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24 ottobre 2016

“Rivolta alla Locanda” di Edoardo Dantonia


a cura della Redazione

Abbiamo intervistato Edoardo Dantonia,un giovane biellese che ha esordito con un breve romanzo per la collana UomoVivo (Berica Editrice).

Nel libro si cita continuamente e esplicitamente GKC. Qual è il motivo di questa riverenza, che sembra un'ossessione?
La mia potrebbe essere definita a tutti gli effetti una malattia, uno di quei morbi che quando ti prendono non puoi più curare. Chestertonite, ecco come la chiamerei. Da quando, intorno al 2011, conobbi il buon Gilbert, rimasi folgorato. Non era come gli altri autori, nonostante non avessi letto poi così tanto all'epoca, ma pareva bensì fatto di una pasta diversa, proprio di un materiale alieno. Il modo di esprimersi, le figure usate, le incredibili leggerezza e semplicità nel giungere a punti a cui tanti poeti e filosofi arrivano con giri di parole ed elucubrazioni ai limiti dell'assurdo: tutto in lui era (ed è) una ventata d'aria fresca. Così, per quel processo d'imitazione comune a tutti, io iniziai a fare miei il suo stile e la sua leggerezza. Certo, i risultati sono quel che sono, e io posso dire di aver eguagliato il nostro come un pollo spennacchiato potrebbe dire di aver eguagliato una maestosa aquila, ma la strada è quella e sono contento di essere così poco originale da percorrerla.

Come nasce questo libro? Il libro riguarda la nascita di un uomo libero, diciamo pure una conversione. Oltre al riferimento chestertoniano, vi è un intenzione autobiografica? E apologetica?
Il libro nasce da una vecchia idea che coltivo da anni, quella di un vecchio allegro e un po' folle che trascina in una serie di avventure un giovane cinico e serioso. C'è certamente l'idea di una conversione, di un cambiamento, di una rivolta per l'appunto. E altrettanto certamente c'è un qualche riferimento autobiografico. Ma, come ho scritto in parte già nei ringraziamenti (che sono anche una postfazione), non sono io che faccio la morale agli altri, mostrando il mio modello, quello buono di Pecherton, contrapposto a quello cattivo degli altro, quello di Malthus. In realtà tutto il racconto è un continuo redarguire me stesso, è un puntare il dito più contro di me che contro gli altri. Sono io il giovane sempre troppo serio e cinico per questo mondo pieno di meraviglie. La rivolta di cui parlo è quella che io dovrei condurre nei confronti di me stesso e di quella parte di mondo che ci vuole seri e posati, cinici e disincantati.

Nel libro si scorge una lotta tra i pochi folli e felici che vivono vedono la realtà e i molti ubriachi e tristi di politicamente corretto. Come proseguirà questa lotta?
Da come vanno le cose ultimamente, sono sempre più solito pensare che il destino dei cristiani sia di tornare a nascondersi nelle catacombe (passatemi questa inesattezza storica) e che il buon senso comune sarà sempre più schiacciato sotto il peso della logica. Solamente, avremo nascondigli manifesti, alla luce del sole. Le persecuzioni ai nostri danni saranno più subdole di quelle che avvenivano anticamente e che avvengono tutt'ora in certe parti del mondo orientale, e già ora è scandaloso mostrare un piccolo crocefisso al collo e farsi il segno di croce in pubblico fa quantomeno storcere il naso, come se ci si grattasse l'inguine. Ma sappiamo bene che la vittoria di Cristo e della Chiesa non passerà per cose mortali e terrene, per cui la cosa non mi spaventa poi così tanto.

Il Cielo è dei violenti? Questo romanzo cristiano è pieno di risse. Come si concilia questo con il cristianesimo?
Il Cristianesimo non è mai stato qualcosa di delicato e posato, Cristo stesso nel Vangelo usa frequentemente parole tutt'altro che dolci, fino al famoso episodio dei cambiavalute nel tempio. La violenza che usa Pecherton non è mai fine a sé stessa, gratuita, ma ha sempre un fine buono. Non mette al tappeto i poliziotti per il gusto di farlo o per qualche odio nei confronti delle divise, ma bensì per rispondere ad un'impellenza, per difendere un povero locandiere dalle vessazioni dello stato.

All'inizio nulla lo fa presagire, ma il racconto è anche e forse soprattutto una sconvolgente storia d'amore...
A un tratto nel racconto dico che per muovere un cuore ci vuole un grande calore, e nello specifico si parla di un atto di gentilezza gratuita del buon Pecherton. Ma la verità è che il vero calore, il vero motore di tutto è l'incontro con la sua bella, la donna che lo ha fatto uscire dal suo bozzolo di cinismo e disincanto. Pecherton è di sicuro un pazzo con una forza (morale e fisica) fuori dal comune, ma ha bisogno di materiale su cui lavorare, ha bisogno di qualcosa di concreto verso cui far tendere il giovane Malthus. È vero che non ci si salva da soli, che sono gli altri a tirarci fuori dal nostro buco, ma è altrettanto vero che è un evento concreto o una persona in particolare che ci trascina all'esterno. D'altronde, ogni rivolta che si rispetti inizia con un atto violento, e in questo caso è il colpo di fulmine che coglie il giovane esattore nell'autogrill.

 

06 giugno 2016

Giustizia e misericordia nelle parole del Card. Caffarra


di Riccardo Zenobi

Il 30 maggio si è tenuto ad Ancona un incontro con il cardinale Carlo Caffarra, per la prima volta giunto nella città dorica; tale incontro è stato organizzato dall’Associazione Culturale Oriente Occidente, ed è la terza di una serie di sette conferenze. Degli incontri precedenti ci siamo già occupati (qui il primo incontro, qui il secondo), e ci occuperemo anche dei prossimi.

Il tema sul quale ha parlato il cardinale emerito di Bologna è il più grande e drammatico avvenimento che possa capitare ad una persona: l’incontro della persona umana con la misericordia divina, e la susseguente giustificazione dell’uomo (ossia cosa lo rende giusto). Tale riflessione è stata articolata in 3 momenti, il primo dei quali è iniziato citando sant’Ambrogio nel suo commento ai 6 giorni della Creazione, nel quale si nota come Dio trovò il suo riposo dopo aver plasmato l’uomo, non dopo aver creato il Cielo e la terra. Il Creatore aveva uno scopo nell’atto di creare, ossia manifestare le sue perfezioni nelle creature. Una di queste perfezioni è la misericordia, attributo unicamente divino, e creando l’uomo è venuto all’essere qualcuno su cui esercitare la misericordia. Il peccato, che è un male, consente a Dio di manifestarsi come colui che perdona, essendo il perdono parte del progetto creativo del Padre. La misericordia divina è la chiave interpretativa delle vicende umane: noi vediamo solo la superficie della storia, nello stesso modo con cui vediamo la superficie del mare, spesso increspata. Al fondo della storia vi è l’incontro tra il male morale (ossia il peccato) che corrode le strutture fondamentali della vita – quali il matrimonio, la famiglia, l’economia, lo stato – e la misericordia di Dio che offre il perdono. Tutti hanno peccato, ma sono giustificati gratis dalla Redenzione operata da Cristo, sempre presente nel mondo. Questa e non altra è la chiave di volta dell’arco della Creazione, senza la quale il peso del dramma della storia umana diverrebbe insopportabile e schiacciante; non solo riguardo le tirannie del passato, ma anche nelle presenti opere tese a sradicare la libertà umana dalla verità sull’uomo, finendo così sotto la tirannia di una libertà impazzita e capricciosa. Quale è l’esito finale di tale incontro? Non ci è ancora noto, ma va tenuto per certo che la misericordia è la proprietà che più di ogni altra deve essere attribuita a Dio.
Il secondo momento dell’incontro si è concentrato sul momento più grande della misericordia, ossia il perdono del peccatore e la sua giustificazione. Tale atto divino è più grande della stessa Creazione, poiché quest’ultima è transitoria e mutevole, mentre il perdono introduce l’uomo a partecipare della vita stessa di Dio. Tale atto è compibile solo da Dio, e non ha altro scopo che rendere il peccatore, ormai giustificato, partecipe della stessa vita divina, formando così una nuova alleanza tra Dio e l’uomo. Vi sono quindi due attori, uno di fronte all’altro, l’uomo di fronte alla divinità come soggetto veramente libero nei suoi confronti. Questo è il cristianesimo. La persona umana si trova nelle deformità del peccato, fuori della Grazia divina, e tale operazione deiforme di perdono implica il consenso libero della persona, il quale necessita della decisione di abbandonare il peccato e del consenso all’offerta di Dio. Tale atto supremo è chiamato conversione. Di tali esempi abbonda la Scrittura, come nell’episodio di Zaccheo, nel quale Cristo conduce quel pubblicano alla giustizia conformemente alla natura umana, cioè con libertà; infonde così la Grazia che muove la libertà ad accettare il perdono.
Nel terzo momento dell’incontro si è evidenziato che esistono due modi erronei di narrare l’evento misericordioso: in primo luogo, vi può essere l’annuncio della misericordia di Dio senza l’invito alla conversione; oppure vi può all’opposto essere l’esortazione alla conversione senza l’annuncio di misericordia. Il primo modo di annunciare, rischio che corre la Chiesa attuale, ha conseguenze devastanti sull’immagine di Dio e della persona umana, perché si perde il concetto di conversione, e quindi la libertà umana ne risulta del tutto svilita, e Dio diventa un idolo senza giustizia o santità, perché si negherebbe il fatto che l’uomo è in condizione di peccato. Si censurerebbero così il giudizio e la santità di Dio. Il secondo modo è invece errato perché ridurrebbe il cristianesimo ad una proposta etica, ad un codice morale, non più quindi un evento di misericordia che può cambiare la vita. È un errore che riduce la Grazia ad una legge. L’uomo era come caduto nel gorgo del peccato, e Dio non lo ha salvato insegnandogli a nuotare (cioè comunicandogli un codice morale perfetto, una legge), ma buttandosi in acqua e trascinandolo fuori. All’uomo è richiesto di lasciarsi abbracciare, di convertirsi e di non peccare più. Si deve evitare di corrompere la proposta cristiana formandosi una idea falsata di Dio; e il proprio concetto di Dio è ciò che porta al culto o lo preclude. Il primo atto di culto è l’obbedienza dell’intelligenza, la quale si forma una immagine adeguata di Dio. Se dunque il primo errore distrugge il concetto stesso di peccato e di conversione e l’impegno morale necessario per non commettere più il male, il secondo allontana da Dio perché ne dà una immagine falsata, come di un moralista.
Nel quarto ed ultimo punto si è parlato di quali condizioni spirituali custodiscono misericordia e conversione: la prima è certamente custodire la propria coscienza morale in intima purezza, ossia nel rimandare ad un rapporto con Altro, e non abbruttirsi chiudendola in sé stessa. Se questo secondo modo d’essere è più facile, è comunque il lasciapassare per le tirannie di tutte le epoche. La seconda condizione è di avere un’intima esperienza di libertà di fronte a Dio, in quanto la libertà è maggiore quanto più grande ne è il referente. Se il nostro referente è un bene creato, abbiamo una libertà finita; in realtà ci siamo fatti schiavi di un idolo. Se non si è sperimentato lo stare davanti a Dio, la misericordia è vuota parola. Per ultimo, occorre avere presente il fatto che il peccato è il male massimo che si possa compiere. Questi tre vissuti esistenziali, ormai assenti dal pensiero comune dell’occidente, erano un sostrato comune a tutte le civiltà precristiane.

Concludo con una riflessione personale: solo una civiltà anti cristiana e post cristiana può azzardarsi a sradicare queste 3 dimensioni esistenziali, ma così la libertà dell’uomo finisce e inizia il potere totalitario sulle coscienze. Solo il cristianesimo può quindi salvare l’uomo, perdonandolo per come è e al contempo liberandolo dai suoi errori che ha accumulato nel corso dei secoli. Solo così possiamo avere un futuro.

 

22 luglio 2015

Laura Antonelli, novella Maddalena



di Roberto De Albeentis 

Esattamente un mese fa, nella sua casa di Ladispoli, dove si era ritirata da anni, moriva l’attrice Laura Antonelli, celebre per il film “Malizia” e numerose altre pellicole, in gran parte erotiche; da tempo malata, si era ritirata a vita privata, rifiutando ingaggi e perfino aiuti, dopo essersi riavvicinata alla fede.


Nata a Pola, allora città italiana, nel 1941, dovette scappare a Napoli e poi a Roma durante quella pagina drammatica che fu l’esodo giuliano-dalmata; “bassina, tondetta, con le gambe corte” (come amava definirsi), esordisce prima nel mondo della pubblicità e dei fotoromanzi, e, poi, del cinema: piace incredibilmente, e fa girare la testa a numerose generazioni di maschi italiani.

Il successo, però, è effimero, e presto comincerà una parabola discendente; come dirà lei stessa, “Forse non ero tagliata per fare l'attrice. Non ero preparata ad affrontare quella carriera, il successo, la popolarità, quell'ambiente, con le illusioni e le delusioni. Sono sempre stata una persona semplice, timida.”: l’ambiente la sconvolge, e presto inizieranno brutte vicende legate a droghe e truffe che, assieme ad un’operazione chirurgica non riuscita e a due falliti ritorni sul grande schermo, mineranno irreversibilmente il suo fisico e il suo spirito.

Gli anni 2000 si aprono con il suo desiderio di essere totalmente dimenticata, desiderio che la porta a ritirarsi a Ladispoli, dove vive da sola e dove è assistita da un avvocato, da un assistente sociale e da una badante nominati dal comune, e a rifiutare perfino l’aiuto di amici artisti, vecchi (come Lino Banfi) e nuovi (come Simone Cristicchi, che le dedica una bella canzone).

La sua ultima intervista la concesse, nel 2012, ad un piccolo periodico locale, in cui, tra l’altro, definì il mondo dello spettacolo, che l’aveva sedotta (trasformandola in una seduttrice) e poi abbandonata, “frivolo e privo di valori” e “diseducativo per i giovani”.


Quando è morta, molti l’hanno voluta ricordare con le sue immagini migliori, immagini che, per lei, non significavano più niente, eppure nessuno o quasi ha ricordato che era una donna che aveva riscoperto la pratica di fede, frequentando la parrocchia, ascoltando Radio Maria e pregando con la corona del rosario; del resto, il mondo, come il diavolo, è un “cattivo pagatore”, e alla minima difficoltà si dimentica facilmente di chi prima aveva riverito e osannato, e la bellezza cristiana (la bellezza reale) è cosa ben diversa dalla bellezza mondana: si può essere brutti o deformi (e lei, a causa di quella sfortunata operazione e della droga, lo era diventata), ma avere un’anima interiore magnifica (e la sua, se già non lo era, lo era diventata eccome)!

Del resto, il mondo non poteva certo capire la sua scelta radicale, ascetica, francescana, di ritirarsi completamente dal mondo, di farsi, volontariamente, dimenticare; Simone Cristicchi (che credente non è), uno dei suoi ultimi amici rimasti, disse che per lei il successo era “una pena da espiare” e che “i dolori erano croci del Signore”. Sempre Cristicchi ha riportato una sua ultima frase: “Sono felice di vivere”: consideriamo che l’ha pronunciata una persona sola, malata, sulla via inesorabile del tramonto, eppure, a differenza nostra, felice e piena di fede, fede che sola tutto può donare e può far sopportare e può ricolmare di significato!


Ho paragonato Laura Antonelli a Maria Maddalena, la Pia Donna, l’Apostola degli Apostoli: nessuno se ne scandalizzi, o, se lo fa, si ricordi che Nostro Signore Gesù Cristo ha parole di dolore (e di amore) per i peccatori, ma rimprovera i farisei e gli scribi; anche la Maddalena, se non, come vuole parte della tradizione, fu una prostituta, certo fu una peccatrice, eppure, sanata e salvata da Cristo, divenne la prima persona che Lo vide Risorto, e non è certo poco! Così come la Samaritana, Santa Fotine, divenne un’ardente evangelizzatrice della sua gente; così come Santa Maria Egiziaca, Santa Pelagia, Santa Taide, grandi peccatrici in gioventù, toccate dalla Grazia si diedero ad ascesi e penitenza e meritarono di essere ricordate in menologi, sinassari e martirologi (e, addirittura, nel caso dell’Egiziaca, ad avere una Domenica di Quaresima dedicata!).

Laura Antonelli è morta nella parte finale di giugno, il mese dedicato al Sacro Cuore di Gesù, a Quel Cuore, Sacro, Divino, Eucaristico, Regale e, soprattutto, Misericordioso; oggi, un mese dopo (festa di Santa Maria Maddalena), è la parte finale di luglio, il mese dedicato al Preziosissimo Sangue di Cristo, Quel Sangue che è, come si recita nelle relative Litanie, fiume di Misericordia, sollievo dei sofferenti, consolazione nel pianto, speranza dei penitenti, conforto dei morenti e pace e dolcezza dei cuori.

Anche le apostole e le messaggere del Sacro Cuore e della Divina Misericordia, Sant’Angela da Foligno, Santa Margherita Maria Alacoque e Santa Maria Faustina Kowalska, ebbero episodi di vita mondana (certo un niente in confronto ai nostri, eppure quanto se ne dolsero, loro!), eppure divennero alcune delle più grandi sante della Chiesa Cattolica! Che non possa succedere così magari un giorno anche per Laura Antonelli? (senza inoltre contare che i santi ricordati nel calendario e nel messale sono un’infima minoranza di quelli che stanno realmente in Paradiso) Che la Grazia di Dio non può compiere grandi meraviglie?

Cerchiamo le cose di lassù, come dice l’Apostolo, non le cose brevi e fugaci del mondo, come la bellezza, la fama, la ricchezza, ma, per come possibile, con l’aiuto di Dio e l’esempio dei santi e di altre figure esemplari, le cose eterne, le cose davvero belle, come, appunto, la salvezza eterna!

 

27 maggio 2015

Terra di Maria


di Giuseppe Signorin

Il buon giorno si vede dal parcheggio. Se si trova posto per la propria Panda davanti all’unico cinema del paese, dove di solito nemmeno a bordo di una formica si può sperare di intravedere un buco dove metterla, significa che le cose partono bene. D’altronde, un cinema che decide di proiettare per diversi giorni di fila il secondo docu-film del geniale regista spagnolo Juan Manuel Cotelo, “Mary's Land - Terra di Maria”, non può che iniziare anche lui a dispensare miracoli.

Dopo “L’ultima cima”, il documentario più visto di sempre in Spagna grazie al solo passaparola e alla figura simpaticissima e santa di don Pablo Dominguez, con Terra di Maria Cotelo veste i panni dell’avvocato del diavolo e indaga su una serie di conversioni e di personaggi radicalmente cambiati dall’incontro con la Madre di Dio. C’è “un tempo per piangere e un tempo per ridere”, recita l’Ecclesiaste. In Terra di Maria i due tempi si alternano di continuo fino quasi a confondersi, come quando fuori piove e c'è il sole. (Io ovviamente da vero maschio selvatico per non piangere prendevo in giro mia moglie che piangeva).

Impressionante la capacità di sintesi e visione d'insieme del regista: dalla creazione del mondo ai giorni nostri, una Chiesa viva riunita attorno al nome della Madre perché solo la Madre può portarci in maniera santa al Figlio. Tanti i personaggi "interrogati" dal regista/avvocato del diavolo, da un infermiere messicano che come secondo lavoro gira di bordello in bordello portando immagini sacre e rosari e dicendo agli ultimi degli ultimi che Dio li ama alla follia, a un'ex soubrette di Las Vegas, Lola Falana, nota anche nel nostro paese, ammalata ma innamorata di Maria, passando per medici ex abortisti ed ex modelle oggi paladini della preghiera e della vita. Fino ad arrivare a Medjugorie - vertice del film.

Un'opera estremamente personale e allo stesso tempo estremamente umile. In realtà le due cose non sono in contrapposizione, come a volte si può pensare: Cotelo usa il suo talento, la sua personalità e il suo senso dell'umorismo perché lui è stato fatto così e così rende gloria a Dio e serve i fratelli. Altrimenti Dio l'avrebbe fatto in maniera diversa.
Per concludere: film da vedere, rivedere e mettere in pratica

https://mienmiuaif.wordpress.com/

 

27 ottobre 2014

Le vittime cattoliche del terrorismo in Argentina


Se un giorno mi toccherà morire di morte violenta, pregherò Dio perché perdoni gli assassini (Raùl Alberto Amalong)

di Giacomo Catilina

Per coloro che vantano una certa conoscenza della storia dell’Argentina degli anni ’70 il giorno 24 marzo sarà ricordato come quello in cui ebbe inizio quel regime militare che andò dal 1976 al 1984, che provocò migliaia di desaparecidos e violò sistematicamente le libertà ed i diritti civili. Difficilmente però saranno a conoscenza in molti delle numerose morti violente provocate in quegli stessi anni dalle azioni terroristiche di gruppi come i montoneros (peronisti di sinistra) piuttosto che l’ERP (Ejercito Revolucionario del Pueblo, formazione di orientamento trotzkista), quando la realtà tristemente poco nota è che, stando alle stime contenute nel saggio Los Otros Muertos – Las victimas civiles del terrorismo guerrillero de los 70 di Carlos A. Manfroni e Victoria E. Villarruel, 1.094 persone trovarono la morte a causa delle organizzazioni guerrigliere nella sola decade degli anni ’70, anche prima quindi dell’avvento al potere dei militari.


Tra queste vittime vi sono alcune figure di intellettuali cattolici (Carlos Alberto Sacheri e Jordàn Bruno Genta) e di un membro dell’Azione Cattolica (Raùl Alberto Amelong) che a parer mio meritano di essere presentate anche ad un pubblico italiano.

Carlos Alberto Sacheri nacque a Buenos Aires il 22 ottobre del 1933 mostrando sin dalla sua gioventù grande virtù cristiana ed elevate capacità intellettuali. Nel 1963 conseguì la laurea in filosofia all’Università Laval de Quebec in Canada e nel 1968 ottenne il dottorato in filosofia (con Lode) nella medesima accademia, lavorando in seguito come insegnante di metodologia scientifica e della filosofia sociale alla Pontifica Università Cattolica Argentina, di filosofia e storia delle idee filosofiche all’Università Nazionale di Buenos Aires, di etica e filosofia sociale nel Institute de Philosophie Comparée di Parigi, di filosofia sociale e teoria dei valori all’Università di Laval in Canada. Fu inoltre segretario della Società Tomista Argentina, nonché uno dei suoi propulsori. Collaborò con diverse riviste, sia argentine che straniere, quali Philosophia, Les Cahiers du Droit e Presencia. La sua opera scritta più famosa risale al 1971 e ha come titolo La Iglesia Clandestina, nella quale denunciò le infiltrazioni marxiste all’interno della Chiesa CattolicaDomenica 22 dicembre del 1974 Carlos Sacheri venne assassinato da dei membri dell’ERP-22 de Agosto (frazione dell’ERP staccatasi da esso nel 1973) con un colpo di pistola alla testa sparatogli mentre si trovata in macchina per tornare a casa da Messa con tutta la sua famiglia. Sua moglie e i suoi sette figli (il maggiore di 14 e la minore di 2 anni) dovettero assistere all’omicidio.

Jordàn Bruno Genta, nato il 2 ottobre 1909, ebbe un padre anticlericale ed ateo che non fece battezzare né lui né i suoi tre fratelli, mentre non ebbe la possibilità di conoscere la madre dato che ella morì quando era ancora un bambino. Abbracciò l’ideologia marxista durante i suoi studi universitari alla facoltà di lettere e filosofia, e successivamente si sposò con Maria Lilia Losada col rito civile nel ’34. Diagnosticatagli la tubercolosi, dovette recarsi a Cordoba per curarsi, città nella quale ebbe l’occasione di meditare i classici greci di Platone e Aristotele. Guarito nel 1935 potette trasferirsi con la moglie a Paranà, dove lavorò come insegnante nell’Università Nazionale del Litoral, conoscendo in questa sede l’opera di San Tommaso d’Aquino tramite gli scritti di Jacques Maritain. Sarà grazie ai dibattiti sul Cattolicesimo con il suo amico e professore del Seminario Diocesano Juan Ramón Álvarez Prado che ottenne la Grazia di una conversione, la quale lo porterà a ricevere il Battesimo e a sposarsi religiosamente con la Losada nel 1940, a 31 anni di età. La sua Prima Comunione risale invece al 1952, quando di anni ne aveva 42. Costretto a dimettersi dall’insegnamento per la sua opposizione al governo di Juan Domingo Peròn, potrà tornare al suo posto di lavoro in seguito alla Revoluciòn Libertadora (golpe civico-militare che detronizzò Peròn) del 1955, arrivando a divenire rettore dell’Istituto Nazionale del Professorato. A causa dell’abbandono del marxismo dovuto alla sua conversione al Cattolicesimo e alla sua denuncia degli errori di tale ideologia (culminata nel 1960 con la pubblicazione del suo saggio intitolato Libre examen y comunismo) si attirerà gli strali della sinistra radicale, che lo porteranno alla morte il 27 ottobre 1974, giorno della Festa di Cristo Re. Quella domenica mattina, mentre stava uscendo dalla sua abitazione di Buenos Aires per recarsi alla Messa, dei membri del gruppo ERP-22 de Agosto lo assassinarono a colpi di arma da fuoco davanti alla sua famiglia.

Raùl Alberto Amelong non fu, contrariamente a Sacheri e Genta, un uomo di pensiero ma un semplice membro dell’Azione Cattolica argentina che svolgeva il lavoro di manager dell’industria siderurgica Acindar. Uomo dalla Fede profondissima (sarà grazie alla sua fervente devozione che ebbe due vocazioni tra i suoi figli, una per il sacerdozio e due per la monacazione), confidava nella Provvidenza di Dio nonostante la consapevolezza di rischiare la vita e la certezza che il terrorismo nell’Argentina di quegli anni rimaneva sostanzialmente impunito. E’ a lui che si deve la fondazione dell’Azione Cattolica nella città di Rosario e il finanziamento della costruzione di diverse chiese, arrivando addirittura a indebitarsi per le sue opere di carità nonostante avesse un impiego redditizio. Ai primi di giugno del 1975 Amelong cadde vittima di quattro giovani che scesi da un veicolo lo uccisero a colpi di arma da fuoco, ferendo anche sua figlia Inès in una gamba. Dal giorno del suo omicidio i suoi nove figli rimasero senza padre. Questa volta gli assassini non erano militanti dell’ERP-22 de Agosto ma montoneros.

Di fronte alla morte di questi uomini viene da chiedersi quanto tempo ci vorrà prima che quel sottile ma oscurante velo del politicamente corretto si strapperà definitivamente per poter dar vita ad una seria e distaccata ricerca nei confronti delle vittime del terrorismo guerrigliero in Argentina, ricerca che possa mettere in atto l’unica opera di giustizia possibile nei confronti di quei morti: travasare la conoscenza di questi fatti da un ristretto ambito accademico a quello della memoria storica condivisa. 

Fonti:
 

20 luglio 2013

"Le origini e la partenza" di Maati Matteo El Hossi

di Chiara de Matteo


La lettura della seconda opera di Maati Matteo El Hossi può rappresentare, nella tiepidezza di valori in cui ognuno di noi rischia di “galleggiare”, uno stimolo ad una profonda radicale conversione. L’Autore ci racconta la sua propria conversione attraverso alterne vicende di vita e disposizioni d’animo, fino ad abbracciare pienamente i valori cristiani.