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05 dicembre 2017

L’ordine giuridico e l’ordine morale


di Fabrizio Cannone

Ubi homo ibi societas. Ubi societas ibi jus.

E’ da questo assioma insegnatoci dal senso comune prima ancora che dalla storia universale del diritto, che è partito l’avvocato Testa, presidente dell’Associazione Giovanile Forense, per offrire al confuso uomo contemporaneo una riflessione appassionata e intensa, in difesa della Legge e della Norma, e del loro necessario presupposto assiologico: l’esistenza del Vero e del Giusto (cfr. Carlo Testa, L’ordine giuridico e l’ordine morale. Riflessioni sul diritto naturale e sulla deontologia dei giuristi a proposito della Correctio filialis a Papa Bergoglio, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2017, pp. 146, euro 18).

Tout se tient, insegnano i francesi, a cui fa eco papa Francesco con “tutto è collegato”, “tutto è in relazione”, addirittura “Tutto nel mondo è intimamente connesso” (Laudato sì, nn. 91, 142, 16).

La perdita della fede e del buon senso nei popoli di antica civiltà e di secolare tradizione cristiana ha comportato, tra mille perniciosi effetti, anche un offuscamento del senso del limite, del valore della legge, del rispetto della parola data e del bene comune.

A tutto ciò, come ben mostra il Testa, si è aggiunta la scuola tutto sommato anarchica del “positivismo giuridico kelseniano”. La quale, “trionfante nella cultura e nella prassi giuridica delle società attuali, obnubilando la possibilità di una misura comune, di una struttura universale del Diritto, ha degradato quest’ultimo a forma della volontà politica dominante (…). Questo relativismo giuridico ha prodotto confusione, disordine e sfiducia nella legge, oggi vista solo come forma di repressione e limitazione, in una società che ha fatto della sregolatezza illimitata un oggetto di culto” (p. 33).

Difficilmente poteva descriversi meglio la situazione odierna. Ed in effetti quanto il culto non lo si dà più al Legislatore Sommo, esso lo si darà all’uomo e alle sue voglie, le quali troveranno ingiusto ogni freno e ogni limitazione, che non sia autonoma e autoimposta.

La dittatura del relativismo denunciata a più riprese da Benedetto XVI – ma su cui ora si tace – tocca congiuntamente l’ambito morale e l’ambito civile, e la decadenza dei due ambiti è strettamente congiunta come lo sono nell’uomo l’anima e il corpo, o come lo sono, da un altro punto di vista, il pensiero e l’azione.

Se le nozioni di bene e di male non sono chiare e assodate, i confini tra lecito e illecito tendono ad oscurarsi nella società, e il delitto allo stato chimicamente puro – come è incomparabilmente rispetto a tutti gli altri l’aborto volontario – arriva ad essere legittimato come “diritto”.

Se quindi il rapporto tra legge morale e legge civile è strettissimo, lo è anche per forza di cose quello tra Giustizia divina e giustizia umana. E deve esserlo nel senso che la Fonte della legge, quale archetipo superiore alla storia e alle parti, deve presenziare ai suoi riflessi visto che l’immutabile primeggia sempre sul mutevole.

Secondo poi il mai troppo lodato Tommaso d’Aquino, e qui arriviamo alla sintesi suprema del rapporto tra le due sfere, quella trascendente e quella immanente, “La legislazione umana non riveste il carattere di legge se non nella misura in cui si conforma alla retta ragione; da ciò è evidente che essa trae la sua forza dalla Legge eterna. Nella misura in cui si allontana dalla ragione, la si deve dichiarare ingiusta, perché non realizza il concetto di legge: è piuttosto una forma di violenza” (I-II, q. 93, art. 3).

Come nota don Antonio Livi nell’introduzione epistemologica all’opera, “il diritto contiene in sé i medesimi presupposti logici, antropologici ed etici che sono alla base della filosofia e della teologia, ossia quelle certezze universali e necessarie che costituiscono il senso comune” (p. 7).

Non c’è bisogno di aver conseguito una laurea in giurisprudenza per cogliere al volo alcune di queste certezze universali indicate da Livi. Per esempio il fatto che certe azioni umane sono degne di lode, mentre altre sono meritevoli di biasimo e di punizione; che la colpa esiste nella realtà delle cose prima ancora che nei codici; che davanti alla legge siamo tutti perfettamente uguali perché tutti partecipiamo ugualmente all’umanità e alla socialità; che chi abbia commesso un torto debba in qualche modo riparare; che la pena debba essere proporzionata alla colpa; che ci sono delle azioni negative in sé stesse – come il tradimento coniugale – senza possibili eccezioni, semper et pro semper (anche nel 2017 quindi…).

Infatti si capisce facilmente, come ha costantemente insegnato il Magistero ecclesiastico, che la legge naturale, fondamento inconcusso di ogni legislazione civile, non cambierà mai (cfr. CCC, 1958: “la legge naturale è immutabile e permane inalterata attraverso i mutamenti della storia”).

Ma allora, come è possibile, si chiede coscienziosamente il Testa che sull’onda lunga dei cambiamenti epocali introdotti dalle leggi inique degli ultimi 50 anni (come il divorzio ad libitum e il matrimonio senza mater), sembra che anche la Chiesa, per voce dei suoi responsabili più in auge, assecondi “la deriva ereticale di talune tendenze della teologia morale contemporanea” (p. 9) ?

L’Autore non sa spiegarlo poiché, come diceva Jean Madiran, “quando c’è un'eclissi siamo tutti immersi nelle tenebre”. Ma rigorosamente nota che “anche il Magistero del Pontefice, come quello di qualsiasi altra Autorità, è sottoposto alla superiore Legge Naturale” (p. 60).

In effetti, nessun uomo o angelo può nulla contro quella legge di natura e di ragione che già il pre-cristiano Cicerone descriveva così: “Certamente esiste una vera legge: è la retta ragione, essa è conforme alla natura, la si trova in tutti gli uomini; è immutabile ed eterna; i suoi precetti chiamano al dovere, i suoi divieti trattengono dall’errore (…). E’ un delitto sostituirla con una legge contraria, è proibito non praticarne una sola disposizione; nessuno poi può abrogarla completamente” (De re publica, 3,22).

http://www.libertaepersona.org/wordpress/2017/12/lordine-giuridico-e-lordine-morale/



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10 luglio 2017

"L’anima della civiltà giuridica occidentale" di Aldo Vitale


di Fabrizio Grasso

Aldo Rocco Vitale, classe 1983, nonostante la giovane età, ha già un nutrito curriculum accademico, infatti prima si è laureato in Giurisprudenza all’università di Catania e dopo ha conseguito un dottorato di ricerca in Storia e Teoria Generale del Diritto europeo, presso l’università Tor Vergata di Roma. È inoltre allievo del giurista Francesco D’Agostino, che attualmente è Presidente onorario del Comitato nazionale per la bioetica e riveste anche la carica di Presidente dell'Unione Giuristi Cattolici Italiani. Alla passione per lo studio, Vitale affianca quella per la divulgazione e difatti collabora con numerose riviste online. Frutto di queste due passioni, è proprio il suo ultimo libro, il pamphlet "Cristianesimo e diritto, sull’anima della civiltà giuridica occidentale" (Algra Editore, pp. 65, prezzo 6 Euro). Una riflessione minima la sua, che ha l’indiscutibile pregio della chiarezza espositiva e di pensiero e riesce perciò a raccontarci duemila anni di storia del diritto con pennellate leggere sì, ma mai superficiali.

Il pamphlet esplora l’incontro tra lex e religio e segnatamente quello tra cristianesimo e diritto che ha avuto storicamente luogo in Occidente, ad essere indagate sono esattamente due dimensioni: la teorica e la storica. Secondo l’autore infatti, il diritto per come lo conosciamo oggi, è impossibile da comprendere senza l’elemento romano e quello cristiano, che si sono storicamente saldati nella tradizione del diritto europeo.

Vitale nella prima parte del pamphlet che è squisitamente filosofica, individua tre principi che hanno definito la sensibilità e la civiltà europea e sono: il principio di laicità, quello di legalità e infine quello di personalità. Scrive infatti che senza questi tre principi: «oggi il diritto stesso, all’interno di uno Stato di diritto, non sarebbe altrimenti concepibile». Principi questi che derivano proprio dal genio del cristianesimo, che storicamente attraverso la Chiesa ha fatto da contrappeso e freno al potere temporale di re e imperatori, consentendo il fiorire di una tradizione giuridica unica e inimitabile. La formulazione di questi principi ha fatto sì, che da un lato il cristianesimo abbia sempre combattuto gli assolutismi statali e dall’altro evitasse anche il pericolo opposto, rappresentato dalle derive teocratiche, che difatti sono oggi appannaggio di quella parte d’umanità, che ad esempio, rifacendosi a una tradizione religiosa quale è l’Islam, non conosce la distinzione tra religione e diritto.

Nella seconda parte del breve saggio invece è inquadrata la dimensione storica dei rapporti tra  cristianesimo e diritto e così Vitale ci ricorda che a distinguere tra autorictas e potestas, nel caso del cristianesimo primitivo, è già l’apostolo Paolo, che nella Lettera ai Romani spiega chiaramente che la religione fondata dal Cristo è una rivoluzione spirituale e non politica. Difatti il consiglio ai primi convertiti è quello di non mettere mai in discussione l’autorità, che in ogni caso proviene da Dio. Un focus esemplare è poi dedicato alla posizione della Chiesa sulla schiavitù.

Su queste premesse l’autore arriva quindi ad una conclusione che agli orecchi anti-cristiani dei contemporanei potrebbe suonare stonata e invece è solamente logica e provata anche dalla storia e cioè che: «Se oggi c’è ancora una fede nel diritto è perché il Cristianesimo ha insegnato a conservare la fede nella giustizia che del diritto è il cuore pulsante, o meglio, l’anima».

 

21 aprile 2016

Il 21 aprile non è una festa pagana. La Provvidenza ha fatto di Roma il “caput mundi”


di Alfredo Incollingo

Il 21 aprile Roma celebra il suo bimillenario compleanno. Sono passati più di due millenni da quell'evento epocale, nel lontano 753 a.c. Romolo, tracciando un solco sacro (il famoso “pomerium”) intorno al colle Palatino, sancì la nascita della città, all'epoca, presumibilmente, un piccolo villaggio di pastori – guerrieri.
Da qui prese avviò una storia di grandi trionfi, di gloria e di prosperità, ma anche una scia di sconfitte e decadenze fino alla definitiva disintegrazione dell'impero romano. L'Aquila imperiale da quel piccolo villaggio volò in tutto il Mediterraneo, ma anche nelle terre selvagge del Nord Europa, in Bretagna, Spagna, nelle coste africane e in oriente. Roma divenne una realtà universale e sovranazionale che inglobò buona parte del mondo conosciuto. Era quindi una città sacra, il centro spirituale, culturale e politico del mondo. Questo lo capì anche San Pietro che si recò a Roma per far conoscere ai romani (e all'umanità) Cristo e la sua Verità. Qui s'installò e crebbe la Chiesa Cattolica che continuerà a far di Roma il centro della cristianità e dell'occidente.
Perché allora bisogna lasciare che i “fans” del neopaganesimo romano facciano del 21 aprile una festa pagana?
Roma, affermava Dante Alighieri nella sua “Monarchia”, è il prodotto più evidente della Provvidenza divina che ha voluto una Monarchia Universale capace di portare concordia alle varie nazioni. “Inoltre si può comprendere fin d’ora che la presenza del monarca è resa necessaria dal fine a lui assegnato di stabilire le leggi. Dunque il genere umano che vive sotto il monarca si trova in uno stato di perfezione. Perciò la monarchia è necessaria al benessere del mondo.”
L'Impero non è altro che il frutto della mente divina che si esprime, come sappiamo, anche in verità disseminate nella storia umana. Di fronte al peccato disgregatore Dio fa in modo che gli uomini virtuosi e buoni divengano i custodi e le guide del genere umano. Chi meglio dei virtuosi romani, dice Dante, poteva assumersi il ruolo di guida e quindi di Principe delle genti? La Provvidenza ha agito affinché Roma sorgesse e i suoi nemici fossero sbaragliati. Ciro, Alessandro Magno e i Tolomei hanno tentato di costruire un impero ma solo l'Urbe era destinata a concretizzare questo progetto di Dio.
Il Principe è l'Uno che garantisce l'unità, la “pax” e la concordia. Gli uomini buoni sono gli unici che possono indirizzare l'umanità al bene. La cupidigia, dice Dante, è il peccato che ha mosso i popoli contro Roma, ma questa, forte delle sue virtù, ha saputo punire, ma anche curare le ferite che il male ha causato in quelle genti. La giustizia dell'imperatore è la vera “iustitia” perché , fondata sulla rettitudine, è in grado di discernere e garantire l'ordine e combattere il vizio.
Il diritto, massimo prodotto della civiltà romana, è di conseguenza lo specchio della mente divina, perché votato al bene e alla pace. Esso regola, punisce il male e riconcilia, come l'azione di misericordia di Dio Padre.
L'impero romano è per Dante l'immagine della gloria divina in terra, la stessa che si struttura nei cieli intorno alla maestà di Dio. Roma è quindi la “miglior forma di governo”, in grado di dirigere nelle cose terrene la società cristiana.
Papa Benedetto XV nel 1921, nell'enciclica “In praeclara summorum”, celebrava così il Sommo Poeta: “E voi, diletti figli, che avete la fortuna di coltivare lo studio delle lettere e delle belle arti sotto il magistero della Chiesa, amate e abbiate caro, come fate, questo Poeta, che Noi non esitiamo a definire il cantore e l’araldo più eloquente del pensiero cristiano. Quanto più vi dedicherete a lui con amore, tanto più la luce della verità illuminerà le vostre anime, e più saldamente resterete fedeli e devoti alla santa Fede.”
Dante Alighieri ci invita a non disprezzare, come facevano tanti suoi contemporanei, un passato all'apparenza nefasto e pagano. L'azione di Dio si manifesta nella storia anche in ciò che a prima vista può sembrare non cristiano. Come San Tommaso d'Aquino, anche Dante riconobbe le verità nel pensiero “profano” e nelle vicende della Roma imperiale.
Saldi in queste certezze possiamo commemorare non la fondazione, ma la grandezza di Roma, scelta da San Pietro per fondare la sua Chiesa.
Non biasimiamo solo, ma convertiamo i “pagani” odierni, ricordando che Roma in fin dei conti è una “nostra” creazione.
 

21 marzo 2016

L'utero in affitto non è mai un dono


di Giuliano Guzzo
«La ferita dell’assenza di legami biologici resterà per sempre. È inutile negarlo o far finta di nulla»: toh, alla fine è arrivata. Tra le pieghe di un discorso articolato, sottovoce, ben mimetizzata tra le parole, però un’ammissione della filosofa e politica Michela Marzano sulla barbara realtà dell’utero in affitto o, come preferirebbe chiamarla lei, maternità surrogata è arrivata: «La ferita dell’assenza di legami biologici resterà per sempre». Ma questo vale anche per i bambini adottati, potrebbe ribattere qualcuno: e invece no. «La ferita dell’assenza di legami biologici», nel caso della cosiddetta maternità surrogata, è diversa e molto più grave sia perché originale – non tutti i bambini adottati non hanno conosciuto il seno materno, esperienza che a quasi tutti i figli dell’utero in affitto, invece, viene negata – sia perché programmata: il bambino adottato viene accolto in una famiglia perché quella originale non era in grado di provvedere a lui, quello comprato viene acquistato da una famiglia per la quale è stato “progettato”, concepito e messo al mondo.

Direi quindi che occorre parecchia immaginazione, volendo escludere la malafede, per porre sullo stesso piano adozione ed utero in affitto, due realtà totalmente distanti dal momento che una avviene nell’interesse del bambino e l’altra con l’acquisto del bambino. E’ però il caso, detto ciò, di tornare all’intervento di Michela Marzano pubblicato sul Corriere di ieri perché, se da un lato come si è visto contiene una ammissione di peso sull’utero in affitto – «La ferita dell’assenza di legami biologici resterà per sempre» -, dall’altro tenta di rendere presentabile questa pratica a-bo-mi-ne-vo-le (Copyright © Livia Turco): «Come accade in alcuni Stati che hanno legiferato sulla Gpa, una donna che si presta a questo tipo di pratiche dovrebbe sempre essere già madre e non dovrebbe mai trovarsi in una situazione economica tale da vedere nella Gpa l’unica opportunità per il sostentamento. Una forma di dono, quindi. Proprio come il dono di un rene o di un pezzo di fegato, sapendo che i rischi che si corrono sono importanti, ma che è grazie al proprio dono che si potrà salvare una vita» (Corriere della Sera, 17.3.2016, p. 28).

Ora, pur nel rispetto che dovuto a una studiosa di livello internazionale come Michela Marzano, l’accostamento fra la pratica della “maternità surrogata” e la dimensione del dono appare francamente insostenibile. Per tre ordini di motivi. Anzitutto per ragioni giuridiche: il citato «dono di un rene o di un pezzo di fegato» rientra nella casistica della donazione di organi e tessuti; ma la donazione degli organi e tessuti – si legge anche sul sito di A.I.D.O., acronimo che sta per Associazione Italiana per la Donazione di Organi, Tessuti e Cellule – è un atto anonimo e gratuito di solidarietà per il quale non è consentita alcuna remunerazione economica e non è possibile conoscere l’identità del donatore e del ricevente. Ebbene, la cosiddetta maternità surrogata non solo non è anonima, non solo – anche laddove “altruistica” – non è mai gratuita, ma è essenzialmente un contratto; significa che, a gravidanza iniziata, la consegna del neonato per la madre “portatrice” è un “dono obbligato”, pena la risoluzione del contratto. Dunque l’accostamento fra la cosiddetta gestazione per altri e il dono, già giuridicamente, non regge.

E non regge neppure sul piano sociologico: se davvero la consegna del figlio da parte della madre “portatrice” nei confronti della parte committente fosse altruistica, per quale ragione questa versa sempre in condizioni economiche precarie? «Una donna che si presta a questo tipo di pratiche dovrebbe sempre essere già madre e non dovrebbe mai trovarsi in una situazione economica tale da vedere nella Gpa l’unica opportunità per il sostentamento», scrive Marzano. D’accordo, ma una europea o statunitense, magari già madre, che magari ha una casa di proprietà (magari con mutuo) e che sceglie di diventare “portatrice” per pagare la retta universitaria ai figli è una donna davvero libera? Certo, non sarà poverissima come certe donne indiane, ma da qui a parlare di scelta libera e soprattutto di gesto altruistico nella vendita di un figlio, converrete, ne corre. E poi, scusate, che razza altruismo è mai quello che vede sempre e solo donne più povere dare figli a coppie più facoltose? Perché non si vedono mai donne benestanti “donare” figli a coppie povere? Perché “doni” sempre a senso unico?

Il parallelo “maternità surrogata” e dono, infine, non regge neppure sotto il profilo bioetico. Per una ragione molto semplice: il caso del «dono di un rene o di un pezzo di fegato» è un conto, ma con la cosiddetta gestazione per altri l’oggetto del dono è il figlio. Ma il figlio è una persona e le persone non si possono donare. Perché se così fosse, se le persone si potessero donare, è verosimile che, ben prima di quello dei figli, ad esplodere sarebbe anzitutto – come avrebbe ironizzato il bioeticista Mario Palmaro (1968–2014) – il dono delle suocere da parte dei mariti; purtroppo però per i mariti – e per fortuna delle suocere – gli esseri umani non si possono donare. Dunque la “maternità surrogata” – che non è accostabile né all’adozione, né al parto in anonimato né, meno ancora, alla donazione di organi – non solamente non costituisce una forma di dono, ma è totalmente inaccettabile. E stupisce che, pur di sostenere un’opinione diversa, fior di docenti universitari e studiosi si arrampichino sugli specchi confermando quanto scrive nel suo stupendo romanzo, L’ombra del vento, Carlos Ruiz Zafón: «Gli esseri umani sono disposti a credere a qualunque cosa tranne che alla verità».
 

16 febbraio 2016

Il giurista che, giudicandolo morto, tenne vivo il Diritto

di Giuliano Guzzo
Un giorno lo si studierà nelle facoltà di legge, il pensiero del giudice Antonin G. Scalia (1936-2016), colui che per molti anni – dal 1986, quando fu nominato da Reagan – è stato l’emblema del conservatorismo più intransigente e combattivo nella Corte Suprema federale. Il giudice italo-americano, il cui decesso, nella notte tra il 12 e il 13 febbraio, pare avvenuto per cause naturali, ha avuto infatti l’enorme merito di rilanciare e difendere il “testualismo”, vale a dire una interpretazione delle leggi che, di fatto, non fosse interpretazione ma semplice applicazione a partire dal significato originale – e letterale – delle norme della Costituzione, che – per dirla con Scalia – sarebbe «morta, morta, morta».

Perché il “testualismo” così tenacemente teorizzato da questo giudice è così importante? Apparentemente si tratta di una visione assai limitativa della giurisprudenza e delle stesse disposizioni costituzionali, fossilizzate nel tempo e del tutto impossibilitate a rispondere a mutati contesti sociali. D’altra parte lo stesso Scalia pareva consapevole di quanto sia oggi marginale una simile corrente giuridica, «così piccola che se prendi un cannone e spari contro qualsiasi scuola di legge importante – sosteneva – non colpiresti un “testualista”». Quali allora le ragioni del “testualismo”? Solo un tentativo di burocratizzare vita dei giudici? Nient’altro che una perenne umiliazione letterale, per così dire, della Costituzione?

La riposta è no: il “testualismo” non offende, ma eleva il valore della Costituzione e, in generale, della legge. Per almeno tre ragioni saldamente connesse fra loro. La prima è che più l’interpretazione letterale di una norma – tanto più se si sta parlando della Costituzione – viene ridimensionata o considerata parziale, più quella che si potrebbe definire l’oggettività della legge viene eclissata dalla soggettività dell’interpretazione; la fissità normativa lascia così lo spazio ad una fluidità drammatica perché relativizza il ruolo del Legislatore, ridotto a emanatore di norme dal destino molto incerto e per nulla conforme, se non per un arco temporale limitato, alle ragioni originali della loro approvazione.

Una seconda, conseguente ragione per cui il “testualismo” tanto caro a Scalia preserva l’importanza della legge è dovuta al fatto che, se la prospettiva interpretativa – benché talvolta necessaria – di una norma dovesse prevalere su quella letterale, verrebbe non soltanto a naufragare la fondamentale separazione dei poteri così come immaginata da Montesquieu (1689–1755), ma si stabilirebbe un nuovo super potere – quello dei giudici anche legislatori – estremamente minaccioso per l’ordine democratico, con una quota della sovranità strappata al popolo senza o contro la sua volontà e, dulcis in fundo, magari a sua insaputa. Da questo punto di vista, se Scalia fosse vissuto nell’Italia delle sue radici avrebbe avuto verosimilmente parecchio da ridire.

La terza ragione per cui il “testualismo” è un filone decisamente interessante è che, se l’interpretazione letterale del testo diviene marginale e l’operato dei giudici incontenibile, vuol dire che la Carta costituzionale ha, in fondo, un valore molto relativo. Ma «la Costituzione non è una bottiglia vuota in cui versiamo qualsiasi valore», obiettava Scalia, proprio perché ne ha uno fondamentale e intoccabile. Ecco che allora il “testualismo” del grande giurista scomparso, ben lungi dall’essere una strategia di svuotamento del diritto, era una tecnica eccezionale per proteggerlo e valorizzarlo da incursioni non soltanto inique ma pure culturalmente povere, specie negli ultimi tempi.

Memorabili, a questo proposito, le parole del giudice italo-americano sulla sentenza della Corte Suprema che ha determinato la legalizzazione statunitense dei “matrimoni” gay, la quale – prima che essere una «minaccia per la democrazia americana» – era per Scalia un’aberrazione giuridica tale dover far nascondere a chi l’aveva confezionata «la testa in un sacco» essendo fondata su «aforismi mistici da biscottini della fortuna». Anche per queste osservazioni graffianti ma cariche di saggezza – tese anzitutto a tenere in vita il Diritto, salandolo da deformazioni da vario tipo – il pensiero di Scalia, che non a caso alcuni progressisti chiamavano “Terminator” per la sua irremovibilità e per il suo martellare su temi da altri ritenuti superati, in primis l’aborto, sarà ricordato.

I nove figli che lascia questo insigne giurista cattolico, per quanto numerosi, sono dunque solo una piccola parte di un’eredità destinata a durare nel tempo anche perché impastata di pubblica testimonianza. Basti pensare a quando Scalia, in occasione della già citata sentenza sulle nozze omosessuali, si presentò da Obama con un cappello simile a quello che indossava san Tommaso Moro (1478 –1535): non perché il giudice, evidentemente, temesse la decapitazione o volesse esorcizzarne il rischio, ma perché come il cancelliere di re Enrico VIII – a prescindere alla sentenza emessa – era uomo che, in quanto cristiano, aveva già perso la testa per qualcosa di molto importante: la verità. Senz’alcuna difficoltà nel farlo sapere a tutti, come si conviene ad ogni uomo innamorato di cose grandi.

giulianoguzzo.com
 

02 dicembre 2015

L'unica laicità arriva dal cristianesimo. Ecco perché ha valenza culturale


di Andrea Tremaglia

Prima dello scontro contro i fondamentalismi esterni, l'Occidente deve affrontare quello interno tra laici e fondamentalisti laicisti. Lo scontro vero non è tra Cristo e Maometto, ma tra chi sostiene che Cristo e Maometto possano convivere e chi invece vede in ogni Dio motivo di scontro, intonando "Imagine" e auspicando un mondo senza religione. Se il laicismo non è compatibile con alcuna religione, la morale laica invece lo è. Occorre quindi chiarire quale sia la vera morale europea e occidentale, prima di pensare di contrapporla agli estremisti o di "esportarla".

Deboli contro forti
Se potessimo ridurre il concetto morale-politico cristiano a una sola frase, questa sarebbe: i forti non hanno sempre ragione, i deboli non hanno sempre torto. Gli sconfitti storici, come Cristo sulla croce, possono essere meglio dei vincitori. Questo singolo concetto è la base dell'idea stessa di diritto; non è un caso che pensiero cristiano e pensiero greco classico nascano da due vittime di errori giudiziari: Gesù e Socrate. La rivoluzione concettuale cristiana si serve di un processo logico-razionale umano, non ultraterreno, riassunto anche nel diritto romano da quel "le regole del diritto sono queste: vivere onestamente, non danneggiare nessuno, dare a ciascuno il suo" presente nel Digesto di Giustiniano. Un trittico concettuale che non ha bisogno di giustificazioni divine, eppure del tutto compatibile con i precetti cristiani, coerenti anche con il successivo sviluppo del diritto occidentale. Materia oggi "laica" per eccellenza, eppure erede della morale cristiana.

Procedura contro sostanza
La domanda critica da farsi oggi è allora: si può costruire un'etica a partire dalla pura scienza? La risposta è: forse, ma un'etica basata solo sulla correttezza procedurale. Un'etica nella quale insomma giusto e sbagliato si definiscono sul rispetto di certe procedure, ad esempio di legge, e non su una correttezza sostanziale. Non c'è un "bene assoluto", ma solo innumerevoli "beni individuali" in conflitto tra di loro per regolare i quali si prevedono procedure. Si scivola però così nella libera scelta individuale, rinunciando a quella dimensione comunitaria connaturata all'idea stessa di morale come regolamento delle relazioni. Questa è la vera battaglia presente e interna all'occidente contemporaneo: procedura contro sostanza. Rispetto delle regole contro rispetto dell'uomo.

Laici contro laicisti
Il cristianesimo, religioso e culturale, sa conciliare i due fronti. Il cristianesimo laico è un'espansione compatibile con quello religioso. La morale cristiana poggia sulla creatura-uomo e si può condividere e comprendere anche senza la necessità di credere. La dimensione di mediazione culturale ed extra-confessionale del cristianesimo è perciò oggi una risorsa ancor più necessaria. La portata anche laica del pensiero cristiano è una forza affermativa da contrapporre come primo baluardo al laicismo più disonesto, a sua volta figlio degenere del pensiero cristiano. Quel laicismo che è negazione e derisione delle religioni, soprattutto di una: quella che risulta più "politicamente corretto" attaccare, quella più comoda da aggredire, quella più indifesa. Quel laicismo che cancella il presepe o il crocefisso in nome della "laicità", ma che non oserebbe mai strappare il velo a una ragazza musulmana o levare la kippah a un ebreo. Prima di rivolgersi all'esterno, l'Occidente deve risolvere questa ipocrisia al suo interno.
 

03 ottobre 2014

Omofobia, l'abietta mania (IV parte)



di  don Mauro

Il confronto con uno dei video omosessualisti più offensivi della rete arriva alla sua ultima e quarta tappa, la più difficile. Parla Nicla Vassallo, filosofa di corrente anti-metafisica, scettica, analitica e omosessualista. A lei la parola sul “Matrimonio” (3.42 a fine).


 

19 luglio 2014

"Matrimonio" omosessuale? Un'intervista all'avv. Gianfranco Cerrelli

a cura di Marco Gabrielli
La settimana scorsa il sindaco di Trieste ha ricevuto una lettera da una coppia di omosessuali che. in quanto “sposati” all'estero, chiedono la trascrizione del loro “matrimonio” anche all'anagrafe triestina. Il sindaco, in mancanza di una legge nazionale, non ha ancora risposto, ma si sta informando presso i legali del Comune e sta sondando la sua maggioranza che, particolarmente su questi temi, appare eterogenea.
Abbiamo voluto anche noi sentire il parere di un legale. Ci siamo rivolti a Giancarlo Cerrelli, Vicepresidente nazionale dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani.
 

28 dicembre 2013

Figli legittimi e figli naturali, la rivoluzione silenziosa

di Giuliano Guzzo

Come non di rado accade, alle rivoluzioni fasulle – complici i mass media – badano tutti, mentre quelle autentiche, e magari discutibili, passano sotto silenzio. E’ il caso, con riferimento a quanto annunciato nei giorni scorsi dal premier Enrico Letta, dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e alla cancellazione delle differenze tra figli naturali e figli legittimi: il primo provvedimento, benché parziale e non in vigore effettivo da oggi (saranno aboliti i finanziamenti diretti e solo dal 2017) ha rubato la scena al secondo, definitivo e con effetti immediati.
 

23 agosto 2013

Omofobia, l’allarme che non c’è

di Giuliano Guzzo
Serve una legge contro l’omofobia. Punto. Lo si ripete ormai meccanicamente dentro e fuori le Istituzioni, nel corso dei dibattiti televisivi, nelle interviste: ovunque. L’uomo della strada ha però il diritto di sapere come mai sarebbe necessaria una normativa contro le discriminazioni sessuali: queste risultano in aumento? E di quanto? C’è forse, in Italia, un allarme omofobia, un dilagare di aggressioni e pestaggi ai danni di cittadini non eterosessuali? A queste banali domande – fateci caso – non si risponde mai, dando per scontato che la lotta all’omofobia, concetto inventato dallo psicologo americano Weinberg [1] e sul quale ci sarebbe molto da dire, costituisca una irrinunciabile priorità.

 

24 giugno 2013

Il giudice e l'eretico: una storia dell'Inquisizione romana

di Riccardo Zenobi

Per mettere a tacere il cattolico che, nonostante tutto, continua ad avere idee non allineate all’ideologia liberal del momento, c’è un modo infallibile: tirare fuori la storia passata – fittizia - della Chiesa cattolica. Non bisogna nemmeno citare fonti storiche, tanto si ha la fiducia di una gran parte della popolazione (soprattutto di quelli che guardano la fiction “i Borgia”) che prenderà sulla parola tutto quanto direte. Il libro che recensisco in questo post è stato scritto da uno storico italo americano, John Tedeschi, il quale ha affrontato uno dei temi tanto cari all’anticlericalismo d’accatto cui in Italia (e anche altrove) siamo ben abituati: l’Inquisizione romana.
 

01 giugno 2013

Agostino, primo oppositore della pena capitale

di Lorenzo Roselli

Il tema pena di morte è uno di quegli argomenti che, in ambito cattolico, risulta essere altamente controverso.
L’attuale Catechismo della Chiesa cattolica al n. 2667, teoricamente, l’avalla: «L’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani» salvo poi delegittimarla nel contesto contemporaneo in quanto: «a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l’ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi, i casi di assoluta necessità di soppressione del reo ‘sono ormai molto rari, se non addirittura inesistenti».
 

12 aprile 2013

Il tecnocrate che pretende di darci ordini sui gay

di Marco Mancini


Proprio nel giorno in cui il Senato francese ha approvato il progetto di legge sul matrimonio omosessuale, in Italia il presidente della Corte Costituzionale, tale Franco Gallo, ha tenuto la sua consueta relazione. E ne ha approfittato per rimbrottare il legislatore, cioè il Parlamento, colpevole di non aver dato seguito ad alcune sollecitazioni contenute nelle pronunce della Corte del 2012.
 

06 aprile 2013

Propagandare la pedofilia? In Olanda si può


di Satiricus
Altro che Società liquida, qui siamo già in fase di evaporazione avanzata. E sul fondo restano solo i residui.
Il fatto? Siamo in Olanda, dove lo scorso 27 giugno 2012 il tribunale di Assen aveva decretato la chiusura di un’associazione, nata negli anni ottanta, e da allora attiva nella promozione della pedofilia, ma pochi giorni fa – quasi a mo’ di pesce d’aprile tardivo – la corte d’appello di Leeuwarden ha pronunciato l’assoluzione in secondo grado.
 

18 gennaio 2013

Obiezione, Vostro Onore! La Corte di Strasburgo, la coscienza e il diritto naturale

di Ilaria Pisa

Il 15 gennaio la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha depositato l’attesa pronuncia su quattro ricorsi contro la Gran Bretagna, aventi a comune oggetto il riferimento normativo agli artt. 9 e 14 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, che disciplinano rispettivamente la libertà di pensiero, coscienza e religione e il divieto di ingiuste discriminazioni. Un altro elemento comune è che tutti i ricorrenti sono Cristiani praticanti.
 

14 gennaio 2013

Perché “no” al riconoscimento delle unioni di fatto

di Giuliano Guzzo
Sarebbe interessante un’analisi delle motivazioni per le quali, in Italia, il dibattito politico circa la possibilità d’introdurre un riconoscimento giuridico per le convivenze more uxorio torna ciclicamente di attualità. Soprattutto alla luce del fatto che, per rilanciare la necessità istituzionale di interventi in tal senso, si riprendono sempre argomenti noti e per lo più ampiamente confutati dall’esperienza. Riepiloghiamoli brevemente.
 

12 gennaio 2013

Pilato, la Cassazione e la famiglia omosessuale


di Marco Mancini 

La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. [...] Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l'incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l'erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto. (G. K. Chesterton, Eretici, 1905)

Mi ero ripromesso di non occuparmi nuovamente, almeno per un po’, di questioni attinenti l’omosessualità. Il rischio è di essere ripetitivi, tanto da apparire ossessionati e dare corpo così all’accusa di “omofobia” che tanto spesso ci viene rivolta contro. Ogni tanto, però, accade qualcosa che ti scuote dal torpore: allora, diventa difficile restare in silenzio.
 

10 ottobre 2012

Meglio essere abortiti che nascere down: lo dice la Cassazione

di Marco Gabrielli

I medici sono informati. La sentenza n. 16754 del 2 ottobre 2012 della Sezione III civile della Corte di Cassazione parla chiaro: chi sbaglia paga!
Di fronte alla nascita di una bambina affetta da sindrome di Down, nata perché i medici non avevano effettuato tutte le indagini diagnostiche necessarie ad escludere una malattia genetica, i giudici affermano che la donna ha il diritto di abortire se ritiene che la sua salute venga messa a rischio da un simile evento. Per cui deve sapere. E deve sapere con certezza, con la maggior certezza attualmente possibile, anche se con esami invasivi e rischiosi. Cosa che non è stata fatta, essendosi il medico limitato ad un test poco affidabile.
 

05 ottobre 2012

I Radicali cercano malati. Per ammazzarli

di Marco Mancini 

“Cerchiamo malati terminali per ruolo da attore protagonista”. Ecco la frase-chiave dell’ultimo spot prodotto dall’associazione radicale Luca Coscioni per la sua campagna a favore della legalizzazione dell’eutanasia. Cari malati terminali, accorrete, partecipate alla nostra battaglia, anzi – come viene detto nella frase successiva con (involontaria?) macabra ironia, “fatevi vivi”. Che ad ammazzarvi ci pensiamo noi. E nel mucchio, sotto la categoria “malati terminali”, finiscono un po’ tutti, senza nessuna distinzione tra le variegate situazioni che rendono delicatissima e intricata questa materia. Qui si taglia tutto con l’accetta: uccideteli tutti, Dio (anzi, Pannella) riconoscerà i suoi. 
 

07 luglio 2012

Tra Stato minimo e pseudoliberalismo

di Alessandro Rico



Anche un giurista che intitola il suo ultimo saggio Lo Stato minimo, sembra vulnerabile al mito della dittatura dei mercati. Antoine Garapon, intervistato da Avvenire, mescola con disinvoltura principi autenticamente liberali al must intellettuale di quest’epoca di crisi, definendo quello economico «un potere diffuso e ineffabile», che si è imposto come criterio di verità di ogni attività sociale e istituzione politica.