bussano al club del cattivo di turno. «Apri», intimano allo scagnozzo, che li schernisce: «Perché? Altrimenti v’arrabbiate?». Ma loro: «Siamo già arrabbiati».
Ora Bud sa se anche gli angeli mangiano fagioli. E di Trinità finalmente vede quella vera.

 

19 dicembre 2015

Natale: donare o essere?


di Satiricus 

La storia di Jahi McMath è un’ottima meditazione di Avvento, particolarmente sul tema del rapporto tra vita e morte, amore e denaro, e sul paradosso della sapienza degli ultimi, e sulla dialettica tra donare qualcosa o riconoscersi persona. Questo e molto di più nell’avventura di una ragazza nera data per morta, ma che sembra tornare a mostrare segni di vita.

“Il caso «soddisfaceva tutti i criteri standard per la diagnosi di morte cerebrale (…) non c’è mai stato un paziente con una diagnosi di morte cerebrale corretta che poi ha sviluppato un processo neurologico funzionante». Sopratutto, se i genitori non avessero insistito nonostante la contrarietà della maggioranza, «non avremmo mai saputo che esiste questa possibilità»… Gli scenari che si aprono ora sono incerti e potrebbero crescere i casi in cui i parenti decidano di non arrendersi nemmeno di fronte a una morte cerebrale, abbassando il numero delle donazioni di organi, come ha ricordato il professore di legge della Hameline University Thaddeus Pope. A difendere la famiglia sin dall’inizio era stato Bobby Schindler, fratello di Terri Schiavo, la donna che morì di fame e di sete dopo una lunga battaglia legale del marito contro i parenti. Schiavo ha ribadito che il mercato della donazione di organi è milionario: «È un grande business (…) e quello che vediamo conferma ciò che i famigliari dicono dall’inizio»”.

Ringraziamo Benedetta Frigerio e Tempi per la segnalazione puntuale. Mi piacciono le notizie bomba, mi piacciono i casi che mettono in discussione teorie e prassi di moda, soprattutto quando si tratta di prassi mortifere, mi piace l’idea che i parametri relativi alla morte cerebrale possano essere nuovamente questionati da scoperte sul campo, mi piace che la scienza e la verità ostacolino la rincorsa al fare (e al guadagnare). In fondo, a ben pensarci, la via di uscita da esperienze tragiche - penso ai grandi temi della stregoneria e della schiavitù, per restare sul banale - si ha quando vengono sondate nuove piste di riflessione, quando vengono messi in luce le criticità del mainstrem, quando la schiera dei dotti allineati viene rovesciata da qualche imbecille, dotato di sufficiente ostinazione e sfacciataggine da rilanciare e scommettere sull’indifendibile: un beduino, un re fulvo, un galileo, un ebreo visionario, una negra morta che muove l’alluce.

 

05 aprile 2015

Un'alba senza fine


a cura di Marco Massignan

Offriamo ai lettori del nostro sito tre brevi letture-meditazioni per la Santa Pasqua 2015. La prima è tratta da un libro dello scrittore Nino Badano (E abitò tra noi, Volpe editore, 1980). Il secondo contributo è tratto da due omelie del Card. Giuseppe Siri per la Pasqua del 1972 e del 1973 (ora in Omelie per l'anno liturgico, Fede & Cultura 2008). L'ultimo scritto è di don Ennio Innocenti (ora in Fede Grazia Legge. Nona raccolta dei testi radiotrasmessi nella rubrica “Ascolta, si fa sera” - Rai/Gr1, Sacra Fraternitas Aurigarum in Urbe, Roma 1997).

Mattino di Pasqua. E' a quell'ora che è finita la notte della morte; da quell'ora ogni alba ricorda l'alba di un giorno che non finirà. Dall'annuncio degli Angeli: surrexit non est hic - che ha cambiato la storia del mondo e quella di ogni uomo, la vita non è più ciò che era prima: un dono più o meno lungo e propizio di anni, concluso da un abisso e da un mistero; è un passaggio che un giorno sembrerà insignificante, verso un'altra vita. Da quell'alba di Pasqua, per chi sa volere, vivere è attesa e dolcezza: Introduxit vos Dominus in terram fluentem lac et mel. Se vogliamo, dipende da noi, la Pasqua non è un momento, ma una condizione; è un'alba che continua. I santi sono quelli tra noi che riescono a gioire della vita e delle cose effimere senza soffrire della loro caducità. E' un privilegio accessibile a tutti: basterebbe riuscire a desiderarlo come il ladrone fortunato che ha chiesto sulla croce l'ingresso nel regno. Da quel mattino di Pasqua per quelli che credono è possibile vivere senza paura della morte. Il sepolcro vuoto e la Sindone ripiegata sono promesse e certezze date soltanto per confermare che la Vita non “è più qui”, ma altrove: perché noi cerchiamo la Vita non al di qua della morte, ma al di là, dove la resurrezione è cominciata

La Risurrezione del Salvatore è stata una prova storica della verità da Lui asserita. Ma è stata anche la grande sfida gettata non solo ai suoi restii connazionali, ma a tutto un mondo di uomini liberi, che hanno sì la possibilità di scelta, ma non l'esenzione dalle passioni, dagli errori, dalla cecità, dal peccato. Questi sono infatti i veri termini della situazione del mondo. Ho detto che è stata una sfida divina. (…) La sfida sta nel fatto di invitare gli uomini a misurarsi sul limite della morte: essi non possono sostenere la prova; Lui solo ha potuto. (…) Il fatto più incomprensibile di tutti è che gli uomini non si vogliono ricordare ogni giorno, al momento giusto, di essere morituri. Quel limite non lo varca che Cristo, Figlio di Dio. E' allora che il significato della morte dà contezza della vita; la sua ineluttabilità tronca e riduce all'estrema umiltà ogni fatidica superbia: non è in un mondo di morituri che si può cantare vittoria! La sfida della Risurrezione sta nel porre con gesto solenne e divino nella più luminosa chiarezza i limiti della potenza umana, i limiti della vita ed a questi limiti, più grandi dei cieli, domandare alla fine di un confronto tra Dio e l'uomo, l'irrevocabile sentenza della vita umana perdente. (…) Siamo davanti ad uno dei metri della Divina Provvidenza, davanti a uno dei segreti più profondi e più impressionanti della storia delle anime, perché in verità la storia delle anime si svolge intorno a questo perno: o guardano Dio o chiudono gli occhi. Tutte le loro azioni, tutti i peccati, tutti i meriti sono riassunti in queste due posizioni: o guardano Dio o chiudono gli occhi davanti a Dio. Ed è la storia vera della nostra vita. Ed è a questo punto che si capiscono tutte le gioie possibili e tutti i reali dolori inutili degli uomini. Ma è davanti a questa certezza che dobbiamo fare i conti con una legge che domina la storia e domina anche il diagramma della nostra vita. Possiate avere una santa e buona Pasqua!

Simbolismo del Risorto. Fin dai primi tempi del Cristianesimo i nuovi credenti proiettarono sui misteri dell'evangelo cristiano il simbolismo del Sole. Le sacre pagine dell'Antico e del Nuovo Testamento offrivano vari suggerimenti in questo senso, ma le genti che si convertivano a Cristo erano già preparate a questa connessione simbolica dalle mitologie precristiane che avevano ispirato, più che poesia, una vera pietas religiosa. Dall'adorazione del Sole, come simbolo della Divinità, si passò, dunque, eliminato ogni residuo di panteismo naturalistico, all'adorazione di Cristo quale Sole che vince le tenebre e mai più tramonta, tutto irradia e tutti benefica. Fu in questa prospettiva che la festa liturgica del Natale di Cristo sostituì la festa del Natale del Sole, fu anche per l'identificazione simbolica di Cristo e del Sole che la domenica sostituì, appunto, il giorno dedicato al Sole (il secondo giorno della settimana astrale, che cominciava col giorno dedicato a Saturno). Ma, soprattutto, è solare il giorno della Pasqua cristiana. I romani cristiani non hanno incertezze: Gesù morì nel giorno di Venere, restò sepolto nel giorno di Saturno, risorse nel giorno del Sole e precisamente in quel giorno del Sole che stava a metà di quel mese che anche per i Romani era il primo dell’anno, e anno solare! I convertiti trasponevano su Cristo la loro poesia mitologica: Helios, il sole, s'inabissa, tramontando, nel mare, ossia nel regno delle tenebre e dell'oltretomba, ma torna, per vie misteriose, verso oriente, a risplendere tutti illuminando: come Cristo - appunto – che muore ma risale dall'oltretomba per effondere su tutti la sua grazia divina. E così “pasqua” (o passaggio) non è più semplicemente il passaggio del Mar Rosso da parte di un popolo particolare, ma direttamente il passaggio dal tramonto all'aurora, ossia dalla morte alla vita, dalle tenebre spirituali alla luce spirituale, dal peccato alla grazia. Il Risorto è raffigurato come nuovo Apollo, Divinità Solare che guida, nuovo Auriga, il carro dorato e luminoso, trasforma qualsiasi occidente in un oriente e uccide con la sua luce il drago tenebroso che causava la morte; diventa così il nuovo Adamo, ossia il capostipite di un’umanità rinnovata, spiritualmente illuminata, investita della gloria divina. Gli echi di questo antichissimo simbolismo sono ancora riconoscibili nella liturgia di Pasqua, che è tutta intrisa del tema della luce.

 

05 novembre 2014

La verità ti fa male lo so


di Francesco Filipazzi

Ha fatto scalpore il caso della ragazza americana che, per paura di soffrire una condizione dolorosa dovuta ad un tumore al cervello (non ancora in fase avanzata), ha scelto un'eutanasia preventiva, salutando parenti e amici e congedandosi da questo mondo nonostante non si trovasse in condizioni disperate.

Un caso così eclatante non poteva lasciare indifferente neppure un Vaticano in tutt'altre faccende affaccendato il quale, rispolverando per un giorno il proprio ruolo ecclesiastico, ha fatto sapere che una scelta del genere, equivalente al suicidio, non è accettabile e che la cultura della morte non può trovare spazio, usando termini che da più di un anno non risuonavano: “gesto condannabile”, “assurdità”. L'estensore della nota, monsignor Carrasco de Paula, presidente della Pontificia accademia della Vita, ha inoltre attaccato Compassion&Choice, l'associazione che ha inculcato alla ragazza l'idea che non valesse la pena di soffrire, richiamandosi a Papa Francesco e al suo Magistero contrario alla cultura dello scarto.
Fino a qui i fatti.

Successivamente, è capitata una cosa che da molto tempo non vedevamo: in molti, sui social network, ma anche nelle discussioni 'da bar', leggendo queste dichiarazioni hanno subito rispolverato tutta la retorica anti clericale che, con il nuovo corso bergogliano, era stata dismessa. Un bombardamento di “la Chiesa taccia che ha coperto i pedofili”, “questi stanno lì pieni di soldi e vogliono parlare”, fino a giungere alle trivialità gratuite dei tempi di Benedetto XVI regnante. Una reazione scomposta che ci ha rifatto rivivere per un giorno i tempi delle battaglie più dure, quando alla testa c'era un pontefice combattente.
Una reazione del genere, così come il minimo risalto dato dai media alle dichiarazioni di de Paula, dovrebbe far riflettere, in particolare i piani altissimi e Papa Francesco in primis, il quale, nonostante i risultati (fallimentari) del sinodo, vive ancora in una sostanziale luna di miele mediatica, non essendosi in realtà ancora espresso in maniera "plateale" su nessun argomento scottante. Va tenuto presente che Benedetto XVI ha più volte ribadito che una Chiesa che oggi non viene attaccata è sostanzialmente inutile e traditrice del proprio mandato.

L'affermazione della verità, che ormai assume veramente la forma della nota profezia chestertoniana (“spade verranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate, fuochi verranno accesi per dimostrare che 2+2 fa 4”), è imprescindibile per chiunque voglia seguire il Vangelo e le orme di Gesù Cristo, morto sì per salvarci, ma ucciso perché scomodo osservatore e giudice della realtà in cui viveva.
L'osservazione riguardo l'eutanasia da parte di de Paula e le relative reazioni scomposte sono di fatto la cartina tornasole del rapporto che si è instaurato fra Chiesa e mass media nell'ultimo anno e mezzo. Non appena il Papa esce dal seminato viene sostanzialmente ignorato e se un organismo vaticano afferma la verità vengono rispolverati i mitologici “preti pedofili”.
Ogni cristiano però sa che il proprio dovere è l'affermazione della verità. Benedetto XVI ha dedicato un'intera enciclica a questo tema, la “Caritas in Veritate”. Non esiste nessuna carità in un contesto menzognero.
Recita infatti l'enciclica: “Sono consapevole degli sviamenti e degli svuotamenti di senso a cui la carità è andata e va incontro, con il conseguente rischio di fraintenderla, di estrometterla dal vissuto etico e, in ogni caso, di impedirne la corretta valorizzazione. In ambito sociale, giuridico, culturale, politico, economico, ossia nei contesti più esposti a tale pericolo, ne viene dichiarata facilmente l'irrilevanza a interpretare e a dirigere le responsabilità morali. Di qui il bisogno di coniugare la carità con la verità non solo nella direzione, segnata da san Paolo, della «veritas in caritate» (Ef 4,15), ma anche in quella, inversa e complementare, della «caritas in veritate». La verità va cercata, trovata ed espressa nell'«economia» della carità, ma la carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità. In questo modo non avremo solo reso un servizio alla carità, illuminata dalla verità, ma avremo anche contribuito ad accreditare la verità, mostrandone il potere di autenticazione e di persuasione nel concreto del vivere sociale. Cosa, questa, di non poco conto oggi, in un contesto sociale e culturale che relativizza la verità, diventando spesso di essa incurante e ad essa restio.”

 

04 novembre 2014

Quello che ci lascia Brittany


di Giuliano Guzzo

Adesso che Brittany Maynard, la ventinovenne americana colpita da un cancro al cervello, è morta per eutanasia come da lei annunciato e voluto, a noi resta anzitutto il suo addio, un congedo terreno incensato dal mondo come epifania della libertà ma uscito dal cuore come fuga imposta, come scelta fra il precipizio del dolore e quello della morte: «Arrivederci a tutti i miei cari amici e alla mia famiglia che amo. Oggi è il giorno che ho scelto per morire con dignità, tenuto conto della malattia in fase terminale, questo terribile cancro al cervello che mi ha imprigionato… ma mi avrebbe imprigionato tanto di più», sono state le sue parole. E a noi resta anzitutto questo, una donna che se ne va scappando da una sofferenza purtroppo non spiegabile; non con parametri terreni, almeno.
La seconda eredità di Brittany, oltre alle sue parole, è dunque la denuncia dell’impossibilità di sopportare non solo la sofferenza, ma anche la paura della sofferenza. Chi me lo fa fare di spegnermi nel dolore, di vedermi divorata dal male e dall’assenza di vie d’uscita? Se lo sarà chiesto chissà quante volte. Ma alla fine la sua risposta, dopo la parvenza di un ripensamento, giovedì scorso – «Provo ancora gioia, scherzo e sorrido con la mia famiglia e i miei amici e non mi sembra il momento giusto adesso», aveva detto -, è stata definitiva: nessuno. Perciò Brittany non ha voluto caricarsi sulle spalle, oltre alla malattia, una sfida gigantesca ed in realtà non solo sua, dato che se non diamo senso al dolore, in realtà, non diamo senso alla vita, rimanendo non padroni bensì ospiti della nostra esistenza.
Chi non sa soffrire infatti prima o poi scoprirà di non saper vivere, e conta relativamente che il motivo del dolore alla base di questa consapevolezza sia fisico o psicologico, professionale o sentimentale: la disperazione è la stessa, a meno che non si creda alla distinzione fra vite degne e vite non degne; una distinzione pericolosa e pure fasulla dato che quando uno Stato, una società, una comunità riconosce il “diritto di morire” negando all’esistenza valore intrinseco non è vero che lascia liberi i cittadini di scegliere quanto e se vivere: li lascia solo liberi di illudersi, di credersi felici fino a prova contraria e predisponendo subito, per i delusi, la corsia d’emergenza dell’addio. La libertà di vivere o morire è quindi, prima di tutto, paura di vivere avvolta nella comodissima bandiera del pluralismo.
La terza, ultima ed involontaria eredità di Brittany è quella dei malati di cancro che come lei soffrono ma restano. Qualcuno le ha anche scritto, cercando di farle cambiare idea; lei ha scelto altrimenti ma loro, accuratamente ignorati da media che t’inseguono solo se decidi di farla finita, rimangono ai loro posti. E chi glielo fa fare a questi signori? Una diversa concezione della vita, è la risposta di chi le accetta tutte, non avendone alcuna. La verità è che a prescindere dalle ragioni – religiose o affettive – per cui qualcuno sceglie di affrontare il dolore, nel momento in cui lo fa diventa protagonista di un coraggio che supera il perimetro individuale per farsi modello, testimonianza, esempio. Per questo, mentre ci auguriamo che medicina e ricerca fermino presto il cancro, è bene ringraziare quanti già adesso fermano la paura tenendosi la vita ed aggiungendo significato all’esistenza di ognuno di noi.
 

04 settembre 2014

I pellegrini della morte

di Giuliano Guzzo
E’ oggettivamente sgradevole parlare della morte: porta riflettere sul tempo che scorre, ad interrogarsi sull’oscuro “dopo” che ci attende, a considerare la tristezza dell’ultimo saluto. Tuttavia una riflessione, a volte, sorge spontanea, tanto più alla luce del paradosso che oggi contraddistingue il tema della morte: bandita dalle cronache – centrate più sulla spettacolarità della violenza che sull’inevitabilità del trapasso – torna centrale allorquando si considera, per esempio, il fenomeno del suicidio assistito. Un fenomeno ormai evoluto a tendenza a giudicare da quanto succede in Svizzera, specie nel Canton Zurigo, dove il numero di quanti ricorrono a questa pratica è in netto aumento. Fra il 2008 ed il 2012 –  secondo un’indagine dell’Università di Zurigo – si sono verificati ben 611 ingressi da parte di persone provenienti da altri Stati e recatesi in Svizzera per il suicidio assistito. Un esame complessivo dei dati evidenzia poi come, a fronte di Paesi dai cui le partenze con questa finalità rimangono numericamente stabili quali per esempio la Gran Bretagna e la Francia, ve ne sono altri da cui se ne registra una inquietante crescita, primo fra tutti l’Italia: se nel 2008 furono 2 i nostri connazionali ricorsi al suicidio assistito in terra elvetica, nel 2009 e 2010 sono diventati 4,  nel 2011 ben 12 e addirittura 22 nel 2012 [1]. Ora, questi dati possono stimolare due pensieri in netta contrapposizione uno all’altro.
Il primo è quello dei sedicenti paladini dell’autodeterminazione, vale a dire il ragionamento secondo cui, poiché questo fenomeno effettivamente esiste – come peraltro già testimoniato da casi come quello del giornalista Lucio Magri (1932-2011), recatosi in Svizzera proprio per una procedura di morte volontaria assistita – tanto vale prenderne atto regolamentandolo anche nel nostro Paese, senza costringere decine di famiglie ad un macabro pellegrinaggio che altro non fa che aggiungere tristezza alla tristezza; ne va, secondo coloro che si riconoscono in questa prospettiva, del rispetto delle persone, del loro dolore e, soprattutto, delle loro scelte. Il secondo modo di affrontare la realtà, purtroppo crescente, del suicidio assistito è quella d’interrogarsi sulla stessa: perché accade tutto questo? Cosa spinge decine, anzi ormai centinaia di persone in tutta Europa e non solo a scegliere il Canton Zurigo per porre fine alla loro esistenza? Un certo modo di affrontare la questione – quanto meno sbrigativo – si limita, lo abbiamo detto, a registrare il fenomeno sottolineando come questo vada acriticamente accettato ed altro non sia che il modo scelto da alcuni per porre fine alle proprie sofferenze. Si tratterebbe dunque di una collettiva e legittima risposta al dolore fisico.
In realtà, come evidenziato sia da alcune ricerche precedenti [2] sia dallo studio citato poc’anzi, non solo non è la sofferenza fisica a determinare la totalità di preferenze per il suicidio assistito, ma lo è sempre meno. Un aspetto già emerso anche per quanto riguarda l’eutanasia, pratica solo in minima parte giustificata dalla volontà di fermare il dolore. Valga, per tutti, l’esempio del celebre processo celebratosi «in Olanda nel 1973 contro il dott. Potsma, accusato di aver soppresso la propria madre, malata terminale di tumore. Alla richiesta se i dolori della donna avessero raggiunto il limite dell’intollerabilità, l’accusato risposte: “No, non erano intollerabili. Certamente le sue sofferenza fisiche erano aspre. Ma erano le sue sofferenze spirituali ad essere divenute insopportabili”» [3]. Se a queste si aggiungono altre evidenze – come la significativa diffusione della depressione fra i malati di cancro [4] o l’accertato legame fra presenza di sintomi depressivi e disperazione e richiesta di morire [5] – diventa definitivamente evidente un fatto, e cioè che il pellegrinaggio per il suicidio assistito, prima che costituire una domanda, evidenzia in realtà una mancata risposta in termini di assistenza. Attenzione: con questo non s’intende in alcun modo gettare ombre sulla professionalità medica o infermieristica dal momento che quello sanitario è solo uno dei tanti versanti assistenziali.
Questo perché esiste un ben più vasto ambito relazionale che investe la persona – si pensi a parenti, ad amici, a colleghi – che non può non essere chiamato in causa quando un soggetto manifesta la volontà di morire. Certo, si può sempre prendere atto di una sofferenza (psicologica o fisica che sia) limitandosi assecondarla col pretesto del rispetto della volontà altrui. Ma si tratterebbe, per l’appunto, solo di un pretesto, di una scusa o, più precisamente, di una scorciatoia. Non occorre infatti molto per capire che alla collettività eutanasia e suicidio assistito costano molto meno – economicamente, ma prima ancora umanamente – di vicinanza e cure fino all’ultimo. Molto meglio, intercettata l’intenzione di morte, non ostacolarla o addirittura sostenerla, che cercare di arginarla e convogliarla nella speranza. Il punto è che così facendo non incoraggeremmo “solo” l’attuale “pellegrinaggio della morte”, né consentiremmo “solo” innumerevoli suicidi. No: finiremmo per indebolire, fino quasi ad eliminarlo, quel legame solidaristico senza il quale la sofferenza delle persone malate sarà crescente ma anche la vita di chi ha la fortuna di essere in salute, col tempo, si tradurrà in sofferenza. E questo non a causa della cattiva sorte o per via di qualche maleficio, ma per il semplice fatto che la persona anziana o malata altri non è che colui che, un domani, saremo noi.
Ne consegue che l’abbraccio che oggi neghiamo o comodamente scambiamo per richiesta di morte è lo stesso di cui, un giorno, potremmo aver bisogno. Di qui un ultimo dubbio: vale davvero la pena accettare il “pellegrinaggio della morte” oppure è il caso di esaminarlo studiandone le cause e cercando, per quanto possibile, di fermarlo? La scusa dell’autodeterminazione vale l’abolizione dell’assistenza totale ed incondizionata, se non quando espressamente richiesta? Non sarà che accettando eutanasia e suicidio assistito la strada che s’imbocca è molto più pericolosa ed inquietante, come del resto mostra il macabro caso della Svizzera, di quello che sembra? Vista la posta in gioco – la sopravvivenza del legame di solidarietà – è almeno il caso, anche se l’esercizio in effetti non è dei più semplici, di farsi qualche domanda.
Note: [1] Cfr. Gauthier S. – Mausbach J. – Reisch T. – Bartsch C. (2014) Suicide tourism: a pilot study on the Swiss phenomenon. «Journal of Medical Ethics»; doi:10.1136/medethics-2014-102091; [2] Cfr. Steck N. – Junker C. – Maessen M. – Reisch T.  – Zwahlen M. – Egger M. (2014) Suicide assisted by right-to-die associations: a population based cohort study. «International Journal of Epidemiology»; 1–9; [3] D’Agostino F. L’eutanasia come problema giuridico, «Archivio Giuridico», Mucchi Editore, Modena 1987, p. 37; [4] Cfr. Bottomley A. (1998) Depression in cancer patients: a literature review. «European Journal of Cancer Care»; Vol.7(3):181-191; [5] Cfr. Tiernan E. – Casey P. – O’Boyle C. – Birkbeck G. – Mangan M. – O’Siorain L. – Kearney M. (2002) Relations between desire for early death, depressive symptoms and antidepressant prescribing in terminally ill patients with cancer. «Journal of the Royal Society of Medicine»; Vol. 95(8): 386–390.