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19 maggio 2020

Vaticano e Russia nell'era di Ratzinger


di Marco Massignan

Il documentato lavoro di Nico Spuntoni, «Vaticano e Russia nell’era Ratzinger», Tau editrice, ricostruisce i rapporti tra  Cremlino e Santa Sede da un lato, e tra Chiesa ortodossa russa e Chiesa cattolica dall'altro, negli anni che vedono Joseph Ratzinger protagonista della vita ecclesiale, tra la fine del Novecento e l’inizio del terzo millennio.

La prima parte si sofferma sul periodo in cui il Cardinale Ratzinger è stato Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (dal 1981 al 2005), sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, nonché teologo conosciuto e stimato negli ambienti russi. Sono gli anni delle perestrojka di Gorbaciov, culminata con la caduta dell'Unione sovietica; della disastrosa leadership di Eltsin e poi, ancora, di nuovi ripensamenti e attriti tra Santa Sede e Patriarcato di Mosca negli ultimi anni del papato wojtyliano. Alcune pagine del primo capitolo sono dedicate al "filo diretto" tra la profezia di Fatima e la Russia.

La salita di Putin cambia le carte in tavola. Scrive Spuntoni: «l’asse culturale tra cattolici ed ortodossi russi viene interpretato in ottica politica dal Cremlino: effettivamente Putin vi rintraccia l’opportunità per creare una connessione con la Roma cattolica, utile in considerazione dell’autorevolezza di cui essa dispone all’interno della società occidentale».

In Russia, inoltre, si ristabilisce un'alleanza tra trono e altare: sulle fondamenta religiose dell'anima russa e sulla riscoperta dell'identità nazionale. Nota l'autore: «la transizione al comando statale da Eltsin a Putin e quella al vertice ecclesiale da Alessio II a Kirill intensifica  notevolmente questa correlazione, evidenziata da una sovrapposizione di posizioni ed interessi sempre più vistosa».

Il secondo capitolo è dedicato al pontificato di Benedetto XVI (2005-2013) e al miglioramento dei rapporti tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa russa. Come scrive nella prefazione mons. A. Mennini, primo nunzio apostolico nella Federazione Russa: «Quando ho lasciato la Russia nel 2010 la percezione della Chiesa cattolica era molto migliorata rispetto al giorno del mio arrivo nel 2003. Nell'instaurazione dell’attuale clima positivo tra il Patriarcato di Mosca e la Chiesa  di Roma ha contribuito indubbiamente il pontificato di  Benedetto XVI».

Pur ponendosi in continuità con Giovanni Paolo II, Papa Ratzinger è riuscito a sciogliere le tensioni del passato e ad instaurare un nuovo clima di fiducia e stima reciproca: «la nuova disponibilità del Patriarcato e l’effettiva apertura di Ratzinger nei suoi confronti provocano un clima  di fraternità che agevola la realizzazione di un significativo avvicinamento tra le due Chiese dal 2005 in poi. I moniti di Benedetto XVI contro il relativismo morale ed in difesa delle radici cristiane d’Europa fanno sì che la Chiesa ortodossa russa rintracci sempre più spesso nella Chiesa cattolica un valido alleato di fronte alle comuni  sfide poste dalla modernità».

Questo avvicinamento è ben accolto, se non a tratti sollecitato, dal Cremlino, che «nelle  critiche di Benedetto XVI alla globalizzazione e nella storica avversione del Vaticano all'unipolarismo, rintraccia una possibile sponda a sostegno della visione multilaterale delle relazioni internazionali», puntualizza l'autore.

L'eredità di Ratzinger è il tema dell'ultimo capitolo. E arriviamo ai giorni nostri, con lo storico incontro del 2016 nella sala d'attesa dell’aeroporto dell'Avana a Cuba tra papa Francesco e il patriarca Kirill, coronamento di un processo che parte da lontano. Conlude l'autore: «l’analisi condotta sui rapporti russo-vaticani negli anni che vanno dal crollo dell’URSS fino ad oggi, dimostra il contributo decisivo di Joseph Ratzinger alla loro stabilizzazione e al loro sviluppo positivo».

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16 maggio 2020

La scelta della Luce

Non di rado, nel mondo moderno, ci sentiamo perdenti. Ma l'avventura della speranza ci porta oltre. Un giorno ho trovato scritto su un calendario queste parole: «il mondo è di chi lo ama e sa meglio dargliene la prova». Quanto sono vere queste parole! Nel cuore di ogni persona c'è un'infinita sete d'amore e noi, con quell'amore che Dio ha effuso nei nostri cuori, possiamo saziarla. Card. François Xavier Nguyen van Thuân.

di Marco Massignan

Giulia Fornasier è l'autrice di «Accetto la sfida. Fatti e misfatti di una donna in trincea tra fede, speranza e ostetricia» (Fede & Cultura, 2020)*, un libro di agevole lettura: agevole ma non banale. Sono pagine scritte in modo frizzante ed ironico dove si ride e si sorride, ci si commuove e si riflette, dove viene spontaneo simpatizzare con Rebecca Rossetti, seguirne con partecipazione le tappe di una vita (di trentenne) presa di petto fin da subito, fatta più di lacrime che di gioie, più di ostacoli che di discese, vissuta in ogni momento a pieni polmoni.

Vi piacerà Rebecca, giovane donna tenace, dolcemente rompiscatole, sensibile, orgogliosa, perennemente in battaglia: una donna che si sfoga e batte i pugni, che non le manda a dire, ma non si chiude nella lamentela fine a se stesse e nel risentimento, in un vicolo sterile. No, la nostra protagonista è feconda nel suo percorso di crescita umana e cristiana. Perché? Il motivo è semplice e profondo: perché ha accettato la sfida. Non una, ma molteplici sfide.

Ha accettato la sfida della vita, vale a dire dell'obbedienza al reale. Che è, primariamente, un atto di adorazione e gratitudine. Scrive: «ma la vita è bella. La mia è sicuramente complicata per la quantità di intoppi, ma non posso non ricordare come essa mi abbia fatto tanti regali nel tempo e ogni singolo giorno di vita che mi viene concesso è un regalo troppo immenso per perdere tempo lamentandomi degli ostacoli che incontro con la rabbia di un toro dagli occhi rossi» (p. 46).

Ha accettato la sfida del lavoro. I problemi nella ricerca di un lavoro nel nostro Paese sono sotto gli occhi di tutti, ma Rebecca non accetta compromessi o soluzioni di comodo. Come scrive Raffaella Frullone nella prefazione, «Rebecca se la gioca, a volte cadendo, a volte inciampando, altre volte ribellandosi, e poi ancora tirando fuori un coraggio che neanche Leonardo di Caprio in The Revenant» (p. 9). Sceglie l'ostetricia, ed è una vocazione. Scrive: «la convinzione di assistere a un miracolo... un momento prima c'è una possibilità di vita; l'istante dopo la vita si schiude in un pianto liberatorio di vento nuovo dentro nuovi polmoni. E' la fine e l'inizio. All'improvviso c'è uno sconvolgimento di ruoli. Due ragazzi impauriti e sopraffatti dalla gioia sono diventati genitori. Lì infagottato c'è un cosino rosa... ed è venuto al mondo grazie anche al tuo contributo» (p. 76). Born to be a midwife.

Ha accettato la sfida dell'amore vero mettendo al primo posto Dio. Si tratta di uno sguardo sull'amore (e sulla vocazione al matrimonio cristiano) realmente controcorrente rispetto al conformismo vigente. Il falso amore romantico (cattura-possesso-dominio) impedisce di vedere l'altro alla luce della Carità di Dio, d'incontrarlo veramente e di divenire “una carne sola”. E Rebecca, dopo una serie di sfaceli sentimentali, è consapevole che «se manca Dio, il rischio è di sentire prima o poi il deserto nel cuore... Mettere Dio in cima alla piramide e fare che in modo che i nostri “se” diventino “sì”, qualunque cosa succeda, questo rende felici. Perché se dici “sì” accogli l'Amore, e se l'Amore regna in te, torni a splendere di contagiosa felicità» (pp. 185-186).

Leggendo queste pagine si può vedere come la mano invisibile ma reale della Provvidenza agisce nella vita di ciascuno (spesso come medicina amara ma salutare), e come ci mette di fronte a un bivio: quello di accettare la sfida di... accogliere o meno la Grazia, di rendersi suo docile strumento per fare il bene, e di colorare le nostre esistenze sub specie aeternitatis, assecondando il progetto divino su di noi, mettendo a frutto i talenti ricevuti in dono. Rebecca ha accettato la sfida e la sta combattendo alla grande.


(*) https://www.fedecultura.com/Accetto-la-sfida-p171301130

 

21 novembre 2017

Promemoria per un ordine sociale secondo giustizia


La foto è di Alfonsa Cirrincione
di Marco Massignan

La dottrina sociale della Chiesa ritiene che possano essere vissuti rapporti autenticamente umani, di amicizia e di socialità, di solidarietà e di reciprocità, anche all’interno dell’attività economica e non soltanto fuori di essa o “dopo” di essa. La sfera economica non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Essa appartiene all’attività dell’uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente (1).

La carità potrà portare certamente un qualche rimedio a molte ingiustizie sociali, ma non basta; anzitutto bisogna che fiorisca, domini e sia realmente applicata la virtù della giustizia (2).

Di fronte alle molteplici crisi internazionali, che ridisegnano equilibri geopolitici, egemonie e modelli socio-economici, il pensiero sociale cattolico – in tema di capitale, lavoro, proprietà, moneta e via dicendo – è, oggi più che mai, l’unica risposta degna dell’uomo, della sua dignità personale e trascendente, ai problemi del vivere comune (3).

Un articolo non può certo avere la presunzione di esaurire questioni tanto ampie quanto complesse, però può offrire un modestissimo spunto per riflettere su un ideale di ordine sociale frettolosamente accantonato in quanto ritenuto obsoleto per le sfide odierne del mondo globale.

La proposta cattolica ai problemi sociali, cioè l’applicazione concreta dei perenni insegnamenti del Magistero, la loro traduzione in indirizzi politici e norme giuridiche, si presenta – nella sua chiara identità – altra tanto dal liberalismo quanto dal socialcomunismo. Sì, altra – alternativa: non si tratta infatti di riformare dall’interno il sistema liberalcapitalista o di realizzarne una versione “compassionevole” quanto di superare la Weltanschauung politico-economica contemporanea e trovare quelle soluzioni strutturali, organiche, nella regolazione della vita economica, intrinsecamente conformi alla giustizia (4) e alla legge morale.

Un modello di vita economica che voglia distinguersi dall’economicismo a-morale dominante dovrà incentrarsi su un inscindibile binomio etico-giuridico: a) la subordinazione della scienza economica all’etica e al diritto; b) il necessario primato della politica onde evitare che i pubblici poteri si rendano servi dei potentati economici-finanziari o loro docili strumenti.

Scrive Benedetto XVI: “l’attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica. Pertanto, va tenuto presente che è causa di gravi scompensi separare l’agire economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da quello politico, a cui spetterebbe di perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione” (Caritas in veritate, n. 36).

Il primato dell’etica: l’economia è un’attività umana, libera e responsabile finalizzata al bene (individuale, famigliare e comune) dell’uomo, alla sua natura normativa: l’uomo dev’esserne agente morale e non ridotto a mero fattore di produzione/consumo. Ha ricordato Giovanni Paolo II: “il principio sommo (…) in assenza del quale tutto il sistema economico è esposto al rischio di pericolose degenerazioni” afferma che “fine di tutta l’economica non è il profitto, ma la promozione della persona” (5).

I rapporti tra capitale e lavoro devono essere conformi al diritto naturale e regolati dalla “legge della giustizia sociale” (Pio XI, Enciclica Quadragesimo Anno, n. 58), e non dalle forze cieche e violenti del mercato. Le teorie economiche della scuole liberali e marxiste hanno mostrato i loro limiti: “si avverte l’esigenza di coinvolgere anche i lavoratori nel processo di formazione del capitale e nelle decisioni che riguardano l’impresa secondo una concezione partecipativa dell’economia” volta al superamento “delle varie patologie di cui soffre il mondo”(6). Partecipazione che richiede di riconoscere la natura consorziale dell’impresa economica (attività associata di capitale e lavoro, affermò Leone XIII nella Rerum novarum).

Altri principi cardine sono la destinazione universale dei beni materiali (a cui resta subordinata la stessa proprietà privata, che non è un assoluto) (7) e la dignità personale e spirituale del lavoro, che non può essere ridotto a merce o sacrificato all’accrescimento indefinito del capitale: “il lavoro, per il suo carattere soggettivo o personale, è superiore ad ogni altro fattore di produzione: questo principio vale, in particolare, rispetto al capitale” (8). Il lavoro non può essere equiparato a una merce (una cosa che si vende e si compra), così il salario non può essere fissato dalle oscillazioni del mercato: “la rimunerazione del lavoro non può essere abbandonata al gioco della domanda e dell’offerta; deve invece essere fissata secondo criteri di giustizia” (9). Per essere giusto il salario dovrà garantire al lavoratore il necessarium personae (dignitoso mantenimento del nucleo famigliare e possibilità di formarsi una pur modesta proprietà privata).

Concludendo questi brevi cenni. Il mondo occidentale cosiddetto libero ha per decenni sbandierato uno stile di vita all’insegna dell’opulenza, producendo l’anti-civiltà consumistica. Il gusto piacevole della bevanda di un benessere facile è durato relativamente poco (in termini di libertà personale, tranquillità e prosperità) e i risvolti in termini di miseria e indigenza cui numerosi popoli sono costretti a causa di strutture organizzative inique che soffocano l’uomo e disgregano la società sono sotto l’occhio di tutti gli uomini di buona volontà. E’ il momento di cambiare paradigma. Termino con le parole di Papa Pio XI, scritte nel 1931 e più che mai attuali:

Ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare. Una tale concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica della economia contemporanea, è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza (10).

http://www.lefondamenta.it/2017/11/18/promemoria-un-ordine-sociale-secondo-giustizia/


(1) Benedetto XVI, Enciclica Caritas in veritate, n. 36.

(2) Pio XII, Enciclica Evangelii Praecones, n. 10.

(3) Pensiamo, ad esempio, all’iniquità monetaria, alle croniche crisi del debito, al dominio pervasivo di un potere finanziario senza volto, alla pressione fiscale che erode i risparmi virtuosi, e via dicendo.

(4) Così nella definizione del giurista romano Ulpiano: “la giustizia consiste nella costante e perpetua volontà di attribuire a ciascuno il suo diritto. Le regole del diritto sono queste: vivere onestamente, non recare danno ad altri, attribuire a ciascuno il suo”. E il Catechismo della Chiesa Cattolica asserisce: “la giustizia è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. La giustizia verso Dio è chiamata virtù di religione. La giustizia verso gli uomini dispone a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune” (n. 1807).

(5) Dal Discorso all’Unione cristiana imprenditori dirigenti del 14 dicembre 1985.

(6) Ibidem.

(7) “Il diritto alla proprietà privata (…) non elimina l’originaria donazione della terra all’insieme dell’umanità. La destinazione universale dei beni rimane primaria, anche se la promozione del bene comune esige il rispetto della proprietà privata, del diritto ad essa e del suo esercizio” (CCC, n. 2403).

(8) Dal Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, n. 276.

(9) Azione cattolica italiana, La Dottrina sociale cristiana, CENAC, Roma 1957, p. 180.

(10) Pio XI – Enciclica Quadragesimo Anno.

 

07 novembre 2017

La coscienza è come l’orologio…


La foto è di Alfonsa Cirrincione
di Marco Massignan

La coscienza morale, per essere in grado di guidare rettamente la condotta umana, deve anzitutto basarsi sul solido fondamento della verità, deve cioè essere illuminata per riconoscere il vero valore delle azioni e la consistenza dei criteri di valutazione, così da sapere distinguere il bene dal male, anche laddove l’ambiente sociale, il pluralismo culturale e gli interessi sovrapposti non aiutino a ciò. La formazione di una coscienza vera, perché fondata sulla verità, e retta, perché determinata a seguirne i dettami, senza contraddizioni, senza tradimenti e senza compromessi, è oggi un’impresa difficile e delicata, ma imprescindibile. Ed è un’impresa ostacolata, purtroppo, da diversi fattori. Anzitutto, nell’attuale fase della secolarizzazione chiamata post-moderna e segnata da discutibili forme di tolleranza, non solo cresce il rifiuto della tradizione cristiana, ma si diffida anche della capacità della ragione di percepire la verità ci si allontana dal gusto della riflessione. Addirittura, secondo alcuni, la coscienza individuale, per essere libera, dovrebbe disfarsi sia dei riferimenti alle tradizioni, sia di quelli basati sulla ragione. Così la coscienza, che è atto della ragione mirante alla verità delle cose, cessa di essere luce e diventa un semplice sfondo su cui la società dei media getta le immagini e gli impulsi più contraddittori (1).

Quando si parla di coscienza la confusione sotto il cielo è assai grande. Per la mentalità contemporanea la coscienza rappresenta il tribunale ultimo e ogni decisione presa in piena coscienza va rispettata.

L’egemone cultura liberal-radicale ha ipotecato un modo di pensare la coscienza come facoltà naturalistica: non un giudizio della ragione, ma un impulso vitalistico che svincola l’uomo da ogni responsabilità – puro sentire immediato non guidato dalla razionalità. La coscienza così intesa (come facoltà naturalistica) pretende di qualificare l’atto morale: il soggetto, apparentemente esaltato nella sua libertà, viene ridotto a un fascio di momentanee e contingenti pulsioni. Inoltre, non sarebbe possibile parlare di valori, se non in senso soggettivistico. Non esisterebbero valori indisponibili (non negoziabili), non dipendenti dalla volontà (e dall’arbitrio!) umana.

Lo esprime chiaramente Rousseau nell’Emilio: «tutto ciò che sento essere bene è bene, tutto ciò che sento essere male è male». Bene e male sarebbero il prodotto della coscienza la quale dipenderebbe esclusivamente dalla volontà. In altre parole, l’uomo non sarebbe soggetto a “una legge che non è lui a darsi” ma signore della legge morale, padrone di stabilire ciò che è bene e ciò che è male. La persona, secondo questa ideologia, non sarebbe chiamata a controllare e valutare passioni e desideri, ma dovrebbe “lasciarsi andare” (spontaneismo) realizzando con autenticità (sic!) la propria volontà, libera nel suo determinarsi da qualsiasi regola o magistero “esterno”.

Il soggetto, quindi, non riconosce alcun criterio che non sia… la sua opinione. In tal senso la coscienza risulta inevitabilmente autoreferenziale (non ha altra misura che se stessa), non richiede alcun fondamento obiettivo al di là dell’atto che la pone. È una coscienza “murata”, chiusa in se stessa, avalutativa e come tale soggettivisticamente nichilista – disperata presunzione di chi non accetta il proprio statuto ontologico e pretende di “farsi Dio”.

La coscienza, invece, (parliamo della coscienza morale, che è la “capacità di aprirsi all’appello della verità oggettiva”) è tale solamente se è subordinata alla legge naturale, che non è una costruzione umana, ma una legge oggettiva e universale.

La coscienza è come l’orologio che abbiamo al polso. Dobbiamo essere certi che sia in accordo con l’ora effettiva. In molti casi essa non è retta (per ignoranza, per pregiudizio o per passione); pertanto va regolata; essa è uno strumento della persona: è la norma prossima della moralità, vale a dire del credere e dell’agire. La norma superiore – la regula agendi – è la legge naturale e divina. Ad essa dobbiamo conformarci, adeguando il nostro intelletto alla realtà oggettiva.

Negando Dio, si nega anche l’esistenza di una legge etica esterna all’uomo ed immutabile, con l’impossibilità di parlare di principio morale. Scrive Romano Amerio: «Non è possibile che le radici della morale umana siano nell’uomo che non è un essere radicale e non può quindi essere radice di morale. La morale infatti è un ordine assoluto e l’uomo invece un ente contingente e relativo cui l’assoluto è presente e si impone, ma non ha certo le proprie radici in lui (…) Il vocabolo stesso di coscienza annuncia irrefragabilmente che non c’è con-scientia se l’io non si sente nella dualità con l’altro, e se l’uomo non vive la solidarietà con la legge, cui è congiunto e cui deve riverenza» (2).

Pensiamo, ad esempio, alla questione della libertà di coscienza che è ben diversa dalla libertà della coscienza: non si tratta di un gioco di parole, ma di due modi radicalmente opposti di concepire la libertà: la prima, infatti, è la rivendicazione del diritto alla sola coerenza con se stessi (pura e semplice manifestazione della volontà, mera opzione avalutativa); la seconda è il dovere/diritto della testimonianza del soggetto di fronte a una legge non dipendente da alcuna volontà umana, in adesione ad un valore e ad una legge superiore alla coscienza stessa. Essa trova il suo fondamento nel bene, cioè nella verità (si pensi all’Antigone di Sofocle o ai martiri cristiani). La coscienza non è libera di affermare che è bene quello che vuole o ritiene sia bene: è vincolata al bene oggettivo, vale a dire al bene in sé (inscritto nella sua natura), il quale deve essere riconosciuto come tale. Al contrario, la libertà di coscienza, lungi dall’essere doverosa testimonianza di fedeltà a una legge non scritta, all’ordine etico delle “cose”, è in ultima analisi rivendicazione del diritto di fare tutto ciò che il soggetto ritiene di fare.

«La coscienza – ha scritto il prof. Danilo Castellano – non è la fonte della legge ma è il “luogo” ove la legge si manifesta. Non è la facoltà naturalistica che erroneamente si reputa strumento idoneo a creare le cosiddette “scale di valori” dalle quali dipenderebbero, poi, il bene e il male, il giusto e l’ingiusto. Non sono, infatti, le “misure” – tanto meno le misure soggettive – che creano la realtà ma è la realtà condizione delle misure. È per questo che condizione della coscienza è la legge (intesa non come norma positiva bensì come legge naturale), che la coscienza riflette in sé come lo specchio riflette la realtà davanti alla quale esso viene posto. Senza legge (naturale), perciò, non si può propriamente parlare di coscienza» (3).

Per evitare di impantanarsi in concezioni erronee (e disumane) della coscienza occorre ritornare ad una metafisica realista, dove è l’essere che fonda il pensiero e non il contrario. Come ha scritto Marcel De Corte: «Essere nella verità significa conformare la propria intelligenza a una realtà che l’intelligenza non ha né costruita, né sognata, e che a lei si impone. Fare il bene non vuol dire abbandonarsi agli istinti, agli impulsi affettivi e alla volontà propria, ma ordinare e subordinare le proprie attività alle leggi prescritte dalla natura e dalla Divinità che la intelligenza scopre nella sua instancabile ricerca della felicità» (4).

(1) Dal Discorso di Benedetto XVI alla Pontificia Accademia per la Vita, 24 febbraio 2007.

(2) R. Amerio, Iota unum, Lindau 2009, p. 420.

(3) D. Castellano, Instaurare omnia in Christo (rivista), anno XXXIX, n. 2, maggio-agosto 2010.

(4) M. De Corte, L’intelligenza in pericolo di morte, Volpe, Roma 1973).

http://www.lefondamenta.it/2017/10/28/la-coscienza-lorologio/


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03 maggio 2016

Nel segno della via pulchritudinis

Interroga la bellezza della terra, interroga la bellezza del mare, interroga la bellezza dell’aria diffusa e soffusa. Interroga la bellezza del cielo, interroga l’ordine delle stelle, interroga il sole, che col suo splendore rischiara il giorno; interroga la luna, che col suo chiarore modera le tenebre della notte. Interroga le fiere che si muovono nell’acqua, che camminano sulla terra, che volano nell’aria: anime che si nascondono, corpi che si mostrano; visibile che si fa guidare, invisibile che guida. Interrogali! Tutti ti risponderanno: Guardaci: siamo belli! La loro bellezza li fa conoscere. Questa bellezza mutevole chi l’ha creata, se non la Bellezza Immutabile? (Sant'Agostino)

di Marco Massignan

Dopo La bellezza salverà il mondo (Morrone editore, 2013) Francesca Bonadonna, siciliana, collaboratrice della rivista “Radici cristiane”, continua la sua ricerca spirituale e culturale nel segno della via pulchritudinis con il saggio I volti della bellezza e le false proiezioni ideologiche (2015), una raccolta di parole ed immagini (tra cui alcuni scatti fotografici di Venezia), aforismi che nutrono l'anima (da Sant'Agostino a Solzenicyn, da Barsotti a Chesterton, ed altri ancora) e citazioni controcorrente rispetto alla bruttezza e volgarità odierne - pagine di spiritualità cristiana ispirate agli assoluti della divina Bellezza.

“Ritornino i volti della bellezza – scrive l'autrice nell'introduzione: dal fascino casto della donna, all'innocenza perduta del fanciullo; dalla bellezza di un incontro all'incanto della famiglia; dalla ricerca del volto di Dio al ritrovamento di se stessi e del proprio volto. I volti della bellezza, trasfigurati nel volto della sofferenza, la sola capace di donare vita anche quando geme e muore a se stessa, varcando la soglia della speranza che, oltre l'effimero, conduce all'eternità”.

Nella presentazione, padre Serafino Tognetti, successore di don Divo Barsotti alla guida della “Comunità dei figli di Dio”, sottolinea: “Nulla è bello all'infuori del vero, perché soltanto il vero è degno di amore. Il primato dell'essere sull'intelligenza, la docilità dell'intelligenza nel seguire l'ordine che si irradia da tutto quanto esiste, ecco il segno che distingue l'uomo nella civiltà tradizionale. (…) Il Bello dunque è un valore oggettivo, che ci è dato, che esiste a prescindere da noi... Un mondo in cui non regni la concezione del Bene oggettivo che ordina la realtà è abbandonato a tutti i disastri”.

E' la Rivelazione a comunicarci che Verità e Bellezza hanno un Nome e un Volto: il volto di Cristo, il più “bello tra i figli dell'uomo” (Sal 45,3), immagine perfetta e splendore Padre. “Questo mondo nel quale viviamo – ha ricordato Paolo VI - ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione”.

In tal senso, sentire nel più profondo dell'anima lo splendore della verità che rifulge nelle opere dell'Artista divino, significa amare l'ordine, l'armonia, l'innocenza; è “contemplazione sacrale” per le cose visibili ed invisibili, sguardo pieno di stupore e potente mezzo di purificazione interiore. La via pulchritudinis si rivela così come un affascinante itinerario per accostarsi ai mistero trinitario ed orientare le coscienze al bello, al vero e al buono; è inoltre un prezioso strumento di evangelizzazione (pensiamo solo ai legami tra catechesi, arte e liturgia, ambiti privilegiati per l'apostolato).

Francesca Bonadonna, I volti della bellezza e le false proiezioni ideologiche, Morrone editore, 2015. 
 

05 aprile 2015

Un'alba senza fine


a cura di Marco Massignan

Offriamo ai lettori del nostro sito tre brevi letture-meditazioni per la Santa Pasqua 2015. La prima è tratta da un libro dello scrittore Nino Badano (E abitò tra noi, Volpe editore, 1980). Il secondo contributo è tratto da due omelie del Card. Giuseppe Siri per la Pasqua del 1972 e del 1973 (ora in Omelie per l'anno liturgico, Fede & Cultura 2008). L'ultimo scritto è di don Ennio Innocenti (ora in Fede Grazia Legge. Nona raccolta dei testi radiotrasmessi nella rubrica “Ascolta, si fa sera” - Rai/Gr1, Sacra Fraternitas Aurigarum in Urbe, Roma 1997).

Mattino di Pasqua. E' a quell'ora che è finita la notte della morte; da quell'ora ogni alba ricorda l'alba di un giorno che non finirà. Dall'annuncio degli Angeli: surrexit non est hic - che ha cambiato la storia del mondo e quella di ogni uomo, la vita non è più ciò che era prima: un dono più o meno lungo e propizio di anni, concluso da un abisso e da un mistero; è un passaggio che un giorno sembrerà insignificante, verso un'altra vita. Da quell'alba di Pasqua, per chi sa volere, vivere è attesa e dolcezza: Introduxit vos Dominus in terram fluentem lac et mel. Se vogliamo, dipende da noi, la Pasqua non è un momento, ma una condizione; è un'alba che continua. I santi sono quelli tra noi che riescono a gioire della vita e delle cose effimere senza soffrire della loro caducità. E' un privilegio accessibile a tutti: basterebbe riuscire a desiderarlo come il ladrone fortunato che ha chiesto sulla croce l'ingresso nel regno. Da quel mattino di Pasqua per quelli che credono è possibile vivere senza paura della morte. Il sepolcro vuoto e la Sindone ripiegata sono promesse e certezze date soltanto per confermare che la Vita non “è più qui”, ma altrove: perché noi cerchiamo la Vita non al di qua della morte, ma al di là, dove la resurrezione è cominciata

La Risurrezione del Salvatore è stata una prova storica della verità da Lui asserita. Ma è stata anche la grande sfida gettata non solo ai suoi restii connazionali, ma a tutto un mondo di uomini liberi, che hanno sì la possibilità di scelta, ma non l'esenzione dalle passioni, dagli errori, dalla cecità, dal peccato. Questi sono infatti i veri termini della situazione del mondo. Ho detto che è stata una sfida divina. (…) La sfida sta nel fatto di invitare gli uomini a misurarsi sul limite della morte: essi non possono sostenere la prova; Lui solo ha potuto. (…) Il fatto più incomprensibile di tutti è che gli uomini non si vogliono ricordare ogni giorno, al momento giusto, di essere morituri. Quel limite non lo varca che Cristo, Figlio di Dio. E' allora che il significato della morte dà contezza della vita; la sua ineluttabilità tronca e riduce all'estrema umiltà ogni fatidica superbia: non è in un mondo di morituri che si può cantare vittoria! La sfida della Risurrezione sta nel porre con gesto solenne e divino nella più luminosa chiarezza i limiti della potenza umana, i limiti della vita ed a questi limiti, più grandi dei cieli, domandare alla fine di un confronto tra Dio e l'uomo, l'irrevocabile sentenza della vita umana perdente. (…) Siamo davanti ad uno dei metri della Divina Provvidenza, davanti a uno dei segreti più profondi e più impressionanti della storia delle anime, perché in verità la storia delle anime si svolge intorno a questo perno: o guardano Dio o chiudono gli occhi. Tutte le loro azioni, tutti i peccati, tutti i meriti sono riassunti in queste due posizioni: o guardano Dio o chiudono gli occhi davanti a Dio. Ed è la storia vera della nostra vita. Ed è a questo punto che si capiscono tutte le gioie possibili e tutti i reali dolori inutili degli uomini. Ma è davanti a questa certezza che dobbiamo fare i conti con una legge che domina la storia e domina anche il diagramma della nostra vita. Possiate avere una santa e buona Pasqua!

Simbolismo del Risorto. Fin dai primi tempi del Cristianesimo i nuovi credenti proiettarono sui misteri dell'evangelo cristiano il simbolismo del Sole. Le sacre pagine dell'Antico e del Nuovo Testamento offrivano vari suggerimenti in questo senso, ma le genti che si convertivano a Cristo erano già preparate a questa connessione simbolica dalle mitologie precristiane che avevano ispirato, più che poesia, una vera pietas religiosa. Dall'adorazione del Sole, come simbolo della Divinità, si passò, dunque, eliminato ogni residuo di panteismo naturalistico, all'adorazione di Cristo quale Sole che vince le tenebre e mai più tramonta, tutto irradia e tutti benefica. Fu in questa prospettiva che la festa liturgica del Natale di Cristo sostituì la festa del Natale del Sole, fu anche per l'identificazione simbolica di Cristo e del Sole che la domenica sostituì, appunto, il giorno dedicato al Sole (il secondo giorno della settimana astrale, che cominciava col giorno dedicato a Saturno). Ma, soprattutto, è solare il giorno della Pasqua cristiana. I romani cristiani non hanno incertezze: Gesù morì nel giorno di Venere, restò sepolto nel giorno di Saturno, risorse nel giorno del Sole e precisamente in quel giorno del Sole che stava a metà di quel mese che anche per i Romani era il primo dell’anno, e anno solare! I convertiti trasponevano su Cristo la loro poesia mitologica: Helios, il sole, s'inabissa, tramontando, nel mare, ossia nel regno delle tenebre e dell'oltretomba, ma torna, per vie misteriose, verso oriente, a risplendere tutti illuminando: come Cristo - appunto – che muore ma risale dall'oltretomba per effondere su tutti la sua grazia divina. E così “pasqua” (o passaggio) non è più semplicemente il passaggio del Mar Rosso da parte di un popolo particolare, ma direttamente il passaggio dal tramonto all'aurora, ossia dalla morte alla vita, dalle tenebre spirituali alla luce spirituale, dal peccato alla grazia. Il Risorto è raffigurato come nuovo Apollo, Divinità Solare che guida, nuovo Auriga, il carro dorato e luminoso, trasforma qualsiasi occidente in un oriente e uccide con la sua luce il drago tenebroso che causava la morte; diventa così il nuovo Adamo, ossia il capostipite di un’umanità rinnovata, spiritualmente illuminata, investita della gloria divina. Gli echi di questo antichissimo simbolismo sono ancora riconoscibili nella liturgia di Pasqua, che è tutta intrisa del tema della luce.

 

25 settembre 2014

La famiglia nella tempesta. In attesa del Sinodo


di Marco Massignan

Si è svolto (21 agosto 2014) il 42° convegno annuale degli “Amici di Instaurare” presso il santuario di Madonna di Strada a Fanna (Pordenone). Tema della giornata di preghiera e  di studio: la famiglia nella tempesta. Dopo la celebrazione della Santa Messa in rito romano antico e il canto del Veni Creator, i lavori sono stati introdotti da Danilo Castellano (Università di Udine); salutando i partecipanti, il direttore dell'omonima Rivista ha ricordato in significato di questi incontri annuali: offrire un'occasione di   riflessione responsabilmente libera, che serva a capire il mondo attuale, non per andare a rimorchio delle mode (“esaminate tutto, tenete ciò che è buono”), ma per seguire l'unica “moda” che ci ha indicato Gesù Cristo – il perseguimento della verità e del bene.
 

25 gennaio 2014

Anche se non sembra, succede: l'attacco a Radio Spada e l'ipocrisia sionista

di Marco Massignan, Franciscus Pentagrammuli, Ilaria Pisa e Lorenzo Roselli
Che succede? Succede che ha ragione Voltaire quando dice: "Per capire chi vi comanda basta scoprire chi non vi è permesso di criticare". Oggi, del resto, si può parlare di tutto, tranne di ciò che conta davvero. Il casus belli è il dibattito che si dovrebbe tenere il 29 gennaio all'Università Cattolica di Milano: le Edizioni Radio Spada presenteranno il libro Anche se non sembra. Discorsi sui rapporti internazionali e teologia politica di Andrea Giacobazzi (con un saggio introduttivo di Maurizio Blondet). Leggiamo un estratto dall'introduzione: "Dalla storia dellantico giudaismo fino allattuale conflitto siriano, dalla resistenza della Chiesa (Novus Israel, Verus Israel) verso il sionismo ai rapporti tra fascismo, comunismo sovietico e mondo arabo. Dal protestantesimo islamico-fondamentalista fino a certo razzismo rabbinico. E così via fino a giungere alle questioni scottanti di questi tempi, in cui un trait dunion pare legare lormai diffusissima religione della Memoria con un fittizio antisemitismo, divenuto un allarme routinario e ingiustificato, un espediente politico usato come una clava nella vita interna degli Stati europei e nella politica del Vicino Oriente. La lettura – arricchita da oltre quattrocento note a piè di pagina – sarà fonte di argomenti e riflessioni che i mainstream media si sono premurati di tenere in un cono dombra".

Apriti cielo! La macchina mediatica si è subito messa in moto creando il mostro. Nulla di nuovo sotto il sole: è da anni in corso una massiccia campagna per criminalizzare ogni critica verso Israele e alcune frange dell'Ebraismo. Ogni ricerca storica, politologica e più in generale ogni produzione intellettuale viene – pregiudizialmente e aprioristicamente – additata come antisemita e monitorata a livello planetario. Per poterlo “monitorare”, l’antisemitismo va innanzitutto definito. E qual è la sua definizione? Nel “Report on Global Anti-Semitism” e nel “Global Anti-Semitism Report”, il Dipartimento di Stato USA ha stilato una lista delle convinzioni che vanno considerate antisemite: qualunque affermazione secondo la quale la comunità ebraica controlla il governo, i media, e il mondo finanziario va considerata antisemita; un forte sentimento anti-israeliano va considerato antisemita; ogni vivace critica dei leader israeliani, del passato o del presente, è antisemita; ogni critica della religione giudaica o dei suoi capi religiosi o della sua letteratura (specialmente il Talmud e la Kabbalah) è antisemita, e via dicendo. Lo stesso insegnamento tradizionale cattolico sul giudaismo viene trasformato  in un crimine d'odio (hate crime). Ci troviamo insomma di fronte ad una religione civile, l'unica rimasta. Ha scritto Maurizio Blondet: “Di fronte ad essa, non è consentita l'apostasia, e nemmeno il semplice agnosticismo che invece è raccomandato come atteggiamento laico verso tutte le altre. (…) Essa è protetta dalla critica per legge... chiunque provi sulla base di ricerche storiche, a dire che le cose non sono andate come vuole la fede universale, è “revisionista”, e quindi espulso dalla comunità”. Esposto alla pubblica gogna.

Tutto ciò sta accadendo in un’università, precisamente nel principale ateneo cattolico italiano: l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, a cui si è contestato di permettere il regolare svolgersi della suddetta presentazione pochi giorni dopo il Giorno della Memoria. Forse per comune contesto o per pari senso del ridicolo, a chi scrive balena alla mente un alterco che il politologo statunitense ebreo e antisionista Norman Finkelstein ebbe con una studentessa ebrea di origine tedesca all'Università di Waterloo, nel Regno Unito alla fine di una conferenzaDurante lo spazio dedicato alle domande, la studentessa si rivolse in lacrime a Finkelstein dicendo: “Durante il suo discorso lei ha fatto molti riferimenti agli ebrei paragonandoli ai nazisti. Questo è estremamente offensivo per chi è tedesco e per chi ha sofferto nella guerra nazista”. Finkelstein, tra i fischi del pubblico, rispose così: “Io non rispetto più questo discorso. Davvero non più. Non amo e non rispetto le lacrime di coccodrillo. A me non piace giocare di fronte ad un pubblico la carta dell'Olocausto, ma adesso mi sento obbligato a farlo. Il mio defunto padre fu ad Auschwitz, la mia defunta madre stette nel campo di concentramento di Majdanek. Ogni singolo membro della mia famiglia dalla parte di mio padre e di mia madre è stato sterminato! Entrambi i miei genitori presero parte alla rivolta del ghetto di Varsavia, ed è esattamente e precisamente per la lezione che i miei genitori hanno insegnato a me e ai miei due fratelli che io non rimarrò in silenzio mentre Israele commette i suoi crimini contro i Palestinesi! E non considero niente di più spregevole dell'usare la loro sofferenza (dei miei genitori) ed il loro martirio per tentare di giustificare la tortura, la brutalità, la demolizione delle case che Israele ogni giorno commette contro i palestinesi! Per tanto io rifiuto di farmi ancora intimidire o soggiogare dalle lacrime!

Come andrà a finire non lo sappiamo. Non sappiamo se basterà una quenelle per ridicolizzare questa psicopolizia. Senz’altro ogni spirito libero, massimamente il cristiano, che vuole rifiutarsi di bruciare il grano d'incenso all'idolo di turno, dovrà mantenersi nella serenità, pur nella solitudine d’una posizione scomoda. Non farebbero altrettanto gli Erasmo e, attenzione attenzione, i Galileo Galilei? Eppur si muove... e anche se non si muove, non vediamo perché non se ne possa discutere. Generazioni di liberi pensatori, di fierissimi liberali, di oppositori ad ogni censura dovrebbero schierarsi, questa volta, con Andrea Giacobazzi e i compagni ed amici di Radio Spada e delle Edizioni: strano, direte. E invece no, non sarebbe la prima volta che in difesa delle libertà si trovano proprio, forse loro malgrado, i conservatori, i reazionari. Strani giochi della Provvidenza, cui piace di scompaginare le carte umane, per condurre il tutto al meglio e, se così si può dire, in modo più divertente e brillante di quanto prospettassero i programmatori del progresso. Fra cento anni, la storia avrà giudicato su chi sia oggi dalla parte dell'uomo e chi no: siamo sicuri che il giudizio su coloro che, per motivazioni politiche (ancorché frammiste di teologia), avranno ostacolato la ricerca e la libera discussione accademica nel campo della storiografia, sarà favorevole?

Il nostro aiuto è nel nome del Signore.


E noi, ubbidienti all'appello di Norman Finkelstein, non possiamo che esprimere la massima solidarietà e supporto agli amici e fratelli di Radio Spada. 
 

07 settembre 2013

Chiesa e politica (I parte)

di Marco Massignan

Il 22 agosto 2013 si è tenuto presso il santuario di Madonna di Strada a Fanna (Pordenone) il quarantunesimo convegno annuale degli “Amici di Instaurare”, dal titolo: Chiesa e politica. La giornata di preghiera e di studio è stata aperta con la celebrazione in rito romano antico della S. Messa e con il canto del Veni Creator. I convegnisti si sono quindi trasferiti nel raccolto salone delle conferenze, dove i lavori si sono aperti con il saluto del direttore di Instaurare, il prof. Danilo Castellano, che ha ricordato la significativa tappa raggiunta: un impegno nato senza risorse e proseguito abbandonandosi totalmente alla Provvidenza.
 

06 febbraio 2013

Sant'Agata e Arzignano: 600 anni di devozione

di Marco Massignan

La Città di Arzignano (Vicenza) rinnova ogni anno il voto a Sant'Agata del 1413.

I fatti storici. Il 9 luglio 1409 Ladislao, re di Ungheria e di Napoli, cedeva a Venezia la città di Zara per il prezzo di 100.000 ducati. Tale cessione comportò un immediato deterioramento dei rapporti diplomatici tra la Serenissima e la corona ungherese, fino ad allora rimasti sostanzialmente buoni. Sigismondo di Lussemburgo, eletto imperatore di Germania e dei Romani in quello stesso anno, reagì e “volle tentare con le armi a rivendicare contro Venezia i suoi diritti sulla Dalmazia” (quei territori fungevano da importanti luoghi di passaggio e di collegamento tra i due suoi domini).
 

10 gennaio 2013

Un Campari con... Mons. Livi

a cura di Giovanni Covino e Marco Massignan

Antonio Livi (Prato, 1938) è professore emerito di Filosofia nell'Università Lateranense, socio ordinario dell'Accademia di San Tommaso e presidente dell'ISCA (International Science and Commonsense Association). Formatosi alla scuola di Étienne Gilson, ne ha portato avanti le ricerche gnoseologiche, in rapporto prima alle condizioni di possibilità di una “filosofia cristiana”, poi alla giustificazione del realismo metafisico.

 

07 dicembre 2012

"Ipsa conteret caput tuum": l'Immacolata contro il serpente


di Marco Massignan

Nel 1854 viene promulgata la Bolla Ineffabilis Deus, che definisce il dogma dell'Immacolata Concezione di Maria – verità contenuta nel deposito della divina Rivelazione (cfr. Lc 1, 28), custodita dalla Chiesa, propagata fin dai tempi antichi nel popolo cristiano, sostenuta “dalle più illustri famiglie religiose, dalle più celebri accademie teologiche e dai dottori più profondi nella scienza delle cose divine”, nell'attesa della solenne proclamazione del dogma. Ed ecco, finalmente, il sigillo del Vicario di Cristo: “dichiariamo, affermiamo e definiamo rivelata da Dio la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento[1].

 

07 settembre 2012

Cattolicesimo e americanismo: un'analisi critica


di Marco Massignan
Giovedì 23 agosto 2012 nel santuario di Madonna di Strada a Fanna (Pordenone) si è tenuta la quarantesima Giornata di preghiera e di studio degli “Amici di Instaurare”. Tema del convegno: “Cattolicesimo e americanismo”.
 

02 settembre 2012

GKC: gioia, humour e ortodossia


Con questo contributo - dedicato a uno degli ispiratori di C&dM - inizia a collaborare con noi Marco Massignannato ad Arzignano (VI) il 26 dicembre 1983. Studia Filosofia all'Università di Verona. Trascorre una vita semplice e discreta, ritmata dalla preghiera e dallo studio, tra molti libri e pochi (ma buoni) amici. Devoto figlio della Chiesa Cattolica, politicamente milita sotto la bandiera della regalità sociale di Cristo. Il suo motto è quello del Papa veneto San Pio X: Instaurare omnia in Christo.