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09 dicembre 2017

Contro Lutero. Nuovo libro di Padre Cavalcoli

In questo tempo di confusione, un tempo in cui in ambito cattolico si "celebra" la riforma luterana, che ha lacerato il cattolicesimo nel suo più profondo, una riforma le cui conseguenze ancora si fanno sentire dopo 500 anni, ecco un nuovo testo del teologo domenicano Giovanni Cavalcoli, un testo in cui il noto pensatore cattolico precisa le condizioni che permetterebbero un reale riavvicinamento tra la chiesa cattolica e i protestanti.

Questo leggiamo in "Contro Lutero: Perché non vogliamo morire protestanti" disponibile in questo dicembre 2017.

Padre Cavalcoli avverte: «In questi 500 anni dalla nascita del luteranesimo, molta strada hanno fatto cattolici e luterani sulla via della riconciliazione, soprattutto a partire dall’impulso all’ecumenismo dato dal Concilio. Tuttavia i luterani restano ancora fermi ad alcuni errori di fondo, che bisogna correggere, per togliere del tutto ogni divisione, affinchè questi fratelli siano “pienamente incorporati” alla Chiesa Cattolica. E diciamo quali sono questi nodi da sciogliere. Si possono ridurre sostanzialmente a tre, secondo un compendio suggerito dallo stesso notissimo modo luterano di riassumere i princìpi di Lutero: tre assiomi fondamentali, tre parole d’ordine, tre motti emblematici, tre direttrici teoretiche, tre linee d’azione: sola Scriptura, sola fides, sola gratia».

Un testo che non farà piacere agli oltranzisti dell'ecumenismo, a coloro che non riescono a vedere l'importanza della giustizia accanto alla pur necessaria misericordia, ai pastoralisti che hanno fastidio di ogni odore di dottrina. Un testo stringato ma denso, chiaro, preciso; un testo che non può mancare tra le letture di coloro che hanno ancora a cuore la dottrina cattolica e la sua grande tradizione.

Il volume è edito da Chora Books ed è disponibile su Amazon e sui maggiori negozi in rete.



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12 novembre 2016

La Provvidenza e l’arte di porre bene le domande: "Dio ha voluto il terremoto?"


di Riccardo Zenobi

Il padre domenicano Giovanni Cavalcoli o.p. ha recentemente affrontato la questione del rapporto tra l’onnipotenza divina e l’esistenza della calamità naturali, e per aver espresso la sua opinione – che poi è basata sulla dottrina comune cattolica – è stato sommerso da palate di m…aldicenze. Con questo articolo intendo anche io esporre la dottrina filosofica riguardante la Provvidenza e la presenza del male fisico. Tutto sta nel porre bene le domande, cosa che coloro che si sono occupati del caso (ecclesiastici in primis) non sono stati capaci di fare; e ciò assimila le loro repliche alle precedentemente citate “palate di m…aldicenze”.

Per affrontare il tema del rapporto tra il potere divino e il male fisico del mondo, è necessario porre domande giuste e ben formulate, poiché non esiste risposta ad una domanda mal posta – se non delle frasi retoriche. Tutti constatiamo che esistono le calamità naturali, le quali interrogano apertamente la teologia filosofica, la quale si chiede che rapporto vi è tra le catastrofi e il governo divino del mondo – ossia la Provvidenza. Va ricordato che il rapporto tra Dio e il mondo non è come quello che sussiste tra l’artigiano e la sua opera – ciò implicherebbe che, una volta che l’ente è stato creato continuerebbe a sussistere da solo, indipendentemente dalla presenza o meno di chi lo ha fatto – ma è più simile a quello di una musica suonata da un musicista, la quale smette di esistere non appena quest’ultimo smette di suonare. Quanto detto va tenuto sempre presente, poiché altrimenti si rischia di credere che il mondo vada per i fatti suoi e che Dio si limiti a “mettere una pezza” a certi eventi oppure, peggio, che si limiti a guardare gli accadimenti (compresi i terremoti). Che gli ecclesiastici ne siano consapevoli o meno, Dio non è estraneo a *NULLA* di ciò che esiste, poiché ciò che esiste ha ricevuto l’essere da Dio – perciò il comodissimo escamotage “Dio non c’entra con le catastrofi” è solo una vuota frase retorica pronunciata da chi non ha nessuna formazione filosofica (e rivolta a chi non ne ha), la quale non ha alcun significato preciso.

È sempre necessario porre bene le domande, altrimenti non avremo mai una risposta vera, ma solo una frase retorica senza alcuna verità. Perciò la domanda che sorge spontanea e che, questa sì, merita risposta, è “Dio ha voluto il terremoto?. Per capire la questione, occorre ricordare quanto detto sopra: Dio non è un semplice osservatore che interferisce con lo svolgimento di qualcosa a Lui esterno, come se io mi mettessi a spostare le lancette di un orologio. Quando diciamo “Dio ha voluto/non ha voluto” non dobbiamo pensare che nel dare l’essere a certi eventi abbia fatto un atto di volontà distinto da quello con cui ha dato l’essere ad ogni cosa. Se vogliamo trovare una risposta a questa domanda, dobbiamo liberarci dai nostri antropomorfismi, che pongono in Dio una successione temporale di atti distinti – cosa impossibile, perché Dio è al di sopra del tempo, nell’eternità. Perciò, anche qui, dire “volere/non volere” non ha molto significato: una volta eliminati gli antropomorfismi con i quali affrontiamo la questione, risulta fuori luogo una tale domanda, la quale è alla fine, una domanda mal posta.

Ma, allora, perché esistono le catastrofi naturali, se nessun evento è esterno all’azione di Dio? Forse Dio non è buono? Queste due sono domande poste in maniera più corretta rispetto alle precedenti. Va subito detto che nessuno conosce il piano divino, e nessuno può rispondere definitivamente alla prima domanda, poiché nessuno può sapere le conseguenze prossime o remote di ogni evento, e quindi non possiamo sapere il “perché” preciso e puntuale di un evento. Cosa voleva ottenere Dio con il terremoto di Amatrice? Solo Dio lo sa. E quindi si pone la domanda fondamentale: Dio non è buono? Qui la risposta filosofica è diretta e precisa: Lui è il Bene per essenza, ma noi non sappiamo cosa sia il Bene. Né cosa sia il Bene in sé stesso, né cosa sia meglio per noi. Di certo una catastrofe è un male – non ci sono giri di parole a riguardo –, ma nessun male è assoluto: non esiste alcun evento, persona o cosa di cui si possa dire “non ha nulla di buono”, e dalle cui azioni non si possa ricavare qualcosa di buono. Ecco quindi che ha senso dire che l’esistenza del male fisico non pregiudica la bontà divina: da ogni evento si può ricavare del bene, compreso il male fisico, che non è mai fine a sé stesso, e soprattutto non è mai l’ultima parola.

Per ultimo, pongo la domanda che è costata tante avversità a Giovanni Cavalcoli: il terremoto di Amatrice è un castigo divino? Se avete seguito fin qui, vi sarete accorti che ho già dato la risposta: nessuno può conoscere i motivi per cui l’essere è stato donato ad una catastrofe. Perciò, semplicemente, non possiamo sapere quale evento è un castigo divino e quale no. Nel prossimo post affronterò la questione da un punto di vista teologico, ponendo la domanda “esistono i castighi divini?” e affrontando tutta la retorica che ha sommerso il povero frate domenicano.

Potreste dire che niente di quanto ho esposto sia stato lontanamente tirato in ballo oppure accennato nella diatriba che ha sommerso padre Cavalcoli o.p., e ciò è vero, e questo porta a dire che certe dichiarazioni ecclesiastiche non hanno alcun valore teoretico, e che il povero Cavalcoli si trova nella condizione attuale solo per colpa della retorica curiale di chi non è in grado di affrontare questioni filosofiche e di porre correttamente le domande.

 

07 novembre 2016

Terremoti, castighi e Provvidenza


di Enrico Maria Romano

1.    Tutti coloro che sono attenti all’attualità hanno preso conoscenza del recente caso Cavalcoli. Il sacerdote domenicano parlando su Radio Maria ha stabilito un nesso tra i terremoti e il peccato umano, e così è stato condannato dal laicismo (l’Espresso-Repubblica), dalla Chiesa cattolica (mons. Becciu della Segreteria di Stato e mons. Galantino segretario CEI) e dallo stesso Ordine domenicano bolognese (Provincia di san Domenico). Per altri dettagli si veda il sintetico e chiarissimo articolo del vaticanista Lorenzo Bertocchi su La Bussola quotidiana del 5 novembre 2016.
2.    Coraggiosamente padre Giovanni Cavalcoli, profondo teologo tomista e autore di importanti studi di metafisica, filosofia ed etica, ha ribadito le sue posizioni sia in un’intervista radiofonica a La Zanzara, sia in un intervista on line a lafedequotidiana.it.
3.    Non ci interessa e sarebbe sterile fare una rassegna, giocoforza incompleta, sugli interventi pro e contro il sacerdote. Tra gli articoli favorevoli al domenicano spicca, per la verve teologica che lo anima, quello dello storico Roberto de Mattei (cf. corrispondenzaromana.it), anch’egli, paradossalmente, cacciato da Radio Maria in ragione del senso critico esercitato innanzi a discutibili scelte vaticane.
4.    Cerchiamo solo di fare chiarezza in una situazione di suo quasi insolubile, avendo come oggetto di fondo il tema della presenza del male nel mondo, della permissione divina del male stesso e del fatto che, secondo l’analogia entis (e l’analogia fidei), un male può anche essere un vero bene, come la morte (che è il massimo male sulla terra), ma che il grande s. Francesco chiamava affettuosamente Sorella poiché ci conduce al Signore…
5.    Il mistero c’è e a priori resta fitto, ma esiste anche la ragione, la fede, la Rivelazione che come fiaccole ci introducono nel mistero d’amore della creazione, della redenzione e della vita eterna (attraverso però il dolore, la fatica, la persecuzione dei buoni da parte dei cattivi, etc. etc.)
6.    P. Cavalcoli non ha bisogno che un micro-teologo lo difenda e infatti si è già difeso da par suo, ribadendo sia l’esistenza di castighi divini (dovuti al peccato originale e ai peccati personali degli uomini), sia il nesso inscindibile tra misericordia e giustizia, sia il fatto che chi nega tutto ciò nega il catechismo e quindi la fede: deve quindi tornare a ripassare, sennò sono guai!
7.    Mons. Becciu ha detto così: “Chi evoca il castigo divino ai microfoni di Radio Maria offende lo stesso nome della Madonna” e “deve correggere i toni del suo linguaggio e conformarsi di più al Vangelo e al messaggio della misericordia” di Papa Francesco. Ma dichiarando un confratello nel sacerdozio come manchevole di misericordia, mons. Becciu non ha ferito la misericordia stessa, specie nel momento in cui questo confratello veniva colpito e messo in ridicolo da stampa e TV?
8.    Mons. Galantino ha detto che il pensiero di p. Cavalcoli è un “giudizio di un paganesimo senza limiti”. Ma quando Cristo, in vari notissimi brani del Vangelo, minaccia i suoi ascoltatori, condanna dei comportamenti cattivi o ricorda i castighi divini già avvenuti (come a Sodoma, Gomorra, Tiro e Sidone, con molti morti, alcuni certamente innocenti…), esprime forse “un paganesimo senza limiti”?
9.    La teologia cattolica sui temi in questione dice altro. La morte infatti è un male, ma può essere un vero bene se considerata in rapporto alla vita eterna. Così può essere perfino desiderata per noi, o per un altro. La guerra è astrattamente un male e causa di molti mali. Ma il Catechismo del 1992-97 ricorda che esistono delle guerre giuste. Se sono giuste, sono gradite a Dio e non sono più cattive e da respingere: ma da combattere. Dio, che coincide con la bontà, anzi che l’unico essere ad essere buono in senso assoluto ed estensivo, condanna alcuni uomini alla morte eterna. E non lo fa per salvarli, poiché per costoro non ci sarà alcuna misericordia, neppure alla fine del mondo. Anche Lui è in realtà un Pagano inconsapevole? Ma questo inferno, che contiene per forza delle anime, altrimenti non esisterebbe (secondo la definizione catechistica dell’inferno come status più che come loco), è un bene o un male? Per un verso è male, poiché gli uomini che lo hanno meritato sono uomini cattivi (magari in apparenza buoni…). Ma è anche un bene perché dà gloria a Dio e magnifica la sua giustizia, avendo distinto il bene dal male, con somma precisione e scienza infallibile.
10.    Se Dio permette non solo il terremoto e il maremoto, ma anche l’handicap, il dolore dei bambini e lo strazio dei martiri, l’epidemia e tutti i flagelli in qualche modo naturali e incontrollabili, sicuramente, ha i suoi motivi per farlo. Questi motivi non possono essere contrari o contraddittori rispetto alla sua divina volontà salvifica. Dio ama anche quando punisce, come il buon padre di famiglia. Satana invece inganna anche quando sorride al peccatore incallito, godendo in cuor suo per la sorte degli uomini perversi.
 

20 ottobre 2015

Alcune considerazioni sull'intervista a Padre Cavalcoli

C’è qualcosa che non funziona. E’ questa la sensazione che ha colto molti lo scorso 16 ottobre nel leggere l’intervista rilasciata da padre Cavalcoli ad Andrea Tornielli. Sì, perché la tesi dell’illustre teologo, secondo cui la Comunione ai divorziati risposati sia materia di mera disciplina dei sacramenti  e non di un’esigenza profondamente radicata teologicamente sull’indissolubilità e l’unità (unitas nel senso di “uno con una”) del matrimonio e il conseguente stato di peccato dei risposati, contrasta con quanto si è soliti argomentare riguardo a questo problema.
Vediamo cosa afferma il Direttorio di Pastorale Familiare.
Innanzitutto, si legge che affinché “l'azione pastorale della Chiesa di fronte alle situazioni matrimoniali irregolari e difficili possa essere vissuta inscindibilmente nella carità e nella verità, occorre innanzitutto chiarezza e fermezza nel riproporre i contenuti e i principi intangibili del messaggio cristiano”. Ciò significa che le disposizioni date in materia dalla Chiesa poggiano su un qualcosa di sostanziale e intangibile e non su una legge meramente ecclesiastica che è per sua natura dettata da ragioni di opportunità ma può variare nel tempo e a seconda del luogo.
Prosegue il testo sostenendo conseguentemente che “consapevole che l'indissolubilità del matrimonio non è un bene di cui possa disporre a suo piacimento, ma è un dono e una grazia che essa ha ricevuto dall'alto per custodirlo e amministrarlo, la Chiesa, oggi come ieri, deve riaffermare con forza che non è lecito all'uomo dividere ciò che Dio ha unito (cf Mt 19, 6). Di conseguenza, essa non deve stancarsi di insegnare che una situazione matrimoniale che non rispetti o rinneghi questo valore costituisce un grave disordine morale”. In altre parole, se qualcuno violasse il patto di fedeltà indissolubile assunto con il matrimonio, verserebbe in uno stato di peccato. Ed è per questo motivo che “la Chiesa deve anche ricordare che quanti vivono in una situazione matrimoniale irregolare, pur continuando ad appartenere alla Chiesa, non sono in “piena” comunione con essa. Non lo sono perché la loro condizione di vita è in contraddizione con il Vangelo di Gesù, che propone ed esige dai cristiani un matrimonio celebrato nel Signore, indissolubile e fedele”. Come si può ben comprendere, siamo molto lontani da banali questioni di semplice disciplina dei sacramenti. Se non ne fossimo ancora convinti, basterebbe leggere il paragrafo successivo dove, con parole aperte e chiare, si afferma che non per cattiveria clericale ma per ragioni “oggettive” la Comunione non può essere concessa a chi vive una situazione irregolare. “Di conseguenza - non per indebita imposizione dell'autorità ecclesiale, ma per il “limite” oggettivo e reale della loro appartenenza ecclesiale -, in forza della carità vissuta nella verità, la Chiesa, «custode e amministratrice fedele dei segni e mezzi di grazia che Gesù Cristo le ha affidato» , non può ammettere alla riconciliazione sacramentale e alla comunione eucaristica quanti continuassero a permanere in una situazione esistenziale in contraddizione con la fede annunciata e celebrata nei sacramenti”.
La tesi di padre Cavalcoli è dunque un modo intellettualmente onesto di promuovere il dibattito su una questione spinosa o un sofisma? La risposta al lettore. Di certo possiamo dire solo che al venerabile teologo è sfuggito un importante testo della Chiesa.
L’aspetto più penoso di questa vicenda, tuttavia, non è lo sconcerto dei fedeli che hanno letto l’intervista di Tornielli, ma quei cristiani che le disposizioni del Direttorio di Pastorale Familiare avevano ben presenti e che si sono astenuti dal vivere pienamente la seconda unione una volta compreso di trovarsi in uno stato di irregolarità e di peccato. Se al Sinodo dovesse passare la tesi di padre Cavalcoli, costoro dovranno concludere che il grave sacrificio loro richiesto non era dettato da una Legge divina ma da una semplice legge ecclesiastica, che oggi è così e domani è colà.