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05 gennaio 2018

La misericordia non è populista?


di Giuliano Guzzo

Leggo e rileggo quanto il vescovo di Como, monsignor Cantoni, avrebbe detto al Te Deum del 31 dicembre, esortando i fedeli a non votare, alle elezioni, «leader politici populisti» e – da fedele – non capisco. Mi era parso infatti che la Chiesa avesse imboccato, ultimamente, il sentiero della misericordia e della sospensione del giudizio affrettato, mentre ora vi sono diversi pastori (monsignor Cantoni ha solo detto quello che non pochi altri, oggi, pensano) che, da una parte smettono di tuonare contro il peccato, e, dall’altra, ne inventano di sana pianta uno nuovo: quello di «populismo». Sarà quindi un mio limite, ma non capisco.

Anche perché dovrebbe essere chiara a chiunque, ormai, la natura banalizzante per non dire truffaldina dell’accostamento, per dire, tra xenofobia e «populismo». Con quest’ultima parola – ha giustamente notato Michel Houellebecq – «inventata, o meglio recuperata, perché non era più possibile accusare di fascismo certi partiti, sarebbe stato troppo falso. Allora è stato trovato un nuovo insulto: populista». Che senso ha, quindi, che pastori che hanno messo via il vincastro, utile a tutti, adesso maneggino, peraltro solo verso alcuni, una clava? Dovrò insomma confessarmi, se voterò populista?

Esattamente per cosa, poi? Per essermi recato alle urne non convinto dalle forze politiche che ci hanno già rifilato – per limitarmi al peggio di una serie – il divorzio breve (l’opposto di Matteo 19,3-6), le unioni civili (frutto dell’«invidia del Demonio»: Jorge Mario Bergoglio, 22.6.2010), e l’eutanasia omissiva (l’opposto del Quinto comandamento)? Non provoco, sia chiaro, semplicemente chiedo. Nella speranza di capire e di sentirmi rassicurare sul fatto che il peccato di «populismo» non esiste e che a Como vi sia stato, se davvero le cose sono andate come pare, solamente uno scherzoso e non particolarmente opportuno botto di fine anno.

https://giulianoguzzo.com/2018/01/03/chi-sono-io-per-giudicare-un-populista/



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20 novembre 2017

Riina, mafia, scomuniche... e Amoris Laetitia


di Enrico Roccagiachini

Tiene ancora banco, come ognun sa, la questione della morte di Totó Riina, del divieto di esequie pubbliche e religiose, della scomunica ai mafiosi. Personalmente, vorrei sempre attenermi all’imperativo parce sepulto, e trovo un po’ sgradevole prendere spunto dalla morte di qualcuno per dire la mia; ma il tema ha una tale rilevanza che penso di potermelo permettere.
D’altra parte, se ne parla un po’ ovunque. Un articolo di p. Giorgio Carbone su La nuova bussola quotidiana ha suscitato un certo interesse in rete; c’è anche un bel pezzo di Francesco Romano, comparso in epoca non sospetta, il 16 luglio 2014, su Toscana oggi, che ha trattato diffusamente la questione.
Le considerazioni di padre Carbone mi paiono largamente condivisibili; tuttavia, il suo ragionamento potrebbe essere un po’ lacunoso laddove trascura le scomuniche comminate ai mafiosi – meglio: ai responsabili di taluni fatti di mafia – nel 1944 e 1952, cui fa invece ampio riferimento l’articolo di Toscana oggi.
Si tratta, come spiega Francesco Romano, di una lettera collettiva dell’episcopato siciliano del 1944  in cui si precisa che «sono colpiti di scomunica tutti coloro che si fanno rei di rapine o di omicidio ingiusto e volontario». La parola “mafia” ancora non comprare, osserva Romano, «ma il riferimento a essa per il comportamento delittuoso condannato e per i luoghi ove si realizzava è chiaro».
Nel 1952, il secondo Concilio Plenario Siculo – titolare, con l’approvazione della Santa Sede, di potestà legislativa per il proprio territorio (cann. 290 e 291 C.J.C. 1917) – ribadisce, ma ancora senza parlare espressamente di “mafia”, che «coloro che operano rapina o si macchiano di omicidio volontario, compresi mandanti, esecutori, cooperatori, incorrono nella scomunica riservata all’Ordinario».
Infine, nel 1982 (cioè prima dell’entrata in vigore del nuovo Codice di Diritto Canonico, che risale all’anno successivo, il 1983), la Conferenza Episcopale Siciliana conferma le precedenti scomuniche e parla esplicitamente di mafia: «a seguito del doloroso acuirsi dell’attività criminosa che segna di sangue e di lutti la nostra regione, i Vescovi, in forza della loro responsabilità di pastori, riaffermano la loro decisa condanna sottolineando la gravità particolare di ricorrenti episodi di violenza che spesso hanno come matrice la mafia e la nefasta mentalità che la muove e la facilita».
Ho cercato di capirci qualcosa di più e, non essendo un canonista, ho provato a farlo secondo il consueto approccio da avvocato di provincia.
Premesso che non saprei dire che fine abbiano fatto, con l’entrata in vigore del nuovo Codice di Diritto Canonico, i provvedimenti del 1944 e, soprattutto, del 1952, né se essi – specie quello del Concilio Plenario Siculo – avessero ottenuto la recognitio della Santa Sede, così da essere promulgati ed entrare effettivamente in vigore, mi sembra chiaro, in ogni caso, che le scomuniche comminate ai colpevoli di «rapine o di omicidio ingiusto e volontario» (1944), o a coloro «che operano rapina o si macchiano di omicidio volontario, compresi mandanti, esecutori, cooperatori» (1952) si riferiscano a questi crimini se compiuti nel quadro dell’attività mafiosa. Ove ciò non accada – cioè se la rapina, l’omicidio volontario ecc. ecc. non siano riferibili alla mafia – restano assoggettati alle pene “ordinarie”, oggi stabilite dal can. 1397 C.J.C. 1983, che rinvia ai cann. 1336 e 1370, i quali non contemplano la scomunica, a meno che il delitto non sia compiuto in danno del Romano Pontefice.
Semplificando, e facendo un utile parallelo con il diritto penale italiano, l’omicidio, la rapina, ecc., sono puniti con la scomunica qualora ricorra o concorra ciò che per l’ordinamento italiano sono l’aggravante del “metodo mafioso” e simili, o il reato di associazione mafiosa (art. 416-bis cod. pen.).
Ma quid iuris se l’adesione alla mafia si realizza senza la commissione o la cooperazione ai delitti di cui sopra? Se, per esempio, ci si “limiti” al pur odioso compimento di attività estorsive, o di spaccio di droga, o di controllo della prostituzione, o di ogni altra nefandezza non omicidiaria ipotizzabile – cioè, tornando al parallelo col diritto penale italiano, al compimento del solo reato di associazione mafiosa, o, con tutte le riserve del caso, del reato di concorso esterno?
Questo tipo di partecipazione mafiosa – che realizza un’adesione sia morale, sia operativa – non è colpita dalla scomunica, a meno che non si ritenga utile a tal fine un passaggio del discorso di Papa Francesco a Cassano Jonio del 21 giugno 2014: «coloro che nella loro vita seguono questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati». Mi sento di affermare, però, e a dispetto delle dichiarazioni politicamente correttissime dei Vescovi Siciliani sull’affaire Riina, che nessun giurista serio riterrebbe quel discorso sufficiente per l’introduzione di una norma penale; tanto più che il discorso non mi risulta nemmeno pubblicato sul sito della Santa Sede, ma solo sui giornali.
Mi pare, dunque, che p. Carbone (articolo de La bussola) non sbagli quando sostiene che l’appartenenza mafiosa di per sé non comporta alcuna scomunica.
Con quali conseguenze sulla posizione di Riina? Egli, incontrovertibilmente, è stato condannato per reati che – in base ai pronunciamenti episcopali del 1944 e del 1952 – comporterebbero la scomunica, perché compiuti nel quadro dell’attività mafiosa. Qui si porrebbe la questione se l’accertamento penale italiano, intervenuto al di fuori dell’ordinamento canonico, sia utile e sufficiente per l’applicazione della scomunica; questione sulla quale personalmente non ho le idee chiare, pur propendendo, “a naso”, per il no. Altro sarebbe se Riina si fosse presentato al confessore accusandosi di aver ucciso per mafia: il confessore avrebbe dovuto rilevare la scomunica (sempre che nel 1944 e del 1952 essa sia stata effettivamente comminata) e rinviarlo al Vescovo per l’assoluzione che gli è riservata. A meno che tale confessione non fosse intervenuta in imminente pericolo di morte: per esempio, negli ultimi giorni di vita cosciente del boss, prima del coma indotto.
Il che ci porta alla questione del pentimento, che poi dovrebbe essere la questione centrale. È ovvio che qui si tratta di pentimento morale, non di collaborazionismo giudiziario. Così come quest’ultimo non comporta, di per sé, la vera contrizione, così il pentimento morale non implica necessariamente il collaborazionismo giudiziario, che, pure, potrebbe essere necessario a conferma della resipiscenza. In linea di principio, peraltro, occorrerebbe quantomeno l’accettazione consapevole e il riconoscimento della giustizia della pena ricevuta.
Detto questo, siamo cristiani, e crediamo nella vera misericordia – non in quella applicata per compiacere l’immoralità corrente. Dobbiamo augurarci, sperare e pregare che Riina – sì, anche e soprattutto lui, come tutti quelli come lui – si sia realmente pentito almeno nell’ultimo istante utile, e che questo gli consenta di farsi tutto il presumibilmente lunghissimo purgatorio necessario. Dio non vuole la morte del peccatore – nemmeno di Riina – ma che si converta e viva: per il pentimento e la conversione, della cui sincerità Dio è perfetto giudice, per Sua misericordia c’è tempo fino all’ultimo, ultimissimo istante.
Peraltro, mancando una pubblica conversione, correttamente la Chiesa nega a Riina funerali pubblici e, a certe condizioni, anche quelli religiosi, specie se vigono le scomuniche “speciali” del 1944 e del 1952; anche se la cosa apparirebbe più credibile se li negasse pure ad altri pubblici peccatori, la cui condanna, però, a differenza di quella di Riina, non suscita l’applauso del mondo, ma il suo biasimo: al quale, purtroppo, la Chiesa attuale vuole sfuggire ad ogni costo.

Con questo finale accenno polemico, le mie riflessioni potrebbero ritenersi concluse. Rileggendo quanto ho scritto, però, mi sorge un dubbio che non riesco a soffocare; un dubbio che, sull’onda polemica cui mi sono ormai abbandonato, è consapevolmente provocatorio, ma non gratuito: ha ancora senso, in casi come quello di Riina, ritenere necessario il pentimento? Ha ancora senso parlare di pubblici peccatori e di pubblico scandalo? Non siamo un po’ troppo rigidi, legalistici e farisaici a pretendere questa pubblica contrizione e a domandarci se, come e quando un mafioso possa considerarsi validamente pentito?
In altri termini, non potrebbero anche i mafiosi invocare ed applicare a se stessi Amoris Laetitia? La quale, al n. 301, ci dice: «un soggetto, pur conoscendo bene la norma, può avere grande difficoltà nel comprendere “valori insiti nella norma morale” o si può trovare in condizioni concrete che non gli permettano di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa».
Un vero mafioso, pur conoscendo bene la norma che vieta omicidi, rapine, estorsioni ecc. ecc., ha sicuramente grandi difficoltà nel comprendere i “valori insiti nella norma morale”, specie se omicidi, rapine ed estorsioni sono invece coerenti col codice etico della mafia, e ciò anche in base ai fortissimi condizionamenti della cultura mafiosa; ed è sempre Amoris Laetitia ad affermare (al n. 305) che in virtù dei «condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa». D’altronde, rigettare la cultura mafiosa in certi contesti significa esporre la propria famiglia all’esclusione sociale, alla miseria, al pericolo: cioè trovarsi «in condizioni concrete che non (...) permettano di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa»; e l’osservanza del codice mafioso può essere vissuta come espressione di amore per la propria famiglia, il proprio clan, la propria comunità...
Non vi paia insana presunzione, allora, se avanzo agli eminentissimi estensori  dei ben noti dubia la proposta di aggiungervi anche questo: Amoris Laetitia si applica anche ai mafiosi?



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17 novembre 2017

Don Giacomo Biffi, più vivo che mai


di Giuliano Guzzo

Sicuri che Giacomo Biffi sia morto? Con Cose nuove e cose antiche (Cantagalli, 2017), la raccolta di suoi scritti curata da Pinna e Riserbato, a me il dubbio è venuto. Vi si leggono infatti analisi e pensieri sulla Chiesa non solo ancora attuali, ma più attuali di quando, tra il 1967 e il 1975, vennero scritti. Penso alle considerazioni sulla misericordia, anzitutto da intendersi – secondo l’allora don Giacomo – come «misericordia della verità, che non può essere esercitata senza la condanna esplicita, ferma, costante di ogni travisamento e di ogni alterazione del “deposito” della fede, che va custodito» (p.51).

Mi riferisco, poi, alle vibranti critiche del futuro cardinale contro l’ecclesialmente corretto, tale per cui «ormai non c’è errore che possa essere più condannato entro la cattolicità a meno di peccare contro il dovere primario della comprensione e del dialogo» (p.63); e, ancora, al fatto che «della Trinità, dell’incarnazione, dell’aldilà, dell’inferno, non ci si prendere più la briga di negarli: semplicemente non se ne parla più» (p.103). Memore degli ammonimenti evangelici, Biffi è stato grande pure nel segnalare come le grandi verità morali, oggi, siano accolte «unicamente dai cristiani semplici e ricchi di fede» ma tradite da «molti cattolici fervidi, colti, generosi» (p.119).

Oltre a denunciare – con largo e profetico anticipo – i mali degli ipocredenti odierni, colui che sarebbe divenuto un indimenticabile arcivescovo di Bologna, sapeva però anche suggerire rimedi a cotanto caos: «Dobbiamo riscoprire tutto il valore dei momenti nei quali si tenta di fare un po’ di silenzio e aprirci a Dio» (p. 197). Cose nuove e cose antiche si rivela così molto più di una raccolta di scritti, materializzandosi nelle mani dei lettori come una bussola, un vademecum per orientarsi nonostante tutto, in pratica un manuale di sopravvivenza per cattolici smarriti, decisi a non arrendersi a un tempo dominato da un lacerante paradosso.

Il paradosso – per dirla ancora con don Giacomo – che da una parte «siamo sollecitati a interrogarci sugli argomenti più diversi: inquinamento atmosferico, stabilità politica, violenza o non violenza, moralità pubblica» ma, dall’altra, «del senso della nostra vita, se ci sia di là dell’enigma della morte una speranza, se si possa dare risposta ai problemi eterni circa la nostra origine e il nostro destino, di questo non si può più parlare» (p.176). Sono parole di un’attualità sconvolgente, da sembrare scritte da uno che dalla sua finestra scruta con massima precisione ciò che avviene nel 2017. Sicuri, dunque, che Giacomo Biffi sia morto? E’ un dubbio che non avevo, venutomi grazie a questo libro, che caldamente vi consiglio.

https://giulianoguzzo.com/2017/11/15/don-giacomo-biffi-piu-vivo-che-mai/


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05 ottobre 2017

Dopo la Misericordia, l'Ira

Giudizio Universale. Giotto. Cappella degli Scrovegni
di Amicia San Benedetto Brixia

Oggi che si celebra la memoria di santa Faustina Kowalska, voglio rendervi partecipi alla meditazione del suo Diario. Ne ho tratto un’impressione meravigliosa, relativamente al dono della Misericordia divina, però compreso nel suo debito contesto. Ne ho tratto al contempo una discreta amarezza, constatando quanto sia stata povera e fuorviante la predicazione di moltissimi pastori, in confronto alla lezione privatamente rivelata dalla santa polacca. Stupisce in particolare lo svilimento della Misericordia, sottratta al suo contesto reale, scissa dal suo inevitabile riferimento alla miseria, al peccato, alla seduzione diabolica, al castigo, al giudizio e all’ira. Ho deciso dunque di raccogliere una piccola antologia di brani, in cui il rapporto complementare tra Misericordia e Giudizio è ben affermato. Non li ho selezionati tramite un’operazione di ricerca meccanica, ma appuntandomeli man mano tra una meditazione e l’altra, per cui forse non sono i più significativi od esaustivi, ma sono esemplari ed emblematici. Scelgo di corredarli di brevissimi commenti, lasciando a voi di trarre le debite conseguenze.

O mio Dio, sono consapevole della mia missione nella santa Chiesa. Il mio impegno continuo è quello di impetrare la Misericordia per il mondo. Mi unisco strettamente a Gesù e mi offro come vittima che implora per il mondo. Iddio non mi negherà nulla, quando L'invocherò con la voce di Suo Figlio. il mio sacrificio è niente per se stesso, ma quando l'unisco al sacrificio di Gesù Cristo, diviene onnipotente ed ha la forza di placare lo sdegno di Dio. Iddio ci ama nel Figlio Suo. La dolorosa Passione del Figlio di Dio è una continua invocazione che attenua la collera di Dio. (Quad. I, 29.IX.1935)

Cosa succederebbe in un mondo in cui non ci siano più anime dedite a placare la collera divina?

Ad un tratto vidi la Madonna che mi disse: « Oh, quanto è cara a Dio l'anima che segue fedelmente l'ispirazione della Sua grazia! Io ho dato al mondo il Salvatore e tu devi parlare al mondo della Sua grande Misericordia e preparare il mondo alla Sua seconda venuta. Egli verrà non come Salvatore misericordioso, ma come Giudice Giusto. Oh, quel giorno sarà tremendo! E’ stato stabilito il giorno della giustizia (cfr. At 17,31), il giorno dell'ira di Dio davanti al quale tremano gli angeli. Parla alle anime di questa grande Misericordia, fino a quando dura il tempo della pietà. Se tu ora taci, in quel giorno tremendo dovrai rispondere di un gran numero di anime. Non aver paura di nulla; sii fedele fino alla fine. Io ti accompagno con la mia tenerezza». (Quad. II, 22.III.1936)

Che senso avrebbe tacere l’incombere dell’Ira? Quanto è rischioso tacere del rapporto tra l’ultima grande elargizione di Misericordia e l’alternativa tremenda del Giudizio?

«I più grandi peccatori pongano la loro speranza nella Mia Misericordia. Essi prima degli altri hanno diritto alla fiducia nell'abisso della Mia Misericordia. Figlia Mia, scrivi sulla Mia Misericordia per le anime sofferenti. Mi procurano una grande gioia le anime che si appellano alla Mia Misericordia. A queste anime concedo grazie più di quante ne chiedono. Anche se qualcuno è stato il più grande peccatore, non lo posso punire Se esso si appella alla Mia pietà, ma lo giustifico nella Mia insondabile ed impenetrabile Misericordia. Scrivi: prima che io venga come Giudice giusto, spalanco la porta della Mia Misericordia. Chi non vuole passare attraverso la porta della Misericordia, deve passare attraverso la porta della Mia giustizia». (Quad. III, 6.VI.37)

Ecco un aut-aut che è peccato tacere: se il volto divino è Misericordia, anzi proprio perché lo è, chi Lo rifiuta sceglie da sé di confrontarsi con il Giudizio.

Il Signore mi rispose: «Per punire ho tutta l'eternità ed ora prolungo loro il tempo della Misericordia, ma guai a loro, se non riconosceranno il tempo della Mia venuta. Figlia Mia, segretaria della Mia Misericordia, non solo ti obbligo a scrivere sulla Mia Misericordia e a diffonderla, ma impetra loro la grazia, affinché anche loro adorino la Mia Misericordia». (Quad. III, 27.VI.1937)

Iddio punisce, non solo con una malattia o un cataclisma, bensì con un’eternità di sofferenze, ma non è questo il suo obiettivo, sua mira è che ci convertiamo.

Oggi ho udito queste parole: «Figlia Mia, compiacimento del Mio Cuore, con delizia guardo alla tua anima, invio molte grazie unicamente per riguardo a te, trattengo anche molti castighi unicamente per riguardo a te. Mi trattieni e non posso esigere giustizia, Mi leghi le mani col tuo amore». (Quad. III, 9.VII.1937)

Iddio punisce e castiga, ma a dirla tuttalo fa con estrema rarità.

O Cristo, dammi le anime! Manda su di me tutto quello che vuoi, ma in cambio dammi le anime. Desidero la salvezza delle anime; desidero che le anime conoscano la Tua Misericordia. Non ho nulla per me, perché ho distribuito tutto alle anime, così che nel giorno del giudizio starò davanti a Te con niente, perché ho distribuito ogni cosa alle anime; e perciò non avrai di che giudicarmi e in quel giorno ci incontreremo: l'Amore con la Misericordia… (Quad. V, 30.XI.37.)

La risposta all’Ira divina non è scandalizzarsi, resistere a Dio, ingannare le anime con la favola della redenzione garantita a prescindere, ma è offrire se stessi per gli altri e in tale offerta vale di più, agli occhi di Dio, il dono di chi occupa posti più alti nella Chiesa: questa è l’unica strategia della Misericordia. 

Gesù per la terza volta parla all'anima, ma l'anima è sorda e cieca, incomincia a consolidarsi nell'ostinazione e nella disperazione. Allora incominciano in certo qual modo a sforzarsi le viscere della Misericordia di Dio e, senza alcuna cooperazione da parte dell'anima, Iddio le dà l'ultima grazia. Se la disprezza, Iddio la lascia ormai nello stato in cui essa stessa vuole stare per l'eternità. Questa grazia scaturisce dal Cuore misericordioso di Gesù e colpisce l'anima con la sua luce e l'anima incomincia a comprendere lo sforzo di Dio, ma la conversione dipende da lei. Essa sa che quella grazia è l'ultima per lei e se mostra un piccolo cenno di buona volontà - anche il più piccolo - la Misericordia di Dio farà il resto. (Quad. V, DIALOGO FRA DIO MISERICORDIOSO E L’ANIMA DISPERATA).

Grande è la potenza della Misericordia, ma seria e terribile la possibilità di schermirsene.
O mio Gesù, vita della mia anima, vita mia, mio Salvatore, mio dolcissimo Sposo, e nello stesso tempo mio Giudice, Tu sai che nell'ultima ora non farò affidamento su nessun mio merito, ma unicamente sulla Tua Misericordia. (Quad. V, 30.1.1938)

Non serve negare il volto Giudice di Dio, serve conoscere come comportarsi al Suo tribunale: appellarsi alla sua Misericordia. 

Quando entrai un momento in cappella, Gesù mi disse: «Figlia Mia, aiutaMi a salvare un peccatore in agonia; recita per lui la coroncina che ti ho insegnato».Quando cominciai a recitare la coroncina, vidi quel moribondo fra atroci tormenti e lotte. Era difeso dall'angelo custode, il quale però era come impotente di fronte alla grande miseria di quell'anima. Una moltitudine di demoni stava in attesa di quell'anima, ma mentre recitavo la coroncina vidi Gesù nell'aspetto in cui è dipinto nell'immagine. (Quad. V, 3.II.1938)

L’ira e il castigo hanno la forma dell’impotenza: la libertà e l’ostinazione umana rendono impossibile l’aiuto divino e pongono l’uomo in balia delle leggi cosmiche, delle tare psichiche, delle brame diaboliche. 

Oggi ho udito queste parole: «Nell'Antico Testamento mandai al Mio popolo i profeti con i fulmini. Oggi mando te a tutta l'umanità con la Mia Misericordia. Non voglio punire l'umanità sofferente, ma desidero guarirla e stringerla al Mio Cuore misericordioso. Faccio uso dei castighi solo quando essi stessi Mi costringono a questo; la Mia mano afferra malvolentieri la spada della giustizia. Prima del giorno della giustizia mando il giorno della Misericordia ». Ho risposto: « O mio Gesù, parla Tu stesso alle anime, poiché le mie parole non hanno importanza». (Quad. V, 3.II.1938)

Dio castiga, malvolentieri, ma lo fa. Fa parte di quel gruppo di “cattivi”, che preferiscono subire malelingue, anziché sottrarsi al proprio compito, ancorché gravoso, ma inevitabile. Mi viene da commentare: Dio oggi non scenderebbe in terra come Inquisitore, ma come Cardinale (cfr. La vicenda dei “dubia”). 

Allora il Signore mi guardò benevolmente e mi consolò con queste parole: «Non piangere, c'è anche un gran numero di anime che Mi amano molto, ma il Mio Cuore desidera essere amato da tutti e poiché il Mio amore è grande, per questo li minaccio e li punisco...». (Quad. VI)

L’ira nella storia ha funzione propedeutica: se noi la neghiamo e impediamo al popolo di riconoscerla, stiamo forse impedendo e neutralizzando un intervento divino? A danno di chi andrà tale istanza? 

Una volta udii queste parole: «Se tu non Mi legassi le mani, manderei molti castighi sulla terra. Figlia Mia, il tuo sguardo disarma la Mia ira. Anche se le tue labbra tacciono, gridi a Me così potentemente che tutto il cielo ne è scosso. Non posso sfuggire alla tua supplica, poiché tu non M'insegui lontano, ma nel tuo proprio cuore». (Quad. VI, 26.V.1938)

Alla luce dei precedenti commenti, tutti rivolti alla serietà e ineluttabilità della collera divina, commuove questo testimonio, in cui si rivela la grandiosità della Misericordia a tutti offerta. 

«Scrivi: sono tre volte santo ed ho orrore del più piccolo peccato. Non posso amare un'anima macchiata dal peccato, ma quando si pente, la Mia generosità non ha limiti verso di lei. La Mia Misericordia l'abbraccia e la perdona. Con la Mia Misericordia inseguo i peccatori su tutte le loro strade ed il Mio Cuore gioisce quando essi ritornano da Me. Dimentico le amarezze con le quali hanno abbeverato il Mio Cuore e sono lieto per il loro ritorno. Dì ai peccatori che nessuno sfuggirà alle Mie mani. Se fuggono davanti al Mio Cuore misericordioso, cadranno nelle mani della Mia giustizia. Dì ai peccatori che li attendo sempre, sto in ascolto del battito del loro cuore per sapere quando batterà per Me. Scrivi che parlo loro con i rimorsi di coscienza, con gli insuccessi e le sofferenze, con le tempeste ed i fulmini; parlo con la voce della Chiesa, e, se rendono vane tutte le Mie grazie, comincio ad adirarMi contro di essi, abbandonandoli a se stessi e do loro quello che desiderano». (Quad. VI, 26.V.1938)

La Misericordia: noi ci offriamo a Dio, che ci desidera. L’ira: Dio ci dona quanto noi desideriamo. 


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25 agosto 2017

Accogliere i migranti, l’ottava opera di misericordia?


di Giorgio Enrico Cavallo

Fa piacere che Bergoglio ci ricordi un giorno sì e l’altro pure che bisogna accogliere i migranti: se non ce lo ricordasse lui, probabilmente finiremmo per dimenticarlo, visto che il mondo politico ed i canali di informazione non ci ripetono mai che l’accoglienza è un dovere. Un sacrosanto dovere.
Ironia a parte, sappiamo che questo tema sta molto a cuore al santo padre ed a una larga fetta di gerarchia cattolica. Tuttavia, il messaggio della Chiesa, dopo quattro anni e mezzo di pontificato di Bergoglio, rischia di essere ormai monotematico, appiattito sugli imperativi della misericordia-per-tutti e dell’accoglienza-a-tutti. Ultimo esempio di questo appiattimento è il messaggio per il “giorno del migrante 2018” (qualcuno dovrà poi spiegarci perché la Chiesa abbia ormai accettato il neo-calendario laico progressista, ma sorvoliamo…). Un documento pubblicato con subdola malizia da chi si occupa della comunicazione vaticana: infatti, il messaggio di Francesco giunge con cinque mesi di anticipo rispetto al fantomatico “giorno del migrante”, che si svolgerà a gennaio. Chi scrive ha il vaghissimo sospetto (ma vaghissimo, eh) che il documento in questione sia stato pubblicato adesso perché, guardacaso, nel dibattito politico italiano è tornato in auge lo ius soli. Che coincidenza!
Apprendiamo da questo e da altri mille esempi analoghi che Bergoglio (e di riflesso, il suo entourage) seguono una linea prima di tutto politica, e poi pastorale. Anzi: verrebbe quasi da sospettare che la pastorale stessa si sia piegata alla linea politica di cui sopra, incentrata sulla ossessiva accoglienza ai migranti; migranti che non sono altro (e Bergoglio non può non saperlo) che parte di un ingranaggio più ampio, volto a trasformare irrimediabilmente l’assetto socio-culturale dei popoli europei.
Ma noi accettiamo che Bergoglio non lo sappia, ed accettiamo nondimeno il genuino richiamo all’accoglienza del migrante, che potremmo definire una contemporanea opera di misericordia. Va bene, l’accoglienza non è proprio scritta tra le opere di misericordia corporale, ma diciamo che è desumibile dalle prime quattro (nutrire gli affamati, dare da bere agli affamati, vestire gli ignudi e alloggiare i pellegrini).
Tuttavia, oltre alle opere di misericordia corporale, esistono anche sette opere di misericordia spirituale alle quali Bergoglio non fa quasi mai cenno. A furia di strombazzare ai quattro venti che dobbiamo accogliere, accogliere e accogliere i suddetti migranti, l’argentino dimentica che è dovere del buon cristiano anche consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste e pregare Dio per i vivi e per i morti. Vaghi accenni all’ultima (“ricordatevi di pregare per me”) li fa alla conclusione di ogni angelus, la domenica; di certo, in merito ai consigli ai dubbiosi, il vescovo di Roma si è dimostrato piuttosto carente: i dubia sono ancora lì, e ai cardinali “dubbiosi” (nonché al popolo cristiano) non è ancora stata data risposta in merito ai passaggi controversi del capitolo VIII dell’Amoris Laetitia. Idem per gli insegnamenti agli ignoranti: non si può certo dire che questo pontificato brilli per insegnamenti dottrinali; l’ammonizione dei peccatori è poi totalmente assente: Bergoglio preferisce non intervenire o intervenire minimamente su importanti tematiche quali il matrimonio gay o l’eutanasia, evitando moniti che invece potrebbero essere determinanti per la salvezza dei peccatori.
Verrebbe insomma da pensare che la pastorale di questo pontificato abbia come cardine le sole opere di misericordia corporale, vertendo anzi su un’ottava, nuova opera che sinteticamente potremmo definire “accogliere i migranti”. Una sintesi mirabile tra intento politico e pastorale. Certo, questa conclusione è troppo semplicistica e vagamente provocatoria; ma si tratta di una provocazione a fin di bene: forse, vista la grave crisi spirituale dell’Occidente, Bergoglio potrebbe anche voltare pagina ricordandosi che è papa della Chiesa Cattolica. Non di una onlus.
 

03 agosto 2017

Il naufragio della carità cristiana


di Marco Crevani

L’invasione pilotata (c.d. “emergenza immigrazione”) ha fatto naufragare la Carità Cristiana, l’Amore con la maiuscola, quello il cui esito immediato è la Giustizia, il contrario esatto del buonismo, impasto di ingiustizia e ipocrisia in dosi massicce.
Il dramma del naufragio della Carità Cristiana supera e include quello dei barconi, messi in mare dalla criminalità e affondati dal buonismo.

Il troncone di destra del relitto della Carità Cristiana contiene il ponte di comando, quello che un tempo la indirizzava secondo giustizia, che organizzava, indicava mete raggiungibili e le raggiungeva. Oggi da lì giungono solo echi di invettive impotenti, sempre più cattive. Muoiono giovani immigrati: indifferenza, forse segreta soddisfazione; masse in aumento di sconosciuti, cronaca nera che se ne riempie, e si attende il crack, il fatto decisivo che obblighi la società, gli stati a fare “cantare i mitra” e i cannoni… Crescente, strisciante razzismo verso l’Africa e gli africani, giudicati impotenti imbecilli in balia dei trafficanti e destinatari passivi della nostra “carità” pelosa e interessata. Una caricatura di Africa, non è quella che ho conosciuto in Africa, sofferente ma anche inimmaginabile scrigno di fede, forza, speranza. Un’Africa prona, col berretto in mano, è invece quella che schiavisti schifosi e buonisti distratti distribuiscono agli angoli delle nostre strade.

Il troncone di sinistra del relitto contiene la sala macchine, è quello che un tempo era profetico, propulsivo, che la faceva trovare là dove nessuno se l’aspettava, e mai dove il Potere la voleva. La Carità nella Verità, che soccorrendo il povero denunciava l’ingiustizia e denunciando l’ingiustizia costruiva oasi nei deserti di sale. Oggi i “profeti” dell’ovvio sono disciplinatamente intruppati a collaborare all’invasione, che distrugge noi e l’Africa, ma che qualcuno ha deciso essere l’ottimo per il Mercato. Pronti a gridare a comando contro il razzismo, il populismo, a piangere e commuoversi con un occhio solo, che seleziona le tragedie senza volere afferrare il quadro delle cause, in cui vedrebbero riflessi anche loro stessi.
Il troncone di destra e quello di sinistra erano una Nave, che solcava gli oceani e approdava in continenti lontani. Sotto la Croce di Cristo nascevano civiltà, lingue sconosciute anche a chi le parlava diventavano grammatiche apprese nelle scuole, sensibilità diversissime, anime raminghe si affinavano per cantare lode a Dio nella fede, nella scienza, nel lavoro, nel diritto. L’ordine degli uni arricchiva la profezia degli altri e viceversa, come le membra di un corpo che cresce armonioso.
Oggi quella nave è un relitto, e bambini malcresciuti e ineducati su ciascun troncone cantano la loro canzone ignorante e stonata, sullo spartito del demonio. Signore salvaci.

http://lagrandeguerracontinua.blogspot.it/2017/07/il-naufragio-della-carita-linvasione.html

 

07 luglio 2017

Il Preziosissimo Sangue, la Misericordia e il “Summorum Pontificum”



di Roberto De Albentiis

7 luglio 2017, primo venerdì del mese: settimo giorno del mese di luglio, dedicato al Preziosissimo Sangue di Gesù, che quest’anno coincide anche con il primo venerdì del mese, dedicato al Sacro Cuore (e le due devozioni sono strettamente connesse), e, inoltre, con il decimo anniversario del motu proprio pontificio di Benedetto XVI “Summorum Pontificum cura” con cui ritornava ufficialmente in vigore la Messa tradizionale; tre importanti temi su cui meditare, e che sono saldamente legati.
Innanzitutto, il Sangue di Gesù: se quella al Sacro Cuore è una devozione, nella Chiesa moderna, caduta in disuso, lo è ancor di più quella del Preziosissimo Sangue, che, se ha origini più che antiche (che risalgono al Calvario, dove la Madonna, secondo la tradizione, raccolse in alcuni lini il Sangue versato da Gesù sulla Via Dolorosa, e ai primi miracoli eucaristici dell’alto Medioevo), si diffuse solo a partire dal XVIII-XIX secolo, peraltro grazie ad un italiano, San Gaspare del Bufalo, che ne fu vero apostolo; concessa dal Beato Pio IX, la Messa propria venne elevata a rito doppio di prima classe da Pio XI nel 1933, ma appena una trentina di anni dopo, troppo pochi perché si cementasse nella pietà dei fedeli, il Beato Paolo VI accorpò la festa a quella del Corpus Domini nella riforma del calendario, nonostante pure le proteste del laicato che seguirono a questa mossa. Se è chiaramente unita al Sacrificio della Messa, la devozione al Preziosissimo Sangue, soprattutto, fa riflettere sul prezzo della Redenzione che Gesù dovette patire per noi, versando tutto il Suo Sangue per noi; avrebbe potuto versarne una sola goccia, come fa cantare San Tommaso d’Aquino nel suo magnifico inno “Adoro Te devote”, ma unicamente per nostro amore ha voluto versarlo tutto, e a prezzo di indicibili sofferenze! Come ancora oggi Lo versa, anche se in maniera incruenta, nella celebrazione della Santa Messa, in condizioni di abbandono e indecoro, oggi molto più che ieri. Pratichiamo la devozione al Preziosissimo Sangue, in questo mese ad Esso dedicato!
Il Sacro Cuore, poi: il cuore è l’organo per eccellenza ripieno di sangue, e più ancora Lo è Quello di Gesù! Il Sacro Cuore, il Cuore Divino che ha tanto amato e tanto ama noi uomini, è rappresentato squarciato, e da Esso fuoriescono sangue e acqua; Gesù era già morto quando il soldato Gli ferisce il Cuore con la lancia, e solo per amor nostro ha voluto donarci l’ultimo Sangue che aveva in Corpo! Non è raro trovare sacre immagini che confondano iconograficamente i due temi, quello del Sacro Cuore e quello del Preziosissimo Sangue, e del resto, se ci si pensa bene, non possono che essere strettamente uniti; al Sacro Cuore sono dedicati i primi venerdì del mese, mentre al Preziosissimo Sangue gli ultimi venerdì del mese, ma evidente è il loro legame con la Passione. In questo primo venerdì del mese di luglio ribadiamo il nostro amore a Gesù, al Suo Cuore ripieno di Preziosissimo Sangue, con la confessione e la comunione!
Il “Summorum Pontificum”: il 7 luglio 2007 Papa Benedetto XVI promulgava questo importante motu proprio, con cui veniva restituita piena legittimità e cittadinanza alla Santa Messa antica, dopo decenni di oblio e ostracismo; giunti al decimo anniversario di questo importante documento, non possiamo che lodare l’impatto positivo che ha avuto nella crescita dei fedeli (me in primis) e della Chiesa tutta, facendo tornare centrale la questione liturgica nel dibattito sulla crisi della fede seguita al Vaticano II. A dieci anni di distanza, nell’anno che dovrebbe essere del centenario di Fatima e che invece si vuole dedicare ai cinquecento anni della falsa Riforma protestante di Lutero, ribadiamo la nostra fede cattolica, fede anche nel santo sacrificio della Messa, nella Divina Liturgia, che non è mero banchetto comunitario, ma memoriale e rivivere la Passione di Gesù; e solo nella Messa, nel calice, si ha nuovamente il Sangue di Gesù, solamente nella Messa, con gli occhi della fede, possiamo vederLo e gustarLo!
Infine, la Misericordia e, collegata ad Essa, la pienezza: 7 è uno dei due numeri biblici, assieme al 3, della pienezza e dell’abbondanza, di quell’abbondanza di Grazia (“dalla Sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto Grazia su Grazia”, come ci dice l’Evangelista Giovanni) che fuoriesce da Gesù: per sette volte, nella Circoncisione, nell’Agonia del Getsemani, nella Flagellazione e Coronazione di Spine, nella salita al Calvario, nella Crocifissione e nella lanciata al costato, Gesù versa Sangue, cioè pienamente e infinitamente, per noi, Gesù versa il Suo Sangue, cioè la Sua Vita. Da dove fuoriesce la Misericordia di Gesù, sulla Quale Santa Faustina Kowalska ci ha invitato a meditare, se non dal Suo Cuore: “O Sangue ed Acqua che scaturisti dal Cuore di Gesù, come sorgente di Misericordia per noi, confido in Te!”; e che dire della Preghiera di Fatima, da meditare in questo anno centenario dell’apparizione portoghese: “Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, io Vi adoro profondamente e Vi offro il Preziosissimo Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Gesù Cristo, presente in tutti i Tabernacoli del mondo, in riparazione degli oltraggi, dei sacrilegi, delle indifferenze da cui Egli medesimo è offeso. Per i meriti infiniti del Suo Sacro Cuore e del Cuore Immacolato di Maria io Vi domando la conversione dei poveri peccatori.”
Ricorriamo alla Divina Misericordia, Che solo nel Sacro Cuore e nel Preziosissimo Sangue si possono trovare, come insegnato da tanti santi (in primis gli Apostoli Pietro, Paolo e Giovanni nelle loro Lettere, poi Santa Caterina da Siena, Santa Maria Maddalena de Pazzi e San Gaspare del Bufalo, che vedevano nella Confessione un torrente di Preziosissimo Sangue che ci inonda e purifica dai peccati); e dove potremmo mai trovare il Suo Sangue, con il Suo Corpo, se non nella Santa Messa, dove Egli è realmente presente e ci attende?
 

07 novembre 2016

Terremoti, castighi e Provvidenza


di Enrico Maria Romano

1.    Tutti coloro che sono attenti all’attualità hanno preso conoscenza del recente caso Cavalcoli. Il sacerdote domenicano parlando su Radio Maria ha stabilito un nesso tra i terremoti e il peccato umano, e così è stato condannato dal laicismo (l’Espresso-Repubblica), dalla Chiesa cattolica (mons. Becciu della Segreteria di Stato e mons. Galantino segretario CEI) e dallo stesso Ordine domenicano bolognese (Provincia di san Domenico). Per altri dettagli si veda il sintetico e chiarissimo articolo del vaticanista Lorenzo Bertocchi su La Bussola quotidiana del 5 novembre 2016.
2.    Coraggiosamente padre Giovanni Cavalcoli, profondo teologo tomista e autore di importanti studi di metafisica, filosofia ed etica, ha ribadito le sue posizioni sia in un’intervista radiofonica a La Zanzara, sia in un intervista on line a lafedequotidiana.it.
3.    Non ci interessa e sarebbe sterile fare una rassegna, giocoforza incompleta, sugli interventi pro e contro il sacerdote. Tra gli articoli favorevoli al domenicano spicca, per la verve teologica che lo anima, quello dello storico Roberto de Mattei (cf. corrispondenzaromana.it), anch’egli, paradossalmente, cacciato da Radio Maria in ragione del senso critico esercitato innanzi a discutibili scelte vaticane.
4.    Cerchiamo solo di fare chiarezza in una situazione di suo quasi insolubile, avendo come oggetto di fondo il tema della presenza del male nel mondo, della permissione divina del male stesso e del fatto che, secondo l’analogia entis (e l’analogia fidei), un male può anche essere un vero bene, come la morte (che è il massimo male sulla terra), ma che il grande s. Francesco chiamava affettuosamente Sorella poiché ci conduce al Signore…
5.    Il mistero c’è e a priori resta fitto, ma esiste anche la ragione, la fede, la Rivelazione che come fiaccole ci introducono nel mistero d’amore della creazione, della redenzione e della vita eterna (attraverso però il dolore, la fatica, la persecuzione dei buoni da parte dei cattivi, etc. etc.)
6.    P. Cavalcoli non ha bisogno che un micro-teologo lo difenda e infatti si è già difeso da par suo, ribadendo sia l’esistenza di castighi divini (dovuti al peccato originale e ai peccati personali degli uomini), sia il nesso inscindibile tra misericordia e giustizia, sia il fatto che chi nega tutto ciò nega il catechismo e quindi la fede: deve quindi tornare a ripassare, sennò sono guai!
7.    Mons. Becciu ha detto così: “Chi evoca il castigo divino ai microfoni di Radio Maria offende lo stesso nome della Madonna” e “deve correggere i toni del suo linguaggio e conformarsi di più al Vangelo e al messaggio della misericordia” di Papa Francesco. Ma dichiarando un confratello nel sacerdozio come manchevole di misericordia, mons. Becciu non ha ferito la misericordia stessa, specie nel momento in cui questo confratello veniva colpito e messo in ridicolo da stampa e TV?
8.    Mons. Galantino ha detto che il pensiero di p. Cavalcoli è un “giudizio di un paganesimo senza limiti”. Ma quando Cristo, in vari notissimi brani del Vangelo, minaccia i suoi ascoltatori, condanna dei comportamenti cattivi o ricorda i castighi divini già avvenuti (come a Sodoma, Gomorra, Tiro e Sidone, con molti morti, alcuni certamente innocenti…), esprime forse “un paganesimo senza limiti”?
9.    La teologia cattolica sui temi in questione dice altro. La morte infatti è un male, ma può essere un vero bene se considerata in rapporto alla vita eterna. Così può essere perfino desiderata per noi, o per un altro. La guerra è astrattamente un male e causa di molti mali. Ma il Catechismo del 1992-97 ricorda che esistono delle guerre giuste. Se sono giuste, sono gradite a Dio e non sono più cattive e da respingere: ma da combattere. Dio, che coincide con la bontà, anzi che l’unico essere ad essere buono in senso assoluto ed estensivo, condanna alcuni uomini alla morte eterna. E non lo fa per salvarli, poiché per costoro non ci sarà alcuna misericordia, neppure alla fine del mondo. Anche Lui è in realtà un Pagano inconsapevole? Ma questo inferno, che contiene per forza delle anime, altrimenti non esisterebbe (secondo la definizione catechistica dell’inferno come status più che come loco), è un bene o un male? Per un verso è male, poiché gli uomini che lo hanno meritato sono uomini cattivi (magari in apparenza buoni…). Ma è anche un bene perché dà gloria a Dio e magnifica la sua giustizia, avendo distinto il bene dal male, con somma precisione e scienza infallibile.
10.    Se Dio permette non solo il terremoto e il maremoto, ma anche l’handicap, il dolore dei bambini e lo strazio dei martiri, l’epidemia e tutti i flagelli in qualche modo naturali e incontrollabili, sicuramente, ha i suoi motivi per farlo. Questi motivi non possono essere contrari o contraddittori rispetto alla sua divina volontà salvifica. Dio ama anche quando punisce, come il buon padre di famiglia. Satana invece inganna anche quando sorride al peccatore incallito, godendo in cuor suo per la sorte degli uomini perversi.
 

23 settembre 2016

San Pio, il santo confessore di Pietrelcina


di Alfredo Incollingo

Quando si parla di San Pio di Pietrelcina, che noi tutti ancora chiamiamo affettuosamente Padre Pio, si tratta di un santo molto criticato e abusato da una pubblicistica assillante e profittevole. E' stato considerato uno psicopatico ignorante da Agostino Gemelli, frate francescano e medico, che negava l'origine divina delle sue stimmate. Allo stesso modo un'eccessiva devozione popolare, giunta a forme estreme e idolatre, ha creato un'immagine falsa del santo, considerato più un taumaturgo che un uomo di Dio, dimenticando che Padre Pio diede la sua vita a Cristo.
A Lui si rivolgeva il frate nelle preghiere e a Lui riconduceva i fedeli che si accostavano al confessionale.
Padre Pio fu un santo confessore, un pastore delle anime che non volle trascurare la loro cura spirituale: comprese l'importanza di chiedere perdono a Dio e di godere della Sua misericordia per poterci mondare delle nostre colpe in pensieri, parole, opere e omissioni.
La sua grande fede in Gesù, vissuta a tal punto da rivivere la Passione, le cui stimmate furono il segno esteriore dell'estasi, gli conferì un dono dello Spirito Santo: capire i cuori della gente, i loro pensieri più reconditi e inconfessabili. Nessuno sfuggiva allo sguardo scrutatore di Padre Pio. La confessione non aveva segreti. Padre Pio, al di là di qualsiasi forma di (eccessiva) devozione popolare, fu il santo della misericordia divina e della necessità per tutti noi di riconoscerci peccatori, per poterci sentire veramente cristiani.

Si chiamava in realtà Francesco Forgione e nacque a Petrelcina, nei pressi di Benevento, il 25 maggio 1887 da una famiglia di poveri contadini, molto devoti a Gesù e a Maria, la cui scrupolosità delle pratiche religiose non si riduceva a sterile formalismo, ma era animato da una fede sincera. Nel 1903 decise di entrare nell'Ordine dei Frati Cappuccini, prendendo il nome di Fra Pio. Divenuto sacerdote dovette desistere dal suo desiderio di seguire la sua vocazione apostolica in terre lontane per gravi ragioni di salute. Fu costretto a ritornare a Pietrelcina e da qui fu trasferito a San Giovanni Rotordo, sul Gargano, nel convento di Santa Maria delle Grazie. Fu un periodo di gravi difficoltà fisiche e spirituali: la malattia polmonare era ostica da guarire e il Demonio non lo lasciava mai in pace.
Eppure la sua forza d'animo e la sua fede non si affievolirono, anzi la celebrazione dell'Eucarestia e la certezza della misericordia e dell'amore di Dio gli davano lo stimolo necessario per resistere.  Ciò era possibile solo con il sacramento della Confessione: Dio ci avrebbe assolto dalle nostre colpe, se pentiti, dandoci la volontà per sfuggire le occasioni di tentazione. Passava dalle quattordici alle sedici ore nel confessionale, senza sosta, provando non pochi problemi fisici: la fiducia nel sacramento era così forte da vincere ogni cosa. Offrì le sue sofferenze a Gesù, perché faceva tutto ciò per l'amore verso il Crocifisso, rivivendo il dolore del Suo sacrificio.
Il 20 settembre 1918 il cappuccino ricevette le stimmate di Cristo sulle mani, sempre sanguinanti, fino alla sua morte. Il miracolo sembrò confermare l'aurea di santità che già aleggiava sulla sua figura, ma le critiche non tardarono a giungere, anche da ambienti ecclesiastici: il medico Agostino Gemelli ritenne le sue piaghe una truffa.
La preghiera rimase la sua arma per resistere e per continuare a trarre la forza per andare avanti: la recita del Santo Rosario fu il suo grazie e la sua richiesta d'aiuto alla Madonna, verso la quale non mostrò mai dubbi. Sulla porta della sua cella fece incidere una celebre frase mariana di San Bernardo di Chiaravalle, “Maria è tutta la ragione della mia speranza”; a Lei dedicò anche la Casa Sollievo della Sofferenza, che oggi è uno degli istituti di ricerca e di cura più efficienti a livello nazionale e internazionale.
San Pio da Pietrelcina morì a San Giovanni Rotondo il 23 settembre 1968, nell'anno della contestazione più devastante. Le sue stimmate sparirono miracolosamente alla presenza delle decine di migliaia di fedeli che si erano radunati per vegliare sulla sua salma. Padre Pio fu considerato santo già in vita e questo fatto miracoloso incrementò la devozione dei numerosi fedeli che dalla sua morte si recano a San Giovanni Rotondo a pregare sulla sua tomba.
Il processo di canonizzazione ufficiale fu preceduto e parallelo a quello ufficioso del popolo. San Giovanni Paolo II lo dichiarò venerabile nel 1997 e nel 1999 lo beatificò; sempre il Santo Padre lo santificò qualche anno dopo nel 2002.
 

10 settembre 2016

San Nicola da Tolentino, il santo pio di Maria


di Alfredo Incollingo

Potrebbe sembrare strana e melodica questa affermazione su San Nicola da Tolentino: santo pio di Maria. Santo e pio lo fu certamente: di lui si ricordano le lunghe ore di preghiera, il digiuno severo e l'assistenza ai poveri. Possiamo aggiungere che fu umile, sempre parco e amante della povertà, spirituale prima e materiale dopo, donando ciò che aveva agli indigenti. Infine fu devoto alla Vergine Maria e si narra che vide un gruppo di angeli trasportare la Santa Casa a Loreto il 10 dicembre del 1294.
La vita di San Nicola è segnata fin da subito dalla presenza di Dio. I genitori erano pii cristiani, ma troppo anziani per avere un figlio e le loro incessanti preghiere alla fine furono esaudite. Un angelo in sogno avvertì la coppia di recarsi in pellegrinaggio a Bari, sulla tomba di San Nicola, per veder esaudite le proprie richieste. Miracolosamente, dopo il ritorno, ebbero un figlio che chiamarono Nicola per ringraziare il santo barese dell'intercessione. Nacque a Sant'Angelo in Pontano, nelle Marche, nel 1245, dove rimase fino a quando entrò nell'Ordine degli Eremitani di Sant'Agostino. Dalla tenera età mostrò una spiccata vocazione religiosa, sempre sostenuta dai genitori, e ancora giovane divenne canonico della chiesa locale per meriti scolastici.
Fu durante un servizio religioso che ebbe il sentore di dover abbandonare le cose terrene e diventare eremita. Un agostiniano, recitando la sua omelia, ricordò come la concupiscenza è padrona di questo mondo. Nicola non se lo fece ripetere due volte e, con l'approvazione dei genitori, entrò nell'ordine eremitico di Sant'Agostino.
Dopo aver lasciato Sant'Angelo Nicola fu ospitato in diversi monasteri marchigiani prima di fermarsi a Tolentino, nei pressi di Macerata, dove rimase fino alla sua morte avvenuta il 10 settembre del 1305. Nessuno aveva dubbi sulla sua santità e i fedeli lo riconobbero santo ancora prima che fosse canonizzato.
Fu un uomo pio, fin troppo severo con se stesso, sempre in penitenza e subendo le peggiori sofferenze pur di espiare le sue colpe. Altrettanto energica fu la sua opera di carità. Colpito da una grave malattia, ebbe in sogno la visione della Vergine Maria che gli disse di mangiare del pane intinto d'acqua per guarire per sua intercessione. Così accadde il miracolo, e San Nicola prese l'abitudine di sfamare gli infermi con del pane benedetto, raccomandando loro di aver fede in Gesù e Maria per esser guariti. Nacque così l'usanza dei “panini benedetti” che ancora oggi l'ordine agostiniano si accinge a donare seguendo un rito particolare, secondo il volere di San Nicola.

 

26 agosto 2016

La resistenza ad Amoris Laetitia e l’esempio della linea Maginot


di Enrico Roccagiachini

Lo scorso 20 maggio il Card. Carlo Caffarra, Arcivescovo emerito di Bologna, ha tenuto a Pavia, con grande giovamento intellettuale e spirituale dei presenti (fra cui chi scrive), una conferenza il cui tema era ben descritto dal titolo: «Permanere nella verità di Cristo. Famiglia, Sinodo, modernità: l’Esortazione Amoris Laetitia».
Il Cardinale ha illustrato in modo esemplare il contenuto della dottrina della Chiesa sulla famiglia, menzionando anche i passaggi di Amoris Laetitia che la richiamano e la esprimono congruamente. Poi, ovviamente, ha affrontato il tema dei temi: il capitolo VIII dell’Esortazione, quello relativo alle famiglie ferite e, così, alla cruciale questione della comunione ai fedeli civilmente divorziati e risposati.

La tesi sviluppata da Sua Eminenza è questa: il capitolo VIII di Amoris Laetitia è ambiguo, come dimostra il fatto stesso che alcuni lo interpretano in senso tradizionale, altri in senso antitradizionale (il Cardinale non ha usato queste parole, ma il concetto era quello); in quanto ambiguo non è idoneo ad introdurre alcun cambiamento né dottrinale né disciplinare; anzi, non può che essere interpretato in senso conforme alla dottrina già consolidata. Conclusione: sul piano della comunione ai divorziati risposati, Amoris Laetitia non cambia nulla. La sua eventuale innovatività si colloca altrove, su un piano che il Cardinale non ha potuto illustrare per ragioni di tempo, anticipando, però, che il tema sarà trattato diffusamente nella versione scritta dell’intervento, disponibile qui.
Gli argomenti del Card. Caffarra compongono il cuore della “strategia difensiva” dispiegata dopo Amoris Laetitia da una larga parte degli oppositori della “tesi Kasper”; o meglio, di coloro che fino all’Amoris Laetitia erano identificabili come tali, e che oggi, più ampiamente, dovremmo chiamare gli oppositori della “tesi aperturista”, che non appartiene più al solo Card. Kasper e ai suoi seguaci, ma che è stata fatta propria, per esempio, anche dal Card. Schönborn.
È una strategia imperniata sul presupposto che l’ambiguità di Amoris Laetitia ne costituisca una debolezza, da sfruttare per neutralizzare gli effetti dell’Esortazione e trattarla, in definitiva, tamquam non esset, con conseguente confermata validità di dottrina e disciplina tradizionali.
Questo approccio è, allo stesso tempo, indispensabile e insufficiente.
Indispensabile, perché conferma l’inderogabilità e la luminosa coerenza della dottrina della Chiesa in materia di matrimonio, confessione ed eucarestia; insufficiente, perché non affronta la questione cruciale posta dall’Amoris Laetitia: questione che non è interpretativa.
Nella visione degli “aperturisti”, infatti, l’ambiguità dell’Esortazione non ne è il tallone d’Achille, ma il vero punto di forza, quello che raggiunge l’obiettivo strategico di aprire una falla nella inderogabilità della dottrina e, così, della stessa Tradizione. È vero, come ha detto l’altra sera il Card. Caffarra, che intorno ad Amoris Laetitia si organizzano due schieramenti; ma la frattura non è tra coloro che vogliono scioglierne l’ambiguità in senso tradizionale, e coloro che vogliono scioglierla in senso progressista. La frattura separa chi la ritiene ambigua, e chi, invece, la ritiene chiarissima proprio nel suo rifiuto di definire nettamente la questione, e nell’astenersi dal proporre una soluzione al problema della comunione ai divorziati risposati. In questo senso, la discussa ambiguità di Amoris Laetitia è una chiara opzione in favore dell’opinabilità, della non definitività, della relatività della dottrina, per non dire addirittura del relativismo dottrinale. In altre parole: Amoris Laetitia è tutt’altro che ambigua nel dire che la questione della comunione ai divorziati risposati non si risolve in base a considerazioni dottrinali; anzi, che tali considerazioni sono, in sostanza, una specie di esercizio retorico-intellettuale, con il quale o senza il quale (per usare un’espressione goliardica, ordinariamente riferita alla filosofia) si resta tale e quale.
L’Esortazione, dunque, cerca di rendere in qualche modo mainstream nella Chiesa l’idea che la dottrina è inadeguata – per difetto – ad orientare efficacemente la prassi, e, così, tende ad “ufficializzare” la subordinazione della prima alla seconda: facendo propria quella “dislocazione della Divina Monotriade” di cui parlò Romano Amerio, o, almeno, sforzandosi di vanificare gli effetti salutari del magistero di Benedetto XVI, tutto focalizzato sulla centralità della verità.
In quest’ottica, il capitolo VIII di Amoris Laetitia è inequivocabilmente dirompente, ben al di là della questione dei divorziati risposati, che, anzi, si appalesa sostanzialmente strumentale, e funzionale ad una prospettiva decisamente più ampia.
Si può temere, quindi, che chi concentra i suoi sforzi sulle ambiguità di Amoris Laetitia, e vuole farvi leva per riaffermare la buona dottrina e la buona disciplina sacramentali, si comporti un po’ come gli strateghi francesi che progettarono la linea Maginot: un imponente e di per sé efficacissimo sistema difensivo, che si dimostrò del tutto inutile perché i tedeschi scelsero una tecnica ed una strategia di attacco radicalmente diversa da quella contro cui la Maginot era stata pensata.
Ecco perché la debolezza di quanti oggi, nella Chiesa, brandiscono “contro” Amoris Laetitia l’arma della disambiguazione alla luce della dottrina tradizionale sembra analoga a quella dei francesi che costruirono la linea Maginot: credere che il nemico attacchi secondo regole convenzionali; anzi, rispettando alcune regole fondamentali (per esempio, quanto alla II Guerra Mondiale, rispettando la neutralità del Belgio e, soprattutto, dell'Olanda; nella Chiesa attuale, rispettando il principio di non contraddizione e l’unità ed omogeneità del magistero).
Così facendo, però, si potrebbe agevolare, anziché contrastare, il disegno degli avversari: insistendo sull’ambiguità di Amoris Laetitia – che essi vogliono sfruttare non per far passare un cambiamento dottrinale (tentativo che si rivelerebbe fallimentare: lo ha spiegato benissimo, in tre parole, mons. Forte poche settimane fa), ma per giungere all’irrilevanza della pur immutata dottrina – si rischia proprio di potenziare l’effetto distruttivo dell’arma da cui ci si vorrebbe difendere.
Al contrario, bisogna dire con chiarezza che, in ogni caso, quantomeno il cap. VIII di Amoris Laetitia non è inquadrabile in una “griglia tradizionale”, come già è stato sostenuto; che non vi è spazio per nessuna “apertura”; che, dunque, il cap. VIII non è ambiguo, ma è chiaramente sbagliato; che gli si deve resistere, spiegando – è su questo piano che l’approccio dottrinale può risultare vincente – che tale resistenza non è contro la fede e non contraddice il vero rispetto dovuto all’autorità papale. Si deve dire apertis verbis che Amoris Laetitia – perlomeno nel cap. VIII – è un inequivoco tentativo di relativizzare la dottrina, e che l’accusa di usarla (la dottrina) per scagliare pietre sui fedeli “feriti” è falsa.
Ogni altra strada lascia indifesi i fedeli, specialmente quelli culturalmente o spiritualmente più deboli, come i francesi lo furono rispetto all’aggiramento della linea Maginot. Dopo il quale sappiamo che è avvenuto: l’occupazione di Parigi e la costituzione della repubblica di Vichy. Se ciò accadrà, siamo certi che la Provvidenza non farà mancare alla Chiesa un generale de Gaulle: ma non sarebbe bene cercare, comunque, di evitare l’aggiramento?


 

26 luglio 2016

Chiamata alle armi


di Marco Muscillo

Questo è un pensiero che ho avuto sin da subito: luglio è il mese dedicato al Preziosissimo Sangue di Nostro Signore ed è proprio in questo mese che assistiamo all’aumento degli episodi di terrorismo e delle stragi. Sono almeno uno a settimana, se non di più (in Germania sono due episodi simili nell’arco della stessa settimana), senza aggiungere nel calderone anche il Golpe in Turchia e le stragi che tutti i giorni si verificano nelle aree calde di tutto il globo, spesso ignorate dai media mainstream, in Ucraina e nel Donbass, in Medioriente, specialmente in Siria, Terrasanta e Iraq, in Nigeria, in Libia e in tutta l’Africa. Mentre scrivo, leggo che sta succedendo qualcosa di simile anche in Afganistan e chissà quante ne avverranno nei prossimi giorni.

Si tratta dell’accanimento finale perpetuato dal Nemico. Il suo tempo ormai sta per terminare, il suo potere sul mondo sta diminuendo e per questo la sua rabbia e il suo accanimento aumentano sempre di più. Attendiamoci di tutto e aspettiamoci quindi, altri mali e sempre più crudeli, finché finalmente egli non verrà relegato e incatenato nuovamente negli abissi infernali.

Non perdiamo dunque tempo a incolpare gli altri di quel che ci accade intorno. Non ci sono colpevoli terreni in tutto questo, se non noi stessi. Non diamo colpe agli islamici, né agli stranieri, non è Erdogan il problema, non lo sono né Obama, né Hollande, né la Merkel. Non incolpiamo nessuno se non noi stessi (io primo fra tutti): pensiamo a quante volte abbiamo offeso il Signore, anche nelle piccole cose, quante volte abbiamo preferito il Mondo a Lui, pensiamo alla vita che abbiamo fatto prima di riconoscerlo totalmente come nostro Re e nostro Dio. Ogni volta che abbiamo assecondato i mali di questo mondo, abbiamo aiutato, più o meno inconsapevolmente, Satana nel suo progetto volto alla perdizione e alla dannazione dell’intera Umanità e abbiamo aperto una piaga nel Santissimo corpo di Gesù in agonia.

Tuttavia è piuttosto facile cadere nelle grinfie del Male quando si vive in un mondo ormai dominato da quest’ultimo; anzi è quasi inevitabile non cadere in questa trappola. A quel punto, solo la Misericordia di Dio può salvarci e farci cambiare strada, risuscitarci come un morto che, abbandonata la sua tomba, torna alla vita. Beati quindi coloro che, hanno ascoltato il richiamo della Misericordia e sono tornati sulla retta via e chiedono continuamente perdono delle loro colpe, presenti e passate.

Un altro pensiero mi va di condividere in queste righe. Ormai è sotto gli occhi di tutti e ognuno di noi può riscontrare che viviamo in un Mondo senza Dio, dove ateismo e nichilismo sono dilaganti, dove le Nazioni e i Popoli che un tempo si definivano “cristiani”  hanno fatto atto ufficiale di apostasia e assecondano palesemente, e sempre più alla luce del sole, eresia, bestemmia, idolatria, degenerazione dei costumi, impurità ed ogni altro genere di vizio. Le due istituzioni su cui si basava la solidità della vita cristiana, famiglia e Chiesa, sono state attaccate prepotentemente e stanno cedendo: di questi tempi anche la roccia posta a guida della Chiesa di Cristo non da più alcuna sicurezza, ma al contrario contribuisce ad alimentare confusione e protestantizzazione.

Sembra di essere tornati al tempo di Noé, quando l’Umanità ormai degenerata, non seguiva più la Volontà di Dio. Tutto quello che ci sta accadendo, a cominciare dalle difficoltà materiali che ci impone la crisi economica, paiono avvertimenti ed espiazioni in vista di una purificazione finale. Quale può essere la nostra arca allora? La nostra unica ancora di salvezza è la devozione al Sacratissimo Cuore di Gesù e al Cuore Immacolato di Maria. "Il Mio Cuore Immacolato Trionferà!" disse Nostra Signora di Fatima. Ecco l’arca! Su questa promessa si fonda la nostra speranza.

Consapevoli di ciò, consacrati ai Sacratissimi Cuori, possiamo combattere il Nemico in nome di Nostro Signore Gesù Cristo, nostro Re, protetti dalla Vergine Immacolata, agli ordini di San Michele Arcangelo, utilizzando la nostra arma, la preghiera, e imbracciando la nostra spada, la coroncina del Rosario. La battaglia sarà vinta e a questa epoca di grande tristezza, di grandi orrori e mali, di grande disperazione, seguirà certamente una Pace, una Prosperità e un Bene ancor più grandi e, almeno per ora, inimmaginabili.

Soldati di Cristo, alle armi!
 

06 giugno 2016

Giustizia e misericordia nelle parole del Card. Caffarra


di Riccardo Zenobi

Il 30 maggio si è tenuto ad Ancona un incontro con il cardinale Carlo Caffarra, per la prima volta giunto nella città dorica; tale incontro è stato organizzato dall’Associazione Culturale Oriente Occidente, ed è la terza di una serie di sette conferenze. Degli incontri precedenti ci siamo già occupati (qui il primo incontro, qui il secondo), e ci occuperemo anche dei prossimi.

Il tema sul quale ha parlato il cardinale emerito di Bologna è il più grande e drammatico avvenimento che possa capitare ad una persona: l’incontro della persona umana con la misericordia divina, e la susseguente giustificazione dell’uomo (ossia cosa lo rende giusto). Tale riflessione è stata articolata in 3 momenti, il primo dei quali è iniziato citando sant’Ambrogio nel suo commento ai 6 giorni della Creazione, nel quale si nota come Dio trovò il suo riposo dopo aver plasmato l’uomo, non dopo aver creato il Cielo e la terra. Il Creatore aveva uno scopo nell’atto di creare, ossia manifestare le sue perfezioni nelle creature. Una di queste perfezioni è la misericordia, attributo unicamente divino, e creando l’uomo è venuto all’essere qualcuno su cui esercitare la misericordia. Il peccato, che è un male, consente a Dio di manifestarsi come colui che perdona, essendo il perdono parte del progetto creativo del Padre. La misericordia divina è la chiave interpretativa delle vicende umane: noi vediamo solo la superficie della storia, nello stesso modo con cui vediamo la superficie del mare, spesso increspata. Al fondo della storia vi è l’incontro tra il male morale (ossia il peccato) che corrode le strutture fondamentali della vita – quali il matrimonio, la famiglia, l’economia, lo stato – e la misericordia di Dio che offre il perdono. Tutti hanno peccato, ma sono giustificati gratis dalla Redenzione operata da Cristo, sempre presente nel mondo. Questa e non altra è la chiave di volta dell’arco della Creazione, senza la quale il peso del dramma della storia umana diverrebbe insopportabile e schiacciante; non solo riguardo le tirannie del passato, ma anche nelle presenti opere tese a sradicare la libertà umana dalla verità sull’uomo, finendo così sotto la tirannia di una libertà impazzita e capricciosa. Quale è l’esito finale di tale incontro? Non ci è ancora noto, ma va tenuto per certo che la misericordia è la proprietà che più di ogni altra deve essere attribuita a Dio.
Il secondo momento dell’incontro si è concentrato sul momento più grande della misericordia, ossia il perdono del peccatore e la sua giustificazione. Tale atto divino è più grande della stessa Creazione, poiché quest’ultima è transitoria e mutevole, mentre il perdono introduce l’uomo a partecipare della vita stessa di Dio. Tale atto è compibile solo da Dio, e non ha altro scopo che rendere il peccatore, ormai giustificato, partecipe della stessa vita divina, formando così una nuova alleanza tra Dio e l’uomo. Vi sono quindi due attori, uno di fronte all’altro, l’uomo di fronte alla divinità come soggetto veramente libero nei suoi confronti. Questo è il cristianesimo. La persona umana si trova nelle deformità del peccato, fuori della Grazia divina, e tale operazione deiforme di perdono implica il consenso libero della persona, il quale necessita della decisione di abbandonare il peccato e del consenso all’offerta di Dio. Tale atto supremo è chiamato conversione. Di tali esempi abbonda la Scrittura, come nell’episodio di Zaccheo, nel quale Cristo conduce quel pubblicano alla giustizia conformemente alla natura umana, cioè con libertà; infonde così la Grazia che muove la libertà ad accettare il perdono.
Nel terzo momento dell’incontro si è evidenziato che esistono due modi erronei di narrare l’evento misericordioso: in primo luogo, vi può essere l’annuncio della misericordia di Dio senza l’invito alla conversione; oppure vi può all’opposto essere l’esortazione alla conversione senza l’annuncio di misericordia. Il primo modo di annunciare, rischio che corre la Chiesa attuale, ha conseguenze devastanti sull’immagine di Dio e della persona umana, perché si perde il concetto di conversione, e quindi la libertà umana ne risulta del tutto svilita, e Dio diventa un idolo senza giustizia o santità, perché si negherebbe il fatto che l’uomo è in condizione di peccato. Si censurerebbero così il giudizio e la santità di Dio. Il secondo modo è invece errato perché ridurrebbe il cristianesimo ad una proposta etica, ad un codice morale, non più quindi un evento di misericordia che può cambiare la vita. È un errore che riduce la Grazia ad una legge. L’uomo era come caduto nel gorgo del peccato, e Dio non lo ha salvato insegnandogli a nuotare (cioè comunicandogli un codice morale perfetto, una legge), ma buttandosi in acqua e trascinandolo fuori. All’uomo è richiesto di lasciarsi abbracciare, di convertirsi e di non peccare più. Si deve evitare di corrompere la proposta cristiana formandosi una idea falsata di Dio; e il proprio concetto di Dio è ciò che porta al culto o lo preclude. Il primo atto di culto è l’obbedienza dell’intelligenza, la quale si forma una immagine adeguata di Dio. Se dunque il primo errore distrugge il concetto stesso di peccato e di conversione e l’impegno morale necessario per non commettere più il male, il secondo allontana da Dio perché ne dà una immagine falsata, come di un moralista.
Nel quarto ed ultimo punto si è parlato di quali condizioni spirituali custodiscono misericordia e conversione: la prima è certamente custodire la propria coscienza morale in intima purezza, ossia nel rimandare ad un rapporto con Altro, e non abbruttirsi chiudendola in sé stessa. Se questo secondo modo d’essere è più facile, è comunque il lasciapassare per le tirannie di tutte le epoche. La seconda condizione è di avere un’intima esperienza di libertà di fronte a Dio, in quanto la libertà è maggiore quanto più grande ne è il referente. Se il nostro referente è un bene creato, abbiamo una libertà finita; in realtà ci siamo fatti schiavi di un idolo. Se non si è sperimentato lo stare davanti a Dio, la misericordia è vuota parola. Per ultimo, occorre avere presente il fatto che il peccato è il male massimo che si possa compiere. Questi tre vissuti esistenziali, ormai assenti dal pensiero comune dell’occidente, erano un sostrato comune a tutte le civiltà precristiane.

Concludo con una riflessione personale: solo una civiltà anti cristiana e post cristiana può azzardarsi a sradicare queste 3 dimensioni esistenziali, ma così la libertà dell’uomo finisce e inizia il potere totalitario sulle coscienze. Solo il cristianesimo può quindi salvare l’uomo, perdonandolo per come è e al contempo liberandolo dai suoi errori che ha accumulato nel corso dei secoli. Solo così possiamo avere un futuro.

 

26 maggio 2016

San Filippo Neri, il Santo della gioia


di Alfredo Incollingo

Il Papa ha ricordato in molti suoi discorsi l'esigenza di non scartare le tante “periferie esistenziali” che albergano nelle grandi metropoli. Per “periferia” si intendono i luoghi fisici ai margini di grandi città, spesso lasciati a se stessi nella sporcizia e nel malaffare. La metafora del Papa sintetizza nel modo migliore le circostanze meste e drammatiche di persone e spesso di intere famiglie che vivono nel male o ne sono vittime. Purtroppo a farne le spese nella maggior parte dei casi sono i minori che risentono fortemente del disagio e dell'indigenza. Le nostre metropoli sono luoghi di ricchezza e di benessere, ma ospitano anche “gironi infernali” dove è facile per chiunque perdersi. Droga, vizio, criminalità... sono solo alcuni dei tanti mali che da sempre, tuttavia, affliggono l'uomo, ma che oggi vengono affrontate alle volte in maniera troppo blanda. Il pontefice ha ricordato la necessità di non abbandonare questi fratelli e di rivolgere la nostra carità anche verso costoro, che purtroppo preferiscono soffrire nel silenzio.

Chi, più di San Filippo Neri, ha conosciuto la realtà delle “periferie esistenziali”? Chi era il “santo della gioia”? Il fiorentino Filippo Neri era il figlio cadetto di una ricca famiglia di notai. Trasferitosi a Roma non poté non constatare lo stato di decadenza della capitale della cristianità. La città che custodiva le spoglie di San Pietro e San Paolo era infestata dal vizio e dall'immoralità e tanti adolescenti e bambini erano costretti a vivere per strada e a percorrere le strade della perdizione. Di fronte all'evidenza del male in Filippo si accese la fiamma della fede conferendogli un ardore senza precedenti. Devoto e zelante nel suo impegno cristiano non si stancò mai di girare per le strade di Roma, vivendo nel mondo con distacco, testimoniando il Vangelo con animo gaudente e lieto. La letizia con cui annunciava la parola di Dio lo rese celebre tra i più piccoli: era possibile, capì, insegnare il Vangelo ai giovani alternando canti, giochi a momenti di riflessione e di intensa spiritualità. Questo fu il segreto del successo dell'Oratorio, luogo più spirituale che fisico, in cui si raccoglievano i tanti adolescenti salvati ed educati da San Filippo.
Da dove proveniva questo grande spirito d'amore? Oltre ad essere un uomo di mondo, lontano dai veleni della “mondanità”, San Filippo Neri palesò una vocazione sacerdotale e cristiana unica. Passava ore e ore in piena contemplazione, mai pago; riportò in auge il pellegrinaggio delle “Sette Chiese di Roma” come atto di penitenza per i propri peccati e fu promotore di processioni e veglie di preghiera per il rinnovamento della Chiesa di Cristo.
Fu nella notte di Pentecoste del 1544 che si verificò l'evento decisivo della sua vita: durante una veglia di preghiera nelle catacombe di San Sebastiano visse un'estasi tale da “lasciargli il segno” nel fisico e nell'animo: tramite lo Spirito Santo il suo cuore si dilatò ulteriormente infondendogli una forza straordinaria e conferendogli la capacità di leggere nei cuori. Prese quindi i voti sacerdotali nel 1551 e divenne noto come Confessore per queste sue grandi doti.
Da qui prese avvio l'esperienza degli Oratori per salvare dal male e dalla strada i tanti piccoli romani lasciati a se stessi per la città del vizio.
La sua gioia, il suo spirito umile e il suo zelo gli valsero la fama e l'ammirazione di tanti che finirono per seguirlo nella sua vocazione. Fondò nel 1575 la Congregazione dell'Oratorio, composta di laici e chierici, che perpetuarono poi nei secoli il suo amore e la sua letizia.
Il “santo della gioia” così fu soprannominato San Filippo Neri per il suo animo candido, mai troppo serio (non è virtù la serietà!) e sempre aperto al dono di sé. La sua santità fu riconosciuta quando ancora era in vita. Fatti straordinari avvennero in sua presenza. Nel 1583 il giovane principe Paolo dei Massimo, suo allievo all'Oratorio (che, ricordiamo, accoglieva poveri e ricchi), morì. San Filippo chiese di pregare al suo cospetto, invocando il suo nome come se lo volesse destare dal sonno. Miracolosamente il giovane nobile resuscitò di fronte allo stupore degli astanti.
La sua impronta nel mondo fu ufficialmente esaltata nel 1622 quando venne proclamato Santo da Papa Gregorio XV. Il giorno della sua memoria liturgica ricorre ogni anno il 26 maggio.

 

22 aprile 2016

Inscindibili: Verità, Giustizia, Misericordia

di Riccardo Zenobi

Mai come oggi la confusione regna sovrana tra i cattolici, che non sanno più a chi far riferimento per conoscere Cristo, sorgente e Vita della Chiesa e dei fedeli. L’Associazione culturale Oriente Occidente propone un ciclo di conferenze per dirimere alcune delle questioni più scottanti dell’attualità, non solo ecclesiale, ma anche politica e culturale.

Questa serie di incontri ha per titolo “Inscindibili: Verità, giustizia, misericordia - se mancano le prime due l’ultima non è tale”, e si propone di offrire un contributo sui corretti rapporti tra Verità, giustizia e misericordia, di fronte all’attuale incapacità di cogliere le loro implicazioni reciproche, anteponendo (o spesse volte contrapponendo) la “misericordia” alla Verità e alla giustizia ed ottenendo così una falsa immagine della misericordia, che viene svuotata di ogni caratteristica che non sia un vago sentimentalismo buonista. Tale deformazione porta poi a una ingiustizia reale, perché ridurre l’Amore di Dio e il Logos eterno al rango delle sensazioni sentimentali è la cosa più ingiusta che si possa fare verso i poveri in Spirito, i quali possono essere consolati solo da Gesù Cristo, non da un umanitarismo nelle sue varie versioni.

La peggiore ingiustizia che possa fare un cristiano verso il prossimo è falsificare il messaggio di Dio per una supposta “pastorale dell’accoglienza”, privandolo così di ogni possibilità di incontro con il Logos fatto carne in Gesù Cristo.
Questa serie di conferenze ha avuto inizio lo scorso 21 marzo, con la relazione tenuta da Mons. Antonio Livi sul tema “Di quale ideologia si è fatto banditore il sig. Enzo Bianchi”, la cui recensione potete trovare sul nostro sito a questo link; qui la registrazione. Dopo tale conferenza introduttiva, il prossimo incontro si terrà venerdì 13 maggio dalle ore 16:45 ad Ancona, presso l’Hotel City (via Matteotti 112-114), e proseguirà sabato 14 maggio dalle ore 9:45, sempre nella stessa sede, sul tema “Culto dell’emozione, oscuramento della ragione”.

Gli incontri seguenti si terranno invece nella chiesa di Santa Maria della Piazza, nell’omonimo piazzale ad Ancona; il programma degli incontri può essere consultato presso il sito dell’Associazione al seguente link.

Questo sito fornirà riassunti e recensioni di ognuno degli incontri, ai quali l’autore del post intende presenziare: appuntamento quindi al 13-14 maggio a tutti coloro che si sentono interessati all’argomento.
 

06 febbraio 2016

Dio è misericordioso anche quando castiga


di Alessandro Elia

L’infinita Misericordia di Dio consiste nel progetto divino di riconciliare ogni creatura con il proprio Creatore. La misericordia di Nostro Signore è tanto grande che comprende anche il castigo, o, se vogliamo, il Signore è così misericordioso che anche quando punisce lo fa con amore. Il libero arbitrio nobilita l’uomo a tal punto che gli permette di scegliere in piena libertà. Questo significa che l’uomo ha la possibilità di peccare separandosi dalla grazia celeste, ma (anche) tramite il castigo Dio realizza il processo misericordioso di ricondurre il peccatore disperso al Padre. Dio non è ontologicamente diviso tra Misericordia e Giustizia, sicché una volta è giusto e una volta è misericordioso, perché Dio è sempre lo stesso, “è lo stesso ieri, oggi e sempre” (Eb, 13, 8). Proprio per il fatto che è misericordioso Egli è anche giusto, e viceversa. Ciononostante, da un punto di vista teologico, facendo attenzione ai bisogni dell’uomo in vista della sua salvezza, è conveniente fare una distinzione concettuale di queste due caratteristiche di Dio sicché possa essere meglio compreso dall’intelletto. Si dice a ragione che prima di peccare è bene pensare alla giustizia di Dio e dopo aver peccato alla sua misericordia.

Il castigo è prima di tutto il segno del peccato. Infatti, mediante il castigo, che comporta inevitabilmente dolore (spirituale e temporale) all’anima peccatrice (e al corpo), la volontà di quest’ultima comprende di essere separata da Dio. Se non ci fosse alcun castigo su questa terra, paradossalmente, sarebbe una condanna ancora più grande poiché la peggiore sventura è il castigo eterno dei dannati che si trovano all’inferno. Se non esistesse alcuna punizione, il peccatore non si renderebbe conto della sua distanza da Dio, e di conseguenza non potrebbe nemmeno agire per ritornare in comunione con il Signore.

Il castigo è un dono misericordioso di Dio per condurci alla Salvezza e sottrarci alla morte dello spirito. Funziona in un certo senso come quando si tocca qualcosa di bollente e si prova dolore. Grazie al fatto che il tatto percepisce l’elevato calore, il nostro cervello reagisce immediatamente per allontanarsi dall’oggetto che scotta. Chi invece, sciaguratamente, ha perso il senso del tatto, come alcuni malati di lebbra nel terzo mondo, riesce a portare pentole roventi a mani nude, ma spesso finisce poi per perdere le dita. Così Dio Padre, quando punisce, non la fa per recare dolore alla nostra anima, quanto piuttosto per risvegliare la nostra anima ed evitare che vada in perdizione. “C'è un sonno dell'anima e c'è un sonno del corpo. Sonno dell'anima è dimenticare Dio”, dice Sant’Agostino. San Francesco d’Assisi disse giustamente che “Nel mondo non vi è nessun peccatore, che non ottenga la misericordia di Dio, se pentito”. Ma come fa un peccatore a essere pentito se tramite il castigo non si accorge di essere nel peccato?

La pena è sempre connessa alla colpa, perché il peccato commesso porta con sé anche il castigo. La Bibbia parla in diverse occasioni della pena come conseguenza dei peccati. Ad esempio, nel libro del profeta Isaia, la conseguenza del peccato è dipinta in questa maniera: “[…]ebbene questa colpa diventerà per voi come una breccia che minaccia di crollare, che sporge su un alto muro, il cui crollo avviene in un attimo, improvviso, e si infrange come un vaso di creta, frantumato senza misericordia, così che non si trova tra i suoi frantumi neppure un coccio con cui si possa prendere fuoco dal braciere o attingere acqua dalla cisterna” (30, 13-14). Più avanti Isaia interpreta l’esilio come un castigo contenuto nelle trasgressioni di Israele: “È a causa delle vostre trasgressioni che vostra madre è stata ripudiata” (50,1). Da ciò si evince che in qualche modo la colpa è già la pena perché questa è generata dal peccato. Nicolás Gómez Dávila ha sostenuto che “il mondo moderno non sarà castigato”, giacché esso stesso “è il castigo”.

D’altro canto non bisogna però cadere nell’errore di ritenere automatica la connessione tra il peccato e la pena. Il cristianesimo rifiuta la concezione cartesiana della “res extensa”, che vede il mondo materiale come una macchina che procede da sola ed è indipendente dalla realtà trascendentale. È vero che il male scatena una sequela di reazioni deleterie ma ciò non accade per una forza immanente. Come testimoniano le Sacre Scritture, è Dio in fin dei conti Colui che ricompensa il bene e punisce il male. Osea lo racconta con l’immagine del sacchetto che racchiude i peccati di Israele e che Dio aprirà quando vorrà scatenare la sua ira: “L’iniquità di Efraim è chiusa in un sacco, il suo pacchetto è ben custodito” (13, 2). In ultima analisi la pena è sempre dominata dalla volontà di Dio che, con perfetta provvidenza e infinita misericordia, la subordina, amorevolmente, agli esiti salvifici.

La pena collegata al peccato ha una dimensione temporale e segna realmente l’esistenza terrena del peccatore. Dice il grande Chesterton: “Qualsiasi gesto quotidiano è, per il cattolico, una scelta drammatica di servire la causa del bene e del male, e questa breve vita terrena è intensamente spaventosa e preziosa”. Ogni peccato è una diminuzione dell’uomo perché gli impedisce di realizzarsi per ciò che è. Il peccato abbrutisce l’uomo giacché la pena è la negligenza che rende impacciati nel conoscere e compiere il bene. È come una frivolezza che limita la propria libertà morale; una compiaciuta arrendevolezza verso la bramosità del proprio ego; durezza del cuore che non lo rende malleabile alla volontà del Signore.

Il peccato mortale comporta, oltre alla suddetta pena temporale, anche una pena eterna. Esso è il rifiuto della vita che Cristo ci ha comunicato nel mistero della Redenzione. La vita in Dio è la felicità eterna e definitiva - che si sperimenta compiutamente dopo la morte terrena – ma il peccato mortale è una consapevole e deliberata decisione per la morte. Rifiutando la comunione con la Santissima Trinità e persistendo nella condizione che si è data peccando, ci si preclude l’amicizia con Dio e, infine, il paradiso. Invece, con il pentimento e con la grazia del perdono, i nostri peccati vengono lavati dal sangue di Cristo, e così si sciolgono anche le catene che ci tenevano fuori dalla vita eterna. 

Tutto ciò che significa? Che in fondo Dio non è poi così buono come si pensava? Assolutamente no: Dio è infinita bontà. Dio è amore! Dio è carità! Se si applica una lettura legalista e moralista alla teologia del castigo, allora si fraintende l’intero catechismo della Chiesa. E su questo bisogna stare molto attenti perché dell’immagine che si ha di Dio ne dipende la nostra fede. Dio si è rivelato pienamente in Gesù Cristo e l’immagine che meglio esprime l’essere di Dio è il Signore sofferente sulla croce, che ha preso su di sé i peccati del mondo per liberarci dalla schiavitù del peccato. Gesù “Vivendo insegnò a vivere e morendo rese sicuro il morire: è morto per risorgere ed ha fondato la speranza della resurrezione per coloro che muoiono” (San Bernardo di Chiaravalle). Si pensi infine a un buon padre che ama i suoi figli e, quando occorre, li castiga per istruirli; così anche Dio Padre agisce con noi.

Il santo timor di Dio è una grazia che aiuta a percorre la retta via della santificazione senza allontanarsi dal Signore, ma non è il motivo principale per amare Cristo, come ben chiarisce San Francesco Saverio: «Non per la speranza del paradiso, né per la paura dell'inferno ma per il modo in cui tu hai amato me, io ti amo e ti amerò».