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24 novembre 2017

Lo stato servile (II parte)


di Matteo Donadoni

(prima parte qui)

E qui cambia tutto, non si tratta più di lavoro tout court, ma di quella parte della filosofia che si occupa del rapporto dell’uomo, zoòn politikòn, con i suoi simili e cioè la politica. Le esigenze del lavoro, come quelle della vita (organizzata o solitaria), necessitano di programmazione. Il processo è evidentissimo quando si tratta della terra: se voglio sopravvivere, dovrò preoccuparmi di accantonare una parte del raccolto per la semina futura; allo stesso modo dovrò evitare di macellare l’intera mandria, anche se devo festeggiare il matrimonio di tutte quante le mie figlie e ciò mi costerà un capitale. Infatti, il capitale. «Sia che si tratti della costruzione di uno strumento o di un attrezzo, sia che si tratti di accantonare una scorta di provviste, il lavoro applicato alla terra per entrambe le finalità non produce ricchezza per un consumo immediato, ma permette che si conservi qualcosa, e quel qualcosa è sempre necessario, in quantità che variano a seconda delle difficoltà o meno che la società economica incontra nel produrre ricchezza. Definiamo capitale la ricchezza che non viene consumata subito, ma accumulata e messa da parte in vista della produzione futura, o sotto forma di strumenti e attrezzi, oppure sotto forma di scorte per la continuità del lavoro durante il processo produttivo».
Quindi sono tre i fattori che agiscono sulla produzione della ricchezza umana, terra, capitale e lavoro. I mezzi di produzione sono la terra e il capitale messi insieme. Secondo la teoria economica elaborata da Hilaire Belloc, Gilbert K. Chesterton e padre Vincent McNabb, la società economicamente meglio gestita è quella che favorisce il più possibile la diffusione dei mezzi di produzione, distribuendoli fra i cittadini. Perciò è definita “Distributismo”. Il distributismo economico favorisce dunque, oltre la libertà politica garantita però dalla politica, la libertà economica. Diversamente, il capitalismo economico garantisce, oltre la libertà politica, la condizione servile, mentre il socialismo economico, oltre a non garantire nessuna libertà politica, non garantisce nemmeno quella economica abolendo la proprietà privata, e finendo così, col tempo, per non riuscire nemmeno a produrre i beni di prima necessità. Oggi abbiamo la certezza empirica che il socialismo è un male politico i cui sintomi sono la delega della proprietà e della libertà economica, dai cui l’effetto della povertà. Ma non ci riguarda, perché viviamo in una società capitalista evoluzione di quella che produsse il socialismo come reazione.
Nel nostro sistema politico-economico tutti i cittadini sono liberi politicamente, ma gran parte delle persone non lo sono economicamente, dice meglio Belloc: «politicamente liberi di agire ma economicamente impotenti». Non perché il capitale sia un male, perché non lo è, oltre ad essere necessario, esso è un bene, ma la teoria economica capitalista è per sua natura instabile, e perciò pericolosa, soprattutto a seguito dell’introduzione del sistema industriale, che, nelle alterne vicende della fortuna, può arricchire o distruggere una uomo, intere famiglie e addirittura interi comparti della società. Tuttavia, «il sistema industriale è stato una derivazione del capitalismo non la sua causa», perché «non è stata la macchina a farci perdere la libertà; è stata la perdita di una mente libera» a farci decadere. La rinuncia alla libertà intellettuale (e delle capacità artigianali!) per ragioni di interesse economico denota infatti il primo passo verso la formazione dello Stato servile. Il capitalismo come sistema è quindi in un certo senso il cattivo uso del capitale, cioè il possesso da parte di pochi delle risorse vitali di molti, i quali, da proprietari che erano, lentamente scivolano nella condizione di salariati prima e di servi poi. Infatti, la condizione servile «scatta quando si toglie all’uomo la libera scelta di lavorare o no, in un posto o in un altro, per questo o quel motivo, e quando lo si obbliga con una legge a lavorare a beneficio di altri che non sono soggetti allo stesso obbligo». Lo Stato attuale, economicamente parlando, si sta avvicinando a questo esito, perché il sistema lavorativo è fondato sull’insicurezza e sulla paura che essa genera: sulla paura di perdere un impiego e di non trovarne un altro.

«Riassumendo: lo Stato servile è quello nel quale il numero delle famiglie e degli individui che il marchio del lavoro obbligatorio differenzia dai cittadini liberi è così alto da determinare l’assetto di una società».
Chi vuole approfondire la questione legga allora “Lo Stato servile”: «Questo libro è stato scritto per sostenere e provare la seguente verità: la nostra società apparentemente libera, trovandosi in una condizione di equilibrio instabile per il fatto che i mezzi di produzione sono nelle mani di pochi, tende a raggiungere una posizione di equilibrio stabile obbligando legalmente chi non possiede i mezzi di produzione a lavorare per chi li possiede».



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Lo stato servile (I parte)


(DOVE SI DICE CHE FINALMENTO HO CAPITO DI COSA SI
TRATTA QUANDO SI PARLA DI LAVORO)

«ad avere valore pratico sono solo le indagini teoretiche che vanno al fondo delle cose»
(Ludwig von Mises)

di Matteo Donadoni

THUNDERIANA - «Lo Stato servile» di Hilaire Belloc è un’opera che deve necessariamente essere presente nella biblioteca di un cattolico. Anche se tratta di un’Inghilterra che non c’è più, rimane straordinariamente attuale quanto al rapporto uomo natura e Stato individuo, contribuendo alla formazione del lettore con la produzione di un certo ordine mentale di base riguardo la complessa vicenda umana. Anzi, a mio parere dovrebbe figurare nelle bibliografie d’esame di qualsiasi corso di Economia nelle università.
A dispetto della filosofia pauperistico-ecologistica tanto in voga fra i (neo)cattolici, esistono alcuni principi fondamentali, nonché fatti incontestabili, che poi sono talmente evidenti da passare inosservati - come diceva Edgar Allan Poe: «Il posto migliore per nascondere qualsiasi cosa è in piena vista».
Tanto è vero che 1- basta seguire la prima lezione di Archeologia per sapere che ogni attività antropica implica eo ipso inquinamento dell’ambiente circostante, potrà essere maggiore o minore in relazione al livello tecnologico, ma l’unico modo per avere un impatto zero è l’eliminazione del fattore umano. Questa la conclusione naturale e necessaria cui giunge ogni ideologia ecologista. «La vita dell’uomo, come quella di ogni altro organismo, dipende dalla sua capacità di modellare l’ambiente a proprio vantaggio, rendendone le caratteristiche il più possibile asservite ai suoi bisogni». La semplice esistenza dell’essere umano, dato il mito di Prometeo ed Epimeteo, produce quella modificazione dell’ambiente necessaria alla propria sopravvivenza. La semplice sopravvivenza dell’essere umano dà per sua natura come risultato inevitabile la produzione di scorie di vario genere (resti dell’attività manuale di costruzione, agricola e d’allevamento, cocci, vetri, carcasse, escrementi ecc.), sul resto si può discutere, ma che un cattolico - e peggio ancora un pontefice - perda tempo in quella che è soltanto l’ennesima metamorfosi della gnosi, anzi, di ignoranza gnostica, che pretenderebbe di salvare il mondo non per l’uomo, ma a prescindere dall’uomo, è scandaloso. L’uomo è custode, ma anche signore della creazione, in nessun passo delle scritture si afferma la conoscenza gnostica che egli sia il cancro del mondo.
E 2- basta seguire la seconda lezione di Storia economica e sociale del mondo antico per sapere che «Senza ricchezza l’uomo non può esistere». La produzione della ricchezza è per lui una necessità: si parte dai bisogni primari fino alla produzione di ciò che è considerato voluttuario, ma altresì necessario per la libertà e felicità dell’uomo, come gli abiti, una cucina ricercata, i libri, il carburante e l’abitazione. «La ricchezza è tutto ciò che, attraverso un processo di trasformazione, è stato consapevolmente e intelligentemente reso più asservibile ai bisogni umani». In questo libro Belloc è puntuale e prezioso quanto a definizioni. Le definizioni sono la punta di lancia della verità. Esclusive per natura, sono oggi poco amate da una società tanto amalgamata con l’errore da considerare la Verità quasi un disvalore a livello teoretico, perché le definizioni costringono a vedere bianco ciò che lo è e non-bianco tutto il resto, anche se non piace. Perché, come diceva un altro economista, Ludwig von Mises, «ad avere valore pratico sono solo le indagini teoretiche che vanno al fondo delle cose». Non mi è mai andato a genio “l’uomo pratico” – e Dio solo sa quanti di questi zoticoni ha mandato sulla terra – che vuol fare prima di teorizzare. Non mi riferisco solo alle arti banausiche, mi riferisco all’atteggiamento di fronte al lavoro. Con ciò, tabelle, statistiche e una perfetta intelaiatura della vita non mi sono mai state congeniali, né sono il mio ideale. Fresco di diploma rifiutai un posto sicuro allo sportello della banca di fronte casa, perché non volevo accettare come stile di vita la routine del compilatabelle a pagamento, dell’inseritore di numerini in caselline conto terzi. Non sarebbe stato cibo per il mio intelletto, che, per quanto malridotto, mai fu turbato dall’organicità imprevedibile del molteplice. Anche perché comunque non tutto è sotto controllo, non per tutto il tempo, non in ogni caso. Anzi, il controllo totale è un’illusione, perché in potere di Dio.
Oggi, in certi giorni, magari quando vedo una Mustang o una Camaro che non mi posso permettere, ricordo quel giorno, ma non lo rimpiango, perché nonostante io, come direbbe Belloc, non sia economicamente libero, la carriola che ho non è il frutto avvelenato dell’usura. Non è cibo adatto al il mio appetito morale, che non ha mai mirato alla sazietà burocratica. Se scrivano devo essere, meglio fare la fine di Bartleby che frodar vecchiette.
Ma prima di tutto è necessario rendersi conto di cosa sia il lavoro. Il lavoro non è sovrapponibile alla fatica, né alla retribuzione, del quale sono elementi variabili, e bisogna sapere della semplicità di tale concetto, perché lavorare senza sapere cosa sia il lavoro, per me, equivale ad avere il senso dei bombi per la geometria.
È così che “Il Vecchio Tuono”, unico uomo libero in uno stuolo di pecoroni, mi ha saputo spiegare cosa sia il lavoro, concetto che, per la verità, mi fu sempre oscuro. Ora so che la mia era un’ignoranza simile all’incapacità di percepire le figure illusorie.
Il lavoro, dunque, è legato alla ricchezza, e cioè alla produzione di beni. Così lo definisce Belloc: «La ricchezza può esser prodotta soltanto applicando energia umana, sia mentale, sia fisica, alle risorse della natura che ci circonda e alla materia che è piena di queste risorse. Chiameremo lavoro questa energia umana così adatta ad agire sul mondo materiale e sulle sue risorse; per quanto riguarda la materia e le risorse naturali, useremo il termine, limitato ma convenzionalmente corretto, di terra». Lavoro è così l’energia umana, ogni energia umana, mentale e fisica, generata ed applicata dall’uomo stesso purché al fine di creare le condizioni migliori non solo di sopravvivenza, ma di vita. Ne consegue che «controllare la produzione della ricchezza significa, quindi, controllare la stessa vita umana». Dobbiamo tornare a controllare la terra.

(continua)



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21 novembre 2017

Promemoria per un ordine sociale secondo giustizia


La foto è di Alfonsa Cirrincione
di Marco Massignan

La dottrina sociale della Chiesa ritiene che possano essere vissuti rapporti autenticamente umani, di amicizia e di socialità, di solidarietà e di reciprocità, anche all’interno dell’attività economica e non soltanto fuori di essa o “dopo” di essa. La sfera economica non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Essa appartiene all’attività dell’uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente (1).

La carità potrà portare certamente un qualche rimedio a molte ingiustizie sociali, ma non basta; anzitutto bisogna che fiorisca, domini e sia realmente applicata la virtù della giustizia (2).

Di fronte alle molteplici crisi internazionali, che ridisegnano equilibri geopolitici, egemonie e modelli socio-economici, il pensiero sociale cattolico – in tema di capitale, lavoro, proprietà, moneta e via dicendo – è, oggi più che mai, l’unica risposta degna dell’uomo, della sua dignità personale e trascendente, ai problemi del vivere comune (3).

Un articolo non può certo avere la presunzione di esaurire questioni tanto ampie quanto complesse, però può offrire un modestissimo spunto per riflettere su un ideale di ordine sociale frettolosamente accantonato in quanto ritenuto obsoleto per le sfide odierne del mondo globale.

La proposta cattolica ai problemi sociali, cioè l’applicazione concreta dei perenni insegnamenti del Magistero, la loro traduzione in indirizzi politici e norme giuridiche, si presenta – nella sua chiara identità – altra tanto dal liberalismo quanto dal socialcomunismo. Sì, altra – alternativa: non si tratta infatti di riformare dall’interno il sistema liberalcapitalista o di realizzarne una versione “compassionevole” quanto di superare la Weltanschauung politico-economica contemporanea e trovare quelle soluzioni strutturali, organiche, nella regolazione della vita economica, intrinsecamente conformi alla giustizia (4) e alla legge morale.

Un modello di vita economica che voglia distinguersi dall’economicismo a-morale dominante dovrà incentrarsi su un inscindibile binomio etico-giuridico: a) la subordinazione della scienza economica all’etica e al diritto; b) il necessario primato della politica onde evitare che i pubblici poteri si rendano servi dei potentati economici-finanziari o loro docili strumenti.

Scrive Benedetto XVI: “l’attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica. Pertanto, va tenuto presente che è causa di gravi scompensi separare l’agire economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da quello politico, a cui spetterebbe di perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione” (Caritas in veritate, n. 36).

Il primato dell’etica: l’economia è un’attività umana, libera e responsabile finalizzata al bene (individuale, famigliare e comune) dell’uomo, alla sua natura normativa: l’uomo dev’esserne agente morale e non ridotto a mero fattore di produzione/consumo. Ha ricordato Giovanni Paolo II: “il principio sommo (…) in assenza del quale tutto il sistema economico è esposto al rischio di pericolose degenerazioni” afferma che “fine di tutta l’economica non è il profitto, ma la promozione della persona” (5).

I rapporti tra capitale e lavoro devono essere conformi al diritto naturale e regolati dalla “legge della giustizia sociale” (Pio XI, Enciclica Quadragesimo Anno, n. 58), e non dalle forze cieche e violenti del mercato. Le teorie economiche della scuole liberali e marxiste hanno mostrato i loro limiti: “si avverte l’esigenza di coinvolgere anche i lavoratori nel processo di formazione del capitale e nelle decisioni che riguardano l’impresa secondo una concezione partecipativa dell’economia” volta al superamento “delle varie patologie di cui soffre il mondo”(6). Partecipazione che richiede di riconoscere la natura consorziale dell’impresa economica (attività associata di capitale e lavoro, affermò Leone XIII nella Rerum novarum).

Altri principi cardine sono la destinazione universale dei beni materiali (a cui resta subordinata la stessa proprietà privata, che non è un assoluto) (7) e la dignità personale e spirituale del lavoro, che non può essere ridotto a merce o sacrificato all’accrescimento indefinito del capitale: “il lavoro, per il suo carattere soggettivo o personale, è superiore ad ogni altro fattore di produzione: questo principio vale, in particolare, rispetto al capitale” (8). Il lavoro non può essere equiparato a una merce (una cosa che si vende e si compra), così il salario non può essere fissato dalle oscillazioni del mercato: “la rimunerazione del lavoro non può essere abbandonata al gioco della domanda e dell’offerta; deve invece essere fissata secondo criteri di giustizia” (9). Per essere giusto il salario dovrà garantire al lavoratore il necessarium personae (dignitoso mantenimento del nucleo famigliare e possibilità di formarsi una pur modesta proprietà privata).

Concludendo questi brevi cenni. Il mondo occidentale cosiddetto libero ha per decenni sbandierato uno stile di vita all’insegna dell’opulenza, producendo l’anti-civiltà consumistica. Il gusto piacevole della bevanda di un benessere facile è durato relativamente poco (in termini di libertà personale, tranquillità e prosperità) e i risvolti in termini di miseria e indigenza cui numerosi popoli sono costretti a causa di strutture organizzative inique che soffocano l’uomo e disgregano la società sono sotto l’occhio di tutti gli uomini di buona volontà. E’ il momento di cambiare paradigma. Termino con le parole di Papa Pio XI, scritte nel 1931 e più che mai attuali:

Ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare. Una tale concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica della economia contemporanea, è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza (10).

http://www.lefondamenta.it/2017/11/18/promemoria-un-ordine-sociale-secondo-giustizia/


(1) Benedetto XVI, Enciclica Caritas in veritate, n. 36.

(2) Pio XII, Enciclica Evangelii Praecones, n. 10.

(3) Pensiamo, ad esempio, all’iniquità monetaria, alle croniche crisi del debito, al dominio pervasivo di un potere finanziario senza volto, alla pressione fiscale che erode i risparmi virtuosi, e via dicendo.

(4) Così nella definizione del giurista romano Ulpiano: “la giustizia consiste nella costante e perpetua volontà di attribuire a ciascuno il suo diritto. Le regole del diritto sono queste: vivere onestamente, non recare danno ad altri, attribuire a ciascuno il suo”. E il Catechismo della Chiesa Cattolica asserisce: “la giustizia è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. La giustizia verso Dio è chiamata virtù di religione. La giustizia verso gli uomini dispone a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune” (n. 1807).

(5) Dal Discorso all’Unione cristiana imprenditori dirigenti del 14 dicembre 1985.

(6) Ibidem.

(7) “Il diritto alla proprietà privata (…) non elimina l’originaria donazione della terra all’insieme dell’umanità. La destinazione universale dei beni rimane primaria, anche se la promozione del bene comune esige il rispetto della proprietà privata, del diritto ad essa e del suo esercizio” (CCC, n. 2403).

(8) Dal Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, n. 276.

(9) Azione cattolica italiana, La Dottrina sociale cristiana, CENAC, Roma 1957, p. 180.

(10) Pio XI – Enciclica Quadragesimo Anno.

 

10 febbraio 2017

Elementare Zigmunt!

(OVVERO APPUNTI FRA BERDJAEV E LA GLORIFICAZIONE DELL’EFFIMERO)

di Matteo Donadoni

«Hoc est enim omnis homo»
(Qoelet 12,13)

Le persone anziane si ricordano tutto della propria infanzia, come se stessero già osservando la vita dall’altra parte dello specchio. A me invece sembra di vedere il mondo con gli occhi di un bambino del ’42 quando la mia nonna mi racconta di un tempo in cui, dopo il coprifuoco, la luce chiara della luna faceva scorrere sui campi di grano le ombre lente e assordanti dei bombardieri angloamericani.

A quei tempi, nella notte afosa della pianura, da un ruvido ballatoio di una cascina in collina si poteva ammirare l’orizzonte per miglia e miglia, e magari seguire un caccia alleato abbassarsi, abbassarsi a volo radente per poi, più basso nella valle, sfiorare il corso nervoso del fiume. A quel punto della storia, sempre uguale, il racconto autobiografico si ferma il tempo di un respiro. Cade. La bambina spera che il nemico precipiti. Ma il pilota americano che deve presumibilmente abbattere il ponte sull’Adda fra Paderno e Calusco, che collega Milano con Bergamo, esplode solo una scarica di mitragliatore. So che è americano, perché solo un americano sensibile alla civilizzazione può aver cambiato idea dopo aver visto quel capolavoro di ferramenta che, inspiegabilmente, rimane oggi solamente un ponte trafficato e non è ancora diventato una semplice attrazione turistica, come la Tour Eiffel. Un soldato della corona britannica l’avrebbe tosto demolito, eseguendo l’ordine, con tanti saluti al genio italico e le sue smanie di grandezza bellica.

Forse, invece del ponte, quella notte è venuto meno il genio delle genti che vivono lungo lo scorrere del fiume, un corso veloce, tutto l’opposto del Grande Fiume di Guareschi. L’Adda ha fretta, come la sua gente, ha l’aria d’essere un indaffarato senza tempo che corre verso il Po né per odio, né per amore, senza sapere nemmeno bene il perché. Allo stesso modo, sulle sue sponde non era inconsueto, fino a qualche tempo fa, incontrare persone al lavoro a tarda sera nei cantieri, fino a che c’è luce d’estate, “così si lavora col fresco”, o con la torcia elettrica nei mesi freddi, fresco per fresco…

Arrivare in perfetto orario al lavoro, oppure uscire puntuali era considerata abitudine da scansafatiche. Mi hanno presto insegnato che si arriva sempre prima e si va a casa quando si ha finito. Un “quando”, ho imparato poi da solo, inteso come avverbio di tempo assai relativo. In quegli anni il lavoro era abbondante, si lavorava anche nel fine settimana, costruendosi la casa a vicenda come tanti Amish devoti al cemento. Conosco personalmente pensionati che, non essendo riusciti a smettere la “dipendenza”, ogni tanto spostano le porte. E con “porte” intendo le aperture nelle pareti, alzano o sfondano pareti con la tranquillità abitudinaria di una casalinga che sposta un divano per le faccende domestiche. Ho sentito dire perfino di traslazioni di pochi centimetri perché semplicemente… così pareva meglio. Il lavoro assurto a religione, a definizione morale assoluta, è una falsificazione di matrice calvinista che, penetrando in Lombardia ben prima del materialismo comunista, ha ingenerato una sorta di popolare “glorificazione del lavoro”.

Si lavorava troppo. Tanto da scordare a volte quale è il fine della vita, da scordare che il lavoro, come il sabato, è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro. Onestamente io, che ho sempre avuto poca voglia di lavorare, non ho ancora capito cosa sia lavoro e cosa no. Il lavoro è ponos o compenso? O entrambi? Perché esiste una fatica gratuita (lo schiavo e il volontario) e compenso per lavori retribuiti a normativa vigente assolutamente piacevoli o, almeno, assolutamente non faticosi. Ma per parlare di lavoro dovrei parlare di distributismo e si renderebbe necessaria una rubrica ad hoc tipo “Cognac&Belloc”.

Viviamo anni di crisi economica prevedibile, non prevista, e male affrontata. Una crisi generata da una primigenia crisi di valori, che affonda le proprie radici nei secoli scorsi e che ora ne mostra l’orrendo frutto maturo: “il segno della crisi”. Ad esempio, lo aveva già previsto nel ’31 il pensatore russo Nikolaj A. Berdjaev (1874-1948) quando, esule a Parigi, sulla rivista «Put’» (La Via) scriveva: «Nel mondo contemporaneo tutto è posto sotto il segno della crisi, non solo sociale ed economica, bensì culturale e spirituale, tutto è diventato problematico» e, chiedendosi retoricamente quale fosse il coinvolgimento del mondo cristiano in tutto ciò,  addirittura affermava: «Sul mondo si sta compiendo un giudizio che è al tempo stesso anche un giudizio sul cristianesimo storico. Le infermità del mondo contemporaneo non dipendono solamente dall’abbandono del cristianesimo, dal raffreddarsi della fede, ma anche dalle croniche infermità del cristianesimo nel suo elemento umano. E i cristiani devono comprendere la condizione spirituale del mondo contemporaneo a partire dal cristianesimo stesso, devono chiarire il significato della crisi del mondo come avvenimento interno al cristianesimo, interno all’universalità cristiana» (Duchovnoe sostojanie sovremennago mira - “La condizione spirituale del mondo contemporaneo”).

E qual è il segno della crisi? Berdjaev – ripeto, nel 1931 - dice: «Il mondo è ridotto allo stato liquido». Elementare Zygmunt! In merito a questa situazione, ricade sul mondo cristiano una grande responsabilità. La solidità gerarchica del reale è infatti stata sovvertita da un generico sentimento anarchico intergenerazionale, che pretende di fabbricare nuove verità in spregio della sana filosofia, fra le quali una retorica del lavoro di scaturigine materialista che è in seguito penetrata nel pensiero cristiano fino a deformarne l’essenza.

Un aspetto non secondario di ciò sta nella nascita di una dicotomia assiologica fra arti banausiche ed attività contemplativa, in favore delle prime. Ne è la cifra emblematica il famoso il detto: «Il lavoro nobilita l’uomo». Il lavoro non nobilita alcunché, infatti, nemo dat quod non habet. La nobiltà sola nobilita, non certo l’arte banausica che, se mai, stanca.

Come nota sapientemente Romano Amerio in “Iota Unum” non fu esente da questa corruptio la Chiesa, tramite diversi discorsi ambigui, nonché circiterismi. Ricordiamo exempli gratia un passo della Laborem exercens (1981), per la verità di san Giovanni Paolo II, che recita: «mediante il lavoro l'uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo ed anzi, in un certo senso, “diventa più uomo”»(9). Sfortunata l’assonanza concettuale con quanto aveva affermato Marx ne “Il capitale”: «è il lavoro a rendere tale l'uomo». Affermazione evidentemente falsa.

L’uomo, infatti, non può “diventare più uomo” in forza di una propria attività mondana il cui finis operis sia stricte intramondano. Ergo, se prese nel loro intero rigore queste parole dell’enciclica finiscono per negare, de facto, l’orazione e, di logica conseguenza, la vita contemplativa. Dovremmo dedurne che proprio quelle schiere di contemplativi che, con le loro incessanti orazioni al Padre, intercedono in sconto dei nostri peccati e ci proteggono dal castigo, non sarebbero ipso facto in potere di raggiungere una vera e piena dimensione umana? Ciò non è possibile.
Infatti il Vangelo recita: «Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,33)… scilicet compresa l’autorealizzazione. L’uomo è stato creato per contemplare, lavora a causa di una colpa. E questo lavoro è un mezzo (oltre che ponos catartico), non un fine, perché, come amava ripetere anche il professor Guarnieri al liceo: «Le cose sono per me, ma con calma». Trasposizione laica di Ecclesiaste (Qoelet) 12,13: «Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo per l'uomo è tutto».

Sulla distinzione fra ordine speculativo e ordine pratico, ovvero sulla superiorità dell’attività contemplativa, ho il sospetto che diremo altrove. Qui merita concludere con una nota di colore che glorifica la bontà per sé, escogitata da un personaggio insospettabile come cattolico, Sherlock Holmes: «Non c’è nulla per cui la deduzione sia così necessaria come nella religione. Un individuo  raziocinante può costruirla come una scienza esatta. Ma ritengo siano i fiori che, più di ogni altra cosa, ci confermano la bontà della Provvidenza. Tutto il resto, poteri, desideri, nutrimento, sono indispensabili alla nostra sopravvivenza. Ma questa rosa è un di più. Il suo profumo e i suoi colori sono un abbellimento, non una condizione essenziale della vita. Ed è solo la bontà che ci concede il di più; ripeto, quindi, che abbiamo molto da sperare dai fiori» (Il trattato navale).
 

09 dicembre 2016

Il “Renzi della Mancia”: l’avventura dei mille giorni del renzismo


di Giorgio Enrico Cavallo

Il 4 dicembre è naufragato il progetto di cambiare l’Italia a suon di mance, prebende e regalie varie. Matteo Renzi, il premier della fuffa fattasi istituzione, ha mollato lì baracca e burattini e ha pensato: «Sti bischeri non hanno approvato la riforma della Costituzione, ora son uccelli amari e se li pigliano tutti loro». Fortuna che Mattarella gli ha ricordato che non si può piantare in asso un esecutivo che sta per varare la legge di Bilancio. Ma la sbruffonata di mollare di punto in bianco i conti del renzismo al primo che passa – e, allo stato attuale, chissà chi sarà – è perfettamente in linea con le sbruffonate di questo governo, che si è retto per due anni e mezzo (mille giorni) su stampelle dal valore di 80 euro l’una.
Cominciamo dal “mitico” bonus Renzi, quello che garantì al premier ormai dimissionario la bulgara maggioranza del 40% alle europee del 2014. Una vera mancia, inizialmente introdotta in via temporanea tra maggio e dicembre 2014, e poi confermata a regime omnia sæcula sæculorum. Gli 80 euro di credito Irpef che il datore di lavoro riconosce in busta paga ai lavoratori dipendenti hanno mandato gli italiani in visibilio per il Matteo nazionale, tanto che il premier, galvanizzato, ha deciso di replicare la formula degli 80 euro declinandola a seconda delle necessità e dei ruoli. Ad esempio, regalandoli anche alle forze dell’ordine: poliziotti, carabinieri, capitaneria di porto e vigili del fuoco possono quindi godere della lauta mancia di stato. Quindi, a ridosso della fatidica data del 4 dicembre, ecco la tanto attesa mancetta anche alla coccolata casta degli statali: 85 euro – evidentemente, 80 euro iniziavano ad essere pochi – di aumento medio pro capite.
80 euro finiscono in saccoccia anche per i neo-genitori con Isee inferiore a 25mila euro. Sulla stessa scia, anche il bonus mamme da 800 euro e quello di 1000 euro per gli asili nido. Che – intendiamoci – è meglio che un pugno sui denti ed è forse quanto di meglio questo governo ha saputo fare in tema di aiuto alla famiglia, dopo averla presa a cazzotti in ogni modo immaginabile. Ma nulla toglie che – specie dopo i cazzotti di poc’anzi – questi bonus altro non siano altro che un contentino, dietro al quale c’è scritto: “vota Pd” o, se leggi meglio: “vota Renzi”.
Il variegato fronte della cultura è forse quello dove il premier si è divertito di più ad infilare prebende e regali ad ufo. Si va dal bonus di mille euro per comprare strumenti musicali nuovi, destinato agli studenti dei conservatori all’onnicomprensivo bonus diciottenni, che consente di schiudere le porte della cultura (ma non c’erano già le scuole statali?) ad una mandria di ragazzi che, altrimenti, resterebbero privi di libri, spettacoli teatrali, concerti, musei et similia. Ovviamente, non è specificato per quali libri e quali mostre spendere il proprio bonus: viene il sospetto, dunque, che i 500 euro serviranno per comprare l’ultimo libro della enne-logia di Harry Potter o per pagarsi il concerto del cantatorucolo di turno. Almeno il bonus docenti sarà più… decente? Mah: a leggere il sito dedicato alla “carta del docente”, sembra che la regalia di 500 euro per tutti i docenti di ruolo possa servire tanto per l’acquisto di libri quanto per l’ingresso al cinema; e nonostante la settima arte sia oggi elemento centrale della cultura pop, mi sfugge perché i diciottenni e gli insegnanti debbano andare al cinema pagati da noialtri: da che mi ricordi, a scuola non c’era l’ora di “storia del cinema”. Misteri del renzismo.
Questa pioggia di prebende, di regali, di bonus, di elargizioni completamente gratuite, date con la sola giustificazione di esistere su questa Terra e di essere parte di una determinata categoria, è la caratteristica più macroscopica della forma mentis di Renzi: un premier visibilmente incapace di risolvere i problemi del paese, tanto che ne ha creati di nuovi – sarebbe bello capire se e come il bilancio statale potrà assorbire, a lungo andare, tutto questo effluvio di regali – e che è rimasto in sella per due anni e mezzo grazie al più becero clientelarismo della storia italiana. Nemmeno i bistrattati governi della Democrazia Cristiana erano arrivati a tanto.
Eppure, le prebende fanno comodo a tutti: evidentemente, il buon Renzi avrà aiutato gli italiani ad uscire dalla crisi. Mah. Per uscire dalla crisi economica non bastano 80 euro qui e là: i regali del premier sono semplici rattoppi, che non rispecchiano nessuna strategia politica seria di rilancio nazionale. Ne è prova che ad essere esclusi dal “mitico” bonus Renzi sono tutti quelli che sono esclusi dal già di per sé “mitico” posto fisso: disoccupati, collaboratori occasionali, ex co.co.pro., job on call, voucheristi e chi più ne ha, più ne metta. Questo esercito silenzioso di “pseudo-lavoratori” sottopagati, privati di diritti, di tutele e pure della dignità, sono il grave peso che si trascina dietro non solo il nostro paese, ma tutto l’Occidente. Un esercito di uomini e di donne che sgobbano come muli per arrivare a prendere 500 euro mese: per loro, le regalie di 80 euro non ci sono; e non sono previste perché lo Stato non ha mai fatto niente per loro, per gli emarginati. Anzi, recentemente lo Stato italiano ha contribuito a crearli, gli emarginati dal mondo del lavoro – per chi ha memoria breve, citofonare a casa Fornero, ultimo piano, superattico con vista – aggravando una crisi che sembra destinata a non finir mai.
Eppure, basterebbe che il nostro presidente dimissionario smetta di essere cattolico a parole ed inizi ad esserlo nei fatti. Non dare la giusta mercede al lavoratore è peccato talmente grave che grida vendetta al cospetto di Dio: chi governa dovrebbe evitare che avvengano fenomeni di sfruttamento – per chi ha memoria corta, citofonare ad un qualunque pedalatore di Foodora – non solo con l’attività di vigilanza, ma anche promuovendo leggi che incentivino la giusta retribuzione e la dignità del lavoratore. No, le mance elargite a chicchessia non sono una cura: sono una risposta non solo inadatta ma anche dannosa, perché non solo non corrispondono alla giusta mercede ma instillano il pericoloso principio che il bonus spetti di diritto, solo perché si fa un certo lavoro. Insomma, il peggior retaggio dell’assistenzialismo di sinistra unito al peggiore frutto del capitalismo terminale, per cui il cittadino è solo consumatore e deve comprare ora, subito, immediatamente, appena presa la mancia che gli spetta di diritto per le sue spese.
È tutto così assurdo che anche il popolo ha capito che le paghette di Renzi non erano più accettabili: l’intima convinzione di ciascuno è che per vivere serva lavoro – lavoro vero – non un suo surrogato. Non una mancetta una tantum. Le prebende sono state delle toppe con la faccia di Renzi, da mettere su una stoffa troppo logora per poterle sostenere. E c’è da sperare che questa stoffa non si strappi del tutto, ora che il sarto è fuggito davanti alle sue responsabilità, lasciando ad altri l’ingrato compito di risolvere dei problemi ogni giorno più grandi.
 

06 maggio 2015

Maternità e lavoro, la grande discriminazione


di Giuliano Guzzo

Quasi non credevo ai miei occhi, ieri pomeriggio, leggendo sul portale de L’Espresso una lunga e interessante inchiesta a firma di Arianna Giunti sulla condizione lavorativa delle madri. Prima di spiegare la mia incredulità, meglio illustrare i contenuti dell’articolo, volto sostanzialmente a denunciare come spesso, anche nel nostro Paese, per una donna rimanere incinta equivale a rischiare il posto. «I dati parlano chiaro – osserva la giornalista – negli ultimi cinque anni in Italia i casi di mobbing da maternità sono aumentati del 30 per cento. Secondo le ultime stime dell’Osservatorio Nazionale Mobbing solo negli ultimi due anni sono state licenziate o costrette a dimettersi 800mila donne. Almeno 350mila sono quelle discriminate per via della maternità o per aver avanzato richieste per conciliare il lavoro con la vita familiare» [1]. Vero, anzi verissimo. Novanta minuti di applausi per questa scomoda ma innegabile verità. Il punto è che non si tratta di una novità. Per niente.
Esattamente un anno fa, in questi giorni, veniva diffuso Maternity and paternity at word: Law and practice across the world, un report dell’Ilo – acronimo che sta per International Labour Organization –, dai contenuti esplosivi. Dalle quasi quasi 200 pagine di quel documento, infatti, emergeva un dato drammatico: il 71,6% delle donne nel mondo non è tutelato in caso di maternità. Una tendenza – denunciava quel rapporto – alla quale non è estranea l’Italia [2], dove la prassi sfocia talvolta nella presentazione di lettere di dimissioni in bianco sottoposte dal datore di lavoro alle lavoratrici già al momento dell’assunzione, in modo che queste possano essere tempestivamente licenziate nell’eventualità di una gravidanza. Ma neppure quel documento, a ben vedere, svelava novità assolute: vi sono indagini conoscitive degli Novanta dalle quali emergeva come ad oltre cento donne, in Italia, fosse richiesta addirittura, prima di procedere con l’assunzione, la certificazione di avvenuta sterilizzazione [3].
In questo caso non sorprende allora il fatto che, da noi, il 60% delle donne con un figlio e persino il 50% di quelle con due figli sarebbe disposto a farne un altro se solo fosse garantita loro un’assenza lavorativa solida e indolore, vale a dire con rientro garantito – diversamente da come avviene – senza penalizzazioni [4]. No, quello che sorprende – come dicevo all’inizio – è L’Espresso, che finalmente sottopone ai propri lettori una denuncia non ideologica ma concreta e controcorrente. Anche se, a ben vedere, i conti ancora non tornano. Non del tutto, almeno. Perché appare parziale da un lato denunciare – e va benissimo – la discriminazione ai danni della madre lavoratrice e, dall’altro tacere sul fatto che è la giovane madre in quanto tale ad essere discriminata. Per quale ragione? Per il fatto che non solo, se ha un posto di lavoro, ha poche tutele, ma perché non ne ha neppure una nell’eventualità la sua fosse una gravidanza difficile o indesiderata.
Ha molte più tutele la donna che abortisce, che rifiuta di essere madre e si vede rimborsato completamente dallo Stato il costo dell’intervento, il cui costo oscilla almeno fra i mille ed i duemila euro. Ma la giovane donna che ha un bambino, che non sa che fare e alla fine sceglie di non eliminarlo e di portare a termine la propria gravidanza su quali sostegni può contare? Quali aiuti concretamente offrono a lei uno Stato ed una Legge – l’intoccabile 194/78 –, che ha pure la sfacciataggine di intitolarsi “Norme per la tutela sociale della maternità”? Questo è il punto. La vergognosa discriminazione della maternità sul posto di lavoro non è che il riflesso di una discriminazione più antica e trasversale, di un’ostilità non dichiarata ma fattuale contro la donna che, dispiace dirlo, talvolta le stesse donne o non vedono o perfino contribuiscono ad alimentare. Sarebbe bello che a L’Espresso, sul cui sito è pubblicata ora un’analisi coi fiocchi – e lo si è riconosciuto -, aprissero gli occhi anche su questo.

Note: [1] Giunti A. Il mobbing per maternità colpisce mezzo milione di lavoratrici ogni anno. «Espresso.repubblica.it»: 4.5.2015; [2] Cfr. AAVV. (2014) Maternity and paternity at word: Law and practice across the world. «International Labour Organization»; 1-193:74; [3] Cfr. «Il Messaggero», 18/10/1997; [4] Cfr. Blangiardo G.C. Fecondità e lavoro: la faticosa ricerca di nuovi strumenti per nuovi equilibri in Donati P. (a cura di) Famiglia e lavoro, San Paolo 2005, p. 123.

http://giulianoguzzo.com/2015/05/05/maternita-e-lavoro-la-grande-discriminazione/

 

21 novembre 2013

Due motivi per dire di no al reddito di cittadinanza

di Alessandro Rico

Il Movimento 5 Stelle ha lanciato la sua proposta per l’introduzione del reddito di cittadinanza, e pare che qualcuno l’abbia preso sul serio. Vale allora la pena enunciare almeno due ragioni di contrarietà al progetto dei grillini, di ordine economico e di ordine etico.
 

30 giugno 2013

Letta ci insulta. Mentre ci dona le brioches.

di Marco Mancini (per barbadillo.it

Credevamo di esserci lasciati alle spalle l’arroganza dei tecnici, le paternali sui “bamboccioni” e sui giovani troppo “choosy”, i predicozzi sugli italiani “da riformare”, insomma gli insulti dei governanti nei confronti del Paese che, in teoria, avrebbero dovuto servire. Credevamo che con l'esecutivo Letta sarebbe finalmente tornata la politica, intesa in primo luogo come cinghia di trasmissione tra governo e società.
 

25 aprile 2012

Il lavoro? Un'opportunità per santificarsi


di Alessio Calò

Nonostante i consigli degli amici ed una repulsione che va crescendo, mi ostino a leggere il Corriere della Sera (versione cartacea e on line), compresi i blog tematici, come ad esempio http://solferino28.corriere.it/, che parla di giovani, oppure http://27esimaora.corriere.it/, che riguarda la questione femminile, sui quali ci sarebbe molto da scrivere…