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08 marzo 2020

Preghiera ai santi Medici Cosma e Damiano contro l'epidemia


Gli amici di Messainlatino.it ci ricordano che oggi è la memoria liturgica di San Giovanni di Dio, fondatore dei Fatebenefratelli.
Fra i santi medici ricordiamo Cosma e Damiano, di cui potete trovare una biografia qui. Dunque è giusto invocare anche il loro aiuto, chiedendo di intercedere per un ammalato in difficoltà e per la fine dell'epidemia che sta mettendo in difficoltà il Nord Italia.
Invochiamo inoltre i due santi affinché assicurino la loro protezione a Medici, infermieri e paramedici, in prima linea nel fronteggiare il contagio e quindi più esposti.


O gloriosi santi Medici Cosma e Damiano, con umiltà e confidenza di figli devoti, ci prostriamo fiduciosi innanzi alle vostre immagini per implorare il vostro potente patrocinio. La pietà, che sempre avete usato verso i sofferenti, ci anima a raccomandarvi caldamente il nostro povero infermo... Ridonategli la salute. Una sola vostra parola può recargli sollievo e può ottenergli dal Signore la sospirata grazia. Accogliete, benevoli, le nostre suppliche ed esauditeci. Gloria al Padre... 

O coraggiosi Martiri, conoscendo noi i singolari carismi, di cui vi arricchì il buon Gesù per il bene spirituale e temporale dei vostri fratelli, nutriamo piena fiducia di ottenere, per vostro mezzo, la grazia che vi domandiamo.Il Divino Redentore, che attraversò la Palestina beneficando tutti e sanando gli infermi, non potrà certo rigettare i nostri gemiti, se le nostre preghiere saranno avvalorate dalla vostra intercessione. Supplicate il Signore per l'ammalato che a voi raccomandiamo, e mostrate ancora una volta che siete i generosi benefattori dell'umanità sofferente. Gloria al Padre... 

O potenti Santi, il vostro cuore, sempre infiammato di quel sacro fuoco che il Redentore venne a portare sulla terra per la salvezza dell'umanità, non rimandò mai privo di consolazione chi a voi ricorse con fede nelle tribolazioni della vita. Saremo forse noi soli esclusi dai vostri benefici? È vero, non ne siamo meritevoli. Ma, poiché è grande il vostro potere presso Dio, siamo sicuri che non resteremo delusi nelle nostre speranze. Benedite, dunque, il nostro infermo, come un giorno Gesù benedisse gli infelici che ne imploravano il soccorso, e, con la salute dello spirito, ridonategli presto quella del corpo. Sarà questa un'altra prova della vostra inesauribile carità, un altro titolo per la nostra profonda e sincera gratitudine. Gloria al Padre... 


 

18 settembre 2019

Preghiera per la Chiesa. 5 ottobre 2019

5 ottobre 2019: Tutti a Roma!
Largo Giovanni XXIII, ore 14.30
Preghiamo per la Chiesa!


Era il venerdì santo del 2005 e l’allora cardinal Joseph Ratzinger, che di lì a pochissimo sarebbe divenuto papa, pronunciava parole inequivocabili: “Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!...”.
Divenuto papa, Benedetto XVI si recò a Fatima e l’11 maggio 2010, ai giornalisti che chiedevano lumi riguardo al messaggio della Vergine, disse: “le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa… oggi lo vediamo in modo realmente terrificante: che la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa...”.
Da cardinale e da papa, insomma, Benedetto ha voluto ricordare che vi sono uomini nella Chiesa che non sono “della Chiesa”, che non vi appartengono realmente; “i cattivi e gli ipocriti che si trovano nella Chiesa”, aggiungeva sant’Agostino nel De Civitate Dei, diverranno un giorno la maggioranza, secondo la profezia di san Paolo nella seconda lettera ai Tessalonicesi.

Noi, un gruppo di amici cattolici, laici e consacrati, vogliamo allora pregare - insieme a chi vorrà unirsi - il più possibile vicino alla tomba di San Pietro, dove i papi, con poche eccezioni, hanno sempre voluto risiedere, chiedendo a Dio la grazia:

1) che cessino gli scandali sessuali ed economici che deturpano il volto della Chiesa e che gli ecclesiastici coinvolti in detti scandali non siano promossi a posizioni di comando ma al contrario rimossi ed invitati al pentimento;
2) che non venga adulterato il depositum fidei, di cui nessuno, nella Chiesa di Cristo, neppure il pontefice, è padrone;
3) che le famiglie religiose, i vescovi, i sacerdoti, i professori fedeli a Cristo e alla Chiesa non vengano più commissariati, perseguitati, destituiti senza accuse concrete e verificate, per il solo motivo del loro attaccamento alla “fede di sempre”;
4) che la gerarchia ecclesiastica sia coraggiosa nel predicare il Vangelo e che additi come esempio ai fedeli i suoi santi, non coloro che la hanno divisa e lacerata (come il monaco Martin Lutero, nel passato), o chi combatte la Vita ogni giorno, sostenendo aborto, droga libera, eutanasia… (come Emma Bonino, nel presente);
5) che la priorità di chi guida la Chiesa sia annunciare la fede in Gesù Cristo Salvatore, lasciando a “Cesare ciò che è di Cesare”, ed evitando di improvvisarsi sociologi, politologi, climatologi... tuttologi;
6) che gli uomini di Chiesa non cessino di proclamare i “principi non negoziabili”, in particolare la difesa della vita e della famiglia, venendo a patti con la cultura di morte e l’ideologia gender;
7) che non si confondano più l’amore per il Creato con l’ecologismo pagano e panteista, nè la “misericordia” di Dio con il relativismo morale e l’indifferentismo religioso;
8) che si ascolti il grido che viene dalla chiesa africana (“L’Occidente non illuda i nostri giovani con falsi miti e false promesse!”) e dalle chiese dell’Europa dell’Est, che ripetono, con Giovanni Paolo II, che “anche la patria è per ciascuno, in un modo molto vero, una madre” e che la “difesa della propria identità” non ha nulla a che vedere con il nazionalismo o altre aberrazioni;
9) che i cattolici cinesi, come più volte denunciato dal cardinale Zen Ze-kiun, non siano sacrificati al regime dittatoriale comunista in nome di accordi impossibili ed iniqui;
10) che i cristiani perseguitati nel mondo, che affrontano torture e morte in nome di Cristo, non debbano più sentir dire, da Roma, che Allah e Gesù Cristo sono il “medesimo Dio”.

 

10 febbraio 2018

Benedetto sulla via di Casa, nel silenzio

di Gregorio
Ha destato commozione la lettera che Benedetto XVI ha inviato a Massimo Franco qualche giorno fa. Al giornalista che chiedeva, per conto dei lettori, notizie riguardo la sua salute, l'Emerito ha risposto con nove righe, che sembrano poco, ma in realtà dicono tutto.


"Caro dott. Franco - scrive - mi ha commosso che tanti lettori del Suo giornale desiderino sapere come trascorro quest'ultimo periodo della mia vita. Posso solo dire a riguardo che, nel lento scemare delle forze fisiche, interiormente sono in pellegrinaggio verso Casa. È una grande grazia per me essere circondato in quest'ultimo pezzo di strada a volte un po' faticoso, da un amore e una bontà tali che non avrei mai potuto immaginare"

Ratzinger vive ritirato e nel silenzio, dopo essere stato alla ribalta della cronaca mondiale e dopo essere stato un punto di riferimento per miliardi di persone. Eppure, dopo la baraonda, ha scelto l'eremo. Una lezione, forse la più importante della sua vita, che riconduce all'essenza dell'esperienza cristiana. Il cattolicesimo, in particolare, è un incontro con il silenzio dell'eternità, l'abbandono del rumore mondano. Solo nel silenzio si può infatti incontrare Dio e ricucire quel legame con Lui che il Mondo sta cercando di recidere. 

La Forza del Silenzio, libro del Cardinale Sarah, aiuta a capire il perchè della scelta di Benedetto. Lo stesso Gesù, vissuto 30 anni nel silenzio, si ritirava spesso a pregare da solo. Consci di questo, gli eremiti e i monaci vivono nella preghiera e nella contemplazione. Così il Papa Emerito ha scelto anche lui l'opzione Benedetto (il Santo della Regola). Non è necessario infatti un attivismo sfrenato per essere cristiani, anzi il cardinale africano definisce il continuo attivismo, quello di chi non si ferma mai neanche per dire due preghiere e per ringraziare, una vera e propria eresia.

Molti simpaticoni in questi giorni ci scrivono ancora che Benedetto XVI ci avrebbe abbandonati al nostro destino, un pensiero che data la situazione può essere lecito. Ma la preghiera incessante e potente di un monaco silenzioso fa più di molte pagliacciate. Tutti noi dovremmo ricordarlo e pregare di più, ricercando il raccoglimento di una chiesa silenziosa.


 

20 dicembre 2017

"Non è una musica per vecchi". Riflessioni sull'ultimo concerto di Riccardo Masseni


di Francesco Chiantera

Ci sono giorni in cui una persona attende, attende che qualcosa arrivi e doni colore alla vita. Basta poco, anche una semplice nota cantata da una voce celestiale. L’ultimo concerto di Riccardo Masseni come voce bianca è stato un momento del genere. Inutile parlare della bravura del ragazzo, è stata l’ennesima conferma che il talento, se curato, porta frutto. È sempre difficile giudicare l’esecuzione della musica sacra decontestualizzata, ma il parametro migliore è quello di ritrovarsi in costante preghiera durante l’esecuzione. La cosa sorprendente, alla fine di questo concerto, è che la musica nobilita l’uomo, e con esso tutto l’ingegno umano. Dove non arriva l’uomo, arriva Dio. Ecco, la musica è questo, ma per raggiungere un livello del genere ci vuole una completa compenetrazione dell’artista con il testo che sta cantando. È sempre un dolore dirlo, ma è un fatto assai raro nel panorama musicale odierno, specialmente in ambito liturgico. La musica sacra è viva, pulsa, non è una musica per vecchi, è per giovani. Riccardo ne è un esempio. Purtroppo la musica sacra viene spesso ridotta a teatrino liturgico che puzza di muffa, e che di certo impoverisce la liturgia, quando in realtà è strumento privilegiatissimo di servizio della Messa. I brani proposti sono indice di un amore, da parte dei nostri padri, per una realtà grande, buona e salvifica come il servire la liturgia. Riccardo con il suo concerto è barlume di speranza in questo periodo buio, e con esso ne consegue la riscoperta di un patrimonio musicale nostro, al quale bisogna donare ogni nostro sforzo. Il cuore, dopo questa serata, esce traboccante di gioia e di lode al buon Dio per il magnifico dono della musica e dell’ingegno umano. Il viso commosso del ragazzo, a fine concerto, trasmette tutta la bellezza della musica sacra e insieme fa nascere l'ipotesi che essa possa essere amata e apprezzata da tutti. I temi che il giovane Masseni ci propone in questo concerto, sono in linea con la nostra attesa d’Avvento, utile per capire cosa aspettiamo noi dalla vita. La certezza di salvezza dal nostro nulla, magistralmente descritta dalla magnificenza dei brani cantati. Particolare la scelta di un Lieder di Mahler, tratto dalla IV sinfonia, in cui viene narrato con una dolcezza straziante l’arrivo di un bimbo in Paradiso, il quale descrive le sensazioni provate nel vedere le schiere degli angeli e la semplicità della vita in paradiso, in pace e sempre rigogliosa di ogni bene. (Dal mezzo della strada, le bestiole corron dentro in cucina qui da noi. E se un giorno di magro poi verrà, tutti i pesci, con gioia, a galla nuoteranno!). "Se non ritornerete come bambini non entrerete mai" è il monito, essere ripresi con amore da Mahler è opera della grazia divina. L’unica e l’ultima cosa da fare è rallegrarsi e ringraziare con tutta la propria arte per i doni ricevuti, pregustando ciò che avverrà la notte tra il 24 e il 25 dicembre. Con questo articolo faccio un augurio per fecondo periodo d’avvento e una lunga carriera al piccolo Riccardo.



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19 dicembre 2017

Ero Cras: le antifone di Avvento

di Francesco Apponi


"(Ci) Sarò domani": questo l'acrostico risultato dell'unione della prima lettera della seconda parola delle antifone maggiori di Avvento o in O. Queste antifone sono preludio al canto del Magnificat dei Vespri, la preghiera serale della Chiesa, nel tempo di Avvento, dal 17 al 23 dicembre, in preparazione alla nascita del Salvatore e risalgono a circa l'anno 600, epoca di papa San Gregorio Magno.

Con un incedere sempre più rapido, la Chiesa prega il suo Signore di venire nel mondo, glielo ripete incessantemente, sempre di più, fino al culmine della vigilia di Natale, in un susseguirsi frenetico di invocazioni intessute di riferimenti scritturali.
Non potendo analizzarne il testo in modo esaustivo e per ciascuna, diciamo subito che queste sono dette "in O" perché iniziano tutte per questa lettera, che da l'idea dell'invocazione, del chiamare: Cristo risolleva dalla polvere e dal peccato l'uomo creato a Sua immagine e somiglianza, tramite l'assunzione della natura umana, della carne, per poterci riscattare essendo anche vero Dio.
Questo l'inizio delle antifone: O Sapientia, O Adonai, O Radix Jesse, O Clavis David, O Oriens, O Rex Gentium, O Emmanuel. L'acrostico è al contrario, cioè si parte dall'antifona del 23 dicembre e si risale fino a quella del 17.

Ogni parola di questi piccoli versetti si rifà alla Bibbia, e al Nuovo e all'Antico Testamento, e come ne risultano due parole, possiamo dividere le antifone per la loro analisi in due gruppi, anche qui con un climax ascendente che più si avvicina il momento del Natale più si fa roboante:
- le prime quattro, che formano l'acrostico al rovescio CRAS, si rifanno all'Antico Testamento. La Sapienza invocata è Cristo che viene a liberarci dai legami dell'ignoranza e dell'errore (O Sapientia) e che tutto ha disposto con braccio potente per salvarci fin dal momento della creazione; poi si passa all'invocazione propriamente ebraica di Adonai, Signore, riferendosi al libro dell'Esodo quando Mosè ricevette le tavole della Legge (O Adonai); la terza, O Radix Jesse, è un esplicito riferimento a Isaia 11,10, quando afferma che sorgerà il germoglio messianico promesso da Dio alla casa d'Israele; l'ultima, O Clavis David, prosegue questa descrizione del Messia davidico insistendo non tanto sulla figura di questo in sè, come l'antifona precedente, ma sul suo potere assoluto di chiudere ed aprire cui nessuno può opporsi.
- le ultime tre, che formano l'acrostico al rovescio ERO, si rifanno più al Nuovo Testamento. S'inizia subito con O Oriens, riferendosi al Benedictus di Zaccaria (visitavit nos Oriens ex alto), il canto che il padre del Battista fa lodando il Signore per la nascita dell'ultimo profeta e precursore di Gesù; la seconda O Rex Gentium ci parla del Sovrano che, atteso da tutte le genti, è la pietra angolare, come ci ricorda San Paolo agli Efesini, che riunisce tutti in uno; infine l'ultima, O Emmanuel, in cui viene riconosciuto nel Dio-con-noi il Re, il legislatore supremo e il Signore nostro Dio.
Oltre ad iniziare per O, tutte quante contengono l'invocazione Veni, ben accentuato nel canto gregoriano. Inoltre quella del 21 dicembre, solstizio d'inverno, richiama la luce (O Oriens) a significare proprio come anche il cosmo partecipa di quella Luce ben più alta e più importante che è Dio per l'uomo. 



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07 dicembre 2017

Cambio del Padre Nostro. Una polpetta al cianuro


di Francesco Filipazzi
 
Questo pontificato regala sempre nuove emozioni a quei cattolici che, come noi, non chiedevano altro, fino a pochi anni fa, di vivere la propria fede concretamente e in linea con la bimillenaria tradizione cristiana. L'ultima trovata è quella di "cambiare il Padre Nostro" perché tutti gli altri fino ad oggi erano dei deficienti, non si erano accorti che la "traduzione dal greco era sbagliata", che "Dio non può indurre in tentazione perché il tentatore è Satana". Dunque si dirà "non abbandonarci alla tentazione".

Il livello di ciarpameria è elevatissimo, come sempre, dato che l'assunto che sottostà a questa decisione è abbastanza infantile. "Non ci indurre in tentazione", come spiegava nei suoi libri Benedetto XVI, vuol dire "mettici alla prova secondo le nostre possibilità", dato che è sì il Demonio che tenta, ma ogni sua opera è in un ambito di "tolleranza" divina. D'altronde il povero Giobbe ne sapeva qualcosa, ma a quanto pare anche quel libro dell'Antico Testameno è sbagliato, va rifatto da capo. Giobbe si è fatto una scampagnata e alla fine era fresco e riposato. Lo stesso Gesù, che secondo il Vangelo venne condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato, ha sbagliato tutto, il Vangelo secondo Jorge Mario dice altro. D'altronde, se siamo già salvi senza impegnarci, senza fare un tubo, senza pentirci, perché mai dovremmo essere messi alla prova? Mistero della fede, anzi della sede (petrina).

E' chiaro che a agli innovatori e velocizzatori, del Padre Nostro non interessa nulla, ma i fini di questa decisione, di cui nessuno sentiva il bisogno, sono ben altri. Nell'immediato, essendo Bergoglio in calo di presenza sui media e dopo il disastro del viaggio birmano, serve un modo per finire un po' sui giornali, per motivi diversi dalle grane dello IOR.

Nel lungo periodo, il cambio del Padre Nostro serve a ribadire che tutto è in discussione, niente può sfuggire alla mannaia devastatrice del nuovo corso. Il passo successivo sarà probabilmente il Credo, che ad oggi è un po' poco ecumenico. Anche prima dell'introduzione del Novus Ordo si iniziò facendo piccoli cambiamenti qua e là, ad esempio cambiando il canone, giungendo poi dove ben sappiamo.
Dunque, in attesa che anche la frase "dai loro frutti li riconoscerete" venga modificata nella prossima edizione della Bibbia Cei, continuiamo a riconoscere i frutti ben poco commestibili della rivoluzione nella Chiesa. Il veleno è sempre più in circolo e rende il corpo sempre più malato.



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19 ottobre 2017

Il finimondo per un’Ave Maria



di Giuliano Guzzo

Ci vuole davvero coraggio, oggi, per un’Ave Maria. Certamente ne ha avuto la docente di glottologia dell’università di Macerata che, venerdì scorso, unendosi a un’iniziativa prevista alle 17:30 in tutta la penisola, ha interrotto la lezione invitando (non certo costringendo) gli studenti che se la sentivano a recitare un’Ave Maria. Un simile gesto, infatti, coi tempi che corrono non sarebbe potuto non costare a Clara Ferranti, questo il nome della professoressa, un’ondata di critiche, subito giunte da più parti, rettore in testa, il quale ha stigmatizzato l’accaduto – ricorrendo, senza avvedersene, al frasario clericale in voga – quale esempio di quei «gesti divisivi» da lasciarsi alle spalle.

Fortunatamente il vescovo locale, Nazzareno Marconi, ha saputo ironizzare («Chiediamo scusa per aver destabilizzato la serenità di un’Università»), anche se è indubbio come l’interruzione della docente – ancorché esauritasi in 25 secondi, tempo che non di rado, nell’arco di una lezione, i professori universitari dedicano ad altro rispetto alla condivisione del loro sapere – sia stata irrituale e in effetti, sotto diversi punti di vista, inopportuna. Non occorre tuttavia fantasia per immaginare che se la stessa docente avesse interrotto la medesima la lezione per un coming out, una filippica contro il razzismo o un breve comizio a favore dello ius soli, le cose sarebbero andate diversamente.
Avremmo difatti avuto la professoressa coccolata dai media, devotamente intervistata da testate cattoliche à la page e invitata a qualche iniziativa di partito (vi lascio indovinare quale) o da un’alta carica dello Stato particolarmente sensibile a questi temi (vi lascio immaginare chi). Invece, essendo l’interruzione lampo della lezione stata dovuta a una semplice preghiera, gli eventi hanno preso ben altra piega, con la donna finita al centro di polemiche e nel mirino di studenti letteralmente scandalizzati. Per la verità, agli indignados si potrebbe rammentare che l’università, a loro dire così minacciata da quei 25 secondi di un’Ave Maria, mai sarebbe esistita senza il medioevo cristiano. Ma dinnanzi a simili esempi di “cultura”, meglio non infierire.

https://giulianoguzzo.com/2017/10/18/il-finimondo-per-unave-maria/


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29 luglio 2017

"Come punizione, vai a pregare!"


di Donizetti

Crescendo in oratorio e in parrocchia mi é capitato di imbattermi in una esperienza che a qualche anno di distanza mi ha fatto dare un giudizio sulla realtà e sulle cose.

Da piccoli si é vivaci e birbanti. Chi non ha fatto mai infuriare la propria suora facendo qualche scherzo alle femmine? Chi non ha fatto mai arrabbiare il proprio don combinandola grossa durante l’oratorio estivo? Persino da catechista ci si é arrabbiati per il comportamento di qualche ragazzino impertinente, e magari il proprio collega di dottrina ha ripreso puntualmente il malfattore, reo di aver tirato qualche matita durante la spiegazione del passaggio di Mosé al Mar Rosso.

Il fatto preoccupante, la cosa sbalorditiva che oggi giudico con fermezza era la minaccia usata. Il più delle volte la repentina minaccia suonava così “Basta! Hai esagerato, adesso per punizione pregherai con me un rosario”; oppure “per punizione vai 5 minuti in chiesa”.

Che la punizione usata fosse sempre stata la preghiera mi suonava già allora male. Ma come? Un prete, una suora, un catechista quale concezione avevano della preghiera e della punizione? Ora da adulto mi sbalordisce davvero come ci fosse stata una coincidenza tra le due realtà.

Anzi adesso quella realtà  mi fa proprio affermare che forse quel prete, o quella suora avessero un rapporto molto brutto con la preghiera se addirittura la usavano come possibile castigo, da scagliare contro qualche bambino un po’ troppo esuberante.

Davvero forse lo abbiamo respirato negli anni della nostra infanzia, durante il catechismo: una concezione pessima, brutta, negativa della preghiera. Se proprio da coloro che si erano dedicati nella loro vita al rapporto col Signore, e al servizio e della Chiesa, veniva una visione così brutta della fede e del proprio rapporto con Dio, non mi sorprende ora come tanti giovani vedano un flagello venire a messa, una condanna la preghiera del rosario, una camera delle torture la navata di una chiesa. Sono nato negli anni ‘80, quindi non sto parlando dei metodi, duri (ma senza dubbio disciplinanti) prima del ‘68…ma forse proprio il frutto di quella falsa rivoluzione modernista che ha fatto odiare l’abito talare ai preti, le devozioni popolari, e la preghiera (intesa anche come preghiere del buon cristiano da recitarsi mattina e sera) é ciò che dobbiamo cogliere da quel “come punizione ti fermi e dirai un rosario”.

Chi vi parla ora é coinvolto direttamente nell’educazione alla fede dei più piccoli…Mai mi sognerei di dare una simile punizione ( una ragazza adolescente, che ebbe un comportamento assai maleducato, sivantò davanti a me di non aver mai ricevuto punizioni dai propri genitori - Sigh!-) per far capire l’esagerazione avvenuta…piuttosto ho visto che ritirare il cellulare (vero vitello d’oro dei nostri giorni) ottiene effetti rieducativi (ovviamente spiegando il perché del provvedimento preso. Non mi si venga a dire che sono metodi inefficaci. Anche il nostro ordinamento giuridico prevede una sanzione per ogni trasgressione.)

Non sto dicendo che la preghiera é naturale e facile, anzi bisogna educare al sacrificio della preghiera: ce lo dice il salmo “le mie manzi alzate come sacrificio di lode nella sera”(salmo 141); ma passare l’idea per cui la preghiera sia una punizione r che si abbatta su di noi se abbiamo fatto qualcosa di male é profondamente sbagliato, direi luciferino. Certo, se i nostri ragazzi vengo fatti crescere a messe show, con battimani e chitarra ritmate, anziché a quello che la messa é: il sacrificio di Cristo sulla Croce, non possiamo lamentarci se arrivati alle superiori sarà impossibile fargli battere le mani come al circo, o fargli cantare canti bambineschi che inneggiano a camminare sulla strada del Signore quasi fosse la parata del circo Togni…ma questo è un altro tema che mi appassiona molto e di cui scriverò più avanti.

Per intanto mi basta lanciare questo messaggio a tutti coloro che hanno a cuore l’educazione dei fedeli: che concezione hai del tuo rapporto con Dio nella preghiera? É una punizione? O é un momento bello, seppur faticoso -perché toglie il tempo al mostro del nostro ego e lo dá a un Altro- che passiamo con Colui che ha dato e dá tutto il suo tempo per noi? Anche Dio ha pensato che la creazione dell’uomo fosse stata uno sbaglio (Diluvio) e si é ricreduto, mandando a morire Suo Figlio per noi…forse anche noi ricredendoci dobbiamo affermare che la vera punizione sarà stare lontano da quel Dio che ci ama, non potendo pregarlo più.
 

24 luglio 2017

Ci salverà una reale spiritualità cattolica!

L’Isola di San Giulio, madre Cànopi e le domande ineludibili


di Samuele Pinna
Durante il penultimo conclave Giacomo Biffi era intervenuto, come tutti i porporati, con il tentativo di rincuorare il nuovo pontefice dinnanzi alle sfide e alle responsabilità che lo attendevano.

Aveva, poi, citato – con la sua tipica raffinata ironia – una striscia del fumetto di Mafalda: «“Ho capito – diceva quella terribile e acuta ragazzina –; il mondo è pieno di problemologi, ma scarseggiano i soluzionologi”» ( Memorie e digressioni di un italiano cardinale, p. 631).

Oltre all’ilarità che inevitabilmente deve aver ingenerato nel collegio cardinalizio, la frase si presta a seria riflessione. Cosa può salvare questo mondo così contraddittorio? In cosa si devono impegnare coloro che si dicono figli di Dio e della Chiesa? Dove rileggere la tangibile salvezza portata da Gesù Cristo? Domande, queste, impegnative e insieme ineludibili. Citando Dostoevskij, Giovanni Paolo II in una lettera indirizzata agli artisti era persuaso che «la bellezza salverà il mondo», perché «la bellezza – scrive il santo Papa – è in un certo senso l’espressione visibile del bene, come il bene è la condizione metafisica della bellezza» (4 aprile 1999). Più prosaicamente, nel 2010, Ermanno Olmi – a motivo della consegna del David di Donatello alla carriera a Bud Spencer e Terence Hill – ha scritto «che a salvare il mondo non sarà soltanto la cultura, e neppure la bellezza, che pure è una piacevolissima opportunità, ma che potremo davvero scampare al declino di civiltà se sapremo praticare la strada maestra della gioia».

Pochi giorni fa mi sono recato all’Isola di San Giulio sul lago Orta dove vive una nutrita comunità di monache benedettine (una settantina) capitanate dalla madre Anna Maria Cànopi, molto conosciuta fuori dalle mura del monastero a motivo dei suoi libri di altissima spiritualità cristiana. Mi trovavo in quei luoghi ameni perché ho accompagnato una persona che, dopo un serio discernimento, ha iniziato il cammino oblativo presso quella comunità. Era un passaggio e un arrivederci: quell’anima era ora affidata a una madre figlia di san Benedetto per proseguire il suo cammino di santità. Per me che l’ho diretta c’era tanta gioia spirituale nel vedere la grazia che lavora anche e nonostante le nostre incapacità di guida e ci fa accompagnatori di vite, dove non sai mai quanto aiuto stai realmente dando a chi si è affidato a te ma riconosci la grazia e un disegno più grande e fantasioso.

L’Isola di San Giulio è ora un posto suggestivo, ma quando le prime monache vi arrivarono nel 1973 si trovarono davanti a un posto desolante e desolato. Si trattava dell’antico Seminario ormai abbandonato da tempo. Ma si sa, i monaci, nei luoghi in cui arrivano, abbelliscono o bonificano il territorio: e allora oggi si può vedere qualcosa di splendido laddove prima, per tanto tempo, sembrava regnare solo l’abbandono.
Tra i regali vissuti, l’incontro con la Madre badessa è ciò che mi ha molto arricchito e mi ha fatto riflettere su una possibile risposta alle domande succitate. Durante il delizioso colloquio mi è parso, quel giorno, di essermi trovato dinnanzi a una persona santa. Una donna di grande profondità spirituale, con uno sguardo umanissimo eppure così decisamente sciolto nel divino, lei che ha detto con verità che «tutte le situazioni in cui veniamo a trovarci durante la nostra esistenza sono quelle che il Padre ha predisposto per dipingere in noi l’icona di Colui che è il Santo, il Figlio eletto, prediletto e amato». Quale vigore in una donnina anziana di età eppure così giovane nello sguardo e nel cuore, all’apparenza fragile ma in realtà (di un realismo “caravaggesco”, direi) tenace e forte come una vecchia quercia profondamente radicata nel terreno solido (della fede) e dalle fronde alte e possenti (vicine a Dio). Un’oretta di colloquio volato via e interrotto solo per andare in chiesa a recitare l’Ora Sesta.

Di là dall’esperienza personale toccante, mi è sembrato di incontrare una persona che con la sua vita può in qualche modo rispondere, risolvendole, alle domande di cui sopra. La bellezza che rimanda al più bello tra i figli dell’uomo, la gioia «come condivisione di sentimenti di pace – è ancora Olmi a parlare –, poiché una bella, raffinata e onesta risata è anch’essa a pieno titolo opera d’arte, che fa bene allo spirito, e alla cultura e anche alla salute», sono strade per la salvezza. Queste e altre vie, però, possono essere tenute insieme solo da una autentica spiritualità cristiana: abbiamo necessità di abbandonare l’uomo psichico, secondo la distinzione di san Paolo, e riscoprire quello pneumatico. Dobbiamo farci avvolgere dallo Spirito, così che infiammi il nostro cuore e ci dia la capacità di vedere la realtà come il Padre e di agire come il Figlio. Il nostro mondo, oramai così stanco di guardare in alto, si è dimenticato della potenza della grazia (forse anche molti battezzati sono dimentichi di ciò).

Abbiamo vòlto il nostro interesse altrove, il nostro affanno non ha posa e la ricerca risulta sempre inconcludente. E allora c’è divisione, incomprensione, egoismo: incapacità di assumere le responsabilità (che possono essere anche gravami ma che rendono più saporosa la vita), difficoltà di accettare la sofferenza, che invero colpisce ogni uomo. «Poiché l’essere uno con Cristo – ha scritto Edith Stein – è la nostra beatificazione sulla terra, l’amore per la croce non è affatto in contraddizione con la gioia del nostro essere figli di Dio. Dare il nostro contributo a portare la croce di Cristo è fonte di una letizia forte e pura» ( Alcune riflessioni per la festa di san Giovanni della Croce, p. 278). E madre Cànopi, soffermandosi su queste parole, rileva come «la gente di ogni parte del mondo oggi cerca la soluzione del problema umano nel progresso scientifico e nel benessere, nel successo politico, professionale e nell’immediata soddisfazione dei bisogni e delle passioni. Accade perciò che, mentre ciascuno invano cerca di difendersi egoisticamente dal sacrificio e dal dolore, in realtà provoca situazioni di inaudita sofferenza a se stesso e agli altri» (Lettera a Edith Stein, pp. 30-31). È la parola della Croce, predicata con fierezza e veemenza dall’Apostolo, che permette di amare in modo vero: «soffrire – scrive ancora santa Teresa Benedetta della Croce – e nella sofferenza essere beati; stare sulla terra e tuttavia sedere in trono con Cristo alla destra del Padre; piangere e ridere con i figli di questo mondo e cantare senza posa la lode di Dio con i cori degli angeli, questa è la vita dei cristiani, fino a che sorga l’alba dell’eternità» (p. 279).
Tutti abbiamo necessità di riscoprire un’autentica spiritualità, nessuno escluso, perché l’uomo, tutto l’uomo nella sua integrità (spirito, anima e corpo), possa essere di Cristo. «Lo Spirito Santo – ha affermato ancora madre Cànopi – vivifica, santifica, trasforma, divinizza, è la forza dell’amore che sempre crea, sempre rinnova, è la fiamma divina che pervade tutte le creature, e specialmente il cuore dei credenti».

Sì, soltanto una reale spiritualità cattolica, fatta di bello, di bene e di verità, salverà il mondo già redento dal prezioso sangue della Croce!
 

20 gennaio 2017

La solitudine dei terremotati


di Amicizia San Benedetto Brixia

Parliamo ancora di terremoto. Poche settimane fa abbiamo pubblicato una riflessione di san Giovanni Bosco attorno al dramma del terremoto, oggi continuiamo sulla stessa tematica.

Suggerisco, quale esercizio istruttivo per lo spirito, di confrontare il commento che due personaggi di Chiesa hanno dato in merito alle catastrofi del Centro Italia. Da un lato propongo il monologo di don Luigi Maria Epicoco alla trasmissione Nemo (Rai2) dello scorso Novembre, dall’altro l’intervista rilasciata dal monaco benedettino Benedict Nivakoff a Tracce (11, dicembre 2016, 12-15), i cui concetti si trovano anche nel Te Deum di tempi.it.
Don Luigi chiarisce anzitutto che, alla domanda su Dio in caso di terremoto, “non risponde il prete, risponde il sopravvissuto”, il quale con sincerità asserisce “la mia fede è rimasta seppellita là sotto”. Il terremoto dunque scuote la fede del prete, che è costretto a rimettersi in gioco e si scopre essere come “un bambino, quando pensa che siccome c’è la mamma e il papà che lo amano, non gli capiterà mai niente di male”, quale il bambino tale il prete: “anche io ho pensato questo: se ci ami, perché ci fai questo?” Donde la riflessione “abbiamo una idea forse non giustissima di che cosa sia l’amore”, che porta il parroco a comprendere che l’amore è dire “io ti amo, per questo tu puoi vivere anche una cosa difficile”, mentre al contrario “si bara, quando si dice, ti amo e ti proteggo dai problemi”. Morale della favola: “questo fa l’amore, quando uno ti ama non ti evita la vita, ma ti dice che tu puoi affrontarla”.

Diverso il contenuto della riflessione di dom Benedict Nivakoff, che a scossa avvenuta si è messo in ginocchio davanti alla chiesa in rovina, perché “mettersi in ginocchio innanzitutto è stata la supplica di protezione”, ma anche perché è “un gesto di penitenza. E questo è molto importante, soprattutto dopo una tragedia”. La disgrazia infatti pone una domanda ai sopravvissuti: “Il Signore mi ha salvato la vita. Perché? Io che cosa devo cambiare? E’ la possibilità che Dio ti dà di cambiare vita”. Dunque “quello che è avvenuto ci spinge... a convertirci”, che significa “riconoscersi fino in fondo piccoli, peccatori, riconoscere quanto si è lontani da Dio”. Morale della favola: “l’importante è che quando Norcia rinascerà, trovi una fede più forte e seria di oggi”.

Non reputo né sciocca, né fuori luogo la risposta di don Luigi Maria Epicoco, solo, come abbiamo già notato nella lettera di san Giovanni Bosco, essa è lacunosa e sbilanciata, in accordo con la moda teologica corrente: si parla dell’uomo più che di Dio, di psiche più che di spirito, peraltro lasciando in silenzio il fatto che il terremoto è un male che Dio potrebbe evitare, mentre le disgrazie della vita sono mali che i genitori davvero non possono evitare ai propri figli (quando possono le evitano: es. con i vaccini).
Dall’altra parte abbiamo la confessione del monaco benedettino: ad essere imputato non è Dio o la sua credibilità, bensì l’uomo e la sua peccaminosità; la reazione poi non è quella di farsi domande, di agitarsi, di chiedere conto del sangue altrui, quanto quella di inginocchiarsi, prevenendo nella preghiera e nella mortificazione qualsiasi altra esternazione; entrambi, va notato, ammettono la propria lontananza da Dio, solo che Epicoco insiste sulla lontananza di comprensione mentale e psicologica, mentre Nivakoff focalizza la lontananza ontologica del peccatore dal Santo; l’esito è coerente, per il giovane parroco diocesano: l’orizzonte è di forte immanenza, davanti a noi sta la vita, più o meno incomprensibile, da affrontare con l’amore in uno slancio dal sapore solitario, mentre per il consacrato davanti a noi sta la storia, opaca e irsuta, nel cuore della quale si deve porre il seme della fede, perché le società di domani avrà questo solo talento di cui render conto.

Interessante, però, che nelle rovine della tragedia a sentirsi meno soli e meno defraudati siano coloro che da sempre scelgono di vivere soli (monaci) e senza niente. Che aggiungere? Anche niente. Mettiamoci in ginocchio e preghiamo.

 

16 dicembre 2016

Le più belle preghiere dei Santi


Santità e preghiera costituiscono da sempre un binomio indissolubile: tutti gli uomini di Dio hanno dedicato molto tempo alla preghiera, ed il rapporto con il Signore che ne è scaturito, ha trasformato la loro vita in preghiera-offerta vivente.

Pregare attraverso le preghiere composte dai santi e dai beati può costituire un’esperienza singolare perché aiuta a ripercorrere – almeno in parte – “frammenti” di un cammino di santità, nella certezza che Dio ascolta e sa rispondere alle nostre domande.

Le finalità della raccolta si possono riassumere nei seguenti punti:

• invitare a cercare Dio attraverso preghiere adatte ad ogni circostanza della giornata;

• rivolgerci a Dio, Padre Figlio e Spirito Santo, ed alla Madonna attraverso espressioni alte e forti, composte da coloro che la Chiesa indica come modelli ed esempi di vera vita cristiana;

• percepire attraverso tali testi la grande ricchezza spirituale della Chiesa;

• riscoprire, mediante la lettura delle loro preghiere, la vita dei santi, veri apologeti moderni.

Nella prima parte del volume viene presentata un'introduzione alla preghiera con brani del Papa Emerito Benedetto XVI.

Il capitolo successivo raccoglie i pensieri di alcuni Santi sulla preghiera.

La seconda parte, la più estesa, contiene i testi di oltre 700 tra preghiere e brani scritti in forma di preghiera da 120 santi e beati a partire da S Agostino e S Ambrogio fino a S Pio da Pietrelcina e S Giovanni Paolo II.

Conclude il volume una appendice con le definizioni della preghiera contenute nel Catechismo della Chiesa Cattolica e nel Catechismo maggiore di San Pio X.

L'autore, Francesco Maria Nocelli, nato a Macerata, vive e lavora a Camerano (AN). Laureato in giurisprudenza, è studioso di storia risorgimentale e appassionato cultore di vite di santi. E' segretario generale del comune di Loreto.
 

30 novembre 2016

Storia, mistica e pratica dell'Avvento


di Amicizia San Benedetto Brixia

Dal sito di Familia Christi, vado a riprendere alcuni interventi interessanti, relativi a stralci di riflessioni che dom P. Gueranger ha sviluppato attorno al mistero dell'Avvento. I link rimandano alle fonti e al sito originario, che qui mi permetto di rielaborare sinteticamente e personalmente. Muoviamo le prime annotazioni a partire dalla storia del tempo di Avvento.
Si dà, nella Chiesa latina, il nome di Avvento al tempo destinato dalla Chiesa a preparare i fedeli alla celebrazione della festa di Natale, anniversario della Nascita di Gesù Cristo. Il mistero di questo grande giorno meritava senza dubbio l’onore d’un preludio di preghiera e di penitenza: cosicché sarebbe impossibile stabilire in maniera certa la prima istituzione di questo tempo di preparazione, che ha ricevuto solo più tardi il nome di Avvento. Tale tempo conosce una evoluzione graduale sotto tre profili: l'intreccio di pratiche di pietà e uffici liturgici; la durata, oscillante dalle cinque settimane (antico uso, oggi osservato da alcuni riti francesi), le quattro settimane (uso classico, presto affermatosi) e le sei settimane (in rito ambrosiano e mozarabico); il carattere penitenziale, che porterà l'Avvento a configurarsi quale rigorosa “Quaresima di san Martino” intorno al V secolo, per poi assumere toni non più di digiuno quanto di astinenza nel Basso Medioevo. In ogni caso, la storia conferma l'impegno di una preparazione penitenziale al fine di cogliere al meglio i frutti natalizi. Su tale base si può costruire una mistica del tempo di Avvento. In essa si afferma che il "mistero della Venuta di Gesù Cristo è insieme uno e triplice. È uno, perché è lo stesso Figlio di Dio che viene; triplice, perché egli viene in tre tempi e in tre modi". Tali tempi e modi trovano nitida spiegazione attraverso le parole di Pietro di Blois: “Vi sono tre Venute del Signore, la prima nella carne, la seconda nell’anima, la terza con il giudizio. La prima ebbe luogo nel cuore della notte, secondo le parole del Vangelo: Nel cuore della notte si fece sentire un grido: "Ecco lo Sposo!" E questa prima Venuta è già passata, poiché Cristo è stato visto sulla terra ed ha conversato con gli uomini. Noi ci troviamo ora nella seconda Venuta: purché, tuttavia, siamo tali che egli possa venire a noi; poiché egli ha detto che se lo amiamo, verrà a noi e stabilirà in noi la sua dimora. Questa seconda Venuta è dunque per noi una cosa mista d’incertezza; poiché chi altro fuorché lo Spirito di Dio conosce coloro che sono di Dio? Coloro che il desiderio delle cose celesti trasporta fuor di se stessi, sanno bene quando egli viene; tuttavia, non sanno né donde viene né dove va. Quanto alla terza Venuta, è certissimo che avrà luogo; incertissimo il quando: poiché non vi è niente di più certo che la morte, e niente di più incerto che il giorno della morte. Al momento in cui si parlerà di pace e di sicurezza, dice il Savio, allora la morte apparirà d’improvviso, come le doglie del parto nel seno della donna, e nessuno potrà fuggire. La prima Venuta fu dunque umile e nascosta, la seconda è misteriosa e piena d’amore, la terza sarà risplendente e terribile. Nella sua prima Venuta, Cristo è stato giudicato dagli uomini con ingiustizia; nella seconda, ci rende giusti mediante la sua grazia; nella terza, giudicherà tutte le cose con equità: Agnello nella prima Venuta, Leone nell’Ultima, Amico pieno di tenerezza nella seconda” (De Adventu, Sermo iii). A livello liturgico, l'attesa intensa della Terza venuta e l'invocazione timorosa della Seconda venuta si esprimono con un sensibile tono di lutto - nei colori violacei, nell'omissione del Gloria in excelsis e del Te Deum, nella sospensione degli Alleluia feriali, nel congedo sobrio del "Benedicamus Domino" -, in cui però sia il canto alleluiatico domenicale, sia la vivacità concessa alla terza Domenica "Gaudete" tolgono quel senso di gravità, specifico di altri momenti e luoghi liturgici della Chiesa. L'Avvento non è da confondersi, per intenderci, col tempo di penitenza quaresimale davanti al Cristo crocifisso, piuttosto esprime l'unione dei fedeli ai sentimenti dei "veri Israeliti che aspettavano il Messia sotto la cenere e il cilicio, e piangevano la gloria di Sion scomparsa, e “lo scettro tolto a Giuda, fino a quando non venga colui che deve essere mandato, e che forma l’attesa delle genti” (Gen 49,10)". Infine possiamo sostare sulla pratica del tempo di Avvento. Detta pratica riposa sopra due imperativi spirituali: la preghiera e la conversione. E innanzitutto, è per noi un dovere di unirci ai Santi dell’Antica Legge per implorare il Messia, e soddisfare così quel debito di tutto il genere umano verso la divina misericordia. Onde animarci a compiere questo dovere, trasportiamoci con il pensiero nel corso di quelle migliaia di anni rappresentate dalle quattro settimane dell’Avvento, e pensiamo a quelle tenebre, a quei delitti di ogni genere in mezzo ai quali si agitava il vecchio mondo. E' tanto dolce, al termine del Giubileo della Misericordia, riscoprire queste parole di dom Gueranger, manifesto dell'antica coscienza ecclesiale: la Misericordia è un dono necessario all'umanità corrotta, dono che la Chiesa ha da invocare per il bene dell'intera umanità; sulla tragedia della storia umana, significata dal numero cosmico ed empedocleo delle quattro settimane, su di essa si distende copiosa la preghiera di intercessione del popolo sacerdotale, del popolo dei redenti. L'abate prosegue col secondo imperativo: "Compiuto questo primo dovere, penseremo alla Venuta che il Salvatore vuol fare nel nostro cuore: Venuta, come abbiamo visto piena di dolcezza e di mistero, e che è la conseguenza della prima, poiché il buon Pastore non viene soltanto a visitare il suo gregge in generale, ma estende la sua sollecitudine a ciascuna delle pecore anche alla centesima che si era smarrita. La preghiera dunque assolve al soccorso generale di cui l'umanità è bisognosa, ma non esaurisce il compito di rinnovamento personale, cui provvede l'impegno individuale di conversione. La vita cristiana è dunque chiamata a crescere al modo in cui il Natale ci mostra Gesù Bambino nella sua umana nascita e crescita. Ma, come nella sua apparizione in questo mondo il divino Salvatore si è dapprincipio mostrato sotto le sembianze d’un bambino prima di giungere alla pienezza dell’età perfetta che era necessaria porche nulla mancasse al suo sacrificio, egli intende prendere in noi gli stessi sviluppi. Ora è nella festa di Natale che si compiace di nascere nelle anime, e diffonde per tutta la sua Chiesa una grazia di Nascita alla quale, purtroppo, non tutti sono fedeli". Davanti a tanto ideale i cristiani sono chiamati ad interrogarsi e a verificare lo stato del loro avanzamento interiore: ne troveremo di fervorosi, di tiepidi e fino di spenti. I primi e i secondi saranno variamente sedotti dalle armonie e dalle dolcezze natalizie, ma i secondi si troveranno interpellati dall'ineludibile giudizio che il Giudice sarà tenuto a compiere alla sua prossima Venuta. E se la tenerezza e la dolcezza di questa misteriosa Venuta non vi attraggono, perché il vostro cuore non potrebbe ancora comprendere la fiducia o perché avendo per lungo tempo ingoiato l’iniquità come l’acqua, non sapete che cosa significhi aspirare mediante l’amore alle carezze d’un padre di cui avevate disprezzato gli inviti, pensate alla Venuta piena di terrore che seguirà quella che si compie silenziosamente nelle anime. Sentite lo scricchiolio dell’universo all’avvicinarsi del terribile Giudice. L'Avvento si afferma dunque quale via purgativa, momento dolce e terribile di quel reiterato appello che Gesù, giudice misericordioso, sempre ci rivolge, al fine di trovarci pronti per accoglierlo quando busserà alla porta del nostro spirito.

 

31 ottobre 2016

Le macerie di Norcia e dell'Europa


di Francesco Filipazzi e Alfredo Incollingo 

La mattina del 30 ottobre un terremoto ha definitivamente distrutto la Basilica di Norcia, uno dei simboli del monachesimo europeo. Qualcuno è partito in quarta cercando di spiegare che i terremoti di questi giorni e il crollo norcino siano una punizione per le celebrazioni di Martin Lutero programmate da Papa Bergoglio per il giorno successivo, il 31 ottobre. Questa appare però come una tesi piuttosto temeraria, anche solo per l'idea che una punizione per una eventuale apertura ai protestanti vada a colpire coloro che custodiscono la Tradizione cattolica pura e immutata, come i monaci di Norcia. Non si è mai visto che Dio punisca a casaccio sparando nel gruppo.
Ciò che però è vero e va detto senza timori, riguarda i tempi in cui viviamo. Il periodo storico attuale è stato descritto, ormai siamo quasi sicuri di questo, in numerose profezie, che hanno messo in guardia l'umanità. Il mondo sta cambiando, non siamo in grado di capire come, ma siamo in grado di cogliere i segni di questa mutazione, poiché siamo in grado di leggere i simboli e di percepire la loro forza. La data del 30 ottobre 2016 è per certi versi escatologica, come molti avvenimenti storici. Si pensi alla Riforma Protestante, alle rivoluzioni francese e russa, alla prima Guerra Mondiale. Alla distruzione del Tempio di Israele. Momenti in cui finivano epoche, si chiudevano delle storie e ne iniziavano altre.

Il Santo di Norcia
Nel medioevo un santo aveva dato speranza ad un'Europa prostrata e barbara, sconvolta da pestilenze, guerre e eresie. San Benedetto da Norcia e i suoi confratelli avevano fondato una vasta rete di monasteri, non solo nei luoghi civili, ma soprattutto nelle regioni più inospitali e selvagge. Alla ricerca perenne di eremi e deserti per invocare e pregare il Signore, i monaci portavano la Croce di Cristo in quei luoghi che sembravano abbandonati da Dio. Dove si stabilivano crescevano conventi, villaggi, scuole, ospedali e la terra era bonificata e coltivata; le lettere tornavano in auge e le popolazioni venivano alfabetizzate; i barbari erano convertiti e civilizzati; la sapienza antica era trascritta e tramandata ai posteri. I monasteri benedettini, seguendo l'insegnamento del santo norcino, divennero piccole isole di civiltà tra le tenebre dei primi secoli successivi alla caduta dell'Impero, contribuendo al risveglio dello spirito europeo sotto le insegne di Gesù Cristo. Questo racconto non è epica o fantasia, è la storia di un gruppo esiguo di confratelli, riuniti intorno ad un Santo, che riuscirono ad unificare culturalmente e spiritualmente un intero continente. Non c'era regione limitrofa della Germania o della Scandinavia che non facesse parte dell'ecumene europea senza la presenza di un monastero benedettino. Il sisma del 30 ottobre che ha devastato l'Italia centrale, facendo crollare la medievale basilica di San Benedetto a Norcia è stato un duro colpo per tutti i cattolici. Nella città umbra vide i natali il santo monaco e qui il giovane Benedetto forse ebbe la prima chiamata del Signore, prima di andare a Roma, dove di fronte alla mondanità del clero scelse una vita di preghiera e di penitenza. Il risveglio europeo ha per baricentro Norcia, questo piccolo paese dell'Appennino umbro, che è diventato il cuore religioso pulsante dell'intera cristianità occidentale. I monaci benedettini custodirono questi luoghi e l'antico rito romano che celebrava l'unica vera fede dell'intera Europa.
San Benedetto è il nostro padre spirituale e culturale, il vero artefice dell'unità europea che i burocrati di Bruxelles dovrebbero non poco invidiare. Il duro e intenso lavoro del santo e dei confratelli è stato vanificato nel corso dei secoli. L'Europa è oggi divisa e febbricitante: la Riforma luterana e i malanni del materialismo hanno spossato un continente che nel medioevo, tra alti e bassi, si sentiva partecipe di un unico destino.

Segni dei tempi
Il crollo della basilica norcina è un segno dei tempi, o quanto meno potrebbe essere inteso come tale. Il terremoto non è un castigo di Dio, ma, come scriveva Joseph De Maistre in Le serate di San Pietroburgo, è un fenomeno legato alla natura mortale dell'uomo. Mortale in quanto corrotta dal rifiuto del Bene divino. Un Dio di (vera) misericordia si sacrificherebbe per mondare i Suoi Figli (come ha già fatto) e non li ucciderebbe (come un Dio sovrano e tirannico). La Chiesa è in pezzi e i suoi servitori sono infedeli. L'immagine della Chiesa in rovina ci ammonisce per i nostri errori che hanno ridotto in frantumi la cristianità che San Benedetto ha contribuito a fondare. Eppure c'è qualcuno che tra le rovine rimane in piedi, anzi, in ginocchio. Non tutto è perduto e la mattina del 30 ottobre dopo il sisma un gruppo di fedeli ha pregato nella piazza e ha preservato una fede matura, senza cadere nel panico e nell'isteria castigatrice. Anche questo gesto così semplice è carico di valore perché ci ricorda che solo pregando e credendo si può vincere una guerra e affrontare le tempeste più ostiche. La chiesa è crollata e la si può ricostruire con il nostro aiuto, e San Benedetto è sempre lì, al cospetto del Padre, che prega per noi e per la salvezza del continente.
Dunque oggi cosa ci dicono le macerie di Norcia? La cristianità è sotto o sopra quelle macerie? Qualcuno è in piedi fra le rovine? Senza troppi giri di parole, dobbiamo essere consapevoli che un'epoca si sta chiudendo e che l'ecumene cattolico nei prossimi decenni dovrà essere rifondato. Ricostruire dopo il crollo. Teniamoci pronti.


 

25 ottobre 2016

Fra tamburelli e cattochitarrismo


di Giorgio Enrico Cavallo


Sono solo canzonette, cantava Bennato, per dire che non intendeva occuparsi né di politica né fare cultura. Solo musica, fine a se stessa. Mi si perdoni lo sfogo, ma credo che un discorso analogo possa valere, oggi, anche per i canti della liturgia contemporanea. A partire dalle canzoni frutto della variegata tavolozza cromatica dei Gen, la musica a servizio della Messa si è appiattita al punto da proporre solo coretti di nessun valore artistico, pochissima partecipazione dei fedeli e con testi di tale mielosità da fare invidia allo Zecchino d’Oro.
Lo so, lo so: il tema “musica liturgica contemporanea” è il classico argomento da cristiani-al-bar, e immediatamente porta dietro opposte barricate gli entusiasti della canzone-pop moderna e i paladini della purezza armonica à la Ancien Régime. Lungi da me scatenare polveroni, intendiamoci; però, due parole le voglio comunque scrivere (e lo farò come don Camillo insegna, armato almeno di un palo di pioppo, che è un legno dolce e se è usato non fa troppo male; ma solo per legittima difesa).
Se devo scegliere tra le due barricate, scelgo quella à la Ancien Régime. E lo faccio un po’ a malincuore perché, come dirò più avanti, non mi si offre la terza scelta. D’altronde, l’alternativa sono i jingle di dubbio gusto con testi di dubbio valore. Ma sbaglio io, oppure un tempo – neanche troppo tempo fa – se si cantava in chiesa lo si faceva per pregare? Per rispondere, sfogliate un libretto dei canti di qualunque parrocchia: i capolavori, gettonatissimi, del tipo “la Stella Polare” o “Ecco quel che abbiamo” sono ottimi divertissement, ma hanno testi così generalisti che possono essere cantati da tutti, cristiani e non. Volessero, potrebbero cantarli anche i musulmani: tanto, Dio è uno solo, no?
Sorprende non poco che in molte – non tutte, grazie al Cielo – canzoni che vengono proposte dai nostri coretti siano spariti i nomi di Cristo e di Dio. Spariti. Direte: “sono sottointesi”, oppure ancora: “sono metafore”. Io, da cristiano particolarmente testone, continuo a dire che la musica liturgica non è uno stacchetto musicale che riempie tempi morti. Per tanto così, possiamo anche metterci 30 secondi di pubblicità. No: la musica è parte della liturgia, perché eleva l’uomo verso Dio e perché essenzialmente è una preghiera.
E non ve lo dice un cristiano caprone ed ottuso. Ve lo dicono i Pontefici. Leggiamo alcuni stralci dal Motu Proprio «Tra le Sollecitudini» di San Pio X: «La musica sacra, come parte integrante della solenne liturgia, ne partecipa il fine generale, che è la gloria di Dio e la santificazione e edificazione dei fedeli». Corbezzoli: abbiamo letto bene, la musica deve partecipare alla gloria di Dio ed alla edificazione dei fedeli. Ebbene, viene da meditare un attimo sul tipo di musica che ci viene proposta, praticamente senza alternativa, nelle Messe contemporanee: perché se da un lato possiamo dire che, in fondo, ognuno glorifica Dio secondo un proprio sentimento, è anche vero che non è proprio possibile dire che le canzoncine nazional-popolari che vengono strimpellate durante il contemporaneo rito Novus Ordo edifichino i fedeli. I loro testi sono così epurati di significati profondi e così intrisi di buonismo, baci, abbracci, vollemmossebbene e via dicendo, da far pensare che, in fondo, la Chiesa altro non sia che una onlus del buonumore. E, a proposito di Novus Ordo, vale la pena dare una sbirciatina a ciò che afferma il Vaticano II in tema di musica sacra. Leggiamo la costituzione Sacrosanctum Concilium, par. 112: «La musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all'azione liturgica, sia dando alla preghiera un'espressione più soave e favorendo l'unanimità, sia arricchendo di maggior solennità i riti sacri».
E sugli strumenti? Di nuovo Pio X ammoniva: «È proibito in chiesa l’uso del pianoforte, come pure quello degli strumenti fragorosi o leggeri, quali sono il tamburo, la grancassa, i piatti, i campanelli e simili». E di nuovo, mi si dirà che Pio X era all’antica e non parlava con lo “spirito del Concilio”. Leggiamo quindi nuovamente la Sacrosanctum Concilium, par. 120: «Nella Chiesa latina si abbia in grande onore l'organo a canne, strumento musicale tradizionale, il cui suono è in grado di aggiungere un notevole splendore alle cerimonie della Chiesa, e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti. Altri strumenti, poi, si possono ammettere nel culto divino, a giudizio e con il consenso della competente autorità ecclesiastica territoriale, […] purché siano adatti all'uso sacro o vi si possano adattare, convengano alla dignità del tempio e favoriscano veramente l'edificazione dei fedeli». A ben vedere, oggi abbiamo aperto le porte delle chiese a tamburelli, chitarre e chitarrine, maracas, ukulele e via dicendo, tanto che le nostre Messe sembrano suonate dagli animatori di un camping della riviera romagnola. Ma la funzione non deve essere “animata” dai fedeli, pur mossi dalle migliori intenzioni; piuttosto, è essa stessa che deve “animare” il fedele.
Sì, diciamolo: i bonghi, i tamburelli e gli ukuleli tipici delle spiagge o delle crociere non comunicano niente di sacro: trasmettono soltanto sciatteria. Sciatteria ben certificata da un processo in atto, ormai da mezzo secolo: cioè quello di purgare la musica sacra – e la liturgia – con il gusto mondano. Solo così si possono spiegare concessioni singolari e talvolta fortemente discutibili, come la scelta di canzoni di autori pop o ancora l’uso di movimenti in stile “macarena” (l’avete presente? “Alleluja” – si sventolano le mani – “Alleluja” – si sventolano le mani).
Ora, a bocce ferme, come uscire dal pantano di questo imbarazzante kitsch musicale? Forse riproponendo le Messe cantate di Vivaldi o di Perosi? Davvero, oltre all’irrealizzabilità di una simile proposta bisogna anche prendere atto che il gusto è cambiato. Radicalmente. Non resta che affidarci a musicisti moderni nel gusto ma validi nello stile: cosa per niente peregrina, perché anche del desolante panorama culturale nostrano ci sono compositori in grado di scrivere musica sacra di valore. L’unico, insignificante problema è che un moderno Mozart non può andare in chiesa mettendosi a suonare a suo piacimento. No. Deve prima passare sotto il vaglio del coretto e, comunque, deve prima ricevere il nulla osta dal sacerdote. Non so proprio con chi dei due sia più facile venire a patti: se con taluni Zecchini d’Oro delle parrocchie o con molti dei preti post-Concilio-e-post-‘68. Tanto – ti vengono a dire – a che serve cambiare? A che giova la qualità? A che pro celebrare una Messa che elevi l’animo dell’uomo? Se ai fedeli piacciono le canzonette, gli vengano date le canzonette. E solo quelle.

 

21 ottobre 2016

Il Missionario - La preghiera come unica arma


di Giulia Tanel

"Volevo fuggire dalle urla di mio padre e ora sono proprio quelle urla la mia unica speranza". Questa frase, solo apparentemente criptica, racchiude il senso del nuovo film portato in Italia dalla Dominus Production – già nota per Cristiada e God's not dead –, dal titolo Il missionario – La preghiera come unica arma (qui il trailer), in questi giorni nelle sale.
La pellicola narra infatti la maturazione verso un rapporto più maturo e profondo del protagonista con suo padre e dei diversi altri personaggi con il Padre, Colui che conosce anche i capelli del nostro capo e che ha sacrificato Suo figlio per la nostra salvezza.

Questa la trama de Il Missionario, di Marcelo Torcida, riportata sul sito di riferimento: "In un Paraguay diviso tra illimitata ricchezza ed estrema povertà, Juan è un adolescente irrequieto, che soffre per un profondo conflitto con il padre. Alla ricerca di divertimento, indipendenza e libertà, viene sopraffatto da una realtà avida e senza scrupoli, che priva gradualmente la sua vita di ogni senso. L'incontro con un missionario porterà alla svolta: in un turbinio di colpi di scena e forti emozioni, quando tutto sembrerà perduto, tutto sarà riconquistato. Toccare il dolore più profondo, porterà al ritrovamento dell'amore più grande".

La pellicola, pluripremiata, tocca i valori fondamentali, quei principi non negoziabili oggi così bistrattati: la vita, la famiglia e l'educazione. E, come dice il sottotitolo, fa anche una proposta di fede.
La vita, quella che l'adolescente Juan rischia di buttare al vento facendosi sopraffare dalle droghe (che erroneamente sentiamo definire "leggere", ma che invece hanno effetti collaterali non secondari); o quella vita che suo padre si è dimenticato di vivere, lasciandosi prendere dal denaro, tanto che uno dei protagonisti arriva a domandarsi: "Come possono avere tutto, e al tempo stesso non avere niente?"; o, ancora, quelle vite che i narcotrafficanti o i personaggi corrotti non hanno alcuna remora di spegnere per sempre.
La famiglia, il nido accogliente in cui ogni persona dovrebbe avere il dono di crescere, prima di rivolgersi all'esterno e spiccare il volo. Ma famiglia che può esistere solamente se tutti i membri che la compongono s'impegnano a rimanere uniti, evitando che si finisca con il vivere la quotidianità nella solitudine, pur abitando tutti sotto lo stesso tetto e mangiando seduti attorno al medesimo tavolo.
Infine, l'educazione. Questo ultimo aspetto discende in maniera diretta dai primi due: quando si ha una concezione alta della vita e della persona, nella certezza che ognuno è prezioso, e quando c'è una famiglia solida, con due genitori uniti e responsabili, la missione educativa è infatti di gran lunga facilitata. Il che, naturalmente, non corrisponde a dire che due bravi genitori non potranno avere un figlio scapestrato, ma semplicemente che il buon seme non andrà perduto, e prima o dopo emergerà.

Il Missionario – La preghiera come unica arma è dunque un film che fa riflettere. Una pellicola non scontata, anche se a tratti dalla trama forse troppo "didascalica", e in tal senso maggiormente adatta ad un pubblico adolescenziale.
Di certo, come gli altri film della Dominus Production, Il Missionario interroga lo spettatore in prima persona: che idea ho io della vita? La mia famiglia è unita solamente in senso fisico, o vi è un'unità più profonda? Come mai tanti adolescenti si lasciano "fregare" dalle droghe? Com'è possibile, da genitori e/o da educatori, accompagnare i ragazzi nella crescita, magari proprio quando sono nel pieno della ribellione? La fede è per me un "impegno" da assolvere, oppure è un aspetto costitutivo dell'esistenza, in grado di orientare la quotidianità? ... e l'elenco di domande potrebbe continuare. Non si tratta di quesiti scontati: la risposta che ognuno formula determina l'esistenza. Naturalmente Il Missionario offre una chiave di lettura: tutto sta nella disponibilità dello spettatore a prenderla in considerazione. Facendo silenzio attorno e dentro di sé, e così poter ascoltare Dio.

 

28 luglio 2016

La ghigliottina è tornata, ma il boia è islamico



di Giorgio Enrico Cavallo

Padre Jacques Hamel è il primo sacerdote francese martirizzato in una chiesa dai tempi della Rivoluzione. Quelli – per rispolverare un po’ di storia – erano anni allegri, quando la Ragione trionfava e la ghigliottina metteva a tacere le voci dei dissidenti. Le chiese venivano date alle fiamme, quelli che si opponevano al bagno di sangue venivano massacrati nei modi più orrendi, come da insegnamento del generale Turreau, il macellaio della Vandea. Non c’è che dire, era l’apoteosi dei Lumi. Sarà per questo bel risultato che oggi ricordiamo la Rivoluzione francese come un positivo passaggio della storia, dimenticando i suoi mille aspetti oscuri ed inquietanti. Come la repressione religiosa.

Il massacro dei preti nella Rivoluzione Francese (rivoluzione squisitamente atea) è uno degli aspetti più taciuti dalla storiografia ufficiale. La stessa Chiesa, temendo di irritare i governi dei due Bonaparte al potere nell’Ottocento, non denunciò apertamente lo sterminio dei sacerdoti avvenuto nella Rivoluzione. Ad esempio, solo nel 1916 venne aperta la causa per la beatificazione delle 32 religiose martirizzate ad Orange, sterminate dal Comitato di Salute Pubblica nel luglio 1794 (sono iscritte nel novero dei beati dal 1925, con ricorrenza il 9 luglio). Nello stesso luglio 1794 vennero ghigliottinate anche le martiri di Compiègne, sedici religiose decapitate dai barbari giacobini dopo aver fatto voto di martirio ed essersi offerte a Dio per ottenere la fine degli orrori rivoluzionari.

La persecuzione religiosa nella Francia rivoluzionaria era iniziata prestissimo, già nelle stragi di settembre: Pio XI, a tal proposito, riconoscerà nel 1926 un gran numero di martiri di questi massacri, tutti beatificati. Novantacinque di essi erano sacerdoti. Ma gli orrori proseguirono, e ad essere colpiti erano soprattutto i preti che rifiutavano di prestare giuramento costituzionale. Padre Pierre Lauga de Lartigue, che si era rifiutato di giurare, venne ammazzato selvaggiamente a bastonate ai piedi dell’albero della libertà ad Agen, nel luglio 1792. È stato proclamato Servo di Dio.

Non hanno nemmeno il titolo di Servi di Dio i 4.800 preti refrattari fatti annegare nelle acque della Loira nel corso del genocidio vandeano. Gioverà ricordare che si è trattato del primo genocidio messo in atto in Europa contro una popolazione civile, rea di essersi sollevata contro i giacobini e sistematicamente sterminata dai generali Carrier e Turreau, di cui sopra. La cancellazione della memoria degli avvenimenti in Vandea è stata così sistematica che anche i documenti sono andati spesso perduti, e solo recentemente, anche grazie a storici coraggiosi come Reynald Secher, queste vittime hanno avuto giustizia. Talvolta, si conoscono i morti solo risalendo alle cronache stilate in fratta e furia dai pochi superstiti. Si sa così – ed è solo un tragico esempio – che il 17 febbraio 1794 a Grand-Luc vennero fucilate mentre recitavano il rosario in chiesa 563 persone. 110 erano bambini, tutti annoverati tra i Servi di Dio.

Vennero perseguitati anche i vescovi. Charles-François de Saint-Simon de Rouvroy de San-Dricourt, che aveva anche l’aggravante di provenire da una nobile famiglia, ed era diventato vescovo di Adge (diocesi antica, della quale fu l’ultimo pastore). Venne ghigliottinato insieme ad altri 36 compagni, tutti riconosciuti Servi di Dio nel 1927, ma sui quali grava ancora un certo silenzio e la causa di beatificazione risulta ancora ferma. Per inciso, l’assassinio dei 37 sacerdoti avvenne il giorno prima della caduta del folle regime di Robespierre.

Val bene ricordare, ancora, Maria Maddalena Fontaine, Maria Francesca Lanel, Teresa Maddalena Fantou e Giovanna Gerard, ghigliottinate nel settembre 1794 per non aver prestato giuramento. Suor Maddalena ebbe a dire: “Ascoltate cristiani! Saremo le ultime vittime, la persecuzione sta per finire, i patiboli saranno distrutti e gli altari di Gesù saranno ricostruiti in tutta la loro gloria”.

Ed ebbe ragione. La Restaurazione, pur con tutte le sue contraddizioni, ripristinò l’antico ordine, ancora per un poco. Ma nell’Ottocento e soprattutto nel Novecento l’odio verso i sacerdoti continuò a manifestarsi in Europa, e tanti altri religiosi vennero martirizzati nel corso delle persecuzioni comuniste e naziste.

Le parole di suor Maddalena devono riecheggiare ancora oggi. Perché la storia che credevamo scritta nei sussidiari scolastici sta tornando, tambur battente. Lo vediamo ogni giorno, e padre Jacques Hamel testimonia, con la sua morte, che gli anni del Terrore sono tornati. Solo che ad azionare la ghigliottina non sono più i fanatici seguaci dell’illuminismo ateo: sono i barbuti boia islamici. Ciò detto, non c’è differenza tra i tagliagole giacobini ed i tagliagole maomettani: entrambi erano e sono mossi da un odio feroce contro il cristianesimo. La differenza, semmai, è negli stessi cristiani: allora, seppero resistere alla persecuzione aggrappandosi alla croce. Erano anni nei quali la fede si respirava in ogni istante della giornata, ed era sincera ed autentica. Oggi possiamo dire la stessa cosa dei popoli europei? Dunque, i pochi che ancora credono si mobilitino anche per gli altri. Preghino. Preghino per padre Hamel. Preghino per l’Europa e per i suoi sordi abitanti, sicuri di superare anche questa persecuzione. Infatti noi cristiani, a differenza dei tagliagole militanti, sappiamo già il finale della Storia: ce lo ha rivelato Cristo; ce lo ha ricordato Maria, quando a Fatima, preannunciando le sciagure del Novecento, affermò: “Ma alla fine il mio cuore immacolato trionferà”.