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16 aprile 2019

Ratzingeriana. La crisi morale fra Signoria di Dio e società umana

di Giorgio Salzano
Nelle note da lui scritte per l’assemblea dei presidenti delle conferenze episcopali, ora rese pubbliche, Benedetto XVI richiama per cominciare il clima culturale in cui è maturata la crisi degli abusi sessuali di cui l’assemblea si doveva occupare. L’invito del Vaticano II ad assumere un atteggiamento più positivo nei confronti del mondo veniva in un momento in cui stava per esplodere nel mondo la così detta rivoluzione sessuale, che sottraeva la sessualità da qualunque disciplina e valutazione morale, proclamando ogni desiderio fisico cosa del tutto naturale, ed in quanto tale ammissibile. Veniva abbandonato in teologia morale, nota Ratzinger, a favore di una maggiore aderenza all’insegnamento biblico, il giusnaturalismo da cui essa era precedentemente pervasa. Questo vuol dire che in effetti l’idea stessa di natura è in discussione, e con essa ogni altra cosa.

Dall’Europa agli USA, ed agli altri paesi di matrice culturale europea, viviamo ormai una situazione diciamo pure di guerra civile, anche se non si combatte (ancora) con armi da guerra classiche, ma con quelle accademiche e mediatiche della persuasione, nonché con quelle del controllo finanziario. La chiamo guerra civile, perché, sotto le forme elettorali della democrazia si combattono due visioni diametralmente opposte delle cose, in obbedienza a due principi irreconciliabili: principio di società e principio di signoria, come osservava Antonio Rosmini nella sua filosofia politica e giuridica, con una decisa preferenza politica per il primo, ma non senza riconoscere al secondo il suo giusto posto. L’unica signoria ammessa dal cristiano, infatti, è quella di Dio, fine ultimo di tutte le cose il cui bene però ridonda a favore dei suoi soggetti, gli uomini, così liberi di fare tra loro società, nella quale il fine non è il bene di un signore, ma quello comune, di cui tutti i soci partecipano.

Ma la parte opposta prende posizione proprio contro tradizione europea improntata al Cristianesimo, per aver mantenuto gli uomini in uno stato di perenne minorità in nome della soggezione a un inesistente padre divino promossa da padri umani troppo umani; e proclama di volerli liberare da una simile tirannia, riconoscendo loro i diritti che il padre padrone aveva negato. Ma il principio di signoria è recidivo, e si estende in questo modo democraticamente a tutti gli esseri umani, per cui ognuno vede gli altri in funzione della propria felicità, così che la tendenza a tiranneggiare che ne segue può solo essere tenuta in controllo da una superiore tirannia: quella di uno stato che imponga, magari tramite leggi votate a maggioranza, delle norme che tutti sono tenuti a rispettare, siano esse giuste o no 

Tra le due parti in guerra, quindi, ci si scambiano reciprocamente accuse di promuovere l’oppressione, per presentarsi ognuna come campione di libertà e di giustizia. Assistiamo allora a una politica dell’insulto e della intimidazione, primariamente da una parte però, quella che, dopo aver preso posizione contro il Cristianesimo in nome della ragione, ha finito per ritrovarsi senza più ragioni da dare in alcun campo.

I due fronti dovrebbero essere chiari. Purtroppo non è così. Il fronte cristiano è diviso, tra chi come Rosmini riconosce nella tradizione cristiana l’implicazione del principio di società tra gli uomini, e chi invece ritiene che solo l’avvento della democrazia liberale ha permesso di districare l’individuo da relazioni sociali ispirate al principio di signoria, e così, pur professandosi cristiano, si schiera dalla parte dei critici di quella tradizione. La divisione si presenta non soltanto tra le diverse denominazioni protestanti, ma nella stessa Chiesa cattolica. Per cui negli Stati Uniti ad esempio, dove le posizioni politiche si sono polarizzate se possibile ancor più che da noi, il voto cattolico si schiera da una parte con quello degli evangelici, e dall’altra con le denominazioni protestanti più liberali. Da parte della gerarchia non c’è un orientamento univoco, con tanta parte dei vescovi che guardano con più favore ai partiti globalisti, che appaiono loro fautori di una benevolenza universale, che non a quelli che si fanno difensori delle tradizioni europee, nel loro essere cristiane. Il principio di signoria, nascosto nella conclamata benevolenza, non sembra essere percepito.

C’è una dottrina sociale implicita in tutta la tradizione della Chiesa, ma a partire dalla Rerum novarum di Leone XIII essa a cominciato a essere particolarmente articolata, alla luce degli sviluppi economici e politici degli ultimi secoli. Un aspetto fondamentale di questa dottrina è  il richiamo al diritto naturale, come ha ancora ribadito monsignor Crepaldi nella sua lezione introduttiva alla scuola di dottrina sociale della Chiesa. Ma è qua il problema. Quale diritto naturale, ce ne sono tanti quanti sono gli autori che lo propongono, come osservava ironicamente Hans Kelsen, forse il più influente teorico del diritto del secolo scorso, che non vedeva altro diritto che quello positivo, portato degli assetti sociali dei diversi stati. Ma una simile dottrina giuridica non sfugge alle conseguenze dell’osservazione da cui prendeva le mosse: alla fine sarà diritto quello che è naturale per i giudici che applicano le leggi, interpretandole. E siamo daccapo a dodici. Anche il diritto si dissolve nel conflitto delle interpretazioni avanzate dalle parti contrapposte. A meno di non poter dire che cosa è naturale per e tra gli uomini.

Non si sfugge alla guerra civile, ma si può se non altro cercare di fare chiarezza. E questa viene per i difensori della tradizione europea da una fonte insospettata: quell’antropologia socio-culturale che di solito viene reclamata dalla parte opposta, come dimostrazione di relativismi culturale, frutto di uno sguardo dall’esterno sulla vita altrui, che solo appare intelligibile alla luce di ciò che è naturale per chi guarda. Ma la prima cosa che dovremmo dire alla luce proprio di questa disciplina è che naturale per gli uomini è di essere “animali culturali”, che apprendono a conoscere se stessi e il proprio mondo attraverso un sapere trasmesso di generazione in generazione. La natura che rende intelligibili le altrui testimonianze non si trova dunque al di fuori della cultura, ma in essa, nei luoghi comuni o costanti da esse attestati e nei quali anche noi possiamo riconoscerci. E la cosa straordinaria è che il luogo comune universale, rilevato nelle testimonianze di ogni tempo e luogo da Claude Lévi-Strauss (il grande antropologo morto ultracentenario nel 2009) è il dono: quella che Aristotele chiamava giustizia distributiva, per la quale ci identifichiamo gli uni gli altri da ciò che diamo. Lungi quindi dal contrastare la dottrina del diritto naturale, l’antropologia socio-culturale rettamente intesa ne offre la chiave.

Possiamo riconoscere nel dono il possibile sviluppo dei due principi, di signoria e di società. Peculiare del dono è di obbligare chi lo riceve, per cui chi dà si ritrova rispetto a lui in posizione di superiorità, a meno che egli non sia capace di ricambiare. Il principio di signoria si afferma quando la superiorità è spinta al punto che tutto è dovuto al signore; oppure, viceversa, quando c’è il rifiuto di riconoscersi in alcun modo debitore verso altri. Vediamo affermarsi invece il principio di società nelle relazioni in vario grado amicali e amorose, in cui ognuno rende grazie per ciò che ha ricevuto, dando a sua volta. Il Cristianesimo abbraccia come ho detto i due principi – quello di signoria verso Dio, e quello di società tra gli uomini – avendo Cristo come mediatore. Se solo gli uomini di Chiesa avessero chiaro che questo è lo sfondo antropologico della predicazione cristiana, saprebbero meglio come schierarsi nell’odierna guerra civile e non si dividerebbero; e chissà, forse troverebbero anche argomenti per far breccia nella parte avversa. 



 

21 novembre 2017

Promemoria per un ordine sociale secondo giustizia


La foto è di Alfonsa Cirrincione
di Marco Massignan

La dottrina sociale della Chiesa ritiene che possano essere vissuti rapporti autenticamente umani, di amicizia e di socialità, di solidarietà e di reciprocità, anche all’interno dell’attività economica e non soltanto fuori di essa o “dopo” di essa. La sfera economica non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Essa appartiene all’attività dell’uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente (1).

La carità potrà portare certamente un qualche rimedio a molte ingiustizie sociali, ma non basta; anzitutto bisogna che fiorisca, domini e sia realmente applicata la virtù della giustizia (2).

Di fronte alle molteplici crisi internazionali, che ridisegnano equilibri geopolitici, egemonie e modelli socio-economici, il pensiero sociale cattolico – in tema di capitale, lavoro, proprietà, moneta e via dicendo – è, oggi più che mai, l’unica risposta degna dell’uomo, della sua dignità personale e trascendente, ai problemi del vivere comune (3).

Un articolo non può certo avere la presunzione di esaurire questioni tanto ampie quanto complesse, però può offrire un modestissimo spunto per riflettere su un ideale di ordine sociale frettolosamente accantonato in quanto ritenuto obsoleto per le sfide odierne del mondo globale.

La proposta cattolica ai problemi sociali, cioè l’applicazione concreta dei perenni insegnamenti del Magistero, la loro traduzione in indirizzi politici e norme giuridiche, si presenta – nella sua chiara identità – altra tanto dal liberalismo quanto dal socialcomunismo. Sì, altra – alternativa: non si tratta infatti di riformare dall’interno il sistema liberalcapitalista o di realizzarne una versione “compassionevole” quanto di superare la Weltanschauung politico-economica contemporanea e trovare quelle soluzioni strutturali, organiche, nella regolazione della vita economica, intrinsecamente conformi alla giustizia (4) e alla legge morale.

Un modello di vita economica che voglia distinguersi dall’economicismo a-morale dominante dovrà incentrarsi su un inscindibile binomio etico-giuridico: a) la subordinazione della scienza economica all’etica e al diritto; b) il necessario primato della politica onde evitare che i pubblici poteri si rendano servi dei potentati economici-finanziari o loro docili strumenti.

Scrive Benedetto XVI: “l’attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica. Pertanto, va tenuto presente che è causa di gravi scompensi separare l’agire economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da quello politico, a cui spetterebbe di perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione” (Caritas in veritate, n. 36).

Il primato dell’etica: l’economia è un’attività umana, libera e responsabile finalizzata al bene (individuale, famigliare e comune) dell’uomo, alla sua natura normativa: l’uomo dev’esserne agente morale e non ridotto a mero fattore di produzione/consumo. Ha ricordato Giovanni Paolo II: “il principio sommo (…) in assenza del quale tutto il sistema economico è esposto al rischio di pericolose degenerazioni” afferma che “fine di tutta l’economica non è il profitto, ma la promozione della persona” (5).

I rapporti tra capitale e lavoro devono essere conformi al diritto naturale e regolati dalla “legge della giustizia sociale” (Pio XI, Enciclica Quadragesimo Anno, n. 58), e non dalle forze cieche e violenti del mercato. Le teorie economiche della scuole liberali e marxiste hanno mostrato i loro limiti: “si avverte l’esigenza di coinvolgere anche i lavoratori nel processo di formazione del capitale e nelle decisioni che riguardano l’impresa secondo una concezione partecipativa dell’economia” volta al superamento “delle varie patologie di cui soffre il mondo”(6). Partecipazione che richiede di riconoscere la natura consorziale dell’impresa economica (attività associata di capitale e lavoro, affermò Leone XIII nella Rerum novarum).

Altri principi cardine sono la destinazione universale dei beni materiali (a cui resta subordinata la stessa proprietà privata, che non è un assoluto) (7) e la dignità personale e spirituale del lavoro, che non può essere ridotto a merce o sacrificato all’accrescimento indefinito del capitale: “il lavoro, per il suo carattere soggettivo o personale, è superiore ad ogni altro fattore di produzione: questo principio vale, in particolare, rispetto al capitale” (8). Il lavoro non può essere equiparato a una merce (una cosa che si vende e si compra), così il salario non può essere fissato dalle oscillazioni del mercato: “la rimunerazione del lavoro non può essere abbandonata al gioco della domanda e dell’offerta; deve invece essere fissata secondo criteri di giustizia” (9). Per essere giusto il salario dovrà garantire al lavoratore il necessarium personae (dignitoso mantenimento del nucleo famigliare e possibilità di formarsi una pur modesta proprietà privata).

Concludendo questi brevi cenni. Il mondo occidentale cosiddetto libero ha per decenni sbandierato uno stile di vita all’insegna dell’opulenza, producendo l’anti-civiltà consumistica. Il gusto piacevole della bevanda di un benessere facile è durato relativamente poco (in termini di libertà personale, tranquillità e prosperità) e i risvolti in termini di miseria e indigenza cui numerosi popoli sono costretti a causa di strutture organizzative inique che soffocano l’uomo e disgregano la società sono sotto l’occhio di tutti gli uomini di buona volontà. E’ il momento di cambiare paradigma. Termino con le parole di Papa Pio XI, scritte nel 1931 e più che mai attuali:

Ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare. Una tale concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica della economia contemporanea, è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza (10).

http://www.lefondamenta.it/2017/11/18/promemoria-un-ordine-sociale-secondo-giustizia/


(1) Benedetto XVI, Enciclica Caritas in veritate, n. 36.

(2) Pio XII, Enciclica Evangelii Praecones, n. 10.

(3) Pensiamo, ad esempio, all’iniquità monetaria, alle croniche crisi del debito, al dominio pervasivo di un potere finanziario senza volto, alla pressione fiscale che erode i risparmi virtuosi, e via dicendo.

(4) Così nella definizione del giurista romano Ulpiano: “la giustizia consiste nella costante e perpetua volontà di attribuire a ciascuno il suo diritto. Le regole del diritto sono queste: vivere onestamente, non recare danno ad altri, attribuire a ciascuno il suo”. E il Catechismo della Chiesa Cattolica asserisce: “la giustizia è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. La giustizia verso Dio è chiamata virtù di religione. La giustizia verso gli uomini dispone a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune” (n. 1807).

(5) Dal Discorso all’Unione cristiana imprenditori dirigenti del 14 dicembre 1985.

(6) Ibidem.

(7) “Il diritto alla proprietà privata (…) non elimina l’originaria donazione della terra all’insieme dell’umanità. La destinazione universale dei beni rimane primaria, anche se la promozione del bene comune esige il rispetto della proprietà privata, del diritto ad essa e del suo esercizio” (CCC, n. 2403).

(8) Dal Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, n. 276.

(9) Azione cattolica italiana, La Dottrina sociale cristiana, CENAC, Roma 1957, p. 180.

(10) Pio XI – Enciclica Quadragesimo Anno.

 

26 giugno 2017

«Per lo Ius soli, preghiamo»


di Giuliano Guzzo

Che l’approvazione dello ius soli stia a cuore a settori importanti della Chiesa italiana è cosa, ormai, abbastanza nota. Lo prova un numero notevole di dichiarazioni, tra cui quella del presidente della Cei, cardinal Gualtiero Bassetti, che ha apertamente parlato di «provvedimento da sostenere e favorire». Certo, forse prima di schierarsi così apertamente alla Cei avrebbero dovuto pensarci bene, dal momento che non manca chi – sulla base di argomentazioni tutt’altro che polemiche – mette in luce come il disegno di legge (DDL S. 17) in discussione in queste settimane in Senato, volto a modificare la vigente Legge 91/1992, introducendo in Italia una forma temperata dello ius soli, sia iniziativa, in realtà, non rispettosa della Dottrina sociale della Chiesa.

Tuttavia, dato che la Cei, attraverso i suoi più autorevoli esponenti, ha preso una determinata posizione al riguardo, non resta che prenderne atto. Una simile constatazione non può però portare ad accettare che si arrivi, a Santa Messa, addirittura a pregare per lo Ius soli. Perché è esattamente questo che è successo, come racconta il quotidiano La Verità oggi in edicola. E’ accaduto alla chiesa di Bellaria Centro, parrocchia S. Cuore di Gesù, dove i fedeli, ieri mattina, si sono imbattuti in una preghiera dei fedeli che li ha lasciati di stucco. In particolare, il mio amico Francesco Giacopuzzi, da quelle parti in vacanza, non voleva infatti credere ai propri occhi ed è arrivato a fotografare il foglietto che, incredulo, si è trovato tra le mani, con una preghiera dei fedeli col seguente passaggio:
«Per coloro che ricoprono incarichi di governo e di responsabilità civili, perché si adoperino in tempi rapidi a far approvare la riforma sullo “ius soli”, consentendo ai giovani di origine straniera, nati o cresciuti nel nostro paese, di diventare cittadini italiani non solo di fatto, come già sono, ma anche per la legge. Preghiamo». Ora, che la preghiera dei fedeli risulti talvolta il momento meno ispirato della Santa Messa – riducendosi a concentrato di aria (quasi) fritta in luogo delle sentite intenzioni di orazione dei parrocchiani – non costituisce purtroppo una novità. Tuttavia, da qui a trasformare questo passaggio in un’invocazione affinché si approvi una determinata legge, francamente, ne passa. Anche perché, a ben vedere, non si ricordano precedenti.

O forse qualcuno rammenta una preghiera dei fedeli per l’approvazione di un disegno di legge X a favore delle famiglie numerose? O contro il divorzio breve, le unioni civili e il testamento biologico apripista dell’eutanasia? Niente di tutto questo, dato che – si dice – la Chiesa non fa politica. Benissimo. Ma perché allora, quando c’è di mezzo lo ius soli tanto caro al Pd, si scomoda persino la Santa Messa? Non sarà un po’ troppo? Non si starà perdendo completamente la bussola? Ha senso chiederselo tenendo presente che qui, evidentemente, il punto non è l’unità pastorale di Bellaria, bensì la piega presa da parti importanti del mondo cattolico, le quali oggi sembrano scambiare il Vangelo come vademecum dell’accoglienza dell’immigrato e Gesù come poverello migrante.
La realtà invece è ben diversa, a partire dal Presepe che – se si escludono i Magi – non rappresenta affatto l’incontro fra “culture diverse”, essendo popolato esclusivamente da ebrei. La stessa condizione di Gesù, analizzata storicamente, non pare quella di una persona socialmente svantaggiata dal momento che, ad un esame attento, «conoscenza delle lingue, abilità professionale, formazione intellettuale offrono un quadro personale sufficientemente delineato per considerare Gesù un imprenditore» (StoriaLibera, 2015; Vol.1:45-100). Questo significa che accogliere il forestiero o aiutare il povero non siano doveri cristiani? Certo che no, lo sono eccome. Ma l’approvazione dello ius soli, con tutto ciò, c’entra ben poco, anzi non c’entra nulla. E pare il caso, almeno durante la Messa, di evitare trovate a dir poco fuori luogo.

Il Cristianesimo è infatti qualcosa di troppo importante per essere ridotto a concentrato di buoni sentimenti, cosa che tantissimi fedeli hanno ancora ben chiaro ma che – incredibile ma vero – oggi sfugge ad un numero crescente di pastori. Anche la Cei, mi permetto di osservare, dovrebbe riflettere su questo, nella consapevolezza che se un cittadino – legittimamente, sia chiaro – è favorevole allo ius soli, all’accoglienza illimitata dei migranti, alla costruzione dello moschee e quant’altro, ha già un’opzione chiarissima e del tutto coerente dinnanzi a sé: farsi la tessera del Pd sostenendone il programma, candidandosi, organizzando convegni, cortei, manifestazioni. Tutte cose, lo si ribadisce, che in un regime democratico sono del tutto lecite. Ma il Vangelo e la Messa – fino a prova contraria – sono e restano una cosa diversa. Completamente diversa.

https://giulianoguzzo.com/2017/06/26/per-lo-ius-soli-preghiamo/

 

10 maggio 2017

Il programma di Marine Le Pen e la dottrina sociale della Chiesa


di Enrico Maria Romano

La vittoria (abortita) di Marine Le Pen, alle elezioni presidenziali dello scorso 7 maggio, sarebbe stata diversa dalle vittorie (abortite) di Norber Hofer in Austria e di Geerd Wilders in Olanda. E, per l’insieme dell’Unione Europea, e dunque anche per l’Italia, sarebbe stata diversa, perfino rispetto alla miracolosa e storica vittoria di Donald Trump in America, o del Brexit in Gran Bretagna.

La Francia ha ancora ciò che da Napoleone in poi non ha mai smesso di avere: un prestigio politico e culturale unico al mondo. Quello culturale non è sotto ogni punto di vista insuperabile. Ma quello politico è raro: basti pensare alle serie interminabile di re e di regine che da Clodoveo in poi ne hanno contrassegnato la continuità, la grandeur e la compattezza sociale. Non che la nazione italiana abbia atteso l’Unità e i Savoia per esistere, certo. Ma la storia politica unitaria francese supera i dieci secoli e ha quindi qualcosa di quasi unico in Europa e nel mondo intero.

Il partito di Marine Le Pen poi, fondato negli anni ’70 ad imitazione del nostro Movimento Sociale Italiano, non ha la forza d’impatto – ma anche la debolezza strutturale – tipica dei molti movimenti populisti di ultima generazione. E’ da mezzo secolo che il blocco nazionalista-patriottico rappresentato dal Front dirige città piccole e medie, conta deputati (specie in Europa) e soprattutto consta di migliaia e migliaia di militanti, simpatizzanti, centri culturali, numerosi giornali e riviste, con una ramificazione unica, nella destra tradizionale europea.

Jean-Marie Le Pen, arrivò secondo dietro Chirac nel 2002, e perse poi, pur avendo leggermente aumentato i voti. Per il gollista Chirac votò compatta la sinistra. Per il socialista Macron ha votato compatta la destra di Fillon…

Ma quali sono le proposto concrete del più forte partito identitario d’Europa occidentale? Esse non sono una sorpresa e da mesi esistono nero su bianco, col titolo di “144 impegni presidenziali di Marine Le Pen”. Questi impegni si aprono con la frase-emblema di “rimettere la Francia in ordine”. Dopo anni ormai di terrorismo islamico, perdita del controllo delle periferie, continue e crescenti violenze sociali, crollo sconcertante della scuola pubblica e perfino per gli stessi scandali ripetuti di politici corrotti (inclusi certi candidati alle presidenziali), la frase è indicativa della volontà di ottenere pulizia, ordine, rigore e sicurezza per un popolo stremato.

Nella introduzione ai 144 punti, Marine Le Pen dichiara che i suo obiettivo politico è di “restituire libertà alla Francia” dalle maglie e dalle morse dell’Unione Europea, e di rendere ai francesi i loro legittimi diritti ed anche i loro denari, poiché “da troppi anni una politica dissennata impoverisce le classi medie e popolari, e arricchisce le multinazionali”. Secondo Marine ci sono in ballo due visioni di fondo che si combattono, quella “mondialista”, sostenuta da tutti gli altri candidati, che auspica “l’abolizione di tutte le frontiere, politiche economiche e fisiche, la quale accetta sempre più immigrazione e sempre meno coesione nazionale”; l’altra, è la visione patriottica, che “mette la difesa della nazione e del popolo al centro di ogni decisione pubblica”. Queste due visioni, sono una lotta tra due civiltà irriducibili. La vittoria di Macron è stata certamente la vittoria delle élite e la sconfitta dei ceti più modesti: nessun appoggio hanno avuto i patrioti dalle banche e dal mondo degli affari. Immani i sostegni al novello presidentino.

Il primo punto dei 144 era la richiesta di un referendum per ottenere l’uscita della Francia dall’Unione (Frenxit), per riacquisire la piena sovranità della patria. Annessa a questa c’è la rivendicata sovranità monetaria e legislativa dello Stato francese rispetto alle varie e anonime istanze internazionali.

Un altro asse del programma è/era l’aumento delle possibilità di democrazia diretta, attraverso l’introduzione del sistema proporzionale e la riduzione dei deputati e senatori da oltre 900 a 500.

La Francia da troppo tempo è diventata il paese della dittatura del politicamente corretto, della censura preventiva e delle pesanti ammende per chi dice o scrive ciò che non è gradito ai padroni del vapore. Marine Le Pen vuole/voleva/vorrebbe restituire la parola ai francesi attraverso l’uso incentivato dei referendum di iniziativa popolare, e la abolizione delle leggi che impediscono la libertà di opinione (politica, storiografica, culturale). Un’altra libertà promessa dalla Le Pen è quella della scelta della scuola da parte delle famiglie: pubblica o privata, parificata o libera (le famose scuole hors contrat, che aumentano ogni anno e danno eccellenti risultati formativi, all’opposto dell’illettrismo spaventoso degli studenti delle periferie cittadine).

Si vuole poi maggiore sicurezza sociale ed aumento delle forze armate (15.000 unità in più) e del loro prestigio sociale ed economico. Largo spazio è/era fatto alla legittima difesa dei cittadini e pene più severe per i delinquenti, specie abituali. Nuove prigioni e responsabilità penale per i genitori di criminali minorenni, con la soppressione di aiuti sociali qualora i genitori siano complici dei reati dei figli a carico.

Marine Le Pen vuole/voleva sopprimere lo jus soli e ritornare allo jus sanguinis, con l’aggiunta della possibilità di far perdere la nazionalità a chi la ha acquisita, ma ha poi seriamente demeritato. Disincentivare l’immigrazione con ogni mezzo, e favorire il rimpatrio degli stranieri inadatti, disoccupati o non integrati. Controllo rigido sulle moschee e i centri islamici diffusi sul territorio. Reintrodurre quindi l’ergastolo per i crimini maggiori.

Ci si sarebbe battuti e ci si batterà malgrado il banchiere Rotschild sia giunto al potere, per una politica di reindustrializzazione del paese, dando la preferenza ai nativi rispetto ai concorrenti stranieri. Lottare contro la concorrenza sleale in materia di commercio e sostenere il Made in France. Tutte queste misure vengono chiamate nel programma “Patriottismo economico”.

In ambito sociale la Le Pen vuole/voleva reintrodurre l’età della pensione a 60 anni (con 40 anni di tasse pagate) e sostenere, in tutti i modi, una “politica natalista”, specie con riduzioni drastiche delle tasse sulle famiglie numerose e l’abolizione del Mariage pour tous (le famigerate nozze gay, che oggi comportano l’adozione e la compravendita dei neonati). Il punto 91 recita testualmente così: “Difendere l’identità nazionale, i valori e le tradizioni della civiltà francese”, iscrivendo tale principio nella Costituzione ed esponendo il tricolore in tutti gli uffici pubblici. Interessanti misure poi a favore dell’artigianato, dell’agricoltura e delle piccole imprese familiari.

Insomma un programma di buon senso basato su legge ed ordine, lavoro e sviluppo. 4 pilastri giudicati necessari per una vera pacificazione nazionale. Marine Le Pen chiuse la campagna elettorale nella Basilica di Reims, soffermandosi sul punto esatto in cui san Remigio battezzò Clodoveo nel 497… Ma i responsabili della Basilica la sera stessa hanno dichiarato che Marine “non era stata invitata”…

Sappiamo come è andata a finire.

http://www.libertaepersona.org/wordpress/2017/05/sulla-compatibilita-del-programma-di-marine-le-pen-con-la-dottrina-sociale-della-chiesa/

 

29 settembre 2015

E se il papa “comunista” fosse un conservatore?



di Alessandro Rico

È ormai invalsa l’abitudine di predicare al papa come fare il papa. La visita di Francesco negli USA sta deludendo molti di quelli che, peraltro legittimamente, confidavano in pronunciamenti più espliciti a favore della libertà di culto e dei valori non negoziabili, in un Paese che sta conoscendo un feroce attacco contro il cristianesimo. Non è un mistero che Bergoglio non sia Ratzinger, uno capace di scatenare guerriglie con una lectio magistralis. È anche possibile che la diplomazia sia un pregio. Di sicuro, la condanna di pena di morte e traffico d’armi è in linea con il Magistero sociale della Chiesa; e tutto sommato, anche la premura ecologica per la “cura della casa comune” non è una novità – risale almeno a Paolo VI. Certo, anche qui Bergoglio ci mette del suo. Già nella Laudato si’ indirizzava al capitalismo e ad una un po’ fantomatica alleanza tra finanza e tecnica, degli strali in fondo preconcetti: è un fatto che a ridurre la povertà nel mondo abbia contribuito più il vituperato capitale, con i suoi innumerevoli difetti, che il consesso delle nazioni riunito per destinare milioni ai governi corrotti del Terzo Mondo, o il fallimentare socialismo pauperista dei vari Chavez, Maduro, Morales. D’altro canto, il pontefice sembra aver in parte accolto i rilievi di chi evidenziava l’eccessiva insistenza sui mali del fantasmagorico neoliberismo. A proposito, è interessante paragonare il discorso tenuto al Congresso con quello pronunciato alle Nazioni Unite. Francesco ha sì ribadito come etica ambientale e giustizia sociale siano strettamente connesse, ma ha poi aggiunto originalissime osservazioni su «limitazione del potere» e ruolo dei corpi intermedi. Nel definire la missione dell’ONU, il pontefice ha specificato che il ruolo di un’istituzione sovranazionale deve essere alimentato dalla preoccupazione di stabilire la supremazia del diritto, che è poi la millenaria legge naturale della dottrina cattolica e coincide con il classico principio di giustizia del suum cuique tribuere. Dunque, proprio nel mezzo di un discorso che elencava le responsabilità dei Paesi ricchi nei confronti dei poveri del mondo, Francesco non invoca la redistribuzione cara ai teorici della giustizia globale, bensì la giustizia commutativa, quella che tradizionalmente prescrive le condizioni di rettitudine negli scambi e le eventuali correzioni in caso di abusi.
Ma c’è di più. Poco dopo aver manifestato il proprio apprezzamento per l’impegno profuso dagli Stati nel tentativo di contrastare il degrado ambientale, Francesco ha specificato: «Lo sviluppo umano integrale e il pieno esercizio della dignità umana non possono essere imposti. Devono essere costruiti e realizzati da ciascuno, da ciascuna famiglia, in comunione con gli altri esseri umani e in una giusta relazione con tutti gli ambienti nei quali si sviluppa la socialità umana – amici, comunità, villaggi e comuni, scuole, imprese e sindacati, province, nazioni». E ha collegato questi requisiti alla funzione della Chiesa quale istituzione che sostiene e collabora con le famiglie nell’educazione dei figli, ricollegandosi alle stoccate sulle minacce a famiglia e matrimonio pronunciate al Congresso. Insomma, non c’è trippa per le filosofe femministe alla Michela Marzano, che sognano una scuola di Stato al servizio dell’ideologia gender. Dall’altro lato, tali considerazioni paiono avvicinare Francesco a quel “conservatorismo verde” difeso da Roger Scruton nel saggio How to Think Seriously About the Planet: The Case for An Environmental Conservatism (2012), in cui l’intellettuale britannico fonda un’efficace difesa dell’ambiente in chiave conservatrice sul sentimento dell’oikophilia, ossia l’attaccamento alle proprie radici, alla propria terra, ai propri affetti, da cui discende l’unico possibile coinvolgimento delle persone nella battaglia per salvaguardare, pezzo per pezzo, il pianeta. Minacciato tanto da inquinamento ed effetto serra che dalla scellerata ideologia ecologista, la quale costituisce in fondo la nuova frontiera della vecchia pianificazione economica, nemica dell’uomo che essa concepisce solo in quanto strumento.
Non è casuale se persino nel passaggio più “di sinistra”, dedicato all’enunciazione di quella che per Francesco costituisce «la base minima materiale e spirituale per rendere effettiva» la dignità delle persone e l’opportunità di costruire una famiglia, Bergoglio includa la libertà religiosa. Non ci si poteva aspettare che questo papa sbarcasse sul suolo americano per bacchettare i liberal, brandendo l’hashtag “defund Planned Parenthood” (la clinica abortista denunciata dai pro-life statunitensi). Il grido degli esclusi, che egli spesso invoca, comprende però anche l’ingiustizia perpetrata sui bambini non nati.

Starà ai conservatori americani decidere se consegnare a Obama un’improbabile luna di miele col successore di Pietro, magari con l’aiuto della patetica scenetta della bimba messicana figlia di immigrati, che consegna la letterina al papa – siparietto chiaramente allestito a tavolino contro Donald Trump. I repubblicani potrebbero ingoiare il rospo sull’immigrazione e rimettere sotto i riflettori le tematiche di cui sopra, che i media, di proposito o per superficialità, tendono a ignorare. Se vogliono tornare a competere seriamente per la presidenza, peraltro, costoro non possono pensare di rifugiarsi nell’elogio incondizionato dell’alta finanza e nel negazionismo anti-ecologista. Gli ambientalisti, come diceva Andreotti, saranno pure come i cocomeri, verdi fuori e rossi dentro, ma regalare la Chiesa Cattolica alla Clinton sarebbe un abominio. Già Russell Kirk, che per la destra americana dovrebbe essere vero pane quotidiano, biasimava negli anni Novanta il feticcio del “capitalismo democratico”, la libertà economica trasformata in macchietta da comizio. Se il Vangelo conta ancora qualcosa, la destra religiosa ricordi che non si può servire Dio e mammona.

 

21 giugno 2015

"Laudato si' ", enciclica contro i vitelli d'oro della modernità


di Lùthien Tinùviel


“Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse” (Genesi 2,28).

Fin dal principio, Dio affida la Terra e quanto in essa contenuto all’uomo, confidando nella sua cura e responsabilità; la Creazione divina appare da subito come qualcosa di bellissimo, di perfetto, ricca di vita e risorse: un dono prezioso per l’ultimo elemento del Suo progetto, il Suo preferito, l’uomo. Insieme alla Terra, Dio dona ci dona un bene forse ancor più prezioso: la Libertà. Già nella Genesi, il primo libro della Bibbia, Dio rende l’uomo libero: gli mostra l’albero della conoscenza del bene e del male, gli dice di non mangiarne, ma lo lascia libero di scegliere. Allo stesso modo l’uomo è libero di scegliere cosa fare dei doni che Dio gli ha conferito con la creazione; c’è sempre l’indicazione paterna, ‘affinché lo coltivasse e lo custodisse’, ma non vi è nessuna costrizione: sta all’essere umano riconoscere la grandezza e perfezione di quanto ricevuto e agire di conseguenza, custodendo e salvaguardando la bellezza del Creato.
Sembra strano, pertanto, su queste basi, leggere le numerose critiche che sono sorte alla notizia della pubblicazione dell’enciclica ‘Laudato si’ di Papa Francesco, accolta da alcune parti – interne al panorama cattolico - quasi alla pari di una bestemmia.
In un forsennato quanto ingiustificato bisogno di ‘agere contra’, sono sorte innumerevoli voci di ‘protesta’ contro quanto scritto dal Papa, voci che si rivelano del tutto infondate a fronte di una corretta lettura di quanto contenuto nell’enciclica. Il Papa è stato accusato di essere comunista, socialista, animalista e poco ci mancava che venisse accusato anche di essere fruttariano e anti-specista. Tutto questo perché, secondo una certa ala “conservatrice” il Papa può e deve occuparsi solo di merletti e liturgia. Eh, già! Perché la lucida analisi di Francesco sulle bieche dinamiche del mercato capitalista odierno e sulle sue terrificanti conseguenze a livello globale forse è scomoda per più di qualcuno tra i benpensanti sepolcri imbiancati.
Leggere che “Il mercato da solo non garantisce lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale” o anche che “Le comunità indigene non considerano la terra un bene economico ma un dono di Dio, uno spazio sacro” è certamente un’eresia, una blasfemia!
Il Papa, invece, con questa enciclica ha compiuto un lavoro davvero magistrale: ancora una volta, non ha temuto di schierarsi contro il politically correct e non ha esitato a individuare nella nostra società moderna e occidentale il Male che sta portando alla rovina dell’Uomo nei suoi rapporti interpersonali (“È la cultura del relativismo a spingere le persone ad usarsi a vicenda e a trattarsi come meri oggetti.”) e nei suoi rapporti con l’ambiente, nostra culla e fonte di nutrimento (“La terra è essenzialmente una eredità comune, i cui frutti devono andare a beneficio di tutti” “L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme.”). Come fa notare in maniera impeccabile Papa Francesco, quello che sta succedendo al nostro pianeta è diretta conseguenza delle nostre azioni e del nostro stile di vita: “Molte cose devono riorientare la propria rotta, ma prima di tutto è l’umanità che ha bisogno di cambiare” “Più il cuore della persona è vuoto, più essa ha bisogno di oggetti da comprare, possedere e consumare” e in questo il Papa fa un appello alla nostra Fede, perché “Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio non costituisce un aspetto secondario dell’esperienza cristiana.”
Essere cristiani, pertanto, significa anche cercare di distaccarsi da una politica dell’accumulo e dell’individualismo che ci viene quotidianamente imposta dall’alto come unico stile di vita; significa fermarsi, pensare, ammirare la Creazione e riscoprire il nostro ruolo di custodi; significa trovare un ‘modo alternativo di intendere la qualità di vita’ improntato ai principi cristiani; significa rallentare il ritmo di consumo e produzione per dar vita a un’altra modalità di progresso e sviluppo, non più condizionata e piegata alle fredde regole del mercato, ma caratterizzata da uno sviluppo a misura d’uomo, che tenga conto anche della sacralità della terra che ci è stata messa a disposizione da Dio. Perché è questo il punto cardine del messaggio del Papa: trovare un approccio integrale che coniughi la lotta contro la povertà e la custodia della natura (“Dobbiamo ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri.”), al fine di glorificare la Creazione divina e trasmettere un pianeta abitabile all’umanità che verrà dopo di noi.
“In gioco c’è la nostra stessa dignità”: con queste poche parole, il Papa si rivela ancora una volta un grande comunicatore, ci dà uno schiaffo, ma con affetto paterno; mette la questione sul piano della ‘dignità’; la soluzione al problema sta nel nostro essere più profondamente umani, nel nostro riconoscere il nostro ruolo di figli di Dio, nell’accettare la dignità che ci è stata conferita dal nostro creatore; è tutto questo che ci offre la possibilità di trovare un’alternativa, la forza di alzare la testa e ribellarci al giogo che ci viene imposto dalla nostra società contemporanea, per dar vita a una ‘coraggiosa rivoluzione culturale’, in cui il progresso dell’umanità e della storia vengano prima del progresso della scienza e della tecnica. Per far ciò è fondamentale sviluppare una coscienza dei propri limiti, cercare di liberarsi dal principe dei peccati, la superbia, per riscoprirsi non più narcisistiche divinità onnipotenti e autosufficienti, ma fragili creature, dove “creazione è più che dire natura, perché ha a che vedere con un progetto dell’Amore di Dio”. Solo così forse riusciremo a liberarci dagli interessi del mercato divinizzato, nuovo vitello d’oro al quale sacrifichiamo la nostra dignità in cambio di un presunto benessere improntato al solo possesso materiale, per ritornare finalmente alla semplicità e bellezza del Vero messaggio evangelico e a laudare il Signore per i magnifici doni che ci ha fatto.
 

22 agosto 2013

La famiglia a Cuba, tra vecchi problemi e nuove sfide

di Andrea Virga

“Cuba, cura le tue famiglie per conservare sano il tuo cuore”
(B. Giovanni Paolo II)

“Solo la moralità degli individui conserva lo splendore delle nazioni”
(José Martí)

Qui all’Avana, si è recentemente tenuto, il 10 luglio, nella casa sacerdotale “S. Giovanni Maria Vianney”, l’Incontro Nazionale della Pastorale Famigliare, organizzato dalla Commissione Nazionale per la Famiglia della Conferenza dei Vescovi Cattolici Cubani (COCC). Sono intervenuti il Vescovo di Santa Clara, Mons. Arturo González, presidente della commissione, e il segretario esecutivo della commissione, il diacono santaclareño Juan Carlos Urquijo con la moglie Maria Carmen Sarmiento, oltre al Vescovo emerito di Melo, in Uruguay, Mons. Luis del Castillo, il quale vive da qualche tempo nella Diocesi di Santiago de Cuba. In quest’occasione, Padre Jorge Cela SJ (gesuiti ovunque!), attuale presidente della Conferenza dei Provinciali dell’America Latina, ha presentato i risultati dell’inchiesta Cuba Familia, condotta in tutte le diocesi dell’isola.
 

27 luglio 2013

La democrazia in Giovanni Paolo II

di Giulia Tanel

In quest’ultimo periodo, di forti concitazioni politiche, economiche e religiose, è emerso più volte come il concetto di democrazia possa essere ridotto a una sorta di “legge del più forte”. In tale contesto torna di grande attualità l’agile ma interessantissimo libro “La democrazia in Giovanni Paolo II” (Fede&Cultura, 2008), a cura di Fabrizio Cannone.

 

07 marzo 2013

«Sigo aferrado a Cristo»: Vita e morte di Hugo Chávez (II parte)

Tuttavia, è del Chávez cattolico che c’interessa parlare. La sua vita personale, al di là di gravi peccati come i due divorzi, è stata espressione comunque di una forte fede personale, di stampo popolare. Cresciuto in una famiglia cattolica, da bambino fu chierichetto. Contrariamente alla volontà della nonna e della madre che avrebbero voluto che entrasse in seminario, scelse l’unica altra via di riscatto sociale aperta ad un venezuelano d’umili origini: l’esercito.

 

04 ottobre 2012

L’insospettabile alleanza tra evoluzionismo liberale e dottrina sociale

di Alessandro Rico

Nella prima puntata ho descritto le caratteristiche del «razionalismo critico» e dell’interpretazione in chiave evolutiva delle istituzioni sociali. Ora cerco di arginare le obiezioni che i cattolici più probabilmente rivolgeranno a questo modello.
 

30 aprile 2012

Giuseppe Toniolo, il beato economista




Domenica 29 aprile, presso la Basilica di San Paolo fuori le mura, è stato beatificato Giuseppe Toniolo, uno fra i più grandi sociologi ed economisti cattolici italiani, vissuto a cavallo tra il XIX e XX secolo.
La figura di Toniolo si presenta oggi attualissima (come ha ricordato il Santo Padre nel Regina Coeli) per due motivi: l’esempio edificante di vita cristiana, con il suo impegno culturale e sociale, e la lettura della società e dell’economia, eterodossa rispetto alle correnti accademiche del suo (e del nostro) tempo.