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03 dicembre 2017

Il capitalismo struttura la psiche individuale


di Adriano Segatori

C’è una pervasiva frustrazione che insegue l’uomo nella sua esistenza e che lo condanna ad una ricerca tanto pressante quanto invalidante: è la felicità, il miraggio di una beatitudine terrena che va dalla pretesa di salute alla soddisfazione di qualsivoglia indotto bisogno. In tutti i casi la responsabilità è politica, politica intesa come arte di educazione dell’uomo e del cittadino, e come tale fallita. Oggi, i due paradigmi che pretendono il massimo dalla felicità è la visione edenica della salute e la pretesa soddisfazione di qualsiasi bisogno.

Per quanto riguarda la questione salute, è la stessa Costituzione della Repubblica che con l’articolo 32 compie un passo decisivo verso una distorsione collettiva. Questa proclama come fondamentale il «diritto [al]la salute». Lo psicanalista junghiano Luigi Zoja sottolinea che: «In tal modo chi è malato è invitato a sentirsi vittima di un’ingiustizia, non quando manchino le cure, ma quando manchi la salute. La paranoia completa così il suo ciclo».

Per il problema inerente l’appagamento dei bisogni, l’apripista è stata la Dichiarazione d’indipendenza americana del 4 luglio 1776, nella quale si stabilisce per tutti gli uomini il diritto al perseguimento della felicità, come se uno stato d’animo, una condizione interiore potesse e possa essere definita per legge.

In questa velleitaria pretesa è andato a nozze il sistema dei consumi che, come aveva esposto alla Statale di Milano il 12 maggio del 1972 Jacques Lacan ne Il discorso del capitalismo, crea artatamente un vuoto di infelicità, che lo stesso invoca il suo riempimento attraverso una costante rincorsa ad oggetti di sostituzione psichica. Ora, gli antichi, molto più profondi e saggi dei moderni, avevano distinto due stati d’animo per certi versi antinomici: il beatus, l’eudaimon, l’essere in armonia con la propria vocazione, in buona coscienza, e il felix, l’olbios, colui che persegue la tranquillità materiale.

È evidente che nel primo dispositivo ciò che interessa è lo stato interiore, quella serenità endogena che non è acquistabile, ma si raggiunge con un percorso di consapevolezza e di integrazione del sé, quell’allenamento il cui obiettivo è sintetizzato nella famosa allocuzione di Julius Evola: «Fa in modo che ciò su cui nulla puoi nulla possa su di te».

Il resto, tutto ciò che è esogeno, che deriva dalla precaria prosperità materiale, dall’instabile benessere fisico, dall’interessato giudizio dell’altro, è un surrogato superficiale e di scarsa tenuta, se non causa più o meno accidentale della diffusa infelicità. Lacan imposta un concetto molto importante che può essere acquisito nella rappresentazione della diversità tra il mondo classico e quello moderno di intendere la questione della felicità. È il problema del Desiderio in opposizione al perseguimento delle voglie.

Il capitalismo è intervenuto nella stessa strutturazione della psiche individuale e collettiva introducendo, in maniera subdola e subliminale, il tarlo inesauribile delle voglie e, con esso, il meccanismo perverso ed altrettanto inestinguibile del loro soddisfacimento. Per dirla con Massimo Fini: il sistema liberal-capitalista ha bisogno del bisogno, quindi lo crea. E questo si è verificato. Un uomo ed una società condannata ad una perpetua insoddisfazione e ad un sentimento di angosciosa mancanza sempre di qualcosa.

La visione organica della persona e della comunità, invece, era un invito ad individuare il proprio specifico Desiderio, simbolicamente traducibile con il daimon, con la chiamata, con la vocazione, con il destino, e concretizzabile nella funzione. Un mondo, un cosmo – nel senso di pulito, mundus, e di bello, kosmos, da cui cosmesi, in cui forma, bellezza, armonia, ordine si compenetrano e si rinforzano per un accordo interno ed esterno.

In questa modernità in cui tutto è drogato – il lavoro, l’economia, il tempo, la comunicazione – anche la felicità è drogata, e si passa dai picchi dell’euforia all’estraneamento della rassegnazione, senza un centro interiore a cui fare riferimento. La virtù come cura di sé è stata scomunicata e l’unica strada concessa è quella dell’eccesso di godimento.

Nella post- o ipermodernità, la ricerca della felicità è diventata agitata, confusa e spasmodica, e mentre gli individui atomizzati – come annota Byung-Chul Han – fanno «zapping tra le “possibilità di vita”», questa passa inesorabilmente da un vuoto all’altro, senza riuscire ad assaporare neppure un attimo di autentica serenità.

http://www.lefondamenta.it/2017/10/25/capitalismo-struttura-la-psiche-individuale-linganno/



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21 novembre 2017

Promemoria per un ordine sociale secondo giustizia


La foto è di Alfonsa Cirrincione
di Marco Massignan

La dottrina sociale della Chiesa ritiene che possano essere vissuti rapporti autenticamente umani, di amicizia e di socialità, di solidarietà e di reciprocità, anche all’interno dell’attività economica e non soltanto fuori di essa o “dopo” di essa. La sfera economica non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Essa appartiene all’attività dell’uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente (1).

La carità potrà portare certamente un qualche rimedio a molte ingiustizie sociali, ma non basta; anzitutto bisogna che fiorisca, domini e sia realmente applicata la virtù della giustizia (2).

Di fronte alle molteplici crisi internazionali, che ridisegnano equilibri geopolitici, egemonie e modelli socio-economici, il pensiero sociale cattolico – in tema di capitale, lavoro, proprietà, moneta e via dicendo – è, oggi più che mai, l’unica risposta degna dell’uomo, della sua dignità personale e trascendente, ai problemi del vivere comune (3).

Un articolo non può certo avere la presunzione di esaurire questioni tanto ampie quanto complesse, però può offrire un modestissimo spunto per riflettere su un ideale di ordine sociale frettolosamente accantonato in quanto ritenuto obsoleto per le sfide odierne del mondo globale.

La proposta cattolica ai problemi sociali, cioè l’applicazione concreta dei perenni insegnamenti del Magistero, la loro traduzione in indirizzi politici e norme giuridiche, si presenta – nella sua chiara identità – altra tanto dal liberalismo quanto dal socialcomunismo. Sì, altra – alternativa: non si tratta infatti di riformare dall’interno il sistema liberalcapitalista o di realizzarne una versione “compassionevole” quanto di superare la Weltanschauung politico-economica contemporanea e trovare quelle soluzioni strutturali, organiche, nella regolazione della vita economica, intrinsecamente conformi alla giustizia (4) e alla legge morale.

Un modello di vita economica che voglia distinguersi dall’economicismo a-morale dominante dovrà incentrarsi su un inscindibile binomio etico-giuridico: a) la subordinazione della scienza economica all’etica e al diritto; b) il necessario primato della politica onde evitare che i pubblici poteri si rendano servi dei potentati economici-finanziari o loro docili strumenti.

Scrive Benedetto XVI: “l’attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica. Pertanto, va tenuto presente che è causa di gravi scompensi separare l’agire economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da quello politico, a cui spetterebbe di perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione” (Caritas in veritate, n. 36).

Il primato dell’etica: l’economia è un’attività umana, libera e responsabile finalizzata al bene (individuale, famigliare e comune) dell’uomo, alla sua natura normativa: l’uomo dev’esserne agente morale e non ridotto a mero fattore di produzione/consumo. Ha ricordato Giovanni Paolo II: “il principio sommo (…) in assenza del quale tutto il sistema economico è esposto al rischio di pericolose degenerazioni” afferma che “fine di tutta l’economica non è il profitto, ma la promozione della persona” (5).

I rapporti tra capitale e lavoro devono essere conformi al diritto naturale e regolati dalla “legge della giustizia sociale” (Pio XI, Enciclica Quadragesimo Anno, n. 58), e non dalle forze cieche e violenti del mercato. Le teorie economiche della scuole liberali e marxiste hanno mostrato i loro limiti: “si avverte l’esigenza di coinvolgere anche i lavoratori nel processo di formazione del capitale e nelle decisioni che riguardano l’impresa secondo una concezione partecipativa dell’economia” volta al superamento “delle varie patologie di cui soffre il mondo”(6). Partecipazione che richiede di riconoscere la natura consorziale dell’impresa economica (attività associata di capitale e lavoro, affermò Leone XIII nella Rerum novarum).

Altri principi cardine sono la destinazione universale dei beni materiali (a cui resta subordinata la stessa proprietà privata, che non è un assoluto) (7) e la dignità personale e spirituale del lavoro, che non può essere ridotto a merce o sacrificato all’accrescimento indefinito del capitale: “il lavoro, per il suo carattere soggettivo o personale, è superiore ad ogni altro fattore di produzione: questo principio vale, in particolare, rispetto al capitale” (8). Il lavoro non può essere equiparato a una merce (una cosa che si vende e si compra), così il salario non può essere fissato dalle oscillazioni del mercato: “la rimunerazione del lavoro non può essere abbandonata al gioco della domanda e dell’offerta; deve invece essere fissata secondo criteri di giustizia” (9). Per essere giusto il salario dovrà garantire al lavoratore il necessarium personae (dignitoso mantenimento del nucleo famigliare e possibilità di formarsi una pur modesta proprietà privata).

Concludendo questi brevi cenni. Il mondo occidentale cosiddetto libero ha per decenni sbandierato uno stile di vita all’insegna dell’opulenza, producendo l’anti-civiltà consumistica. Il gusto piacevole della bevanda di un benessere facile è durato relativamente poco (in termini di libertà personale, tranquillità e prosperità) e i risvolti in termini di miseria e indigenza cui numerosi popoli sono costretti a causa di strutture organizzative inique che soffocano l’uomo e disgregano la società sono sotto l’occhio di tutti gli uomini di buona volontà. E’ il momento di cambiare paradigma. Termino con le parole di Papa Pio XI, scritte nel 1931 e più che mai attuali:

Ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare. Una tale concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica della economia contemporanea, è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza (10).

http://www.lefondamenta.it/2017/11/18/promemoria-un-ordine-sociale-secondo-giustizia/


(1) Benedetto XVI, Enciclica Caritas in veritate, n. 36.

(2) Pio XII, Enciclica Evangelii Praecones, n. 10.

(3) Pensiamo, ad esempio, all’iniquità monetaria, alle croniche crisi del debito, al dominio pervasivo di un potere finanziario senza volto, alla pressione fiscale che erode i risparmi virtuosi, e via dicendo.

(4) Così nella definizione del giurista romano Ulpiano: “la giustizia consiste nella costante e perpetua volontà di attribuire a ciascuno il suo diritto. Le regole del diritto sono queste: vivere onestamente, non recare danno ad altri, attribuire a ciascuno il suo”. E il Catechismo della Chiesa Cattolica asserisce: “la giustizia è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. La giustizia verso Dio è chiamata virtù di religione. La giustizia verso gli uomini dispone a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune” (n. 1807).

(5) Dal Discorso all’Unione cristiana imprenditori dirigenti del 14 dicembre 1985.

(6) Ibidem.

(7) “Il diritto alla proprietà privata (…) non elimina l’originaria donazione della terra all’insieme dell’umanità. La destinazione universale dei beni rimane primaria, anche se la promozione del bene comune esige il rispetto della proprietà privata, del diritto ad essa e del suo esercizio” (CCC, n. 2403).

(8) Dal Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, n. 276.

(9) Azione cattolica italiana, La Dottrina sociale cristiana, CENAC, Roma 1957, p. 180.

(10) Pio XI – Enciclica Quadragesimo Anno.

 

31 gennaio 2017

L'ultimo uomo


di Federico Cavalli

Venerdì 20 Gennaio 2017 si è tenuto il primo incontro culturale organizzato dal neonato centro studi “Minas Tirith”, dando così il via alla serie di eventi denominata  “Ecce Homo. La sfida dell’umano al transumano”. Il ciclo di conferenze è stato pensato, dai fondatori del centro studi, come un vero e proprio percorso di formazione, non solamente per i giovani ma per un’intera comunità.

L’incontro in questione, intitolato “L’ultimo uomo”, ha ospitato due relatori di grande livello culturale: il professor Enzo Pennetta, docente di Scienze al liceo, e il professor Gianluca Marletta, insegnante di Lettere e Storia nella scuola secondaria di primo grado. Provo un certo orgoglio nel poter dire di essere stato il moderatore di quest’incontro, visto anche il numero e la qualità delle pubblicazioni dei due professori che danno, maggiormente, l’idea dello spessore culturale dell’incontro; per percepire ciò basta anche solo riportare i nomi di alcuni di questi scritti, come “L’ultimo uomo” del professor Pennetta, o “La fabbrica della manipolazione” del professor Marletta.

Avendo l’incontro un “format” molto leggero, che prevedeva un singolo intervento dalla durata di 25 minuti per ciascun relatore, non si è potuti scendere molto nel dettaglio delle questioni trattate; si è quindi scelto di mettere a fuoco i punti centrali, gli snodi fondamentali dell’argomento trattato: l’invenzione dell’antropologia capitalista. Proprio per questo motivo la redazione di motoretrogrado.it ha deciso di scrivere dei piccoli approfondimenti su ciò che si è andato a trattare nell’incontro stesso. Il primo a cui ho dato la parola è stato il Professor Enzo Pennetta, che si è voluto soffermare sul perfetto abbinamento fra il titolo della serie di incontri ” Ecce homo”, e dell’incontro in questione “l’ultimo uomo”.

Ogni ideologia nell’esporre la propria idea di mondo deve, per necessità, soffermarsi su una concezione dell’uomo che andrà a popolare proprio quella società che si vuole costruire; un sistema di potere deve, quindi, fondare un’idea antropologica su cui formare la società. Nella storia dell’occidente, il modello antropologico di maggior impatto è stato, senza ombra di dubbio, la figura di Gesù; Ecce Homo infatti,  è l’espressione con la quale, nel Vangelo di Giovanni (19,5), Pilato presenta alla folla il Cristo flagellato e coronato di spine, quello stesso Cristo che poco prima (Giovanni 18,37-38) aveva risposto, alla domanda di Pilato, affermando di esser venuto nel mondo per testimoniare la Verità. Per la prima volta la verità viene trasposta sull’uomo che, nella civiltà cristiana, tende a prendere come modello da seguire il Figlio di Dio; la società, conseguentemente, si plasma su questa immagine e l’Uomo diviene colui che ha in eredità il mondo, differenziandosi totalmente dagli altri esseri viventi.

Si incomincia, quindi,  a gestire la società attraverso la figura centrale dell’individuo, che ha alle proprie spalle il nucleo fondamentale della famiglia, colonna portante di tutta la società; individuo che deve seguire quelle regole imposte dallo Stato, che si è a sua volta formato proprio sul nuovo insegnamento evangelico. Per secoli colui che gestiva il controllo assoluto del proprio paese si è sempre dovuto confrontare con questo modello di Verità, avendo di fatto un vincolo che lo limitava, sia nella gestione del potere che nella manipolazione del popolo; nacque quindi la necessità di ottenere un vero e proprio controllo assoluto sulla società, liberandosi di questo modello antropologico troppo vincolante, nato grazie alla figura di Cristo. Il primo episodio storico in cui si cerca di far ciò è la rivoluzione Francese. In che modo? Ve lo dirò nel prossimo articolo, continuando ad approfondire tutto ciò che si è detto nell’incontro organizzato dal centro studi “Minas Tirith”.


 

31 maggio 2016

L'unico antidoto allo Stato Servile è il Distributismo!


di Matteo Mazzariol

Come si possono definire delle persone in età lavorativa che rinunciamo alla propria libertà, mettendosi al servizio di qualcun altro, in cambio di un sostentamento? In un solo modo: servi. Come si può definire uno Stato in cui 4 persone su 5 si trovano nella condizione di dover fare questa scelta? In un solo modo: Stato servile.

Ebbene questa è la situazione in cui viviamo, questa è la situazione che è stata fotografata dai dati Eurostat del 2013!
In Italia la percentuale dei lavoratori autonomi è del 22,3% della forza lavoro, contro il solo 14,4% della media europea. Tutti gli altri lavoratori, a vario titolo, sono dipendenti, dipendono cioè da qualcun altro.
Possiamo quindi in un certo senso consolarci: noi italiani siamo meno servi della media degli europei.
Un’esagerazione? Assolutamente no! Chiediamoci infatti quale sfera di autonomia lavorativa abbia il dipendente medio, quale possibilità abbia sul luogo di lavoro di fare valere liberamente – dico liberamente e non condizionatamente – la propria iniziativa, il proprio punto di vista; quale possibilità abbia di decidere il modo in cui intende condurre la propria occupazione o la qualità e la quantità dei beni o dei servizi che produce, il tempo da dedicare al lavoro e quello alla famiglia ed agli amici.
La parola stessa – dipendente – dovrebbe già farci intuire tutto, la realtà che ci cela dietro l’apparenza. Si tratta di cedere la nostra libertà in cambio di un sostentamento sicuro, o quasi, la stessa cosa che hanno fatto i servi della società greco-romana per più di un millennio.
Lo Stato Servile quindi non è un mero dato storico, eco lontano di un passato di barbarie civili, lo Stato Servile è il nostro mondo quotidiano. Solo che viene chiamato con altre parole, più dolci e suadenti, più accattivanti e seducenti.
Uno dei termini più di moda, ed al contempo più paradossale, è quello di Stato democratico.
Con la dizione di Stato democratico si vorrebbe far intendere alla gente che il sistema attuale è da un punto di vista della morale sociale il migliore che ci sia ed è quello che consente al popolo di godere del massimo possibile di potere reale. Ci dovrebbero però spiegare dove mai si sia visto uno Stato in cui il popolo abbia il massimo potere possibile e contemporaneamente sia costituito per il 80% - appunto 4 persone su 5 – da servi.

Un altro termine sostitutivo di Stato Servile è quello di Stato Capitalista. Ci viene detto che viviamo in un sistema capitalista e che il sistema capitalista è quello che tutela al massimo la libertà individuale. Oggi però abbiamo l’80% di servi. Come la mettiamo? E’ molto probabile che il sistema capitalista abbia quindi fallito nel tener fede a questa sua promessa e che si sia invece rivelato per quello che è : un sistema basato sulla separazione tra capitale e lavoro, separazione che porta inevitabilmente alla concentrazione del capitale nelle mani di pochi ed alla creazione di una massa di servi.

Un altro eufemismo per indicare lo Stato Servile è quello di Welfare State. Il Welfare State – propugnato da Keynes, realizzato in Inghilterra negli anni ’60-70, prima dell’avvento di Margaret Thatcher e imitato poi, a qualche anno di distanza, dalla sinistra italiana – è uno Stato in cui le famiglie e le comunità locali vengono sostituite, nello svolgimento di un numero sostanziale di funzioni essenziali – tra cui educazione, sanità, previdenza – dall’apparato burocratico centrale dello Stato, da cui poi “dipendono”, sottomettendo la propria libertà in cambio di un sostentamento e venendo così irrimediabilmente relegate alla condizione di servi.

Negli ultimi 70 anni, dal punto di vista delle grandi visioni in grado di guidare un progetto di società, la scelta che è stata offerta ai cittadini è stata quella di abbracciare teorie che li portavano da una parte ad essere servi del capitale – appunto il capitalismo – dall’altra ad essere servi dello Stato - il social-comunismo, nelle sue diverse varianti.
Interessante notare come questi due approcci teorici possano quindi essere considerati come due facce di una stessa medaglia – la concentrazione del potere e della proprietà nelle mani di pochi -, due forme diverse di un unico sistema: lo Stato Servile.
Quest’ipotesi è continuamente rafforzata dalla cronaca politica attuale, che vede un sempre maggior affiancamento tra le forze della finanza e quelle del mondo di sinistra, pur ammesso che abbia ancora senso parlare di sinistra, destra, centro.

Che fare dunque?
Primo: prendere coscienza della realtà.
Secondo: invertire marcia, abbondonare lo Stato Servile e puntare ad una società di uomini liberi, in cui la proprietà ed il potere reale siano diffusi al massimo grado secondo un principio di equità, in cui le famiglie e le comunità, attraverso stretti vincoli associativi solidari presenti sul territorio, siano messe nelle condizioni di sostentarsi il più possibile da sole, all’interno di una forma statuaria centrale "leggera" che però garantisca con forza la solidarietà verso i più deboli ed il rispetto del bene comune.
Utopia? No, sano realismo basato sulla ragionevolezza e sul senso comune.
Sono questi infatti i due punti cardine su cui si basa il Distributismo, un pensiero dalle antiche radici proiettato nel futuro, pensiero che il Movimento Distributista Italiano intende diffondere e far conoscere a tutte le persone di buona volontà ed animate da una sincera passione per il bene comune.
Abbiamo bisogno di una visione di ampio respiro che ci guidi e ci porti fuori dalle paludi del capitalismo e del social-comunismo, una visione che ci porti fuori dallo Stato Servile, verso una società più in grado di rispondere alle sacrosante esigenze di equità, giustizia sociale, stabilità e prosperità economica presenti nel cuore umano: in sintesi, abbiamo bisogno del distributismo!
 

20 aprile 2016

Socialisti in Vaticano. Perché la Chiesa non ricorda la lezione di San Giovanni Paolo II (e di Leone XIII)


di Alfredo Incollingo

In occasione del venticinquesimo anniversario dell'enciclica “Centesimus annus” (1991) di San Giovanni Paolo II la Pontificia Accademia delle Scienza Sociali non poteva non commettere una “gaffe” peggiore. Come disonorare la memoria di un Papa, che ha mostrato al mondo cosa fu veramente il comunismo, se non invitando i leader maggiori del socialismo internazionale?
Una parte del mondo cattolico purtroppo vede nel socialismo democratico non solo una somiglianza con la “Dottrina sociale della Chiesa”, ma anche un formidabile alleato nella giusta lotta alla povertà e ai soprusi sociali. Probabilmente si spera nella “buona fede” di una versione ideologica più moderata. In ciò la Chiesa Cattolica ha mostrato un pragmatismo e un realismo maggiore di qualsiasi ideologia di sinistra. San Tommaso d'Aquino riassumeva in “Ordo, Pax, Iustitia” (ordine, pace, giustizia) le peculiarità della migliore forma di governo in grado di assicurare il benessere e l'equità.
La lezione sociale cattolica tuttavia non è stata capita a fondo, soprattutto dagli stessi cattolici. Come non ricordate per esempio la stagione dei “cattocomunisti”? Aberrazioni ideologiche di questo tipo hanno purtroppo fiaccato la credibilità e l'azione della Chiesa Cattolica nel mondo.
La “Centesimus annus” ripercorre il cammino della dottrina sociale cattolica a partire dall'enciclica “Rerum Novarum” (1891) di Leone XIII. In questi cento anni la Chiesa Cattolica si è confrontata con il “mondo moderno” sul tema del lavoro e delle ingiustizie sociali. Lo ha sempre e comunque fatto criticamente nei confronti dei regimi socialisti e delle democrazie occidentali: “ordo, pax, iustitia" sono le direttrici per elaborare un sistema sociale ed economico equo. Il Vangelo prima di tutto!
Invitando il socialista statunitense Bernie Sanders e il leader ecuadoregno Correa la Pontificia Accademia ha ribaltato queste prassi.
“Tutte queste ragioni danno diritto a concludere che la comunanza dei beni proposta dal socialismo va del tutto rigettata, perché nuoce a quei medesimi a cui si deve recar soccorso, offende i diritti naturali di ciascuno, altera gli uffici dello Stato e turba la pace comune. Resti fermo adunque, che nell’opera di migliorare le sorti delle classi operaie, deve porsi come fondamento inconcusso il diritto di proprietà privata” (Rerum Novarum)
Leone XIII nella Rerum Novarum dichiarava la necessità di una giusta ripartizione delle ricchezze che avrebbe assicurato dignità all'operaio e ai ceti superiori. La giustizia sociale, mantenuta dal sistema corporativo, avrebbe garantito l'ordine e la pace sociale. Si sarebbe posto fine all'odio, animato dal movimento socialista, e all'ingiustizia, provocata dal capitalismo.
“I socialisti, attizzando nei poveri l'odio ai ricchi, pretendono si debba abolire la proprietà, e far di tutti i particolari patrimoni un patrimonio comune, da amministrarsi per mezzo del municipio e dello stato. […] Ma questa via, non che risolvere le contese, non fa che danneggiare gli stessi operai, ed è inoltre ingiusta per molti motivi, giacché manomette i diritti dei legittimi proprietari, altera le competenze degli uffici dello Stato, e scompiglia tutto l'ordine sociale” (Rerum Novarum)
Nella sua enciclica San Giovanni Paolo II attualizzava l'insegnamento di Leone XIII. Di fronte al collasso del sistema sovietico il Santo Padre si interrogava sul futuro, sugli effetti che il capitalismo nichilista occidentale avrebbe apportato in Europa e nei Paesi dell'ex Blocco Sovietico. E' soprattutto sul sistema capitalistico contemporaneo che si concentravano i principali interrogativi del Papa. Non discusse solo della giusta ripartizione delle ricchezze, ma individuò la comune origine antropologica del capitalismo e del comunismo: una radice anticristiana e di per sé disumana.
“L’errore fondamentale del socialismo è di carattere antropologico. Esso, infatti, considera il singolo uomo come un semplice elemento ed una molecola dell’organismo sociale, di modo che il bene dell’individuo viene del tutto subordinato al funzionamento del meccanismo economico-sociale, mentre ritiene, d’altro canto, che quel medesimo bene possa essere realizzato prescindendo dalla sua autonoma scelta, dalla sua unica ed esclusiva assunzione di responsabilità davanti al bene o al male”
Queste semplici parole dovrebbero bastare per ricordare ai cattolici gli errori del passato e quelle ideologie che hanno portano povertà e morte.
La Pontificia Accademia delle Scienze Sociali ha commesso un grande errore, che va a inficiare l'azione salvifica di Karol Wojtila.
 

29 settembre 2015

E se il papa “comunista” fosse un conservatore?



di Alessandro Rico

È ormai invalsa l’abitudine di predicare al papa come fare il papa. La visita di Francesco negli USA sta deludendo molti di quelli che, peraltro legittimamente, confidavano in pronunciamenti più espliciti a favore della libertà di culto e dei valori non negoziabili, in un Paese che sta conoscendo un feroce attacco contro il cristianesimo. Non è un mistero che Bergoglio non sia Ratzinger, uno capace di scatenare guerriglie con una lectio magistralis. È anche possibile che la diplomazia sia un pregio. Di sicuro, la condanna di pena di morte e traffico d’armi è in linea con il Magistero sociale della Chiesa; e tutto sommato, anche la premura ecologica per la “cura della casa comune” non è una novità – risale almeno a Paolo VI. Certo, anche qui Bergoglio ci mette del suo. Già nella Laudato si’ indirizzava al capitalismo e ad una un po’ fantomatica alleanza tra finanza e tecnica, degli strali in fondo preconcetti: è un fatto che a ridurre la povertà nel mondo abbia contribuito più il vituperato capitale, con i suoi innumerevoli difetti, che il consesso delle nazioni riunito per destinare milioni ai governi corrotti del Terzo Mondo, o il fallimentare socialismo pauperista dei vari Chavez, Maduro, Morales. D’altro canto, il pontefice sembra aver in parte accolto i rilievi di chi evidenziava l’eccessiva insistenza sui mali del fantasmagorico neoliberismo. A proposito, è interessante paragonare il discorso tenuto al Congresso con quello pronunciato alle Nazioni Unite. Francesco ha sì ribadito come etica ambientale e giustizia sociale siano strettamente connesse, ma ha poi aggiunto originalissime osservazioni su «limitazione del potere» e ruolo dei corpi intermedi. Nel definire la missione dell’ONU, il pontefice ha specificato che il ruolo di un’istituzione sovranazionale deve essere alimentato dalla preoccupazione di stabilire la supremazia del diritto, che è poi la millenaria legge naturale della dottrina cattolica e coincide con il classico principio di giustizia del suum cuique tribuere. Dunque, proprio nel mezzo di un discorso che elencava le responsabilità dei Paesi ricchi nei confronti dei poveri del mondo, Francesco non invoca la redistribuzione cara ai teorici della giustizia globale, bensì la giustizia commutativa, quella che tradizionalmente prescrive le condizioni di rettitudine negli scambi e le eventuali correzioni in caso di abusi.
Ma c’è di più. Poco dopo aver manifestato il proprio apprezzamento per l’impegno profuso dagli Stati nel tentativo di contrastare il degrado ambientale, Francesco ha specificato: «Lo sviluppo umano integrale e il pieno esercizio della dignità umana non possono essere imposti. Devono essere costruiti e realizzati da ciascuno, da ciascuna famiglia, in comunione con gli altri esseri umani e in una giusta relazione con tutti gli ambienti nei quali si sviluppa la socialità umana – amici, comunità, villaggi e comuni, scuole, imprese e sindacati, province, nazioni». E ha collegato questi requisiti alla funzione della Chiesa quale istituzione che sostiene e collabora con le famiglie nell’educazione dei figli, ricollegandosi alle stoccate sulle minacce a famiglia e matrimonio pronunciate al Congresso. Insomma, non c’è trippa per le filosofe femministe alla Michela Marzano, che sognano una scuola di Stato al servizio dell’ideologia gender. Dall’altro lato, tali considerazioni paiono avvicinare Francesco a quel “conservatorismo verde” difeso da Roger Scruton nel saggio How to Think Seriously About the Planet: The Case for An Environmental Conservatism (2012), in cui l’intellettuale britannico fonda un’efficace difesa dell’ambiente in chiave conservatrice sul sentimento dell’oikophilia, ossia l’attaccamento alle proprie radici, alla propria terra, ai propri affetti, da cui discende l’unico possibile coinvolgimento delle persone nella battaglia per salvaguardare, pezzo per pezzo, il pianeta. Minacciato tanto da inquinamento ed effetto serra che dalla scellerata ideologia ecologista, la quale costituisce in fondo la nuova frontiera della vecchia pianificazione economica, nemica dell’uomo che essa concepisce solo in quanto strumento.
Non è casuale se persino nel passaggio più “di sinistra”, dedicato all’enunciazione di quella che per Francesco costituisce «la base minima materiale e spirituale per rendere effettiva» la dignità delle persone e l’opportunità di costruire una famiglia, Bergoglio includa la libertà religiosa. Non ci si poteva aspettare che questo papa sbarcasse sul suolo americano per bacchettare i liberal, brandendo l’hashtag “defund Planned Parenthood” (la clinica abortista denunciata dai pro-life statunitensi). Il grido degli esclusi, che egli spesso invoca, comprende però anche l’ingiustizia perpetrata sui bambini non nati.

Starà ai conservatori americani decidere se consegnare a Obama un’improbabile luna di miele col successore di Pietro, magari con l’aiuto della patetica scenetta della bimba messicana figlia di immigrati, che consegna la letterina al papa – siparietto chiaramente allestito a tavolino contro Donald Trump. I repubblicani potrebbero ingoiare il rospo sull’immigrazione e rimettere sotto i riflettori le tematiche di cui sopra, che i media, di proposito o per superficialità, tendono a ignorare. Se vogliono tornare a competere seriamente per la presidenza, peraltro, costoro non possono pensare di rifugiarsi nell’elogio incondizionato dell’alta finanza e nel negazionismo anti-ecologista. Gli ambientalisti, come diceva Andreotti, saranno pure come i cocomeri, verdi fuori e rossi dentro, ma regalare la Chiesa Cattolica alla Clinton sarebbe un abominio. Già Russell Kirk, che per la destra americana dovrebbe essere vero pane quotidiano, biasimava negli anni Novanta il feticcio del “capitalismo democratico”, la libertà economica trasformata in macchietta da comizio. Se il Vangelo conta ancora qualcosa, la destra religiosa ricordi che non si può servire Dio e mammona.

 

29 giugno 2015

Il Sacro Cuore, la Misericordia, la Giustizia e l’Amore


di Roberto de Albentiis 


Giugno è il mese che la pietà popolare (sempre disprezzata dai tanti soloni del politicamente corretto, laico e, soprattutto, ecclesiastico) e la Chiesa hanno consacrato al Sacro Cuore di Gesù, la “fornace ardente di Carità”; da anni è invece diventato, per il mondo, il mese dell'orgoglio arcobaleno e queer, e vedendo a inizio mese le immagini dello schifoso Gay Pride brasiliano di Sao Paulo (roba allucinante che faceva sembrare quelli italiani con quei fessi dei pastafariani, dei No Vat e della Innocenzi come cose da educande) capisco bene lo sguardo che ha sempre Gesù in questa iconografia (insieme dolce - di amore per noi - e triste - per i nostri peccati) e cosa chiede, amore per Lui (quanto è abusato oggi l'amore, svincolato dalla verità e dal sacrificio!) e fuga e riparazione dei peccati (propri e altrui).

Esattamente a metà di questo mese di giugno mi erano capitati sotto gli occhi due fatti apparentemente slegati: a Rimini una madre e una figlia, disoccupate e sole, intraprendono una scelta suicida ("perdono, non ce la faccio più a vivere così", avrebbero lasciato scritto), la seconda riesce nell'intento, la prima è tra la vita e la morte e non si sa se riuscirà a cavarsela (di ieri, la notizia di un altro tentato suicidio a Rimini, per fortuna sventato); dal Gay Pride di Sao Paulo di cui sopra (quest’anno particolarmente osceno, con tanto di simulazione di crocifissioni e uso di immagini e statue sacre per masturbarsi) sono emerse fuori le immagini di un bambino seminudo, truccato, agghindato e messo a ballare per la gioia di un capannello di adulti, sembrava una scimmia ammaestrata, e dire che la scena faceva schifo (ma per chi ha permesso e filmato ciò, non per il povero bambino che nulla c'entrava) è poco (se vorrete – ma non lo consiglio, anche per tenere pulita la propria mente –, potrete vedere queste immagini, ma avverto il lettore, si tratta di roba fortissima, da far venire il ribrezzo in pochi secondi).

Nessuno, tra gli “open-minded” (e tra questi quanti che non ti salutano più e ti cancellano dalle loro vite, reali e virtuali, perché, secondo loro, non sufficientemente “moderni” e “aperti di mente”!), si è lamentato o indignato per nessuna delle due cose: lamentarsi della condizione delle persone esodate, finite a dormire in auto o, purtroppo, anch'esse suicide non è cool, non è open-mided, anzi, ormai, è segno di fascioleghismo (nuova e misteriosa categoria politica che vuol dire tutto e niente), e mica si potrà essere accondiscendenti con il populismo delle classi inferiori, non aperte alle nuove istanze dei "nuovi diritti"; criticare le oscenità del Gay Pride è roba da integristi e fascisti (un "fascisti" sta sempre bene, anche il buon Peppone lo sapeva, e almeno lui i fascisti veri li aveva combattuti) e, ora, anche da omofobi, e poi, se i bambini devono esistere per la gioia dei "genitori" (che li commissioneranno e compreranno da povere famiglie del Terzo Mondo), perchè non farli esistere anche per la gioia di terzi spettatori (e perchè magari, un giorno, da spettatori non si passerà anche a qualcos'altro)?

Difensori dell'"inclusività" (ma che è 'sta roba, se magna?), della "società aperta" (una bella invenzione del sopravvalutato Popper e dello speculatore Soros), dei "diritti umani" (ma i primi e veri diritti umani sono quelli alla vita, al cibo, al lavoro, non quelli di andare in giro seminudi o di sfogare i propri istinti in giro come animali), voi siete esattamente organici al sistema capitalista, e non tentate manco più di dimostrare il contrario, e quindi non difenderete lavoratori e famiglie; in compenso, dite che i diritti civili (meglio, la parodia di questi, che sono molto più seri e nobili) prevalgono sui diritti sociali e sostenete che per combattere presunte "discriminazioni" e "disuguaglianze" (ma che non riguardano certo quelle di chi non ha da mangiare o da lavorare, visto che siete dei ricchi borghesi che difendono altri ricchi borghesi) bisogna sessualizzare il più possibile bambini e ragazzi, farli spogliare, toccare (che schifo...) ed entrare subito in contatto con le cose più schifose. Voi siete corresponsabili dell'intento suicida di quelle persone e della corruzione di quel povero bambino.

Il Catechismo di San Pio X enuncia come peccato che grida vendetta al Cielo l'impurità; però enuncia anche, sempre come peccati che gridano vendetta al Cielo, l'oppressione dei poveri e il defraudare i lavoratori della giusta mercede: il nostro Occidente (sistema di cui voi dirittumanisti e dirittocivilisti vi fate paladini, ormai senza più alcuna vergogna) si basa su entrambe queste cose, ormai non si fanno più distinguo (la "destra" custode dei "valori morali" ma allo stesso paladina del libero mercato capitalista, la "sinistra" paladina della "solidarietà" ma sdoganante l'immoralità) e le maschere le differenze sono cadute.

Ricordatevi: se Cristo e Maria, in tante apparizioni (Paray-le-Monial, Salette, Lourdes, Fatima, Vilnius, Gallinaro, Medjugorje...), hanno richiamato alla Misericordia (Misericordia, però, che presuppone il pentimento e la conversione), hanno anche richiamato, qualora non si fosse adempiuto a ciò, alla Giustizia; voi rimproverate chi vi si oppone di avere poca misericordia, ma state pericolosamente affrettando la giustizia, e non sarà una cosa bella.
Uno dei più grandi devoti e apostoli del Sacro Cuore di Gesù fu il Servo di Dio Angelo Giardino (1906 – 1979; qui se ne può leggere una vita): povero contadino analfabeta (non frequentò mai nessuna scuola e non seppe parlare che nel dialetto del suo paese natale, Solopaca, nel beneventano), fin da bambino ebbe doni mistici (come le stimmate, come peraltro il suo ben più di lui famoso padre spirituale, Padre Pio, un altro beneventano ignorante e rustico, e come un'altra contadina campana disprezzata e semi-analfabeta morta in concetto di santità, la casertana Teresa Musco), e in onore del Sacro Cuore digiunava, e fin da bambino, per tutto il mese di giugno e i primi dieci giorni di luglio. Ebbe visioni e messaggi dal Sacro Cuore eppure fu sempre umile, sottomesso e obbediente, anche quando i sacerdoti (per eccesso di prudenza o, anche, per umana invidia) gli negavano i sacramenti; nel suo caso, come nel caso di Teresa Musco o di Santa Margherita Maria Alacoque, Nostro Signore Gesù Cristo scelse delle creature povere e ignoranti (di quelle che i vari dirittumanisti/dirittocivilisti non avvicinerebbero mai), eppure umili e obbedienti, per interloquire, non dei luminari pluri-laureati o degli scienziati.

Il mese di giugno, ormai, volge al termine (e speriamo, e mi rivolgo a me in primis, di averlo vissuto bene), però stiamo andando incontro al mese di luglio, dedicato al Preziosissimo Sangue, e al mese di agosto, dedicato, tra gli altri, a Dio Padre Misericordioso e al Santissimo Sacramento: le devozioni sono i mezzi, tanto semplici quanto belli ed efficaci, che Dio rivela per far giungere quante più anime a Lui, ricorriamo ad esse! E consideriamo come il Sacro Cuore (e la Divina Misericordia; qui, qui e qui alcuni articoli in proposito pubblicati su questo sito), il Preziosissimo Sangue e il Santissimo Sacramento siano un tutt’uno, siano l’essenza della Carità e della Misericordia… come possiamo non “accenderci d’un santo amore”, come scriveva Sant’Alfonso Maria de Liguori?

 

06 marzo 2013

«Sigo aferrado a Cristo»: Vita e morte di Hugo Chávez (I parte)


di Andrea Virga
Sessant’anni fa moriva Josef Stalin. La “Gazzetta del Popolo” titolò “Il Papa prega per Stalin” a sottolineare che anche tra le Sacre Mura dominava il dovere cristiano di pregare per i morti, soprattutto per quelli più bisognosi della misericordia divina. È il caso di ricordarlo a quei “cattolici”, perfino “consacrati”, che in occasione della morte del Presidente venezuelano Hugo Rafael Chávez Frías, danzano come iene intorno al suo cadavere ancora caldo, addirittura ululando Te Deum di “ringraziamento”. Li si guardi bene: sono gli stessi che sei anni fa piangevano intorno alla bara di Pinochet, assolto del sangue di migliaia di oppositori assassinati e torturati in nome dell’anticomunismo, paravento degli interessi dei borghesi locali e internazionali.
 

23 gennaio 2012

Gli errori dei becchini del capitalismo

di Alessandro Rico
Con questo articolo inizia la sua collaborazione con noi Alessandro Rico, nato a L’Aquila il 6 agosto 1991. Si diploma al liceo classico cittadino nel 2009, l’anno del terremoto che sconvolge il capoluogo abruzzese. Attualmente studia Filosofia all’Università “La Sapienza” di Roma. Cattolico e liberale old Whig, disprezza la retorica, il buonismo e l’omologazione culturale. Tra i suoi interessi: la filosofia politica, la filosofia della scienza, qualche rudimento di economia; il trash mediatico, la palestra, i cibi che contengono amido. Nel suo futuro una carriera accademica (improbabile) oppure giornalistica (speriamo).