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06 settembre 2018

Il Card. Caffarra e l'uomo alla ricerca di Dio

A un anno dalla morte di un principe della Chiesa

di Samuele Pinna
Esattamente un anno fa veniva a mancare, un po’ improvvisamente, il cardinale Carlo Caffarra (1938-2017), che è stato un autentico uomo di Dio. La sua fermezza dottrinale era unita a una grande carità e a quei gesti di affetto e di stima che, per chi ha avuto il privilegio di conoscerlo da vicino, non faceva mai mancare. Come Benedetto XVI o il cardinale Giacomo Biffi, per citare due figure che egli ammirava molto, ha vissuto in quell’equilibrio oggi sempre più precario nel cristiano medio. Rifiutava cioè quello che oggi viene chiamato “progressismo”, dove la verità è sacrificata per la carità. Il che, per spiegarci, seppur in una superficiale semplificazione, può essere sintetizzato così: non importa ciò che è vero, perché muta con la storia, l’importante è “volersi bene”. Non accettava, però, anche ciò che viene apostrofato come “tradizionalismo”, dove la carità è sacrificata per la verità. E, anche in questo caso, sempre in una non approfondita valutazione, si può riassumere il suo significato in tal modo: la verità diviene un modello formale e astratto da applicare sul reale senza “se” e senza “ma” a prescindere dai soggetti coinvolti. In entrambi i casi il prodotto finale non coincide con l’espressione di un autentico cattolicesimo, che – parafrasando un Salmo – “non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva”. È l’amore che fa aderire alla verità, che coincide con Cristo e che la Chiesa sostiene, quale sua colonna. Non è un generico buonismo che Gesù insegna e ha testimoniato, ma quell’amore divino che è fedele, gratuito, eterno, pronto al sacrificio, al dono di sé…

Per tenere insieme amore e verità, bisogna fortificarsi nella virtù dell’umiltà, che permette di riconoscere in Dio – conosciuto metafisicamente, ma non ridotto a quello dei filosofi o dei sistemi – il fondamento della propria vita così da vivere una relazione con Lui dai tratti personali. Allora si scopre che non c’è nulla di più bello che la verità, che a Lui rimanda, e non c’è causa più nobile per cui dare la vita. E ci si scopre in quella gioia promessa dal Signore che non viene mai meno, perché sostenuta dal Suo Spirito. La noia, la lamentela, la frustrazione sono, pertanto, annientate da quella ricerca di vero (e di buono e bello) che nell’amore si dà in pienezza. Il cardinale Caffarra aveva compreso molto bene tutto questo e lo insegnava, sorretto a sua volta da una altra virtù, quella della fortezza, per cui non aveva paura di annunciare con chiarezza la verità, avendo sempre una grande attenzione, amorevole direi, per le persone che incontrava, anche quando queste erano in palese disaccordo con lui. Mi pare che tra i molti insegnamenti, particolarmente significativo sia stato quello tenuto il 12 febbraio 2013, che mostra come il fondamento umano si ritrovi nella ricerca del rapporto con Dio. Vogliamo, dunque, ascoltare, ancora una volta, le fresche parole di Carlo Caffarra, sostegno e aiuto per vivere la nostra fede in quella verità che regola la nostra vita e la trasforma in atti d’amore.



* * *



1. Due sono le grandi metafore della vita: il girovago, il pellegrino. Essi indicano due modi di vivere molto diversi.

Il girovago non ha una meta; il pellegrino ha una meta. Il girovago si distrae ad osservare, e a fermarsi di fronte a ciò che gli piace; il pellegrino, pur non chiudendo gli occhi a ciò che incontra, non si lascia distrarre fino al punto da dimenticare la meta a cui è diretto. Il girovago non ha una strada non avendo una meta da raggiungere; il pellegrino ha una strada che non deve e non vuole abbandonare perché desidera raggiungere la meta.

Passiamo dalla metafora alla realtà. Ciascuno di voi ha nel cuore grandi o piccole speranze, diverse a seconda dei periodi della vostra vita: la speranza di un grande amore ricambiato; la speranza di poter trovare un lavoro sicuro e dignitosamente retribuito; la speranza di avere grandi riconoscimenti professionali, e così via. Tutto questo basta? Siamo condannati a girovagare da una speranza all’altra?

Vi chiedo ora di riflettere su un’esperienza molto significativa, che spesso ciascuno di voi vive. La riassumo nel modo seguente: la delusione del compimento. Succede non raramente che raggiunto l’obiettivo del nostro desiderio, ci troviamo a dire: “tutto qui?”. È come se fosse più bella la ricerca che il possesso, il desiderio che la soddisfazione. Viviamo spesso una sproporzione esistenziale fra ciò che speriamo e desideriamo e ciò che concretamente possiamo raggiungere.

Chi ha espresso in modo sublime questa sproporzione è stato G. Leopardi. Faccio solo una citazione. Nella poesia, che molti di voi sicuramente hanno studiato, Il sabato del villaggio, il poeta scrive:


“Questo di sette è il più gradito giorno,

pien di speme e di gioia:

diman tristezza e noia

recheran l’ore, ed al travaglio usato

ciascuno in suo pensiero farà ritorno”


Il sabato, cioè l’attesa, è “pien di speme e di gioia”; la domenica, cioè il compimento, è “tristezza e noia”. È questa esperienza che persuade molti a vivere la vita da girovaghi, per quanto possibile. A navigare sempre a vista, senza proporsi un porto in cui fermarsi.



2. Vorrei ora che compiste un passo ulteriore: quale posizione possiamo ragionevolmente prendere di fronte a questa condizione di sproporzione fra il desiderio e i beni che lo soddisfano nella quale ci troviamo a vivere?

Una prima posizione è la seguente: siamo fatti male! Siamo, noi persone umane, realtà assurde, perché desideriamo naturalmente ciò che non possiamo raggiungere.

La conseguenza esistenziale, pratica di questa posizione, o – se volete – il consiglio che viene dato spesso, è il seguente: “accorcia la misura del tuo desiderio, e taglia la tua speranza. Non potendo raggiungere ciò che desideri, cerca di desiderare solo ciò che puoi raggiungere”.

Se uno fa propria questa posizione e questo consiglio pratico, può vivere secondo uno stile di vita che ho chiamato del girovago: “va alla ricerca di tutti i beni e le gioie possibili; una volta consumata l’una, passa a consumarne un’altra” [= consumismo].

Ma di fronte alla sproporzione fra desiderio-speranza e soddisfazione raggiunta, è possibile un’altra posizione: quella del pellegrino. La sproporzione non potrebbe derivare dal fatto che la persona umana è fatta per un bene infinito? Certamente essa ha bisogno di avere e nutrire nel cuore “piccole” speranze. Ma il fatto che quando queste si realizzano, appaia con chiarezza che esse non sono tutto, è indice che l’uomo è fatto per una speranza infinita, per un bene infinito.

Il nostro desiderio non va accorciato, la nostra speranza non va tagliata, perché esiste una risposta a loro misura. E il pellegrino si mette alla ricerca di questa risposta.

L’uomo alla ricerca di Dio è l’uomo che non si accontenta dei beni limitati, oggetto delle piccole speranze pure significative ed importanti. È l’uomo che prende coscienza che non può bastargli niente che non sia infinito; qualcosa che sarà sempre più di ciò che egli possa mai raggiungere.

Fermatevi un momento a riflettere sulle qualità o caratteristiche di questa ricerca. È la ricerca non semplicemente di una risposta ad una domanda della nostra ragione, del tipo: quanto è lungo il Nilo? C’è vita su Marte? Ma è ricerca di una Realtà di cui ho assoluto bisogno per vivere bene in senso pieno; di una Realtà colla quale possa stabilire una relazione reale.

È una ricerca che impegna tutto l’uomo: la sua ragione, il suo cuore, la sua libertà. E al massimo grado. È necessario impegnare la nostra ragione colla massima intensità per cercare Dio, e la nostra libertà in grado supremo.


3. Vorrei ora richiamare la vostra attenzione su ciò che può impedire la ricerca di Dio.

Il primo impedimento può essere quella che io considero la più grave malattia spirituale che possa colpire il cuore di un giovane: la tristezza del cuore.

La tristezza del cuore è una sorta di anoressia spirituale che rifiuta di prendere in considerazione ogni proposta che vada oltre la quotidianità; una sorta di pigrizia spirituale che induce neppure più a sperare che sia possibile una vita bella, vera, buona. Cari giovani… ai primi sintomi di questa malattia reagite subito; andate subito… dal medico [un buon confessore], perché altrimenti la prognosi è la morte del vostro io.

Il secondo impedimento è lo scientismo. Questo impedimento è come un’epidemia: la prendi senza accorgertene.

Lo scientismo consiste nel pensare che solo le proposizioni scientifiche sono qualificabili come vere o false, perché sono verificabili col metodo proprio della scienza. Chiedersi dunque: “la proposizione Dio esiste o Dio non esiste è vera o falsa”? È come chiedersi: quanti kg pesa una sinfonia di Mozart? È come farsi cioè una domanda priva di senso. Le suddette proposizioni sono mere opinioni soggettive e private.

È facile capire che se uno si lascia infettare da questa epidemia, non si mette in ricerca di Dio. Semplicemente si tiene la sua opinione al riguardo.

Potete aver ricevuto col latte materno la certezza di Dio. È un grande dono che vi è stato fatto. Ora si tratta di continuare ad essere, o di iniziare ad essere grandi cercatori di Dio. Che cosa significa essere cercatori di Dio ho cercato di spiegarlo sopra.
 

15 settembre 2017

Carlo Caffarra tra aneddoti e l’omelia di mons. Zuppi


“Tempus resolutionis meae instat” (2 Tm 4,6)



di Samuele Pinna
Sono rimasto piacevolmente colpito dagli attestati di affetto unanimi che ho potuto leggere in questi giorni a riguardo della grande figura del cardinal Carlo Caffarra. Prima di conoscerlo personalmente con l’amico Davide Riserbato avevamo chiesto un parere al cardinal Giacomo Biffi su quello che allora era il suo immediato successore sulla cattedra di San Petronio. Ricordo che Biffi con la sua consueta ironia aveva risposto che non aveva nulla da eccepire a riguardo del nuovo Arcivescovo di Bologna se non su un importante e non trascurabile aspetto: la sua fede calcistica! E sentendosi un poco deluso dal fatto che il prof. Riserbato tifasse per la medesima squadra, fu risollevato quando confidai che io invece “ci” tenevo all’Inter.
In realtà, quanto ci disse in seguito Biffi era un quadro veritiero che ben descriveva quel gigante che è stato Carlo Caffarra e di cui ho potuto direttamente beneficiare una volta conosciuto. I nostri incontri furono sempre così ricchi e proficui da lasciare un grato ricordo di un’amicizia profonda e discreta. Ci eravamo sentiti a fine agosto per fissare un incontro per settembre e ne avevo approfittato per inviargli il mio articolo su Guareschi apparso su questo sito. Sapevo che il Cardinale era un appassionato lettore di Don Camillo, come ricorda mons. Matteo Zuppi nella splendida omelia delle esequie: «La sua è la terra di Peppone e don Camillo, Samboseto di Busseto. Guareschi era una delle sue passioni – lo aveva sul comodino – anche perché il Cardinale era capace di unire riflessione teologica e morale con tanta conoscenza letteraria, storica e anche musicale. Lo immagino nella preghiera parlare con Gesù proprio come faceva don Camillo che si rivolgeva appassionato e con immediatezza al crocifisso e ne ascoltava poi i richiami a volte bonari a volte forti che lo invitavano sempre alla misericordia. E proprio questa era il suo stemma e il suo motto: Sola misericordia tua, con Gesù che sembra accorrere per stringere quelle mani tese verso di lui dell’uomo che cerca salvezza. Sola misericordia tua è la verità».
Quando con il prof. Riserbato e don Massimiliano Sabbadini stavamo organizzando la presentazione del libro in ricordo del cardinal Biffi a un anno dalla morte ( Ubi fides ibi libertas. Scritti in onore di Giacomo Biffi, Cantagalli 2016) ricordo che l’Arcivescovo ci chiese di convincere l’Emerito di Bologna a esserci. Tutti i presenti erano dell’opinione che non avrebbe mai accettato, avendo scelto di non apparire per non dare fastidi al suo Arcivescovo successore. Non solo invece il cardinal Caffarra ci donò per il volume la sua predica delle esequie di Giacomo Biffi, ma ci disse immediatamente e con certa convinzione che per lui e per noi “ragazzi” (così ogni tanto ci apostrofava) sarebbe venuto sicuramente e più che volentieri. In quell’occasione, inoltre, alcune sue parole furono forti e significative insieme, come quando disse in un boato di applausi: «Una Chiesa povera di dottrina non è una Chiesa più pastorale, è semplicemente una Chiesa più ignorante» (cfr. G. Biffi, Cose nuove e cose antiche, a cura di Samuele Pinna e Davide Riserbato, Cantagalli 2017, p. 282)
Verità nella misericordia: dire la verità non per umiliare ma per innalzare a uno sguardo migliore sulla realtà e per vivere una vera libertà, giungendo alla beatitudo. Questa era la strada scelta da Caffarra, il quale non voleva attrarre a sé o alle proprie idee, ma coinvolgere nel guardare insieme una Verità più grande. Ecco dunque, come ricorda mons. Zuppi nella sua omelia, che «molti che in passato ebbero posizioni differenti dalle sue, hanno sottolineato proprio la sua integrità e chiarezza e l’importanza di avere un interlocutore così».
Tra gli attestati di affetto apparsi in questi giorni, tutti ugualmente degni di nota, mi sono ritrovato molto nelle belle e toccanti parole dell’Arcivescovo di Bologna: «Lo salutiamo inaspettatamente – ha detto con verità in un passaggio –, con l’amarezza di tanti discorsi interrotti e con una presenza che viene a mancare, importante per la Chiesa tutta e per la nostra città». Il Cardinale ha amato e servito l’unità della Chiesa «con intelligenza e fermezza – sono ancora parole di mons. Zuppi – e allo stesso tempo con tanta delicatezza e profonda vicinanza umana ad ogni persona, con ironia sempre colta e misurata. Tutti lo ricordiamo come un uomo affettuoso, sensibile, sincero, come mi disse parlando di lui Papa Francesco, con i tratti di timidezza. In tempi di narcisismo protagonista e di esibizione di sé la riservatezza del Cardinale è una ricchezza che aiuta ad andare oltre le apparenze e a cercare la profondità interiore in ogni incontro e nel sensibilissimo relazionarsi degli uomini. Non voleva essere affatto confuso con interpretazioni e posizionamenti preconcetti che, al contrario, indeboliscono l’unità. Il suo era un amore indiscusso ed obbediente per Cristo e per la Chiesa e alcune interpretazioni strumentali o divisive lo amareggiavano profondamente. Ha voluto che la Chiesa indichi e predichi la Verità di Cristo senza accomodamenti e opportunismi “non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio che prova i cuori” [1Tess 2,4b], con una chiarezza che ha ottenuto il rispetto anche di quanti avevano sensibilità e convinzioni diverse».
C’è, dunque, da ringraziare: «Ringraziamo di cuore il Cardinale per come ha vissuto i suoi tre amori – i sacerdoti, le famiglie, i giovani – e come ha coinvolto tanti per questi. Ogni amore, poi, è anche motivo di qualche sofferenza, ma è sempre pieno di frutti, anche se a volte non li riusciamo a vedere come vorremmo». E tanti sono poi questi “grazie” concreti: «Grazie per l’insegnamento e per l’Istituto Giovanni Paolo II, per la difesa della famiglia […]. Grazie per gli infiniti legami di amicizia, coltivati sempre con profondità e intelligenza evangelica […]. Grazie per il suo servizio alla Chiesa universale nei vari dicasteri della Santa Sede, in particolare per la collaborazione lunga e ricca con Papa Benedetto XVI».
Carlo Caffarra è stato – e lo si evince dalle commoventi parole di mons. Zuppi e dagli affettuosi incontri che ho avuto il dono di vivere con lui – un uomo di Dio, capace «di abbandono, di ascolto, di intimità con Colui che è stato il centro di tutta la sua vita».


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08 settembre 2017

Così Caffarra smontava il gender. 25 anni fa


di Giuliano Guzzo

L’eredità che ci lascia il cardinal Carlo Caffarra (1938-2017) è realmente immensa e non certo riassumibile, neppure per sommi capi, in poche battute. I tantissimi che lo hanno conosciuto, frequentato e amato potranno senza dubbio confermare. Ma lo può confermare anche chi, come il sottoscritto, pur avendolo incontrato di persona, lo ha soprattutto letto e studiato, rintracciando nella sua opera non solo il riflesso di una cultura sterminata, ma anche – soprattutto, direi – di un’intelligenza viva, capace di leggere e anticipare i tempi.

Dimostrazione di ciò lo si ha nella capacità che Caffarra ebbe di cogliere l’importanza, negli ultimi anni divenuta decisiva, della partita antropologica per quanto concerne sia la difesa della bellezza e della santità del matrimonio, sia quella differenza sessuale a prima vista elementare ma oggi minacciata dall’ideologia cosiddetta del gender. Non è un caso che già decenni fa, quello che fu il ghost writer sui temi della bioetica e della morale di un certo Giovanni Paolo II (1920-2005), insistesse con forza sul valore della mascolinità e della femminilità.

Una conferma la si ritrova nel suo testo Etica generale della sessualità (Ares, 1992), laddove egli sottolineava e spiegava ciò che oggi, 25 anni dopo, converrete, è drammaticamente urgente ribadire: «L’uomo è maschio o femmina. E anche già a questo livello di immediatezza nell’osservazione […] L’uomo, prima di essere italiano o francese o prima di essere avvocato o medico o (e le classificazioni potrebbero continuare ancora più a lungo), è maschio o femmina». Ora, perché Caffarra rimarcava l’ovvio, affermando che «l’uomo è maschio o femmina»?

Semplice: perché sapeva che l’ovvio, presto – in una sorta di rovesciamento della logica e, culturalmente, di finestra di Overton al contrario – sarebbe stato destinato a divenire discutibile, minoritario, quindi rivoluzionario. Esattamente com’è oggi dire che «l’uomo è maschio o femmina». Un’affermazione, anzi una constatazione dinnanzi alla quale non bisogna avere incertezze di alcun tipo. Perché – disse sempre il cardinale ieri scomparso, in una conferenza tenuta il 16 gennaio 1996, una vita fa – «L’uomo e la donna portano impressa in se stessi l’immagine di Dio e sono così interiormente “riferiti”, appunto “ricapitolati in Cristo”».

«Nessuna forza avversa – aggiunse poi – sarà in grado di distruggere questo orientamento. E’ necessario solo essere vigilanti nella propria coscienza interiore per fare quella giusta scelta di campo per la salvezza dell’uomo. E’ necessario non avere paura. La forza divina è di gran lunga più potente, smisuratamente più grande del male che opera oggi per distruggere matrimonio e famiglia». Aveva insomma capito, con straordinario anticipo, che la battaglia contro la famiglia sarebbe arrivata alle negazione dell’uomo e della donna. Anche di questo, oltre che di tutto il resto, occorre essergli grati. Riposi in pace.

https://giulianoguzzo.com/2017/09/07/cosi-caffarra-smontava-il-gender-25-anni-fa/

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07 settembre 2017

Il cardinale Carlo Caffarra, una Vita per la Famiglia


di Alfredo Incollingo

Il 6 settembre è morto il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna, all'età di 79 anni. La Chiesa Cattolica purtroppo ha perso un'altra personalità carismatica. Come Biffi, Caffarra difese fino alla fine dei suoi giorni l'ortodossia cattolica, la famiglia e la vita contro la cultura della morte imperante in questi anni. Nonostante non si fosse mai arreso, aveva tuttavia compreso l'ineluttabilità della decadenza umana e morale, come affermò sulle pagine de Il Giornale (28 giugno 2017), commentando il caso di Charlie Gard: “Siamo arrivati al capolinea della cultura della morte. Sono le istituzioni pubbliche, i tribunali, a decidere se un bambino ha o non ha il diritto di vivere. Anche contro la volontà dei genitori. Abbiamo toccato il fondo delle barbarie.” Negli ultimi anni si era apertamente opposto alle spinte aperturiste del cattolicesimo moderno, certo che il tema della famiglia costituiva il Cavallo di Troia del modernismo religioso.

Una vita per la famiglia

Caffarra si impegnò dentro e fuori la Chiesa Cattolica nel difendere la famiglia e il matrimonio. La sua lucidità intellettuale e la sua profonda conoscenza della bioetica lo aiutò a comprendere i pericoli antropologici e morali che incombevano sulla famiglia. La sua decadenza, secondo Caffarra, ebbe origine dal venir meno dell'Amore cristiano: “È avvenuto come uno scippo. Una delle parole chiavi della proposta cristiana, appunto ‘amore’, è stata presa dalla cultura moderna ed è diventata un termine vuoto, una specie di recipiente dove ciascuno vi mette ciò che sente. Così la verità dell’amore è oggi difficilmente condivisibile.” Come presidente del Pontificio Istituto per gli Studi su Matrimonio e Famiglia, un ruolo che ricoprì dal 1981 al 1995 per volere di papa Giovanni Paolo II, denunciò le trasformazioni perniciose della società moderna che stavano dissolvendo le naturali relazioni familiari. Si scagliò con dure parole contro i disegni di legge per le unioni civili e per i matrimoni gay. In un'intervista su Tempi del 19 giugno 2015 affermò: “L’Europa sta morendo. E forse non ha neanche più voglia di vivere. Poiché non c’è stata civiltà che sia sopravvissuta alla nobilitazione dell’omosessualità. Non dico all’esercizio dell’omosessualità. Dico: alla nobilitazione della omosessualità.” Queste parole di fuoco furono espresse dopo che il Parlamento Europeo approvò un rapporto sull'uguaglianza di genere e sulle famiglie gay, ravvisandovi la fine dell'Europa e dell'Occidente.

Contro l'aborto, per la vita

Le sue prediche e i suoi studi non si focalizzarono solo sulla famiglia e sul matrimonio. Caffarra si occupò di bioetica, preoccupandosi soprattutto di ingegneria genetica. Sull'aborto fu sempre inflessibile nel condannarlo e non ebbe riluttanza nel dire che “è un vero e proprio omicidio, poiché è l’uccisione deliberata e diretta di un essere umano.”

Il cardinale che "sfidò" papa Francesco

Negli ultimi tempi Caffarra aveva espresso numerosi dubbi sulle prese di posizioni di Papa Francesco su matrimonio e famiglia nell'esortazione apostolica Amoris Laetitia. Il porporato bolognese, insieme ad altri tre firmatari (Brandmüller, Burke e Meisner), inviò una lettera di chiarimento al pontefice sul contestato capitolo otto del documento, riguardante l'accoglienza e il discernimento familiare. Nei famosi Dubia si manifestavano le sue preoccupazioni sulla comunione ai risposati divorziati e in generale sulla concezione cristiana della famiglia di papa Bergoglio. Caffarra, su Il Foglio del 15 gennaio 2017, dichiarava: “Credo che vadano chiarite diverse cose. La lettera, e i dubia allegati, è stata lungamente riflettuta, per mesi, e lungamente discussa tra di noi. Per quanto mi riguarda, è stata anche lungamente pregata davanti al Santissimo Sacramento”. Nello stesso articolo il cardinale replicava a chi lo definiva un nemico del papato: “Esiste per noi cardinali il dovere grave di consigliare il Papa nel governo della Chiesa. E’ un dovere, e i doveri obbligano. Di carattere più contingente, invece, vi è il fatto – che solo un cieco può negare – che nella Chiesa esiste una grande confusione, incertezza, insicurezza causate da alcuni paragrafi di Amoris laetitia. In questi mesi sta accadendo che sulle stesse questioni fondamentali riguardanti l’economia sacramentale (matrimonio, confessione ed eucaristia) e la vita cristiana, alcuni vescovi hanno detto A, altri hanno detto il contrario di A. Con l’intenzione di interpretare bene gli stessi testi.”

Risuonano ancora le sue parole d'amore per la Chiesa Cattolico e quelle d'orgoglio per essere un cristiano cattolico: “Io sono nato papista sono vissuto da papista e voglio morire da papista!” Sbaglia chi lo ha definito un avversario del papato, tanto meno di Bergoglio, ed è in errore chi lo etichettò come un tradizionalista. Caffarra fu un umile servitore di Cristo e, in quanto tale, ha difeso i Suoi insegnamenti dai lupi che insidiano il gregge cristiano.

http://www.barbadillo.it/68812-chiesa-addio-al-cardinal-caffarra-sfido-la-cultura-della-morte/

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In honorem Caroli Caffarra



di Amicizia San Benedetto Brixia

La notizia della morte del card. Caffarra mi arriva  quasi in diretta, via messaggio privato. Rimango di sasso, ma non mi viene molto dire. Tempo un minuto e la voce si diffonde anche su un gruppo whatsapp di conoscenti e poi su un altro. Il tono dei commenti è semplice: si chiedono preghiere, si esprime dolore per la perdita di una persona amata, ci si commuove per un amico. Nei gruppi scrivono laici e sacerdoti, ma soprattutto molti giovani. Mi importa poco comprendere se questi commentatori sono rappresentativi o meno del cattolicesimo dominante, mi rallegro di avere contatti con simili persone. Per costoro non è morto un conservatore o un politico o un reazionario o un provocatore, ma un cardinale e un fratello insieme. Questo a mio giudizio è sensus fidei.

In seconda battuta ho avvertito il forte desiderio di capire cosa può dirci questo avvenimento. Scrivo alla redazione di Campari&deMaistre e mi propongo per buttare giù due righe di necrologio. Risposta: “Non scriviamo nulla e non pubblichiamo più niente fino a domani. Lutto totale”. Non è una scelta di redazione questa, è una scelta di umanità e di fede, è mettere il rispetto per la persona e la preghiera cristiana di suffragio prima di tutto il resto. Esprimo grande stima per tale linea: c’è un tempo per la bagarre e uno per il silenzio, bravi gli amici di C&deM! Ci siamo risentiti con calma in tarda serata. “Fai così, preparami il pezzo per domani… ma tu conosci la biografia di Caffarra?” Io credo non serva conoscere la sua biografia, perché il nostro blog non fa informazione ma cultura, e nel caso specifico dell’Arcivescovo emerito di Bologna, tutta la biografia di rito non vale quanto l’impegno speso negli ultimi anni di testimonianza pastorale. “Era un moralista, vero? Tu sai altro?” Io non so nulla tranne una cosa fondamentale.

Il card. Caffarra è stato un testimone eccelso e, ciò che molti non intendono e altri non vogliono accettare, ha espresso in questi ultimi tempi una voce autentica dello spirito cristiano, né paternalista, né ribelle, né pusillanime, né aggressivo. Certo, c’è un grande tema sul tavolo: parliamo di uno dei quattro protagonisti dello scomodo caso dei dubia papali, nonché il secondo Cardinale “dei dubia” a morire in poco tempo. Questo di per sé potrebbe non voler dire molto, già sappiamo che anche altri Pastori più giovani appoggiano la proposta dei dubia, ma che per ragioni di prudenza si sono esposti alcuni tra i più anziani, che è statisticamente plausibile siano tra i primi a decedere. Caffarra - aggiungiamo - appariva deperito e malato negli ultimi tempi, né se ne preoccupava: “Eminenza, le auguro di festeggiare lietamente i suoi ottanta anni” gli avevano augurato da poco, “Spero di festeggiarli in Paradiso” è stata la risposta del porporato. D’altro canto - è vero - il fatto che siano rimasti solo due estensori dei dubia implica una suggestione sia a livello psicologico che teologico. A livello psicologico i sopravvissuti, Burke e Brandmuller, sanno che ormai la Correzione Formale di Amoris Laetitia, se si vorrà fare, graverà tutta sulle loro spalle (l’intervento di altri cardinali non è auspicabile perché darebbe un’immagine negativa di Chiesa: sempre più lacerata, e ciò non farebbe bene a molti semplici fedeli). Si pone poi il quesito teologico: è Dio (il Dio della Misericordia) che sta uccidendo questi cardinali “cattivi” o al contrario è satana che sta togliendo di mezzo i suoi ostacolatori?

Anche a queste domande non presto attenzione e sposto altrove il mio pensiero. Dobbiamo immensa gratitudine a mons. Caffarra per aver reso pubblico il suo confronto epistolare con suor Lucia di Fatima, risalente agli anni Ottanta: “Padre, verrà un momento in cui la battaglia decisiva tra il regno di Cristo e Satana sarà sul matrimonio e sulla famiglia. E coloro che lavoreranno per il bene della famiglia sperimenteranno la persecuzione e la tribolazione. Ma non bisogna aver paura, perché la Madonna gli ha già schiacciato la testa”. Per averlo reso pubblico e per essergli rimasto fedele fino alla fine. Forse proprio questo è il messaggio definitivo e più importante che l’Arcivescovo ci lascia, al di là di tutti i dettagli biografici che altri avranno cura di riportare.

Ecco perché non ho nessuna intenzione di commentare la questione dei dubia, episodio sicuramente doloroso e coraggioso dell’ultimo tratto di vita di Caffarra, né oso immaginare che ne sarà dell’epopea di Amoris Laetitia. Piuttosto, quel che mi è chiaro, anche raccogliendo i commenti in rete, è quale orizzonte si prospetta per la Catholica. Da un lato i politicanti di destra e di sinistra (farisei, sadducei o semplici scribi) che alimentano un clima di divisione e di disprezzo, segno dell’inaridimento della carità cristiana tra i fedeli, segno del dilagare di insinuazioni diaboliche tra i cattolici di ogni rango e grado. Dall’altro i santi, coloro che, certamente consci dei propri limiti e della propria inadeguatezza rispetto al momento storico di grande crisi, giungono ad un tenore di vita spirituale profondo, pacificato, insensibili alle voci del mondo, liberi da rancori e profondamente umili. Stando così le cose, quale eredità ci lascia il card. Carlo Caffarra? Ricevo e pubblico: “Il card. Caffarra ha detto a un sacerdote poche ore prima di morire che il Signore non abbandonerà la sua Chiesa, che gli Apostoli erano 12 e che il Signore ricomincerà con pochi; che dobbiamo chiedere la forza di S. Atanasio che ai tempi dell'eresia ariana da solo è andato contro tutti, di avere fede, speranza e fortezza”. Non ho ulteriori informazioni, ma mi pare possa essere una fonte plausibile, terribilmente in tono con Origene, citato ieri stesso nel Breviario riformato: “«Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Ambedue, sia il tempio che il corpo di Gesù, secondo un'interpretazione possibile, mi sembrano figura della Chiesa. Questa infatti è edificata con pietre viventi. È divenuta «un edificio spirituale per un sacerdozio santo» (1Pt 2,5). È edificata «sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù» (Ef 2,20) e perciò si chiama tempio. È vero però anche che «voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte» (1Cor 12,27). Se così è, può bensì venire distrutto ciò che congiunge le pietre del tempio. Può certo accadere che queste pietre vengano disperse come sta scritto nel salmo 21, il che significa, fuori metafora, che le ossa di Cristo possono essere scompaginate dalle tribolazioni e dalle persecuzioni di coloro che combattono l'unità del tempio. Tuttavia il tempio verrà riedificato e il corpo risusciterà il terzo giorno, cioè dopo il giorno della sua tribolazione e dopo il giorno seguente, che è il giorno della consumazione”.

E’ morto un santo? Non sta a noi dirlo. Però, alla luce delle presunte ultime dichiarazioni e della loro consonanza col Breviario, mi viene da sentenziare: forse è morto un Padre della Chiesa, un piccolo Origene degli ultimi tempi, quelli in cui satana sferra gli ultimi colpi contro il Corpo Mistico di Cristo, anche se Maria gli ha già schiacciato la testa. Lasciamo alla storia di fare il suo corso e di svelarci l’autentico valore delle persone, ma curiamo fin d’ora di trattenere per noi il grande tesoro dell’insegnamento di Caffarra: non l’ecologia, la sociologia, la politica, la solidarietà, ma l’ennesima e forse estrema lotta contro satana. Di questo deve preoccuparsi la Chiesa, i suoi Pastori ed ogni cristiano. Altrimenti saremo solo vergini stolte, e rischieremo di essere private del conforto del nostro Sposo.


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06 giugno 2016

Giustizia e misericordia nelle parole del Card. Caffarra


di Riccardo Zenobi

Il 30 maggio si è tenuto ad Ancona un incontro con il cardinale Carlo Caffarra, per la prima volta giunto nella città dorica; tale incontro è stato organizzato dall’Associazione Culturale Oriente Occidente, ed è la terza di una serie di sette conferenze. Degli incontri precedenti ci siamo già occupati (qui il primo incontro, qui il secondo), e ci occuperemo anche dei prossimi.

Il tema sul quale ha parlato il cardinale emerito di Bologna è il più grande e drammatico avvenimento che possa capitare ad una persona: l’incontro della persona umana con la misericordia divina, e la susseguente giustificazione dell’uomo (ossia cosa lo rende giusto). Tale riflessione è stata articolata in 3 momenti, il primo dei quali è iniziato citando sant’Ambrogio nel suo commento ai 6 giorni della Creazione, nel quale si nota come Dio trovò il suo riposo dopo aver plasmato l’uomo, non dopo aver creato il Cielo e la terra. Il Creatore aveva uno scopo nell’atto di creare, ossia manifestare le sue perfezioni nelle creature. Una di queste perfezioni è la misericordia, attributo unicamente divino, e creando l’uomo è venuto all’essere qualcuno su cui esercitare la misericordia. Il peccato, che è un male, consente a Dio di manifestarsi come colui che perdona, essendo il perdono parte del progetto creativo del Padre. La misericordia divina è la chiave interpretativa delle vicende umane: noi vediamo solo la superficie della storia, nello stesso modo con cui vediamo la superficie del mare, spesso increspata. Al fondo della storia vi è l’incontro tra il male morale (ossia il peccato) che corrode le strutture fondamentali della vita – quali il matrimonio, la famiglia, l’economia, lo stato – e la misericordia di Dio che offre il perdono. Tutti hanno peccato, ma sono giustificati gratis dalla Redenzione operata da Cristo, sempre presente nel mondo. Questa e non altra è la chiave di volta dell’arco della Creazione, senza la quale il peso del dramma della storia umana diverrebbe insopportabile e schiacciante; non solo riguardo le tirannie del passato, ma anche nelle presenti opere tese a sradicare la libertà umana dalla verità sull’uomo, finendo così sotto la tirannia di una libertà impazzita e capricciosa. Quale è l’esito finale di tale incontro? Non ci è ancora noto, ma va tenuto per certo che la misericordia è la proprietà che più di ogni altra deve essere attribuita a Dio.
Il secondo momento dell’incontro si è concentrato sul momento più grande della misericordia, ossia il perdono del peccatore e la sua giustificazione. Tale atto divino è più grande della stessa Creazione, poiché quest’ultima è transitoria e mutevole, mentre il perdono introduce l’uomo a partecipare della vita stessa di Dio. Tale atto è compibile solo da Dio, e non ha altro scopo che rendere il peccatore, ormai giustificato, partecipe della stessa vita divina, formando così una nuova alleanza tra Dio e l’uomo. Vi sono quindi due attori, uno di fronte all’altro, l’uomo di fronte alla divinità come soggetto veramente libero nei suoi confronti. Questo è il cristianesimo. La persona umana si trova nelle deformità del peccato, fuori della Grazia divina, e tale operazione deiforme di perdono implica il consenso libero della persona, il quale necessita della decisione di abbandonare il peccato e del consenso all’offerta di Dio. Tale atto supremo è chiamato conversione. Di tali esempi abbonda la Scrittura, come nell’episodio di Zaccheo, nel quale Cristo conduce quel pubblicano alla giustizia conformemente alla natura umana, cioè con libertà; infonde così la Grazia che muove la libertà ad accettare il perdono.
Nel terzo momento dell’incontro si è evidenziato che esistono due modi erronei di narrare l’evento misericordioso: in primo luogo, vi può essere l’annuncio della misericordia di Dio senza l’invito alla conversione; oppure vi può all’opposto essere l’esortazione alla conversione senza l’annuncio di misericordia. Il primo modo di annunciare, rischio che corre la Chiesa attuale, ha conseguenze devastanti sull’immagine di Dio e della persona umana, perché si perde il concetto di conversione, e quindi la libertà umana ne risulta del tutto svilita, e Dio diventa un idolo senza giustizia o santità, perché si negherebbe il fatto che l’uomo è in condizione di peccato. Si censurerebbero così il giudizio e la santità di Dio. Il secondo modo è invece errato perché ridurrebbe il cristianesimo ad una proposta etica, ad un codice morale, non più quindi un evento di misericordia che può cambiare la vita. È un errore che riduce la Grazia ad una legge. L’uomo era come caduto nel gorgo del peccato, e Dio non lo ha salvato insegnandogli a nuotare (cioè comunicandogli un codice morale perfetto, una legge), ma buttandosi in acqua e trascinandolo fuori. All’uomo è richiesto di lasciarsi abbracciare, di convertirsi e di non peccare più. Si deve evitare di corrompere la proposta cristiana formandosi una idea falsata di Dio; e il proprio concetto di Dio è ciò che porta al culto o lo preclude. Il primo atto di culto è l’obbedienza dell’intelligenza, la quale si forma una immagine adeguata di Dio. Se dunque il primo errore distrugge il concetto stesso di peccato e di conversione e l’impegno morale necessario per non commettere più il male, il secondo allontana da Dio perché ne dà una immagine falsata, come di un moralista.
Nel quarto ed ultimo punto si è parlato di quali condizioni spirituali custodiscono misericordia e conversione: la prima è certamente custodire la propria coscienza morale in intima purezza, ossia nel rimandare ad un rapporto con Altro, e non abbruttirsi chiudendola in sé stessa. Se questo secondo modo d’essere è più facile, è comunque il lasciapassare per le tirannie di tutte le epoche. La seconda condizione è di avere un’intima esperienza di libertà di fronte a Dio, in quanto la libertà è maggiore quanto più grande ne è il referente. Se il nostro referente è un bene creato, abbiamo una libertà finita; in realtà ci siamo fatti schiavi di un idolo. Se non si è sperimentato lo stare davanti a Dio, la misericordia è vuota parola. Per ultimo, occorre avere presente il fatto che il peccato è il male massimo che si possa compiere. Questi tre vissuti esistenziali, ormai assenti dal pensiero comune dell’occidente, erano un sostrato comune a tutte le civiltà precristiane.

Concludo con una riflessione personale: solo una civiltà anti cristiana e post cristiana può azzardarsi a sradicare queste 3 dimensioni esistenziali, ma così la libertà dell’uomo finisce e inizia il potere totalitario sulle coscienze. Solo il cristianesimo può quindi salvare l’uomo, perdonandolo per come è e al contempo liberandolo dai suoi errori che ha accumulato nel corso dei secoli. Solo così possiamo avere un futuro.