L’Isola di San Giulio, madre Cànopi e le domande ineludibili
di Samuele Pinna
Durante il penultimo conclave Giacomo Biffi era intervenuto, come tutti i
porporati, con il tentativo di rincuorare il nuovo pontefice dinnanzi alle
sfide e alle responsabilità che lo attendevano.
Aveva, poi, citato – con la
sua tipica raffinata ironia – una striscia del fumetto di
Mafalda:
«“
Ho capito – diceva quella terribile e acuta ragazzina –; il mondo è pieno
di problemologi, ma scarseggiano i soluzionologi”» (
Memorie e digressioni di un italiano cardinale, p. 631).
Oltre
all’ilarità che inevitabilmente deve aver ingenerato nel collegio
cardinalizio, la frase si presta a seria riflessione. Cosa può salvare
questo mondo così contraddittorio? In cosa si devono impegnare coloro che si
dicono figli di Dio e della Chiesa? Dove rileggere la tangibile salvezza
portata da Gesù Cristo? Domande, queste, impegnative e insieme ineludibili.
Citando Dostoevskij, Giovanni Paolo II in una lettera indirizzata agli
artisti era persuaso che «la bellezza salverà il mondo», perché «
la
bellezza – scrive il santo Papa – è in un certo senso l’espressione
visibile del bene, come il bene è la condizione metafisica della bellezza»
(4 aprile 1999). Più prosaicamente, nel 2010, Ermanno Olmi – a motivo della
consegna del
David di Donatello alla carriera a Bud Spencer e
Terence Hill – ha scritto «che a salvare il mondo non sarà soltanto la
cultura, e neppure la bellezza, che pure è una piacevolissima opportunità,
ma che potremo davvero scampare al declino di civiltà se sapremo praticare
la strada maestra della gioia».
Pochi giorni fa mi sono recato all’Isola di San Giulio sul lago Orta dove
vive una nutrita comunità di monache benedettine (una settantina)
capitanate dalla madre Anna Maria Cànopi, molto conosciuta fuori dalle mura
del monastero a motivo dei suoi libri di altissima spiritualità cristiana.
Mi trovavo in quei luoghi ameni perché ho accompagnato una persona che,
dopo un serio discernimento, ha iniziato il cammino oblativo presso quella
comunità. Era un passaggio e un arrivederci: quell’anima era ora affidata a
una madre figlia di san Benedetto per proseguire il suo cammino di santità.
Per me che l’ho diretta c’era tanta gioia spirituale nel vedere la grazia
che lavora anche e nonostante le nostre incapacità di guida e ci fa
accompagnatori di vite, dove non sai mai quanto aiuto stai realmente dando
a chi si è affidato a te ma riconosci la grazia e un disegno più grande e
fantasioso.
L’Isola di San Giulio è ora un posto suggestivo, ma quando le prime monache
vi arrivarono nel 1973 si trovarono davanti a un posto desolante e
desolato. Si trattava dell’antico Seminario ormai abbandonato da tempo. Ma
si sa, i monaci, nei luoghi in cui arrivano, abbelliscono o bonificano il
territorio: e allora oggi si può vedere qualcosa di splendido laddove
prima, per tanto tempo, sembrava regnare solo l’abbandono.
Tra i regali vissuti, l’incontro con la Madre badessa è ciò che mi ha molto
arricchito e mi ha fatto riflettere su una possibile risposta alle domande
succitate. Durante il delizioso colloquio mi è parso, quel giorno, di
essermi trovato dinnanzi a una persona santa. Una donna di grande
profondità spirituale, con uno sguardo umanissimo eppure così decisamente
sciolto nel divino, lei che ha detto con verità che «tutte le situazioni in
cui veniamo a trovarci durante la nostra esistenza sono quelle che il Padre
ha predisposto per dipingere in noi l’icona di Colui che è il Santo, il
Figlio eletto, prediletto e amato». Quale vigore in una donnina anziana di
età eppure così giovane nello sguardo e nel cuore, all’apparenza fragile ma
in realtà (di un realismo “caravaggesco”, direi) tenace e forte come una
vecchia quercia profondamente radicata nel terreno solido (della fede) e
dalle fronde alte e possenti (vicine a Dio). Un’oretta di colloquio volato
via e interrotto solo per andare in chiesa a recitare l’Ora Sesta.
Di là dall’esperienza personale toccante, mi è sembrato di incontrare una
persona che con la sua vita può in qualche modo rispondere, risolvendole,
alle domande di cui sopra.
La bellezza che rimanda al più bello tra i figli dell’uomo, la gioia «come condivisione di
sentimenti di pace – è ancora Olmi a parlare –, poiché una bella, raffinata
e onesta risata è anch’essa a pieno titolo opera d’arte, che fa bene allo
spirito, e alla cultura e anche alla salute», sono strade per la salvezza.
Queste e altre vie, però, possono essere tenute insieme solo da una
autentica spiritualità cristiana: abbiamo necessità di abbandonare l’uomo
psichico, secondo la distinzione di san Paolo, e riscoprire quello
pneumatico. Dobbiamo farci avvolgere dallo Spirito, così che
infiammi il nostro cuore e ci dia la capacità di vedere la realtà come il
Padre e di agire come il Figlio. Il nostro mondo, oramai così stanco di
guardare in alto, si è dimenticato della potenza della grazia (forse anche
molti battezzati sono dimentichi di ciò).
Abbiamo vòlto il nostro interesse
altrove, il nostro affanno non ha posa e la ricerca risulta sempre
inconcludente. E allora c’è divisione, incomprensione, egoismo: incapacità
di assumere le responsabilità (che possono essere anche gravami ma che
rendono più saporosa la vita), difficoltà di accettare la sofferenza, che
invero colpisce ogni uomo. «Poiché l’essere uno con Cristo – ha scritto
Edith Stein – è la nostra beatificazione sulla terra, l’amore per la croce
non è affatto in contraddizione con la gioia del nostro essere figli di
Dio. Dare il nostro contributo a portare la croce di Cristo è fonte di una
letizia forte e pura» (
Alcune riflessioni per la festa di san Giovanni della Croce, p.
278). E madre Cànopi, soffermandosi su queste parole, rileva come «la gente
di ogni parte del mondo oggi cerca la soluzione del problema umano nel
progresso scientifico e nel benessere, nel successo politico, professionale
e nell’immediata soddisfazione dei bisogni e delle passioni. Accade perciò
che, mentre ciascuno invano cerca di difendersi egoisticamente dal
sacrificio e dal dolore, in realtà provoca situazioni di inaudita
sofferenza a se stesso e agli altri» (
Lettera a Edith Stein, pp.
30-31). È la parola della Croce, predicata con fierezza e veemenza
dall’Apostolo, che permette di amare in modo vero: «soffrire – scrive
ancora santa Teresa Benedetta della Croce – e nella sofferenza essere
beati; stare sulla terra e tuttavia sedere in trono con Cristo alla destra
del Padre; piangere e ridere con i figli di questo mondo e cantare senza
posa la lode di Dio con i cori degli angeli, questa è la vita dei
cristiani, fino a che sorga l’alba dell’eternità» (p. 279).
Tutti abbiamo necessità di riscoprire un’autentica spiritualità, nessuno
escluso, perché l’uomo, tutto l’uomo nella sua integrità (spirito, anima e
corpo), possa essere di Cristo. «Lo Spirito Santo – ha affermato ancora
madre Cànopi – vivifica, santifica, trasforma, divinizza, è la forza
dell’amore che sempre crea, sempre rinnova, è la fiamma divina che pervade
tutte le creature, e specialmente il cuore dei credenti».
Sì, soltanto una reale spiritualità cattolica, fatta di bello, di bene e di
verità, salverà il mondo già redento dal prezioso sangue della Croce!