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02 ottobre 2018

San Michele. Arcangelo nei tempi ultimi

di Francesco Filipazzi
Recentemente Bergoglio ha invitato tutti i cattolici a recitare, alla fine del Rosario, l'antifona mariana "Sub tuum praesidium" e la preghiera di Papa Leone XIII a San Michele Arcangelo. La riproposizione della devozione al Capo delle Milizie Celesti in questo periodo, non ha mancato di sorprendere qualcuno, perché negli ultimi anni si fanno strada teorie, proposte da importanti membri del clero, per cui non esisterebbero l'Inferno e il Demonio, ma sarebbero solo allegorie per spaventare il prossimo. Nonostante il progressismo, una parte del collegio episcopale, capi di ordini religiosi e preti vari  neghino che il male esista e abbia un'origine nel Nemico, che divide la Chiesa e la corrompe, viene ribadito un concetto che dovrebbe essere connaturato ad ogni cattolico.

Come è noto, la preghiera a San Michele è stata inserita alla fine della Messa da Leone XIII e poi espunta con l'entrata in vigore del Novus Ordo, ma è rimasta diffusa fra i fedeli consapevoli e recitata sia nelle celebrazioni tridentine che al di fuori.

Chi è dunque l'arcangelo Michele? Egli è uno degli arcangeli noti, assieme a Gabriele e Raffaele e a quanto evinciamo dalle Sacre Scritture, il suo nome è legato alla lotta contro il male e ai tempi ultimi. In questi termini lo troviamo citato esplicitamente sia nell'Antico Testamento che nel Nuovo.

Nell'Apocalisse (12) leggiamo "7 Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, 8 ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo".

Interessante poi un passaggio della lettera di Giuda. L'autore stigmatizza coloro che bestemmiano e offendono Dio, ricordando che "[9]L'arcangelo Michele quando, in contesa con il diavolo, disputava per il corpo di Mosè, non osò accusarlo con parole offensive, ma disse: Ti condanni il Signore!". Passaggio che pur sorprendente, ci ricorda che l'accusa, anche se rivolta al Diavolo, spetta a Dio. Michele che non osa insultare il traditore Lucifero rivela un'umiltà perfetta.

Altro passaggio degno di nota, collegato a quello apocalittico, è la profezia contenuta nel libro del profeta Daniele, capitolo 12. "1 Or in quel tempo sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo. Vi sarà un tempo di angoscia, come non c'era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. 2 Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l'infamia eterna. 3 I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre".  Daniele spaventato chiede quando ciò avverrà e l'interlocutore  risponde: "Va', Daniele, queste parole sono nascoste e sigillate fino al tempo della fine. 10 Molti saranno purificati, resi candidi, integri, ma gli empi agiranno empiamente: nessuno degli empi intenderà queste cose, ma i saggi le intenderanno. 11 Ora, dal tempo in cui sarà abolito il sacrificio quotidiano e sarà eretto l'abominio della desolazione, ci saranno milleduecentonovanta giorni. 12 Beato chi aspetterà con pazienza e giungerà a milletrecentotrentacinque giorni. 13 Tu, va' pure alla tua fine e riposa: ti alzerai per la tua sorte alla fine dei giorni".

Il che, se pensiamo agli attentati quotidiani contro il sacrificio eucaristico, ci inquieta abbastanza. Cosa potrà essere quella che in altre traduzioni (Diodati) è definita "l'abominazione che causa la desolazione". Un sacrilegio generalizzato contro il Corpo di Cristo? Probabile. La gerarchia dovrebbe tenerne conto. Non possiamo fare altro che invocare seriamente San Michele dunque, assieme alla Vergine Maria, invitando tutti i sacerdoti a diffondere la preghiera leonina.


 

11 settembre 2017

Le magie di padre Maggi (e oplà)


Allora il Signore disse a Mosè:
«Fino a quando rifiuterete di osservare 
i miei comandamenti e le mie leggi?» (Es 16,28) 

di Matteo Donadoni

Volevo fare un pezzo sul magico catechismo secondo Maggi, ma è talmente incasinato che fatico a raccapezzarmi fra le citazioni in greco e ciò che resta di un frullato del povero san Girolamo, ridotto a scribacchino frettoloso e incompetente. Bisognerebbe chiedere aiuto a qualcuno di veramente intelligente e preparato, tipo il professor Seifert - pare abbia del tempo libero.
Per chi non lo conosce, sappia che esiste un uomo che, con il pretesto del metodo scientifico, con la Parola di Dio sa fare vere e proprie magie. Ma che dico magie? Giocolerie. Padre Alberto Maggi dei Servi di Maria, estremista kasperita, ha messo in piedi un vero e proprio Centro di Giocoleria Biblica con i controstoricocritici, altresì noto come “Centro Studi Biblici - G. Vannucci” (fu amico del Turoldo “Spaccarosari”). Un carrozzone definito sul profilo twitter: “Centro per lo studio scientifico della Sacra Scrittura e per la sua divulgazione a livello popolare”. Certamente è un tendone originale, come si apprende rigorosamente dal sito: «L'originalità del Centro Studi Biblici è che lo studio, rigorosamente scientifico, del testo biblico viene poi comunicato con un linguaggio accessibile a tutti. Questo orientamento è stato voluto per cercare di colmare il divario esistente tra il grande fermento nel campo degli studi biblici e la scarsa divulgazione degli stessi a livello popolare». Varrebbe forse la pena di chiedersi perché questo divario. Forse perché certi “fermenti” magari non sono propriamente lievito e la pasta è seccata nel 1968, e tanti cattolici non provano godimenti psicolibidinali nel vedere preti presentarsi con una polo sbiadita al posto della talare? Ma questa è una mia riflessione poco scientifica.
Il gioco, invece, è scientificamente talmente ben orchestrato da mandare in confusione chiunque, tanto che è difficile capire fino in fondo quanto questi divulgatori popolari “ci siano” e quanto “ci facciano”.
Tuttavia qualche cosa la riesco a dedurre anche io. Ovviamente non sono preparato per contestare un’equipe di scienziati, ma dato che i seguaci di padre Maggi, come testimoni di Geova, mi portano notiziari parrocchiali in casa senza che li richieda, né che li paghi. E, dato che viviamo in una società che vieta l’odio e impone l’amore (nelle definizioni stabilite dai potenti), l’odio diventa un atto di libertà, perciò mi sento in dovere di esser libero.
Per esempio leggo sul notiziario della mia povera parrocchia apostata una riflessione tratta dalla per la verità immensa opera dell’illustre studioso:

«La sapienza biblica ha individuato nell’ingordigia, la bramosia di possedere, l’origine e la causa di ogni ingiustizia e di ogni male. Alla base di ogni inganno, di ogni ruberia, di ogni sopruso e violenza, di ogni tragedia e di ogni lutto, c’è sempre e soltanto il demone della cupidigia». E già l’incipit pone problemi a chiunque abbia letto non dico san Tommaso, non dico la Bibbia, non dico il libro della Genesi, ma almeno l’inizio del libro della Genesi, che il Maggi, da studioso coscienzioso sembra aver letto, tanto che prosegue: «Già nei libri dell’Antico Testamento si manifesta l’avversione del Dio di Israele verso la cupidigia che deturpa l’essere umano e la stessa creazione. L’uomo, che il creatore ha voluto come sua immagine (Gen 1,27), abbandonandosi a ogni bramosia, ha sfigurato se stesso. Chiamato ad essere il custode del giardino di Eden (Gen 2,16), lo ha devastato a causa della sua avidità, trasformando quel che doveva essere un giardino in un cimitero (“Quel luogo fu chiamato Kibrot Taavà (sepolcri d’ingordigia); perché là seppellirono il popolo che si era abbandonato all’ingordigia”, Nm 11,34)».

Questo è un paragrafo che definirei più che acroamatico, acrobatico. Ora, a parte che il libro del Siracide 2,24 dice «Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo » - e capisco che la sapienza possa non essere abbastanza colorita per lo show - la citazione di Numeri è, per esser gentili, totalmente fuori contesto, e in ogni caso non ci azzecca un fico col giardino dell’Eden, ma, soprattutto, proprio il Genesi non dice affatto quello che sostiene “il Rigoroso”:

«Il serpente era il più astuto di tutti gli animali dei campi che Dio il Signore aveva fatti. Esso disse alla donna: “Come! Dio vi ha detto di non mangiare da nessun albero del giardino?” La donna rispose al serpente: “Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare;  ma del frutto dell'albero che è in mezzo al giardino Dio ha detto: "Non ne mangiate e non lo toccate, altrimenti morirete".  Il serpente disse alla donna: “No, non morirete affatto; ma Dio sa che nel giorno che ne mangerete, i vostri occhi si apriranno e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male”. La donna osservò che l'albero era buono per nutrirsi, che era bello da vedere e che l'albero era desiderabile per acquistare conoscenza; prese del frutto, ne mangiò e ne diede anche a suo marito, che era con lei, ed egli ne mangiò» (Genesi 3 1,6).

Dunque non è una questione di economia distributiva e di ingiustizie sociali, ma di peccati di superbia contro Dio e la sua Legge, proprio quella Legge che certi biblisti vorrebbero abolire. Ma niente, lo scienziato acrobata è in trans agonistica da prestazione e continua: «Mentre i rabbini distinguevano tra la mammona menzognera e quella verace, per Gesù la ricchezza è sempre disonesta, acquisita in maniera ingiusta». Incurante del fatto che questa affermazione non sia vera poi il divulgatore continua: «È significativo a questo riguardo che Gesù, rispondendo al ricco che gli chiedeva quali comandamenti osservare per ottenere la vita eterna, omette i primi tre, gli obblighi verso Dio, che erano i più importanti, ed esclusivi di Israele, e gli elenca cinque comandamenti che sono validi per ogni uomo, ebreo o pagano, credente o no, e che riguardano basilari atteggiamenti di giustizia nei confronti del prossimo (“non uccidere, non rubare, non testimoniare il falso, onora tuo padre e tua madre” Mc 10, 25). Ma tra i cinque comandamenti elencati, Gesù, con abile mossa, inserisce anche “Non frodare”, richiamandosi a un precetto contenuto nel libro del Deuteronomio […] Gesù è esplicito: il suo interlocutore è ricco e, se è ricco, certamente alla base delle sue ricchezze c’è stato l’inganno, la frode a scapito dei poveri».
No, caro Maggi, l’abile mossa l’ha fatta lei.
Capo primo: i comandamenti sono ancora validi, compresi i primi tre, dati per acquisiti, quindi non dica “erano” (“omette” ed “elenca” pres. stridono con “erano” imp.), perché nessuno li ha modificati (a cominciare da Gesù), né lo può fare lei. In secondo luogo, è difficile per un ricco entrare nel regno dei Cieli perché la sua ricchezza gli è ostacolo, zavorra, non perché la ricchezza sia sempre acquisita in maniera colpevole, peccaminosa, il testo non dice così. Perciò padre Maggi è uno scienziato mentitore, perché conosce il testo e lo manovra. Ama la menzogna, infatti, altrove in un video dice: “Per amore della dottrina e della verità si nuoce all’uomo”, facendo passare i cattolici per Farisei e dei più biechi. Ma la Verità è Gesù. E il primo e più importante comandamento è «Tu amerai dunque il Signore, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l'anima tua e con tutte le tue forze» (Deuteronomio 6,5 et al.), confermato da Cristo: «Il primo è: "Ascolta, Israele: Il Signore, nostro Dio, è l'unico Signore.  Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua"» (Mc 12, 29-30). Chi ama la Verità non può nuocere. Nuoce se tradisce questa Verità.
Inoltre a me, forse perché non sono un alternativo, parrebbe chiaro che nel passo in questione Gesù stia parlando in primis dei sacerdoti, che, chiamati, devono lasciare tutto, madre e padre (e non portarseli dietro in canonica) ed essere poveri. Come dovrebbero essere ad esempio quelli che stanno a fare video contro i ricchi su youtube vestendo Lacoste, per giunta per condannare molto poco misericordiosamente, dimenticandosi di dire come si conclude il brano: «Ma Gesù, guardandoli, disse: “Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio”». A parte che, se uno ruba, ruba, e potrebbe anche rubare a un altro più ricco di lui e sarebbe comunque rubare, ma potrebbe anche darsi che, a conti fatti, un ricco passi per la cruna di un ago e un povero no. Ad ogni buon conto, non sta a noi fare i conti in tasca alle anime, ma la buon Dio, che non è un ragioniere.

Perché il Maggi scrive così? Cui prodest? Non datur.

Il fatto è che il Rigoroso è un illusionista, il cui metodo è fare un discorso ibrido: mescolare una cosa talmente vera da essere quasi autoevidente, con una non vera, o perché interpretata in modo viziato o addirittura inventata di sana pianta. Poi, a seconda della convenienza ermeneutica, imbastire un ragionamento, che magari fila dal punto di vista logico, per confermare o distruggere il postulato assunto arbitrariamente all’inizio della riflessione. Ora, posso sempre sbagliarmi, ma dal poco che ho letto, mi pare di aver capito che questa sia proprio una tecnica esegetica impostata scientificamente. Non si tratta nemmeno di sofismi, si tratta di vere e proprie Vangelolalìe, chiacchiere sulla Parola di Dio.

Certamente svestendo i panni dello scienziato, il Maggi presenta non poche stravaganze, fino a rasentare il delirio mitopoietico. Ad esempio viene presentato Gesù come il distruttore della religione ebraica in primo luogo, ma, alle estreme conseguenze, di ogni tipo di religione intesa come culto, e fondatore di una nuova religione, ex novo, orizzontale, come se Dio Padre non esistesse e non fosse mai esistito. Tutto quanto riguarda, o anche solo ricorda, la religione degli Israeliti, tutto ciò che è connesso al culto dovuto a Dio è inteso come vecchio, perciò va cancellato. Il Centro interpreta le parole del Salvatore “vino nuovo in otri nuovi” in senso totalizzante e non come compimento, non deve infatti più esserci nessun collegamento con la religione ebraica, che tra l’altro sarebbe una gigantesca truffa ai danni del popolo, organizzata da quel poco di buono di Mosè.
Il discorso in effetti ha un suo senso: divinità nuova - religione nuova. Matematico. Peccato che così si finisca per non capire più l’Antico Testamento (che non è Parola di Dio, ma ne conterrebbe il succo), né, di conseguenza, il Nuovo. Gesù, invece, compie l’antica Alleanza nella nuova: non servono più sacrifici rituali non perché “Dio non sa cosa farsene dei sacrifici”, ma perché Egli stesso ora è il Sacrificio perenne e il rituale è la Messa.
Ma padre Maggi - che non chiamerò fratello, come vorrebbe, perché, amando io la verità, non ritengo di avere per padre il diavolo -, ha in serbo altri curiosi numeri: ad esempio non esisterebbero i demoni, niente inferno, e il diavolo, che il Maggi chiama “il satana”, non sarebbe altro che l’immagine del potere, nella fattispecie quello religioso. Guarda caso, la Chiesa stessa è vista come un male, il peggiore. Oppure l’avversione per i santuari: Dio non agisce nei santuari, dove non è bene recarsi, ma agisce nel cameriere che porta il caffè al bar, vero santuario dove risplende la gloria di Dio. Il garzone è il nuovo sacerdote della nuova religione senza dogmi né leggi, né sacramenti. Porta il caffè. Come se fosse sufficiente esser garzoni per esser cattolici. Altra fissa è la clownificazione dei Santi Apostoli, presentati come stupidoni o personaggi in malafede, quasi non si volessero accettare le scelte di Gesù, in un senso sommesso di tacita autoconsapevolezza che, insomma, si sarebbero potute fare scelte migliori.
Insomma, per duemila anni hanno sbagliato tutti, santi e peccatori, fino alla scoperta della pietra filosofale del CVII, che ha reso luccicante ciò che prima era opaco.

In futuro presenteremo altre curiosità, per ora chi ha il fegato in ordine può provare a scoprire da sé qualcuno di questi numeri. Ma faccia attenzione, chissà che con un po’ di questa magia non ne esca sbalordito, o peggio, persuaso di essere nel paese dei balocchi.


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16 agosto 2017

La lotta di Giacobbe per capire l'Amore

di Marco Parnaso
Mi è capitato di ascoltare qualche giorno fa l’episodio della lotta di Giacobbe con Dio e mi è stata ‘ispirata’ questa personale interpretazione del testo: a dire il vero non so se il testo originale autorizzi la mia interpretazione.

L’intuizione nasce dal fatto che se Giacobbe lotta con Dio, e noi sappiamo per quello che fa e succede dopo, che Dio è Amore (ma ancora Giacobbe non lo conosce per questa caratteristica), si può forse affermare che Giacobbe, quindi l’uomo, lotta con l’Amore? Quali sono dunque le conseguenze di questa lotta? Io ne ho individuate tre:

1) quando arriva l’alba vuol dire che è finito il tempo di lottare;
2) quando hai finito di lottare con l’amore e per l’amore, ti rimane una ferita indelebile (il nervo sciatico, a memoria perenne di questa);
3) le conseguenze di questa lotta sono la riconciliazione con Dio e gli uomini: infatti Giacobbe vede suo fratello Esaù a cui ha rubato la primogenitora e i due si riconciliano, anzi è colui che ha lottato con l’Amore che diventa capace di accogliere il perdono dell’altro.

L’amore è quindi una lotta: in qualunque punto della notte uno si trova, la buona notizia è che alla fine della lotta spunterà la luce dell’alba.
Una parola inizialmente incomprensibile a volte può schiarirsi: per questo chi legge la Parola, è a sua volta letto da essa: infatti la Parola dice ciò che accade, e fa accadere in chi la ascolta ciò che dice.
 

02 agosto 2017

Caro Giuliano Ferrara, ecco perché l’incontro cattolici-protestanti resta impossibile


di Alfredo Incollingo

Giuliano Ferrara elogia, sul “Foglio” del 25 luglio scorso, una possibile intesa tra cattolici e protestanti, recensendo l’ultimo volume del vescovo di Chieti – Vasto, Bruno Forte. Al di là dei propositi e delle buone intenzioni, al lettore più attento non possono non sfuggire le incolmabili differenze tra il cristianesimo cattolico e quello protestante. Ci sono punti dottrinali e interpretazioni contrapposte, che difficilmente posso trovare un punto di conciliazione. E’ bene quindi ricapitolare brevemente le differenze maggiori per capire la totale contrapposizione tra il cattolicesimo e Martin Lutero.

Il papa è l’Anticristo?

La Chiesa Cattolica fonda se stessa sul “Primato Romano” e sulla “Successione apostolica”, oltreché prima di tutto su Cristo. Da Gesù discende non solo la “Parola”, ma anche il “papa”, che è il Suo vicario terreno, che regge e guida la comunità dei fedeli. San Pietro fu il primo “romano pontefice”, come volle Cristo, e per due millenni gli uomini hanno tramandato questo ufficio sacerdotale. Il papa è la guida spirituale dei cattolici, colui che “ex cathedra” proclama dogmi, o insegna e difende il Magistero e la Tradizione: vuol dire che dà l’esatta lettura del Vangelo, seguendo pedissequamente le parole di Gesù. Martin Lutero al contrario, riscontrando l’oggettiva corruzione nella Roma del Cinquecento, definisce il papato un’impostura, nonostante il mandato di Cristo. Il papa è l’Anticristo o, quanto meno, un prodotto umano che turba l’esatta lettura delle Scritture. Il fedele deve leggere da sé i testi e incontrare così, da solo, Dio. Di conseguenza la Chiesa e la dottrina cattolica (Sacramenti, teologia…) sono meri prodotti umani, da riformare completamente. La Riforma protestante ebbe una ricaduta gravosa per le sorti europee: si perse l’unità spirituale, quella culturale e politica (tra alti e bassi). Fu una tragedia per il Continente e per il cattolicesimo. Oggi, nonostante la volontà di vincere il secolarismo, la conciliazione è ancora difficile, se non impossibile, per via di questa sostanziale divergenza tra la Chiesa cattolica e quelle protestanti.

Sola fede, e le opere?

L’uomo si salva per la sola fede o anche grazie alle opere? Martin Lutero era un monaco agostiniano e un attento studioso del vescovo di Ippona. Naturalmente rimase fortemente influenzato dalla prospettiva "fideista" di questo Dottore della Chiesa Cattolica. Si sa però che la lettura di un solo Dottore o Padre della Chiesa Cattolica potrebbe sviare la piena comprensione del cattolicesimo: ogni grande teologo ha affrontato singoli problemi dottrinali (soprattutto in occasione di sconti teologici con eretici a lui coevi); pochi, come San Tommaso d’Aquino, hanno tentato una visione sistemica nella loro indagine. Martin Lutero rintracciò nelle Sacre Scritture alcuni passi evangelici che dimostravano come le opere fossero insignificanti ai fini della salvezza. San Paolo e Sant’Agostino parlano della salvezza per fede, ma lo stesso Gesù, nel Vangelo secondo Matteo (25, 31-46), ricorda che solo chi ha ben agito potrà entrare nel Regno di Dio. Se l’uomo non può salvarsi con le opere, è naturalmente in mano al volere divino e solo Lui può decidere chi salvare. La bellezza del cattolicesimo sta nell’aver saputo conciliare l’umano e il divino, nell’essere paradossale, come affermava G.K. Chesterton, nell’unire gli opposti (apparenti): fede e ragione, anima e corpo… E’ stato fatto senza “finzioni”, ma dando chiarezza agli stessi insegnamenti di Gesù.

Sola Scriptura?

Un altro punto di profonda divergenza tra protestanti e cattolici è il ruolo della Sacra Scrittura. Nessuna confessione cristiana osa dimenticarla, ma ci sono i luterani, che la considerano come l’unico punto di riferimento della fede, e i cattolici, che l’affiancano alla Tradizione, che proviene dagli Apostoli e trasmette ciò che costoro hanno ricevuto dall'insegnamento e dall'esempio di Gesù e ciò che hanno appreso dallo Spirito Santo. Non si può prescindere dal valore incommensurabile del patrimonio spirituale di quegli uomini e di quelle donne che si sono dati a Dio. Di conseguenza, anche il Magistero, ovvero, banalmente, l'insegnamento della Chiesa, è un altro pilastro del cattolicesimo, che trae comunque origine dalla Bibbia e non la rinnega. Entrambe dimostrano al contrario la sua veridicità.

Questi tre punti sostanziali delle enormi differenze tra cattolici e protestanti ci permettono di capire che un’intesa è impossibile. E’ vero che lo scopo è quello di combattere il secolarismo occidentale, ma ci dimentichiamo che sono gli stessi protestanti ad aver aperto alle “innovazioni” bioetiche moderne. Una riconciliazione è lontana a venire.

 

08 aprile 2017

Apologetica. Contro l'ipotesi documentaria

(OVVERO SPIEGAZIONI TEOLOGICO FILOSOFICHE FRA MOSÈ E ARISTOTELE)

di Matteo Donadoni

«Sia sul piano scientifico che su quello morale, venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità, la cui parziale scoperta m'ha poi condotto a un così tremendo naufragio:
l'uomo non è veracemente uno, ma veracemente due»
(Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, R. L. Stevenson)

“Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” non è stato scritto da Robert Louis Stevenson (1850-1894) di suo pugno. No, il celebre medico, poeta e scrittore scozzese pare non abbia fatto altro che redigere e compilare fonti e frammenti di fonti. In particolare si tratta dei brani riguardanti la fonte J (o Jekyllista), la quale narra dei fatti accaduti al dottor Henry Jekyll, e la fonte H (o Hydista) più tarda, che riporta tutti quei passi, anche controversi, nei quali interviene nella narrazione il signor Edward Hyde. Sul corpus di entrambe le fonti gli studiosi dibattono dubbiosi. Infatti, gli autori profani, per qualche strano motivo non teologico, chiamano con due nomi diversi il signor Henry, ovvero Edward, che in realtà sarebbero la stessa persona.
Esegesi improbabile.

Eppure un’operazione simile venne compiuta nel XIX secolo da alcuni studiosi di area germanofona, di cui non vale la pena ricordare i nomi. Nota come “ipotesi documentaria”, detta anche “teoria delle quattro fonti”, questa teoria è stata poi accettata come scientificamente valida per tutto o quasi il secolo scorso. Una fra le questioni di fondo riguarderebbe il libro della Genesi e le presunte contraddizioni ivi contenute dato l’utilizzo dei nomi ebraici per indicare Dio: אֱלוֹהִים “Elohim” e il Tetragramma sacro  יהוה YHWH. Per spiegare la questione dobbiamo però sapere che Dio non fa mai le cose a caso, ma secondo criterio logico, e l’autore sacro ispirato, nel qual caso Mosè, ha scritto di conseguenza.

Perciò, pur non essendo linguisti del calibro del generale James Johnston Pettigrew (1828-1863), il quale pare disse «La nostra reputazione, dopo i Greci, sarà la più eroica fra le Nazioni», ne abbiamo la presunzione, passiamo ora a trattare dei primi due paragrafi dell’incipit dei Testi Sacri.

Nella fattispecie, la prima unità o perek aleph: Genesi 1,1 – 2,3. Questa sezione racconta della Creazione del mondo (in due fasi) da parte di Dio Onnipotente. Possiamo subito vedere che “Dio” è indicato con il termine Elohim, che, data la desinenza ים… “im” del plurale, non concorda con il verbo “creare dal nulla” “barà”  בָּרָא, che invece è terza persona singolare. Dunque, per esser grammaticalmente preciso, l’autore sacro avrebbe dovuto utilizzare “barù”, che però è termine non usato nel testo sacro, perché rivelerebbe un politeismo che non si dà, poiché unicamente Dio può creare dal nulla. E Dio è “ehad”  אֶחָד. Tuttavia, nella sua infinita sapienza, Egli ha ispirato Mosè in tal senso, affinché, in nuce, fosse da subito presente il mistero della Divina Trinità: il singolare del verbo indica l’unicità della natura (sostanza) di Dio, mentre il plurale del sostantivo indica la pluralità delle persone divine. 

Il perek aleph è un blocco strutturato rigidamente (וַיֹּ֣אמֶר אֱלֹהִ֔ים/  וַיַּ֥רְא אֱלֹהִ֖ים כִּי־טֽוֹב/ …וַֽיְהִי־עֶ֥רֶב וַֽיְהִי־בֹ֖קֶר י֥וֹם) ad indicare con certezza al popolo di Dio che non esistono gli dèi del politeismo pagano, non si celano entità antropomorfe negli elementi, ma la natura tutta è creazione dell’unico Dio di Israele, ed è opera buona. Dunque nella sezione si espone il cosiddetto Teorema di creazione, con cui Elohim, attributo della Giustizia divina, crea dal nulla la materia, che viene definita informe e desolata: il “tohu va vohu” תֹהוּ וָבֹהוּ o caos originario. Da esso viene poi plasmato il mondo tanto che la sezione termina con una natura ordinata, in termini greci il κόσμος dal χάος (Kosmos dal Caos).

Quindi, contemporaneamente, l’autore sacro spiega ai materialisti di tutti i tempi (ad esempio agli atomisti) che la realtà fisica, il mondo, non si è formato per caso dall’incontro scontro fortuito di atomi che cadono nell’etere, ma contiene in sé una struttura propria, voluta e rivelativa di un progetto intelligente. Da notare che מָּיִם “maym”, le acque, non sono da immaginarsi come il verde mare dai riflessi dorati tanto amati da Pavel A. Florenskij (1882-1937): queste acque non sono altro che ciò che gli scienziati, i quali spesso non hanno inventato nulla, chiamano “brodo primordiale”, ovvero l’insieme disordinato degli elementi chimici costitutivi della realtà naturale (gli antichi non erano a conoscenza della tavola periodica degli elementi, che il religioso Mendeleev compilò solamente nel 1869). Dunque il perek aleph spiega, con quel “creò”, il concetto che i rabbini definiscono “yesh me-ayin” יש מאין (letteralmente “c’è da non c’è”) e cioè qualcosa dal nulla, la creazione ex nihilo. Il culmine ontologico assiologico di questa creazione è l’uomo ad immagine e somiglianza di Dio. Tuttavia, se Dio avesse espresso solamente il proprio attributo di Giustizia, probabilmente l’intero universo non avrebbe potuto resistere alla tragedia assiologica dalle conseguenze ontologiche della caduta di Adamo ed Eva nel peccato originale.

Ecco che entra in gioco il perek bet, Genesi dal versetto 2,4 al 3,24. La seconda unità, nella quale Dio è individuato ed espresso con il Tetragramma sacro, Adonai - che erroneamente leggiamo Yahwè - unitamente ad Elohim, e che è l’attributo della Misericordia divina (tutto il perek bet usa entrambi i titoli per venti volte). Nella traduzione dei LXX gli Ebrei alessandrini riportano infatti “il Signore Dio”: Κύριος ὁ Θεὸς. Infatti, i LXX hanno sapientemente tradotto Elohim con “Theòs” e il Tetragramma con “Kyrios”. Quando dunque san Paolo, fariseo, dice le parole “Gesù è il Signore” e cioè “Κύριος Ἰησοῦς” (ex. I Cor 12,3) agli orecchi di un ebreo equivale a sentirsi l’annuncio “Adonai Yehoshua”   יְהוֹשֻׁעַ יהוה , Gesù è Dio. Una bestemmia per lui incomprensibile.
 Il verbo dedicato alla creazione, in questo frangente non è più “barà”, ma “yatzar”  יצר(es  Gen. 2,7 וַיִּיצֶר) ovvero il creare da qualcosa, cioè il plasmare – non a caso è il verbo del vasaio –, lo “yesh me-yesh”יש מיש  (letteralmente “c’è da c’è”). Che non è ex nihilo, ma una forma demiurgica. Tutto ciò perché l’intento dell’autore ispirato è ora differente: non vuole più trattare della creazione, ma del rapporto sussistente fra il Creatore e la sua creatura. Questo Dio di Israele non è il motore immobile dello Stagirita, la Scrittura rivela all’uomo che il suo Creatore gli è vicino, e vuole essere in stretto rapporto con lui. Rivela il rapporto agapico  fra Adonai e Adam. Tutto l’Antico Testamento (così come il Nuovo) esprime la volontà appassionata di Dio di vivere in mezzo al suo popolo.

Ora, ovviamente Elohim e Adonai sono lo stesso unico Dio, Theòs e Kyrios, il Signore Gesù, ma possiamo, utilizzando un linguaggio filosofico, dire che:
Theòs/Elohim è il Dio del mondo noetico, della conoscenza filosofica, il Dio che si giunge a concepire con la ragione umana (Teologia razionale).
Kyrios/Adonai è il Dio del mondo etico, della rivelazione, il Dio che chiama Abramo, che si rivela a Mosè in un roveto ardente dicendo “Io sono colui che sono!” (Esodo 3,14) (Teologia rivelata).

DUNQUE
Come dice Shakespeare, ci son più cose in cielo e in terra di quante ne possa sognare la filosofia di Orazio, perché diversa è la rivelazione divina dalla filosofia umana, anche se non completamente contraddittoria, infatti, Cristo è il Logos al principio di tutte le cose, “generato, non creato, prima di tutte le cose”, e in principio cosa è ? “Berescit” בְּרֵאשִׁ֖ית. Infatti la nostra filosofia naturale, che nel più alto grado fu quella greca, può giungere al monoteismo - e lo ha fatto (implicito già in Socrate) -, ma non colmare aporie sostanziali. Partiamo dalla fine del ragionamento: il Motore immobile dello Stagirita.

Il primo movente muove senza essere mosso, è puro atto. Non ha materia, è puro pensiero che pensa beatamente se stesso (= dimostrazione del secondo piano dell’essere. Ovvero il piano di Dio).

Il problema sembrerebbe risolto, e invece no, perché Aristotele dice che esso causa il moto, ma non lo produce, e cioè che non è una causa efficiente, ma finale: è attraente. D’altra parte nemmeno per gli Epicurei gli dèi, se mai esistono, si curano degli uomini. Nulla a che vedere con quanto espresso nel perek bet. Perché? Perché il primo movente non vuole che le cose si muovano, sono le cose che vogliono arrivare alla perfezione del primo movente. Attrae come fine, ma di nuovo da questa intenzione strutturale sfugge la materia. Il motore immobile spiega l’attualità ma, come il Demiurgo platonico, presuppone la materia. I Greci non sono riusciti a spiegare la materia, che è esclusa dall’Iperuranio e dal Motore immobile. Essa è “chora” per Platone e “hyle” per Aristotele.
Solo alla fine della classicità si arriva alla teoria di creazione della tradizione giudaico-cristiana, che ha contenuti di fede e di ragione (perek aleph).

Infatti l’idea di creazione è spiegabile dalla ragione con la filosofia. Il mondo non viene più concepito come estraneo a Dio, ma come totalmente dipendente da Lui e dalla sua intelligenza creatrice. Aristotele e Platone, infatti, spiegano l’intelligibilità, ma non la materia, che viene spiegata in una visione integrale solo dalla teoria della creazione. Tutta la filosofia classico-medievale trova la sua compiutezza col Teorema di Creazione.
Il Teorema di Creazione è un teorema filosofico che ha la sua genesi nella fede rivelata (diversamente dal dogma della Trinità, che non è filosofico, ma unicamente rivelato dalla fede). Questa creazione ha per culmine l’uomo, tutto è in funzione dell’uomo, tutto è creato al suo servizio ed egli ne è il signore. La rivelazione di Dio stravolge la concezione greca, superandola, mostrando un Creatore che vuole essere vicino alla sua creatura, occupandosene. Passeggiando con lui nel “Gan Eden”.

CONCLUSIONE
Da un romanzo storico ci si aspetta un racconto storicamente verosimile, quanto da un libro giallo  sia lecito attendersi, prima o poi, un omicidio. La Bibbia (fra l’altro) è entrambe le cose. Ma noi non leggiamo  i Testi Sacri per la storia o per gli omicidi di cui narrano. Noi leggiamo la Bibbia, che è sì una raccolta di libri, ma in sostanza perché è un testo profetico. Ovvero il profeta parla a nome di Dio, rivela un pensiero non suo, ma di Dio. Non è la trovata dello scriba del momento, ma Parola eterna e profezia, נְבוּאָה. Perciò non è importante e non interessa teologicamente dire se il testo sacro sia o meno frutto di più correnti o frammenti, redatti o compilati in tempi diversi, da persone diverse - cosa peraltro non provata e improbabile.

Anzi, è totalmente superfluo sostenerlo da parte di un cattolico, perché nello specifico i due passi della Parola sono entrambi ispirati da Dio ad un autore sacro, Mosè, e, a parte il fatto che il loro primo significato è quello letterale, entrambi veicolano un significato di verità, non di falsità o di gretta e speciosa manipolazione a fini politico propagandistici. Oltretutto, restando dal Principio nella medesima Verità, essi portano punti di vista diversi, hanno fini diversi e soprattutto spiegano concetti diversi, secondo la splendente pedagogia di Dio. Lo studioso che spreca tempo ed energie, invece, preoccupandosi di speculare su chi sia il reale autore della Parola di Dio - come se non fosse Dio! -, non viene da Dio, non è un teologo, ma uno sviatore di menti, uno scienziato che ha ingollato un filtro speciale, un intruglio malefico che lo ha fatto perdutamente innamorare della propria intelligenza. Rendendolo un “cieco e guida di ciechi” monsignor Hyde.

La Verità rivelata è, al limite, “veracemente due”, come direbbe Stevenson, ma nel senso che è sempre un’unica verità che si disvela, declinandosi nei diversi modi dell’espressione umana, all’interno della vicenda storica della Salvezza: l’unico piano salvifico che l’unico Dio di Israele ha in serbo per la sua creatura sin dalla fondazione del mondo.

 

13 novembre 2016

Male fisico, bontà e Giustizia divina


di Riccardo Zenobi

Nel mio precedente post ho analizzato la questione dei disastri naturali alla luce di una visione prettamente filosofica; qui intendo invece dare un taglio più teologico alla vicenda, la quale mi porterà a trattare anche del problema dell’esistenza dei castighi divini.

Tutto parte dalla constatazione dell’esistenza del male fisico nel mondo, dato questo del tutto innegabile e che non può essere svicolato. Cosa si intende con “male fisico”? Solitamente designiamo con ciò un evento non causato dall’agire umano, il quale arreca della sofferenza e del dolore. Di fronte a tali eventi, non serve a nulla l’ottica determinista (filosofica, non scientifica) secondo cui tutto ciò che accade è meccanicamente determinato fin dall’inizio del tempo: trovatemi un terremotato che se la prende con il determinismo meccanicista. La prima domanda che ogni persona colpita da una catastrofe naturale si fa è “perché a me?”, aggiungendo solitamente “cosa ho fatto di male?” È questo il punto di partenza da cui intendo abbozzare una replica, che non intende essere esaustiva – sarebbe puramente utopico – ma che ha l’intento di non far cadere nell’assurdo, che è l’esatto opposto di una risposta.

La prima cosa da mettere in chiaro per poter dare una qualche risposta è che il rapporto del cristiano con Dio non è un do ut des, del tipo “io prego, vado a Messa, ma in cambio mi deve andare tutto bene”, cosa questa che si può assimilare ad un “sia fatta la volontà dell’uomo”. Anche perché i progetti umani interferiscono sempre tra loro: è chiaro che una visione do ut des è assurda sotto tutti gli aspetti. E questo è una prima risposta, sebbene molto cruda: Dio non è ai comodi nostri, che io sia Papa, capo di stato o semplice fedele e mendicante. Ma sorge spontanea la domanda: Dio allora può fare quello che vuole, senza curarsi di nulla e nessuno? Se ci fate caso, ponendo questa domanda non fate altro che ridurre Dio ad uno spettatore che interferisce col mondo quando ne ha voglia – cosa questa che Lo renderebbe soggetto al tempo, e dunque non staremmo parlando di Dio, ma di qualcos’altro che nemmeno esiste. Va tenuto presente che Dio non ha i nostri limiti temporali e prospettici: non essendo soggetto al tempo, ed essendo il creatore, non c’è nulla che sia esterno alla sua influenza, né nello spazio né nel tempo, e quindi non ha alcuna difficoltà a conoscere tutte le conseguenze di un evento, per quanto nel lontano futuro. Non porterebbe all’essere degli eventi dai quali non potrebbe trarre del bene, per quanto a noi sfugga tutto ciò: alzi la mano chi di voi sa cosa accadrà tra 200 anni ad Amatrice, o ad Arquata o a San Severino Marche – se non lo sapete voi, Dio lo conosce, e quindi è più indicato di voi a rispondere alla domanda “perché il male nel mondo?” Va chiarito che dei singoli eventi traumatici non possiamo sapere il motivo. Non possiamo sapere nel dettaglio che un certo evento ha portato certi beni, oltre a far crollare paesi ed a causare la morte di alcune persone: ciò che intendo sostenere è che Dio conosce cose che noi ignoriamo, e questo è sufficiente per fidarsi del Suo agire.

Ma c’è un ultimo tassello in questo puzzle: se Dio è buono per essenza, tutto ciò che fa o crea è necessariamente buono? La risposta è no. Solo in Dio essere e bene coincidono, per cui tutto ciò che è creato non è buono nella sua essenza. La questione è difficile, ma chiunque di noi sa di non essere buono per essenza, e ciò vale anche per le cose inanimate. Se perciò noi e il mondo non siamo buoni quanto lo è Dio, l’unica cosa che possiamo fare di fronte al male nel mondo è rivolgerci a Dio in preghiera perché sia fatta la Sua volontà e non la nostra. Se infatti non siamo buoni, perché Dio non potrebbe sconvolgere i nostri piani, visto che ne conosce le conseguenze meglio di noi? Ecco quindi che dare l’essere ad una catastrofe naturale non implica che Dio sia malvagio perché sconvolge i nostri piani con degli eventi traumatici.

Ma se non siamo buoni, vuol dire che possiamo anche fare del male. E Dio sa meglio di noi quanto le nostre azioni possano portare male nel mondo, e per quanto tempo. Ecco quindi il fondamento teologico del castigo divino: la non permissione di certe azioni umane, per evitare mali peggiori. Vista sotto questo punto di vista, è chiaro che anche il castigo divino non compromette la bontà divina, anzi: correggere un figlio, evitare che faccia una cosa che farà del male a lui e ad altri è tutt’altro che incompatibile con la bontà divina. “Punizione” infatti non è da intendere come “fare del male a Tizio perché così impara” – visione questa molto infantile della questione. Purtroppo il discorso sulle punizioni divine è spesso viziato da tale concezione del castigo, che è del tutto erronea, e sono il primo a dire che una cosa del genere è da rigettare a tutti i livelli, anche umani. Ma ciò non vuol dire che Dio non possa sconvolgere i nostri piani per evitare un male peggiore.

A livello teologico e scritturale, la Bibbia contiene degli eventi che vengono indicati dagli agiografi come “castighi divini”, sia nell’antico testamento (cos’è infatti la cattività babilonese se non il castigo divino dei peccati del popolo? E non lo dico io, lo dicono i profeti) che nel nuovo: pensate a Mt 11, 20-24: questo passaggio (come altri) difficilmente si possono interpretare diversamente da correzioni divine verso borgate precise (che peraltro oggi non esistono più). Oppure pensate all’Apocalisse: il messaggio fondamentale non è che l’uomo si castiga da solo, ma che certe sue azioni gridano vendetta al cospetto di Dio. Come è del tutto testualmente infondato sostenere che certi eventi non sono indicati dalla Bibbia come castigo divino, così è altrettanto assurdo dire che le punizioni riguardano solo il tempo precedente la venuta di Cristo: forse il Dio dell’antico testamento non era lo stesso di quello di Gesù Cristo?

Ciò che certi giornalisti e che molti ecclesiastici non capiscono è che la loro “teologia” che esclude le punizioni divine è viziata da una visione preconcetta del termine “castigo”, ed è in nome di questo che affermano urbi et orbi che Dio non può punire perché è buono. Ci sarebbe da aprire il discorso di quanto siano buoni gli ecclesiastici che hanno censurato e punito padre Cavalcoli o. p., ma qui conviene ringraziare Dio del fatto che costoro non sono Dio – anche se ogni tanto occorre rammentarglielo.

 

01 ottobre 2016

San Girolamo, il santo della Vulgata e del celibato del clero


di Alfredo Incollingo

Ci sono santi ospedalieri, confessori e crociati; santi nobili e umili d'origine; santi di provenienza laica o chierici; ci sono poi uomini di Dio che furono in vita letterati e fini studiosi. Erano intellettuali che posero la loro intelligenza e la loro penna al servizio di Dio e il loro impegno li valse la qualifica di Dottore della Chiesa Cattolica: vennero naturalmente riconosciuti pilastri indispensabili del cattolicesimo.
San Girolamo è tra questi uno dei più ricordati. Lo conosciamo principalmente per la sua Vulgata, per il suo intenso lavoro di traduttore che ha permesso ai primi cristiani di conoscere le Scritture. Per noi cristiani d'occidente ha rivestito un ruolo decisivo per la conoscenza della Bibbia: la Vulgata, che abbiamo citato prima, è la sua traduzione latina del testo sacro.
Nacque a Stridone, in Illiria, nel 347, ma ancora adolescente si trasferì a Roma per continuare i suoi studi di retorica. Probabilmente, dopo un'attenta valutazione sul suo futuro, decise di abbandonare ogni mondanità per andare a Treviri, dove viveva una comunità di anacoreti che tanto aveva attirato la sua attenzione. Si fece eremita ad Aquilea, che ospitava una grande e rinomata cerchia di asceti. Questa esperienza lo deluse profondamente per le continue rivalità tra i superiori e i singoli membri della comunità.
Decise così di lasciare l'Occidente per l'Oriente, stabilendosi nel deserto della Calcide, in Siria, vivendo per due anni in totale isolamento. Il santo non trovò pace neanche in pieno deserto! Ad animare gli eremiti e i cristiani della regione, oltre alle classiche rivalità tra vescovi, si intromise anche l'eresia ariana che creò non pochi problemi alla Chiesa Cattolica. Girolamo fuggì ad Antiochia nella speranza di trovare un luogo adatto alle sue necessità spirituali. In città approfondì presso la scuola teologica locale lo studio della disciplina, venendo consacrato presbitero dal vescovo Paolino. Sempre per motivi di studio si trasferì a Costantinopoli, imparando il greco con San Gregorio Nazianzeno e venendo a conoscenza così di importanti opere teologiche.
Fu la sua profonda conoscenza della lingue ellenica a convincere Papa Damaso I a commissionargli la traduzione in latino della Bibbia dei Settanta, la traduzione greca della Scrittura. Dopo aver lasciato con Nazianzeno Costantinopoli, Girolamo fece ritorno all'Urbe nel 382. Venne nominato segretario del pontefice, indicato da questi tra l'altro come suo successore, e lavorò alla Bibbia in latino. La Vulgata sarà il testo di riferimento per la copia e poi per la stampa di tutti i testi sacri cristiani finora conosciuti, almeno fino al XX secolo, quando si preferì tradurre la Bibbia senza la mediazione greca (per ottenere un testo scevro da errori di traduzione).
Fu un personaggio attivo nella Curia romana, tanto da meritarsi gli elogi del Papa e l'inimicizia del clero per le sue riforme, controcorrenti. All'epoca, a Roma, era sorto un gruppo di nobildonne e di popolane volenterose nel dedicare totalmente la propria vita alla contemplazione, rinunciando a tutto, soprattutto alla propria sessualità. San Girolamo promosse questa iniziativa quale padre spirituale delle donne, convincendosi del necessario celibato per condurre un'esistenza completamente dedicata a Dio.
Prima delle leggi dell'imperatore Onorio il clero poteva sposarsi e avere concubine e le battaglie girolomite non furono gradite. Quando morì Damaso I, con un colpo di mano il clero romano elesse come suo successore il diacono Siricio, e Girolamo fu attaccato da più fronti e costretto all'esilio da Roma nel 385. Aleggiava sulla sua persona inoltre il sospetto di istigazione al suicidio: una giovane consacrata era morta forse per i troppi digiuni cui si sottoponeva, seguendo pedissequamente gli insegnamenti del santo.
Da Ostia, e con un gruppo di discepoli, ritornò in Oriente, nei pressi di Gerusalemme, dove si stabilì. Onde promuovere la sua riforma sul celibato fondò ben due monasteri, uno maschile e uno femminile, che seguiva le sue regole sull'astinenza e il rifiuto in toto della mondanità. Visse nel suo convento fino alla morte, dedicandosi alla traduzione della Bibbia, avvenuta nel 420, l'anno dell'approvazione della sua riforma con una legge dell'imperatore Onorio che imponeva il celibato a tutto il clero.


 

22 febbraio 2016

AD La Bibbia Continua. Commenti a caldo

di Francesco Filipazzi

E' finita da pochi minuti la prima puntata di “A.D. La Bibbia Continua” su Canale 5, che parla degli avvenimenti successivi la Morte e la Resurrezione di Gesù e nelle puntate successive delle vicende riguardanti gli Atti degli Apostoli. Il commento che segue è a caldo.

La serie in sé non appare blasfema, ed è già molto, abituati come siamo a produzioni spesso offensive che nulla c'entrano con la Bibbia. Gli avvenimenti narrati sono però pressoché inventati, a parte i momenti principali come Morte, Resurrezione, incredulità di Tommaso, Ascensione e Pentecoste. La storia mostra per tutto il tempo le vicende politiche che intercorrono fra Ponzio Pilato e il Sinedrio, lo scontro fra occupanti e occupati e la loro continua crisi di nervi per la paura che incute nei loro cuori il Nazareno, del quale non capiscono la natura e che cercano quindi di combattere.

Alcuni particolari meritano però una certa attenzione. Gli eventi relativi a Gesù sono giustamente mostrati come eventi sovrannaturali. Non si cerca quindi di razionalizzare la Resurrezione o la discesa dello Spirito Santo ma, qui sta la pecca, questi avvenimenti vengono eccessivamente spettacolarizzati. Il che per qualcuno può non essere rilevante, ma se pensiamo alla narrazione evangelica, che è scarna e didascalica, potremmo trovarci un po' a disagio. In Atti 1, 9 si dice, a proposito dell'Ascensione “Detto questo fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo”. Il film invece mostra uno scenario piuttosto pittoresco, così come nella altre situazioni, il che potrebbe generare nel telespettatore l'idea di trovarsi di fronte a un racconto fantasioso, mentre invece ciò che si narra è avvenuto veramente e senza effetti speciali. Gesù non era infatti un mago ma Dio.

C'è poi il personaggio di Ponzio Pilato che lascia perplessi, nonostante sia uno dei motori della vicenda. Il governatore romano viene mostrato come un despota assetato di sangue, caratteristiche che nei Vangeli non traspaiono e, anzi, in Giovanni si può leggere che provò a mettere in libertà Gesù, perché non voleva condannare un innocente. La raffigurazione di AD è quindi piuttosto audace e non tiene conto delle dispute del passato riguardo addirittura la possibile santità di Pilato.

Per il resto, possiamo dire che l'idea di fondo non è malvagia. E' apprezzabile da parte di Canale 5 l'iniziativa di far vedere al pubblico, nelle domeniche di Quaresima, dei film che hanno un'attinenza con la vicenda di Gesù e degli Apostoli, dopo anni di sostanziale indifferenza o, peggio, di film decisamente cretini che raccontavano solo idiozie riguardo la nostra fede. Dunque, la visione non è sconsigliata, ma neanche consigliata. Lasciamo libertà di coscienza, visto che va di moda.
 

16 marzo 2015

Giona (e Fantozzi)


di Giuseppe Signorin

I libri della Bibbia non sono semplici libri. Ma sono anche libri. In alcuni casi solo brevi racconti, come quello di Giona, poche pagine profetiche sufficienti a gettare una luce profonda su quello che accadrà a Israele – il riconoscimento di Dio da parte dei pagani, la discesa agli inferi di Cristo e la Sua Resurrezione. Ma per quanto io martirizzi quotidianamente mia moglie con dei veri e propri sermoni coniugali, non sono un teologo o un esegeta. Quello che mi interessa del raccontino di Giona è l’umorismo.

La storia è divisa in quattro capitoletti. Nel primo, Giona disobbedisce a Dio. Doveva andare nella città di Ninive a fare il suo mestiere, cioè predicare, invece pensa bene di darsela a gambe e fuggire lontano, verso Tarsis. Un po’ quello che vorrei fare io, invece di starmene qui a scrivere sdraiato sul letto di questa stanza d’albergo, in un paesino a quasi mille metri di altezza nella provincia di Vicenza, Durlo (un paesino da urlo, certo, ma forse più nel senso di Munch), mentre mia moglie canta a squarciagola alcuni salmi sotto la doccia. Andrei volentieri a Tarsis, mia moglie ha una voce poderosa sotto la doccia, non è semplice scrivere qui. Ma per fortuna è proprio la sorte di Giona a trattenermi. Dal momento in cui il nostro profeta disobbedisce e inizia a fare di testa sua, infatti, una nuvoletta nera, in stile Fantozzi, sembra piazzarsi sistematicamente sopra di lui. Gli succede di tutto. Finisce in mare aperto nel bel mezzo di una terribile tempesta che mette in pericolo di vita lui e i marinai presenti a bordo. I marinai tirano a sorte per capire se c’è un colpevole, e guarda un po’, viene fuori lui, che alla fine sbotta, vuota il sacco, confessa che sta scappando dal suo Dio e come se non bastasse consiglia ai compagni di viaggio di gettarlo in acqua per porre fine alla disgrazia in atto. Nel secondo capitoletto interviene Dio, che non sa più che pesci pigliare con il suo profeta e allora opta per un esserone enorme che se lo pappa e se lo tiene in pancia tre giorni e tre notti. Giona non ne può più, intona un cantico di lode così splendente che dovrei provare, potrebbe addirittura funzionare con mia moglie quando mi devo far perdonare qualcosa. Dio si commuove con il cantico che Giona tira fuori dal pescione e fa in modo che il profeta venga rigettato sulla spiaggia. Nel terzo capitoletto, Dio gli chiede di nuovo di fare il suo mestiere e andare a Ninive. Giona non può più scappare, accetta e compie la sua missione. Qui succede un fatto straordinario: a Ninive si convertono tutti, re compreso. Una persona normale, al posto di Giona, si sarebbe sbronzata dalla gioia per una settimana. Giona invece si prende male, non è per niente contento, si allontana dalla città, perché secondo lui Dio avrebbe sbagliato ad avere pietà di quella gente che prima di convertirsi ne combinava di ogni. Neanche mia moglie gioca a calcio balilla in maniera così masochistica e controversa e assurda come si comporta il profeta Giona. Ma Dio non si stanca, è sempre lì, fino all’ultimo. Morale della storia? Dio è grande. Noi siamo piccoli. Siamo plancton. Mia moglie ha finito di farsi la doccia. Da qualche minuto non canta più. Magari si è trasformata in un pesce e fra pochi istanti esce dal bagno, mi scambia per dell’ottimo plancton e mi mangia. No. Si sente il rumore del phon. Nulla è impossibile a Dio, ma un pesce che si asciuga i capelli, a Durlo… speriamo di no.



 

16 gennaio 2015

Exodus: (quali) dei e (quali) re?


di Sally Brown
Recentemente mi è stata raccontata una lunga e suggestiva storia, eco di altre storie che forse un tempo conoscevamo.

Siamo nell’antico Egitto, ma non quello colorato e opulento che molti di noi avranno immaginato da bambini. Quella del nostro racconto è una terra arida e grigia che ricorda più la Scampia di Gomorra che un luogo dove a regnare erano sovrani venerati come dei. Il faraone, appunto, è un ometto grigio, placido, che ha allevato suo figlio, il futuro sovrano del regno, come un bulletto frustrato che teme, più di ogni altra cosa al mondo, di sfigurare nei confronti del fratellastro Mosè, amato ed odiato. Mosè, in effetti, per quelli di voi che non lo sapessero, è un valoroso generale osannato da tutti e, fondamentalmente, una cifra coatto. Non ci è dato sapere, esattamente, da dove provenga questo energumeno palestrato e dalla spada facile, ma sappiamo che il ragazzo non ha problemi di autostima.

Purtroppo, improvvisamente e senza spiegazioni, il faraone muore e il bulletto eredita il trono. Bruttissima faccenda per Mosè, che pensa di poter mettere il nuovo sovrano nell’angolo e continuare a scoattarsela a corte. Il passo falso però arriva, nel momento in cui, sempre nel tentativo di affermare chi è che comanda, Mosè va a farsi una scampagnata nella grigissima città di Pitom, dove tutti gli israeliti del regno sono radunati in miseria ed ingiustizia sociale a costruire piramidi già decrepite. Durante la gita un anziano dalla faccia arzilla e paracula decide di mettere a parte il prode generale rivelandogli le sue vere origini. Il nostro guerriero non la prende benissimo, al punto che per sfogare la tensione pensa bene di uccidere due israeliti che lo avevano chiamato “schiavo” per deriderlo.

Il faraoncello viene intanto informato di ciò che si dice del fratellastro e si decide a mandarlo nel deserto nella speranza che crepi, nascondendogli però tra i mantelli il suo amato spadone, regalato ad entrambi dal faraone defunto, così che eventualmente possa sfidare la disidratazione a duelloMosè quindi inizia a vagare nel deserto, dove salverà a suon di sguardi trucissimi un gruppo di pastorelle; una di queste lo ricompenserà presentandolo in famiglia, sposandolo e facendoci un figlio. Al poverino non rimane ora che portare le pecore a pascere proprio sul monte Oreb, che tutti gli indicavano come sacro e proibito.

E qui, amici miei, viene il bello. Mosè, finalmente, sul sacro monte Oreb, incontra… un bambino. Che poi, a ben vedere, ci accorgiamo che questo bambino appare davanti ad un cespuglio avvolto da alte fiamme blu che non lo consumano, ma Mosè non ci fa caso perché, colto alla sprovvista da una tempesta, è colpito in testa da un masso. E dunque, signori, sia messo a verbale che Mosè, sul monte Oreb, venne colto da allucinazioni le quali, senza un perché, pretesero da lui che tornasse in Egitto a salvare “il suo popolo”.

E senza un perché, Mosè torna in Egitto. Raduna tutti gli israeliti, insegna loro la sublime arte della guerra e li scatena contro l’esercito del faraone. E, pensate un po’, non ottiene niente se non morti, feriti e frustrazione. Estremamente seccato dal risultato, pensa bene di fare una sfuriata al bambino dell’Oreb che gli ha fatto sprecare del tempo prezioso. Ma anche il pastorello è sfastidiato, per cui chiede fondamentalmente a Mosè di mettersi da parte e “stare a guardare”, che allora sì che ci sarà da divertirsi. Partono così le piaghe d’Egitto. Una dopo l’altra, senza sosta, senza che Mosè ed il faraone si scambino una parola, senza che nessuno spieghi perché improvvisamente le acque diventano sangue, per dirne unaIl faraone abbozza e li lascia andare tutti quanti, salvo poi ripensarci, spinto dal desiderio profondo di sfogarsi sul fratellastro.

Mosè intanto, solo e forte del suo spadone che mai lo ha abbandonato fino a quel momento, guida il popolo a casaccio, senza aver ben chiara una meta e mancando comunque clamorosamente uno stretto nel Mar Rosso che avrebbe permesso loro di uscire definitivamente dall’Egitto grazie a delle prodigiose basse mareeIl guerriero è solo davanti al mare, dove capisce che deve abbracciare completamente la figura del leader carismatico con un gesto altamente evocativo: via, lo spadone viene lanciato in mare e si conficca nel fondale. Mosè quindi si addormenta sulla spiaggia e al risveglio trova le acque del Mar Rosso divise e attraversabili. Il resto, bene o male, lo sapete.

Vediamo un'ultima volta il nostro generale mentre sta scalpellando su dei lastroni di pietra. Il bambino è accanto a lui, in una grotta, e sembra finalmente compiaciuto. Chiede a Mosè cosa ne pensi di quanto gli sta dettando (!) e quello, con un cenno, gli fa capire di approvare. 
Sorrisi, felicità. Vissero tutti felici e contenti.

Questa storia è un film di un signore chiamato Ridley Scott. “Exodus” dovrebbe essere il racconto dell’esodo del popolo di Dio dalla schiavitù d’Egitto, ma c’è un grande, enorme, fatale MA: Dio, di fatto, non c’è. C’è un titano borioso che preferisce la sicurezza di una spada a quella del Signore. Ci sono prodigi naturali e divinazione. Ci sono paura e odio. Ma non c’è vera salvezza, non c’è uno scopo, non c’è, appunto, Dio.

Il Mosè che avevo imparato a conoscere ed amare era un uomo umile, un balbuziente, strumento nelle mani del Signore. Oggi, in questa storia, non riesco più a vedere niente di tutto ciò. Stiamo forse perdendo la capacità di raccontare Dio perché Gli neghiamo il Suo posto nella Storia?

 

29 ottobre 2014

"Sed Gladium" di Andrea Giacobazzi

di don Marco B

Allertante, e come altrimenti definire il piego libri che ho ricevuto dieci giorni fa? "Caro don Marco, è con grande piacere che invio questa copia omaggio. Con devozione, Andrea Giacobazzi". Giacobazzi. Sarà il comico di Zelig? Temo di no. Andrea Giacobazzi, quello di Radio Spada, il blog che ospita sede-vacantisti e filo-lefebvriani. Mi hanno scoperto! Ma come è successo? Mi ero nascosto così bene! Io, perfettamente inquadrato nel sistema, mai un colletto troppo alto né un ferraiolo, indulgente sul Santo-Zaire a messa (messa con la minuscola, tipo la messa in piega)... Ma come, come hanno fatto a scoprirmi? Apro il pacco-bomba. Già mi immagino di trovare una rivista proibita, tipo Tradizione Cattolica, che se volevi introdurla in seminario dovevi nasconderla dentro a Playboy; oppure una indagine in tempo reale sugli errori, grammaticali prima che teologici, della Relatio sinodale in latino (Radaelli docet); oppure, aiuto, un saggio anti-semita scritto da qualche ebreo libanese del XVIII secolo. Apro. Peggio del previsto: Sed Gladium. "Don Marco, so di chiederti molto, ma vorrei recensissi l'ultimo libro di Andrea". Ora ricordo quel messaggio di due settimane prima. "Ma sei sicura?" "Certo, c'è pure la prefazione di don Tranquillo". Ah beh, omen nomen. Ma chi è ‘sto don Tranquillo? Guardo la prefazione: FSSPX. Abbiamo un problema, don Marco: e io adesso cosa recensisco? Che ci sia distanza abissale di opinioni, manco si discute, con tutta la simpatia per il mondo tradizionale (che, secondo la scaletta di Lumen Gentium, è il più prossimo a noi), da qui a sposarne gli assunti teologici ne corre. Che dunque, mi rimangerò la parola data? Sia mai, voglio mantenere la promessa e accettare la sfida! Ne faccio una questione di principio. Dei gay non si può parlare sennò ti ingabbiano sventolando il ddl Scalfarotto, sarà almeno rimasto nella Chiesa un pizzico di libertà, quel che basta a consentire una recensione a un libro? E poi ricordo bene - sempre stato alunno modello e attentissimo alle lezioni - la retorica sul "cercare ciò che ci accomuna" e sul "dialogare con tutti" e infine sul "dovere di accettare, non solo e non più tollerare, ma accettare pienamente l’altro". Che dite, saranno suggerimenti che il mio professore, ecclesiologo di linea kasperiana, negherebbe solo nel caso di scritti anticonciliari? Impossibile, neh?

Dunque procediamo. Sed Gladium, recita il titolo completo, Dottrina e Sacra Scrittura contro l'ecumenismo. E qui non si scherza: Antico e Nuovo Testamento, documenti Pontifici e auctoritates teologiche a sostegno della tesi: questo ecumenismo non s'ha da fare. Ma quale e perché? In fondo l'impostazione stessa del libello, un centinaio di pagine, si presta a una felice lettura. Non troviamo infatti grandi dibattiti, fini cavillosità teologiche, argomentazioni addentate e agguerrite. La pubblicazione nasce con evidenti scopi formativi, destinata in primo luogo, oserei dire, a chi è già all'interno del giro. Non un pamphlet pensato per il dibattito dunque, quanto piuttosto un manuale in cui il cattolico tradizionalista può trovare tutti i più importanti loci scritturistici e magisteriali a condanna dell'ecumenismo. Essendoci poco da dire sui contenuti - visto che non si apre spazio a un confronto, che so, sul modo di intendere i documenti conciliari e le relative aperture ecumeniche (per la qual cosa rimando a Padre Lanzetta, Il Vaticano II, un concilio pastorale, Cantagalli 2014, Capitolo V, p.421ss.) -, mi soffermerò sul format e sulla idea che guida Sed Gladium, aggiungendovi un incoraggiamento, almeno relativo, al progetto che sta dietro a Radio Spada. Infine esprimerò la mia critica. Vediamo anzitutto il testo: che contributo potrò trarre dalla esposizione piana di brani biblici e dottrinali ante-conciliari? Certo un aiuto nel proposito di attuare l’ermeneutica della continuità, che in effetti non è possibile se non a patto di conoscere molto bene sia il prae che il post Concilio. Ecco, io di sicuro del prae non so quasi nulla, nonostante circa dieci anni di studi seminariali, e in fondo dubito che quel poco insegnatomi dal professore kasperiano di cui sopra sia fedele ai fatti: leggiamo dunque Sed Gladium per chiarirci bene la posizione della Catholica fino al Concilio. Credo inoltre - secondo apprezzamento - che abbia un qualche valore euristico venire a sfogliare pericopi scritturistiche abitualmente non troppo gettonate, scoprendole nella loro crudezza e immediatezza: è un rischio, ma è un rischio genuinamente conciliare, la capacità di tornare alle fonti rivelate, liberi dai filtri teologici di moda, un tempo rigidamente tomisti ed oggi non di rado rigidamente anti-tomisti. Sperimento questo brivido ogni mattina, quando inizio la mia giornata meditando San Paolo in greco, senza cesure né censure esegetiche di sorta: c’è poco da fare, ha un altro sapore, più penetrante, più spietato, non consente accomodamenti culturali di alcun genere, non offre appigli né nascondigli, soprattutto quando ritrae Nostro Signore e la fede nelle loro dimensioni più dure e virili - quelle care a Giacobazzi -. Resta bello e valido, in terzo luogo, lo scopo di editare e divulgare prontuari del credere semplici e chiari, che sottraggano i fedeli alla confusione delle molte agenzie informative, a volte anche cattoliche se non addirittura, in casi puntuali, curiali. Mi obietterete che per fare questo non è necessario ricorrere a testi di impronta anticonciliare. Non è necessario, è vero, ma a volte è inevitabile, dato che le editrici cattoliche più quotate latitano in simili obiettivi. Questo è il bene che avevo da dire sul testo, opinabile fin che volete e magari un po’ stiracchiato, non più stiracchiato comunque del tentativo di trovare punti di concordia con i cristiani acattolici iuxta l’imperativo ecumenista vigente. Ora rimango in attesa di qualcuno che integri il libello di Giacobazzi, compilando una debita collezione di brani post-conciliari, per darci così la versione più completa dell'argomento in ottica della continuità (quella che il sottoscritto sposa). Prima di chiudere mi sia concesso, come da promessa, un elogio che s’avvita a partire dal titolo: Sed Gladium, sono venuto a portare non la pace ma una spada. Per la prima volta ho riflettuto sul perché di quel nome: Radio Spada. Non che ci volesse molto, ma… che volete farci? Sono un ragazzo ingenuo. Purtroppo, dichiariamolo, c’è un puzzo drammaticamente anticonciliare anche in questa scelta: se il Concilio s’apre al mondo, con la sua pastorale di misericordia, contro profezie di sventura, rimuovendo anathemata e introducendo balsami, i radiospadisti tornano a ricordare che Cristo non è venuto a portare pace, ma una spada. E d’altra parte, che dire? Forse che il cattolico oggi ha davvero rimosso la dottrina della lotta spirituale, della pugna contro il Mondo? Abbiamo fatto cadere l’evangelico dictum sulla “spada”? Questo ci chiese il Concilio? Se i cultori del Concilio dei media lo affermano, io e i cultori del Concilio dei Padri e dell’ermeneutica continuitatis ci opponiamo. Potrà cambiare il modo dello scontro, la tattica, ma non la strategia. Lo insegna persino la massonica wikipedia alla voce, appunto, ‘strategia’: “la tattica riguarda cioè il come combattere una battaglia, mentre la strategia riguarda il capire se la battaglia debba essere combattuta o no”. Ecco, gli amici di Radio Spada mi insegnano che c’è una battaglia da combattere. Ma come, don Marco, e non te lo insegna già la Chiesa? Purtroppo, se per Chiesa intendiamo i preti che mi hanno cresciuto, nel mio caso devo rispondere con un no. E, di nuovo, se mi guardo attorno ho l’impressione che le agenzie informative e i relatori cattolici più blasonati rimarchino tale no. E dunque all’occorrenza riscopro con segreta complicità i radiospadismi e simili pose, in tutto fedele a quella libertà intellettuale dichiarata da tanti filosofi e teologi preconciliari (tutti portati in palmo nei corsi seminariali), quando si trattava di strizzare l’occhio a sinistra in un’epoca di destre ecclesiastiche. Ovviamente, colta l’imbeccata da Giacobazzi, posso tornare a tuffarmi in santa autonomia nel tesoro nascosto ma generoso della Madre Chiesa, e di questo ringrazio - di nuovo! - Papa Benedetto XVI, dal quale ho ricevuto il Summorum Pontificum, e con esso il nobile rito tradizionale, e perciò stesso il ripristino dell’ultimo Evangelium Missae, quell’impareggiabile prologo di san Giovanni in cui tutto, la storia l’apocalisse l’incarnazione il quotidiano la lotta la speranza, tutto si riassume, vertice celebrativo, condanna del Mondo e apertura sul mondo (segue infatti l’Ite missa est). Ed è così che, senza bisogno di scartabellare complicati documenti conciliari, anche l’ultimo dei fedeli trova impartita e ribadita la lezione de gladio al termine della Santa Messa more extraordinario celebrata. Fine del genetliaco all’amico Giacobazzi, ad Ilaria che mi ha costretto nella recensione e al simpatico gruppo di Radio Spada, di cui personalmente non condivido le tattiche, pur trovandomi di fatto più in sintonia circa le strategie (può essere questa la chiave di lettura relativa a simpatie ed antipatie, alleanze comode e fittizie ‘a sinistra’ versus prossimità effettive e perciò scomode ‘a destra’?). Tra tutte, voglio dirlo, la tattica che maggiormente aborrisco è quella di dividerci e massacrarci tra gruppi di ispirazione tradizionale, e in cima ci piazzo la ridda pro-life dei mesi scorsi; il tutto mentre l’ultra-progressismo mediatico tesse finissime quanto inimmaginabili alleanze - anche qui, forse, questione di tattiche, ma già vediamo quali siano le vincenti! -. Concludo: mentre per un simile articolo mi attirerò addosso “l’ira funesta delle cagnette” cui ho obliquamente “sottratto l’osso”, scelgo al contempo di definire appieno l’operazione terra bruciata con un appello scomodo rivolto questa volta ai radiospadisti, che invito di cuore a coltivare piuttosto l’unità che lo scontro, pur nell’affermazione della verità e del debito combattimento, e soprattutto a rimanere legati e fedeli a Santa Madre Chiesa e ai suoi Pastori, pur nei momenti di difficoltà, perché possiate essere una Spada ben piantata nella roccia. O qualcosa di simile. Perchè la strategia è la spada, la pace fa da tattica, l’unità sarà il compimento, beninteso: dono di Cristo e non artefatto degli uomini.

 

12 ottobre 2012

La Liturgia: il Bello che parla


di Franciscus Pentagrammuli

In una recente udienza, il Papa ha trattato il tema della Liturgia: come Dio parla all'uomo? E come l’uomo può rispondere a Dio? Tale comunicazione, dice Benedetto XVI, avviene per mezzo della Sacra Scrittura e, collegata ad essa, della Liturgia, nel primo verso; per mezzo della preghiera, nell'altro.