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29 marzo 2020

Fra cosmo, psiche e divini flagelli

di Amicizia San Benedetto Brixia
In data 7 marzo la dottoressa Francesca Morelli, psicologa psicoterapeuta e terapeuta EMDR, ha pubblicato sulla propria pagina Facebook una riflessione sapienziale relativa al Covid-19.
In essa la psicologa ricerca un senso nell’epidemia in corso e lo va a ricondurre alla necessità che il “cosmo” intervenga per “riequilibrare le cose e le sue leggi, quando queste vengono stravolte”. Tra le anomalie riportate in equilibrio dalla pandemia Morelli ne individua: inquinamento dell’aria, corretto dal blocco degli spostamenti; sovranismo anti-immigrazionista, corretto dallo scoprirsi discriminati a nostra volta alla frontiera; consumismo, rallentato dall’isolamento domestico. Il virus contribuisce inoltre a ritrovare il valore del tempo e della famiglia, perché ci spinge a passare ore insieme a casa; delle relazioni dirette, perché ce ne fa avvertire la mancanza. Alla luce di tutto questo la dottoressa si interroga: “Quanto abbiamo dato per scontato questi gesti ed il loro significato?” e conclude “Perché col cosmo e le sue leggi, evidentemente, siamo in debito spinto. Ce lo sta spiegando il virus, a caro prezzo”.
Interessante la riflessione, ancor più interessante la ricezione, considerato che il testo sta divenendo virale e incontra il favore direi incondizionato di moltissimi lettori.

Verrebbero però due appunti. Il primo concerne l’interpretazione politica del fenomeno, che di fatto si impone quale impersonale emanazione delle propagande di sinistra. A essere più acuti, il Virus colpisce tutto e tutti, con facilità potremmo accorgerci che attacca anche i luoghi comuni di ogni fazione e schieramento. O forse dobbiamo riconoscere che il Covid-19 non è abbastanza forte, visto che i luoghi comuni del progressismo non pare li abbia scalfiti.
Il problema dei migranti e dell’ecologia va affrontato con lucidità civica e con onestà scientifica, e superando i luoghi comuni strumentali, altrimenti il virus avrà fatto strage inutile e le sfide torneranno tali e quali, mentre noi saremo meno forti per affrontarle.
L’altro appunto concerne l’impressione di dejavu che trapela dal messaggio, cui va ascritto un merito e indicato un rischio.
Il merito è che, grazie alla penna della psicoterapeuta e al riferimento asettico alle energie cosmiche, moltissime persone torneranno a riflettere, almeno in parte, sui temi cari alla vecchia omiletica dei castighi. O non erano i nostri predicatori a intrattenerci un tempo con meditazioni esistenziali alla luce dei castighi che Dio mandava per correggere il suo popolo? Solo che oggi i preti non ne parlano, né i fedeli vogliono sentirne parlare. Per cui quasi ci si compiace con la Morelli, che è riuscita a restituire anche all’uditorio cattolico le antiche verità spesso rigettate.

Il rischio, per cui la restituzione è da considerarsi solo parziale, dipende dall’omissione dell’elemento fondamentale: Dio. A ben vedere stranisce che un castigo possa risultarci più simpatico se attribuito a energie galattiche, anziché se riferito a un Padre misericordioso.
Il monito “a caro prezzo” del Coronavirus è un evento cieco e drammatico, che azzera l’umanità al rango di prodotto della natura. Il richiamo della specialista è, inevitabilmente, a un’interiorità che cerca di darsi risposte confortanti, mentre tutto attorno a sé dice del non-senso della situazione umana, in balia di cosmiche formattazioni.

Il castigo di Dio invece esprime, se inteso nel suo senso teologico e non nel senso generico dei termini, una relazione, che è sempre da leggersi nel mistero di amore della Croce. Dio stesso soffre e compartecipa ai dolori dell’uomo, cui però deve chiedere conversione perché si ristabilisca il corso delle cose e siano tolti i danni prodotti dal decadimento delle condotte temporali e spirituali.
Forse qui sta il bivio. Se accetto il castigo di Dio, devo accettare la mia colpevolezza personale e la richiesta di una conversione radicale e profonda. Se parlo invece di energia cosmica, posso incolpare l’altro – girardianamente – e continuare a intrattenermi tra luoghi comuni, cambiando un poco il modo di pensare o le abitudini sociali, ma non certo scendendo a toccare il cuore del problema che sono io stesso.
Molti sceglieranno quest’ultima interpretazione, virale come il virus che la alimenta, del resto ricordiamo che anche al Faraone servirono dieci piaghe prima di ravvedersi. E forse non si è mai ravveduto.


 

07 novembre 2016

Terremoti, castighi e Provvidenza


di Enrico Maria Romano

1.    Tutti coloro che sono attenti all’attualità hanno preso conoscenza del recente caso Cavalcoli. Il sacerdote domenicano parlando su Radio Maria ha stabilito un nesso tra i terremoti e il peccato umano, e così è stato condannato dal laicismo (l’Espresso-Repubblica), dalla Chiesa cattolica (mons. Becciu della Segreteria di Stato e mons. Galantino segretario CEI) e dallo stesso Ordine domenicano bolognese (Provincia di san Domenico). Per altri dettagli si veda il sintetico e chiarissimo articolo del vaticanista Lorenzo Bertocchi su La Bussola quotidiana del 5 novembre 2016.
2.    Coraggiosamente padre Giovanni Cavalcoli, profondo teologo tomista e autore di importanti studi di metafisica, filosofia ed etica, ha ribadito le sue posizioni sia in un’intervista radiofonica a La Zanzara, sia in un intervista on line a lafedequotidiana.it.
3.    Non ci interessa e sarebbe sterile fare una rassegna, giocoforza incompleta, sugli interventi pro e contro il sacerdote. Tra gli articoli favorevoli al domenicano spicca, per la verve teologica che lo anima, quello dello storico Roberto de Mattei (cf. corrispondenzaromana.it), anch’egli, paradossalmente, cacciato da Radio Maria in ragione del senso critico esercitato innanzi a discutibili scelte vaticane.
4.    Cerchiamo solo di fare chiarezza in una situazione di suo quasi insolubile, avendo come oggetto di fondo il tema della presenza del male nel mondo, della permissione divina del male stesso e del fatto che, secondo l’analogia entis (e l’analogia fidei), un male può anche essere un vero bene, come la morte (che è il massimo male sulla terra), ma che il grande s. Francesco chiamava affettuosamente Sorella poiché ci conduce al Signore…
5.    Il mistero c’è e a priori resta fitto, ma esiste anche la ragione, la fede, la Rivelazione che come fiaccole ci introducono nel mistero d’amore della creazione, della redenzione e della vita eterna (attraverso però il dolore, la fatica, la persecuzione dei buoni da parte dei cattivi, etc. etc.)
6.    P. Cavalcoli non ha bisogno che un micro-teologo lo difenda e infatti si è già difeso da par suo, ribadendo sia l’esistenza di castighi divini (dovuti al peccato originale e ai peccati personali degli uomini), sia il nesso inscindibile tra misericordia e giustizia, sia il fatto che chi nega tutto ciò nega il catechismo e quindi la fede: deve quindi tornare a ripassare, sennò sono guai!
7.    Mons. Becciu ha detto così: “Chi evoca il castigo divino ai microfoni di Radio Maria offende lo stesso nome della Madonna” e “deve correggere i toni del suo linguaggio e conformarsi di più al Vangelo e al messaggio della misericordia” di Papa Francesco. Ma dichiarando un confratello nel sacerdozio come manchevole di misericordia, mons. Becciu non ha ferito la misericordia stessa, specie nel momento in cui questo confratello veniva colpito e messo in ridicolo da stampa e TV?
8.    Mons. Galantino ha detto che il pensiero di p. Cavalcoli è un “giudizio di un paganesimo senza limiti”. Ma quando Cristo, in vari notissimi brani del Vangelo, minaccia i suoi ascoltatori, condanna dei comportamenti cattivi o ricorda i castighi divini già avvenuti (come a Sodoma, Gomorra, Tiro e Sidone, con molti morti, alcuni certamente innocenti…), esprime forse “un paganesimo senza limiti”?
9.    La teologia cattolica sui temi in questione dice altro. La morte infatti è un male, ma può essere un vero bene se considerata in rapporto alla vita eterna. Così può essere perfino desiderata per noi, o per un altro. La guerra è astrattamente un male e causa di molti mali. Ma il Catechismo del 1992-97 ricorda che esistono delle guerre giuste. Se sono giuste, sono gradite a Dio e non sono più cattive e da respingere: ma da combattere. Dio, che coincide con la bontà, anzi che l’unico essere ad essere buono in senso assoluto ed estensivo, condanna alcuni uomini alla morte eterna. E non lo fa per salvarli, poiché per costoro non ci sarà alcuna misericordia, neppure alla fine del mondo. Anche Lui è in realtà un Pagano inconsapevole? Ma questo inferno, che contiene per forza delle anime, altrimenti non esisterebbe (secondo la definizione catechistica dell’inferno come status più che come loco), è un bene o un male? Per un verso è male, poiché gli uomini che lo hanno meritato sono uomini cattivi (magari in apparenza buoni…). Ma è anche un bene perché dà gloria a Dio e magnifica la sua giustizia, avendo distinto il bene dal male, con somma precisione e scienza infallibile.
10.    Se Dio permette non solo il terremoto e il maremoto, ma anche l’handicap, il dolore dei bambini e lo strazio dei martiri, l’epidemia e tutti i flagelli in qualche modo naturali e incontrollabili, sicuramente, ha i suoi motivi per farlo. Questi motivi non possono essere contrari o contraddittori rispetto alla sua divina volontà salvifica. Dio ama anche quando punisce, come il buon padre di famiglia. Satana invece inganna anche quando sorride al peccatore incallito, godendo in cuor suo per la sorte degli uomini perversi.
 

24 marzo 2016

I fatti del Belgio tra politica e metapolitica


di Roberto De Albentiis

Il 22 marzo 2016, Mercoledì Santo, l’Europa e il mondo si sono svegliati con le orribili immagini dell’attentato islamista di Bruxelles: ad oggi, il computo è di 31 morti (ne escludiamo ovviamente gli attentatori suicidi) e di circa 250 feriti; obiettivi, l’aeroporto nazionale della capitale belga e la stazione della metropolitana di Maalbek.
A cadaveri ancora caldi, l’intellighenzia politica e culturale europea ha parlato di rafforzare l’ “integrazione” contro gli “integralismi” (provando ad accomunare “integralismo” cristiano e islamismo wahabita) e, soprattutto, i “populismi”; sbagliano, ovviamente, come sbagliano i redivivi fallaciani: la situazione è, purtroppo, ben più complessa di uno scontro buoni vs cattivi, ora variamente identificati.
Il Belgio paga decenni di politiche interne ed estere sbagliate: ad una scellerata politica di integrazione (promossa spesso per mero tornaconto elettorale), che ha portato, ad esempio, ad avere una Bruxelles per quasi 2/3 formata da stranieri e figli di stranieri, che non solo non si è integrata ma ha addirittura fornito protezione all’attentatore di Parigi Salah, è corrisposta un’altrettanto scellerata scelta di geopolitica e politica estera, che ha portato il piccolo Belgio a legarsi saldamente con l’Arabia Saudita (assieme al Pakistan e al Qatar, saldi alleati degli USA, uno dei più grandi Stati esportatori di predicazione e terrorismo wahabiti) e, da ultimo, a schierarsi contro la Repubblica Araba Siriana e, neanche tanto indirettamente, a fianco dell’ISIS. E d’altronde era belga il ministro degli esteri che prospettava la costruzione di un monumento in onore dei foreign fighters belgi contro il “tiranno” Assad…
Aggiungiamo, inoltre, lo stato disastroso della società belga. Il Belgio potrebbe essere definito una sorta di “Olanda cattolica”, e del resto è, assieme alla stessa Olanda, alla Gran Bretagna e ai Paesi scandinavi, uno dei famosi “Paesi civili” che noi poveri italioti dovremmo prendere acriticamente a modello secondo i mentalmente aperti di casa nostra: matrimoni e adozioni gay, festività cristiane abolite e sostituite, alternativamente, con quelle islamiche o con idiotissime ricorrenze politically correct create ex nihilo, l’eutanasia libera, perfino, come si è ora arrivati, per i bambini, circoli pedofili alla luce del sole. Ci stupiamo se questo piccolo Paese, sede anche di numerose istituzioni comunitarie, è uno dei massimi modelli della società odierna? Ci si ricordi che i foreign fighters e gli attentatori di Parigi e Bruxelles sono stranieri di seconda e addirittura terza generazione, bene “integrati”, quindi; sono i perfetti figli di questa società occidentale sbandata che, ad un certo punto, hanno incontrato la predicazione radicale islamista delle moschee wahabite finanziate dai sauditi, mai controllate.
Tutto ciò che abbiamo descritto è male; non è di moda dirlo, in una società liberale e politicamente corretta, ma, anche se è legalizzato o se è diventato di moda, il male è e rimarrà sempre male (e i fallaciani tacciano, perché la loro eroina era una delle corifee di questa società “aperta”, del mitico “Occidente”). Ma se la società belga, dilaniata da questi mali e da un larvato individualismo (prova ne sono gli elevati e spaventosi tassi di ricorso al divorzio e all’eutanasia), è malata, ancora più malata è la locale Chiesa Cattolica belga: abbiamo a che fare con una Chiesa locale che, ai tempi del Concilio Vaticano II, fu, assieme a quella vicina olandese, una delle pioniere di tutto l’“aggiornamento” postconciliare: catechismi che prima negavano i dogmi basilari e poi, svuotati di tutto, inserivano cose che nulla c’entravano con la catechesi (perfino, in anticipo di anni sull’ideologia gender, capitoli dedicati alla sessualità infantile, che, col catechismo, mai si è capito cosa c’entrasse), ardite sperimentazioni liturgiche che dissacravano la Santa Messa e però non portavano nessun nuovo fedele in chiesa, idee strampalate riguardanti la morale e supporto a cause divorziste e abortiste; in tutto questo bel brodo, tanto per non farsi mancare nulla, prosperava inoltre la piaga della pedofilia.
Se a livello politico e sociale abbiamo descritto un autentico sfacelo, a livello metapolitico ed ecclesiale siamo messi ancora peggio: non ci si è domandati, risvegliati dalle bombe e dai 31 morti, se quel modello di società, tanto decantato, fosse in realtà sano e sostenibile, se, piuttosto, non avesse portato a quel disastro; no: le reazioni, una più debole e ridicola dell’altra, non sono state, per come possibile, razionali, ma sono state emotive, vuote, in pieno stile politically correct (e sappiamo che il politically correct, se fa appello al cuore e ai sentimenti, non ne coltiva di genuini e, per di più, comprime e opprime il cervello e la coscienza). Basti pensare all’Università (fu) Cattolica di Lovanio, che ha pensato di reagire non con una qualche manifestazione di preghiera o un momento accademico di discussione, ma, incredibilmente, facendo suonare al campanile “Imagine” di John Lennon, ovvero l’esatta colonna sonora di questa società senza identità, senza valori, senza religione, che, ci pare, abbia fatto innumerevoli danni e sia stata proprio il brodo di coltura di questi estremismi.

Il Belgio è una delle nazioni più secolarizzate e più anticattoliche del mondo, e le porcherie che permette (ultima, e più spaventosa, l’eutanasia sui minori) e il particolare periodo in cui si è avuto questo attentato farebbero davvero pensare ad un castigo dal Cielo. Siamo autorizzati a pensare ciò, ancora, dobbiamo goderne? Ricordiamoci il Vangelo di Luca: “Pensate voi che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei perché hanno sofferto tali cose? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, tutti similmente perirete. O quei diciotto sui quali cadde la torre in Siloe e li uccise, pensate voi che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, tutti al par di loro perirete.”
Quella trentina di persone (tra cui, peraltro, ci saranno sicuramente stati musulmani) era colpevole e meritevole di morte? No, ma proviamo a trarre profitto da tale orribile accadimento per pensare ai Novissimi (che, già, manco più i preti ricordano), e, come dice Gesù, per non perire anche noi in tale modo. Le autorità politiche (e gli intellettuali organici) del Belgio e dell’UE sono colpevoli? Sì, sono loro ad aver creato questo minestrone esplosivo, e se tenessero davvero ai propri cittadini ammetterebbero l’errore e cercherebbero di porre qualche rimedio.
Tutti noi, semplici persone e uomini messi in posti d’autorità, riflettiamo su questa tragedia, e, sinceramente e seriamente, pentiamoci, cambiamo registro, a livello personale come a livello sociale; chiediamo a Dio aiuto e perdono, e riammettiamoLo nelle nostre vite private e pubbliche. Approfittiamo di questo tempo di grazia che è la Settimana Santa, e ricordiamoci che dopo il Giovedì e il Venerdì Santo, giorni di tradimento e dolore, viene la Pasqua, giorno (che sarà, dopo l’Ultimo Giorno, eterno) di gioia e di gloria! E la Misericordia, di cui tanto si parla, e che si festeggerà solennemente nella Domenica dopo Pasqua, è proprio questo: riconoscere i propri errori e tornare a Dio.
Il Belgio, un tempo, fu uno degli Stati più cattolici del mondo, di un cattolicesimo puro e che aveva caratterizzato ogni aspetto della vita dei belgi (tanto da essere l’unico collante, contro gli Olandesi protestanti prima e poi contro le divisioni tra Valloni, Fiamminghi e Tedeschi, e, venuto meno, si è avuto il bel risultato che si vede ora): belga era San Damiano de Veuster, belgi erano i beati Edoardo Poppe e Leone Dehon, belgi erano i padri Guido Gezelle e Norbert Wallez, belgi erano due grandi figure come Hergè e Leon Degrelle. Belgi e cattolici, un binomio che, un tempo, era indistinguibile, e aveva prodotto una civiltà solida e prospera in un Paese pur così piccolo e ai margini.
E proprio con una frase di Degrelle, patriota belga e patriota d’Europa, soldato cattolico, in questo momento di lutto per Bruxelles e di meditazione sui dolori del Cristo e sulla Sua prossima Resurrezione, e all’approssimarsi del suo anniversario di morte (31 marzo 1994), voglio finire questo mio lungo articolo: “Signore, l’ora è vicina, la Vostra luce sta per risplendere improvvisamente sulla collina. Noi ci troveremo là, nonostante tutto: vergognosi e tristi. Date ardore ai nostri cuori con la Vostra sfolgorante dolcezza, dateci il calore e la purezza di quel fuoco divino da cui Voi scaturite. Noi stiamo prostrati al limitare del Vostro Sepolcro. Signore, fate sprizzare nelle nostre anime vinte la scintilla della Resurrezione!

 

06 febbraio 2016

Dio è misericordioso anche quando castiga


di Alessandro Elia

L’infinita Misericordia di Dio consiste nel progetto divino di riconciliare ogni creatura con il proprio Creatore. La misericordia di Nostro Signore è tanto grande che comprende anche il castigo, o, se vogliamo, il Signore è così misericordioso che anche quando punisce lo fa con amore. Il libero arbitrio nobilita l’uomo a tal punto che gli permette di scegliere in piena libertà. Questo significa che l’uomo ha la possibilità di peccare separandosi dalla grazia celeste, ma (anche) tramite il castigo Dio realizza il processo misericordioso di ricondurre il peccatore disperso al Padre. Dio non è ontologicamente diviso tra Misericordia e Giustizia, sicché una volta è giusto e una volta è misericordioso, perché Dio è sempre lo stesso, “è lo stesso ieri, oggi e sempre” (Eb, 13, 8). Proprio per il fatto che è misericordioso Egli è anche giusto, e viceversa. Ciononostante, da un punto di vista teologico, facendo attenzione ai bisogni dell’uomo in vista della sua salvezza, è conveniente fare una distinzione concettuale di queste due caratteristiche di Dio sicché possa essere meglio compreso dall’intelletto. Si dice a ragione che prima di peccare è bene pensare alla giustizia di Dio e dopo aver peccato alla sua misericordia.

Il castigo è prima di tutto il segno del peccato. Infatti, mediante il castigo, che comporta inevitabilmente dolore (spirituale e temporale) all’anima peccatrice (e al corpo), la volontà di quest’ultima comprende di essere separata da Dio. Se non ci fosse alcun castigo su questa terra, paradossalmente, sarebbe una condanna ancora più grande poiché la peggiore sventura è il castigo eterno dei dannati che si trovano all’inferno. Se non esistesse alcuna punizione, il peccatore non si renderebbe conto della sua distanza da Dio, e di conseguenza non potrebbe nemmeno agire per ritornare in comunione con il Signore.

Il castigo è un dono misericordioso di Dio per condurci alla Salvezza e sottrarci alla morte dello spirito. Funziona in un certo senso come quando si tocca qualcosa di bollente e si prova dolore. Grazie al fatto che il tatto percepisce l’elevato calore, il nostro cervello reagisce immediatamente per allontanarsi dall’oggetto che scotta. Chi invece, sciaguratamente, ha perso il senso del tatto, come alcuni malati di lebbra nel terzo mondo, riesce a portare pentole roventi a mani nude, ma spesso finisce poi per perdere le dita. Così Dio Padre, quando punisce, non la fa per recare dolore alla nostra anima, quanto piuttosto per risvegliare la nostra anima ed evitare che vada in perdizione. “C'è un sonno dell'anima e c'è un sonno del corpo. Sonno dell'anima è dimenticare Dio”, dice Sant’Agostino. San Francesco d’Assisi disse giustamente che “Nel mondo non vi è nessun peccatore, che non ottenga la misericordia di Dio, se pentito”. Ma come fa un peccatore a essere pentito se tramite il castigo non si accorge di essere nel peccato?

La pena è sempre connessa alla colpa, perché il peccato commesso porta con sé anche il castigo. La Bibbia parla in diverse occasioni della pena come conseguenza dei peccati. Ad esempio, nel libro del profeta Isaia, la conseguenza del peccato è dipinta in questa maniera: “[…]ebbene questa colpa diventerà per voi come una breccia che minaccia di crollare, che sporge su un alto muro, il cui crollo avviene in un attimo, improvviso, e si infrange come un vaso di creta, frantumato senza misericordia, così che non si trova tra i suoi frantumi neppure un coccio con cui si possa prendere fuoco dal braciere o attingere acqua dalla cisterna” (30, 13-14). Più avanti Isaia interpreta l’esilio come un castigo contenuto nelle trasgressioni di Israele: “È a causa delle vostre trasgressioni che vostra madre è stata ripudiata” (50,1). Da ciò si evince che in qualche modo la colpa è già la pena perché questa è generata dal peccato. Nicolás Gómez Dávila ha sostenuto che “il mondo moderno non sarà castigato”, giacché esso stesso “è il castigo”.

D’altro canto non bisogna però cadere nell’errore di ritenere automatica la connessione tra il peccato e la pena. Il cristianesimo rifiuta la concezione cartesiana della “res extensa”, che vede il mondo materiale come una macchina che procede da sola ed è indipendente dalla realtà trascendentale. È vero che il male scatena una sequela di reazioni deleterie ma ciò non accade per una forza immanente. Come testimoniano le Sacre Scritture, è Dio in fin dei conti Colui che ricompensa il bene e punisce il male. Osea lo racconta con l’immagine del sacchetto che racchiude i peccati di Israele e che Dio aprirà quando vorrà scatenare la sua ira: “L’iniquità di Efraim è chiusa in un sacco, il suo pacchetto è ben custodito” (13, 2). In ultima analisi la pena è sempre dominata dalla volontà di Dio che, con perfetta provvidenza e infinita misericordia, la subordina, amorevolmente, agli esiti salvifici.

La pena collegata al peccato ha una dimensione temporale e segna realmente l’esistenza terrena del peccatore. Dice il grande Chesterton: “Qualsiasi gesto quotidiano è, per il cattolico, una scelta drammatica di servire la causa del bene e del male, e questa breve vita terrena è intensamente spaventosa e preziosa”. Ogni peccato è una diminuzione dell’uomo perché gli impedisce di realizzarsi per ciò che è. Il peccato abbrutisce l’uomo giacché la pena è la negligenza che rende impacciati nel conoscere e compiere il bene. È come una frivolezza che limita la propria libertà morale; una compiaciuta arrendevolezza verso la bramosità del proprio ego; durezza del cuore che non lo rende malleabile alla volontà del Signore.

Il peccato mortale comporta, oltre alla suddetta pena temporale, anche una pena eterna. Esso è il rifiuto della vita che Cristo ci ha comunicato nel mistero della Redenzione. La vita in Dio è la felicità eterna e definitiva - che si sperimenta compiutamente dopo la morte terrena – ma il peccato mortale è una consapevole e deliberata decisione per la morte. Rifiutando la comunione con la Santissima Trinità e persistendo nella condizione che si è data peccando, ci si preclude l’amicizia con Dio e, infine, il paradiso. Invece, con il pentimento e con la grazia del perdono, i nostri peccati vengono lavati dal sangue di Cristo, e così si sciolgono anche le catene che ci tenevano fuori dalla vita eterna. 

Tutto ciò che significa? Che in fondo Dio non è poi così buono come si pensava? Assolutamente no: Dio è infinita bontà. Dio è amore! Dio è carità! Se si applica una lettura legalista e moralista alla teologia del castigo, allora si fraintende l’intero catechismo della Chiesa. E su questo bisogna stare molto attenti perché dell’immagine che si ha di Dio ne dipende la nostra fede. Dio si è rivelato pienamente in Gesù Cristo e l’immagine che meglio esprime l’essere di Dio è il Signore sofferente sulla croce, che ha preso su di sé i peccati del mondo per liberarci dalla schiavitù del peccato. Gesù “Vivendo insegnò a vivere e morendo rese sicuro il morire: è morto per risorgere ed ha fondato la speranza della resurrezione per coloro che muoiono” (San Bernardo di Chiaravalle). Si pensi infine a un buon padre che ama i suoi figli e, quando occorre, li castiga per istruirli; così anche Dio Padre agisce con noi.

Il santo timor di Dio è una grazia che aiuta a percorre la retta via della santificazione senza allontanarsi dal Signore, ma non è il motivo principale per amare Cristo, come ben chiarisce San Francesco Saverio: «Non per la speranza del paradiso, né per la paura dell'inferno ma per il modo in cui tu hai amato me, io ti amo e ti amerò».