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17 settembre 2018

Ratione Vacante. Compendio critico

La questione Viganò e lo scandalo abusi stanno mettendo certamente in difficoltà l'attuale pontificato. Sarebbe però sbagliato focalizzarsi sui comportamenti, decisamente contrari alla morale cristiana, senza ricordare che il vero punto critico dell'era Bergoglio è quello dottrinale. Poiché ormai non si tratta più semplicemente di audaci interviste in aereo, ma di pronunciamenti magisteriali, l'amico Satiricus ha fatto un compendio dei punti problematici che emergono dai documenti. Chi volesse indicare altri punti critici, può farlo al link indicato. Sicuramente verrà aggiunta la questione della vita contemplativa. 

Ho voluto raccogliere in questa pagina un elenco delle posizioni del Magistero nell’era di Bergoglio, le più clamorose e sconvolgenti.

Ad esse il prossimo Sommo Pontefice dovrà porre rimedio ufficiale, ma da esse Satiricus si sente fin d’ora tenuto a discostarsi in quanto assurde e contrarie alla ragione umana.

Le ho messe in una pagina anziché in un articolo, in quanto è probabile che questo elenco chiederà continui aggiornamenti.

Esso non ha pretese di esaustività e completezza, mi limiterò a includervi gli esempi più alti ed eclatanti.

Sono ben accetti suggerimenti dai lettori, per la qual cosa potete usare il contact form sottostante.
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Amoris Laetitia

La lettera pastorale Amoris Laetitia al numero 298 sembra introdurre la possibilità della pratica sacramentale per le coppie irregolari. In ciò si appoggia ad una citazione tratta da Familiaris Consortio n°84, riletta alla luce di Gaudium et Spes n° 51.

Amoris laetitia n° 298

I divorziati che vivono una nuova unione, per esempio, possono trovarsi in situazioni molto diverse, che non devono essere catalogate o rinchiuse in affermazioni troppo rigide senza lasciare spazio a un adeguato discernimento personale e pastorale. Una cosa è una seconda unione consolidata nel tempo, con nuovi figli, con provata fedeltà, dedizione generosa, impegno cristiano, consapevolezza dell’irregolarità della propria situazione e grande difficoltà a tornare indietro senza sentire in coscienza che si cadrebbe in nuove colpe. La Chiesa riconosce situazioni in cui «l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione».

Familiaris Consortio n° 84

La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio.

La riconciliazione nel sacramento della penitenza – che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico – può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72 [1980] 1082).

Gaudium et Spes n° 51

Il Concilio sa che spesso i coniugi, che vogliono condurre armoniosamente la loro vita coniugale, sono ostacolati da alcune condizioni della vita di oggi, e possono trovare circostanze nelle quali non si può aumentare, almeno per un certo tempo, il numero dei figli; non senza difficoltà allora si può conservare la pratica di un amore fedele e la piena comunità di vita. Là dove, infatti, è interrotta l’intimità della vita coniugale, non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli: allora corrono pericolo anche l’educazione dei figli e il coraggio di accettarne altri.

Commento. La citazione di Familiaris Consortio è mutila di una parte essenziale alla comprensione della stessa e la rilettura fattane a partire da Gaudium et Spes è abusiva. Gaudium et Spes si riferisce a coppie regolari. Familiaris Consortio non indulge sulla continenza da ‘fratello e sorella’.

Conclusione. La posizione di Amoris Laetitia è infondata e scandalosa. Essa induce “in errore e confusione” (cfr. Familiaris Consortio, 84).

Mitis et Misericors Iesus

Nella Mitis et Misericors appare un elemento formale, sia pure secondario, gravissimo.

Mitis et Misericors Iesus art.14 §1

Tra le circostanze che possono consentire la trattazione della causa di nullità del matrimonio per mezzo del processo più breve secondo i cann. 1369-1373, si annoverano per esempio: quella mancanza di fede che può generare la simulazione del consenso o l’errore che determina la volontà, la brevità della convivenza coniugale, l’aborto procurato per impedire la procreazione, l’ostinata permanenza in una relazione extraconiugale al tempo delle nozze o in un tempo immediatamente successivo, l’occultamento doloso della sterilità o di una grave malattia contagiosa o di figli nati da una precedente relazione o di una carcerazione, la causa del matrimonio del tutto estranea alla vita coniugale o consistente nella gravidanza imprevista della donna, la violenza fisica inferta per estorcere il consenso, la mancanza di uso di ragione comprovata da documenti medici, ecc.

Commento. Il Diritto ha l’imperativo della precisione, l’uso di un “et cetera” non si può tollerare, tanto più che destinato al discernimento dei singoli Vescovi in un’epoca di degradante coesione tra i Pastori in materia di fede e costumi.

Conclusione. Torniamo a San Paolo: meglio non sposarsi. Per ora.

Mitis Iudex Dominus Iesus

Tale documento è stato accusato di introdurre il divorzio cattolico. In realtà, a fronte di molteplici accuse, l’ostacolo veramente insormontabile sembra dato dal n° 3 del Rescritto con cui il Papa espone alcuni criteri ermeneutici del documento stesso.

Rescritto del Santo Padre Francesco sul compimento e l’Osservanza della Nuova Legge del Processo Matrimoniale n° 3

Dinanzi alla Rota Romana non è ammesso il ricorso per la N.C. P. (Nova Causae Propositio), dopo che una delle parti ha contratto un nuovo matrimonio canonico, a meno che consti manifestamente dell’ingiustizia della decisione.

Commento (lo riprendo sic et simpliciter dalle parole di Guido Ferro Canale).

“[Secondo “Mitis Iudex”] la nuova unione è meritevole di tutela in sé stessa, senza neanche un riferimento all’eventuale buona fede dei suoi contraenti. Al punto di precludere l’accertamento della verità su quella precedente. E nonostante il potenziale carattere peccaminoso. Non è mai lecito compiere un’azione se si dubita che sia peccato, altrimenti l’accettazione del rischio equivale a commettere proprio il peccato che si teme sussista (perfino se di fatto non sussistesse: è il vero senso della regola per cui non bisogna mai agire contro la propria coscienza). Eppure, qui o si afferma il contrario, o si offre un modo nuovo di risolvere il dubbio.
Però, questa sorta di regola per cui “nel dubbio, si sta per le nuove nozze” equivale a negare o la dipendenza del secondo matrimonio dal primo, oppure, che è lo stesso, l’indissolubilità di questo. Di fatto, in effetti, si finisce per dire che la sentenza di nullità – se vi si aggiunge il nuovo matrimonio – non ha più efficacia dichiarativa, o di mero accertamento, ma costitutiva: rende nullo ciò che non lo era. Perché è passibile di revisione solo nei casi in cui lo sarebbe il giudicato, che “facit de albo nigrum, aequat quadrata rotundis et falsum mutat in verum”.
All’apparire del “Mitis iudex”, da più parti si è gridato al “divorzio cattolico”. Si tratta di un giudizio che non condivido, criticando, semmai, l’impostazione del giudizio di nullità come terapia per coppie in crisi e/o situazioni irregolari.
Ma ora, poco importa se in modo obliquo e per vie traverse, questa nuova logica è sfociata nell’esito da tanti auspicato e da tanti altri temuto: il nuovo matrimonio canonico, seppur indirettamente e non in tutti i casi, scioglie il precedente. Signore e signori, ecco a voi il divorzio cattolico.

Conclusione. Mitis Iudex colpisce il Sacramento, seppur in modo latente ed obliquo. Esso è una regressione al legalismo dei sepolcri imbiancati. Gesù non vuole.


Gaudete et Exultate

Gaudete et exultate si distingue per l’uso sistematico di citazioni contraffatte. Non le riportiamo tutte, ma vi indirizzo ad un articolo esaustivo.

Una esortazione, tante citazioni sbagliate (non a caso) di Luisella Scrosati per La Nuova Bussola Quotidiana (qui di seguito l’incipit).

Come era già accaduto con Amoris Laetitia per san Tommaso, anche nell’esortazione apostolica Gaudete et Exsultate (GE), presentata lunedì, si devono purtroppo riscontrare alcune citazioni “creative” per sostenere affermazioni e tesi altrimenti senza agganci con la tradizione. Cominciamo dal paragrafo 49, dove addirittura si deve segnalare una tripletta…

Commento. San Tommaso, San Bonaventura, Sant’Agostino e il Catechismo citati in modo parziale ed erroneo a sostegno di tesi spirituali traballanti.

Conclusione. Un testo perfido e subdolo, da studiare criticamente prima ancora di leggero o – peggio – viverlo.

Catechismo della Chiesa Cattolica

Modifica dell’articolo n°2267 sulla Pena di morte 

La modifica è per sé sconvolgente e tocca un insegnamento bimillenario che interseca tanto la Legge Naturale (legittima difesa) quanto la Legge Salvifica (principio di espiazione); il suo punto di forza argomentativo sembrerebbe la citazione di Evangelium Vitae, n° 9. Possiamo condividerlo?

Lettera ai Vescovi circa la nuova redazione del n. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica sulla pena di morte

[…] Questo sviluppo poggia principalmente sulla coscienza sempre più chiara nella Chiesa del rispetto dovuto ad ogni vita umana. In questa linea affermava Giovanni Paolo II: «Neppure l’omicida perde la sua dignità personale e Dio stesso se ne fa garante» […].

Evangelium Vitae, n°9

[…] Dio, tuttavia, sempre misericordioso anche quando punisce, «impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato» (Gn 4, 15): gli dà, dunque, un contrassegno, che ha lo scopo non di condannarlo all’esecrazione degli altri uomini, ma di proteggerlo e difenderlo da quanti vorranno ucciderlo fosse anche per vendicare la morte di Abele. Neppure l’omicida perde la sua dignità personale e Dio stesso se ne fa garante. Ed è proprio qui che si manifesta il paradossale mistero della misericordiosa giustizia di Dio, come scrive sant’Ambrogio: «Poiché era stato commesso un fratricidio, cioè il più grande dei crimini, nel momento in cui si introdusse il peccato, subito dovette essere estesa la legge della misericordia divina; perché, se il castigo avesse colpito immediatamente il colpevole, non accadesse che gli uomini, nel punire, non usassero alcuna tolleranza né mitezza, ma consegnassero immediatamente al castigo i colpevoli. (…) Dio respinse Caino dal suo cospetto e, rinnegato dai suoi genitori, lo relegò come nell’esilio di una abitazione separata, per il fatto che era passato dall’umana mitezza alla ferocia belluina. Tuttavia Dio non volle punire l’omicida con un omicidio, poiché vuole il pentimento del peccatore più che la sua morte» […].

Commento. Tale citazione si riferisce della dignità personale, mentre la legittimità della pensa di morte, che non mette in questione quella, tiene conto piuttosto della dignità morale. Inoltre EV9 tratta della Misericordia divina (piano della Teologia) e non dell’agire sociale (piano dell’Etica).

Conclusione. La modifica manca di evidenza propria; non è accompagnata da argomentazione valida; cita strumentalmente confondendo sia l’uso dei termini specifici sia il piano del ragionamento. Questa correzione fa pena: a morte!


 

11 gennaio 2018

Papa quia absurdum

OVVERO: IL TEOREMA DE MAISTRE

di Satiricus
Oggi traggo qualche spunto dal libro che un filosofo milanese ha composto ai danni del Pontefice Benedetto XVI, non si tratta però dell’ultima fatica di Enrico Maria Radaelli, quel “Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo” che sta suscitando scalpori sciocchi e strumentali nel mondo progressista (chi conosce Radaelli sa da tempo delle sue ampie riserve ratzingeriane, mai celate, e sa anche della sua posizione eccentrica e isolata, tanto quanto scientifica e meticolosa, nel mondo tradizionale), si tratta piuttosto di “Babbo Natale, Gesù adulto. In cosa crede chi crede?” che Maurizio Ferraris ha pubblicato con la Bompiani nel 2006.
Stupito dal revival della fede – un problema che da un lustro in qua sembrerebbe già rientrato – Ferraris scrisse tale pamphlet, non tanto degno di un filosofo eppure utile alla causa divulgativa degli ambienti laicisti, in cui giungeva ad una conclusione dirompente: il ritorno alla fede nel clima post-moderno non è riconducibile ad una autentica conversione ad Deum, ma solo ad una adesione idolatrica alla figura del Sommo Pontefice. “Il Dio nascosto e il Papa televisibile” titola il decimo capitolo del libro e non senza curiosità vediamo attribuito questo carattere al meno televisibile dei Papi contemporanei, il ‘pastore tedesco’ Ratzinger.

Ma sostiamo un poco sulle parole stesse del Ferraris, egli comincia con un ritratto goliardico ma non troppo del cattolico medio: “In cosa crede chi crede, in un paese cattolico, e una volta che abbiamo disegnato la figura di un essere razionale, magari credulo nei confronti dei miracoli, ma del tutto diffidente nei confronti della resurrezione? La risposta è molto semplice: credono nel Papa”. Si descrive – per dirlo con parole forti – una cristianità gnostica, che avrebbe smarrito il senso natalizio della incarnazione e il peso carnale della risurrezione, arenandosi – per così dire – all’equivalente di teorie fenomeniche e dell’illuminazione, “il Dio da toccare, che attesta di non essere un fantasma, diventa un Dio da vedere, specialmente in televisione”. E simile visione non cerca più il Divino, ma un suo surrogato più plausibile: “Quando l’incredulità nei confronti del trascendente diventa di massa, il solo a cui si è disposti a credere è un signore con certe caratteristiche fisiche e sociali ben precise: un Papa, appunto che decide (questo il nocciolo del dogma) in materia di fede e di costumi”. La sentenza cala irremovibile: “Dunque chi crede, almeno tra i cattolici, e se è coerente, crede nel Papa”.

Così il Ferraris, il quale nel capitolo undicesimo introduce un nostro carissimo amico, basti la titolazione: IL TEOREMA DI DE MAISTRE (p. 123). E qui mi fermo – le restanti tesi non sono un gran che – e provo io a dare il succo ‘alla de Maistre’ della faccenda.

Tre considerazioni. La prima: è cosa buona e giusta, pur di difendere la nostra fede nel Cristo Risorto, prendere le debite distanze dal Papa. Perdonatemi, ma è un sano atto di carità e di dialogo e di evangelizzazione del laicato contemporaneo; se serve, per testimoniare il Cristo lascerò un poco in disparte il suo Vicario. Questo si dica, con buona pace dei giornalisti e dei lacchè progressisti, i quali nella loro difesa assurda di Bergoglio sconfessano oggi tutta l’ipocrisia delle articolesse in cui ieri osannavano la cultura di Benedetto XVI, e così radicalizzano le impressioni del Ferraris circa la residua papolatria romana.
Con ciò veniamo alla seconda considerazione. Non so dove Ferraris raccogliesse le ragioni a sostegno della sua tesi circa la papolatria del cattolicesimo ratzingeriano: quelle che esplicita non sono francamente plausibili. Sta di fatto che pare davvero aver colto nel segno. Il popolo, o almeno la maggioranza del cattolicesimo occidentale, non crede in Dio, crede nel Papa e corre dietro ad esso quali che siano le cose bislacche e contraddittorie che dice. Così forse spieghiamo l’indifferenza o la compiacenza con cui si tollerano crescenti scempi di fede e di costumi, di dottrina e di culto che preti e vescovi disseminano impuniti?
E infine, è quasi inquietante scoprire quanto siano calzanti le accuse di Ferraris nella situazione attuale, con un Bergoglio impegnato a “decide[re] in materia di fede e di costumi”, risoluto nello sfruttare fino al deperimento (già raggiunto) l’esposizione mediatica, elevato a feticcio inattaccabile cui il cattolico post-moderno tertullianamente si attracca quia absurdum.
Insomma è così, il kantiano Ferraris, che non ama venire in dialogo col tedesco Ratzinger, traccia
ante-litteram uno scenario profetico del pontificato più catto-comunista – e quindi post-kantiano – della storia della Chiesa. E qui comprendiamo meglio proprio quell’astio e quella passionalità, cieca e indiscutibile, con la quale i bergogliani difendono il loro partito forti del furor populi. Non si tratta solo di interessi politici, di mafie svizzere, di intrecci massonici, vi è qui ben di più, vi è un istinto atavico e non architettato, vi è la difesa irrazionale dell’ultimo straccio di fede che gli resta e che li distingue dai loro interlocutori Gentili, e si tratta della fede nel Papa.

 

07 dicembre 2017

Cambio del Padre Nostro. Una polpetta al cianuro


di Francesco Filipazzi
 
Questo pontificato regala sempre nuove emozioni a quei cattolici che, come noi, non chiedevano altro, fino a pochi anni fa, di vivere la propria fede concretamente e in linea con la bimillenaria tradizione cristiana. L'ultima trovata è quella di "cambiare il Padre Nostro" perché tutti gli altri fino ad oggi erano dei deficienti, non si erano accorti che la "traduzione dal greco era sbagliata", che "Dio non può indurre in tentazione perché il tentatore è Satana". Dunque si dirà "non abbandonarci alla tentazione".

Il livello di ciarpameria è elevatissimo, come sempre, dato che l'assunto che sottostà a questa decisione è abbastanza infantile. "Non ci indurre in tentazione", come spiegava nei suoi libri Benedetto XVI, vuol dire "mettici alla prova secondo le nostre possibilità", dato che è sì il Demonio che tenta, ma ogni sua opera è in un ambito di "tolleranza" divina. D'altronde il povero Giobbe ne sapeva qualcosa, ma a quanto pare anche quel libro dell'Antico Testameno è sbagliato, va rifatto da capo. Giobbe si è fatto una scampagnata e alla fine era fresco e riposato. Lo stesso Gesù, che secondo il Vangelo venne condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato, ha sbagliato tutto, il Vangelo secondo Jorge Mario dice altro. D'altronde, se siamo già salvi senza impegnarci, senza fare un tubo, senza pentirci, perché mai dovremmo essere messi alla prova? Mistero della fede, anzi della sede (petrina).

E' chiaro che a agli innovatori e velocizzatori, del Padre Nostro non interessa nulla, ma i fini di questa decisione, di cui nessuno sentiva il bisogno, sono ben altri. Nell'immediato, essendo Bergoglio in calo di presenza sui media e dopo il disastro del viaggio birmano, serve un modo per finire un po' sui giornali, per motivi diversi dalle grane dello IOR.

Nel lungo periodo, il cambio del Padre Nostro serve a ribadire che tutto è in discussione, niente può sfuggire alla mannaia devastatrice del nuovo corso. Il passo successivo sarà probabilmente il Credo, che ad oggi è un po' poco ecumenico. Anche prima dell'introduzione del Novus Ordo si iniziò facendo piccoli cambiamenti qua e là, ad esempio cambiando il canone, giungendo poi dove ben sappiamo.
Dunque, in attesa che anche la frase "dai loro frutti li riconoscerete" venga modificata nella prossima edizione della Bibbia Cei, continuiamo a riconoscere i frutti ben poco commestibili della rivoluzione nella Chiesa. Il veleno è sempre più in circolo e rende il corpo sempre più malato.



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I dubia di un semplice cattolico sulle innovazioni di Papa Francesco


di Alessandro Rico


Che il papato di Francesco presenti molti segnali di rottura con la tradizione è ormai innegabile. Le ultime due mosse del pontefice, poi, sono probabilmente destinate ad aumentare ulteriormente la confusione che i cattolici semplici, ma non sempliciotti, stanno sperimentando in questi anni.
Nella settima puntata del programma Padre Nostro, condotto da don Marco Pozza e andato in onda ieri sera su Tv2000, l’emittente della Conferenza Episcopale Italiana, Jorge Mario Bergoglio ha rivelato la propria intenzione di modificare un passaggio della traduzione della più importante preghiera cristiana, quella che ci ha insegnato Gesù in persona. Si tratta del finale del Padre Nostro, in cui si recita: «E non ci indurre in tentazione». Il Papa ha infatti precisato: «Quello che induce in tentazione è Satana». Dio, che è un padre buono, «non mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto. Un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito». Secondo Bergoglio, dunque, bisognerebbe seguire l’episcopato francese, che da domenica scorsa ha adottato la formula: «Et ne nous laisse pas entrer en tentation», ovvero: «E non lasciarci entrare in tentazione».
Bisogna innanzitutto segnalare che una nuova traduzione era già comparsa nell’edizione del 2008 della Bibbia approvata dalla Cei. Lì, il passo dei Vangeli di Matteo e Luca in cui si trova il Padre Nostro è stato reso così: «E non abbandonarci alla tentazione». Quello che vorrebbe fare il Papa, spalleggiato da Monsignor Bruno Forte, presidente della Conferenza Episcopale dell’Abruzzo-Molise oltre che grande sponsor delle unioni civili, è estendere tale traduzione alla formula liturgica che i fedeli usano durante la messa. Una decisione che solleva qualche perplessità.
Il testo greco del Vangelo utilizza infatti l’aoristo infinito (che indica un’azione colta al di fuori della sua dimensione temporale) del verbo eisphérein, composto del prefisso eis (verso) e phérein, che significa «portare». L’originale greco, dunque, allude inequivocabilmente all’atto del «condurre verso», che poi nella Vulgata latina è stato tradotto con il verbo inducere. La ragione di ciò appare più chiara osservando il complemento oggetto retto da eisphérein, ossia peirasmón, che significa «tentazione» oppure «prova». Quello che fa Dio, coerentemente con numerosi passi dell’Antico e del Nuovo Testamento, non è tentare sadicamente l’uomo per poterlo punire, ma è metterlo alla prova per forgiarne la fede e le virtù. Insomma, quella che piace al Papa sembra essere una traduzione tecnicamente inesatta, ma molto politicamente corretta, in linea con il magistero della «misericordia» e con l’immagine di un Dio bonaccione che, come un filosofo utilitarista, ha a cuore il nostro piacere piuttosto che il nostro bene.
Ma le perplessità, purtroppo, non terminano qui. Ieri, infatti, è stato confermato che, per espressa richiesta di Francesco, il Segretario di Stato Pietro Parolin ha inserito nel fascicolo 10/2016 degli Acta Apostolicae Sedis, facendone perciò magistero ufficiale, la lettera con cui Bergoglio si complimentava con il delegato della regione pastorale di Buenos Aires, Monsignor Sergio Alfredo Fenoy, per le linee guida sull’interpretazione dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia redatte dall’episcopato argentino. In quella missiva, Francesco ribadiva che non erano possibili «altre interpretazioni» del capitolo VIII di Amoris Laetitia rispetto a quella fornita dai vescovi suoi connazionali, secondo i quali i divorziati entrati in una nuova unione, al netto di un percorso di discernimento individuale, potrebbero in certi casi essere ammessi al sacramento dell’Eucaristia.
Come hanno notato alcuni commentatori, in questo modo il Papa sembra rispondere indirettamente ai dubia sollevati mesi fa da quattro cardinali, Walter Brandmüller, Raymond Leo Burke, Carlo Caffarra e Joachim Meisner (gli ultimi due scomparsi quest’estate). I porporati già dal settembre 2016 avevano chiesto al pontefice, prima in forma privata e poi pubblicamente, di chiarire alcuni dubbi sulla sua esortazione apostolica, che dava l’impressione di voler alterare la tradizionale dottrina cattolica sul divieto, per i divorziati risposati, di ricevere la comunione. Bergoglio non ha mai risposto ufficialmente e non ha mai concesso udienza ai quattro, ma si può dedurre che ora abbia riconosciuto, più o meno esplicitamente, che le speranze dei progressisti (o le preoccupazioni dei conservatori) erano fondate.
Che ciò sia destinato a dare nuova linfa alla vita spirituale dei fedeli «irregolari», anziché accrescere il disorientamento, è discutibile. Quello del «discernimento» è un espediente collimante con la casuistica gesuitica, che rischia di moltiplicare l’arbitrio e di alimentare una religione «fai da te». Sebbene sia questa la posizione formale del successore di Pietro, d’altronde, i cattolici non sono per forza tenuti a condividerla. L’autorità del Papa, infatti, non può scavalcare e contraddire quella della Tradizione apostolica e della Parola di Dio che egli stesso ha il compito di trasmettere. Lo dice il Catechismo, mica i conservatori.



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01 dicembre 2017

Una sconcertante visita in Birmania


di Lorenzo Zuppini

Alcune notizie sconcertanti dovrebbero toglierci il sonno sebbene mi dolga notare che tutti quanti sprofondate nei vostri cuscini, sereni come ebeti agnelli in fila al macello.
Intanto il Papa se ne è andato in Birmania per incontrare il generale Min Aung Hlaing, capo dell’esercito, e altri cinque generali della giunta militare. L’oggetto della visita pare fosse le violenze subite dagli 800mila musulmani Rohingya costretti, lo scorso agosto, a fuggire nel vicino Bangladesh. Volendo far finta di non sapere che si tratta anche di un terreno fertile per il terrorismo islamico, a tal punto che nel luglio 2016 un gruppo di jihadisti provenienti dal Bangladesh prese in ostaggio venti persone, di cui nove italiani, in un ristorante a Dacca finendo poi per sgozzarli, ci domandiamo per quale arcano motivo Papa Bergoglio avverta l’immane esigenza di spendere parole e sudore per la minoranza islamica ma non per quella cristiana che da oltre cinquant’anni viene perseguitata. Mi riferisco alle etnie Karen, Kachin e Chin, che hanno subito violenze sia dalla dittatura di Ne Win e anche dall’attuale giunta militare al potere. Tutto ciò pare debba finire in secondo piano: ma è il Papa nostro o di altri? È il successore di San Pietro o di Muhammad anche conosciuto come Maometto? I sentimenti di dolore per le violenze inflitte a degli innocenti risulta uguale a prescindere dalla etnia di queste ultime, ma del genocidio che viene perpetrato in metà mondo ai danni dei cristiani non ricordiamo molte parole spese dal Santo Padre.
Il quale, però, tra un viaggio e un altro, trova il tempo per impartire qualche lezioncina. Pare, a detta sua, che “quanti fomentano la paura nei confronti dei migranti, magari a fini politici, anziché costruire la pace, seminano violenza, discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di grande preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tutela di ogni essere umano”. E ancora una volta notiamo con quale enfasi Jorge Bergoglio si spenda per gli altri bisognosi, intrufolandosi anche in questioni che dovrebbero appartenere al solo Stato, pretendendo che quest’ultimo diriga la propria attività di governo in base ai suoi consigli. Prosegue dicendo che “si è diffusa la retorica che enfatizza i rischi per la sicurezza nazionale o l’onere dell’accoglienza  dei nuovi arrivati”. E il suo pensiero va ai “250milioni di migranti nel mondo, dei quali 22milioni e mezzo sono rifugiati”. Numeri a parte, non posso non notare in quest’arringa un incitamento all’abbandono della propria Patria (Michela Murgia mettiti l’anima in pace), creando un mondo senza confini dove scompare di conseguenza il concetto di Stato sovrano, di leggi e di sanzioni in caso di trasgressione. In passato, qualcuno munito di folta barba già prospettava questa deriva con gli occhi sognanti, definendola però dittatura del proletariato. Non credo di essere un pazzo se noto un chiaro nesso tra il messaggio marxista e quello bergogliano. Se la parte di mondo maggiormente benestante dovesse accollarsi i 250milioni di migranti garantendogli gli stessi servizi di cui godono gli autoctoni, è plausibile pensare che avverrebbe un appiattimento verso il basso della condizioni di vita generale. Altro nesso, dunque: scomparirebbe la classe medio-alta, quella che il barbuto definiva borghesia, perché l’enorme bisogno di risorse potrebbe esser soddisfatto soltanto tramite la requisizione (chiamata oggi patrimoniale) delle ricchezze dei ricchi. Papa Francesco, è evidente, fa il tifo per questo risultato: un meticciato antropologico e culturale dove le differenze che caratterizzano il mondo intero vengono sostanzialmente azzerate. Ma essendo noi pur sempre degli animali, prevarrebbe sulle altre la cultura più forte che, ad oggi, pare sia quella del profeta Maometto e non quella di Gesù Cristo.
Arrivo a questa conclusione perché il dirigente scolastico Nicolò La Rocca, della scuola elementare e dell’infanzia “Ragusa Moleti” di Palermo, ha preso la scellerata decisione di proibire la preghiera mattutina agli alunni. È tecnicamente stupido, nel senso che danneggia enormemente e allo stesso tempo sia gli altri che sé stesso. La laicità dello Stato niente ha a che vedere con la preghiera mattutina o col crocifisso nelle aule: le chiese, i campanili, i dipinti, le statue, i Michelangelo, i Caravaggio, tutto ciò che il mondo intero viene ad ammirare dovrebbe allora essere distrutto. Qualcuno dovrebbe spiegare a La Rocca che non essere una teocrazia non significa rinnegare le proprie tradizioni e la propria cultura, e anche che la preghiera rivolta ad un uomo che pacatamente si fece flagellare, crocifiggere per poi perdonare i suoi aguzzini, certamente non può far male a nessuno. Al contrario, quel culo che occupa il mio marciapiede esaltando le gesta eroiche di un profeta guerriero, sanguinario e pedofilo, dovrebbe crearci molti problemi.
Appena il Papa avrà smaltito il jet-lag, spiegatelo anche a lui.



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15 novembre 2017

Unità dei cristiani: l'incubo continua


di Satiricus

“Potente è la tua mano Signore” così titola il sussidio per la settimana dedicata alla preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio 2018) e fin dal titolo ci fa sorridere: se la mano del Signore è tanto potente, perché architettare una mole di stravaganze umane al fine di affastellare un’apparenza di unità che il vestito di Arlecchino a confronto è uno smoking? Perché non lasciare che il Signore agisca secondo i mezzi suoi propri: Grazia e sacramenti?

Non c’è niente da fare, le iniziative per l’unità dei cristiani si confermano tra le situazioni più ridicole in cui la Catholica va a tuffarsi regolarmente.
Sfoglio il libretto - e mi rifiuto di perdere tempo in una analisi serrata - ma subito saltano all’occhio due stramberie. Due, e poi chiudo l’opuscolo e mi dedico ad altro.

La prima è nella Introduzione, che purtroppo ci getta in faccia una secchiata gelata e fetida: “Nel 2017 abbiamo ricordato i cinquecento anni della Riforma di Lutero. Anche in questa occasione, pur nel dolore della divisione creata nella cristianità dell’occidente, dobbiamo sottolineare l’aspetto positivo della Riforma, che ha costituito un appello continuo ad unirci nel canto di lode a Dio”. Aiuto. Anzitutto speravo che la pagliacciata filo-luterana finisse col 2017, invece qua ci toccano gli strascichi del post-sbornia (Dio non voglia che abbiamo contratto un’epatite cronica!). In secondo luogo non è corretto né completo dire che vi è una “divisione creata nella cristianità dell’occidente”: la divisione è stata “creata” da Lutero, ed è una divisione di e in tutta la Chiesa. Infine - dico infine perché non vado a leggere altro, non perché mi illuda che le facezie si chiudano qui - mi è molto poco chiaro in che senso la “Riforma” (la Rivoluzione luterana) abbia aspetti positivi e particolarmente in che senso l’aspetto positivo sia un “appello continuo ad unirci nel canto di lode a Dio”. Per poco che ne capisco, Lutero ha demolito la vita consacrata, ergo ha demolito il coro, ergo ha interrotto la lode costante che la Chiesa alzava tradizionalmente a Dio. Povero me, povero scemo che continuo a cercare semi di intelligenza nei documenti episcopali! Meno male che i Pastori facentefunzione sono tutti un po’ comunisti, altrimenti mi attendevo da loro pure l’elogio di Mussolini ‘perché ci ha insegnato a valorizzare lo sport nei fine settimana’. Molto grande dev’essere il mio peccato per meritarmi delle guide siffatte. E niente, siamo nella chiesa di Francesco, dove la retorica propagandistica prevale sulla Verità e persino sul buon senso.

La seconda osservazione però mi permette di rilanciare una tesi cui sono affezionato - nihil novi, beninteso - e che attenua le responsabilità dei franceschisti vari. Al capitolo V si propone la recita del Credo. Meno male, direte voi. Mica tanto, aggiungo io. Il Credo proposto è epurato del “Filioque”. Lo Spirito Santo, udite udite, non procede più dal Padre e dal Figlio, ma solo dal Padre. Eresia anti-nicena, verrebbe da urlare. E verrebbe da aggiungere una lunga lista di improperi alle curie che in questo clima di Chiesa liquida liquidano il cattolicesimo. Non fosse che il testo proposto non è un parto sic et simpliciter del clima franceschiano, bensì recupera un testo analogo già usato nel lontano 1984 a Riva del Garda nell’incontro delle chiese europee e delle conferenze episcopali europee (KEK & CCEE). A dire che l’assurdo ci contamina da decenni ormai, e che la linea di Francesco non ha che sdoganato quelle aberrazioni cui i pontefici precedenti indulgevano in piccole dosi.

Chiudo e lascio a voi ulteriori giudizi, citando due autori che mi sono cari.

Il primo è Romano Amerio di cui cito non una frase bensì un’opera, Iota unum, edita nel 1985 a denuncia definitiva dell’inappropriatezza filologica, filosofica e teologica dell’andazzo pre-in-post conciliare. La cultura cattolica fece la scelta di liquidare il capolavoro e di relegarlo a lettura per le riserve tradizionaliste. Lo accettiamo. Però non lamentiamoci oggi del nulla in cui stiamo rotolando, con annesse retoriche irrazionali e pseudo-teologiche.
Il secondo è Ernst Hello che ci ha insegnato, nel capitolo di apertura al suo “L’uomo”, “l’uomo morto ha perduto il senso dell’unità [...] In cambio compone una parodia satanica dell’unità; cerca di amare insieme il vero e il falso, il bene e il male, il bello e il brutto; non sempre si adira, almeno in apparenza, se si affermano i dogmi, ma preferisce che si neghino. Non avendo voluto unire ciò che è unito, credere a tutta la verità, conciliare ciò che è conciliabile, cerca di unire ciò che è necessariamente ed eternamente contraddittorio, di credere insieme alla verità e all’errore, di conciliare il Sì e il No; non avendo voluto amare Dio tutto intiero, cerca di amare insieme Dio e il diavolo: ma è l’ultimo che preferisce” (ed. R. Carabba, pp. 19-20).


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08 novembre 2017

S. Tommaso, Bergoglio e la pena di morte


di Gregorio Sinibaldi

Papa Giovanni Paolo II ha promulgato nell’ottobre del 1992 la Costituzione Apostolica Fidei depositum con cui veniva pubblicato il celebre ed universale Catechismo della Chiesa cattolica. E’ stato senza alcun dubbio uno degli atti principali del suo lunghissimo pontificato (1978-2005). Nel 1997, 5 anni dopo, il medesimo pontefice ha redatto la Lettera Apostolica Laetamur Magnopere con cui, dopo talune revisioni, veniva promulgata l’edizione tipica definitiva (latina) del Catechismo, da cui trarre le versioni nelle varie lingue nazionali.
Il Catechismo della Chiesa cattolica, spesso abbreviato in CCC, dedica un solo paragrafo (su 2865) alla questione della pena di morte: il numero 2267.
In esso si afferma: “L’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte”. Benché poi si faccia capire che, nella pratica, si sconsiglia l’uso di questa pena, che tuttavia resta legittima.
Nell’ottobre scorso, papa Francesco ha commemorato, a modo suo, il XXV anniversario del CCC, facendo una critica di fondo all’insegnamento tradizionale della Chiesa sulla pena di morte.
“Si deve affermare con forza che la condanna alla pena di morte è una misura disumana che umilia, in qualsiasi modo venga perseguita, la dignità personale. È in sé stessa contraria al Vangelo perché viene deciso volontariamente di sopprimere una vita umana che è sempre sacra agli occhi del Creatore" (Avvenire, 31 ottobre 2017). Secondo il pontefice "è necessario ribadire che, per quanto grave possa essere stato il reato commesso, la pena di morte è inammissibile perché attenta all'inviolabilità e dignità della persona". "Purtroppo anche nello Stato Pontificio si è fatto ricorso a questo estremo e disumano rimedio, trascurando il primato della misericordia sulla giustizia. Assumiamo le responsabilità del passato, e riconosciamo che quei mezzi erano dettati da una mentalità più legalistica che cristiana. La preoccupazione di conservare integri i poteri e le ricchezze materiali aveva portato a sovrastimare il valore della legge, impedendo di andare in profondità nella comprensione del Vangelo".
Per secoli e secoli fino al 1870, tutti i Sommi Pontefici suoi predecessori, alcune volte canonizzati per la loro  esimia carità, mantenendo in auge la pena capitale, avrebbero trascurato “il primato della misericordia sulla giustizia” e avrebbero avuto “una mentalità più legalistica che cristiana”…
Domanda: come fidarsi oggi del Sommo Pontefice, se per secoli i papi avrebbero errato in una materia grave, usando un “estremo e disumano rimedio”?
Non potrebbero, al contrario, aver ragione loro e torto lui? E un domani, visto che ora si vuole cambiare un insegnamento ufficiale durato secoli, non potrebbe un nuovo Sommo Pastore tornare all’antico e cancellare l’opinione del solo Francesco?
Bisogna avere il coraggio e la franchezza di porsi queste angosciose domande.
S. Tommaso d’Aquino, l’autore più citato dal Catechismo di san Giovanni Paolo II, aveva già affrontato la questione della pena di morte (oltre che della legittima difesa e della guerra giusta) in rapporto al Non uccidere del Decalogo, e l’aveva risolta da par suo in vari passaggi dei suoi scritti.
Vediamone uno solo, per brevità.
“E’ lecito uccidere i peccatori?” (Somma teologica, II-II, q. 64, art. 2). Secondo l’Angelico sì, poiché “qualsiasi parte è ordinata al tutto come l’imperfetto al perfetto. E così per natura la parte è ordinata al tutto. Per cui vediamo che, qualora lo esiga la salute di tutto il corpo, si ricorre lodevolmente e salutarmente al taglio di un membro putrido e cancrenoso. Ora, ciascun individuo sta alla comunità come una parte sta al tutto. Quindi se un uomo con i suoi peccati è pericoloso e disgregativo per la collettività, è cosa lodevole e salutare sopprimerlo, per la conservazione del bene comune”. “Quindi, sebbene uccidere un uomo che rispetta la propria dignità [ovvero innocente] sia una cosa essenzialmente peccaminosa, tuttavia uccidere un uomo che pecca [gravemente] può essere un bene”. Può essere un bene. Non vuol dire che lo sia sempre.
Uno Stato cristiano o comunque conforme a giustizia può decidere, per varie ragioni, di non emettere sentenze di pena capitale. Questo è senz’altro lecito. E a questo probabilmente voleva giungere Papa Woytjla. Ma è una cosa totalmente diversa il sostenere che quella pena sia “in sé stessa contraria al Vangelo”, come ha fatto Francesco.
Io posso non difendermi se aggredito per strada, e posso (meritoriamente) porgere l’altra guancia e offrire il portafogli al bandito. Non posso però insegnare che la legittima difesa personale sia un’azione illegittima: questo non posso farlo. Facendolo, starei andando, certamente, in modo “contrario al Vangelo”.
Naturalmente, al di là del caso della difesa personale, è l’autorità dello Stato che può emettere la pena capitale, e non un privato cittadino. S. Tommaso: “è lecito uccidere un malfattore in quanto la sua uccisione è ordinata alla salvezza di tutta la collettività. Ciò quindi spetta soltanto a colui al quale è affidata la cura della sicurezza collettiva” (ST, II-II, q. 64, art. 3)
Quello che astrattamente è un male (Non uccidere), diventa nelle circostanze specifiche un bene, poiché le circostanze, a volte, hanno la virtualità di modificare la moralità dell’atto, entrando a far parte dell’atto stesso. Se rubo per non lavorare o per nuocere o per arricchirmi faccio peccato. Se rubo per non morire di fame non pecco ed anzi servo la giustizia. Le circostanze mutano la qualifica morale dell’azione (cf. “E’ lecito rubare per necessità?”, in ST, II-II, q. 66, art. 7, ove s. Tommaso risponde affermativamente).
Proprio perché la vita umana è sacra, la pena capitale è giusta…
S. Tommaso e il Catechismo di Giovanni Paolo II, ma anche “l’insegnamento tradizionale della Chiesa” (CCC 2267) e oltre 1000 anni di prassi dello Stato Pontificio sono pro. Papa Francesco è contro. L’argomento è il medesimo. Chi avrà ragione?



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09 settembre 2017

La psicanalisi che demolisce la figura del Papa


di Francesco Filipazzi

Pochi giorni fa i media hanno rilanciato in pompa magna l'ennesima grande-e-rivoluzionaria-rivelazione legata all'attuale pontificato: "in gioventù Bergoglio è andato da una psicanalista". In primo luogo ho pensato (si scrivo in prima persona, ormai ho perso ogni stile) chissenefrega, poi sono stato colto da un flash e ho capito che si tratta dell'ennesimo tentativo di demolire la figura del Papa e l'istituzione del papato. Rimane da capire se siamo di fronte ad esperti di comunicazione che fanno uso di allucinogeni o se il tutto è frutto di un disegno lucido.

Detto ciò, facciamo parlare altri. Scrivono sull'Agi:
«Bergoglio, con il suo ultimo "outing", porta a compimento un processo per cui il papa smette di essere un'autorità da sedia gestatoria, lontana anni luce dalla normalità e dalla fragilità umana, e diviene una persona come le altre, un prete come gli altri benché con una particolare autorità spirituale».

Scrive Pigi Battista sul Corriere:
«Questa pretesa di esclusività esistenziale sulle questioni della vita e della psiche umana, come raccontano i film di Moretti e Sorrentino, è semplicemente venuta meno. E il ricorso a pratiche su cui la Chiesa ha esercitato da sempre la cultura del sospetto parla di un cattolicesimo, certamente più aperto agli influssi del mondo ma anche meno saldamente certo di sé».

La Chiesa senza certezze
Il giudizio come vedete è abbastanza comune e anzi probabilmente tutto era già preordinato. Il Papa è stato dallo psicanalista. E' un sacerdote che ha avuto dubbi e incertezze. Ha ancora dubbi e incertezze. La Chiesa non ha certezze. La Chiesa è un'istituzione come un'altra che non propone un messaggio universale. Accanto al messaggio della Chiesa è legittimo che un cattolico possa porre qualcosa d'altro. Può essere la psicanalisi, può essere un'altra religione.
Che incertezze può avere la Chiesa? Ma è ovvio. Quelle legate alle verità di fede, ai giudizi morali, all'etica.

Dopo il padre viene fatto fuori il Padre dei Padri
Il cattolico accorto sa che la lotta contro il Papato è il punto cardine della strategia del Nemico. "Tu sei Pietro e su questa pietra fonderò la mia Chiesa" disse Gesù e dunque la pietra va colpita, picconata e possibilmente rimossa, se si vuole far venire giù l'edificio che sorregge. In generale poi, per chi vuole instaurare una nuova religione mondiale serve demolire prima ogni tipo di autorità religiosa concorrente. Il progetto della demolizione di ogni gerarchia serve infatti ad allontanare l'uomo da Dio, che è il vertice. Fino ad oggi ci avevano provato, ma i predecessori erano rimasti un punto di riferimento morale che appunto non aveva incertezze. Oggi con la storia del Papa in psicanalisi si cerca di dare un colpo di grazia, e in parte ci si riesce. Demolita la figura del padre si passa a quella del Pater Patrum.

Ad Petri Sedem. Non allontanarsi da Roma
In questi tempi calamitosi, nei quali l’istituzione del Papato sembra essere messa in discussione dalla persona che la ricopre, è fortissimo il rischio di allontanarsi da Roma. Molti, quando si ricorda loro che, nonostante tutto e tutti, il centro fisico della nostra religione rimane il Vaticano, sede del Papa, hanno da ridire, scalpitano, vogliono scappare. Questo è un atteggiamento da perfetti imbecilli, tipicamente modernista, frutto di una mentalità che identifica la persona con la carica che ricopre. Non si tiene conto che proprio perché la Chiesa resta e gli uomini passano, possono anche venire vescovi e papi inadeguati e volutamente dannosi, ma il Corpo Mistico è in grado di sviluppare ogni tipo di anticorpo.

Alcuni amici insospettabili sono venuti a dirmi scandalizzati che un prete a Messa ha detto che il Papa rimane sempre la nostra guida. “O idioti - ho detto ai due - siamo cattolici, mica protestanti”. Sarebbe servito don Augusto per riempirli di schiaffi. Questo passaggio, che la fedeltà al Papa non è a targhe alterne, purtroppo molti non lo comprendono, anche fra giornalisti blasonati che hanno fomentato la tesi dell’invalidità dell’elezione di Bergoglio. La critica all’attuale andazzo della Chiesa non è infatti una delegittimazione dell’istituzione, ma anzi una volontà di restaurarla, di dilavarla dagli errori. Una risposta alle delegittimazioni gravi portate dai progressisti.
Diceva un prete amico “non vorrei che qui ci si allontanasse da Roma, il satanasso le prova tutte” ed è assolutamente vero. Questa della psicanalisi è un'altra bella pensata per delegittimare la figura del Papa, come abbiamo dimostrato. Ma non ci avranno. Non ci allontaneremo dalla Roma Eterna.


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04 settembre 2017

Fattoria vaticana: di conclavi, uova, galline e asini


di Mattia Spanò

Stabilito che è nato prima l’uovo, cerchiamo di risalire all’identità della gallina. Che poi, vale ricordare, è quella che canta.
L’uovo. Il dibattito sulla legittimità dell’elezione di papa Francesco lo si deve soprattutto ad Antonio Socci con la pubblicazione del libro “Non è Francesco”. Ha risposto Don Francesco Cupello su Unavox. In questi giorni anche Guido Ferro Canale scrive sulla vicenda. Naturalmente i contributi e i riferimenti sono assai più numerosi, quello di Ferro Canale è appena l’ultimo. In nuce: l’elezione di Jorge Mario Bergoglio sarebbe illegittima perché compromessa da numerosi vizi di forma (la vicenda della scheda in più alla penultima votazione) e di sostanza, come le infelici battute del Cardinale Daneels sulla cosiddetta “mafia di Sangallo” che avrebbe brigato a sostegno del cardinale argentino. Tiriamo dritto sulla terrificante scelta lessicale del porporato e diciamo che alcuni concordano con l’ipotesi, altri dissentono.
La gallina. Com’è noto anche senza frequentare le pagine del diritto canonico, i cardinali partecipanti al Conclave sono vincolati al segreto più assoluto circa qualunque aspetto dell’elezione di un Romano Pontefice. Il canone sancito dalla Universi Dominici Gregis è adamantino. Se i signori cardinali chiusi nella Sistina osservano il canone o giocano a briscola nessuno, e dico: nessuno, al di fuori degli interessati dovrebbe mai, e dico: mai, venirlo a sapere. Ripeto: nessuno, mai. Stante ciò i signori cardinali dovrebbero tapparsi la bocca, “essere come i morti”, cosa che a quanto pare non è. Si costituisce così un grave smarrimento apicale del sensus ecclesiae.
Il canto. Se l’elezione del 266° Pontefice è valida, un certo novero di intellettuali cattolici sta strologando a vanvera. L’ottimo Socci non dovrebbe avere alcun elemento per scrivere quello che scrive sul Conclave. Chi lo attacca non potrebbe avere alcun elemento per contestarlo nel merito (casomai sul metodo). Poiché nessuno dei duellanti è stato parte in causa all’ultimo conclave, nessuno deve poter riportare fatti o congetture. Se però Socci ed altri possiedono questi elementi segue naturalmente che il cardinal Suocera, duramente provato da una settimana scarsa di clausura all’interno delle mura leonine per l’elezione del successore di Pietro, esce e raglia come un asino. E questo è male.
Se l’elezione è invalida, abbiamo un papa eletto con criteri da bocciofila Arci, cioè ricattabile, debole, spurio. Un papa che, duole dirlo, non è un papa. Il che ha conseguenze spaventose sia per il Pontefice regnante che per i successivi che per l’intero corpo ecclesiale. Tra le righe, com’è possibile che centoventi principi della Chiesa non siano in grado di rispettare un regolamento così semplice e cristallino? Che fretta c’era ad eleggere il papa la sera del 13 invece della mattina del 14? Avevano giocato le quote su BWin come un Buffon qualsiasi? Ma stiamo scherzando?
Fa male prendere atto che un certo novero di cardinali – tra i quali in potenza il prossimo papa e certamente l’attuale – sia come le donnette che sferruzzavano sotto la ghigliottina: pettegole, spietate, allusive, maligne, insulse.
Se l’elezione di Bergoglio è valida, cui prodest alimentare questi dibattiti comareschi? Perché Socci, o chi per lui, immagina e scrive queste balle sesquipedali? Se invece Socci non sta fantasticando ma riporta cose che conosce, perché gli sono state dette (vere o meno che siano)? Se al contrario l’elezione è invalida e lorsignori lo sanno, il non far nulla per rimediare è doppiamente asinesco. Se è invalida e non fanno nulla per rimediare in vista di ripetere simile abominio ai conclavi prossimi venturi, tre volte asinesco.
A margine non sfuggirà che un papa è chiamato, fra le altre incombenze, a nominare cardinali e vescovi. Un papa illegittimo, cioè malamente eletto con criteri che molto poco hanno da spartire con il soffio dello Spirito, nominerà giocoforza principi e vescovi altrettanto illegittimi, il che rompe la continuità apostolica. E poi: se un cardinale si lascia andare a chiacchiere da bar sull’elezione del papa, perché un prete di campagna dovrebbe mantenere il riserbo sui peccati che gli espongo in confessionale?
Non voglio farla più tragica di quanto sia ridicola. In fondo, crediamo che il Padreterno sia leggermente Onnipotente. Tuttavia, cari cardinali comari, delle due l’una: o serrate le vostre lingue marce fra le vostre labbra livide – almeno qualche giorno nella vita, non fa male – oppure si abolisca l’elezione del papa. Si tiri a sorte, come per il santo di cui usurpo indegnamente il nome quando prese posto fra gli apostoli. Almeno noi cristiani della comune specie sapremmo con certezza che nella sorte c’è la mano di Dio: buono o cattivo che sia il Pontefice è dunque voluto da Dio e da Lui solo, non dai vostri traballanti umanissimi spergiuri.



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03 settembre 2017

Specchietti per catto-allodole


di Giovanni Donini

L’anticipazione dei contenuti di un libro-intervista rilasciata da Francesco ad un sociologo ha suscitato molto clamore su un punto particolare della vita di Bergoglio: ha ammesso di essere ricorso alla psicanalisi (freudiana) per un periodo della sua vita.
Questo aneddoto ha monopolizzato l’attenzione dei vari commentatori e rinfocolato le passioni sul web, con interventi di ogni genere. Una cosa che però è stata notata molto meno è che – per l’ennesima volta – i cattolici sono caduti in una trappola mediatica, focalizzando la loro attenzione su una cosa del tutto trascurabile tra i contenuti del libro che uscirà a breve, i cui contenuti che per il momento sono stati fatti trapelare sono veramente sconvolgenti per la Fede cattolica, dato che sono il pensiero dell’occupante del Soglio di Pietro.

Cominciamo con un tema tanto caro al terzomondismo: la rivincita contro l’Europa:
“Il problema inizia nei Paesi da cui arrivano i migranti. Perché lasciano la loro terra? A causa della mancanza di lavoro o della guerra. Questi sono i due motivi principali. La mancanza di lavoro, perché sono stati sfruttati - penso agli africani. L'Europa ha sfruttato l'Africa ... non so se possiamo dirlo! Ma alcune colonizzazioni europee... sì, hanno sfruttato. Ho letto che un capo di stato africano appena eletto come primo atto di governo ha presentato al Parlamento una legge per il rimboschimento del suo paese - ed è stata promulgata. Le potenze economiche del mondo avevano tagliato tutti gli alberi. Rimboschire. La terra è secca per essere stata sfruttata e non c'è più lavoro. La prima cosa da fare, come ho detto alle Nazioni Unite, al Consiglio d'Europa in tutto il mondo, è trovare qui fonti per creare di posti di lavoro, investire. È vero che l'Europa deve investire anche a casa propria. Anche qui esiste un problema di disoccupazione. L'altro motivo per la migrazione è la guerra. Possiamo investire, le persone avranno una fonte di lavoro e non dovranno partire, ma se c'è guerra, dovranno ancora fuggire. Ora chi fa la guerra? Chi dà le armi? Noi.”
Ora, posto che i progetti di sfruttamento dell'Africa da parte dell'Occidente sono tutt'ora attivi, forse Bergoglio non sa che la colonizzazione europea è finita in Africa dagli anni ’60, e da allora gli alberi potevano essere ricresciuti senza interventi di rimboschimento. Anche gli africani sfruttano il territorio dell’Africa – può sembrare strano al radicale medio, ma in Africa se ne fregano dell’ambientalismo. Quanto alle armi, le guerre in Africa non le fanno gli europei, ma gli abitanti del luogo. E Bergoglio dimentica che le armi vengono comprate dagli africani molto volentieri, per via delle guerre etniche e tribali che risalgono a ben prima che l’Europa mettesse piede in Africa – in realtà risalgono a prima che il termine “Europa” nascesse. Il tutto con l'aiuto di dittatori africani. Un’altra falsificazione ideologica della realtà? Certo, come tutta la sinistra mondiale ci ha abituati da sempre. Qual è il messaggio gesuiticamente sottaciuto? “Ora tocca agli europei soffrire per mano degli africani”.

“Non vedo più Schumann, non vedo più Adenauer... L'Europa, in questo momento, ha paura. Chiude, chiude, chiude... L'Europa ha una storia di integrazione culturale, multiculturale come dice lei, molto forte. I Longobardi, i nostri Longobardi oggi, sono barbari che sono arrivati molto tempo fa... E poi tutto si fonde e abbiamo la nostra cultura. Ma qual è la cultura europea? Come definirei oggi la cultura europea? Sì, ha importanti radici cristiane, è vero. Ma non è sufficiente per definirla. Ci sono tutte le nostre capacità. Queste capacità per integrarsi, per ricevere gli altri. C'è anche la lingua nella cultura. Nella nostra lingua spagnola, il 40% delle parole è arabo. Perché? Perché erano lì per sette secoli. E hanno lasciato il segno... Credo che l'Europa abbia delle radici cristiane, ma non sono le uniche. Ci sono altre che non possono essere negati. Tuttavia, credo che sia stato un errore non citare le “radici cristianeˮ nel documento dell'Unione europea sulla prima Costituzione, e questo è stato anche commesso dai governi. Era un errore non vedere la realtà. Questo non significa che l'Europa debba essere interamente cristiana. Ma è un patrimonio, un patrimonio culturale, che abbiamo ricevuto”
Anche qui c’è un miscuglio di verità e di falsità, mischiate in modo da nascondere il vero e far risaltare l’ideologia immigrazionista e il meticciato culturale: per prima cosa, le invasioni barbariche non furono solo un “arricchimento”, ma furono proprio delle invasioni, tutt’altro che indolori per i popoli che già erano in quei territori, anche per gli iberici, in quanto gli arabi non arrivarono lì pacificamente. E non furono i barbari che formarono la cultura europea, ma fu la cultura classica – sopravvissuta grazie ai monaci che si ritirarono dal mondo “multiculturale” – che riuscirono a risollevare la società e lo spirito dei conquistatori, i quali accettarono di ricevere ciò che era rimasto della civiltà precedente. Lascio cadere per pura carità cristiana il fatto che Bergoglio non è interessato alla cristianizzazione dell’Europa – lo avevano già capito tutti, in Sudamerica e non solo. Insomma, per Francesco il cristianesimo è una cultura, nulla più che un costume folkloristico e pittoresco. Un patrimonio. Che quindi può essere dilapidato, venduto e distrutto, come tutti i patrimoni del resto. E le azioni del Pontefice sono tutte in questo senso: fomentare l’invasione dell’Europa da parte degli immigrati islamici e africani è decisamente in contrasto con la conservazione del patrimonio culturale europeo. Spiace pensare che il Papa veda nel cristianesimo una semplice cultura, e non l’opera di salvezza divina sull’umanità: un po’ come gli atei che quando parlano di cristianesimo fanno solo riferimento alla morale.

“Oggi dobbiamo ripensare al concetto di “guerra giustaˮ. Abbiamo imparato, nella filosofia politica, che per difendersi si può fare guerra e considerarla giusta. Ma si può definire una “giusta guerra»"? O piuttosto una “guerra di difesa»ˮ? L'unica cosa giusta è la pace... Non mi piace usare il termine “guerra giustaˮ. Sentiamo dire: “Io faccio la guerra perché non ho altri mezzi per difendermiˮ. Ma nessuna guerra è giusta. L'unica cosa giusta è la pace”
No, abbiamo imparato dal Magistero della Chiesa. Non dalla filosofia politica. Anche qui le carte sono gesuiticamente mischiate per confondere tutto. Si confonde anche il fatto che l’optimum è la pace, la guerra non è mai l’ottimo. Ma esistono paci più ingiuste delle guerre: chi accetterebbe di essere ridotto in schiavitù pur di evitare di combattere? Torno però a ripetere che è la dottrina cattolica e lo stesso Vangelo che pongono le basi per la riflessione sulla guerra giusta, e non si può ridurre tutto a “filosofia politica”, dove si può cambiare idea senza problemi come banderuole. Il fatto grave è che Bergoglio qui ha fatto una dichiarazione del tutto in contrasto con la dottrina cattolica. Ma non è l’unico caso.

“Matrimonio tra persone dello stesso sesso? “Matrimonioˮ è una parola storica.
Sempre nell'umanità, e non solo nella Chiesa, è tra un uomo e una donna... Non possiamo cambiarlo. Questa è la natura delle cose. Sono così. Chiamiamole “unioni civiliˮ. Non scherziamo con le verità. È vero che dietro c'è l'ideologia di genere. Anche nei libri, i bambini imparano che si può scegliere il proprio sesso. Perché il sesso, essere donna o uomo, sarebbe una scelta e non un fatto di natura? Ciò favorisce questo errore. Ma diciamo le cose come sono: il matrimonio è un uomo con una donna. Questo è il termine preciso. Chiamiamo l'unione dello stesso sesso “unione civileˮ.”
Qui il Papa ha apertamente avvallato le unioni civili, dicendo che due omosessuali possono unirsi e avere tutti gli stessi diritti del matrimonio purché si chiami il tutto “unione civile”. Un partito nato con l’intento principale (se non unico) di contrastare le unioni civili cosa ha detto per bocca di uno dei suoi esponenti? Che il Papa è contrario al matrimonio gay. Qui la trappola è scattata ben oltre le più rosee aspettative.

Per concludere e non dilungarmi ulteriormente: da quanto riportato emerge la figura non di un cristiano, ma di un radicale che usa metodi di temporeggiamento per applicare una agenda ideologica di estrema sinistra. Non c’è nulla di cristiano in queste dichiarazioni, ma noi cattolici su che discutiamo? Sul fatto che Bergoglio andò dall’analista per 6 mesi. Qui c’è da chiedersi se il Papa sia cattolico, e invece ci si concentra sulla sua vita privata. Ma se ai cattolici normalisti va bene un apostata radical chic che li guida, ricordo loro una frase di Joseph de Maistre: "ogni popolo ha i governanti che merita".




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30 agosto 2017

Vittadini e il parroco di montagna


di Paolo Spaziani

Sono passati alcuni giorni dalla chiusura dell'edizione 2017 del Meeting di Rimini, ma non si sono ancora placate le polemiche per quella che molti hanno definito l'edizione della svolta definitiva di CL. Il primo e più convinto sostenitore di questo autentico abbraccio al politicamente corretto è stato il Corriere della Sera che ha “benedetto” l'opera di “normalizzazione”, voluta fortemente dagli organizzatori del Meeting. Uno degli incontri che ha suscitato più scalpore (in alcuni vero e proprio sconcerto) è stato quello sul tema dell'educazione, già citato nell'articolo dell'Amicizia San Benedetto Brixia. In chiusura dell'incontro Giorgio Vittadini è intervenuto precisando, con un certo vigore polemico, quale sia la priorità del nuovo corso ciellino: dialogo e “contaminazione” con le altre culture. In particolare, al termine del suo intervento, Vittadini ha precisato di voler essere un “apolide”, di non voler più avere una identità precisa. Vittadini ha arringato il pubblico presente, invitandolo ad andare avanti in questo “mischiare” di culture, perché, alla fine dell'anno non si deve capire chi è l'insegnante cattolico e quello comunista. Il tempo dell'ideologia secondo Vittadini è finito, il cattolico deve diventare un po' comunista e il comunista un po' cattolico. Perentorio il giudizio di Vittadini sulle battaglie per la libertà di educazione che, a suo avviso, “hanno ammorbato”, segno evidente di una insofferenza covata da tempo e ora esplosa in tutta la sua forza. Il video con il discorso di Vittadini è stato rilanciato sul web tra lo sconcerto di chi non riesce ancora a credere a questo rinnegamento del passato ciellino e chi invece strenuamente difende l'indifendibile. Quando ho sentito Vittadini definirsi un “apolide” la mia mente è andata immediatamente alle parole di Don Francesco Rezzola, parroco di Ossimo, Borno e Lozio, comuni della Valle Camonica (BS), che, sull'ultima edizione del periodico parrocchiale “Cüntòmela”, in risposta all'articolo di Franco Peci, offre un giudizio molto chiaro sul “nomade cattolico”. Franco Peci nel suo articolo dal titolo “Sempre nomadi” scrive che “il cristiano deve essere sempre in movimento, saper guardare avanti, tendere alle cose nuove che la grazia e la fantasia di Dio creano ogni giorno. Il cristiano non può aver le radici piantate in terra, bensì rivolte verso il cielo”. Nell'articolo Peci non fa mancare la classica stilettata a coloro che criticano Papa Francesco precisando che: “...è anche in nome di questo continuo rimpianto di un mitico passato che, accanto ad una certa “papolatria” tornata di moda dopo quella tributata a Giovanni Paolo II, specialmente in Internet si trovano un sacco di critiche, a volte non prive di accenti astiosi, nei confronti di Papa Francesco e del suo voler guardare avanti e portare davanti gli ultimi”. La risposta di Don Rezzola non si è fatta attendere, il parroco ha infatti vergato un articolo dal titolo “Nomadi, ma verso dove?” in cui emerge un giudizio chiarissimo sull'attuale crisi della Chiesa. Scrive Don Rezzola: “la categoria “nomadi” non mi piace perché per me esprime quasi un senso costante di irrequietezza, di insoddisfazione, di delusione del passato e del presente e bisogno di evadere da qualcosa che si sente troppo stretto. Non mi piace questa categoria, ma posso capire chi la sente propria. Nomadi, dunque, ma per andare dove? Verso quale meta? Per incontrare chi? Per trovare cosa? Nomadi sì, ma queste comunque sono domande che bisogna porsi per non vagare nella propria insoddisfazione senza trovare nulla”. A questo punto Don Rezzola, rispondendo idealmente a Vittadini, spiega quali siano le conseguenze di questo insignificante nomadismo, arrivando alla logica conseguenza che: “nulla allora è più certo e tutto diventa opinione. Anche il diventare nomadi si trasforma in un cercare senza trovare alcunché, se non il Dio che uno si è costruito nella sua mente e desidera incontrare. È il relativismo religioso e morale, dove ognuno si fa il suo Dio e la sua legge, dove il discernimento diventa la parola magica per far emergere la decisione che la propria coscienza ritiene per quel momento “giusta”, dove ciò che ieri era dottrina cattolica universale oggi è diventata opinione e ciò che ieri era considerato oscuramente proibito (dai dieci comandamenti) oggi può diventare perfino virtù. Si veda in proposito quanto accade intorno all’esortazione apostolica “Amoris Laetitiae” dopo il doppio sinodo sulla famiglia, dove cardinali, vescovi, preti e teologi danno interpretazioni che si oppongono le une alle altre, soprattutto riguardo alle due noticine che nell’intenzione del Papa, volutamente lasciano aperta la porta alla possibilità che gli adulteri divorziati e risposati, anche senza pentimento e senza volontà di conversione, siano ammessi alla ricezione dell’Eucarestia come tutti gli altri, cosa mai ammessa nella bimillenaria storia della Chiesa”. “Dove porterà questo “nomade” ricercare un posticino nella mentalità del mondo?” si chiede Don Rezzola. “Alla insignificanza della fede cristiana, per alcuni, perché ognuno farà comunque come vuole; a rifiutare Gesù Cristo, per altri, perché è ormai vecchio anche lui di almeno duemila anni; a negare Dio e molti già lo hanno fatto per crearsene uno a loro misura, tanto che perfino l’ateo miscredente Scalfari se ne sta costruendo uno anche lui mediante le interviste che gli concede il Papa”. In un momento in cui la barca di Pietro sembra sempre in procinto di rovesciarsi sapere che esistono sacerdoti coraggiosi e chiari come Don Rezzola è veramente un conforto. Avremo anche “perso” l'apolide Vittadini, ma abbiamo “scoperto” un sacerdote ben radicato nella verità e nella fede. E scusate se è poco.

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28 agosto 2017

Summorum Pontificum. Si radunano gli avvoltoi?


di Francesco Filipazzi

Avete presente quando abbiamo denunciato che si era in procinto di scagliare un attacco al Summorum Pontificum? Molti non ci credevano. Possibile che si arrivi a tanto? Ebbene siori e siore, il menù di oggi propone proprio questo. L’ora X è scattata, l’assalto finale, l’ultima spiaggia degli ottuagenari per sentirsi vincenti.

Il segnale lo ha lanciato Bergoglio, durante un discorso alla settimana liturgica nazionale. “La riforma liturgica è irreversibile”, dice il Papa, anzi va portata a termine. Dunque quella che è universalmente percepita come una riforma fallimentare che ha allontanato i cattolici dalla Messa diventa “irreversibile” e non si può proprio ridiscuterne i canoni. Eh no amici miei, ha dato “frutti indiscutibilmente benefici”. Lo si afferma con “autorità magisteriale”. Se i fatti contraddicono la teoria, tanto peggio per i fatti. O no?

Nel discorso in realtà non si parla di grandi cambiamenti futuri, ma è palesemente un segnale, non si capisce perché altrimenti tutti i media che fanno capo al cattoprogressismo militante (Avvenire, Osservatore Romano, Vatican Insider) con i loro giornalisti capofila delle processioni turiferarie (vedi Tornielli) abbiano dato un risalto così ampio a quella singola frase.Va inoltre notato che nella disamina dei pontefici che hanno toccato la liturgia, da San Pio X a Pio XII, non viene citato quello che in tempi recenti ha fatto della liturgia un cardine del pontificato, cioè Benedetto XVI. Un segnale di debolezza su un argomento, il Motu Proprio, che è ormai nel mirino. Sembra infatti che ci sia il timore addirittura di nominare l'emerito, forse perché si dovrebbe parlare di cosa è nato da quel Motu Proprio. La tesi dell'irreversibilità crollerebbe.

Forse siamo come sempre in malafede, ma l'eventualità che il movimento popolare che fa capo al Summorum Pontificum sia in procinto di essere cucinato a dovere appare concreta. D’altronde lo si vede già. Nelle diocesi dove si era in procinto di avere nuovi centri di Messa è stato bloccato tutto. Altrove, dove invece la Messa in Latino era già tornata da molti anni, con rinnovata arroganza si stanno mettendo i bastoni fra le ruote a fedeli e sacerdoti, nel tentativo di farli desistere. Attorno a ciò che è nato dal Motu Proprio, insomma, c’è aria pesante e da un anno a questa parte stanno affilando le lame per ammazzare i maiali, che saremmo noi.

D’altronde c'è chi lo ha detto in tempi non sospetti. L’obiettivo è chiudere tutto, sbaraccare, cacciare. La furia rivoluzionaria non accetta mediazione.
Il colpo era in canna da un certo periodo e qualche segnale c'era già stato. Un sacerdote veronese a luglio aveva scritto al Papa per lamentare una certa deriva tradizionalista. "Ma come? dopo tutto quello che abbiamo fatto questi giovani che vogliono?" scriveva il vegliardo. La risposta, a questo punto un programma, di Francesco non era tardata. "Tranquillo, ghe pensi mi". E ci ha pensato.
Certo la soppressione del Motu Proprio non è un intento diretto del Papa, ma sicuramente molti vedono come fumo negli occhi l'afflato tradizionalista. La strumentalizzazione delle parole dell'altro giorno avverrà sicuramente.

E il cardinal Sarah? Alla fine è il primo ad essere colpito da questo discorso, che va a smentire tutto ciò che ha detto, in qualità di prefetto del Culto divino su una riforma della riforma, negli ultimi tempi. Bergoglio non lo dimissiona a calci come ha fatto con Muller (anche se alla scadenza del mandato probabilmente dal Vaticano invocheranno i respingimenti dei barconi per rimandare lo scomodo africano in Guinea), ma di fatto lo esautora, lo scavalca, come aveva già fatto.

Si stanno radunando gli avvoltoi?


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24 agosto 2017

Papa Francesco e lo Ius Soli: l''ennesima fake news (fino ad un certo punto)


di Federico Cavalli

Le dichiarazioni del Santo Padre, contenute all’interno del documento per la giornata mondiale dei migranti 2018 (qui il testo integrale), hanno sollevato un grande polverone mediatico, e non sarebbe potuto essere altrimenti dato il tema che si è affrontato: l’immigrazione.

Sui social, così come si poteva facilmente immaginare anche solo leggendo le prime pagine dei quotidiani nazionali, si è acceso un forte dibattito sulla questione che si è sviluppato soprattutto intorno alla seguente affermazione del Pontefice: “Nel rispetto del diritto universale ad una nazionalità, questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita”. Alcune testate giornalistiche nazionali, prima fra tutte Repubblica, esercitando una notevole disonestà intellettuale, hanno intitolato in prima pagina: messaggio di Papa Francesco: “si allo ius soli e allo ius culturale” (qui il link dell’articolo di Repubblica); se si inserisce una dichiarazione fra le virgolette, si vuole fare intendere al lettore che quella determinata frase è stata detta dallo stesso Papa Francesco, quando ciò non è mai avvenuto.

Vi invito a cercare, nel documento ufficiale, esattamente quell’affermazione che è stata virgolettata dal giornalista di Repubblica; non la troverete. Si parla spesso, e la maggior parte delle volte anche sulle pagine del quotidiano sovra citato, di quanto sia indispensabile agire contro le fake news prendendo pesanti contromisure nei confronti di chi le diffonde; se mai dovesse essere approvata una legge del genere, Repubblica dovrebbe essere la prima testata nazionale a chiudere i battenti, visto e considerato che non è la prima volta che interpreta ed “inventa”, a proprio piacimento e per fini facilmente intuibili, le parole del Santo Padre.
Urge però sottolineare come, sui social, una parte considerevole del popolo dei fedeli abbia espresso il proprio disappunto su ciò che è stato detto dal Papa poiché, anche se non direttamente, hanno interpretato tale discorso come un via libera al così detto “ius soli”, legge che da mesi sta agitando l’opinione pubblica della nostra penisola. Sebbene non vi sia alcun passaggio esplicito dove si afferma ciò, posso comprendere come un testo del genere possa essere interpretato, piuttosto facilmente, come un vero e proprio intervento a “gamba tesa” nella vita politica italiana, da parte di Francesco, a favore di tale legge; ciò è dovuto soprattutto al fatto che, come abbiamo già visto, le parole del Santo Padre vengono puntualmente strumentalizzate da giornalisti che hanno a cuore esclusivamente , non il racconto della verità, ma il proprio interesse ideologico/partitico.

Sebbene non vi sia quindi un esplicita apertura allo ius soli bisogna però ricordare, per onestà intellettuale, alcuni punti fondamentali per interpretare, nel miglior modo possibile, le molteplici reazioni che sono scaturite da questa vicenda: Papa Francesco ha più volte dimostrato nel corso del suo pontificato, una totale e piena fiducia in Repubblica; le osservazioni di Francesco all’interno del documento sono, in molti punti, come fa notare giustamente Francesco Agnoli in un interessante post di Facebook , non solo molto opinabili ma vanno verso una notevole apertura (lo ius soli non è nominato, ma è difatti suggerito) invitando a:

a) concedere «possibilità più ampie di ingresso sicuro e legale nei paesi di destinazione» e ad «un impegno concreto affinché sia incrementata e semplificata la concessione di visti umanitari e per il ricongiungimento familiare»;

b) «ad anteporre sempre la sicurezza personale (del migrante) a quella nazionale» (come se quella nazionale non fosse la sicurezza di singole persone);

c) a concedere la nazionalità: essa «va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita»;

d) a «favorire il ricongiungimento familiare — con l’inclusione di nonni, fratelli e nipoti — senza mai farlo dipendere da requisiti economici»;

e) all’«offerta di cittadinanza SLEGATA da requisiti economici e linguistici e di percorsi di regolarizzazione straordinaria per migranti che possano vantare una lunga permanenza nel paese».

Ci dispiace inoltre sottolineare come, su un tema così tanto politico, il Santo Padre si sia più volte espresso abbastanza chiaramente (secondo noi legittimamente), mentre su temi prettamente etici, come le leggi che hanno introdotto il matrimonio gay in Irlanda e Germania, o le unioni civili qui in Italia, si è scelta la discutibile via, se non del silenzio, di un qualcosa che vi si avvicina. Così come ci appare assurda la nomina, di consulente per la comunicazione, in vaticano, di padre James Martin, attivista LGBT che, proprio in questi giorni, ha ricevuto un premio “arcobaleno” e, ringraziando per tale onore, ha detto: “le persone omosessuali e transessuali sono così perché Dio le ha fatte così” (fonte).

Da tutto ciò si può intravedere uno scenario veramente preoccupante: larga parte dei fedeli cattolici vorrebbe più chiarezza su certi temi, chiarezza che è invocata ormai da anni e che, quando arriva, è seguita da scelte che generano ulteriore confusione. Non vorremmo che questi fedeli si sentano messi da parte per far posto a gente ideologicamente schierata, come padre James Martin. Detto ciò, viva il nostro attuale Papa e teniamo sempre presente il suo invito di inizio pontificato: preghiamo per lui e per la Chiesa cattolica. Voglio inoltre chiarire che ritengo assurdi ed inaccettabili gli innumerevoli insulti rivolti al Papa da parte di quelle persone che, in queste ore, si sono lasciate prendere dall’indignazione più profonda e violenta.

http://www.motoretrogrado.it/2017/08/23/le-vere-fake-news-papa-francesco-e-limmigrazione/

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29 maggio 2017

Il merito è una colpa. Parola di Papa Francesco.


di Alfredo Incollingo

Il 27 maggio Papa Francesco ha fatto visita agli operai dell'Ilva di Genova. Ha parlato di lavoro, di speculazione e di disoccupazione, discutendone con toni “da sinistra” per certi versi. Non scandalizza, poiché il lavoro disumano è il nemico di tutti. Siamo poi abituati a questo pontefice vagamente terzomondista e alle sue dubbie dichiarazioni. Ciò che invece è discutibile sono le parole di papa Francesco sulla meritocrazia. A quanto pare è un errore il merito, perché, più dei beni materiali, crea disuguaglianza. “La tanto osannata meritocrazia, una parola bella perché usa il merito sta diventando una legittimazione etica della diseguaglianza”. Probabilmente, a forza di discutere di sistemi economici sbagliati e di Terzo Mondo, anche il Santo Padre ha finito per assecondare le tendenze livellatrici della sinistra mondiale. Oggi è un errore dare credito al merito: chi ha un talento e sa sfruttarlo, commette un grave peccato. Soprattutto se trae un lauto guadagno dalle sue capacità. La meritocrazia, che è la spinta naturale alla crescita di sé e della società, è la giustificazione etica di tutte le disuguaglianze. “Il talento non è un dono, secondo questa interpretazione, è un merito non un dono. Il mondo economico leggerà i diversi talenti come meriti. E alla fine quando due bambini nati uno accanto all’altro con talenti diversi andranno in pensione la diseguaglianza si sarà moltiplicata.” Se da un lato è giusto criticare un sistema che fiacca i talenti, dall'altro è sbagliato affermare il contrario, che la meritocrazia è un errore. Queste parole sono state espresse in un incontro con operai, ma anche con imprenditori e tecnici del settore economico. Le richieste del papa di umanizzare l'economia sono “sante”, ma anche vero che l'economia italiana soffre di stagnazione. Il mediocre vince nell'Italietta e domina in tutti i settori. Lo scrissero diversi anni fa il sociologo Giuseppe De Rita e il giornalista Antonio Galdo nell'indagine “L'eclissi della borghesia”. La mancanza di una borghesia solida e vincente è il sintomo di una nazione che non ha spinta alla crescita. La Chiesa Cattolica non ha mai negato il talento e la positività nel svilupparli. Ha piuttosto corretto le distorsioni del volontarismo, lo ha indirizzato a Dio, riconoscendo comunque il Suo intervento con la Grazia nella vita di ognuno di noi. Ha ragione papa Francesco nel dire che troppo spesso non si considera un dono il talento personale e, in questa ottica, non viene sfruttato adeguatamente. Sbaglia nel definire la meritocrazia un errore, anche perché lo stesso Gesù nell'omonima parabola condannava chi non metteva a frutto il proprio dono. Dal punto di vista cristiano, solo chi merita, appunto, ha il diritto di entrare nel Regno dei Cieli: il peccatore, che ha preferito non seguire la volontà di Dio, va all'Inferno. La visione meritocratica di papa Francesco potrebbe dar ragione a chi parla di Inferni vuoti e di misericordia concessa a tutti, senza apparenti pentimenti. Per uscire dall'imbarbarimento sociale è necessario riscoprire il valore del merito.

 

07 febbraio 2017

Elogio di Pasquino. E dell’autocritica


di Giorgio Enrico Cavallo

Con la colla e qualche foglio
tutta Roma ha sconquassato:
già si mormora: «è tornato!»,
ma se torna è per Bergoglio.

Con due righe in romanesco
ha portato la discordia:
«Ma dov’è Misericordia
nel papato di Francesco?».

I giornali progressisti
han gridato al gran misfatto;
«Chi l’ha fatto è un mentecatto,
colpa degli oscurantisti!».

Ma la colpa è a Santa Marta,
dove regna la furbizia
e nel nome di laetitia,
è la fede che si scarta.

Contro il povero attacchino
hanno sporto pur reclamo;
noi da soli l’acclamiamo:
viva, viva il buon Pasquino!

Permettetemi il divertissement poetico. Perché in fondo, parlando di Pasquino, scrivere in versi viene naturale. E già: Pasquino, la «statua parlante» che nel corso dei secoli si è fatta beffe di papi e cardinali, qualche giorno fa è tornata a far parlare di sé. Certo, si è evoluta: al posto del cartello appeso al collo della scultura della piazza omonima, qualche buontempone (?) ha affisso una serie di manifesti in giro per l’Urbe. Ad essere preso di mira per la sua «falsa» misericordia è nientemeno che papa Francesco.

Apriti cielo. Il volto del papa non può finire sui manifesti. Men che mai, il papa non può essere preso in giro. E non è solo la stampa cattolica che si è strappata le vesti di fronte ai manifesti del Pasquino 2.0: si è assistito ad una manfrina incredibile, tanto che la vicenda è finita sotto la lente della digos. La digos, sì. Che dovrebbe indagare sull’antagonismo, sull’eversione politica, sul terrorismo. E tutto per quattro manifesti che al massimo possono andare incontro ad una tirata d’orecchie per affissione abusiva.
Proviamo a fare un po’ di fantacronaca: immaginiamo che ad essere bersaglio di un manifesto del genere fosse stato Benedetto XVI. Riuscite ad immaginare la levata di scudi unanime e la condanna del folle gesto? Riuscite ad immaginare un padre Spadaro qualsiasi che arrivi a definire – come ha fatto – che i manifesti sono «minacce ed intimidazioni»?

Sì, perché dietro questi manifesti pericolosissimi «c'è gente corrotta e ci sono poteri forti che montano strategie per staccare il Papa dal cuore della gente». Vabbè. Siamo di fronte alla solita questione dell’assenza di autocritica propria di una certa parte del mondo culturale contemporaneo. Anche di fronte ad una situazione evidentemente problematica, con un pontificato per niente conciliante che, per giunta, lascia insolute importanti discussioni teologiche (quasi fossero questioni di lana caprina), certa parte del mondo cattolico si rifiuta di utilizzare quel sano strumento che Nostro Signore ci ha messo a disposizione in modo del tutto gratuito: l’autocritica.
E si dirà che il papa è infallibile, e si dirà che un cattolico se contesta il papa finisce per fare come Lutero, e si dirà che il papa è il successore di Pietro e si diranno tante belle cose, che però sono spesso tirate fuori dal cassetto nel momento sbagliato e nel modo sbagliato. Tanto che alla fine ci si dimentica, ad esempio, che l’infallibilità del Romano Pontefice è solo ex cathedra. Oppure ci si dimentica dei tanti santi che hanno saputo criticare l’operato del papa – vedasi Caterina da Siena – per il bene della Chiesa.

L’indifendibile non può essere difeso: e questo pontificato, ovunque lo si guardi, presenta criticità tali da rendere doverosa una critica costruttiva. I manifesti del novello Pasquino rientrano in questo ambito? Forse sono troppo diretti, un po’ brutali e “popolari”; ma proprio per questo possono contribuire a dissipare quel fumo intellettuale che stagna attorno ai Sacri Palazzi: un fumo fatto di quelle parole-chiave del pontificato di Bergoglio (misericordia, abbattere i muri, amore, Chiesa in uscita, riforme…) che sono utilizzate da certuni come “jolly” per scusare ogni pecca del papa e come armi per attaccare chiunque provi a contestare uno stato delle cose che preoccupa. E beninteso: preoccupa perché il «fumo» di cui parlo avvolge una moltitudine di pastori, dai cardinali ai semplici sacerdoti. Che avrebbero bisogno di un po’ di sana autocritica. E magari anche di farsi una bella risata.