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22 aprile 2020

Controllo chimico delle masse

di Giovanni Barbieri
Nell’analisi dei fenomeni che stanno avanzando non vogliamo essere troppo complottisti, ma neanche troppo poco.

Per cui riportiamo una notizia, a sua volta rilanciata da attivisti di un certo valore, quali Gilad Atzmon: nel 2012 gruppi di esperti teorizzavano la possibilità di adoperare dei virus con lo scopo di colpire precise aree cerebrali e andare a indebolire il senso religioso dei pazienti. L’idea era usare il virus come arma contro il terrorismo religioso. La notizia è attribuita ad agenti del Pentagono e sebbene il sottoscritto non possa verificare tale dato, il video di per sé documenta che una riflessione di un qualche perito attorno al tema su esposto è stata effettivamente condivisa.

Riporto il testo tratto dall’infobox del video che filma la conferenza:

"It was DoD footage from a lecture hall in the pentagon. The video was date stamped 4/13/05 so someone was holding onto this for a while. I received it, the second week of February of this year. So, on it, it had one of the guys from the other video, the party video, giving a presentation. I just have an 8 minute clip from this presentation, but basically, this guy, he must be a scientist. This guy is giving a lecture about the brain and a gene called VMAT2 to a group of men in suits as well as various military uniforms. He talks about religion and was showing MRI brain scans. He said that the inhibition of VMAT2 could, over time, cause a person’s brain to shift from a religious brain structure, they scientifically, you know they call it phenotype...but basically, you can change a religious brain to a non-religious brain structure".

Usare la scienza, anzi la tecnica, per cambiare la testa delle persone: questo lo spettro che si impone davanti a noi. Ora, si badi bene, il video mostrato si rivolge alla possibilità di modificare il cervello di terroristi islamici per favorire la pace in Medio Oriente. Resta sottotraccia l’ipotesi che i potenti vogliano o possano usare un simile sistema per demolire il senso religioso delle masse in situazioni più ampie.
Ve lo immaginate? Intuite quale possibile scopo ci starebbe dietro?
Per rispondere, torno a citare dall’infobox, anzi dai commenti del gestore del canale:
“Removing the God Gene is not about the "Gene" as much as it is about affecting the brain so humans are not spiritual. The less spiritual a person is the more controllable they are and the easier they are influenced by society”.

Una società senza religione è una società che può essere meglio manipolata dai governi. I totalitarismi del XX secolo hanno percorso la via della repressione religiosa diretta. Il filmato del Pentagono, o presunto tale, suggerisce un altro mezzo per ottenere il medesimo effetto: togliere la religiosità per potenziare il controllo governativo.
Viene da pensare che le restrizioni cultuali in corso, al di là del perché siano volute dal Governo e tollerate dalla CEI, non potranno che avere un medesimo effetto: alleggerimento del senso religioso e appesantimento dell’influsso politico sulla coscienza sempre meno libera dei cittadini.
Apriamo il nostro sguardo, circa la possibilità di intervenire chimicamente e biologicamente per modificare la percezione dei cittadini e quindi il loro senso civico e morale, al di fuori di ogni complottismo e all’interno di ricerche chiare e lampanti si colloca il poderoso approfondimento di Mario A. Iannaccone. Lo studioso milanese ha di recente ampliato e ristampato il suo eccellente “Rivoluzione Psichedelica” (Ares), indagine dettagliata circa la variazione morale e politica, che ha investito la società e la politica dagli anni ’50 in qua. Droghe usate per degradare la sensibilità morale del cittadino e pilotare la finalità civica dei politici, messe in mano ai militari e ammantate da bandiere culturali: veri e propri arsenali di distruzione della civilità, utili ai potenti (Enzo Pennetta).

Iannaccone, nella ristampa del suo capolavoro di saggistica, introduce anche ulteriori  dettagli e presenta il progetto di tornare a diffondere in modo rinnovato le droghe sintetiche (LSD, MDMA, mescalina, etc.), che spingerebbero ancora più in là il controllo dei cittadini, particolarmente di quelli scomodi: è il caso dell’uso psichiatrico di stupefacenti per ridurre a silenzio i dissidenti e gli ‘intolleranti’; ma già si parla di adoperare tali mezzi per tenere a bada il pensiero giovanile, bombardando le giovani generazioni con nuove sostanze (o con vecchie sostanze in dosaggi nuovi).
Va precisato peraltro che la tesi del controllo mentale via LSD, lungi dall’essere interpretazione di qualche autore reazionario, è patentemente sostenuta anche da registi della Rivoluzione quale la collana Adelphi: pochi mesi fa Michael Pollan ha pubblicato con l’editrice di Calasso il suo “Come cambiare la tua mente”.
Come sempre, e volendo ricavare dalle teorie del complotto qualche istruzione utile e concreta per noi, non è necessario affermare, né tantomeno dimostrare, che un virus sia stato volutamente disperso per scopi di controllo sociale, è sufficiente riscontrare che la diffusione sia pur naturale di un virus può essere prontamente sfruttata in ottica antidemocratica e antilibertaria.
E quello che possiamo certamente affermare è che i servizi segreti, i governi, i politici dell’ultimo mezzo secolo almeno, sono già in possesso di teorie e sperimentazioni sociali, capaci di cogliere al balzo la diffusione di un virus per farne un’arma di controllo sociale, particolarmente nella forma dell’indebolimento del senso religioso e dei valori morali, e conseguentemente con lo scopo di attuare restrizioni nell’autonomia sociale e civica dei cittadini.
Se poi a questo volete aggiungere l’uso di pornografia come arma di paralisi generale, il quadro si chiude – e non è un caso se alcuni siti abbiano offerto servizi gratuiti per gli utenti in quarantena e che la pedopornografia in queste settimane sia schizzata alle stelle. Per inciso la tesi “pornography is a weapon” non è certo mia, ma la traggo da Michael E. Jones e dai suoi poderosi approfondimenti (una buona ricostruzione qui).


 

15 marzo 2020

La democrazia ha un futuro?

di Giorgio Salzano
Domanda: la democrazia ha un futuro? Risposta: c’è da dubitarne.
È un po’ che, con questa domanda e risposta in mente andavo meditando un articolo, con una alternativa, o un seguito, che in tal caso sarebbe: e la Chiesa la sta aiutando a ben morire.
Parlandone con un mio nipote quarantenne gli ho posto la domanda, e lui mi ha risposto con un’altra domanda che mi ha spiazzato: perché, forse esiste? Beh, la contro risposta a questa contro domanda dovrebbe essere sì, esiste, ma bisognerebbe, perché abbia senso, che definissimo, per quanto è possibile, l’oggetto della domanda e della risposta. Insomma, che cosa è questa benedetta democrazia?

Si suole definirla in base a due fattori principali, separatamente o congiuntamente: un sistema di voto popolare per l’elezione di un’assemblea legislativa e, per suo tramite o separatamente, del governo; l’uguaglianza degli uomini che individualmente formano il popolo. C’è però anche un terzo fattore, che non so bene come denominare, non menzionato in quanto tale, ma individuabile nel fatto stesso che della democrazia discutiamo, (più o meno) civilmente.
I due primi fattori sono quelli in base ai quali le due parti in contrapposizione all’epoca della guerra fredda si definivano entrambe “democratiche”. Si tratta di un’epoca lontana, che per tanti di noi è ormai storia, raccontata e non vissuta (come è per me l’epoca precedente dei totalitarismi fascista e nazista). Ci dividevamo dunque in Italia, come d’altronde nel resto d’Europa e del mondo, tra filoamericani e filorussi, dove “russi” stava a significare sovietici. (Per chi volesse avere un’immagine di quell’epoca da noi, forse il migliore ritratto è quello che ne ha fatto Giovannino Guareschi, di una generazione precedente alla mia, con i libri, e i film che ne furono tratti, su don Camillo e Peppone – popolano, quest’ultimo, da tenere distinto dal “tizio di città”, ossia dagli intellettuali e burocrati comunisti). Inutile dire che l’una parte accusava l’altra di non essere democratica. Il che era ovviamente vero per entrambe, dal momento che partivano da due definizioni diverse di democrazia.

Dalla parte diciamo filoamericana, perché ci fosse democrazia era necessaria una costituzione, che permettesse, come ho detto, l’elezione dell’assemblea legislativa e del governo, e richiedesse, per questo, libertà di espressione e di associazione, e libertà economica d’intrapresa (chiamiamolo pure capitalismo). Essenziale era ritenuta inoltre la così detta separazione dei poteri: legislativo, esecutivo, giudiziario (per cui l’uno fa le leggi, il secondo governa in base ad esse, il terzo in base ad esse giudica). Per l’altra parte, invece, la democrazia così assicurata era solo formale, perché la libertà economica d’intrapresa impediva una effettiva eguaglianza degli uomini, condizionava tutte le altre libertà, ed andava perciò abolita a favore di una gestione amministrativa dell’economia (chiamiamolo pure comunismo o socialismo), assicurando così una democrazia sostanziale, nella quale le garanzie giuridiche della libertà di espressione e di associazione sarebbero state superflue.

Per estrazione sociale io appartenevo alla parte filoamericana, e cominciai a ragionare di politica prendendone le difese, allo stesso tempo in verità in cui tanti miei coetanei della stessa estrazione avvertivano la fascinazione dell’altra parte. Mi piaceva definirmi liberale, in suprema ignoranza di ciò che i liberali erano stati nella storia d’Italia. Mi ci sono voluti perciò un po’ di tempo e di studi, nonché le vicende che hanno portato dagli anni della mia giovinezza a oggi, per rendermi conto della debolezza intrinseca della democrazia definita essenzialmente come possibilità di libere elezioni: intesa, in altre parole, in un senso puramente procedurale. Già dire così è il frutto di quegli studi, che mi hanno fatto capire le ragioni di chi richiedeva una definizione non solo formale della democrazia. Sono arrivato anch’io alla conclusione che non bastano le procedure elettorali per definire la democrazia, ma che quelle procedure non si giustificano se non su basi non procedurali, attinenti all’essenza o sostanza politica delle cose. Che non poteva tuttavia essere quella di matrice socialisteggiante.

Ho cominciato i miei studi superiori dal diritto, e, per quanto mi abbia interessato e mi sia diciamo pure piaciuto, vi ho trovato, così come veniva presentato, qualcosa che mi disturbava profondamente, laddove mi si diceva che esso ha a che fare esclusivamente con la legalità e non con la giustizia: che sono le leggi a definire il giusto e l’ingiusto, e che quindi non si può giudicare se esse siano a loro volta giuste o ingiuste. Voleva dire che tutto il parlare di giustizia che facciamo non rientra nel dominio del diritto, e che quindi è al di fuori di esso che va cercato un terreno di discussione al riguardo. Che è ciò che feci, non rendendomi inizialmente conto delle implicazioni distruttive che questo ha per lo stesso diritto.

Mi spiego. Ho premesso nell’accennare alla separazione dei poteri un “così detta”. All’origine della riserva così espressa c’è l’osservazione che la separazione che il barone di Montesquieu credette di rilevare nella costituzione inglese, così proponendola come modello largamente accettato, è in effetti ingannevole. Dovremmo semmai parlare di una distinzione dei tre poteri, legislativo esecutivo giudiziario, a cui corrisponde una (parziale) separazione del personale preposto all’esercizio di ciascuno di essi. Tale era nel Settecento britannico, e tale rimane ancora oggi: allora la pacificazione raggiunta dopo la guerra civile dei secoli precedenti aveva portato a un diffuso consenso culturale “anglicano” (o in Scozia “presbiteriano”) attorno alla monarchia vincitrice; oggi i partiti in competizione nella formazione del consenso cercano di esprimere il personale di ciascuno dei tre poteri.

Non riconoscere che questo è il caso, con la pretesa di isolare un potere legislativo quale base degli altri due, distrugge il diritto perché lo fa dipendere da una formazione previa del consenso, da esso cioè svincolato, di cui anche coloro che sono chiamati all’applicazione delle leggi partecipano.
Anche io allora, insoddisfatto dallo status quaestionis su legalità e giustizia, mi volsi dunque allo studio delle più varie discipline, da sociologia ed antropologia alla filosofia ed alla teologia, in cerca di lumi sul momento politico (di competizione nella formazione del consenso) previo alla legislazione, per ritrovarvi il criterio di giustizia a cui essa dovesse obbedire. Mi portavo, in questo senso, sul terreno della parte avversa, che protestava contro la democrazia formale perché ingiusta, e opponeva quindi ad essa la democrazia sostanziale fondata sulla giustizia. E la giustizia veniva da essa identificata, come lo è ancora da tanti, con l’uguaglianza. Ma questo solleva un duplice ordine di problemi. Anche Alexis de Tocqueville, aristocratico francese nato ai tempi della Rivoluzione, aveva ne La democrazia in America concepito la storia come un movimento verso la democrazia, ossia verso l’uguaglianza di condizione tra gli uomini, e la vedeva realizzarsi appunto in America. Proprio quell’America campione del capitalismo che veniva indicato da parte comunista come regno delle discriminazioni e delle disuguaglianze.

Abbiamo dunque qui il primo problema: l’uguaglianza deve essere assicurata nella distribuzione, diciamo così, delle carte, una uguaglianza cioè di opportunità di cui sta poi a ciascuno avvalersi; o deve essere piuttosto coattivamente implementata dallo stato? Le due risposte alternative caratterizzavano le parti contrapposte all’epoca della guerra fredda, fino alla caduta del muro di Berlino. Chi difendeva la prima poteva opporre ai difensori della seconda che grazie ad essa si garantiva insieme l’uguaglianza e la libertà garantita dalla democrazia formale. Nel frattempo, tuttavia, lo scenario è cambiato: i difensori della democrazia sostanziale hanno accettato la democrazia formale, concentrandosi nella ricerca del consenso al fine di usarla come veicolo per implementare l’uguaglianza legislativamente, esecutivamente e giurisprudenzialmente.

Si è venuta così affermando la concezione esclusivamente procedurale della democrazia, perciò detta in quanto tale laica. Ma in effetti anche la pura proceduralità rappresenta un’istanza di democrazia sostanziale, poiché presuppone l’irrilevanza di qualunque differenza tra gli esseri umani. La diversità, rispetto al socialismo ed al comunismo d’antan, è che questo mirava soprattutto all’uguaglianza economica, mentre ora, pur non trascurandola completamente, l’egualitarismo si è appuntato in prevalenza su altri campi, in particolare quello della sessualità: per cui, pur non potendosi negare la differenze di maschio e femmina, la si priva di ogni rilievo nella formazione dell’identità personale, rispetto alla quale il numero dei sessi viene moltiplicato. Un simile egualitarismo consegue, accentuandola, alla negazione delle differenze culturali e religiose, con conseguente svalutazione di tutte le tradizioni, le quali avevano ciascuna a suo modo disciplinato l’appartenenza degli uomini, sempre maschi e femmine nel succedersi delle generazioni, alla società. Solo resta un astratto “uomo senza qualità”, illusoriamente identificato con qualunque individuo umano. E quindi, mentre posizioni diverse sono formalmente tollerate, nella formazione del consenso sostanziale esse vengono dichiarate intollerabili, e bollate con epiteti infamanti quali “fascista” o “nazi”, o “razzista” o a qualunque riguardo “fobico”.

Il secondo problema, dunque, posto dall’uguaglianza degli esseri umani è che cosa li renda tali, malgrado le innegabili differenze. E questo ci porta al terzo fattore a cui ho accennato all’inizio, necessario affinché vi sia democrazia, così come ne parliamo assumendo che sia cosa buona. Ricordiamo che i contributi alla discussione sulla democrazia non sono soltanto di propaganda, ma si presentano anche in veste di disquisizioni con pretese di scientificità. Chiamerei perciò questo terzo fattore non con il nome più usato di cultura, sibbene con quello di scienza: un sapere concernente la società e la politica, e più in generale l’essere umano e il suo mondo, che sia davvero sapere, ossia, appunto, scienza. Ma bisogna per questo che riconduciamo il discorso sull’uomo alle testimonianze degli uomini, il che significa, all’inverso, che non interpretiamo queste testimonianze sulla base di un astratto discorso sull’uomo. Riconosceremmo allora nelle variazioni che esse presentano delle costanti, che ci darebbero il senso di ciò che rende gli uomini uguali.

Lo studio della società che nell’Ottocento ha preso il nome di sociologia acquista lo stato di scienza a cui aspira solo se lo riguardiamo come socio-logia, riflessione sulla logica delle relazioni scambievoli tra gli uomini osservabile in qualunque società: logica del dare e del ricevere, la cui equiparazione costituisce quello che i latini chiamavano jus, concetto nel quale giustizia e diritto fanno una cosa sola. Anche il potere legislativo della moderna teoria giuridico-politica sarebbe, per una simile scienza della società, un potere giurisdizionale: di ricognizione della realtà per giudicare in termini generali ciò che si richiede per una giusta disciplina dei rapporti tra gli uomini; ovvero, in altre parole, per riconoscere in essi quello che veniva tradizionalmente chiamato diritto naturale, lo stesso che dovrebbe dirigere l’azione di governo e presiedere ai giudizi di applicazione delle leggi.
Solo scientifico è il riconoscimento dell’uguaglianza degli uomini nella loro capacità di interagire, ossia nel loro essere consapevoli di se stessi in quanto partecipi della società come di un tutto che li trascende, manifestazione di un più grande principio all’origine di quella capacità, e che li regge nel loro reciproco affaccendarsi. La conclusione a cui sono così giunto è esattamente l’opposto della concezione non scientifica corrente nelle nostre democrazie così dette laiche: esse hanno cercato l’uguaglianza al di fuori di ogni discorso teologico, mentre invece al di fuori di Dio l’uguaglianza è come un letto di Procuste.


 

17 febbraio 2018

La sovranità? Appartiene a Dio

di Daniele Laganà
Il primo articolo della nostra carta costituzionale contiene un grave errore, in quanto in forma esplicita attribuisce la sovranità al popolo, e stupisce che esso sia stato votato anche dal fronte democristiano, all’epoca guidato dal Servo di Dio Alcide De Gasperi; infatti, il Magistero della Chiesa è estremamente chiaro in merito al tema dell’identità del detentore della sovranità, tanto che Leone XIII ha dedicato un’intera enciclica alla questione: la Diuturnum illud, datata 29 giugno 1881.
Il pontefice oppone la concezione per cui «ogni potere viene dal popolo», la quale inevitabilmente causa che «coloro che esercitano questo potere non lo esercitano come proprio, ma come dato a loro dal popolo, e altresì alla condizione che dalla volontà dello stesso popolo, da cui il potere fu dato, possa venire revocato», alla visione cattolica della sovranità, la quale fa «derivare da Dio il diritto di comandare come da naturale e necessario principio».
Questo significa che le istituzioni democratiche siano contrarie al cattolicesimo? Assolutamente no, infatti l’enciclica afferma che «coloro i quali saranno preposti alla pubblica cosa, in talune circostanze possono venire eletti per volontà e deliberazione della moltitudine, senza che a ciò sia contraria o ripugni la dottrina cattolica», ma specifica che «con tale scelta tuttavia si designa il principe, ma non si conferiscono i diritti del principato: non si dà l’imperio, ma si stabilisce da chi deve essere amministrato» e non esita a rimembrare che «per quel che riguarda la potestà di comandare, la Chiesa rettamente insegna che essa proviene da Dio»; pertanto, la democrazia è compatibile con la dottrina cattolica nella dimensione in cui essa costituisca la modalità con cui vengono determinati gli amministratori della res publica, ma non è cattolica la concezione per cui le elezioni costituiscano l’espressione di un potere appartenente al popolo, in quanto il potere appartiene ultimamente a Dio, il quale semmai si serve del popolo affinché esso sia esercitato da quanti costoro scelgono mediante le consultazioni elettorali.
Una moltitudine di passi biblici e di sentenze patristiche sono citate per suffragare la concezione cattolica della sovranità e, con San Paolo, Leone XIII ribadisce che l’obbedienza che si deve all’autorità civile è la medesima che si deve a Dio, in quanto corrisponde all’obbedienza all’ordine stabilito da Dio, ma non esclude che vi possa essere una doverosa eccezione a questo principio: «una sola ragione possono avere gli uomini per non obbedire: qualora cioè si pretenda da essi qualche cosa che ripugni apertamente al diritto naturale e divino, in quanto ogni volta in cui si vìola la legge di natura e la volontà di Dio è ugualmente iniquo tanto comandare ciò, quanto eseguirlo», in quanto «se il volere dei principi ripugna al volere e alle leggi di Dio, essi stessi eccedono la misura della loro potestà e pervertono la giustizia: né in tal caso può valere la loro autorità, la quale è nulla quando non vi è giustizia»; pertanto la legge naturale e divina sovrasta sempre la potestà civile e quando esse confliggono il fedele è chiamato il fedele a disobbedire all’autorità, affinché l’ordine naturale e divino venga ristabilito e l’autorità ritorni ad essere esercitata rettamente.
Con sapiente paternità, il pontefice evidenziò come «le dottrine inventate dai moderni circa la potestà politica recano già grandi calamità agli uomini, ed è da temere che apportino per l’avvenire mali estremi» e rilevò che «il non volere che il diritto di comandare derivi da Dio, altro non è che volere strappare dal potere politico il migliore splendore e privarlo delle sue forze maggiori»; Leone XII rintraccia nella Riforma la genesi di questa perversa concezione di sovranità, mostrando come «da quella eresia ebbero origine nel secolo passato la falsa filosofia, quel diritto che chiamano nuovo, la sovranità popolare e quella trasmodante licenza che moltissimi ritengono la sola libertà» e concludendo che «da ciò si è arrivati alle finitime pesti che sono il Comunismo, il Socialismo, il Nichilismo, orrendi mali e quasi sterminio della società civile».
Un’ulteriore riflessione messa in campo nella medesima enciclica è l’instabilità intrinseca di un governo che fondi il proprio potere nel popolo e non riconosca la potestà divina: giustamente viene fatto notare che «nessuna pena sarà mai sufficiente per potere, essa sola, conservare gli Stati», per cui «è necessario trovare una più alta ed efficace ragione di obbedire e stabilire assolutamente che non può essere fruttuosa la stessa severità delle leggi, se gli uomini non sono spinti dal dovere e mossi dal timore salutare di Dio»; saviamente viene sottolineato il «presidio della religione», la quale «piega le stesse volontà degli uomini affinché obbediscano ai reggitori non soltanto con l’ossequio, ma altresì con la benevolenza e con la carità, che sono in ogni società umana la migliore custode della incolumità», e viene rinnovato il proposito di armonia tra il potere civile e il potere ecclesiastico, confermando che «nelle cose il cui giudizio, sebbene per diversa ragione, appartiene alla sacra ed alla civile potestà, la Chiesa vuole che esista fra ambedue la concordia, mercé la quale si evitino all’una ed all’altra funesti dissidii».

 

25 ottobre 2017

Giustizia e verità in democrazia


di Fabrizio Cannone

E’ evidente che la presente realtà politica e culturale attraversa una delle più gravi crisi di civiltà che si siano mai registrate nell’intera storia moderna e contemporanea. Storia ricchissima di fughe in avanti e di sterzate improvvise (si pensi al triennio 19-21), rivoluzioni e violenze a sinistra, autoritarismi e militarismi a destra. Ma una storia che comunque da Colombo in qua sembrava avere un senso, un telos, una linea già tracciata ed una evoluzione parzialmente intuibile e decifrabile, seppur miscelata di nobili aspirazioni con dubbie e fragili realizzazioni.

La crisi odierna, quale crisi della modernità politica proprio in quanto moderna, è sicuramente una crisi di fondo, e non una crisi di crescita, congiunturale e passeggera. La “dittatura del relativismo” denunciata con fermezza e chiarezza da Benedetto XVI (2005-2012) coinvolge nella sua ondata limacciosa e distruttiva tutti gli aspetti del vivere civile: la politica certo, ma anche il diritto, l’idea e la nozione di legge, ed ovviamente l’etica la quale dovrebbe essere a fondamento della legge positiva e della retta organizzazione della società.

Un gruppo scelto di studiosi cattolici – fedeli come dovrebbe essere ogni giurista al concetto insuperabile di diritto naturale – ha pubblicato un libro chiarificatore sul rapporto tra politica ed etica, tra diritto positivo e legge morale, mostrando le virtualità sociali e le carenze abissali di una democrazia senza assoluti, ovvero in ultima analisi senza Dio: Giovanni Covino (a cura di), Giustizia e verità in democrazia, casa editrice Leonardo da Vinci, Roma 2017, pp. 160, euro 20.

Il saggio introduttivo del prof. Covino (pp. 11-30), assieme a quello più breve ma non meno intenso di Antonio Livi (pp. 31-39), dà il tono alla pubblicazione. Ovvero, non può esistere, neppure in astratto, una politica senza morale, così come nessun uomo può condurre un’intera vita, senza mai compiere atti buoni o cattivi, meritori o disordinati. Si tratta di una impossibilità metafisica. Se domattina prendo il tè invece del cappuccino, compio una scelta certamente neutra sul piano dei valori, e moltissime scelte e azioni umane non sono soggette al giudizio morale. Ma una intera esistenza “al di là del bene e del male” (Nietzsche) è impossibile e inconcepibile: l’uomo infatti per divenire un essere del tutto a-morale dovrebbe trasformarsi in una bestia! E questo, malgrado l’imbestialimento progressivo delle masse, è tecnicamente impossibile.

La politica poi, oltre che “arte del possibile” (p. 35), è governo di uomini liberi e solidali, proteso al “bene comune di tutti”, come insegna l’Angelico (citato a p. 10). “Il legiferare presuppone già un giudizio morale e una lex anteriore” (p. 22). Se esiste il reato, è perché esiste il peccato; se esiste il premio la lode la promozione e il riconoscimento, è perché esiste la virtù. Non è possibile quindi separare totalmente la politica dalla morale, come voleva, almeno fino ad un certo punto, l’acuto sofista Niccolò Machiavelli (1469-1527), stimato da molti come l’iniziatore della modernità politica e dei suoi drammi.

Se quindi la polis, composta in democrazia da mille voci diverse e antitetiche, deve riflettere per forza una norma etica soggiacente (la quale non è disgiunta da una metafisica almeno implicita), dove la si troverà questa norma etica fondamentale? Il pensiero debole contemporaneo, attraverso la voce fascinosa e inconsistente di Rorty, Vattimo, Kelsen, Enzo Bianchi e mille altri dice: nel relativismo! Il pensiero realista antico (Cicerone e gli stoici), medievale (Tommaso d’Aquino), moderno (Leibniz, Rosmini) e contemporaneo (Livi, Caffarra, Sgreccia e il magistero ecclesiastico dalla Rerum novarum alla Fides et ratio) afferma invece: nella legge naturale!

O Dio c’è o Dio non c’è: tertium non datur. Questo tipo di opposizioni apodittiche si riproducono facilmente quando si tratta delle questioni centrali e fondative della socialità umana. Certo, resta lecito operare all’interno del panorama attuale, come ricorda Livi, “in base al principio morale del male minore o anche in base alla legge della gradualità” (p. 36), così come insegna la migliore teologia morale (Jone, Prümmer, etc.) non senza l’avvallo dell’insegnamento della Chiesa (cfr. Evangelium vitae, 73). Ma senza mai “scendere a compromessi inaccettabili sul piano dei principi” (p. 35). Un conto è dare il voto ad un candidato imperfetto e deficitario, un conto è negare il nesso di dipendenza tra morale e politica: né l’integrismo dell’assorbimento della politica nella morale, né il laicismo della separazione tra le due sfere.

Così, ad esempio giova notare che l’aborto o è un delitto (posizione razionale difesa dalla Chiesa e dalla medicina) o è un diritto (posizione relativista, idealista, irrazionalista, pluralista): tertium non datur. D’altra parte, nella società democratica, l’aborto è permesso, o è vietato. I signori del relativismo assoluto saranno così bravi da scavalcare le categorie dell’essere, come il principio di identità e di non contraddizione, e darci una terza via tra il permesso e il vietato?

Nell’attesa, con l’epistemologo Livi notiamo che nella temperie culturale dell’odierno nichilismo, “il consenso politico viene cercato in aree ideologiche marginali, accantonando (…) i temi di fondo, quelli che richiedono convinzioni forti, addirittura metafisiche (statuto ontologico dell’embrione, dignità della vita anche nello stato di sofferenza, diritto di disporre della vita altrui con la pena capitale, o con l’eutanasia […])” (p. 32).

Ma senza legame con la verità che libera (Gv 8,32), ogni società ed ogni civiltà, tende a trasformarsi in quella città dell’uomo (o del diavolo) che sant’Agostino contrapponeva per diametrum alla Città di Dio. D’altra parte, “se non esiste nessuna verità ultima la quale guida e orienta l’azione politica, allora le idee e le convinzioni possono esser facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia” (Veritatis splendor, 101). E oggi la stessa attualità…

Ma a fronte di questa decadenza e di questo scivolamento nel nulla valoriale, gli autori del libro (Massimo Roncoroni, Claudio Vasale, Paul Johnson, Ignacio Acéchaga, Maria Elósegui, Salvador Bernal, Franco Damaso Marengo e Peppino Zoia), contrappongono, pur con accenti diversi, il monito sempre da meditare di Giovanni Paolo II: “La democrazia non può essere mitizzata fino a farne un surrogato della moralità o un toccasana dell’immoralità. Fondamentalmente essa è un ordinamento e, come tale, uno strumento e non un fine. Il suo carattere morale non è automatico, ma dipende dalla conformità alla legge morale a cui, come ogni altro comportamento umano, deve sottostare (…). Il valore della democrazia sta o cade con i valori che essa incarna e promuove” (Evangelium vitae, n. 70).

Incarnando e promuovendo i valori forti del Vangelo e quelli della legge naturale, certamente stiamo edificando nel silenzio (e nel disprezzo) quella civiltà dell’amore e della giustizia che, come il bene, è aspirazione e anelito universale.

http://www.libertaepersona.org/wordpress/2017/10/giustizia-e-verita-in-democrazia/


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12 luglio 2017

Siamo tutti democratici. E fascisti


di Giuliano Guzzo

Il vero problema della nuova legge sull’apologia di fascismo, da ieri in discussione alla Camera, non è tanto la sua natura antistorica, liberticida e doppiopesista – l’apologia di comunismo va bene? I regimi rossi non hanno ucciso abbastanza? -, quanto il suo essere bugiarda. Perché lascia intendere, arrestandosi a schemi novecenteschi, che le dittature siano solo quelle non democratiche, mentre invece è di tutta evidenza come oggi sia un sistema democratico sempre più claudicante, il maggiore responsabile di nuovi atteggiamenti dittatoriali. Il paradosso, poi, è che sono gli stessi che si dichiarano antifascisti a sostenere derive di questo genere.
O forse avete presente antifascisti oggi schierati contro l’Ordine dei giornalisti – questo sì eredità del Ventennio -, per aver pesantemente condizionato, negli anni, la libertà di opinione sanzionando professionisti, guarda caso, tutti non di sinistra (Vittorio Feltri, Alessandro Sallusti, Filippo Facci, Padre Livio)? E acerrimi nemici del fascismo denunciare la preoccupante e orwelliana concentrazione, sotto la proprietà di un unico gruppo, di testate come La Stampa, Repubblica e Secolo XIX, a parte un coraggioso Luca Sofri – che ha parlato di «livelli di impurità assolutamente inediti, e alla disintegrazione di ogni solidità e indipendenza identitaria delle testate» -, ne avete sentiti?
E, ancora, dov’erano quanti ritengono prioritario un più forte contrasto alla propaganda fascista, quando, nel corso della campagna dell’ultimo referendum costituzionale, pochi mesi fa, una serie impressionante di giornalisti di stampa e televisione in dissenso dalla linea governativa (Bianca Berlinguer, Nicola Porro, Massimo Giannini, Maurizio Belpietro, Massimo Giannini, Alessandro Giuli) subiva avvicendamenti, spostamenti quando non addirittura licenziamenti? Curioso, inoltre, come sia sempre il fronte a parole democratico quello che promuove provvedimenti – pensiamo alla legge contro l’omofobia – che finirebbero per mandare sotto processo chi, anche per errore, dimenticasse di esaltare le nozze gay.

Non è un’esagerazione, dato che è il proponente stesso della legge in questione, Ivan Scalfarotto, Sottosegretario di Stato allo Sviluppo economico del Governo, ad aver definito omofobo sul suo profilo facebook un post del quotidiano Repubblica che lo scorso marzo aveva osato apostrofare come «compagno» – anziché presentarlo solennemente come marito – colui che nel maggio 2015 è convolato a nozze con Xavier Bettel, il premier lussemburghese. E si potrebbe continuare ancora, enumerando casi ed esempi, se non fosse già evidente che, in Italia come nel mondo, l’area politica progressista coltiva preoccupazione verso il ritorno del fascismo che fu, più che per amore per la libertà di pensiero, perché ne teme la concorrenza.

https://giulianoguzzo.com/2017/07/11/fascismi-per-male-e-fascismi-per-bene/

 

06 dicembre 2016

Molti combattenti e un fronte solo, il NO vince


di labaionetta

Ha vinto il NO, e con una percentuale che onestamente non mi aspettavo - avrei scommesso un NO al 52, 53% - ma va bene anche il 60, intendiamoci.

Ha vinto quella parte di popolazione che non vuole un sistema veloce ma uno Stato che sa in che direzione andare, che vuole tenere conto delle minoranze e che non vende i principi su cui è stata costruita la nostra Costituzione, come gli articoli 3, 19 e 21 sulla dignità della persona, la possibilità di esprimere le proprie idee, la propria Fede, gli articoli 29, 30 e 31 sulla famiglia, il 118 sulla sussidiarietà, per qualche punto di spread.

Ha vinto chi ritiene che nella nostra Costituzione sia insita una visione antropologica, religiosa e filosofica che è la più ragionevole.

Ha vinto l'informazione fatta dal popolo e per il popolo, perché non è vero che l'opinione te la formi da solo leggendoti la norma (perché la riforma era illeggibile) ma occorre un continuo confronto e paragone con chi è autorevole nei giudizi. Pensando a quali sono state le voci del SI: giornali, televisioni e politici internazionali; e chi ha dato voce al NO: piccole ma diffusissime manifestazioni, volantini, il mondo cattolico (quello che ci capisce qualcosa sia chiaro) e il mondo di internet tanto criticato e disprezzato ma che si preoccupa di fare informazione; viene da pensare che la voglia di capire e informarsi c'è e che la maggior parte degli italiani vogliono incidere nella società.

Due sono le categorie di persone su cui vorrei focalizzare l’attenzione:
- la prima sono i tanto criticati giovani, quelli che non si interessano e non si informano, è sufficiente guardare questi numeri per capire che non è così.
La parte giovane dell'Italia ha lavorato molto con i vari comitati, uno su tutti gli Studenti per il NO, si è informata e ha preso una decisione.
- la seconda sono i cattolici, che tanto si sono impegnati nel controllare cosa ha fatto Renzi in questi mille giorni di governo.
Alcuni cattolici “alla Renzi” hanno votato SI in preda al “bello di guardare oltre” e al “dialogo”, molti altri, quelli che possono essere rappresentati dalla piazza del FamilyDay hanno votato e fatto campagna per il NO, andando in giro a spiegare cosa veramente era scritto nella Riforma.
Chiaramente la piazza non è solo mondo cattolico ma chiunque sia dotato di ragione, credenti e non credenti, che han condiviso le istanze a cui hanno dato voce chi ha organizzato e riempito gli incontri di piazza, alcuni di questi stanno pensando ai palazzi e altri no… vedremo.
Vi sono stati anche piccoli-grandi protagonisti come DNF, Sentinelle in Piedi, MCL, famiglie per il NO e molti altri, piccole forze che si sono ritrovate a combattere sullo stesso fronte con molti altri.

Rimane il dato che ora tutti vogliono accaparrarsi la fetta più grossa di questo 60%, bisogna capire se questa vittoria così schiacciante darà il coraggio a queste forze politiche di non dare la fiducia ad un governo tecnico che sicuramente verrà proposto, concedendo il tempo di fare la legge di stabilità e la legge elettorale, oppure se faranno i cattivi fino alla fine. Se il NO si fosse fermato al 52% non avrei avuto dubbi… ma l’ipotesi “cattivi fino alla fine” mi sembra richieda troppo coraggio.

Ad adesso c'è una legge di bilancio fatta di una tantum sulle entrate e di aumenti strutturali di spesa che non è stata approvata dall'Europa (forse alla fine verrà approvata proprio per non aggiungere altra instabilità) che va portata a termine e una legge elettorale che, allo stato attuale, è un proporzionale puro per entrambe le camere (pare). I 5 stelle vogliono usare “l'italicum corretto”, qualcun’altro parla di consultellum. Vedremo.

Il fatto è che noi non abbiamo problemi se il governo cade ogni due anni, a patto che questo rappresenti in modo reale la popolazione dello Stato. Non ci interessano mille mila leggi che regolamentino ogni aspetto della vita ma ne vogliamo poche, ben scritte e che lascino la massima libertà di iniziativa al singolo. Queste e molte altre cose erano soffocate e rese con la minima incidenza possibile all'interno della riforma proposta (il Senato come era disegnato e il combinato disposto non avrebbero mai rispecchiato il sentire comune); la riforma è stata fermata, e questa è una cosa buona, ora però bisogna rendere reale tutto ciò.

Intanto abbiamo un bell'annetto di respiro per quanto riguarda la battaglia sulle questioni antropologiche in cui possiamo costruire qualcosa di concreto e poi si vedrà.
 

16 novembre 2016

Un Campari con... Simone Pillon


di Daniele Barale

A pochi giorni dal referendum sulla riforma costituzionale abbiamo intervistato l’avvocato Simone Pillon, ex presidente del Forum delle Associazioni Familiari dell’Umbria e ora Consigliere del Forum Nazionale, vicepresidente del comitato Difendiamo i Nostri Figli.

Per quale motivo è nato il Comitato Famiglie per il no al Referendum Costituzionale? Cosa unisce la battaglia portata avanti dal Family Day al no alla riforma renziana?

La riforma costituzionale è solo un altro tassello di una stagione di riforme che mira a trasformare le basi culturali e antropologiche del nostro paese, completando una transizione democrat dal personalismo all’individualismo. I passaggi sono noti: destabilizzazione del nucleo familiare mediante il divorzio breve, precarizzazione del lavoro e dell’educazione mediante il Job Act e la buona scuola, decostruzione della famiglia mediante la legge sulle unioni civili (tutto diventa famiglia, quindi niente più è famiglia) e ora decostruzione delle istituzioni e dei corpi intermedi (senato non più elettivo) e distruzione delle comunità intermedie (provincie, regioni).

Quali problemi seri pone la Riforma?

La filosofia istituzionale della riforma è riassumibile in cinque parole: NON DISTURBATE IL MANOVRATORE. Con la riforma a regime assisteremo allo spostamento di ogni potere nelle mani di un organo privato, il segretario del partito politico di maggioranza relativa. Nelle mani dell’oligarca di turno sarà concentrato il potere esecutivo, il potere legislativo, buona parte del potere giudiziario, il controllo di esercito e forze dell’ordine e servizi segreti, l’imperio sui mezzi di comunicazione di stato e sulle autonomie locali rimaste, che saranno comunque in tutto dipendenti dall’esecutivo.
Ovviamente questa persona non sarà eletta dai cittadini. Ciò è semplicemente intollerabile.

La riforma porterà il risparmio tanto promesso?

Pochi spiccioli per le provincie, ancor meno per il senato. Si parla di neppure due euro all’anno per ogni italiano. In compenso sarà nettamente avvertibile il tracollo della partecipazione democratica. Di 5 appuntamenti elettorali ne resteranno solo 3, e il premier continuerà a non essere eletto dal popolo…
Le regioni, virtuose o no, saranno sotto il tallone dello Stato centrale e ogni autonomia cesserà nei fatti.

Come giudica il combinato disposto tra L'Italicum, nella sua attuale versione, e la riforma costituzionale?

Italicum e riforma sono legati a doppio filo. Questa legge elettorale è studiata per trasformare la maggioranza in minoranza e viceversa. Se un partito raggiunge il 40% dei suffragi, le persone che NON hanno votato per quel partito sono la maggioranza, e cioè il 60%. Pur tuttavia diventano minoranza in parlamento e questo è un attentato alla democrazia. Peggio ancora se si facessero i calcoli sul ballottaggio. Gli italiani sarebbero costretti a scegliere tra due minoranze, non votate che da pochi, e una di esse, col 20% dei voti, diventerebbe il partito egemone col 55% dei seggi. Mi pare semplicemente da quarto modo.

I supporter del sì scelgono di usare spesso questa tesi: "nel caso vincesse il no, si aprirebbe un periodo di crisi politica difficilmente gestibile dal Parlamento italiano e dal Presidente della Repubblica". Rischio possibile, oppure, ennesimo falso allarme della propaganda a favore del sì?

L’unica vera crisi che si aprirebbe con la vittoria del NO sarebbe nel Pd. Non è difficile immaginare che volente o nolente Renzi avrebbe a quel punto a che fare con una auspicabile implosione della sua impalcatura di potere, oggi sostenuta da verdiniani e alfaniani. Sono convinto che dal crollo di tale sistema di potere il Paese avrebbe solo da guadagnare.

Se vincerà il no, il mondo del Family Day sarà pronto per impegnarsi direttamente in politica? Anche perché, gli avversari sono molti, perfino nel fronte del no. Dunque, non c'è solo il PD a proporre una cultura della morte: M5S e la parte del centro-destra troppo liberale sono l'altro volto del "partito radicale di massa", che ormai pervade trasversalmente movimenti e partiti politici.

La vittoria di Trump in USA ha aperto uno squarcio: sembra che la pseudocultura unica individualista e globalista stia cominciando a mostrare la corda e che il consenso politico tenda a premiare chi si opponga a tale mostruosità. I 5 stelle non hanno la carica valoriale sufficiente ad opporsi a tale sistema. La loro opposizione è solo sul piano economico ma non è sufficiente. Credo ci siano spazi per costruire anche nel nostro Paese un grande soggetto politico capace di interpretare una tendenza nuovamente popolare e personalista, che rispetti le tradizioni locali e che sappia custodire le peculiarità valoriali, economiche, produttive e sociali del nostro Paese. In tal senso non mancherà l’apporto fattivo del mondo che rappresentiamo.

È d'accordo se le dico che oggi più che mai occorre il superamento delle vecchie categorie, tra cui quella di centrodestra, in vista di un movimento/partito, più ampio e popolare, che custodisca, indipendentemente da credi e colori politici, il principio di realtà e la giusta visione antropologica, ben rappresentati dall'espressione "l'uomo e la donna sono fatti per completarsi, e un bambino nasce dal, e ha bisogno solo, del loro amore"?

Le peggiori politiche della peggior destra sono state portate avanti dal governo Renzi, che si autodefinisce democratico. Credo che oggi si debba dividere l’offerta politica non tanto su base ideologica ma valutandone le prospettive antropologiche. In questo senso Conosco bene questo modo di pensare di una certa classe democrat... Quando ero al liceo erano tutti figli di papà che giravano in bicicletta e eskimo ma a casa avevano la mercedes con l'autista e le filippine. Oggi han fatto ancora più soldi e vanno in vacanza a Capalbio dove ovviamente non vogliono vedere uno straniero in giro, salvo fare gli scandalizzati se a Gorino le famiglie si difendono dall'invasione. In Europa costruiscono lobbies scandalose per rieducare le genti ai loro falsi valori marci e corrotti.
No... non rappresentano il popolo. E il popolo se ne sta accorgendo.
Mandano le donne a abortire e le illudono che sia un loro diritto quando il loro diritto sarebbe di poter crescere il loro bambino in pace. Mandano le coppie al divorzio convincendole di averne diritto quando il diritto delle famiglie in crisi sarebbe di trovare chi le aiuti a superare i contrasti e a ritrovare armonia. Illudono le persone più fragili inventandosi la oscena teoria gender e imponendola ai bambini quando così facendo sanno benissimo di distruggere l'identità delle persone. Fingono di accogliere gli stranieri ma stanno solo ingrassando le coop e ipotecando i diritti dei lavoratori. Fanno finta di diminuire i costi della politica ma stanno tentando di costruire meccanismi di potere che prescindano dal libero voto. A parole dicono di voler favorire il lavoro ma nei fatti hanno reso i cinquantenni precari e i ventenni disoccupati. Blaterano di scuola pubblica ma mandano i figli alle private americane. Impongono la sanità pubblica ma vanno a farsi curare nelle cliniche private più costose.
Il tutto in nome del popolo.
Se la prendono con chi ha fatto i soldi lavorando e pretendono di fare soldi senza lavorare... Sapete che c'è? Ho idea che in America il giochino si sia rotto. E ho idea che si stia rompendo anche da noi... Brexit... e tra poco Austria... e Italia.
I democrat... sono i nuovi padroni. I peggiori di sempre.


 

08 novembre 2016

Il potere cambia volto. E Trump non potrebbe vincere (anche se vincesse)


di Alessandro Rico

Il sabato prima delle elezioni americane, il Corriere della Sera ha presentato una “equilibrata” panoramica della situazione. Un articolo paventava che Trump potesse mandare in giro squadroni di sostenitori armati di cani e fucili per spaventare gli elettori. Un altro proponeva un confronto tra il programma del magnate newyorchese e quello della Clinton: se vincerà Trump, borse a picco, presidenza bloccata dal Congresso, guerra mondiale alle porte; se vincerà Hillary, economia col vento in poppa, giustizia sociale come in Paradiso, escalation militare in Medio Oriente spacciata per una provvidenziale rottura con le indecisioni di Obama. Non che qualcuno oltreoceano legga il Corriere. Ma dato che l’élite che regge le sorti dell’Occidente ha ormai un carattere transnazionale, la sostanza cambia davvero poco se da via Solferino ci si trasferisce al Washington Post, al New York Times o alla CNN. E questo spiega perché Trump non potrebbe vincere, anche se vincesse.
Il problema non è se Trump piaccia o meno all’America. Il problema è che lui non piace a una cordata composta da guru dell’alta finanza, banche d’affari e altre concentrazioni di capitale che stipendiano esponenti politici e la maggior parte dell’editoria. Quanto ci metterebbe George Soros, che a queste strategie è avvezzo (impossibile dimenticare l’attacco speculativo a lira e sterlina, all’inizio degli anni Novanta), a scatenare una tempesta finanziaria, se martedì notte il mondo scoprisse che il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti dovrebbe diventare Donald Trump? La Gran Bretagna, ad esempio, ha già serrato i ranghi. Il bello della cultura liberale di quel Paese è che una sola attivista pro-UE può averla vinta sulla maggioranza del corpo elettorale e costringere la Brexit ad attraversare un altro, rischioso passaggio (visto che la maggioranza dei parlamentari, sulla carta, era favorevole al remain). Nella culla del garantismo e delle libertà costituzionali, si può forse narrare la storia romantica di un sistema di potere che bilancia le manifestazioni della volontà popolare con il principio della sovranità del Parlamento. Ma gli Stati Uniti dovevano essere una nazione senza aristocrazia, nella quale i contrappesi alla tirannia della maggioranza, temuta già da Tocqueville, andavano ricercati nella Costituzione (l’interpretazione della quale fu presto avocata dalla Corte Suprema), nel Senato (eletto su base territoriale), nel meccanismo indiretto di nomina del Presidente e nella possibilità di veti incrociati tra costui e il Parlamento. 
La realtà, però, è che a governare sono i soldi. Un tempo i Fugger tenevano in pugno Carlo V, sovvenzionandone il dominio imperiale. Oggi c’è Wall Street – non tutta Wall Street, solo un ristretto circolo di personaggi che conoscono l’indirizzo e-mail di John Podesta, il responsabile della campagna elettorale della Clinton. Un circolo (vizioso) nel quale danzano i politici attraverso fondazioni private finanziate da capitani della Borsa, quando non da potenze straniere che con una mano danno a Hillary e con l’altra all’ISIS (almeno è questo che sostiene Julian Assange).
Machiavelli insegnava che una delle caratteristiche del potere sono gli arcana. E mai come oggi il potere è arcano, nascosto, ineffabile, eppure pervasivo, perché globalizzato. Mai come oggi la dimensione propria della politica, cioè il conflitto tra ideologie e visioni del mondo, appare “neutralizzata”, come denunciava già Carl Schmitt, dall’egemonia di una tecnocrazia planetaria che sente sempre meno il bisogno di occultarsi dietro i riti della democrazia parlamentare. Di quest’ultima, non resta che l’illusione di poter scegliere tra i candidati (preselezionati dalle élite stesse), mentre i paladini “anti-establishment” sono destinati o a diventare essi stessi “classe politica”, come sosteneva Gaetano Mosca, oppure a essere fagocitati dall’ordine costituito. E con l’aiuto dei grandi gruppi editoriali compiacenti, dei loro corsivi e delle loro macchine del fango, l’élite transnazionale trova sempre parvenze di giustificazione alle proprie scelte, dinanzi a un’opinione pubblica istupidita dai pettegolezzi e ridotta a un ectoplasma. Che ci piaccia o no, sotto la spinta di questa globalizzazione dei nuovi centri di potere, la vecchia tecnologia politica occidentale, la democrazia liberale, ha cambiato volto. Per questo Trump non potrebbe vincere, anche se vincesse.

 

14 settembre 2016

La presenza pubblica dei cattolici è “bene comune”


di Daniele Barale

“Il credente è minus habens perché incapace di interiorizzare autonomamente la scelta pro-democrazia e in grado di riconoscerla solo affidandosi all'autorità religiosa di riferimento... La democrazia è atea imprescindibilmente”. Sembrano le parole dell'imperatore Giuliano ma non è così. Sono state dette, anzi scritte, nell'ottobre del 2013, non nel 362 d.C., dal leader italiano del radical-chiccismo, nonché direttore di MicroMega, Paolo Flores d'Arcais. Fanno parte del saggio che scrisse per la collana Idolà della casa editrice Laterza, “La democrazia ha bisogno di Dio. Falso!”
L'autore così ha voluto sbattere la porta dell'impegno pubblico in faccia ai tanti per i quali, da Tocqueville in poi, la democrazia non sta in piedi senza Dio. I credenti secondo lui vanno isolati.

In questo decennio, specialmente, non è l'unico a pensare in questo modo, però, è colui che meglio di tutti gli altri rappresenta bene il fronte degli atei militanti e ideologici. Non a caso, sotto il suo stendardo marciano personaggi come Piergiorgio Odifreddi (ex seminarista), sempre pronto a dare del cretino ai cattolici, a incolparli di essere la causa dei mali della società. Sulla scia di Voltaire, tollerante per finta, anche perché verso gli ebrei era poco carino e sul commercio degli schiavi africani aveva costruito le sue grandi fortune. Forse un avo di Obama potrebbe essere stato venduto per arricchire il maitre à penser del suo mondo liberal. Troviamo pure Cecchi Paone e Luxuria, che incapaci di levarsi i paraocchi di un'ideologia radicale soffocante, accusano i cattolici di “oscurantismo” quando dicono una delle verità più universali e più certe (valida per credenti e non): i bambini nascono da  una mamma e un papà, che amandosi si completano e aprono alla vita.

Riassumendo, i credenti, soprattutto i cattolici sarebbero dei deficienti, un problema per la democrazia, oscurantisti... Ma è proprio così? Niente di più falso.

Il mondo, soprattutto la parte europea, ha scoperto grazie al cristianesimo l’armonia e la collaborazione tra ragione e fede. Ed anche la considerazione delle opinioni altrui: come insegna San Tommaso, ricordato di recente dal domenicano p. Carbone in un'intervista per la NBQ, il cristiano deve dar prova di conoscere e prendere sul serio le tesi degli altri. Non le liquida mai scrivendo “è un’idiozia” (ndr cosa che amano fare Odifreddi e d'Arcais quando vogliono imbavagliare chi trovano antipatico: comportamnto da bimbi, poco scientifico). Ma le studia, cerca in esse qualche elemento di verità e anche se sono opinioni erronee dimostra razionalmente dov’è l’errore. Questo perché è convinto che «Omne verum a quocumque dicatur a Spiritu Sancto est» cioè «Ogni verità, da chiunque sia stata detta, proviene dallo Spirito Santo; ed è anche convinto che se amo il bene della persona che mi sta accanto, dovrò impegnarmi a cercare con lei il vero e a fuggire il falso. Questa resta sempre un’opera di misericordia intellettuale.

Lungi da ciò si generano i mostri come la secolarizzazione della religione, la disumanizzazione della politica, dell'economia, dell'intera società, fino alla rivoluzione biopolitica, di cui il gender, prassi violenta, è uno degli aspetti; e si aggiungono ad essa l'eutanasia, l'aborto, il controllo delle nascite: biobusiness, grazie al quale la potentissima Planned Parenthood fa grossi affari, sì, vendendo organi di bimbi abortiti. Mostri che trovano sostegno nel M5S e nel PD, i due volti della stessa medaglia, il 'Partito radicale di massa'. Per ricordare del Noce. Appunto, oggi “La questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica” (Benedetto XVI Caritas in veritate, 75).

La lettura delnociana, unita a quella di Benedetto XVI e di altri autorevoli maestri, quali il già citato San Tommaso d'Aquino, San Tommaso Moro, l'Abate di Solesmes Prosper Guéranger, Chesterton, Leone XIII, padre McNabb, Hilaire Belloc, don Luigi Sturzo, Gustave Thibon, Giovannino Guareschi, don Baget Bozzo, Cornelio Fabro, Augusto del Noce, don Luigi Giussani, Card. Giacomo Biffi, Mons. Antonio Livi, Fabrice Hadjadj, Vittorio Possenti, permette di scoprire la bellezza e la ragionevolezza dell'impegno politico per il bene comune, di credenti e non. Una delle forme più alte della Carità (Populorum Progressio).

Perciò, nel seguire le loro strade, si scopre che il cristianesimo è un fatto, un incontro; l'Incarnazione. Rende felici non solo nell'altra vita ma anche in questa, con il centuplo quaggiù. Perfino Montesquieu lo riconosce in un denso capitolo del suo Esprit des Lois (24.3). Il cristianesimo abbraccia tutto, proprio perché il Cristo non ebbe ritegno alcuno nell'assumere natura umana: l'uomo e quanto lo riguarda (sia come individuo che come membro di una comunità, familiare, politica o ecclesiale) è come posto sotto l'amorevole cura di Dio, perché nulla che in esso si possa dare di buono corra il rischio di andare perduto. In questo modo, perfino il male può avere un senso e può essere compreso con intelligenza, fronteggiato con coraggio e al limite superato vittoriosamente.

E' per questo che, posto a confronto con le esigenze della politica, il fatto cristiano è in grado di mostrare tutta la sua fecondità, perché è vita! Il modo in cui insegna San Tommaso, il cristiano è e deve essere un realista, perché è stato salvato a ben caro prezzo e perché il solo sminuire tale prezzo, sia pure in minima parte, sarebbe una colpa imperdonabile. Questa consapevolezza non mi ha mai fatto cedere a nessuna forma di pessimismo e di scelta religiosa: sarei diventato cieco, incapace di percepire la quantità di bene di cui è intessuta la vita del mondo e avrei corso il rischio di cedere all'accidia, a quella tentazione di inerzia che non è solo psicologica, ma ontologica, perché equivale a non riconoscere nella creazione l'impronta divina che la contraddistingue.

“La prima politica è vivere”, giacché la vita di ciascuno è come l'impegno pubblico: è fatto di scelte che richiedono il miglior bene, privato e comune. Dunque, il realismo cristiano è necessario al bene di una comunità. Altrimenti, non avremo avuto la famosa lettera “Spesse Volte” che Leone XIII scrisse il 5 agosto 1898, quando uno stato liberale accentrato sopprimeva la società civile e arrestava chi scendeva in piazza per chiedere solo il pane. Che tanto fece per liberare la società civile dai soprusi di una classe dirigente laicista e massonica. Assieme alla "Rerum Novarum", fu capace di influenzare l'opera di Sturzo e di quei cattolici che a Camaldoli gettarono le basi per la ripresa dell'Italia, dopo il disastro della II Guerra Mondiale, e che ispirarono, con De Gasperi, l'idea di sussidiarietà all'Europa.

Quindi, la bellezza la bontà e la verità sono la forza della Tradizione bimillenaria della Chiesa. Che Ella mette a disposizione di tutti, indipendentemente dal credo di ciascuno.

I cattolici, soprattutto quelli tentati dalla scelta religiosa o da complessi di inferiorità per colpe inesistenti, devono ridestarsi con fierezza e farsi guidare da quella certezza. Una certezza che abbraccia la verità immutabile sull'uomo e sul mondo: è l'unica in grado di fondare su di una onesta conoscenza della realtà quella laicità che consente ai cristiani di essere operosi nel mondo, non per massimizzare i propri interessi confessionali, ma per realizzare il bene di tutti.

http://labaionetta.blogspot.it/

 

31 maggio 2016

L'unico antidoto allo Stato Servile è il Distributismo!


di Matteo Mazzariol

Come si possono definire delle persone in età lavorativa che rinunciamo alla propria libertà, mettendosi al servizio di qualcun altro, in cambio di un sostentamento? In un solo modo: servi. Come si può definire uno Stato in cui 4 persone su 5 si trovano nella condizione di dover fare questa scelta? In un solo modo: Stato servile.

Ebbene questa è la situazione in cui viviamo, questa è la situazione che è stata fotografata dai dati Eurostat del 2013!
In Italia la percentuale dei lavoratori autonomi è del 22,3% della forza lavoro, contro il solo 14,4% della media europea. Tutti gli altri lavoratori, a vario titolo, sono dipendenti, dipendono cioè da qualcun altro.
Possiamo quindi in un certo senso consolarci: noi italiani siamo meno servi della media degli europei.
Un’esagerazione? Assolutamente no! Chiediamoci infatti quale sfera di autonomia lavorativa abbia il dipendente medio, quale possibilità abbia sul luogo di lavoro di fare valere liberamente – dico liberamente e non condizionatamente – la propria iniziativa, il proprio punto di vista; quale possibilità abbia di decidere il modo in cui intende condurre la propria occupazione o la qualità e la quantità dei beni o dei servizi che produce, il tempo da dedicare al lavoro e quello alla famiglia ed agli amici.
La parola stessa – dipendente – dovrebbe già farci intuire tutto, la realtà che ci cela dietro l’apparenza. Si tratta di cedere la nostra libertà in cambio di un sostentamento sicuro, o quasi, la stessa cosa che hanno fatto i servi della società greco-romana per più di un millennio.
Lo Stato Servile quindi non è un mero dato storico, eco lontano di un passato di barbarie civili, lo Stato Servile è il nostro mondo quotidiano. Solo che viene chiamato con altre parole, più dolci e suadenti, più accattivanti e seducenti.
Uno dei termini più di moda, ed al contempo più paradossale, è quello di Stato democratico.
Con la dizione di Stato democratico si vorrebbe far intendere alla gente che il sistema attuale è da un punto di vista della morale sociale il migliore che ci sia ed è quello che consente al popolo di godere del massimo possibile di potere reale. Ci dovrebbero però spiegare dove mai si sia visto uno Stato in cui il popolo abbia il massimo potere possibile e contemporaneamente sia costituito per il 80% - appunto 4 persone su 5 – da servi.

Un altro termine sostitutivo di Stato Servile è quello di Stato Capitalista. Ci viene detto che viviamo in un sistema capitalista e che il sistema capitalista è quello che tutela al massimo la libertà individuale. Oggi però abbiamo l’80% di servi. Come la mettiamo? E’ molto probabile che il sistema capitalista abbia quindi fallito nel tener fede a questa sua promessa e che si sia invece rivelato per quello che è : un sistema basato sulla separazione tra capitale e lavoro, separazione che porta inevitabilmente alla concentrazione del capitale nelle mani di pochi ed alla creazione di una massa di servi.

Un altro eufemismo per indicare lo Stato Servile è quello di Welfare State. Il Welfare State – propugnato da Keynes, realizzato in Inghilterra negli anni ’60-70, prima dell’avvento di Margaret Thatcher e imitato poi, a qualche anno di distanza, dalla sinistra italiana – è uno Stato in cui le famiglie e le comunità locali vengono sostituite, nello svolgimento di un numero sostanziale di funzioni essenziali – tra cui educazione, sanità, previdenza – dall’apparato burocratico centrale dello Stato, da cui poi “dipendono”, sottomettendo la propria libertà in cambio di un sostentamento e venendo così irrimediabilmente relegate alla condizione di servi.

Negli ultimi 70 anni, dal punto di vista delle grandi visioni in grado di guidare un progetto di società, la scelta che è stata offerta ai cittadini è stata quella di abbracciare teorie che li portavano da una parte ad essere servi del capitale – appunto il capitalismo – dall’altra ad essere servi dello Stato - il social-comunismo, nelle sue diverse varianti.
Interessante notare come questi due approcci teorici possano quindi essere considerati come due facce di una stessa medaglia – la concentrazione del potere e della proprietà nelle mani di pochi -, due forme diverse di un unico sistema: lo Stato Servile.
Quest’ipotesi è continuamente rafforzata dalla cronaca politica attuale, che vede un sempre maggior affiancamento tra le forze della finanza e quelle del mondo di sinistra, pur ammesso che abbia ancora senso parlare di sinistra, destra, centro.

Che fare dunque?
Primo: prendere coscienza della realtà.
Secondo: invertire marcia, abbondonare lo Stato Servile e puntare ad una società di uomini liberi, in cui la proprietà ed il potere reale siano diffusi al massimo grado secondo un principio di equità, in cui le famiglie e le comunità, attraverso stretti vincoli associativi solidari presenti sul territorio, siano messe nelle condizioni di sostentarsi il più possibile da sole, all’interno di una forma statuaria centrale "leggera" che però garantisca con forza la solidarietà verso i più deboli ed il rispetto del bene comune.
Utopia? No, sano realismo basato sulla ragionevolezza e sul senso comune.
Sono questi infatti i due punti cardine su cui si basa il Distributismo, un pensiero dalle antiche radici proiettato nel futuro, pensiero che il Movimento Distributista Italiano intende diffondere e far conoscere a tutte le persone di buona volontà ed animate da una sincera passione per il bene comune.
Abbiamo bisogno di una visione di ampio respiro che ci guidi e ci porti fuori dalle paludi del capitalismo e del social-comunismo, una visione che ci porti fuori dallo Stato Servile, verso una società più in grado di rispondere alle sacrosante esigenze di equità, giustizia sociale, stabilità e prosperità economica presenti nel cuore umano: in sintesi, abbiamo bisogno del distributismo!
 

20 aprile 2016

Socialisti in Vaticano. Perché la Chiesa non ricorda la lezione di San Giovanni Paolo II (e di Leone XIII)


di Alfredo Incollingo

In occasione del venticinquesimo anniversario dell'enciclica “Centesimus annus” (1991) di San Giovanni Paolo II la Pontificia Accademia delle Scienza Sociali non poteva non commettere una “gaffe” peggiore. Come disonorare la memoria di un Papa, che ha mostrato al mondo cosa fu veramente il comunismo, se non invitando i leader maggiori del socialismo internazionale?
Una parte del mondo cattolico purtroppo vede nel socialismo democratico non solo una somiglianza con la “Dottrina sociale della Chiesa”, ma anche un formidabile alleato nella giusta lotta alla povertà e ai soprusi sociali. Probabilmente si spera nella “buona fede” di una versione ideologica più moderata. In ciò la Chiesa Cattolica ha mostrato un pragmatismo e un realismo maggiore di qualsiasi ideologia di sinistra. San Tommaso d'Aquino riassumeva in “Ordo, Pax, Iustitia” (ordine, pace, giustizia) le peculiarità della migliore forma di governo in grado di assicurare il benessere e l'equità.
La lezione sociale cattolica tuttavia non è stata capita a fondo, soprattutto dagli stessi cattolici. Come non ricordate per esempio la stagione dei “cattocomunisti”? Aberrazioni ideologiche di questo tipo hanno purtroppo fiaccato la credibilità e l'azione della Chiesa Cattolica nel mondo.
La “Centesimus annus” ripercorre il cammino della dottrina sociale cattolica a partire dall'enciclica “Rerum Novarum” (1891) di Leone XIII. In questi cento anni la Chiesa Cattolica si è confrontata con il “mondo moderno” sul tema del lavoro e delle ingiustizie sociali. Lo ha sempre e comunque fatto criticamente nei confronti dei regimi socialisti e delle democrazie occidentali: “ordo, pax, iustitia" sono le direttrici per elaborare un sistema sociale ed economico equo. Il Vangelo prima di tutto!
Invitando il socialista statunitense Bernie Sanders e il leader ecuadoregno Correa la Pontificia Accademia ha ribaltato queste prassi.
“Tutte queste ragioni danno diritto a concludere che la comunanza dei beni proposta dal socialismo va del tutto rigettata, perché nuoce a quei medesimi a cui si deve recar soccorso, offende i diritti naturali di ciascuno, altera gli uffici dello Stato e turba la pace comune. Resti fermo adunque, che nell’opera di migliorare le sorti delle classi operaie, deve porsi come fondamento inconcusso il diritto di proprietà privata” (Rerum Novarum)
Leone XIII nella Rerum Novarum dichiarava la necessità di una giusta ripartizione delle ricchezze che avrebbe assicurato dignità all'operaio e ai ceti superiori. La giustizia sociale, mantenuta dal sistema corporativo, avrebbe garantito l'ordine e la pace sociale. Si sarebbe posto fine all'odio, animato dal movimento socialista, e all'ingiustizia, provocata dal capitalismo.
“I socialisti, attizzando nei poveri l'odio ai ricchi, pretendono si debba abolire la proprietà, e far di tutti i particolari patrimoni un patrimonio comune, da amministrarsi per mezzo del municipio e dello stato. […] Ma questa via, non che risolvere le contese, non fa che danneggiare gli stessi operai, ed è inoltre ingiusta per molti motivi, giacché manomette i diritti dei legittimi proprietari, altera le competenze degli uffici dello Stato, e scompiglia tutto l'ordine sociale” (Rerum Novarum)
Nella sua enciclica San Giovanni Paolo II attualizzava l'insegnamento di Leone XIII. Di fronte al collasso del sistema sovietico il Santo Padre si interrogava sul futuro, sugli effetti che il capitalismo nichilista occidentale avrebbe apportato in Europa e nei Paesi dell'ex Blocco Sovietico. E' soprattutto sul sistema capitalistico contemporaneo che si concentravano i principali interrogativi del Papa. Non discusse solo della giusta ripartizione delle ricchezze, ma individuò la comune origine antropologica del capitalismo e del comunismo: una radice anticristiana e di per sé disumana.
“L’errore fondamentale del socialismo è di carattere antropologico. Esso, infatti, considera il singolo uomo come un semplice elemento ed una molecola dell’organismo sociale, di modo che il bene dell’individuo viene del tutto subordinato al funzionamento del meccanismo economico-sociale, mentre ritiene, d’altro canto, che quel medesimo bene possa essere realizzato prescindendo dalla sua autonoma scelta, dalla sua unica ed esclusiva assunzione di responsabilità davanti al bene o al male”
Queste semplici parole dovrebbero bastare per ricordare ai cattolici gli errori del passato e quelle ideologie che hanno portano povertà e morte.
La Pontificia Accademia delle Scienze Sociali ha commesso un grande errore, che va a inficiare l'azione salvifica di Karol Wojtila.
 

06 marzo 2015

Giù le mani dalle Popolari



di Alessio Calò

In tempi di grandi cambiamenti, nemmeno istituzioni secolari come le banche popolari e cooperative riescono a resistere agli assalti riformatori. Il consiglio dei ministri del 20 gennaio ha approvato infatti il decreto legge che prevede, entro i prossimi 18 mesi, la trasformazione in società per azioni delle banche popolari di grandi dimensioni (oltre gli 8 miliardi di attivo); nelle scorse settimane il Governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco ed il capo della Vigilanza Carmelo Barbagallo in due diversi interventi hanno sollecitato le Banche di Credito Cooperativo a migliorare il proprio assetto organizzativo, mediante l'adozione di modelli europei che consentano di ottenere una maggiore solidità ed efficienza; martedì 17 febbraio il Direttore della medesima istituzione, Salvatore Rossi, ha illustrato il succitato decreto alla Camera dei Deputati, elogiando la bontà dell'iniziativa. Due economisti in un editoriale sul Corriere della Sera hanno addirittura suggerito al premier di avvalersi del voto di fiducia per far passare il decreto.
Ieri si è votato in commissione, e pare che il governo voglia andare avanti per la sua strada.

Vedremo invece come questa spinta al cambiamento possa rappresentare un serio problema per il sistema economico italiano, al di là dei facili entusiasmi.

In Italia esistono due tipologie giuridiche di banca, che sottendono due diverse concezioni dell'economia: le società per azioni e le cooperative. Le società per azioni – spa – sono società a scopo di lucro (puntano cioè ad aumentare il valore delle azioni e degli utili distribuiti, piuttosto che il credito all'economia), mentre le cooperative hanno uno scopo mutualistico (erogare credito ai soci, sostenere il territorio, creare occupazione); un'altra differenza riguarda il coinvolgimento nella vita dell'azienda: nelle cooperative i soci contano per testa e non per numero di azioni, ed esistono dei particolari requisiti per diventare socio (per esempio il beneplacito dei soci già esistenti), data l'importanza dell'elemento personale all'interno del mondo cooperativo; un'altra questione riguarda l'utile prodotto, che nelle cooperative deve essere parzialmente destinato a riserva oppure ad attività sociali, e solo marginalmente distribuibile ai soci, mentre nelle spa può essere facilmente monetizzabile dagli azionisti, che possono in qualunque momento vendere le azioni.

Per quanto riguarda i numeri, la cooperazione rappresenta il 40 per cento del credito italiano, e fra il 2010 e il 2013 essa ha erogato 6,3 miliardi di euro in più rispetto al triennio precedente, a fronte di una contrazione del resto del sistema bancario pari a 52 miliardi: detto in altri termini, il supporto che è mancato da parte delle banche a scopo di lucro è stato parzialmente offerto dalle cooperative, pagando questa scelta con l'aumento delle perdite su crediti, che hanno colpito il loro patrimonio.

Ora, toccando la riforma sia interessi politici di un certo peso che la libertà d'impresa, costituzionalmente tutelata, presentiamo qualche critica nel metodo e nel merito, visto anche il preoccupante tacito assenso della stragrande maggioranza dei media e dell'accademia italiani (ringraziando invece i contributi dei professori Leonardo Becchetti, Stefano Zamagni e Giulio Sapelli, fra gli altri).

Per quanto riguarda il metodo, sorprende che il segretario di un partito che si definisce democratico decida di avvalersi dello strumento del decreto legge per una riforma così delicata, senza consultare prima le associazioni di categoria né la Banca d'Italia (intervenuta solo ex post); pare piuttosto che il presidente del consiglio sia più ricettivo alle indicazioni delle istituzioni europee (Commissione e Banca Centrale) e internazionali (come il Fondo Monetario Internazionale). Sicuramente vi è stato un problema di incapacità di riforma da parte delle associazioni bancarie (sono venti anni che si parla di riforma delle Popolari e degli aggiustamenti sono necessari), ma questo non può permettere l'esclusione dei corpi intermedi dalla partecipazione e dal coinvolgimento democratico (così come è già successo ai sindacati in occasione del Jobs Act), a scapito della sussidiarietà e del pluralismo economico. Inoltre, il decreto andrebbe ad alterare il meccanismo selettivo del mercato (che premia chi riesce a sopravvivere al gioco della concorrenza) e a calpestare la libertà di auto-organizzazione dei corpi sociali, con una spinta uniformista che metterebbe in pericolo tutto ciò che non si allinea al diktat europeo, cancellando culture e istituzioni secolari con un tratto di penna.

Passiamo ora alle critiche sul merito del provvedimento. L'obiettivo che il governo intende perseguire attraverso questo decreto è quello di “garantire che la liquidità disponibile si trasformi in credito a famiglie e imprese e favorire la disponibilità di servizi migliori e prezzi più contenuti”, anche se è chiaro che questo sia un obiettivo secondario rispetto a quello della solidità patrimoniale degli intermediari finanziari.
Per quanto riguarda l'obiettivo dell'esecutivo, possiamo affermare con certezza l'inesistenza di evidenze empiriche che dimostrano che l'assetto cooperativo delle popolari freni o renda più costoso il credito. Anzi, l'aumento della concentrazione del mercato del credito, che aumenta il rischio sistemico (ovvero che le crisi delle banche “too big to fail” diventino degli tsunami per il sistema economico) e diminuisce la concorrenza nell'erogazione dei servizi, non avrebbe affatto delle ricadute positive sull'economia italiana, caratterizzata dalla presenza di piccole e medie imprese che necessitano di interlocutori a loro vicini. Tra l'altro, i risultati dell'AQR, le recenti “ispezioni europee”, i cui risultati sono stati diffusi a inizio novembre, non hanno mostrato grandi differenze tra le banche italiane. E anche le recenti notizie di cronaca pare che non stiano facendo sconti a nessuno.

Tornando all'obiettivo della solidità patrimoniale, il provvedimento permetterebbe alle istituzioni estere di acquisire le azioni delle neo-trasformate banche (scenario gradito agli operatori di borsa, visto l'aumento dei titoli azionari e le recenti uscite delle agenzie di rating) e quindi ripatrimonializzarle, con l'effetto collaterale di scardinare i blocchi di potere e far ripartire il credito all'economia. Qui però ci possiamo chiedere se effettivamente la trasformazione in società per azioni sia l'unico modo per risolvere questi problemi: non è infatti vero che l'ingresso di nuovi soci tutelerà dalla comparsa di nuovi blocchi di potere (sono dinamiche che riguardano anche banche non cooperative), né che le future banche, una volta controllate da istituzioni estere, manterranno e investiranno i capitali in Italia (li utilizzeranno piuttosto con la logica della massimizzazione del profitto), né che il credito ripartirà, perché bisogna creare le condizioni di sistema affinché le imprese italiane ritornino ad investire. Per quanto riguarda la difficoltà intrinseca di aumentare il patrimonio delle banche cooperative, è vero che la natura comunitaria e la forma giuridica non permette molto facilmente la ricapitalizzazione delle banche, ma non è impossibile, visto che tutte le maggiori banche popolari hanno raccolto i capitali necessari nel corso dell'ultimo anno e mezzo (a differenza di altre banche che, non trovando nessuno disposto a prendersele, sono state sostanzialmente nazionalizzate). Infine, la questione non è nemmeno quella della grandezza delle popolari e della conseguente incapacità a sostenere il territorio, visto che, come ricordato sopra, è stato l'intervento delle cooperative che ha sostenuto l'economia nel momento in cui le banche efficienti tiravano i remi in barca, ed è proprio questo sostegno al territorio che ha colpito il patrimonio delle banche cooperative.

Sono anni che le succitate istituzioni internazionali (e i loro burattini) ci spolpano, attaccando le nostre forme di democrazia economica, imponendoci una fallimentare moneta comune, costringendoci a riforme economiche a perdere. Sarebbe ora di svegliarsi.
 

21 giugno 2014

Putin è uno di noi?

a cura di Paolo Maria Filipazzi

Pubblichiamo qui di seguito la traduzione in italiano dell’articolo “Putin is one of us?” scritta dal politico ed opinionista americano Patrick “Pat” Buchanan ed apparso sul suo sito il 3 dicembre 2013. Buchanan, cattolico, consigliere dell’Amministrazione Reagan, è l’esponente più famoso del paleo-conservatorismo, corrente della Destra americana che si distingue apertamente, tra, gli altri, dal più famoso neo-conservatorismo, per il fatto di criticarne lo sciovinismo. A partire da questo articolo ha iniziato una seria riflessione che lo ha portato a schierarsi con sempre maggior decisione dalla parte di Putin. Lo pubblichiamo come invito alla riflessione per quegli orfani di Giorgione Dàbliu (sempre nei nostri cuori) che si attardano su posizioni filo-atlantiste senza accorgersi che quella che stiamo vivendo è una vera e propria ora X.
 

22 maggio 2014

Aborto legale, un fallimento lungo 36 anni

di Giuliano Guzzo
Vi sono ancora, ad oltre tre decenni dall’entrata in vigore della Legge 194/’78, valide ragioni a suffragio dell’aborto legale? Apparentemente sì. Anzi, sembrano esservene talmente tante che non esisterebbe neppure un valido argomento per opporvisi, pena accuse che spaziano dalla violazione dei diritti della donna a spietate nostalgie medievali. Tuttavia, se analizzate attentamente ed al di là della retorica si scopre come, in realtà, le tesi giustificative della depenalizzazione della pratica abortiva risultino sorprendentemente fragili quando non del tutto infondate anche se, a prima vista – occorre riconoscerlo – ben confezionate e convincenti. Passiamo allora in rassegna, al fine di poterne valutare l’effettiva consistenza, i cinque più diffusi argomenti a favore dell’aborto legale, che sono quelli dell’aborto clandestino, della salute della donna, del caso di stupro, dell’esercizio di libertà della donna e della maggioranza degli ordinamenti giuridici.
1.Per contrastare l’aborto clandestino
E’ un argomento condiviso da quasi tutti, persino da molti cattolici, ma doppiamente fallace, sotto il profilo logico e pratico. La prima criticità concerne la logica secondo cui, se esistente e ritenuto non eliminabile del tutto, un fenomeno deve essere legalizzato. Applicando lo stesso ragionamento, si dovrebbe ritenere corretto legalizzare realtà esistenti e non eliminabili del tutto quale il furto, l’evasione fiscale, lo spaccio ed altro ancora: il che sarebbe assurdo. Perché dunque quello che non vale per furto, evasione ed altro dovrebbe valere per l’aborto? Tanto più che – e veniamo al lato pratico –l’aborto clandestino, dopo decenni di legalizzazione, rimane, eccome: le stesse, prudentissime (e non aggiornate) stime ministeriali alludono ad almeno di 15.000 casi l’anno. Un po’ troppi, converrete, per brindare all’eliminazione degli aborti clandestini, a meno che non ci si rifiuti di guardare in faccia la realtà.
2. Per la tutela della salute della donna
Tesi diffusissima, ma clamorosamente falsa: l’aborto volontario non agevola, ma mina la salute materna. Non a caso la ricerca più autorevole ha rilevato come la perdita volontaria di un figlio sia associata – per fare una rapidissima panoramica – ad una più alta incidenza di tumori al seno (Indian J of Cancer2013), di isterectomia post-partum (Acta Obstet Gynecol Scand 2011), placenta previa (Int J Gynaecol Obstet 2003), aborti spontanei (Acta Obstet Gynecol Scand 2009), depressione, abuso di sostanze (Psychiatry Clin Neurosc.2013) nonché mortalità materna (J of American Physicians and Surgeons 2013). Lo stesso divieto di aborto non comporta maggiore mortalità materna (PLoS ONE2012): in Irlanda, con detto divieto, si è registrata una bassissima di mortalità materna, addirittura la più bassa al mondo nel 2005 e la terza più bassa nel 2008. L’incubo delle mammane, dati alla mano, è dunque più incubo che realtà.
3. Per non costringere donne stuprate a partorire
E’ il classico “caso limite” col quale l’abortismo ammutolisce quanti osano discuterne i presupposti. Trattasi però, ancora una volta, di argomento debole. Per ragioni etiche e statistiche. Partendo dalle prime, se la soppressione deliberata di un essere umano è ritenuta intrinsecamente ingiusta e malvagia,giammai si può derogare a questo principio senza comprometterlo; se, cioè, si ritiene l’aborto giustificabile “a certe condizioni”, si finisce inevitabilmente – per via della slippery slope o teoria della china scivolosa – per giustificarlo a “tutte le condizioni”. In seconda battuta, la debolezza di questo argomento emerge dai numeri: la percentuale delle donne che abortiscono a causa di uno stupro è infinitesimale – l’1% -,come appurato anche dalGuttmacher Institute, punta di diamante della lobby abortista americana (Perspect on Sexual and Reprod H.; 2005). Questo significa che chi evoca l’ipotesi dello stupro per giustificare l’aborto legale non fa altro che evitare di confrontarsi col cuore del problema, che è l’intangibilità della vita umana.
4. Per tutelare la libertà della donna
La libertà è un inviolabile: vero. Il punto è che la donna incinta non ha in grembo un ammasso di cellule, un fungo o un cucciolo di specie aliena bensì un essere umano. Il figlio concepito e non ancora nato è infatti persona a tutti gli effetti: ha un Dna unico ed irripetibile, già alla 6° settimana di gravidanza assistiamo alla formazione degli organi (polmoni, fegato, pancreas, tiroide, cuore che pulsa fino a 150 battiti al minuto, cervello distinto in tre differenti regioni) e, prima di nascere, sperimenta il dolore (Semin Perinatol.2007), risponde a stimolazioni esterne (Arch Dis Child.1994), intrattiene una vita relazionale (Neuroendocr. Lett.2001) memorizza fra le altre proprio la voce di sua madre (Acta Paediatr.2013). Circoscrivere l’aborto alla libertà individuale, dunque, è del tutto sbagliato. E comunque resta un dubbio: sicuri che una donna compiutamente informata dell’umanità del feto, degli effetti sulla propria salute dell’aborto e, soprattutto, messa dinnanzi a sostegni (non solo materiali) ed alternative (parto in anonimato), abortirebbe?
5. Perché tantissimi Stati lo prevedono
In effetti, spulciando gli ordinamenti giuridici vigenti, si scopre che è così. Ma la giustizia non è stabilita dalla maggioranza. Può quindi capitare – e spesso è capitato – che la maggioranza abbia torto, anche se si tratta dalla maggioranza degli Stati considerati avanzati. Un esempio storico è quello del commercio degli schiavi, pratica messa al bando per la prima volta nel 960 dalla Repubblica Serenissima di Venezia nel 960. Ebbene, se Pietro IV Candiano si fosse fatto intimidire o avesse preso a modello gli ordinamenti giuridici degli altri Stati, non avrebbe mai dato il buon esempio riunendo l’assemblea popolare e facendo approvare una legge che, per la prima volta nella storia, inaugurava il filone normativo anti-schiavista. Anzi, c’è da scommettere che più di qualcuno avrà ritenuto la decisione del Doge bizzarra, ingiusta o pericolosa. Allo stesso modo, chi osa criticare l’aborto legale, oggi, viene bersagliato da critiche di ogni tipo. Ma non ha affatto torto, proprio come non l’aveva, quella volta, Pietro IV Candiano. Si tratta di avere il coraggio – in Italia e non solo – di remare controcorrente, esercizio faticoso ma, quando la meta si chiama Giustizia, irrinunciabile.
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