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06 luglio 2019

Chiesa, linguaggio e credibilità

di ASBB 
L’essere che può essere compreso è linguaggio
Celebre è la citazione del filosofo tedesco H. G. Gadamer, indiscusso capofila della corrente ermeneutica, al cui studio dobbiamo appunto delle riflessioni di altissimo livello circa il rapporto tra l’Essere e il Linguaggio.

Quanto la dimensione linguistica influisce sulla nostra comprensione del Linguaggio? E’ possibile incontrare l’Essere al di là o attraverso il mezzo linguistico? Quali linguaggi ci consentono di riconoscerci al cospetto dell’Essere?

Senza volerci addentrare in simili disquisizioni, saremmo però ingenui nel ritenere che simili provocazioni culturali non abbiano toccato la vita della Chiesa.

Quanto l’abbiano toccata l’ebbe chiaro Romano Amerio, che per questo decise di aprire il proprio capolavoro, Iota Unum, con la celeberrima “monizione al lettore”:
Non esiste una pluralità di chiavi (come dicesi oggi) con cui si possa leggere questo libro… Il lettore non voglia cercarne un altro.
 A dire che la sfida lanciata dall’ermeneutica – comunque la si voglia intendere – è penetrante e trasversale.

Chiarirsi alcuni dati e insomma anche solo prender consapevolezza della parabola che l’istanza ermeneutica va disegnando nel cammino recente della Chiesa, è cosa che potrebbe tornarci utile.

Indicherò un pugno di passaggi ed eviterò qualsiasi commento. In ciò facendo mia l’istanza che fu prima di Pindaro e poi di Vico – per citare due autori su molti -: lasciare all’evolversi della Storia l’arduo giudizio sui terribili fatti presenti.

A costo di semplificare, credo che le Colonne d’Ercole della temerità, attraverso le quali si è affacciata la sfida linguistica nella Chiesa contemporanea, siano state due: il modernismo e la Nouvelle Théologie. Entrambi i fenomeni si caratterizzano per una novità di contenuti e di espressioni, di interessi e di approcci da far intendere che qualche grosso cambio di passo stava avendo luogo nel pensare dei cattolici.

Sono noti gli esiti: condannato formalmente il primo; contenuta a fatica fino al Concilio la seconda. Oggi nei seminari, i docenti che si riconoscono nella Nouvelle semplicemente negano l’adeguatezza del termine e ricusano l’etichetta. Del resto, avendo data per spacciata tutta la teologia precedente, la loro prospettiva ha gioco facile nel presentarsi come l’unica e sola, non certo la nuova.

Il documento più interessante, giusto per fornire una citazione concreta, strattonato a più non posso dai teologi fino ad oggi, è certamente la Gaudium et Spes. Riguardo a tale Costituzione Pastorale unanime è il giudizio: essa porta in sé una commistione di linguaggi, antico e nuovo, classico e moderno, tali da rendere difficile una soluzione interpretativa del documento. E infatti, se unanime è il giudizio, equivoca spesso è l’interpretazione e insoddisfatto il commento: chi tira da un lato e chi dall’altro, chi biasima la confusione apportata dal moderno e chi deplora la pesantezza implicata dalle espressioni classiche.

O’Malley nel suo studio sul Concilio, ha peraltro puntualizzato e chiarito la questione. Essa si estende ben oltre il caso Gaudium et Spes e tocca l’intera Assise romana. Il Vaticano II, sostiene O’Malley, è il primo evento in cui la Chiesa abbia abbandonato il suo plurisecolare linguaggio assertivo e giudiziario per venire ad utilizzare un registro parenetico, cioè esortativo. L’auspicio del Papa bergamasco, di rinnovare la pastorale senza mutare la dottrina, pare sia stato in buona parte attuato proprio col passaggio alla parenesi.

Di qui la fluttuazione linguistica che connota tutto il Magistero post-vaticansecondista. Una fluttuazione che tende a muovere da un piano linguistico a uno ontologico-dottrinale. Prova ne sono quei documenti, dalla Humanae Vitae alla Dominus Iesus, nei quali le circostanze hanno richiesto un uso netto di un linguaggio giuridico e assertivo, e che perciò sono stati recepiti da una grande parte del cattolicesimo come fossero corpi estranei alla vita della Chiesa, echi di un passato quasi dimenticato, veri e propri errori di percorso.

Il pontificato di Francesco ha dato certo un’ulteriore spinta a tale moto, che mi pare di poter individuare almeno a tre livelli.

Il primo livello è quello inaugurato da Amoris Laetitia e poi assunto a paradigma in scritti ulteriori, quali Gaudete et Exultate: citare autori classici e brani di Magistero, ma farlo in modo distorto, decontestualizzato, lacunoso e insomma strumentale. Quale sarà il peso di simili citazioni? Vanno lette nel contesto di partenza e nella loro interezza originaria? Assumono nuovo valore nel nuovo Documento che viene a farle proprie?

Il secondo livello è quello di Christus Vivit, l’Esortazione rivolta ai giovani che si appropria del linguaggio dei giovani. Per cui troviamo raccomandazioni a che “la Chiesa non sia troppo concentrata su se stessa” e “ascolti di più”: espressioni assurde se intese in senso teologico classico. I commentatori del Documento asseriscono senza batter ciglio essere questo il senso del testo: un’alternanza tra espressioni teologiche e voci dei giovani. Non è chiaro poi se le espressioni teologiche siano di stampo classico o moderno o entrambi. La confusione insomma sale vertiginosamente.

Il terzo livello è raggiunto – per ora solo in un testo preparatorio – dal Documento sul Sinodo dell’Amazzonia, dove eresia e apostasia – per citare il card. Brandmuller – hanno fatto definitivamente capolino nei paragrafi.

Sarà curioso vedere fin dove si spingerà la Catholica.

Una cosa è chiara: non si tratta SOLO di una questione di linguaggio. Forse proprio per questo, non sarà sufficiente ritornare a un uso assertivo del medesimo, anche se a chi scrive non pare essere un’idea tanto malsana.



 

07 novembre 2017

La coscienza è come l’orologio…


La foto è di Alfonsa Cirrincione
di Marco Massignan

La coscienza morale, per essere in grado di guidare rettamente la condotta umana, deve anzitutto basarsi sul solido fondamento della verità, deve cioè essere illuminata per riconoscere il vero valore delle azioni e la consistenza dei criteri di valutazione, così da sapere distinguere il bene dal male, anche laddove l’ambiente sociale, il pluralismo culturale e gli interessi sovrapposti non aiutino a ciò. La formazione di una coscienza vera, perché fondata sulla verità, e retta, perché determinata a seguirne i dettami, senza contraddizioni, senza tradimenti e senza compromessi, è oggi un’impresa difficile e delicata, ma imprescindibile. Ed è un’impresa ostacolata, purtroppo, da diversi fattori. Anzitutto, nell’attuale fase della secolarizzazione chiamata post-moderna e segnata da discutibili forme di tolleranza, non solo cresce il rifiuto della tradizione cristiana, ma si diffida anche della capacità della ragione di percepire la verità ci si allontana dal gusto della riflessione. Addirittura, secondo alcuni, la coscienza individuale, per essere libera, dovrebbe disfarsi sia dei riferimenti alle tradizioni, sia di quelli basati sulla ragione. Così la coscienza, che è atto della ragione mirante alla verità delle cose, cessa di essere luce e diventa un semplice sfondo su cui la società dei media getta le immagini e gli impulsi più contraddittori (1).

Quando si parla di coscienza la confusione sotto il cielo è assai grande. Per la mentalità contemporanea la coscienza rappresenta il tribunale ultimo e ogni decisione presa in piena coscienza va rispettata.

L’egemone cultura liberal-radicale ha ipotecato un modo di pensare la coscienza come facoltà naturalistica: non un giudizio della ragione, ma un impulso vitalistico che svincola l’uomo da ogni responsabilità – puro sentire immediato non guidato dalla razionalità. La coscienza così intesa (come facoltà naturalistica) pretende di qualificare l’atto morale: il soggetto, apparentemente esaltato nella sua libertà, viene ridotto a un fascio di momentanee e contingenti pulsioni. Inoltre, non sarebbe possibile parlare di valori, se non in senso soggettivistico. Non esisterebbero valori indisponibili (non negoziabili), non dipendenti dalla volontà (e dall’arbitrio!) umana.

Lo esprime chiaramente Rousseau nell’Emilio: «tutto ciò che sento essere bene è bene, tutto ciò che sento essere male è male». Bene e male sarebbero il prodotto della coscienza la quale dipenderebbe esclusivamente dalla volontà. In altre parole, l’uomo non sarebbe soggetto a “una legge che non è lui a darsi” ma signore della legge morale, padrone di stabilire ciò che è bene e ciò che è male. La persona, secondo questa ideologia, non sarebbe chiamata a controllare e valutare passioni e desideri, ma dovrebbe “lasciarsi andare” (spontaneismo) realizzando con autenticità (sic!) la propria volontà, libera nel suo determinarsi da qualsiasi regola o magistero “esterno”.

Il soggetto, quindi, non riconosce alcun criterio che non sia… la sua opinione. In tal senso la coscienza risulta inevitabilmente autoreferenziale (non ha altra misura che se stessa), non richiede alcun fondamento obiettivo al di là dell’atto che la pone. È una coscienza “murata”, chiusa in se stessa, avalutativa e come tale soggettivisticamente nichilista – disperata presunzione di chi non accetta il proprio statuto ontologico e pretende di “farsi Dio”.

La coscienza, invece, (parliamo della coscienza morale, che è la “capacità di aprirsi all’appello della verità oggettiva”) è tale solamente se è subordinata alla legge naturale, che non è una costruzione umana, ma una legge oggettiva e universale.

La coscienza è come l’orologio che abbiamo al polso. Dobbiamo essere certi che sia in accordo con l’ora effettiva. In molti casi essa non è retta (per ignoranza, per pregiudizio o per passione); pertanto va regolata; essa è uno strumento della persona: è la norma prossima della moralità, vale a dire del credere e dell’agire. La norma superiore – la regula agendi – è la legge naturale e divina. Ad essa dobbiamo conformarci, adeguando il nostro intelletto alla realtà oggettiva.

Negando Dio, si nega anche l’esistenza di una legge etica esterna all’uomo ed immutabile, con l’impossibilità di parlare di principio morale. Scrive Romano Amerio: «Non è possibile che le radici della morale umana siano nell’uomo che non è un essere radicale e non può quindi essere radice di morale. La morale infatti è un ordine assoluto e l’uomo invece un ente contingente e relativo cui l’assoluto è presente e si impone, ma non ha certo le proprie radici in lui (…) Il vocabolo stesso di coscienza annuncia irrefragabilmente che non c’è con-scientia se l’io non si sente nella dualità con l’altro, e se l’uomo non vive la solidarietà con la legge, cui è congiunto e cui deve riverenza» (2).

Pensiamo, ad esempio, alla questione della libertà di coscienza che è ben diversa dalla libertà della coscienza: non si tratta di un gioco di parole, ma di due modi radicalmente opposti di concepire la libertà: la prima, infatti, è la rivendicazione del diritto alla sola coerenza con se stessi (pura e semplice manifestazione della volontà, mera opzione avalutativa); la seconda è il dovere/diritto della testimonianza del soggetto di fronte a una legge non dipendente da alcuna volontà umana, in adesione ad un valore e ad una legge superiore alla coscienza stessa. Essa trova il suo fondamento nel bene, cioè nella verità (si pensi all’Antigone di Sofocle o ai martiri cristiani). La coscienza non è libera di affermare che è bene quello che vuole o ritiene sia bene: è vincolata al bene oggettivo, vale a dire al bene in sé (inscritto nella sua natura), il quale deve essere riconosciuto come tale. Al contrario, la libertà di coscienza, lungi dall’essere doverosa testimonianza di fedeltà a una legge non scritta, all’ordine etico delle “cose”, è in ultima analisi rivendicazione del diritto di fare tutto ciò che il soggetto ritiene di fare.

«La coscienza – ha scritto il prof. Danilo Castellano – non è la fonte della legge ma è il “luogo” ove la legge si manifesta. Non è la facoltà naturalistica che erroneamente si reputa strumento idoneo a creare le cosiddette “scale di valori” dalle quali dipenderebbero, poi, il bene e il male, il giusto e l’ingiusto. Non sono, infatti, le “misure” – tanto meno le misure soggettive – che creano la realtà ma è la realtà condizione delle misure. È per questo che condizione della coscienza è la legge (intesa non come norma positiva bensì come legge naturale), che la coscienza riflette in sé come lo specchio riflette la realtà davanti alla quale esso viene posto. Senza legge (naturale), perciò, non si può propriamente parlare di coscienza» (3).

Per evitare di impantanarsi in concezioni erronee (e disumane) della coscienza occorre ritornare ad una metafisica realista, dove è l’essere che fonda il pensiero e non il contrario. Come ha scritto Marcel De Corte: «Essere nella verità significa conformare la propria intelligenza a una realtà che l’intelligenza non ha né costruita, né sognata, e che a lei si impone. Fare il bene non vuol dire abbandonarsi agli istinti, agli impulsi affettivi e alla volontà propria, ma ordinare e subordinare le proprie attività alle leggi prescritte dalla natura e dalla Divinità che la intelligenza scopre nella sua instancabile ricerca della felicità» (4).

(1) Dal Discorso di Benedetto XVI alla Pontificia Accademia per la Vita, 24 febbraio 2007.

(2) R. Amerio, Iota unum, Lindau 2009, p. 420.

(3) D. Castellano, Instaurare omnia in Christo (rivista), anno XXXIX, n. 2, maggio-agosto 2010.

(4) M. De Corte, L’intelligenza in pericolo di morte, Volpe, Roma 1973).

http://www.lefondamenta.it/2017/10/28/la-coscienza-lorologio/


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01 settembre 2017

1984, una visione per l'oggi


di Roberto De Albentiis

Lessi per la prima volta “1984” alle scuole medie, in classe seconda, grazie ad una bravissima professoressa (che fu peraltro la prima, pur essendo di sinistra, a parlare con più obiettività e umanità degli italiani che scelsero la RSI) e in un’epoca in cui ancora si ritenevano gli studenti, anche delle scuole medie, capaci di fare sforzi di studio e interpretazione superiori alle loro possibilità, e ne rimasi affascinato; per quanto, però, molte parti, e soprattutto la lettura del “libro” della Resistenza al Partito, possono essere agilmente capite solo in seguito, come di fatto è avvenuto. Eppure solo ieri sera, in un cineforum tra amici, ho visto per la prima volta il famoso film “Nineteen Eighty-Four” (in italiano “Orwell 1984”), diretto proprio nel 1984 e interpretato dal bravissimo John Hurt, che ha saputo ricreare perfettamente l’atmosfera del libro, come me la ero esattamente immaginata: grigia e cupa.

Orwell, che ha vissuto due guerre mondiali, la crisi economica degli anni ’20 e quella politica degli anni ’30, immagina un futuro distopico per l’intero mondo dopo la fine del secondo conflitto mondiale, in cui, dopo una distruttiva terza guerra mondiale combattuta con armi nucleari, solo tre superpotenze totalitarie sono in perenne lotta tra loro; il mondo occidentale, l’Oceania, è dominata dall’ideologia del Socing, un socialismo totalitario e pervasivo guidato da una figura tanto misteriosa quanto onnipresente, il Grande Fratello (modellato esteticamente, prima ancora che su Hitler e Stalin, su Orwell stesso).
L’Oceania ha distrutto qualsiasi credenza contraria al Socing, di più, qualsiasi pensiero, cancellando tanto la memoria dei fatti passati quanto soprattutto la lingua (la Archeolingua, sostituita dalla Neolinuga, schematica e semplice), come anche vengono distrutte la famiglia, ridotta a mera incubatrice per figli del Partito cui viene insegnata la delazione, la privacy individuale e la libertà intellettuale, o la solidarietà tra classi e cittadini (il Partito insegna allo stesso tempo che la sua Rivoluzione ha liberato i Prolet, i proletari, che però sono inferiori e devono vivere divisi e isolati).
Si dice che Orwell sia stato profetico nel descrivere il dominio dei media (ogni casa è dotata di un teleschermo che non può venire spento): è vero, ma è insufficiente; Orwell è stato davvero profetico in tutto nel suo libro, come lo furono altri due grandi maestri del genere distopico, Aldous Huxley (che effettivamente fu maestro di Orwell) e Ray Bradbury (con i suoi pompieri invertiti, che anzichè spegnere gli incendi, li appiccano ai libri).

E’ vero, viviamo in un’epoca in cui il martellamento delle notizie è onnipresente e capace di disinnescare il pensiero critico, eppure la nostra è un’epoca che si definisce democratica e libera, anzi, si definisce superbamente la più democratica e libera per eccellenza, mettendo a tacere ogni voce contraria: non con la Stanza 101 o le torture (almeno, non ancora…), ma controllando i mass media, isolando le voci contrarie al grido di “irresponsabili” e “estremisti”, togliendo spazi e cattedre.
Ancora, la verità non è quasi mai quella raccontata dai giornali o dai telegiornali; Orwell aveva parlato di un Ministero della Verità, che sistematicamente altera il presente e il passato per meglio controllare tanto il presente di oggi quanto il futuro di domani: non assistiamo oggi a continue menzogne sulla ormai decennale crisi economica (da quanti anni sentiamo i nostri “Ministeri dell’Abbondanza” che parlano di cifre in crescita gonfiate, quando la realtà è ben altra?), o alla riscrittura dei libri di storia (ad esempio, le “invasioni barbariche” sono diventate le “migrazioni barbariche”, oppure viene data una enorme e inconcepibile enfasi agli aspetti omosessuali, reali o presunti, della storia passata)?

Ancora, il significato delle parole; come chi controlla la storia controlla la politica, così chi controlla la lingua controlla un aspetto fondamentale e unico dell’uomo: il pensiero. La Archeolingua, la lingua inglese tradizionale, viene sostituita dalla Neolingua, più sintetica, ideata dal Partito proprio per non fare pensare i cittadini di Oceania, e se non c’è pensiero, non c’è riflessione e libertà; non assistiamo anche oggi alla Neolingua? Non ci vengono imposti asterischi “inclusivi” o la definizione di “famiglie” per comprenderle tutte? Non assistiamo alla censura delle parole (o delle notizie) al riguardo della situazione migratoria?
Che dire poi della famiglia, la cellula fondamentale della società (che il Partito vuole arrivare a distruggere completamente) che oggi, tanto dalle politiche sociali ed economiche quanto da quelle culturali, è erosa, impoverendola e contemporaneamente svilendola affiancandola ad altre formazioni sociali, cui viene data ben più importanza economica e mediatica? O della sessualità, che in “1984” viene relegata alla mera procreazione per il Partito? (e qui è interessante un paragone complementare con il “Mondo Nuovo” di Huxley, in cui la sessualità è ridotta a mera consolazione e distrazione – un vero e proprio “oppio dei popoli” marxiano – per le persone defraudate dei loro diritti e della loro libertà; non assistiamo oggi alla stessa cosa, con una sessualità tanto svilita, in quanto slegata dal potere enorme di generare la vita, quanto onnipresente, ma solamente come distrazione e pornografia?)

Winston Smith, il protagonista di “1984”, dice che la salvezza viene dai Prolet, e che la libertà è quella di dire che 2 + 2 fa 4, ed è secondo me questo un punto fondamentale: la salvezza viene, anche oggi, dai proletari, dalle persone povere non toccate dalla ossessiva propaganda di regime, dai nuovi valori della “società aperta” e liberale, proprio da quelle persone che, alle urne e nei social network, unici residuali spazi di libertà oggi rimasti, vengono tacciati di “populismo” e “ignoranza” per non piegarsi ai desiderata dissolutori del moderno Partito invisibile (che è quello del Mercato) e dei suoi agenti, consapevoli o meno, che non hanno ceduto alla dittatura della follia intellettuale, che mantengono ancora i piedi per terra e il contatto con il reale; e, soprattutto, la libertà è ancorata alla verità (un discorso, questo, sorprendentemente cristiano: nel Vangelo di Giovanni Gesù dice che solo Lui è Verità, e che è la verità a rendere liberi, non è la libertà un bene in sè, ma solamente se subordinata alla verità), la prima libertà è quella di dire ciò che è vero, razionale e reale.
Orwell, inconsapevolmente, aveva descritto in “1984” la nostra società: pensava di descrivere una società totalitaria e collettivista; ha descritto invece la nostra, la società liberale e sedicente aperta, dove non ci sono partiti unici o torture, ma c’è la dittatura del mercato e del pensiero unico, il totalitarismo liberale. E il bello è che l’abbiamo voluto noi.

http://www.motoretrogrado.it/2017/08/25/1984-una-visione-per-loggi/

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25 maggio 2017

I piedi non esistono


 di Edoardo Dantonia
C’è chi venderebbe la propria madre per ottenere qualcosa, così come c’è chi negherebbe la verità più lapalissiana per sostenere la propria idea; non è detto che quell’idea sia sbagliata, ma è ovvio che esistono modi giusti e modi sbagliati di sostenerla e questo è senza ombra di dubbio un modo sbagliato, oltre che maldestro.

Mi riferisco in particolare a tutta la serie di obiezioni che vengono rivolte alla storicità di Gesù, il che è tanto antiscientifico quanto popolare tra la gente, anche e soprattutto intellettuale; perché la scienza, qualunque cosa voglia dire, viene usata a piacimento, soltanto quando fa comodo sbandierarla a sostegno di qualche cosa. Per non fare un discorso troppo ampio, basti pensare all’annosa questione della Sindone, sulla quale sono state dette e scritte infinite parole.

È inquietante e fastidioso che a fronte di numerose dimostrazioni del fatto che quello sia effettivamente un telo di lino risalente a duemila anni fa, a prescindere da chi vi fosse contenuto, ci sia una larga parte di persone che lo ritiene un falso storico. Pierre Barbet, fisico francese e primario di chirurgia all’ospedale di S. Giuseppe a Parigi, affermò, negli anni ’30 del secolo scorso, che la Sindone è autentica e che l’immagine ivi impressa è quella di un uomo flagellato, torturato e poi crocifisso. Pierluigi Baima Bollone, ordinario di Medicina Legale all’Università di Torino e autore di centoventi pubblicazioni scientifiche e quindici libri di medicina legale e criminologia, è convinto che la Sindone sia un telo di lino risalente a duemila anni fa e che l’impronta su di essa sia inequivocabilmente quella di un cadavere le cui ferite corrispondono esattamente a quelle della Passione di Gesù. Max Frei Sulzer, botanico e criminologo svizzero, negli anni ’70 determinò, attraverso alcuni prelievi di polvere dalla Sindone, che i pollini presenti in essa appartengono a piante esistenti solamente in Palestina e Anatolia. Jackson e Jumper nel ’77 e Tamburelli e Balossino nel ’78 dimostrarono, con elaborazioni elettroniche, che l’immagine della Sindone non è assolutamente un dipinto, come molti hanno insinuato.

Per non andare oltre, è evidente che i maggiori esperti hanno decretato che quello è veramente un telo di lino di venti secoli fa; può non essere appartenuto a Gesù Cristo, può non essere la prova della Sua Resurrezione, cosa che è infatti materia di fede; ma è assolutamente contro ogni logica e onestà scientifica negare persino la sua autenticità intrinseca. Eppure risulta essere una pratica piuttosto in voga tra quelli che si ritengono più illuminati e liberi nel pensiero. Ma è evidente quanto questo sia un puro pregiudizio, reso ancor più odioso dal fatto che i primi a negare questi fatti scientifici sono proprio quelli che ci ammorbano con questa parola; sono quelli che usano il maglio della scienza per abbattere qualunque idea non vada loro a genio, o non vada a genio al pensiero a cui hanno deciso di aderire, salvo poi comportarsi nel modo più antiscientifico possibile.

Verrebbe da pensare che se venisse ritrovato un sandalo presumibilmente appartenuto a Gesù, molti, anzi moltissimi negherebbero che quella calzatura possa essere più vecchia di cent’anni; direbbero che è un falso prima ancora di sapere qualunque altra cosa; direbbero che è qualcosa di fabbricato ad arte (come se a un cristiano servisse un sandalo per credere nella Morte e Resurrezione del Salvatore). Sospetto che ci sarebbe qualcuno che negherebbe persino l’esistenza dei sandali, pur di negare l’esistenza di Cristo. Se potessero, penso, negherebbero l’esistenza dei piedi, se solo non fossero costretti a camminarci ogni giorno.

http://www.thesparklings.it/lantiscientificita-degli-intellettuali/

 

14 aprile 2017

Nell’epoca della menzogna, viviamo la Verità

di Giorgio Enrico Cavallo

Siamo nella Settimana Santa. Giorni che evocano il Tradimento per eccellenza, quello commesso per trenta denari. Quello che costò la vita sia a Cristo che a Giuda, che per la vergogna corse ad impiccarsi. Perché, signori, i tradimenti costano cari. Sempre.
Mi si permetta di sfruttare la Passione di Nostro Signore per introdurre una breve riflessione sul panorama politico mondiale. Un mondo nel quale tutto sembra sottosopra: si respirano venti di guerra sempre più insistenti, specialmente dopo l’incomprensibile cambiamento di barricata di Trump, passato dalla lotta anti-sistema alla passiva sottomissione all’agenda neo-con. In pratica, siamo in una situazione peggiore di quella nella quale ci aveva traghettati il premio-Nobel-per-la-pace Obama: non solo il groviglio siriano si è ulteriormente compromesso, non solo i rapporti con la Russia sono più tesi delle corde di un violino, ma adesso il presidente USA sembra intenzionato ad aprire un nuovo fronte di tensione internazionale andando a stuzzicare la paranoica Corea del Nord. A ciò, si aggiungano gli acrobatici cambi di bandiera della Turchia, i focolai di guerra mai sopiti nel Donbass, le tensioni che già si delineano all’orizzonte con l’Iran. Basterebbero queste notizie per farci prenotare un posto in prima fila in chiesa, perché il mondo ha bisogno ora più che mai delle nostre preghiere.

Notiamo che il grande pericolo per la pace mondiale – che sempre più rivela la presenza del Nemico, Divisore per eccellenza – si alimenta con la menzogna. Menzogne profuse a piene mani dai giornali occidentali, che sembrano fare a gara a chi deforma maggiormente la realtà dei fatti. Menzogne, come quelle che da tempo dipingono la Russia di Putin, verso la quale ci vorrebbero trascinare in una guerra senza speranza. Menzogne, come quelle che circondano ogni avvenimento legato al conflitto siriano. Menzogne, come quelle che ci costringono a credere – dal gender all’immigrazione incontrollata – tanto da farne una specie di religione laica, di Stato.

Il disordine mondiale nasce nella menzogna, vive di menzogna e ci ucciderà per mezzo della menzogna; e questo è vero, se è vero che il padre della menzogna è solo uno: il Nemico, nemico di Dio e dell’uomo. Il grande Solženicyn amava ripetere che la menzogna, per attecchire, ha bisogno della complicità di chi non la denuncia, vuoi per ignavia, vuoi per pusillanimità, vuoi per disinteresse. Dunque, se dalla nostra piccolezza di uomini vogliamo salvare questo mondo che sembra sull’orlo della distruzione, abbiamo il coraggio di denunciare la menzogna. Gridiamo a gran voce la verità, facciamoci suoi portavoce, suoi alfieri, suoi paladini. Altrimenti, saremo dei mentitori anche noi. Saremo dei traditori come Giuda, che consegnò il suo Maestro – che è la Verità – alle mani di chi voleva condannarlo a morte. Altrimenti tradiremo come tradì Pietro, altrimenti tradiremo come tutti coloro che nel momento sommo dell’arresto e della Passione di Cristo erano fuggiti, lo avevano rinnegato o erano intenti a fare altro.

Ma prima ancora, prima di tutto, viviamo la verità. «Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario», diceva Orwell. Non basta, non è più soltanto «dire la verità». Il concetto essenziale è «essere» con la verità, e ciò avviene soltanto vivendo il Vangelo. Viviamo la verità, facciamola entrare in noi, nella nostra quotidianità, nella nostra anima. Viviamola e facciamola nostra riconoscendoci figli di Dio; di quel Dio che in questi giorni che ricordano la sua Passione ci guarda dall’alto della croce, e ci ricorda che lui è morto per darci la libertà dal peccato; libertà che è tutta riassumibile nella parola: verità. Non è morto per cancellare le guerre. Non è morto per sfamare i popoli. Non è morto per portare la giustizia su questa Terra. No: Egli è morto per salvare le anime, e per salvarle portandole su quella Via che è Verità e Vita.
Per questo, contro la menzogna facciamo l’atto rivoluzionario di abbracciare la verità. Sforziamoci di viverla quanto più possibile. Ciò non soltanto per salvare il mondo, ma anche per salvare noi stessi. Viviamo in un’epoca che si può leggere in chiave escatologica; non conviene ritardare il nostro appuntamento con la Verità.
Pensate che ciò non basti? Che non sia sufficiente abbracciare la Verità, viverla e proclamarla? Pensate a cosa fece quella manciata di pescatori della Giudea, che ebbe il coraggio rivoluzionario di proclamare al mondo ciò che aveva visto. Siamo ancora in tempo per cambiare il mondo: basta essere con la Verità.

 

18 febbraio 2017

Con la censura alle fake news vogliono censurare il Cattolicesimo


di Giorgio Enrico Cavallo

La menzogna? Nei nostri tempi «diventa verità e passa alla storia», per rubare un inquietante vaticinio di quel profeta laico che fu George Orwell. Perché bisogna essere chiari: la guerra alle fake news lanciata dai nostri burattinai al potere non ha l’obiettivo di ripristinare la verità. Solo le anime belle ci possono credere. Il dispiegamento di forze in atto sta a significare una sola cosa: che il Grande Fratello che governa il mondo sta cercando disperatamente di instaurare una sola verità: quella di regime. Si veda l’inquietante disegno di legge a firma Adele Gambaro (Ala-ex Cinque Stelle), Riccardo Mazzoni (Ala-ex Forza Italia), Sergio Divina (Lega Nord) e Francesco Giro (Forza Italia): lorsignori propongono sanzioni fino a cinquemila euro (!) e la reclusione non inferiore a dodici mesi (!!) per i responsabili della diffusione delle fake news. Osserviamo che tali pene sono rivolte «a chiunque diffonda o comunichi voci o notizie false, esagerate o tendenziose, che possano destare pubblico allarme o per chiunque svolga comunque un’attività tale da recare nocumento agli interessi pubblici». Già, gli interessi pubblici. Come no. Ma il pezzo forte è riservato a «chiunque si renda responsabile di campagne d’odio contro individui o di campagne volte a minare il processo democratico, anche a fini politici»: per lui, la sanzione sarà di 10mila euro e fino a due anni di reclusione (!!!). Insomma, checché ne dicano i responsabili, è una chiara ed evidente legge-bavaglio.
Per capirne l’urgenza, occorre fare un passo indietro. La sconfitta della «vincente» Hillary Clinton, «gioiosa macchina da guerra» (letteralmente) voluta senza se e senza ma dagli squilibrati guerrafondai di Washington, ha dato un colpo troppo forte al sistema  progressista che governa l’Occidente. Trump – bene o male che lo si voglia giudicare – sembra intenzionato allo scontro frontale con tutto ciò che rappresenta il marcio al governo: media compresi. E poiché i media sono il megafono del progressismo, ecco che inizia la guerra alle fake news.
E che saranno mai, le fake news? Guardiamoci bene dal pensare che siano «notizie false». Solo le anime belle, nuovamente, possono crederlo. Nel contenitore delle fake news convergono tutte quelle notizie che danno fastidio al regime culturale progressista. Gli esempi in merito sono molteplici. La denuncia del Parlamento Europeo per la pericolosissima «propaganda russa» e in ultimo il blocco della monetizzazione di un sito indipendente come blyoblu.com di Claudio Messora, sono uno spaccato considerevole della partita in atto.
Quello che temiamo è che la censura si abbatterà sempre più forte e sempre più implacabile man mano che si alzerà il livello dello scontro. Facebook si sta armando per arginare la diffusione delle notizie false; in Italia, la «presidenta» della Camera Boldrini ha armato un team capitanato dai soliti noti «debunkers», gli smascheratori professionisti di presunte bufale. Il tutto, per «combattere l’odio», secondo la sdolcinata giustificazione che serve per mascherare, in realtà, una censura di Stato.
Crediamo forse che questa censura riguarderà soltanto i blogger anti-sistema? Dimentichiamo che chi ci governa è un seguace – più o meno consapevole – dell’illuminismo militante del XVIII secolo. E l’illuminismo aveva un solo nemico giurato: la Chiesa Cattolica.
L’evoluzione storica del pensiero illuminista ha portato al progressivo smantellamento del cattolicesimo, sotto le pressioni degli Stati europei e degli stessi uomini di Chiesa, cresciuti in un contesto sempre più intollerante e ormai drogati, una dose dopo l’altra, di filosofie che tutto sono, fuorché cristiane. Men che mai, cattoliche.
Pensiamo forse che la guerra alle «fake news» coinvolgerà soltanto Messora e, magari, i contestatori di quella rete di potere che soffoca il mondo? Suvvia! È evidente che tutto ciò si ritorcerà contro lo stesso messaggio evangelico: d’altronde, è da anni che si sta cercando con ogni mezzo di edulcorare la parola di Cristo; parola che è Verità, ricordiamolo. La scomparsa dei Novissimi dal magistero della Chiesa è un esempio eloquente e chiarissimo di come la Verità venga smantellata a piccoli pezzi, annacquata e resa innocua. Il prossimo passo sarà quello di trasformare ufficialmente la Verità… in menzogna. Difficoltà uguale a zero: l’ignoranza che il cattolico medio ha della Bibbia, della predicazione di Cristo e degli insegnamenti morali della Chiesa è tale, che i «signori della menzogna» già non hanno nessuna difficoltà a far dire dalle pagine della Scrittura ciò che vogliono loro. No, non stiamo parlando solo degli allegri e fantasiosi predicozzi di Scalfari su Repubblica: pensiamo anche a monsignor Galantino che, nella ormai celebre predica a Cracovia, ha “salvato” Sodoma e Gomorra dalla distruzione. E che sarà mai!
È tutto un florilegio di invenzioni bibliche e di divertissement curiali che lasciano sbigottiti. Tutto serve per depistare, per confondere, per anestetizzare l’animo dei fedeli; e, in fondo, la moltiplicazione delle panzane rende sempre meno efficaci le già deboli difese di chi tenta per il bene della Chiesa di arginare la preoccupante deriva. E se poi qualcuno davvero tenterà di mettere i bastoni tra le ruote… per lui sarà imposto il silenzio. Si veda a tal proposito il degno esito della diatriba con il cardinal Burke, finito in esilio a Guam. In mezzo al Pacifico. Avevano solo da mandarlo sulla Luna, già che c’erano.
Di converso, ai predicatori allineati con il regime della menzogna vengono aperti portoni dorati. Basti pensare a fantasisti come l’ex priore di Bose, a visionari come il cardinale Kasper, agli evangelisti della Chiesa 2.0 come il fondatore di Repubblica. Possono esserci tutti costoro, che ci insegnano come la Madonna non sia importante, come la comunione possa essere concessa a cani e porci e come gli apostoli, in realtà, fossero 13.
Di fronte a questa situazione di evidente guerra alla Verità, dobbiamo comprendere che siamo noi, pecorelle del gregge, che dobbiamo reagire. Se non ci sveglieremo noi, noi cattolici, tutto finirà. La menzogna diventerà inarrestabile: perché alla fine ci crederemo pure noi. Ci diranno che la Sempre-Vergine Maria era una donna come le altre: e noi ci crederemo. Ci diranno che Cristo non ha istituito la Chiesa: e noi ci crederemo. Ci diranno che il Suo sacrificio è stato inutile e che non c’è la Salvezza: e noi ci crederemo.
Saranno così compiute le «magnifiche sorti e progressive», si sarà finalmente debellato quel fastidioso stimolo che costringe gli uomini a riconoscere una Verità più alta, che obbliga le loro ginocchia a piegarsi davanti ad un altare e che schiaccia i poteri umani sotto un potere ben più grande ed eterno. Gli illuministi del Terzo Millennio si saranno costruiti la loro religione, a tratti figlia degli insegnamenti massonici, a tratti figlia delle necessità del momento. E soprattutto, sarà una religione manovrabile a loro piacimento.
Ribellarci? Suvvia, come sarà possibile? Lo «psicoreato» di cui al disegno di legge della Gambaro & Co. ci impedirà di reagire, ribadendo quella che è la Verità di Cristo. D’altronde, andare contro quella che è la novella Chiesa dell’Amore non potrebbe forse essere tradotto, da qualche giudice più scrupoloso di adattarsi al regime, in una sorta di «diffusione dell’odio?». Sembra assurdo? Guardate che i casi giudiziari di buona parte dei paesi ex-cristiani già insegnano che i giudici hanno ampi poteri per condannare chi si oppone al pensiero progressista dominante. Figuriamoci, poi, con una legge-bavaglio come questa!
Ricordiamoci tuttavia che la dittatura culturale che sempre più rapidamente ci sta avvolgendo nelle sue spire non è imbattibile: anzi, essendo nemica della Verità, essa è destinata a non durare. Crollerà da sola, ma non senza una nostra ferma ed attiva difesa della verità. Ricordiamo che il cristiano non può essere «tiepido»: deve essere fervente! La determinazione e la costanza nella professione di fede sono armi che ci denotano come uomini liberi: solo con queste armi potremo vincere la dittatura che scambia il bene con il male. Altrimenti? Non ce ne sarà per nessuno: né in questa vita, né nella prossima. Perché? Rileggetevi la lettera alla Chiesa di Laodicea: «Io conosco le tue opere; che tu non sei né freddo, né fervente; oh fossi tu pur freddo, o fervente! Così, perciocché tu sei tiepido, e non sei né freddo, né fervente, io ti vomiterò fuor della mia bocca» [Ap 3, 14-15]. Chi ha orecchi per intendere, intenda.

 

17 gennaio 2017

Post verità? Macché, siamo nell’epoca della menzogna


di Giorgio Enrico Cavallo

Lunedì scorso era il “blue Monday”. Il giorno più triste del mondo. Quello in cui sette miliardi di persone sarebbero in preda ad una fortissima depressione collettiva. Il giorno delle lacrime facili. Il giorno preferito dal cantante Mariottide. Perché? Perché lunedì 16 gennaio 2017 sarebbe stato il giorno più triste dell’anno? Vai a saperlo. O meglio, vallo a chiedere a tal Cliff Arnall, psicologo dell’Università di Cardiff, che avrebbe calcolato con una «complicata equazione» (fonte: la Stampa) il giorno più nero dell’anno. D’accordo, io non capisco niente di matematica: ma solo a me tutto ciò sembra un po’ assurdo? Come è possibile calcolare con un’equazione lo stato d’animo della gente?
E infatti non è vero. Il «blue Monday» non esiste. Lo stesso Cliff Arnall non sarebbe uno psicologo. E l’equazione – o presunta tale – sarebbe nata per una campagna pubblicitaria. Eppure la notizia è rimbalzata su tutti i giornaloni italiani. La Stampa, Repubblica, il Corriere. Basta digitare «blue Monday» su Google e vedere cosa salta fuori. Dei tre citati, solo Repubblica si prende la briga di definire l’equazione uno «pseudo calcolo matematico» e rivelare che la vicenda è frutto di «un'operazione pubblicitaria». Gli altri pigliano per oro colato questa tristissima storiellina. E tanti saluti alla verità dell’informazione.
Ah, la verità dell’informazione. Se perdo tempo a scrivere del «blue Monday» è perché si tratta di un deprimente esempio – permettetemi di giocare con gli aggettivi – di giornalismo-spazzatura. Un giornalismo che ritiene di poter pubblicare tutto – ma proprio tutto – ciò che di peggio passa il convento, senza nessuna analisi, senza nessun controllo, senza nessun vaglio critico. Ovviamente, sempre restando a livello della fuffa: perché guai a pubblicare notizie interessanti, soprattutto guai ad uscire dal mainstream! I lettori potrebbero perfino… leggerle!
No, ovviamente no. I giornali hanno smesso di riportare l’informazione sforzandosi di dire la verità. La verità, spesso, è noiosa. La verità il più delle volte fa male. Così, le notizie possono essere “animate” creando particolari succosi laddove in realtà il fatto di cronaca nudo e crudo è molto diverso; e, se la verità ha il brutto vizio di essere scomoda ci sono due strade: o non pubblicare la notizia oppure stravolgere la realtà dei fatti. Entrambe le modalità sono praticate con generosità dai parolai occidentali: così, oggi nessuno di noi sa quasi nulla di ciò che è davvero importante – ad esempio, provate a capire come vengono spesi davvero i soldi delle nostre tasse – e di converso sappiamo tutto su eventi di cronaca completamente deformati, come il recente caso della guerra siriana insegna.
Già questi due aspetti basterebbero per far inorridire chiunque sia iscritto all’ordine dei giornalisti – come il sottoscritto – e sia dotato di una seria autocritica professionale. Ma non basta: perché una lunga schiera di riviste specializzate nella fuffa insegna che esiste anche la verità… che non esiste. Non solo quella edulcorata. Non solo quella artefatta. C’è pure quella che «non esiste».
Sorpresi? Ma lo sapete benissimo! Il gossip, d’altronde, vive di voci di corridoio, pettegolezzi, smancerie, ciarle, sentiti dire e di bugie conclamate. Basta andare dal dentista e sfogliare una di quelle deliziose riviste patinate che vengono lasciate sul tavolino della sala d’attesa per anestetizzare il cervello dei pazienti prima dell’operazione. In una rivista di 100 pagine – povera Amazzonia! – si passa con una leggerezza sorprendente di palo in frasca, dalla politica alla cronaca nera, dall’amorazzo della velina alle foto in costume della soubrette sorpresa in Costa Azzurra. Verissimi scatti “rubati”, ovviamente. E noi ci crediamo pure.
Il blue Monday è l’ennesimo pourparler pubblicato perché i giornali hanno venduto la loro anima – se mai nei hanno avuta una – al demone della menzogna. E, visto che il demone della menzogna da solo non paga gli stipendi, ecco che prima di tutto si sono venduti al demone dei soldi. Perché se il titolista si inventa che «oggi è il giorno più triste dell’anno» tu, lettore, sei sorpreso e vorresti saperne di più. Non importa che sia una fesseria grossa come una casa: tu, lettore, ci clicchi sopra. Apri quella maledetta notizia scritta in barba alla verità e creata apposta per guadagnare. Tu, lettore, se clicchi su quelle notizie paghi la redazione ed implicitamente approvi la linea editoriale che crea il falso e nasconde il vero.
Siamo, in definitiva, nell’eclissi della verità; e non dico niente di nuovo: ci stanno dicendo da tempo che viviamo nell’epoca della «post-verità». Epoca nella quale l’opinione pubblica è influenzata da informazioni di dubbia attendibilità, se non del tutto artefatte. Ma anche questa affermazione è una mezza verità. Perché se vogliamo essere precisi e chiamare le cose con il loro nome, edulcorare le notizie e dire il falso non significa dire una «post-verità». Significa semplicemente essere bugiardi. Siamo sinceri, dunque: l’epoca attuale non è quella della «post-verità» ma quella della menzogna.
Come ogni cristiano dotato di un po’ di cognizione sa bene, c’è solo un padre della menzogna. E non è certamente il Padreterno. Il Nemico, il Tentatore, il Divisore: ecco il menzognero per definizione. Che ha tutto l’interesse a farci vivere lontani dalla Verità che è Dio.
Sto esagerando? Mica tanto. Per delle «verità» falsissime il mondo di oggi è sottosopra. Dalle guerre scatenate con scuse risibili alla follia del gender, siamo tutti avvolti dalla menzogna. E badate bene: gli altoparlanti della menzogna sono proprio i giornali, che come abbiamo visto hanno venduto la loro prerogativa principale – l’informazione il più possibile vicina alla verità – per diventare menestrelli della bugia. Bugie che non si eliminano – come vorrebbe qualche creativo che sembra uscito dall’universo distopico di Orwell – istituendo degli psicopoliziotti che facciano guerra alle bufale. La menzogna si combatte solo in nome di Colui che l’ha già vinta, perché ha vinto il male: Cristo. Solo riconoscendo il primato di Cristo nella nostra vita troveremo il coraggio di essere sempre dalla parte della verità. E magari – chissà – anche il giorno più triste dell’anno, con la sua vuota retorica depressiva, sparirà: Cristo porta la gioia, infatti. Non la tristezza. E soprattutto: mai la menzogna.
 

22 dicembre 2016

Qualche nota su "Misericordia et misera"


di Amicizia San Benedetto Brixia

La lettera apostolica pubblicata a conclusione del Giubileo Straordinario della Misericordia presenta alcune caratteristiche decisamente positive, prima fra tutte la brevità, cui il pontefice dell’essenziale ci aveva ormai disabituati. Ciò ha avuto come seconda dimensione positiva che il sottoscritto potesse riuscire nell’impresa di leggere il testo.
Belle le considerazioni in genere e bello il passo di aggancio agostiniano (n.1), in cui si ricorda che c’è Misericordia divina precisamente in quanto in noi c’è miseria, anzi in quanto noi siamo miseri, i miseri.
Ho molto apprezzato la ratifica dei permessi relativi all’assoluzione dal peccato di aborto e alla piena legittimazione della pastorale penitenziale della Fraternità Sacerdotale San Pio X (n.12). Personalmente avrei ribadito che, benché da tutti assolvibile, il peccato di aborto continua a soggiacere alla scomunica latae sententiae. L’uso del linguaggio giuridico della Chiesa più che mai avrebbe giovato a dire la carità nella verità, sottraendosi tanto ad abusi clericalisti quanto a strumentalizzazioni laiciste.
Apprezzabilissimo il paragrafo n.5 in cui si tratteggia la presenza del tema della Misericordia nella liturgia. Noi avevamo cercato di fare qualcosa di simile, scorrendo però il Messale di San Pio V.
Resto invece distante dall’approccio del n.10, che fatico ad interpretare: il Papa tace alcune puntualizzazioni che nella mia esperienza pastorale non risultano né inutili, né dannose, al contrario. Sulla scelta consapevole di Francesco di tralasciare talune considerazioni si riconosce facilmente uno dei tratti di questo pontificato: la premura di non scandalizzare, preferendo rimandare l’annuncio dell’ineludibile verità, al trauma di sottoporla in modo più o meno diretto ad un pubblico tanto fragile da essere impreparato ad accoglierla. Confesso che su tale istanza prediligo seguire alla lettera Gv 6: l’annuncio scandalizzante di alcune verità cristologiche non deve intimorirci - questa la mia considerazione soggettiva - perché confidiamo che Gesù stesso accompagnerà i fedeli nel tragitto di fede, che va dall’annuncio, allo scandalo, alla Pasqua, alla Pentecoste e dunque alla ritrovata e piena accettazione di fede da parte di tutti i discepoli e gli uomini di buona volontà.
Ciò detto, fatico nel comprenderei le seguenti espressioni: “Gesù davanti alla donna adultera scelse di rimanere in silenzio per salvarla dalla condanna a morte” e “non c’è legge né precetto che possa impedire a Dio di riabbracciare il figlio che torna da lui”. L’ultima espressione non chiarisce del tutto cosa si intenda per “torna(re) da lui”: il pubblico peccatore recidivo che entra in confessionale senza intenzione di emendarsi è “tornato da lui” o è solo tornato in chiesa? Quanto alla prima, che acquisterebbe maggior incidenza in altri contesti, a me risulta poco chiara nel presente: il sacerdote deve tacere la legge divina? Il Catechismo va considerato dubbio e imperfetto come l’antica legge farisaica? Il prete deve evitare di rimproverare i penitenti per il fatto di essere lui stesso peccatore? Gesù peraltro tace davanti agli accusatori, ma non tace di fronte all’adultera. Insomma i passi in questione non mi aiutano. Lo dico per una ragione semplice: ciò che non viene chiarito sarà, nella migliore delle ipotesi, dimenticato.
Mi sono permesso queste sottolineature negative, confortato dall’esempio della Civiltà Cattolica che in queste settimane non ha mancato di contraddire il Magistero di Benedetto XVI, pontefice emerito vivente: personalmente saluto con simpatia la libertà di criticare le parti non infallibili dei pontefici ad salutem animarum.
Mi confidava una parrocchiana che il Giubileo della Misericordia ha portato tra le sue conoscenze dei frutti tangibili di riavvicinamento alla Confessione: personalmente non posso confermare questa osservazione, né ho più scorto commenti relativi al famigerato “effetto Francesco” ventilato alcuni anni fa, ma sinceramente mi auguro che esso abbia proseguimento e che il soffio giubilare diffonda le sue spore per molte stagioni ancora.
Nella confusione contemporanea, in cui troppi sacerdoti e vescovi mi paiono sottostare a logiche di contrapposizione politica, a danno dell’itinerario di santificazione spirituale dell’umanità, ribadisco il mio interesse solo per questo secondo aspetto e mai per il primo. In tale prospettiva ho voluto condividere i miei pensieri sull’ultimo documento pontificio.
 

25 novembre 2016

“La forza della Verità”: un tesoro da riscoprire


di Alfredo Incollingo

E' difficile trovare un nostro “centro di gravità permanente” in una società relativista: non abbiamo una bussola che ci permette di orientarci e quindi possiamo facilmente naufragare. C'è chi esulta per questa conquista dell'umanità e chi invece prova orrore e sgomento per lo stato attuale delle cose. La gioia e il terrore sono sentimenti inutili se si vuole affrontare questa condizione esistenziale, perché entrambi eludono il problema.
Non è utile tirarsi indietro né assecondare; si deve riscoprire la Verità, che si incarna nella tradizione bimillenaria della Chiesa Cattolica. Solo così ci si può salvare dal baratro. Lo dice chiaramente Isidoro d'Anna, scrittore cattolico provetto, che nel suo “La forza della Verità: un tesoro da riscoprire” illustra il cammino nefasto della società verso l'abisso e ci aiuta a risalire da questo tetro baratro. Lo scrittore, che ci ha già illustrato in altre opere  la bellezza del cattolicesimo, riesce con uno stile semplice, autobiografico e incisivo a raccontarci questa ricerca di un punto fisso nella nostra esistenza. Sia chiaro, non tutto è solido né sacro e umano. Non lasciamoci trascinare da false religioni e strane sette: solo la Chiesa Cattolica riesce ad attraversare la storia tenendo fede al Vangelo, che sa parlare all'uomo e di Dio. Non è forse Cristo un Dio Incarnato in un corpo umano?
La “puzza” di Satana ha purtroppo inondato la Chiesa e il Concilio Vaticano II ne manifesta l'azione: da allora il cattolicesimo ha subito attacchi da più fronti, non solo esterni, perché l'obiettivo finale è decostruirlo. Come possiamo uscire da questa situazione? D'Anna ci ricorda che il cristiano ha già le armi per poter scacciare i maligni dalla Chiesa di Cristo: la fede e la preghiera. E' un percorso di riscoperta del loro valore e della loro forza, capaci di contrastare il male e ritemprare lo spirito. Non basta però. E' necessario ritornare alla tradizione e seguire il Magistero Cattolico, combattendo qualsiasi tentativo di relativizzare. Solo così potremmo ritrovare la bellezza (e la forza) della Verità.

 

24 ottobre 2016

Dopo la fine della Cristianità: bellezza, preghiera, sacrificio.

di Daniela Bovolenta
Sembra essersi diffusa una parola d’ordine nelle fila del cattolicesimo occidentale. Negli USA si parla da qualche tempo di “opzione Benedetto”, a suo tempo Giovannino Guareschi parlava di “salvare il seme”, senza contare Joseph Ratzinger, che già nel 1969 affermava durante una trasmissione radiofonica: “Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diverrà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare gli edifici che ha costruito in tempi di prosperità. Con il diminuire dei suoi fedeli, perderà anche gran parte dei privilegi sociali”. Anche Jacques Maritain rifletteva sulla fine della Cristianità e numerosissimi autori, di quella che possiamo chiamare la scuola Controrivoluzionaria, riflettono e scrivono a partire da questo dato di fatto.

Ci siamo, siamo al piccolo resto di Israele: un processo culturale durato secoli sembra ormai giungere alla fine. Siamo passati dall’ostilità di pochi nemici radicali, alla marginalizzazione sociale, all’irrilevanza, fino a giungere ormai alla persecuzione e, presto, al martirio. Non possiamo negare di aver contribuito spesso noi stessi alla nostra soppressione, con errori politici, strategici, umani, dottrinali, e di questo prima o poi spero ci si renderà conto.

Tuttavia, se l’annuncio di Cristo ha ancora un’attualità, se la sua promessa di salvezza non è stata falsa e vana, siamo ancora tenuti alla speranza. Speranza prima di tutto nella possibilità di una santità individuale, poi di una trasmissione del seme alle generazioni future, infine una speranza anche collettiva. Non nel senso, fallace, che un qualunque ordinamento civile possa automaticamente portare alla salvezza, non esiste e non può esistere nessun paradiso in terra, ma nel senso che alle società si possono dare ordinamenti più o meno conformi a rendere possibile, cioè a non ostacolare, la salvezza dei singoli. Senza nessun determinismo, e con la consapevolezza che la libertà individuale è un affare serio e inaggirabile, vogliamo ancora sperare in un mondo in cui annunciare il Vangelo integralmente non sia un’attività a rischio di marginalizzazione, censura, sanzione. Ma soprattutto vogliamo poter immaginare per i nostri figli un mondo dove il diritto naturale abbia effetto sulle leggi civili, in cui non sia possibile insegnare ai figli contro la fede dei padri, in cui la natura non sia una sorta di nuova divinità a sé stante, ma un libro che porta su di sé tracce del dito del suo Creatore.
Vogliamo un mondo dove la verità e la bellezza siano i primi criteri di giudizio, e si sappia invece che sentimenti e sensazioni riguardano un altro ambito, che non necessariamente è veritativo. Soprattutto vogliamo poter sperare nel Paradiso, e trasmettere la nostra speranza a tutti coloro che vorranno ascoltare.
Molti si chiedono, lo so, se non sia giunta l’ora di costruire nuovi monasteri. Se Don Massimo Lapponi cerca di fare una scuola a distanza, per insegnare le virtù disperse che possono far fiorire una famiglia (preghiera, arti decorative, canto...), l’amico Alessandro Benigni immagina qualcosa di forse ancora più radicale: una vita separata, quasi una forma di disobbedienza civile.
Io rumino e rumino tutte queste cose, quasi serbandole nel mio cuore. In passato ho scritto: “Questi monasteri domestici, isole luminose all’interno delle modernità, io li ho visti. Non sono resti del passato, attardati su una concezione del mondo ormai radicalmente fuori moda, ma germi del futuro.Come san Benedetto, che alla caduta dell’impero romano, non si preoccupa di salvarne i resti sparsi, ma di costruire uomini per il futuro, allo stesso modo vedo fare intorno a me. E non perché il futuro ci sembri un luogo teologico migliore del presente, ma perché il futuro si costruisce pazientemente oggi, educando, pregando e cercando Dio. I monaci tra la fine dell’Impero Romano e l’inizio del Medioevo salvano la cultura, la civiltà, persino la scrittura e l’agricoltura, ma non lo fanno per portare a termine un raffinato progetto culturale, lo fanno incidentalmente mentre sono presi dalla ricerca di Dio, quaerere Deum . Ma ancora mi chiedo come tutto questo possa tradursi in pratica.

In particolare a me interessano tre livelli:
1. come un mondo che scopre di non essere più la moral majority elabori delle strategie di trasmissione di fede e valori (o almeno ne discuta);
2. alcune specifiche comunità (ad esempio quella di Clear Creek) che si organizzano creando nuclei umani che approfondiscano al massimo la loro coerenza interna di vita, che condividano un orizzonte e che, nella pratica, abbiano mani libere in materia educativa, organizzativa a livello almeno locale, cultuale e culturale;
3. più di tutto: il “quaerere Deum ”, che è l’origine dell’opera di san Benedetto come ci spiega Benedetto XVI al Collège des Bernardins, e che non necessariamente si declina nella nascita di comunità separate, ma che altrettanto è radicalmente ostacolato nella quotidianità perché la persecuzione è vicina, è già in atto, e rimanere isolati e senza mezzi non ci rende più protetti. La lezione di san Benedetto mi pare significare, tra l’altro, che un mondo nuovo nasce quando si smette di puntellare quello vecchio che sta morendo e ci si rivolge completamente altrove. Non a caso non è stata l’opera di un individuo, ma di comunità e di una regola che plasma i rapporti tra gli uomini. In questo senso è illuminante dom Gérard Calvet, O.S.B., quando parla dello Spirito di cristianità.

Su quest’ultimo punto, in particolare, permettetemi di esprimere tutta la mia angoscia, mi pare che abbiamo ormai superato un punto di svolta e non credo che sarà considerato sufficiente constatare che prevalgono opinioni e stili di vita radicalmente contrari al piano di Dio: siamo ormai al punto in cui ci viene richiesto con sempre maggiore insistenza di “essere d’accordo”, di consegnare i nostri figli perché siano rieducati e ci guardino con diffidenza, di riconoscere di essere completamente impresentabili solo in quanto cristiani. Allora non so se l’opzione Benedetto costituisca una risposta, forse però elabora una domanda.

Io non ho soluzioni e ricette, solo alcune intuizioni: che la fede si risolleverà con la bellezza liturgica più che con mille piani pastorali, che la santità sarà più convincente di ogni discorso politico o sociale, che la bellezza dell’opera di Dio e di quelle degli uomini dissodi il cuore più arido e che, infine, non sarà ciò che è comodo e facile, ma ciò che è arduo, doloroso, difficile, a riportarci in pieno possesso delle nostre anime. Anche se ci piacerebbe che fosse il contrario, è il Sacrificio (e il sacrificio) la chiave delle nostre esistenze. L’uomo, diversamente da quel che ci dice il nostro tempo, è fatto di anima e corpo, e la dimensione spirituale prevale e giudica sull’altra. La nobiltà d’animo, la paternità spirituale, la grandezza e nobiltà interiore sono le uniche vere alternative alla vita da bestie tecnologiche che ci si sta preparando.

«Redimere tempus. — L’unica nobiltà dell’uomo, la sola via di salvezza consiste nel riscatto del tempo per mezzo della bellezza, della preghiera e dell’amore. Al di fuori di questo, i nostri desideri, le nostre passioni, i nostri atti non sono che «vanità e soffiar di vento», risacca del tempo che il tempo divora. Tutto ciò che non appartiene all’eternità ritrovata appartiene al tempo perduto .» (Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio , SEI, Torino 1971, p. 262)

Bellezza. Preghiera. Sacrificio (che è il nome dell’amore che dona sé stesso).
 

16 ottobre 2016

Roba da stupidi per stupidi


di Michele Curcelli

Il 15 ottobre a pagina 17 del quotidiano novello La Verità, Fabrizio Cannone ha scritto in merito alle chiacchierate leggi francesi inclini a “vietare i siti contrari all’aborto”. Dal momento che decenni di propaganda pro-choice non placano le fronde anti-abortiste, forse il miglior modo che la Democrazia conosce per affermare la sua verità stabilita a maggioranza e favorevole alla libertà di tutti è quello di silenziare gli oppositori (tra cui innumerevoli donne responsabili di aborto e poi pentite dell’atto).

L’articolo domenicale a firma di Galeazzi e Tornielli, apparso sulla Stampa, sembrerebbe cavalcare virtualmente le tendenze d’oltralpe: "Quei cattolici contro Francesco che adorano Putin". Così titola, ed è difficile non sentire, tra le righe dei due vaticanisti tiravento, il rammarico per il fatto che il web non possa mettere il bavaglio a tutti coloro che si esprimono criticamente nei confronti dell’attuale pontificato. In mancanza di legislazioni totalitarie capaci di colpire non solo i chierici (penso al vergognoso caso dei Francescani dell’Immacolata, espulsi e costretti all'addiaccio, trattati peggio degli emigranti, nel disinteresse generale dei tirapiedi pontifici), ma anche i laici (fottutissimo Concilio ventunesimo che li ha responsabilizzati!), ecco che la Stampa ci prova, a bombardare i nemici, ridicolizzandoli.

Già, peccato che le tecniche adoperate svelano la profonda inconsistenza religiosa dei redattori e lo spirito decisamente acattolico del loro pensiero. D’altra parte, un altro quotidiano domenicale, il Vangelo della santa Messa, metteva in guardia: "quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora fede sulla terra?" Partiamo dalle inesattezze dell’articolo in questione, poi lanceremo le nostre accuse.
Anzitutto, giudicano la compagine dei detrattori dell’attuale pontificato, si dice che “a tenerla unita è l’avversione a Francesco”. Falso, la galassia di oppositori al Magistero dell’attuale pontificato non è unita in se stessa, né è composta di gente avversa a Francesco: c’è chi non lo riconosce come Papa, chi lo riconosce ma accusa apertamente, chi è a disagio con alcune sue espressioni sebbene lo onori.
Quindi si cita il caso Socci. Personalmente non prendo posizioni, ma denuncio che, come Socci mi è da subito parso la voce temeraria espostasi a nome di qualche cardinale ben informato, ugualmente G&T mi paiono il pappagallo della vulgata normalista, capaci solo di rassicurazioni tiepide e banali. Per quanto poco il sottoscritto sottoscriva Socci, prendo atto del fatto che i giuristi espressisi criticamente attorno alle elezioni sono ormai più di uno e le battute freak della Stampa non smontano le loro obiezioni sottili. Ma si vede che la Stampa scrive per un pubblico di presunti deficienti (io in effetti non la leggo).
In terzo luogo si descrive l’“opposizione a Francesco, numericamente contenuta”. Ora, a parte che il numero è contenuto, se si fa il censimento di chi anima il dissenso sul web, ma cresce vertiginosamente, se si intervistano le persone dal vivo. E’ quell’“effetto anti-Francesco” di cui Introvigne non vuole parlare, bontà sua. D’altro canto, e ci torneremo sopra più oltre, quanto contano i numeri, se si tratta di Verità?
Da ultimo segue un sfilza di autori sparpagliati, di cui vengono prese dichiarazioni più o meno centrate, in un affastello di chiacchiere che ha l’effetto di gettare ironia e discredito sulle proposte avanzate. Nella sarabanda lo storico Giovagnoli accusa il fronte anti-franceschiano di occidentalismo (omissis le tesi dell’asiatico mons. Zen: anche lui un occidentalista per caso?), Socci e mons. Gänswein vengono frullati al fine di azzerare ipotesi gravissime cui non ci si perita di rispondere, un centinaio di anonimi teologi e filosofi sono bollati come resistenti e don Bux come dissidente (ma cosa dicono? Che livello di scientificità portano? Merita ascoltarli? Si saranno giocati la reputazione per un capriccio?), per poi trovarsi affiancati alla volgarità del sacerdote ambrosiano don giorgio De Capitani secondo cui “il Papa ci sta rompendo le balle”. Ma tutto questo è giornalismo?

Il mio giudizio è che l’indagine di G&T è, per dirla con Paolo Conte, roba da “stupidi per stupidi” (Jeeves, album: Nelson). Il dolore con cui tanti fedeli, blogger o meno, stanno vivendo il clima ecclesiale confuso di questi tempi è inenarrabile, autori seri e innamorati della Chiesa di Cristo si preoccuperebbero di questo, non di sfanculare presunti avversari del web. A meno che le due penne stiano semplicemente obbedendo ai loro capi, convincenti salariatori.

Concludo e commento. G&T imperniano la retorica del bavaglio su due termini congiunti: abbiamo dinanzi un fronte solo apparentemente compatto, in fondo numericamente inconsistente. Smonto la retorica. Il fronte non è compatto e non è un fronte e non è anti-franceschiano. Il proclama in salsa anti-fascista e anti-falangista non tiene (poteva mancare tra i nomi citati alla rinfusa un guenoniano, la destra esoterica, Cuniberto?), in merito valga quanto dirò a breve sulle posizioni curiose di Introvigne. In secondo luogo i numeri non contano proprio nulla. Il punto è che la verità dei cattolici è Cristo stesso, e che a difenderlo ai piedi della croce sia rimasta la Madonna e pochi altri non toglie nulla al testimonio di Cristo. Su questo G&T concordano? Da qui deriviamo il modello veritativo cattolico, la verità cattolica non si stabilisce a maggioranza, le cose non vanno bene se tutti le applaudono (quei maledetti applausi in Chiesa che tolgono riflessività e fanno mentalità populista): la verità si fonda su ben altri criteri, se poi la seguiranno in pochi, saranno dolori, ma non a danno della verità, bensì dell’umanità. Devo proprio perdere tempo a citare i documenti a sostegno di tale posizione? La premiata coppia G&T non conosce Magistero, CIC, Catechismo, DSC e compagnia? Per esempio, la “critica all’esortazione apostolica «Amoris Laetitia» di 45 teologi e filosofi cattolici” è impressionante per rigore e gravità. Tale per cui da un lato ci si chiede come mai l’abbiamo firmata solo in 45, dall’altro sarebbe valida e scioccante anche se l’avesse firmata uno solo: in fondo al solo san Paolo dobbiamo il valido rimbrotto a san Pietro documentato nel Nuovo Testamento. In sintesi, non c’è nessuna falange armata (di penna o spada) e non c’è nessun complotto contro Francesco. Ci sono alcuni fedeli che hanno capito quanto la difesa della fede sia più importante della difesa di qualsivoglia poltrona, persino di quelle giornalistiche vicine al Vaticano.

E ora veniamo all’ultimo paragrafo dell’articolo e all’ultimo grave tema, che fa rima con il personaggio più ambiguo del conservatorismo cattolico italiano contemporaneo, il prof. Introvigne.“Introvigne sostiene che questo dissenso «è presente più sul web che nella vita reale ed è sopravvalutato: ci sono infatti dissidenti che scrivono commenti sui social sotto quattro o cinque pseudonimi, per dare l’impressione di essere più numerosi»”. A parte quanti scrivono sotto pseudonimo solo per smarcarsi dall’immisericordiosa censura ecclesiastica, gente che ama scrivere la verità, ma deve anche garantirsi un posto di lavoro, perché leccare i piedi al pontefice di turno non sempre procaccia sussistenza; a parte la stranissima partita culturale di Introvigne, che fino a pochi anni fa recensiva le minuzie teologiche di Benedetto XVI, atteggiandosi a suo interprete ufficiale, mentre oggi difende con nonchalance le dichiarazioni di Francesco sovente ambigue e a tratti antipodiche al Magistero precedente - e tacciamo sul grande assente nell’inquisitoria di G&T, Alleanza Cattolica, che non si sa più che taglio cultural-spirituale persegua, da chi sia diretto, dove sia diretto, che abbia da dire (questo non lo scrivono sui blog, ma basta entrare in confidenza coi loro adepti per saggiarne tutto il malcontento e lo sbando); a parte non aver ancora capito chi mai abbia messo in giro l’idea di uno scisma e che divertimento ci sia nell’irridere chi l’abbia minacciato o nel denigrarne la proiezione futura; il fatto è che, per la terza volta, non sono d’accordo né con la diagnosi né con la terapia dei vaticanisti: non vedo il fronte allineato, non vedo il proclama anti-franceschiano e non vedo il problema scismatico-numerico. Le Scritture in merito sono chiare, l’avvicinarsi degli ultimi tempi sarà segnato dall’apostasia, mica dallo scisma. Chiedo: il problema è la plausibilità di uno scisma nell’immediato o il problema è che umanità e cristianità ormai sono insensibili a qualsivoglia variazione ecclesiale, morale, giuridica, culturale e le maggioranze sono inclini ad adeguarsi anche alle peggiori contraddizioni in campo dottrinale e sacramentale? In altri termini, tertius datur: puoi avere la Chiesa compatta e fedele, puoi avere lo scisma, puoi avere infine anche la terza opzione, quella della Chiesa - per così dire - compatta e infedele. Si chiama apostasia e san Paolo, quello che proibiva la comunione ai peccatori e non condannava apertamente l’istituto della schiavitù antica, ce l’ha preannunciata.
Però chi se ne frega, la Chiesa ormai è una cosa politica - come denunciava inutilmente Messori alcuni lustri fa - e non una cosa spirituale, ergo è giudicata secondo parametri politici, governata secondo riforme politiche, descritta da gesti di populismo vacuo, blindata e propagandata da giornalisti e sociologi. Non c’è spazio per teologi, filosofi e martiri in una cosa politica. Quanto a Putin, resto attonito, non c’entra nulla, non interessa a nessuno (o interessa, ma per tutt’altri motivi) e conferma solo la lettura politica del caso. Fa nulla, nella Chiesa insensibile al rischio di apostasia le deduzioni logico-teologiche degli intellettuali sono bazzecole, ma gli accostamenti psicologico-associativi tra cattolici tradizionali e Putin sono fondamentali. Davvero, roba da “stupidi per stupidi”. Lo vogliamo dare o no un Nobel anche a Paolo Conte?

 

07 settembre 2016

Verità e dialogo e alcune considerazioni su Amoris laetitia


di Daniele Barale

Lunedì 12 settembre Rocco Buttiglione presenterà, a Torino, il suo ultimo libro “Sulla verità soggettiva. Esiste un’alternativa al dogmatismo e allo scetticismo?” (Rubbettino Editore). Alle 21,15 presso la Sala conferenze di Via delle Rosine, 15. Presentazione organizzata dal Centro Culturale Pier Giorgio Frassati e dalla Fondazione Centro Studi Augusto Del Noce. Il filosofo e politico torna nella città con cui ha antichi e più recenti legami. Qui ha compiuto gli studi liceali, al D’Azeglio. Nel 2006, il professore ed ex-ministro ne è stato candidato sindaco del centrodestra, sedendo per un biennio in Sala Rossa.

Introdotto da Michele Rosboch, professore di storia del diritto all’Università di Torino e presidente del Frassati, l’incontro-presentazione consentirà al deputato e titolare della cattedra Giovanni Paolo II di filosofia alla Pontificia università lateranense di chiarire il senso di suoi recenti interventi pubblici che hanno avuto eco molto vasta.

Lo scorso 30 maggio il filosofo cattolico Rocco Buttiglione, con un’ampia intervista a Vatican Insider, spiegava perché l’esortazione apostolica Amoris laetitia sul matrimonio e la famiglia, compresi i passaggi possibilisti sull’accesso all’eucaristia per i divorziati risposati – dopo attento discernimento e senza alcun automatismo – non rappresentasse affatto una rottura con la tradizione precedente ma piuttosto uno sviluppo.

Concetti simili ha espresso in un articolo per “L’Osservatore Romano”, pubblicato il 20 luglio scorso, dal titolo “La gioia dell’amore e lo sconcerto dei teologi”. Scrive tra l’altro, Rocco Buttiglione, nel suo articolo, che “Adesso il divorzio è un fenomeno di massa e rischia di trascinare con sé un’apostasia di massa se di fatto i divorziati risposati abbandonano la Chiesa e non danno più un’educazione cristiana ai loro figli. La società non è più omogenea, è diventata liquida. Il numero dei divorziati è molto grande ed è cresciuto ovviamente anche quello di coloro che si trovano in una situazione “irregolare” ma possono essere soggettivamente in grazia di Dio. È necessario sviluppare una nuova strategia pastorale. Per questo i Papi hanno cambiato non la legge di Dio ma le leggi umane che necessariamente l’accompagnano, dato che la Chiesa è una compagnia umana e visibile”.
Il dibattito sull’Esortazione post-sinodale e sulle questioni che pone è molto vivo, l’appuntamento torinese è quindi un’opportunità per confrontarsi con uno dei protagonisti.


 

19 maggio 2016

"Verità verità? Senza dissiplina vita è dura"

AMICUS CERTUS IN RE INCERTA CERNITUR
(OVVERO L’AMICIZIA È UN MASCHIO O È PIU’ FACILE GETTARE IL CUORE IN UN GINEPRAIO )

«Verità verità? Senza dissiplina vita è dura».
(Vujadin Boskov)

di Matteo Donadoni

Hanno tentato per 37 anni di farmi capire che l’amicizia fra un uomo e una donna esiste. Intendendo per uomo un maschio. Chiaro? Ho sempre, sempre negato. Sempre. Esistono le mamme, le fidanzate, le mogli e le vedove. Se voglio uscire per una birra chiamerò sempre un maschio. Cioè un amico. Se è pur vero che, in linea strettamente teorica, in metafisica il simile va col simile, come la cornacchia va con la cornacchia, le donne non sono cornacchie, ed in ogni caso il problema con le donne credo sia sempre questione anche di fisica. Lo ha capito la bambina della Lufthansa, ma l’avevo capito anch’io, figlio romanista di un ex-dipendente Alitalia laziale. Tanto più che in fisica, come dice anche Eraclito, gli opposti si attraggono. E qui mi viene in soccorso, fuor di metafora, Aristotele riportando un frammento di Euripide: «la terra inaridita ama la pioggia, e il venerando cielo, pregno di pioggia, ama cadere sulla terra».

Quindi?

Circola un simpatico video su WhatsApp nel quale si può vedere un vecchietto tedesco cui viene sottoposta la domanda: «Con chi preferirebbe trascorrere il suo finesettimana?» L’intervistatrice in bella forma di cortesia sembra iniziare un elenco a risposte chiuse: A: «Mit Ihre Frau» e subito l’Oppa (il nonnetto) risponde energicamente interrompendola BBBBBB!!!

Questo per dire che, ogni tanto, in genere su pressione della mia dolce altra-metà-del-cielo, anche io devo falciare (e, anche se una volta ho usato la falce per mietere grano, i miei sacri avi mi perdonino il termine) il prato. Come stamane. Nel frattempo in genere trovo anche il modo di bisticciare simpaticamente con la vicina di casa, una signora di Comunione e Liberazione, catechista al paese, e col marito evidentemente del Partito Radicale (non sta nella pelle di veder sposati due uomini da una sacerdotessa), riguardo l’ordinazione delle diaconesse perché i preti sono pochi. Ma come? Gli apostoli non erano forse solo 12? E devo dire che la cosa è un elemento a rinforzo delle mie incessanti e insostenibili riflessioni, comprese quelle ad alta voce, sulla Chiesa e sul Matrimonio, su quanto ne rimane e su quale sia la verità – un uomo onesto intellettualmente ogni tanto, almeno ogni dieci anni, dovrebbe interrogarsi per rendersi conto di essere o meno nel vero, perché a tutti può capitare di ingannarsi, soprattutto sulle cose importanti –. Una mia cara amica (lei non sa di esserlo), che qui solo per comodità chiameremo col bel nome romano di Claudia, mi ha detto una volta davanti ad un orribile caffè: «Verità… cos’è la verità? la verità è un’opinione».

Non ho sbraitato come un molosso idrofobo per paura di sfrisare con i decibel del mio egocentrismo vocalizzato il suo tenero viso di fanciulla. Non ne abbiamo più riparlato. E non a causa di cosa sia la verità, ma proprio a causa della Verità in sé. Perché sbaglia Confucio nel dire che «Niente è più visibile di ciò che è nascosto», la verità, in greco aletheia è la cosa più visibile e luminosa in assoluto. Per i cattolici è Cristo stesso. A volte, semplicemente, un cartello che non vedi finché con ci sbatti la testa, ma questa non è altro che una questione di rozza e cruda cronaca locale, anzi, personale. D’altra parte avevo un solo cuore da perdere e, ad esser sinceri, non ricordo neanche bene dove l’ho messo.

Lo ammetto leggero come un volo di rondine, Afrodite tessitrice d’inganni, sa celare una tigre siberiana dentro una gatta o, come dice Omero, «è la seduzione che ruba il senno anche ai saggi» (Iliade XIV, 217). Figuriamoci ai poveri pirla. Di quelli che vengono smentiti dallo stesso filosofo utilizzato per sostenere le proprie tesi: «si dice, invece, che bisogna volere il bene per l’amico per lui stesso. Ma quelli che così vogliono il bene degli altri si chiamano benevoli, anche se non vengono da quegli altri ricambiati: la benevolenza è, infatti, amicizia solo quando è reciproca. […] Bisogna dunque, per essere amici, essere benevoli gli uni verso gli altri e non nascondere di voler il bene l’uno dell’altro» (Etica Nicomachea VIII, 1155b – 1556a).

Quindi adesso arriva la massima. Le opinioni sono come i dolori: ognuno ha i suoi. Solo la Verità è sempre uguale, immutata, immutabile per tutti, in ogni tempo e sotto lo stesso aspetto. Lo affermo non perché io detenga la saggezza che, come dice lo Stagirita, di per sé «è imperativa, perché il suo fine è quello di determinare ciò che si deve o non si deve fare» (Et. Nic. VI, 1143b 5), ma solo per quel minimo di giudizio che spero mi sia rimasto e, più che altro, sulla scorta di San Paolo. Quanto a me, uomo, non sono certo un eroe di virtù, né l’Ettore che lo stesso Omero definì «… non pareva figlio di un uomo mortale, ma figlio di un dio» (Iliade XXIV, 258), né tantomeno il Pelide Achille.

Ma tornando ad Aristotele, ma anche al benzinaio, con rispetto parlando, «l’amicizia è necessaria alla vita. Infatti senza amici nessuno sceglierebbe di vivere, anche se possedesse tutti gli altri beni» (Ibidem, VIII 1155a), eppure non considera l’amicizia fra uomo e donna. Sembrerà ovvio a molti. Già l’amicizia è rara… però dice anche una cosa che è certamente anche valida nei confronti del gentil sesso: «secondo il proverbio non è possibile conoscersi reciprocamente finché non si è consumata insieme la quantità di sale di cui parla appunto il proverbio <a casa mia fa un chilo>. Per conseguenza non è possibile accogliersi come amici, né essere amici, prima che ciascuno si sia manifestato all’altro degno di essere amato e prima che ciascuno abbia ottenuto la confidenza dell’altro» (1156b).

Argomento spinoso. Praticamente un ginepraio. Ne sapevano qualcosa anche gli Ebrei: nell’Antico Testamento “uomo” si dice איש (ish), donna אישה (isha) e quando si incontrano, se non stanno più che attenti (secondo la Legge che Dio diede a Mosè), finiscono per consumarsi entrambi in un termine simile: אש (esh – mi scuso perché non ho trovato i vocaboli vocalizzati, ma sono di facile lettura) ovvero “fuoco”, e buonanotte al matrimonio, all’adulterio e tutta la baracca.

Dunque, c’è chi, come me, lo ha sempre risolto semplicemente con un laconico, olimpico, No. Punto. D’altro canto c’è qualcuno molto più autorevole di me che risolve un po’ tutto, soprattutto questioni di vitale e soprannaturale importanza, anche con maggiore superficialità. Riportando Sandro Magister per quanto già fatto ben notare su questo sito: «Rimettendo in discussione ciò che prima di lui appariva definitivo ha aperto un processo che dà pari cittadinanza alle opinioni più inconciliabili, e quindi anche ai riformisti più accesi. L'esempio forse insuperato di questa sua invenzione Bergoglio l'ha dato lo scorso febbraio, quando è andato in visita alla chiesa luterana di Roma (...). Una protestante sposata con un cattolico gli chiese se poteva fare anche lei la comunione, assieme al marito. E lui le rispose con una tale girandola di sì, no e non so da non lasciar capire, alla fine, quale conclusione trarre, se non questa: "È un problema a cui ognuno deve rispondere"». Tutto ciò al netto, ad esempio, dell’ordine perentorio ricevuto dal mio amico e fratello padre Ephrem Hanna, monaco siriano esule in Svezia, da parte del proprio patriarca circa non l’avere assolutamente nulla a che fare, in parole e opere, con la vescovessa (si dice?) luterana del luogo, la quale ha pensato bene di sposare un Imam.

Siamo sul livello “matrimonio, non-matrimonio; spaghetti, non-spaghetti; amicizia fra un uomo e una donna, non-amicizia fra un uomo e una donna”, ed è un problema a cui ognuno deve rispondere da solo? Mettiamo Aristotele e Gesù Cristo lassù in soffitta come il Crocifisso di Don Camillo? Mah.
Ergo? E’ possibile l’amicizia fra un uomo ed una donna? Cara Claudia, so bene che non leggerai, ma dopo averti conosciuta non ci giurerei di sicuro più. Per ora, però, la mia opinione, mia quanto il mio dolore, rimane sempre no. Come dice Isacco di Siro o di Ninive (-700 ca): «Colui che per un’ora geme su se stesso, è più grande di colui che insegna l’universo. Colui che conosce la propria debolezza, è più grande di colui che vede gli angeli. Colui che segue contrito Cristo, è più grande di chi gode il favore delle folle nelle chiese».

Insomma. Conserviamo pur sempre il peccato originale: ish e isha, forse, possono essere amici solo con la Grazia di Dio. Non è per niente facile.
Il resto è una speculazione che rimane nel campo delle ipotesi e dei futuribili, come quando, da grande, farò l’allevatore di conigli per la caccia alla tigre.
Strano. Non faceva poi tanto male.

 

22 aprile 2016

Inscindibili: Verità, Giustizia, Misericordia

di Riccardo Zenobi

Mai come oggi la confusione regna sovrana tra i cattolici, che non sanno più a chi far riferimento per conoscere Cristo, sorgente e Vita della Chiesa e dei fedeli. L’Associazione culturale Oriente Occidente propone un ciclo di conferenze per dirimere alcune delle questioni più scottanti dell’attualità, non solo ecclesiale, ma anche politica e culturale.

Questa serie di incontri ha per titolo “Inscindibili: Verità, giustizia, misericordia - se mancano le prime due l’ultima non è tale”, e si propone di offrire un contributo sui corretti rapporti tra Verità, giustizia e misericordia, di fronte all’attuale incapacità di cogliere le loro implicazioni reciproche, anteponendo (o spesse volte contrapponendo) la “misericordia” alla Verità e alla giustizia ed ottenendo così una falsa immagine della misericordia, che viene svuotata di ogni caratteristica che non sia un vago sentimentalismo buonista. Tale deformazione porta poi a una ingiustizia reale, perché ridurre l’Amore di Dio e il Logos eterno al rango delle sensazioni sentimentali è la cosa più ingiusta che si possa fare verso i poveri in Spirito, i quali possono essere consolati solo da Gesù Cristo, non da un umanitarismo nelle sue varie versioni.

La peggiore ingiustizia che possa fare un cristiano verso il prossimo è falsificare il messaggio di Dio per una supposta “pastorale dell’accoglienza”, privandolo così di ogni possibilità di incontro con il Logos fatto carne in Gesù Cristo.
Questa serie di conferenze ha avuto inizio lo scorso 21 marzo, con la relazione tenuta da Mons. Antonio Livi sul tema “Di quale ideologia si è fatto banditore il sig. Enzo Bianchi”, la cui recensione potete trovare sul nostro sito a questo link; qui la registrazione. Dopo tale conferenza introduttiva, il prossimo incontro si terrà venerdì 13 maggio dalle ore 16:45 ad Ancona, presso l’Hotel City (via Matteotti 112-114), e proseguirà sabato 14 maggio dalle ore 9:45, sempre nella stessa sede, sul tema “Culto dell’emozione, oscuramento della ragione”.

Gli incontri seguenti si terranno invece nella chiesa di Santa Maria della Piazza, nell’omonimo piazzale ad Ancona; il programma degli incontri può essere consultato presso il sito dell’Associazione al seguente link.

Questo sito fornirà riassunti e recensioni di ognuno degli incontri, ai quali l’autore del post intende presenziare: appuntamento quindi al 13-14 maggio a tutti coloro che si sentono interessati all’argomento.