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22 marzo 2020

Ateismo e brave persone

di Riccardo Zenobi
Recentemente sono incappato in diverse immagini-slogan dove con frasi sostanzialmente simili si afferma che per essere una buona persona non serve Dio. Sebbene questa frase non sia del tutto falsa, nell’ambito ateistico in cui è stata espressa sottintende che per fondare l’etica non c’è bisogno di Dio, e quindi che la fede e la stessa esistenza di Dio sono superflue. Ho incontrato due varianti dello slogan: “la migliore religione è essere una brava persona” e “per essere una brava persona non c’è bisogno di Dio”; le idee veicolate hanno in comune il ritenere che la fede serva solo ad essere una brava persona (poiché se servisse ad altro non potrebbero sottintendere il messaggio dell’inutilità della religione), divergendo sul lasciar intendere che il metro di misura delle religioni sia quanto rendano persone perbene – la prima frase può veicolare questo messaggio, la seconda no.

Oltre alla confusione tra esistenza di Dio e religione (questioni distinte che gli atei spesso appiattiscono l’una sull’altra) viene richiamato un tema proprio dell’ateismo moderno, cioè che l’esistenza di Dio riguardi solo l’etica; vi è in ciò il riflesso di quanto avvenne in concomitanza con la nascita della scienza moderna: l’affermarsi della convinzione materialista secondo cui l’esposizione scientifica di un fenomeno sia l’interezza della spiegazione di una realtà; per cui tutto si spiega esaustivamente riducendolo al comportamento delle componenti materiali, senza alcun bisogno di ricorrere a Dio. Poiché l’etica è meno suscettibile di una spiegazione del genere nacque negli atei la convinzione che l’unico appiglio del credente per sostenere la sua fede fosse l’idea che senza Dio non vi sarebbe alcuna etica, relegando l’importanza della Sua esistenza al solo ambito morale – come farà esplicitamente Kant – riducendolo ad un chiodino su cui appendere l’etica.

Per quanto riguarda l’essere una “brava persona” va notato che i contenuti e le norme che definiscono una persona perbene variano enormemente sia nel tempo che nello spazio. Un gentiluomo del ‘600 non è tenuto a comportarsi o a parlare come un dandy dell’800, né le norme di comportamento europee sono convertibili con quelle cinesi. C’è da dire che gli slogan non sono del tutto falsi perché le norme di comportamento che definiscono una brava persona non fanno esplicito riferimento a Dio o a fondamenti etici essendo più che altro derivazioni culturali e convenzioni sociali; per cui adottare certi costumi non implica mutare la propria visione su Dio e la propria religione. Una qualche verità è presente nello slogan, ma del resto ciò è necessario perché se fosse completamente falso non sortirebbe alcun effetto su chi lo riceve.

La mutabilità della definizione di persona perbene mostra che l’etica non si può ridurre alle norme che definiscono le persone ammodo, ma si tratta di un ambito per più ampio che coinvolge il bene e il male nella loro estensione, e pone la domanda “cosa è il bene? È soggetto a qualcosa di più fondamentale che lo determina o no?” Nel corso dei secoli sono state costitute diverse etiche ateistiche, e il consenso degli atei è mutato in punti fondamentali; mentre gli illuministi erano contrari all’aborto e alla poligamia questi temi sono il caposaldo delle etiche liberal (la seconda nella versione del “poliamore”), l’etica razionale di Kant sosteneva la bontà della pena di morte, Marx riteneva i diritti umani una invenzione borghese e liberale; una minoranza di atei ha poi sostenuto che non esiste differenza tra bene e male (in primis De Sade). Oltre a questa varietà di contenuti morali sono stati proposti svariati fondamenti sui quali basare l’etica: contrattualismo, situazionismo, utilitarismo, etc. Ma il discorso porterebbe troppo lontano.

Uno dei punti di vantaggio delle etiche teiste consiste nella loro sostanziale immutabilità, potendo così essere un punto di riferimento dal quale valutare l’agire umano e sociale. In tal modo bene e male non fanno riferimento a qualcosa di ulteriore ma fondano essi il comportamento, rendendo così di valore morale praticamente ogni azione dell’uomo, per quanto piccola o apparentemente insignificante. Al contrario le varie etiche atee tendono a modificare i propri contenuti normativi nel corso del tempo, mostrandosi più come prodotti culturali che come possibili guide.
Tornando alle frasi di partenza, va sottolineato che in esse è presente l’idea che Dio non serve all’uomo e quindi se ne può fare a meno. Tale prospettiva è però del tutto antropocentrica poiché mette Dio al servizio degli interessi dell’uomo, come se ci fosse qualcosa di ulteriore e più fondamentale a cui lo stesso Dio è sottoposto. Quest’ottica – presente purtroppo anche in diverse religiosità contemporanee – è quella contro la quale si erse l’ateismo ottocentesco che denunciava la ‘falsa coscienza’ del credente; quando il nuovo ateismo fa propria la visione per cui occorre liberarsi di Dio perché non serve, assume implicitamente la stessa prospettiva della falsa coscienza, finendo per costituire un pensiero contro il quale si può usare la stessa critica ottocentesca.

Del resto, la presenza di Dio non riguarda solo l’etica poiché in una corretta visione filosofica Egli è fondamento, principio e creatore di ogni realtà, e nulla di ciò che esiste può essere indipendente da Lui. In quanto fondamento tutto riporta a Lui; in quanto principio ogni cosa reca un riflesso della Sua immagine; in quanto creatore ogni cosa dipende da Lui in ogni aspetto che possiede. Ciò vale non soltanto per ogni realtà ma anche per ogni uomo, perché l’agire umano è ordinato da gerarchie di valori e di principi che permettono di valutare e giudicare la realtà: in questo ambito il posto che spetta a Dio è quello di essere usato come metro di giudizio per l’agire del fedele, il quale è tale non se applica un criterio a Dio, ma se applica Dio come criterio. Il discorso potrebbe continuare e ampliarsi senza fine; quanto detto non esaurisce per nulla l’argomento, e spiega a sufficienza che Dio non è un “tappabuchi” di ciò che ancora non comprendiamo o che non riusciamo a ricondurre a certi principi materialistici, ma è il centro della vita dell’uomo e dell’universo.


 

24 dicembre 2019

Essere felici a Natale

di Riccardo Zenobi
Ogni anno l’Avvento è puntualmente accompagnato dalle solite polemiche che ci accompagnano fino a Natale, per poi andare in naftalina e ripresentarsi identiche come un post copia-incollato l’avvento dell’anno successivo. Tali diatribe vertono solitamente su due argomenti: il presepe nelle scuole e le (presunte) origini pagane del Natale.

Poiché stare tutti gli anni a rintuzzare gli stessi attacchi non serve a nulla (nel giro di 12 mesi verranno ricopiati dagli stessi autori e spammati come se si stesse dicendo qualcosa di originale) voglio provare a rendere queste polemiche dei veri motivi per essere felici e festeggiare il Natale ogni anno, grazie agli sforzi dei critici e detrattori di Cristo.

Natale è la nascita di una speranza indefettibile, e tale speranza nasce dal fatto che Dio stesso si è reso un semplice ed indifeso bambino, dipendente – Lui, l’onnipotente – dalle cure di una fanciulla e di un uomo di fede. Dio ha tanto amato il mondo e l’uomo da entrare nella storia umana come ci siamo entrati tutti noi: semplici neonati bisognosi di tutto da parte dei genitori, delle cure e del sostegno di altre creature. L’Altissimo si fa toccare e custodire da noi, tanto che la sua vita dipende dalle azioni dei suoi genitori – e infatti di lì a pochi mesi dovrà scappare precipitosamente per salvare la propria vita – e questa novità è talmente grande che fa abbassare tutte le nostre difese e riserve nei confronti di Dio; ciò che prima era per molti versi temuto ora si fa impotente e bisognoso – Lui che è Amore – del nostro affetto. Come si fa a temere un neonato? Lo si può solo amare, e ci si può solo fidare. La speranza portata dal Natale è che la nostra routine quotidiana e la nostra storia sono importanti per Dio stesso, tanto che Egli è nato assumendo la nostra umanità e tutte le nostre dipendenze di esseri umani: dipendenze corporali, genitoriali, culturali e sociali.
La Speranza cristiana è incarnata nel mondo, nelle semplici e banali cose della vita di ogni uomo. Ecco perché anche il presepe è un segno di felicità, e come può questa offendere qualcuno di altre visioni di fede? Perché i non cristiani non dovrebbero essere lieti della gioia dei cristiani? Il tutto a prescindere dalla stessa laicità scolastica: cosa c’è di più umano della gioia? Perché allora ritenere offensivo un bambino che viene al mondo? A Natale non siate bigotti: festeggiate la felicità di chi vi sta intorno invece di chiudervi nelle vostre idee.

Per quanto riguarda l’altro capo d’accusa, le presunte origini pagane del Natale, si tratta di un tentativo di annullare la novità della Speranza cristiana assimilandola a “cose già viste” e tramontate da un pezzo, un modo per dire che non si ha alcun motivo per essere felici perché non c’è nulla di concreto e reale in quel che si festeggia – un po’ come si trattasse della festività civile di uno Stato che non esiste più qual era il Sol Invictus, o rallegrarsi per un dio a cui oggi nessuno presta fede come Mitra. Tutti questi tentativi verranno ripetuti finché il Vangelo sarà annunciato in qualche angolo della terra, segno che la Speranza e la novità evangelica non sono come quelle annunciate dal mondo, ma anzi sono radicalmente diverse da ciò che è mondanamente accettabile: un Dio che entra nella storia e nell’esistenza umana avoca a sé la giustezza e la santità delle relazioni e delle vite, e dà troppo fastidio ad un mondo che vuole costruirsi da solo facendo riferimento solo al proprio potere manipolatorio. Un mondo che ritiene ogni vincolo umano una inaccettabile dipendenza, tanto che anche il proprio corpo e la propria origine è vista come una impotenza radicale a decidere per sé stessi. Cito dall’ultimo link: Il puro potere e la totale impotenza ora convergono in uno e l’uomo diventa il servitore abietto della propria libertà illimitata, un oggetto passivo del potere attivo: uno schiavo della libertà moderna.

Di fronte a questo titanismo di volersi affrancare dalla stessa realtà, il Natale richiama alla bellezza e alla felicità della vita di qualunque essere umano con tutti i vincoli che essa comporta. Talmente bella che Dio stesso ne ha preso parte e l’ha santificata avocando a sé la gioia dell’esistenza. Ecco i motivi per essere felici a Natale, motivi che ci vengono dati dagli stessi nemici di Dio. L’impotenza e la dipendenza di un bambino appena nato sono l’impotenza e la dipendenza di ogni essere umano di fronte a molti aspetti della realtà. Senza il Natale c’è da aver paura di tutto ciò, ma con la nascita del Dio bambino tutto questo diventa mezzo per avvicinarsi a Dio e motivo per essere felice di esistere.


 

15 luglio 2019

Vincent Lambert. Il puritanesimo di Onfray

Veglia per Vincent Lambert
di Riccardo Zenobi
La recente vicenda di Vincent Lambert ha suscitato svariate e differenti reazioni. Molti, tra cui Michel Houellebecq (personalmente ateo), hanno compreso che si è trattato di un omicidio di Stato perpetrato ai danni di un innocente, il quale peraltro aveva espresso volontà contraria rispetto alla sua uccisione – avvenuta per fame e sete dopo 10 giorni di agonia, quindi tutt’altro che in modo dolce.
Quanto compiuto dallo Stato francese in maniera perfettamente legale dovrebbe scuotere molti dalla fiducia che hanno verso il potere statale e l’ideologia di cui si fa portatore. Al di là di tutto, si è trattato di perfetta coerenza del credo progressista, secondo il quale la vita non è un principio intoccabile ma si valuta in base alla “soddisfazione personale” o altri parametri volontaristici; e questa ideologia attraverso l’utilitarismo (una vita deve essere degna di essere vissuta altrimenti non è vita) arriva a coincidere con l’idea tecnocratica espressa dalla finanza internazionale per la quale una vita improduttiva deve essere eliminata perché “costa troppo” ed è “solo un peso”.

La coerenza è perfetta se mettiamo da parte il volontarismo, pilastro del progressismo radicale, in quanto Vincent Lambert era contrario alla propria eliminazione fisica. Ma si trattava solo della sua volontà, mentre quella di molti altri è stata più importante – del resto per il progressismo ci sono eccezioni alla rispettabilità della volontà personale, come nel caso si abbraccino volontariamente delle idee non progressiste. A tale eccezione si è involontariamente richiamato Michel Onfray, il quale in una intervista al corriere della sera ha messo in campo l’apice del suo pensiero:

"Questa famiglia cattolica integralista mi sorprende: ho letto che Lambert era il frutto di un amore adulterino. Ha vissuto i suoi primi sei anni con due padri. La coppia di amanti ha finito per risposarsi e il padre biologico lo ha riconosciuto dopo sei anni. Niente da ridire su questo, ma ho difficoltà con i tradizionalisti che hanno relazioni sessuali al di fuori del matrimonio, tradiscono i coniugi, fanno figli nell’adulterio, li iscrivono in scuole tradizionaliste e poi, senza vergogna, danno lezioni di virtù al mondo. Ciascuno ha il diritto di vivere in contraddizione con i valori che pretende onorare: ma che in nome di quei valori almeno non gestisca la vita altrui. Non sono credibili queste persone che parlano di “nazismo”, di “crimine di Stato”, di “assassinio” quando la loro vita contraddice le idee professate"

Al di là della fallacia logica Ad Hominem basata su argomenti esterni a quello in oggetto, il nocciolo dell’argomentazione di Onfray è “se ti comporti male o incoerentemente non puoi parlare di bene o male morale”; qui si nota subito il nucleo puritano del “filosofo dell’immoralità”: non esiste perdono per gli "ipocriti" o per chi non è perfetto (nella visione progressista coerente con ciò che professa, non tanto con la legge morale); e l’assenza di perdono – anzi, il giudizio di condanna senza appello, anche su cose che nulla c’entrano con ciò di cui si sta parlando – è l’essenza del moralismo farisaico. Anche mettendo da parte la smania di giudicare fino al disprezzo le altre persone (che francamente non rende chi lo fa una buona persona), c’è da notare che qui Onfray non è incoerente con quanto sostiene: di fondo la sua idea è che non esiste morale e quindi ogni morale va bene; non si è accorto però che la morale dello Stato francese ha avuto la meglio – leggi e polizia alla mano – sulla morale di Vincent Lambert e della sua famiglia, e la chiusa finale può suggerire che in questo conflitto tra sistemi morali ha vinto quello “credibile” rispetto alla morale di “persone non credibili”. Un modo per contentarsi di fronte ad una ingiustizia palese? Forse. È del resto impossibile per Onfray valutare ciò che avviene quando diversi sistemi morali entrano in conflitto tra loro, se non considerare “chi è più ipocrita di chi”, cosa che però non risolve il conflitto pratico.

Alla fine la posizione espressa da Onfray e da tutti gli immoralisti è un desiderio di perfezione frustrato, che non potendo seguire la morale se ne fanno una a loro misura in modo da risultare perfetti per sé stessi, e dunque inattaccabili. Un blogger ha fatto notare come "Non c’è soddisfazione più grande per gli immoralisti che rimproverare la loro morale ai virtuosi", e quanto riportato è una conferma (l’ennesima) del puritanesimo di chi costruisce la propria carriera sull’odio verso il puritanesimo (altrui) vero o presunto.

 

26 giugno 2019

Preti sposati? Anche no

di Riccardo Zenobi
Il sinodo amazzonico di ottobre ha, tra le altre amenità, in programma l’abolizione del celibato dei sacerdoti di rito latino. Certamente sentiremo da parte atea e laicista – sempre in prima linea per la distruzione della Chiesa e l’esaltazione di questo pontificato – sperticati elogi a questa inaudita idiozia (appunto perché sanno che è una idiozia inaudita); con questo post voglio fare da contraltare mettendo dei “perché no” da parte cattolica.

Tutti sappiamo i motivi ufficiali: carenza di sacerdoti in zone di missione e carenza generale di vocazioni, a cui qualcuno aggiunge anche gli scandali sessuali da parte del clero. Vagliando attentamente la realtà risulta però che nelle zone di missione i sacerdoti mancano sempre, trattandosi per definizione di zone senza clero stabile o strutture adeguate alla diffusione del Vangelo. Anche i primi missionari che andarono in Giappone nel XVI secolo avevano lo stesso problema, idem per i missionari in africa nell’800, ma nessuno pensò ad aumentare la quantità di sacerdoti abbassando la qualità spirituale richiesta per il sacerdozio.

Anche la carenza di vocazioni risulta una cortina fumogena: 60 anni di “teologia pastorale”, di Novus Ordo e Messe buffonesche per “aprire la Chiesa al mondo” hanno ottenuto l’effetto contrario, e adesso si vuole continuare ad insistere su questa china suicida per risolvere problemi generati dal pastoralismo.
Quanto agli abusi sessuali, faccio notare che il mostro di Marcinelle era sposato, eppure ciò non gli impediva di fare quello che faceva: è assolutamente antiscientifico e oltraggioso per la dignità umana pensare che la castità sia la causa della perversione (omo)sessuale dilagante nel clero, o perfino della pedofilia – se prendessimo sul serio questo ragionamento, allora i pedofili “laici” sono persone comuni in crisi di astinenza? E allora perché una cosa del genere non dovrebbe capitare a qualunque uomo (o donna, dato che anche esse hanno impulsi sessuali) solo perché non ha rapporti sessuali da un po’ di tempo?

Capirete che le motivazioni ufficiali sono delle balle a cui non crede nemmeno chi le espone: del resto i più grandi sponsor dell’abolizione del celibato sono gli arroganti vescovi tedeschi, che si sentono padroni della Chiesa perché ricchi e “colti”, i quali trovandosi a corto di personale credono che ordinando al sacerdozio dei disoccupati in cerca di posto stabile guadagneranno un altro po’ di soldi. E, a proposito della faccenda che più sta a cuore all’episcopato (i soldi), qualcuno ha provato a fare i conti su come saranno gli stipendi dei nuovi preti sposati? Pensate che possano mantenere la famiglia con salari pensati per uomini celibi?

Altra questione: chiunque abbia un minimo di conoscenza della vita di un sacerdote cattolico sa perfettamente che sono continuamente oberati di lavoro – messe da dire, pastorale da organizzare, eventi per i parrocchiani etc. – e di certo una famiglia a carico non aiuterà dal punto di vista pastorale: dove trovano tempo ed energie per moglie e figli?
Il clero orientale non ha di questi problemi per il semplice fatto che si occupa molto meno di pastorale rispetto ai cattolici, continuamente accusati di “eccessivo attivismo”; da parte protestante, i pastori hanno in carico piccole comunità di fedeli, e sono assistiti da un consiglio di fedeli parrocchiali – figura che in ambito cattolico non esiste e sarebbe esiziale introdurre – i quali si occupano della parte più squisitamente temporale e pastorale della vita parrocchiale.

Per quanto riguarda le donne dei sacerdoti, ogni organizzazione ecclesiale protestante ha un’apposita pastorale per le mogli dei sacerdoti, cosa alla quale i vescovi cattolici non sono per nulla formati: come potranno risolvere problemi relativi alla coppia e alla famiglia dei sacerdoti di punto in bianco? Come si farà da parte dei vescovi a gestire la situazione personale dei sacerdoti se hanno a carico moglie e figli? È chiaro che dovranno occuparsi in primo luogo della famiglia, e solo in secondo luogo della parrocchia e della vita diocesana; e già immagino le scuse per non andare alle infinite riunioni organizzate dalle varie diocesi, per cui i vescovi dovranno prendere appuntamento per farsi ricevere dai loro stessi sacerdoti, per mancanza di tempo disponibile.

Senza parlare poi del calo della qualità spirituale dei sacerdoti sposati: se al candidato non è richiesto nemmeno il minimo sforzo spirituale della promessa di castità, la qualità dei sacerdoti raggiungerà nuovi minimi, dato che chiunque potrà entrare in seminario per “sopperire alla carenza di vocazioni” e intascare i soldi dello stipendio senza fare una vita spirituale o ascetica. Un ulteriore gioco al ribasso nella vita ecclesiale sarà solo esiziale per la vita diocesana e per la vita dei parrocchiani, che si troveranno a distinguere difficilmente un sacerdote da una persona non ordinata. Una svalutazione del sacramento del sacerdozio, che renderà il prete un semplice burocrate del “sacro”, un funzionario diocesano, magari che vuole fare carriera in qualche modo.
Per ultimo faccio notare che l’abolizione del celibato darebbe il colpo di grazia alla credibilità della Chiesa come custode della verità e della tradizione, invero già quasi distrutta dalle riforme conciliari e dal recente appoggio sperticato alla sinistra radicale e anticristiana, che in passato era scomunicata (mio padre ricorda molto bene i cartelli nei confessionali degli anni ’50: “se siete comunisti confessatelo, se non lo confessate commettete sacrilegio”) mentre oggi viene portata in palmo di mano.
Il sacerdote è nella tradizione latina una figura maschile e celibe, e nell’immaginario collettivo poco importa se ciò non è di diritto divino ma solo ecclesiastico; ciò che conta è la figura. E di punto in bianco, con un tratto di penna abbandonare la tradizione per motivi dichiaratamente “pastorali” vuol dire solo che la Chiesa non custodisce nulla, ma si adegua ai tempi e non ha nulla da insegnare a nessuno. Invero una bella figura.


 

04 maggio 2019

Silenzio sul sangue dei cristiani: martirio, oblio, premio eterno

di Riccardo Zenobi
Lo scorso 27 aprile si è svolta ad Ancona una conferenza organizzata dall’Associazione culturale oriente occidente su un tema tornato recentemente di attualità dopo la strage avvenuta il giorno di Pasqua nello Sri Lanka: le persecuzioni contro i cristiani.

Per affrontare questo argomento è necessario non limitarsi a come la cosa viene presentata dai media; non si è trattato solo di un “terribile attentato” senza responsabili definiti. È stato un atto sistematico e deliberato di terrorismo islamico: non solo l’ISIS lo ha rivendicato, ma è stato fatto proprio in rete da svariati islamici, i quali si sono mostrati contenti dei fatti avvenuti.

Il relatore, Roberto de Mattei, ha esposto la realtà del martirio dal punto di vista della fede dei martiri, poiché va notato che nel recente attentato parte delle vittime sono morte durante le funzioni liturgiche pasquali mentre altre sono state colpite in albergo; ciò può servire a ricordare una verità negletta: di fronte alla morte siamo tutti uguali, ma non di fronte al Giudice. Mentre la morte è egualitaria, il giudizio per definizione divide perché di fronte ad esso viene portata a compimento la scelta di fondo delle nostre vite, i vari giudizi attraverso i quali abbiamo dato ordine alla nostra vita. Alla luce della Fede sappiamo che la morte in odium fidei spalanca le porte del Paradiso alle vittime; sebbene una parte delle persone assassinate sono state uccise per odio alla loro fede cristiana, altre sono state colpite negli alberghi perché per certe frange jihadiste rappresentano la decadenza morale occidentale – non dunque in odio alla fede cristiana, ma per questioni culturali. Secondo le parole di sant’Agostino, “ciò che rende martire non è la pena subita, ma la ragione della morte”; non è l’essere uccisi innocentemente che rende martiri, ma il movente dell’omicidio, il quale deve essere stato compiuto in odio alla fede professata dalla vittima.

La strage di Pasqua è avvenuta meno di tre mesi dopo la firma del documento di Abu Dhabi sulla “fratellanza universale” firmato anche dall’imam di al-Azhar. Il relatore ha posto alcune domande: i jihadisti rappresentano l’islam? L’imam di al-Azhar rappresenta l’islam? Chi lo rappresenta? Mentre per il cattolicesimo è evidente la presenza di un’autorità sovrana e dunque rappresentativa, non vi è nell’islam una figura il cui giudizio è ritenuto vincolante da tutti i musulmani.
Allargando lo sguardo nello spazio colpisce il fatto che le persecuzioni contro i cristiani non sono causate solo dall’islam, ma anche da nazionalisti indù, buddhisti (in Mongolia e nel sud-est asiatico) e da Stati che si rifanno all’ideologia comunista.

Guardando alla storia il martirio accompagna la Chiesa perennemente, non solo nei primi 3 secoli della sua esistenza ma anche nei cosidetti secoli cristiani, specie in territori di missione, per giungere alle recrudescenze moderne dal 1789 ad oggi. La palma del martirio è stata riconosciuta durante la Rivoluzione francese a 440 beati, mentre altri 590 sono in corso di riconoscimento. La guerra civile spagnola (anni ’30 del XX secolo) ha portato alla beatificazione di 522 martiri nel solo 2013, a cui si aggiungono le carmelitane di Guadalajara, assassinate nel luglio del 1936, un secolo e mezzo dopo le loro consorelle di Compiègne, martirizzate durante il Terrore giacobino. La guerra civile spagnola portò ad un numero impressionante di vittime tra il clero: 7000 tra sacerdoti e religiosi uccisi dai miliziani, tra cui 12 vescovi, mentre è più difficile calcolare il numero dei fedeli laici caduti per odio alla fede, e dev’essere ricordato che i santi martiri non sono solo coloro giunti alla gloria degli altari con la canonizzazione, ma tutti coloro uccisi in odio alla Fede sono in Paradiso, secondo le parole evangeliche “chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,39) anche se il martirio è noto solo a Dio. Sono poi state menzionate le varie persecuzioni operate nel XX secolo da parte dei vari regimi comunisti, non solo in Unione Sovietica ma anche in Cina, Albania, Vietnam, Romania etc. senza dimenticare la Cina, dove il martirio e le persecuzioni proseguono tuttora.

Accanto al martirio esiste anche la persecuzione incruenta consistente nel linciaggio mediatico, nell’isolamento morale e nell’emarginazione psicologica dei cristiani come persone o come gruppo religioso. È la guerra culturale così come venne teorizzata da Gramsci, il cui fine è di portare il secolarismo integrale al popolo tramite il comunismo attraverso una indiretta laicizzazione di tutto – la prassi comunista che estirpa il cristianesimo dallo spazio pubblico relegandolo al rango delle opinioni private e dei sentimenti soggettivi, ciò che vediamo oggi ad opera di altre forze non più emanazioni dei soviet; malgrado il crollo dell’URSS tale concezione culturale del mondo è rimasta in piedi. La visione secondo la quale non esistono principi assoluti ma solo l’etica delle circostanze e dei fatti compiuti è di fatto l’idea di base dell’occidente, ed è una forma di martirio bianco nel quale non si versa il proprio sangue materialmente ma si patisce a livello psicologico e spirituale per via della Fede. Tale forma di martirio può portare all’accettazione del dolore e delle sofferenze che si dovranno attraversare per via della Fede in Cristo; una gran fonte di merito di fronte a Dio, e la via seguita dai confessori della Fede. Questa forma mentis è incomprensibile al mondo moderno segnato dal relativismo e dall’edonismo – il primo nega l’esistenza delle verità assolute, il secondo nega ogni senso al dolore – mentre appartiene in tutto al cristiano testimone della Fede; come affermato nella Veritatis Splendor, la negazione più radicale del relativismo è il martirio.

La confusione tra bene e male rende impossibile l’ordine sociale e comunitario, e il cristianesimo non è una religione individuale, ma è il corpo mistico di Cristo nella comunione dei santi, dove ognuno con le proprie azioni aiuta gli altri. Il sangue versato dai martiri perfezione e purifica la fede dei cristiani; secondo l’espressione di s. Giustino i martiri sono tralci di vite sfrondati per aumentare il frutto: più sono inflitti tormenti, più gli altri sono santificati, poiché ogni sofferenza sopportati riversa della Grazia sul corpo mistico dei cristiani, la Chiesa. L’insegna della religione cristiana è la Croce, che accompagna la storia e le vite personali nei sacrifici di beni minori in vista di beni maggiori, e che rappresenta la nostra lotta personale. La Croce resterà sempre, come anche le vessazioni – bisogna non spaventarsi ma rafforzarsi, perché la voce della verità non si soffoca: Dio non muore.

La vera vittoria è continuare la lotta per la buona battaglia legittimamente combattuta fino alla fine della propria vita. Il combattimento non è contrario allo Spirito Cristiano, ma lo è l’agire di coloro che vogliono estinguere l’amore di Dio dentro la Chiesa. Ognuno di noi, vedendo le notizie e lo stato attuale delle cose, è incline al pessimismo e immagina un futuro del tutto grigio. Ma la storia non appartiene all’uomo; solo Dio ne è padrone e non ci sono perdite irreversibili. L’unica perdita è non combattere e così perdere il proprio diritto al premio eterno, togliendo ogni speranza di salvezza terrena. Cristo è il Re della storia, e non importa quanto il proprio martirio (bianco o cruento) sia conosciuto agli uomini o abbia esposizione mediatica: di fronte a Dio nulla è sconosciuto, e nessun atto di amore nei suoi confronti resta senza ricompensa.


 

27 gennaio 2019

Fede, politica e lo Stato-Moloch

di Riccardo Zenobi
Cosa c’entra la Fede con la politica? Eppure ogni schieramento e movimento politico comportano una fede in qualcosa: ideali, obiettivi da perseguire, sistemi di pensiero più o meno ideologici, un progetto che si vuole portare a termine in più tappe, anche solo la certezza che stiamo facendo la cosa giusta… sono tutte dinamiche che innegabilmente appartengono alla politica, ma potreste obiettare che si tratta pur sempre di fiducia in qualcosa di razionale o di umanamente controllabile e verificabile – in altri termini, che l’esperienza può con il tempo affinare la politica e sfrondarla degli atti di fede più grossolani, come certe ideologie o sistemi di governo che appartengono al passato. A questo punto potrei dire che anche le nostre forme di Stato e di governo possono fare la stessa fine ed un giorno diventare una nota a piè di pagina di un futuro manuale, ma vado ben oltre verso un giudizio molto più estremo, affermando che la Fede – maiuscola, la Fede teologale cattolica – è al fondo di ogni analisi politica.

È cosa sorprendente come alla base della nostra politica troviamo sempre la teologia, scriveva Pierre-Joseph Proudhon nelle sue Confessioni di un rivoluzionario nella prima metà dell’800, ed anche oggi solo alcuni si accorgono di queste correlazioni. Ogni azione politica di una certa rilevanza è infatti intimamente connessa ad un giudizio su cosa è un bene da perseguire e cosa invece è un male che si vuole evitare; non è per caso o per ignoranza che gli esseri umani dall’alba della civiltà fino a Machiavelli abbiano visto la politica come intimamente connessa all’etica e alla religione. Questo vale anche in epoca secolarista, perché un punto inconcusso della mentalità corrente è che lo Stato moderno deve essere laico e non confessionale. Il problema è che non ci riesce in nessun modo, né può riuscirci finché rimane vera la definizione di Weber che lo descrive come “ente che ha il monopolio del diritto e dell’uso legale della forza”. Ai fini del discorso tralascio il secondo aspetto e mi concentro sul diritto, che è la base per poter poi legiferare. Cos’è infatti una legge se non una linea di confine tra il lecito e l’illecito? I confini della legge sono anche i confini della moralità di fronte allo Stato, e il rischio molto concreto – in quanto avvenuto con frequenza – è che quest’ultimo diventi il solo padrone a decidere cosa è Bene e male, in modo da ridurre il codice morale al codice penale. Questa è una situazione che prima o poi si verifica logicamente, perché è inserita essa stessa nella definizione di Stato laico, il quale non potendo né riconoscere una verità superiore né potendo esso stesso costituirsi come istituzione morale, si limita a riconoscere la propria laicità come principio morale, in base al quale organizzare e fondare ogni rapporto tra persone, gruppi e istituzioni.

A livello storico è avvenuto più volte che lo Stato si autoproclamasse “ultimo depositario della Verità” ed abbia imposto (per il bene dei sudditi!) ciò che riteneva “evidentemente vero e buono” per poi arrivare a costruire un inferno esattamente opposto a tutto ciò che aveva predetto, pianificato e creduto, spesso con un costo enorme di vite umane. Ecco perché lo Stato moderno prima o poi fa i conti con Dio: o perché deve ammettere il fallimento della sua fede ideologica o perché – più spesso – deve mandare in galera/manicomio/centro di rieducazione chi non è d’accordo con i suoi “valori”. Certo, non si potrà mai avere unanimità di vedute tra il popolo, nemmeno nell’attuale epoca di sistematico lavaggio del cervello mediatico e giornalistico continuo e uniforme; ma perché allora lo Stato semplicemente non smette di legiferare sulla morale e non si limita a certe aree di sua pertinenza più specifica? Perché l’uomo non è a compartimenti stagni, né si riduce ad una sola dimensione (politica, economica, sociale, etc.) come invece dicevano i marxisti negli anni ’70. Ci fu un tempo in cui lo Stato liberale si limitava a voler essere nulla più di un poliziotto che fa rispettare alcune regole di base, ma inevitabilmente ha dovuto accettare il principio democratico anche in tali questioni, spostandosi sempre più verso il socialismo – del resto, se ogni singolo o gruppo può far valere la sua opinione/fede, perché lo Stato non può avere una propria?

In base a quanto esposto finora non posso che trarre delle conclusioni paradossali rispetto alle opinioni comuni. L’assoluta laicità nella politica dello Stato, monopolista del diritto e della forza, non è possibile, perché una volta ammessa la libertà d’opinione/coscienza si accetta il contrasto tra i vari gruppi, e occorre quindi che intervenga un’autorità che calmi le coscienze e reprima certe opinioni che “evidentemente” non possono trovare spazio nella sfera pubblica, imponendo così un limite alle coscienze e alla libertà, ed è inevitabile: una società civile è fondata su verità condivise, e francamente parlando la maggioranza della popolazione ha il diritto di vivere tranquilla, e perciò le varie minoranze devono correre il rischio di essere marginalizzate o censurate dalla scena pubblica. Ciò che in passato è toccato alle religioni, oggi tocca a certe ideologie politiche e ad alcuni aspetti della morale che oggi sono ritenuti “inaccettabili”; in futuro, Dio solo sa cosa sarà escluso di volta in volta dalla politica. C’è da rilevare che quanto nacque nel 1600 per garantire la pace religiosa e la civile convivenza è diventato alla fine del 1700 l’unica fonte della pace e l’arbitro delle opinioni pubbliche, e dall’inizio del 1900 si è costituito unico arbitro della verità – escludendo pace e religione, riducendo la convivenza civile alla vita privata e al “buon senso” cittadino debitamente formato dalle mode intellettuali. Per cui, o si accetta questo Moloch-Stato oppure si abbia il coraggio di ripensarlo alla radice, e fondare la vita umana e sociale non più sulla libertà sociale garantita dallo Stato ma, più radicalmente, sulla Verità che precede Stato, società e uomo, e di fronte alla quale anche Cesare e il Papa devono inchinarsi.


 

20 ottobre 2018

La ragnatela del mondialismo

di Riccardo Zenobi 
Il tema del secondo incontro del ciclo di conferenze tenute dall’Associazione Culturale Oriente Occidente ha affrontato il tema dell’avviluppante rete del pensiero unico, una ragnatela nella quale volenti o nolenti siamo tutti intrecciati; il relatore Massimo Viglione ha analizzato la tematica partendo da una panoramica storica, per finire con dei consigli concreti per allentare il potere mediatico esercitato su di noi.

A differenza di 15-20 anni fa si constata una maggiore consapevolezza da parte dell’uomo medio su ciò che succede nel resto del mondo, anche per via del maggior flusso di informazioni dovute alle tecnologie informatiche; risulta chiaro a molte persone che stanno avvenendo dei cambiamenti a vari livelli, solitamente con una concentrazione pesante di eventi negativi, ma solitamente ci si interessa di certi aspetti e non di altri, perdendo così di vista i collegamenti. Altre volte una maggior presa di coscienza rischia di essere un avvelenamento quotidiano che mina la persona conducendola alla disperazione perché non sa cosa fare e come reagire.

È necessario prendere consapevolezza delle armi che vengono usate in questa guerra, così da poter contrastare il diffondersi delle idee veicolate dal mondialismo – per inciso, non si tratta solo di Soros o della grande finanza internazionale; sono molti gli attori all’opera. La prima di queste armi è l’abitudine. In sé è un mezzo buono, appartiene all’uomo e serve per non disperdere energia su cose che si possono fare senza pensarci molto; ha inoltre un ruolo di adattamento per la sopravvivenza. Purtuttavia ha un risvolto negativo, in quanto ci si abitua al bene come al male, il quale alla fine diventa talmente banale da non suscitare nulla. Concretamente, in questo mondo mediatico siamo talmente abituati a certe dinamiche che non ci suscitano nulla.
Pensate solo all’esistenza degli “influencer”: sono persone il cui lavoro è quello di creare tendenze, ossia indurre più persone possibili a fare ciò che vogliono altre persone – non solo di comprare certe cose, ma anche di seguire delle mode e delle idee sottese (e non dichiarate). Gli esempi sono infiniti, si tratta di un mare magnum di influenza verso le masse, specialmente i giovani, la cui mentalità è formata da genitori, docenti e libri – e risulta chiaro da quale parte sono allineati quasi tutti: i genitori di oggi si sono formati con gli effetti del ’68, i docenti sono precettati dalla sinistra, mentre l’editoria deve vendere e andare incontro ai gusti del pubblico.

Non si tratta più di un lavaggio del cervello da parte della propaganda ideologica di una certa parte politica: il termine propaganda è improprio, perché non si argomenta per portare avanti un’idea, ma la si sbatte di fronte al pubblico pronta per l’uso, grazie ai mezzi mediatici e agli influencer. Il processo di tale declino è stato favorito dall’abitudine, la quale ha abbassato il livello intellettuale del pubblico grazie al gioco dei media e degli intellettuali (i politici c’entrano in minor misura, dato che in molti casi si sono trovati a gestire la situazione); un bombardamento mediatico continuo, che ha portato ad un cambiamento della mentalità nel corso dei decenni, partendo dai massimi sistemi fino a scendere al più che triviale poliamore – per ora l’ultimo nato del consumismo, esteso alle persone, ai sentimenti e alle relazioni, quindi anche a ciò che si è.

Dal punto di vista storico, tutto iniziò in maniera soft nel XVIII secolo, limitandosi alle sole élite intellettuali e borghesi, le quali seguivano la moda intellettuale del momento – anticristiana – con una postilla, implicita in tutte le mode ideologiche: chi non la pensa così è un cretino ed è escluso dal giro. Non che tutti i membri dell’alta borghesia e dei circoli di pensiero avessero le stesse idee convintamente, poiché la maggior parte le seguiva per moda o per proprio interesse: al caffè si incontravano non solo filosofi, ma anche quadri dell’esercito, delle accademie e in generale persone ricche, ed era nella logica delle cose incontrarsi per ottenere qualche favore per la propria carriera – ciò che si pensava o si capiva realmente delle idee del momento era l’ultima cosa per importanza: bastava far capire di andare d’accordo. Ed è questa la seconda arma: la moda. Meno si riflette, più si subisce e ci si omologa, sia nel vestire che nel parlare e nel comportarsi, finendo con il prendere per veri i giudizi sulla realtà che vengono diffusi dai media. Si tratta di un meccanismo che blocca la mente, perché non permette di capire e di riflettere su ciò che viene detto.

Per reagire al “congelamento della mente” occorre non dare per scontato nessuno dei giudizi sul reale che ci vengono indotti. Il tutto passa dalla presa di coscienza che c’è una guerra di idee in azione e quindi reagire alle idee del mondialismo, del multiculturalismo e del futuro governo unico mondiale (di stampo finanziario), idee che siamo abituati ad accettare come dei beni solo perché ci propinano continuamente un giudizio positivo su di esse (a costo dell’esclusione sociale in caso di dissenso). Si vogliono mischiare etnie (unica razza), le monete (con una banca unica), il governo (mondiale), le culture (multiculturalismo) e le religioni (sincretismo); il tutto per omologare, annacquare continuamente le identità e le differenze in nome di un pensiero unico totalitario, dove non conta più l’individuo – sostituibile con chiunque altro, come un ingranaggio – ma solo “l’intelletto unico”, ossia i padroni del mondo.

Occorre essere consapevoli di questo scenario distopico verso il quale ci stiamo avvicinando in modo da comprendere dove portano le idee dominanti, che vengono proposte in maniera spasmodica e continua per creare, volenti o nolenti, il consenso e l’abitudine di un futuro nel quale le persone, le identità, le culture e la Verità stessa saranno solo ricordi del passato. Guardare con criticità alle nostre abitudini di pensiero e di azione, perché è stata la loro modifica graduale e indotta a condurci allo stato attuale, e sarà da lì che passerà il processo inverso.


 

09 ottobre 2018

Populismo: unica alternativa al pensiero unico?

di Riccardo Zenobi
Sabato 6 ottobre si è tenuto il primo incontro del ciclo autunnale di conferenze organizzate dall’Associazione Culturale Oriente Occidente presso il Centro Ancona Congressi (Largo Fiera della Pesca, 1) il cui svolgimento programmato è scaricabile qui; tema della serata è stata l’analisi del populismo, al di là dell’etichetta a cui è stato ridotto tale termine.

Relatore il professor Marco Tarchi, docente ordinario di scienze politiche e sociali all’università di Firenze, il quale in modo molto scientifico ha analizzato la problematica posta dal populismo, oggetto che rientra nei suoi studi accademici da circa 20 anni.

Dal punto di vista accademico appena nel 1999 tale termine era ancora ritenuto un “relitto del passato” ed in sede scientifica se ne parlava solo per via della situazione politica dell’Argentina, ma col tempo ha iniziato ad imporsi all’attenzione di molti, tanto che prossimamente l’università di Pechino dedicherà un convegno apposito a tale tema politologico; se ne parla però ovunque, non solo in Europa e in occidente, ma anche in Asia e in Africa, commentandolo sia in sede accademica che nei media, anche se spesso a sproposito.

Ciò complica molto le cose, poiché in breve tempo il termine ha assunto il valore di un’espressione ripulsiva riducendosi ad un epiteto squalificante per dire male di qualcosa, facendogli perdere ogni valore di strumento per capire la realtà. Esso è ben più di un’etichetta, è una categoria per definire fenomeni reali i quali pur conservando differenze tra loro sono allo stesso tempo distinti da altri.

Cos’è il populismo? Come si definisce? Il termine è stato introdotto nella scienza politica a partire dal convegno organizzato dalla London school of economics nel maggio 1967 intitolato To define populism, dedicato a darne una prima definizione, per quanto minimale. Si cercò di inquadrarlo in tre categorie, tre risposte differenti alla domanda “cos’è il populismo”:
1-È una ideologia? Il XX secolo è stato l’epoca delle ideologie, ma il populismo non si inquadra in tale categoria poiché non ha un “testo fondatore” che ne definisca l’ideologia e lo faccia essere una vera e propria visione del mondo o dell’organizzazione di vita sociale; inoltre i populisti mostrano disprezzo per le ideologie.
2-È forse al contrario uno stile politico, un registro retorico con spartito di base? Ciò però allontana da poter capire cos’è, perché etichetta dei modi di dire e non una realtà; è un semplicismo che alla fine porta a negare l’esistenza del populismo. C’è poi da tener conto che uno stile viene adottato in base alle proprie caratteristiche, è quindi dipendente e successivo rispetto alla propria identità.
3-È forse una mentalità? Con questo termine si intendono dei modi di pensare e sentire più emotivi che razionali al cui interno le reazioni a certi stimoli non sono codificati – non si risponde in un modo scritto e definito. Una mentalità è una predisposizione psichica ad agire, che quindi precede l’azione e le idee, è piuttosto informe e realista (in quanto non chiude la realtà in idee preconcette); al contrario una ideologia è una autointerpretazione di sé e della realtà, la quale segue (cioè è basata su) delle realtà pregresse, è formata (ossia definita) ed ha una dimensione utopica più o meno marcata.

Il populismo mostra un insieme di idee che conducono alle azioni, con una pragmatica interpretazione e incorporazione di certe realtà, e si può definire come la mentalità che ritiene il popolo una realtà organica, un portatore di qualità etiche e di pragmatismo, al quale si riconosce il primato e la fonte della legittimazione del potere, artificiosamente diviso da delle oligarchie. Queste ultime sono definite come un gruppo di pochi che sfruttano il popolo per proprio vantaggio; mentre detestano le oligarchie, i populisti non hanno avversione per le élite in quanto tali, a condizione che vogliano il bene collettivo e non operino per “elitismo”; per il populismo anche quando il popolo sarà ricostituito vi permarranno diversi livelli, distinti anche per ricchezza purché non ottenuta per sfruttamento, delocalizzazione di industrie (con conseguente perdita di posti di lavoro nel paese) o per speculazione finanziaria.

I populisti hanno dei comportamenti non predefiniti in un codice ma presentano elementi di continuità; ad esempio si fondano su una originaria unità del popolo con una tradizione da conservare e tramandare, il cui tessuto originario è stato eroso da qualcuno (e qui il relatore ha sottolineato che la distinzione amico/nemico è presente in ogni fenomeno politico, non importa come si chiami e quanto sia manicheo); la stella polare a cui fanno riferimento è il buonsenso, il senso dell’uomo comune forgiato dal contesto della tradizione, tanto da ricorrere frequentemente a espressioni idiomatiche e proverbi caratteristici.
Tutti i movimenti populisti sono radicati nella sostanza carnale del proprio popolo, rendendo di fatto impossibile un accordo internazionale tra i vari movimenti. Hanno avversioni comuni: al politicamente corretto, alle oligarchie della finanza internazionale (apolide e capace di spostare capitali in modo da affamare un popolo senza alcuno scrupolo) alle quali preferiscono economie produttive. Possono essere definiti xenofobi? Non hanno odio per lo straniero, ma in alcuni casi mostrano paura, la quale per un politologo come Giovanni Sartori non è sempre illegittima; si possono definire xenofobi entro certi limiti, ma non sono quasi mai razzisti, ossia non ritengono l’appartenenza razziale una discriminante del valore della persona (ad esempio, il leader dei populisti neozelandesi è un maori); sono contrari all’arrivo di flussi massicci di stranieri, ma non per motivi di etnia o razza.

I populisti mostrano inimicizia verso il multiculturalismo visto come elemento lacerante del tessuto civile; verso l’autoreferenzialità delle classi politiche che non rendono conto del loro agire; in generale i partiti sono visti sotto una cattiva luce, in quanto “parti”, divisori del popolo e dei suoi interessi, mentre i movimenti populisti intendono riconquistare il popolo ai suoi veri bisogni, con una visione che tende a identificare stato e società. Altro gruppo verso cui provano avversione sono gli intellettuali, i quali più o meno a ragione tendono a parlare difficile per nascondere la realtà dei fatti, complicare le cose semplici e sostenere ogni deviazione dalla vita quotidiana, adorando la trasgressione del comune sentire; non vogliono la lotta di classe, nemmeno i populisti di sinistra: si scagliano contro le oligarchie finanziarie, ma non contro una classe o l’altra del popolo.

Il populismo mobilita delle masse perlomeno a livello elettorale, senza cercare avanguardia o combattenti dell’idea – poiché non hanno una ideologia di riferimento – ma solo un trascinamento elettorale; non ci sono iniziative di dissenso, il populista detesta tali realtà politiche, viste come elemento divisorio. Il populista non rifiuta la politica solo perché cerca il consenso del popolo, il quale è chiamato a votare ma non di più; per dirla con Guglielmo Giannini “il populista vuole che non gli si rompano le scatole”. Il fine è quello di creare un ordine e un insieme di riferimenti condivisi che permettano una vita semplice, tranquilla e ordinata.

Concludendo, il problema sostanziale del populismo è di non concettualizzare certi elementi, mancando quindi di consapevolezza metapolitica né non può avere tale cognizione, poiché intende essere solo immanente e rivolto all’uomo della strada; oltre non va né vuole andare. In quanto mentalità, la sua capacità di influenzare il comportamento collettivo è forte ma con dei limiti, in quanto si basa sulla pulsione, sulla spinta emotiva e su delle valutazioni concrete, ma manca un inquadramento concettuale saldo; tornando alla domanda di partenza, il populismo non può fare una reale opposizione al pensiero unico, non si può sperare di vederlo incidere nelle realtà profonde per via del suo anti intellettualismo; in tal modo non mettono piede dove si formano mentalità né formano una classe dirigente futura. Le azioni politiche dei populisti mostrano sì le debolezze degli antipopulisti, ma restano in superficie, poiché detenere le leve del governo non basta a cambiare la mentalità collettiva – come la storia degli ultimi secoli ha ampiamente mostrato.


 

04 settembre 2018

Ritornare al ruolo del sacerdote

di Riccardo Zenobi
La recente ondata di scandali omosessuali dovrebbe portare ogni fedele (compresi i consacrati) a fermarsi e riflettere su quale sia il vero ruolo del sacerdote nell’ambito della Chiesa cattolica, e non a caso la fede di molti è stata giustamente scossa e scandalizzata dalla percentuale abnorme di predatori (omo)sessuali presenti tra i vescovi (non solo americani). Come conservare la fede?

La tentazione contro la Fede è in questo caso il clericalismo nella sua forma più deteriore: l’anticlericalismo. Si tratta di due aspetti dello stesso errore, cioè la riduzione della Chiesa alla gerarchia identificata in una cricca di vecchietti che non rimanda ad altro che a sé stessa, senza alcuna dipendenza da Dio. È una tentazione che ognuno ha sperimentato nella sua fase di conversione, ma non abbandona mai il credente nel corso della sua vita; basti come esempio il caso di Rod Dreher, il quale venne così scosso dalla condotta degli ecclesiastici che abbandonò il cattolicesimo per l’ortodossia. In un mondo che nega apertamente il sovrannaturale, la Chiesa non viene più presentata come il corpo mistico di Cristo ma come un’assemblea di “amici di Gesù” e gran parte del lavoro di avvicinamento alla fede parte dall’affrancarsi da questo pregiudizio naturalistico.

Chi scrive è ben conscio del fatto che lo scandalo è molto ampio e la corruzione molto radicata ed estesa, ma la fede di ogni cattolico non è fondata sui preti; nel Credo recitiamo “credo la Chiesa” e non “credo le gerarchie”, perché ogni battezzato è membro di un solo corpo del quale Gesù è il capo, al quale sono sottomessi anche Papa e vescovi allo stesso titolo del più riprovato dei peccatori. È per amore di Dio che sono ancora nella Chiesa, non per l’esempio di un parroco dalla vita immacolata.
Il sacerdote non è un santone o un guru che agisce in forza propria, ma un ministro dei sacramenti di Dio, il quale può servirsi anche della persona più umanamente indegna per amministrare la Grazia santificante e rimettere i peccati; se così non fosse dovremmo davvero dire che la Chiesa è solo una riunione di chierici che si spartiscono un potere che inizia e finisce con loro. Ma la fede cattolica non si basa sull’iniziativa dei sacerdoti, ma sulla persona divina di Gesù Cristo e sulla sua costante assistenza in ogni frangente della vita, non importa quanto possa sembrare disperata la situazione umana o ecclesiastica.

Il sacerdote deve sapere di essere solo un canale attraverso cui agisce Dio, e il suo esempio non deve ricondurre alla sua persona, ma al Signore. Parte del clero ha dimenticato questa verità, ma il problema più grave è che anche i laici hanno scordato qual è il vero ruolo del sacerdote all’interno della loro vita di fede; quest’ultima nei laici è spesso ridotta ad un sentimento che viene alimentato dall’esempio di qualcuno, e non diventa quasi mai una scelta personale su cui costruire la propria vita.

Questa crisi insegna che non è più possibile vivere di rendita nella fede, ma che noi laici dobbiamo coltivarla, conservarla e difenderla approfondendone la conoscenza e vivendola nella nostra carne, al di là di ogni “piano pastorale” o dell’ultimo documento emanato da questo o quel gruppo di chierici. Ogni cristiano è testimone di Cristo in quanto alter christus, e non possiamo appoggiarci sulla gerarchia demandando TUTTO ad essa. Storicamente ciò è nato nel XIX secolo per via dell’apostasia delle nazioni, e ciò ha portato ad accentrare tutto a Roma o ad affidarsi all’iniziativa pastorale dei singoli vescovi. Ma l’ottocento è finito da un pezzo, ed è il momento che ogni cristiano prenda in mano la sua anima e si chieda se crede per amore della Verità di Dio o per qualche altro motivo. La risposta alla domanda di partenza è tutta qui.


 

27 luglio 2018

Evitare lo scandalo nei fedeli?

di Riccardo Zenobi
Fa sempre notizia uno scandalo che riguardi un sacerdote o la gestione finanziaria di una diocesi, e la stampa si butta a capofitto su tali fatti mettendoli in risalto a volte più di quanto meritino. Non intendo negare le responsabilità del clero a tutti i livelli in tali cose, ma da membro della Chiesa non posso esimermi dal dire che la parte maggiore dei problemi d’immagine dai quali è vessata la Sposa di Cristo si poteva evitare se si fosse agito diversamente nella gestione di simili fenomeni, che vengono affrontati con metodi antiquati ed obsoleti.

Il più pernicioso di tutti consiste nel tentativo di non far conoscere certe cose al pubblico per “evitare lo scandalo nei fedeli”, sistema che si risolve sempre nell’ingigantire un fenomeno che all’inizio si poteva gestire e fermare ma che col tempo diventa insormontabile. Non entro nel dettaglio dei fatti di cronaca, e non c’è bisogno di dire che tale metodo non è messo in atto ogni volta da tutti gli ecclesiastici, faccio solo notare i rischi di tale metodo, ben più grandi di quanto si creda e pericolosi per gli stessi ecclesiastici che lo mettono in pratica. Ammetto che quando un vescovo viene a conoscenza di un fattaccio è normale che ne abbia paura e cerchi di limitarne la portata, ma bisogna farsi coraggio ed evitare certe strategie, in quanto sortiscono l’effetto opposto. Purtroppo l’idea che nella mente di certo clero soggiace a tale metodo “antiscandalo” è che i laici non siano in grado di reggere alle brutte notizie e alla cattiva condotta personale di un sacerdote, quasi non fossero abituati a vedere certi vizi, in ogni categoria di persone (attori, politici...), alla televisione a qualsiasi ora. Vedere i laici in questa luce vuol dire solo ritenerli dei “bambini innocenti” (anche questa è una figura mitologica che non è mai esistita) incapaci di sopportare un clero meno che perfetto.

I tempi sono cambiati, il sacerdote non è più l’unico della comunità che sa leggere e scrivere, né vive più come negli anni ’50 quando era praticamente una figura separata dal resto dei fedeli, con una vita del tutto a parte. Nel mondo di oggi i sacerdoti sono uomini come gli altri, a stretto contatto con i laici, i quali a volte vengono a conoscenza di certi problemi e scandali prima ancora dei vescovi e dei responsabili, per cui è assurdo nascondersi dietro un dito per “evitare lo scandalo”: a livello materiale, le cose oggi si vengono a sapere ovunque, basta accendere uno smartphone o un computer, e a livello formale lo scandalo aumenta perché si scopre anche il tentativo maldestro e non riuscito di silenziamento.

A lungo andare, questo è solo un modo per rendersi ricattabili da parte di chiunque – anche con capi d’accusa inventati, come avvenne nella diocesi di Los Angeles qualche anno fa – perché si diventa in qualche modo complici del male compiuto, o quantomeno si è venuto meno al dovere di denunciare certe persone e certe loro condotte. Ne va della stessa persona che mette in pratica questo metodo: alla fine si ritorcerà contro di lui, e finirà coinvolto nello stesso scandalo. I laici ormai sono abbastanza cresciuti nella fede per affrontare la verità, e la Chiesa risulterebbe miglior madre e maestra se facesse fare ammenda ad alcuni suoi membri dei loro errori, compreso questo modo di gestione degli scandali.

 

01 luglio 2018

Una lettera ai sacerdoti "attivisti"

di Riccardo Zenobi
La lettera che riporto sta girando su facebook e non sono in grado di indicare se il suo autore sia davvero chi viene indicato in fondo, ma al di là di chi l’abbia scritta il suo contenuto è totalmente condivisibile e coglie perfettamente la situazione fallimentare della Chiesa cattolica dal post-concilio ad oggi.
Forse alcuni di voi hanno avuto a che fare con i campi estivi, i famosi grest dove i bambini giocano sotto la supervisione di qualche animatore; ma anche se non sapete di che si tratta conoscerete certamente la realtà delle “attività ricreative” delle diverse parrocchie, tutte completamente disastrose, visti i risultati che ottengono. Eppure i parroci moderni sono impegnatissimi a tenere a galla queste attività tralasciando ogni altra occupazione, compresa la preghiera personale, perché “il nuovo piano pastorale”, “il documento della CEI sui giovani” etc. Visti i risultati, verrebbe da chiedere se chi scrive certe lettere pastorali creda davvero a ciò che mette per iscritto, o se lavori a cottimo al di là dei contenuti.

I sacerdoti sono stressatissimi per via delle molteplici attività pastorali, nelle quali ripongono fiducia cieca ed ogni speranza di non trovarsi a dire Messa da soli rivolti verso delle panche vuote. Il tutto perché ripongono ogni sforzo sulla “pastorale giovanile” per la quale spendono energie, tempo e denaro, dato che ormai nei seminari insegnano solo queste cose (più un po’ di psicologia datata) ma non formano alla vita di fede, che quindi non viene trasmessa ai fedeli dai parroci.
Questi ultimi sono le prime vittime di tanta smania di attivismo, non solo per via dei magrissimi risultati che raccolgono, ma anche perché non possono coltivare il rapporto con Dio e ritemprarsi alla Sua presenza, fondamentale per confermare la propria vocazione sacerdotale: non ne hanno il tempo o la forza. Spero perciò che questa lettera possa servire a portare conforto a quanti subiscono il peso dell’organizzazione di tante attività; queste parole sono rivolte a loro:

Caro Sacerdote...
Non te la prendere, ma due paroline te le devo proprio dire...Non mi interessano i campetti di calcio, i cineforum, i teatrini, le conferenze, i baretti con videogiochi e biliardini, i porticati coi ping-pong e il calciobalilla, le vacanze organizzate, il grest, le pizze del sabato sera. In una parola, tutto il ribollente attivismo che ruota intorno alle parrocchie, lo trovo anche fuori, nel freddo "mondo", e magari organizzato meglio, più nuovo, luccicante, efficiente, coinvolgente, appassionante. Non c’è concorrenza: il "mondo" è specializzato in divertimenti, passatempi, sport, intrattenimenti vari, in cui ha profuso studi, energie e investimenti. Voi curatemi l'anima. Datemi un direttore spirituale che abbia tempo e pazienza per la mia conversione. Datemi confessori che mi permettano di riconciliarmi con Dio.
Datemi l’Eucarestia da adorare, non tenetela chiusa a doppia mandata nei Tabernacoli d'oro ad aspettare mentre brucia d'Amore. Dissetatemi col Vangelo dei semplici, non spiegatemi troppo, sono piccolo, una cosa sola ma ripetuta, così che possa ritornarmene casa con la perla preziosa. Insegnatemi quel digiuno che tutti hanno dimenticato, ma che ho voglia di tentare, non come un atto di superba autodeterminazione della volontà, ma come fiduciosa invocazione della grazia dello Spirito. Mostratemi i Santi, voglio farmeli amici. I filosofi mi hanno condotto su strade sbagliate, inquinato la mente, divorato la gioia. I Santi sono felici: ditemi il perché, fatemi scoprire quel filo segreto che li legava alla SS. Trinità. Il rosario, ho fame di rosario. Perché non lo recitate più? Persino nelle veglie funebri, a volte ci si ferma a tre decine, come se quello intero fosse troppo lungo anche per chi davanti ha l'eternità. Arricchitemi della Divina Misericordia, fatemi gustare soavemente le invocazioni, le giaculatorie, le novene- beneditemi e consacratemi ai SS. Cuori di Gesù e Maria. Incoraggiatemi nella via della carità, dell'altruismo, dell'occuparmi del prossimo, nel nome di Cristo. Plasmate in me uno spirito missionario, inalatemi la voglia di santità. Pregate per me qualche volta. Come sarebbe edificante per me trovarvi in ginocchio davanti al Tabernacolo e sapere che stavate pregando per me, per la mia salvezza! Questo desidero, ma tutto insieme, e in ogni parrocchia; non scegliete quello che più vi aggrada, non discriminate tra ciò che vi sembra più o meno moderno, più o meno consono o proponibile.
Voglio tutti gli strumenti di salvezza che la Chiesa ha preparato per me, ho fame di salvezza piena, traboccante, luminosa, ho voglia di Verità. Che abbia 4 o 100 anni, non starò con voi per il grest o il bel campetto o gli amici che ho incontrato. Ci starò per quel banco consunto in cui mi sono inginocchiato e per quel santo sacerdote che ho incontrato. Ci starò perché Cristo, per mezzo loro, mi ha convertito. Ecco Chi mi salverà l'anima! Ti prego, sacerdote, torna ad essere nuovamente ciò che devi essere perché io, pecorella smarrita e figliol prodigo, possa tornare alla Casa del Padre. In questo modo tu riavrai la tua dignità umana e sacerdotale, ed io mi salverò, e tutti saremo spronati a supplicare il Padrone della messe perché mandi operai, questi operai, e non assistenti sociali, ma dispensatori dei misteri di Dio.

Don Stefano


 

02 marzo 2018

La Presenza fra le macerie

di Riccardo Zenobi
Alcuni giorni fa ha iniziato a girare la notizia del ritrovamento di 40 ostie incorrotte tra le macerie di Arquata, uno dei borghi devastati dal terremoto dell’agosto 2016, evento che – se confermato – costituisce uno dei tanti miracoli eucaristici avvenuti nel corso della storia della Chiesa; c’è però una ulteriore lezione che possiamo imparare, e questa a prescindere dalla fondatezza o meno di tale miracolo. Tale lezione si riassume in poche parole: Dio è sempre presente, non si allontana mai da noi e dalle nostre vicende, e solo in Lui possiamo e dobbiamo riporre fiducia.

Questa verità che fonda la speranza cristiana (una delle tre virtù teologali) non si manifesta solo attraverso dei segni miracolosi, poiché la presenza di Dio è continua in ogni evento: se Lui si ritirasse da qualcosa, essa sparirebbe nel nulla poiché cesserebbe di esistere. Questa realtà resta tale anche se il ritrovamento dovesse risultare una falsa notizia, poiché un miracolo in più o in meno non aumenta o diminuisce la Sua presenza tra noi, ma costituirebbe solo un segno dato per venirci incontro, e ricordarci anche materialmente che non siamo mai dimenticati. La consapevolezza che Dio è sempre presente costituisce la base della speranza e della fiducia di ogni cristiano, perché chiunque confida nell’uomo prima o poi si trova tradito. È bastata una scossa di media intensità per mandare all’aria la fiducia di intere popolazioni in questo Stato – dopo due anni nelle roulotte si attende ancora che vengano tolte le macerie – che si pone a legislatore del bene e del male, ad elargitore o negatore di diritti e a giudice della coscienza di chiunque non aderisca al suo verbo politicamente corretto.
Non sono né lo Stato né il benessere o altre cose materiali che possono fondare la speranza o la sicurezza di ogni persona: tutto ciò può sparire in una notte. L’unica cosa che possa fondare la nostra vita trascende tutto ciò che abbiamo intorno, perché ogni cosa può essere distrutta o tolta dalla malvagità degli uomini o dal corso della natura.

Quanto alla “natura” impersonale e indefinibile che viene propalata da certa spiritualità, è l’utile appoggio di manager stressati che ogni tanto si siedono a contemplare il proprio ombelico o fanno qualche strana posizione yoga per rilassarsi tra una speculazione e l’altra, il tutto con la coscienza pulita (mai usata); certe concezioni mostrano tutta la loro irrealtà ad ogni secondo, purché guardiamo fuori dal centro di meditazione o dalla baita in montagna. Né il benessere materiale né la povertà estrema rappresentano dei meriti di fronte a Dio, oppure segni di approvazione o disapprovazione da parte divina: tutte queste cose hanno valore di fronte agli uomini, ma a Dio non fanno alcuna differenza, perché il Suo amore per noi è GRATIS. Un terremoto può averci portato via ogni bene materiale, ma non aumenta o diminuisce il valore della nostra vita di fronte a Cristo; gli uomini possono permettersi di misurare la realizzazione o la soddisfazione della propria vita in base a ciò che si possiede, ma niente di ciò costituisce il metro di giudizio di Dio sulle persone.

Se questo miracolo eucaristico fosse confermato, sarebbe solo un segno ulteriore che non negli uomini, non nella natura, non nelle cose materiali, ma solo in Dio dobbiamo riporre fiducia. Sto parlando del vero Dio, non quella caricatura zuccherosa di certo clero o di alcuni vescovi emeriti, secondo i quali “non punisce i peccatori, perché siamo tutti peccatori” e quindi possiamo francamente infischiarcene e restare nei nostri peccati personali e sociali senza interrogarci su nulla, il tutto con l’imprimatur cardinalizio. Di questa caricatura di dio non ha senso parlare ai terremotati: come possono fondare la loro vita su qualcosa che “non c’entra col terremoto” mentre il terremoto è entrato di prepotenza nelle loro vite, sconvolgendole? Il vero Dio non è petaloso, e la Sua sequela richiede una abnegazione grandissima, addirittura superiore all’amore del padre per il figlio o per la moglie, addirittura superiore a quanto ognuno di noi è legato al proprio benessere materiale e alla casa in cui abita. È estremamente difficile non giudicare il valore della propria vita in base a ciò che si possiede, e il clero rende ciò ancora più complicato confondendo il distacco dai beni con i pauperismo più sinistrorso e ridicolo; ma se non è la ricchezza che rende una vita importante di fronte a Dio, figuriamoci la miseria.

La fiducia in Dio si basa sulla Sua presenza continua tra di noi, che solo noi possiamo togliere a noi stessi. Un Dio che conosce la nostra sofferenza ed è salito al Calvario per noi, per mostrarci che il Suo disegno è provvidenziale, e che nulla è estraneo al Suo agire. Spesso il distacco dalla nostra agiatezza è doloroso, ma l’amicizia di Cristo è più importante di tutto: un terremoto di media intensità mostra quanto è illusoria la nostra stabilità in questo mondo. Solo Dio può dare senso ad ogni sofferenza e asciugare ogni lacrima. Eliminare Dio non risolve il problema del male, ma ne cancella ogni possibile soluzione.


 

01 febbraio 2018

Libri. Vivere riconciliati

di Riccardo Zenobi
Questo agile volumetto (poco più di 160 pagine) di Amedeo Cencini meriterebbe di essere letto da ogni cattolico, al di là del proprio interesse verso gli aspetti prettamente psicologici della sua vita; non è infatti un testo “specialistico”, ciononostante mette alla portata di tutti un aspetto fondamentale dell’esistenza con il quale tutti finiamo per confrontarci, prima o poi: la presenza del male nella nostra storia e nella nostra persona.

È esperienza che ognuno di noi prima o poi compie, il doversi confrontare con i propri limiti fisiologici, morali o spirituali. La prima parte del libro accompagna verso l’accoglimento delle varie limitazioni e, soprattutto, l’ammissione che il male affascina e tenta, oltre ogni moralismo e illusione narcisistica di perfezione o desiderio di onnipotenza nei riguardi di se stessi. Liberandosi dall’illusione di essere giusti si può riconoscere il proprio limite e comprendere quanto esso sia parte di noi, evitando di mettere in campo certi meccanismi di difesa (del tutto umani e spontanei) che nascono dal nascondere la fascinazione del male e la presenza dei propri difetti, finendo poi nel creare un continuo senso di colpa senza oggetto preciso, oppure spostando la colpa del male su altri soggetti (singoli persone o parti del mondo). Il riconoscere la propria limitatezza e lo sviluppo di un senso di colpa sano può portare il credente verso il passaggio successivo: la coscienza di essere peccatore di fronte a Dio, la cui Parola mette in luce ogni aspetto di noi. L’esame della propria coscienza diventa allora una preghiera che si fa di fronte all’Altissimo, chiedendo perdono del proprio peccato.

Il secondo passaggio è appunto il perdono e la riconciliazione con se stessi e con Dio. La nostra esistenza è già essa stessa un atto di misericordia da parte del Creatore, il quale non per nostro merito o per una esigenza di giustizia ci ha portato all’esistenza, ma per un amore che va oltre la misura della giustizia (è questa la definizione di misericordia). Questa consapevolezza va tenuta ferma non solo nella propria vita, ma anche riguardo la vita degli altri: facendo l’esperienza di essere stati perdonati si impara a perdonare anche il prossimo, evitando così una condanna moralistica o la rassegnazione alle piccole e grandi ingiustizie che inevitabilmente incontriamo nel corso della vita. La richiesta di perdono di fronte a Dio fa sì che i nostri limiti non siano una semplice “constatazione” di come siamo, alla fine rassegnandosi a non poter migliorare. È appunto nell’esperienza del perdono che il male viene trasfigurato.

Inizia la terza fase: la trasformazione delle proprie debolezze in cose di cui vantarsi, sull’esperienza di san Paolo, schiaffeggiato dalla continua presenza di una spina nella carne “perché non monti in superbia”. Questo processo di trasfigurazione del male è tipicamente cristiano. Viene espresso nella parabola del grano e della zizzania, ed è la cifra del “porgi l’altra guancia” del discorso della montagna, nel quale siamo invitati a non opporci al male, ma ad integrarlo nella nostra persona e renderlo occasione di bene dandogli un significato nel proprio processo maturativo, non solo personale ma anche sociale, permettendo così l’ammissione di essere stato “portato” dagli altri con tutti i nostri limiti, rendendoci in tal modo disponibili a portare il “peso” degli altri.

Tutti questi passaggi nascono liberandosi dall’illusione di essere giusti, cosa che rende vana l’azione di Cristo il quale è venuto a chiamare coloro che sanno di essere peccatori. L’insieme del libro fornisce una chiave di lettura estremamente ricca sul perdono evangelico e sulle parabole della misericordia, che troppo spesso sono banalizzate ed edulcorate fino a perdere ogni significato cristiano per assumerne uno semplicemente moralistico; quest’ultima è la tentazione di ogni essere umano, il farsi una morale su misura in modo da eliminare il male dalla propria persona (o limitarlo il più possibile ad una parte di sé) e diventare ipso facto “giusto” e “una persona perbene”. Ecco che il proprio male diventa occasione di un percorso di santificazione personale, in modo da trasformare il peccato in occasione di salvezza per sé ed altri, fino a santificarsi. Dio non si accontenta di persone “perbene”. Per costoro basta il tribunale di Forum.


 

24 ottobre 2017

Le conseguenze economiche e morali dello scontro fra gnosi e Chiesa


di Riccardo Zenobi

Venerdì 20 ottobre si è tenuto il penultimo incontro del ciclo di conferenze Religione, Identità, Protezione patrocinato dall’Associazione Oriente Occidente. L’incontro è consistito in una conversazione a due voci, ad interventi alternati tra l’economista Ettore Gotti Tedeschi e mons. Nicola Bux, nomi che i lettori del blog conoscono bene per il loro spessore intellettuale e la specchiata fede cattolica. Dopo una breve introduzione tenuta dal moderatore (e curatore delle conferenze) Giuseppe Possedoni, la parola è stata data ai relatori:

Gotti Tedeschi: Mostrando al pubblico una pagina del quotidiano “La Verità” saltano all’occhio due notizie rimarchevoli, la prima delle quali è una dichiarazione rilasciata dal presidente dei giuristi cattolici D'Agostino: “dobbiamo far evolvere la bioetica”, ossia reinterpretare l’etica della vita trasformandola in biodiritto, in modo da poter decidere (o far decidere all’OMS) cosa sono la vita, la morte, l’uomo, la salute, cosa costituisce una malattia e cosa invece è indice di benessere. Il tutto per reinterpretare i famosi “diritti alla salute” – una volta che una istituzione definisce cosa è salute, tali diritti sono plasmati di conseguenza. Si è ad una svolta sui fondamenti stessi dell’umanità, su cosa è l’essere umano e cosa non lo è. Seconda notizia: in una conferenza alla Pontificia Università Lateranense il rappresentante della CEI Galantino ha dichiarato la riforma protestante “opera dello Spirito Santo”. Quanto ha di cristiano tutto ciò? Queste due notizie come ci interpellano nella Fede?

Mons. Bux: Siamo in un momento di apostasia, di allontanamento (questo il significato del termine) dal pensiero cattolico nel quale, quando si tocca un tassello, il resto cade ad effetto domino. L’attuale processo di autodemolizione della Chiesa è consumato da capi della Chiesa stessa, sui quali soffia “colui che divide” (dia-ballos), ma le premesse vi sono da decenni e rimontano tutte ad una causa prima: la gnosi. Secondo tale concezione, l’uomo può giungere a conoscere qualcosa sui fondamenti della realtà non direttamente, ma solo mediatamente, non dando fiducia a ciò che appare, ma oltrepassandolo. C’è quindi bisogno di qualcuno che faccio da apripista – pensate ai vari mass media, il cui compito è quello di far credere certe cose per raggiungere certi obiettivi, scelti con molto criterio. Al di là delle varie vicissitudini storiche, la gnosi non è mai morta del tutto, poiché permane sempre nel cuore dell’uomo la tendenza a resistere a Dio. Se fino a qualche decennio fa l’ONU, la massoneria ed altri organismi internazionali facevano da contraltare alla Chiesa Cattolica, oggi si assiste ad una collaborazione di questa con tali organizzazioni, le quali si ammantano di filantropia, opere assistenziali ed altro, ma hanno un unico fine: distruggere l’uomo recidendo ogni suo nesso col divino.

Gotti Tedeschi: Come mai sta succedendo tutto questo? È un po’ deprimente, poiché se guardiamo a cosa sta succedendo dobbiamo dire che la gnosi ha vinto ovunque. Il suo programma è riassumibile nella negazione dei 4 punti fondamentali della Genesi:

Genesi
1- Dio creò l’uomo
2- Maschio e femmina lo creò
3- Li benedisse e disse loro “Siate fecondi e moltiplicatevi”
4- Riempite la terra e soggiogatela

Gnosi
1- Negazione della creazione divina
2- Negazione dell’identità sessuale
3- Uomo è cancro del pianeta, malthusianesimo
4- Evitare sfruttamento di terra, animalismo

I 4 punti gnostici costituiscono i pilastri della “bioetica” attuale, ciò verso cui si vuol far “evolvere” l’etica della vita di stampo cattolico (vedi il primo intervento). Basti vedere come sono trattati attualmente i tre problemi più fondamentali: la crisi economica, la crisi ambientale e l’immigrazione. La prima viene considerata causata dalla non equa ripartizione delle risorse; la seconda viene considerata causata dall’uomo perché esso è un cancro; l’ultima viene considerata causata da povertà, condizioni climatiche e guerre, con l’aggiunta del fatto che il gap della popolazione richiede l’immigrazione. Per brevità il relatore ha preso in considerazione solo il primo punto, la crisi economica, dalla quale i media mainstream deducono un sofisma: “la miseria morale è causata dalla miseria materiale”, quando in realtà è vero l’esatto opposto: l’egoismo, l’avidità e l’indifferenza al prossimo è la causa di tale crisi. E proprio su tali questioni morali è chiamata a intervenire la Chiesa, in quanto la sua autorità è nel campo della morale, non in quello dell’economia. Di fatto non sentiamo mai parlare di cause morali della crisi economica, ma è appunto negare i capisaldi della Genesi che fa nascere un effetto a palla di neve: negando i principi della realtà, si perde la stessa vita umana. Il ragionamento di fondo è semplice: se nascono meno persone, la popolazione invecchia, e ci sono meno agenti capaci di entrare nel mondo del lavoro, e sono molti di più quelli che entrano nel sistema pensionistico. In tal modo occorre che più denaro sia in circolo per far muovere l’economia: ecco l’essenza del consumismo, che negli ultimi 35 anni ha aumentato di 5 volte i consumi. Se i pensionati negli anni ’70 erano il 12-13% della popolazione italiana, oggi sono circa il 30%; ciò ovviamente comporta un cambiamento nella struttura sociale e un aumento dei costi fissi, quindi una maggiore pressione fiscale. Il crollo del risparmio (conseguenza del consumismo) ha portato al crollo del credito, quindi delle banche, la cui crisi del 2008 giunge dopo un lungo periodo di economia consumistica. Altro fattore che ha nell’avidità la sua origine è la delocalizzazione, con conseguente chiusura di posti di lavoro in Italia. Si è alla presenza di un circolo vizioso dovuto a cause morali, le quali hanno una rilevanza maggiore rispetto agli effetti morali (la miseria morale di cui sopra): il tutto perché si è voluti andare contro le leggi della realtà; comprese quindi le leggi morali.

Mons. Bux: Se un Pontefice dicesse in un suo intervento “mettete al mondo dei figli” avrebbe contro tutto l’establishment; il terzomondismo invece porta ad enfatizzare l’accoglienza degli immigrati. Dietro questo “invito” c’è il globalismo che vuole rimescolare le carte tra i popoli, per livellare le differenze morali, religiose ed economiche. La chiave per sottrarsi a questa tendenza è la conversione: non pensare e non giudicare secondo il mondo, ma secondo il Vangelo. Nel nuovo Testamento non trovate una riga di analisi economica, sociologica o politica della realtà dell’epoca, ma solo un pressante invito alla conversione del cuore e della persona, perché è da lì che partono i veri cambiamenti mondiali. Credendo al Vangelo si ha un’altra prospettiva sulla realtà, e si muta lo stato di cose intorno a sé, innescando un cambiamento virtuoso. È non conformandosi alla mentalità del mondo pagano che il cristianesimo ha sopravanzato il mondo antico. Staccandosi dal mondo per unirsi a Dio si innesca un effetto a catena, e i cristiani diventano una resistenza al NWO, il quale ha i piedi d’argilla perché si fonda sulla revisione degli assetti esterni del mondo (economici e sociali). Tutte le rivoluzioni operate dall’uomo si sono poi ribaltate nel loro contrario: vedi i discorsi dei moderni politici cinesi rispetto a ciò che proclamava Mao – il quale credeva di poter governare dall’esterno le menti degli uomini. Gesù invece invita a cambiare mente: è questo il significato etimologico del termine “conversione”.

Per concludere e ritornando alle 2 notizie iniziali: per qual motivo si voglia far “evolvere la bioetica” è abbastanza chiaro. Cosa c’entra il luteranesimo? Nel mondo europeo ci sono 3 filoni culturali: il laicismo francese, l’etica luterano/calvinista, il pensiero cattolico. Sussumendo quest’ultimo nel protestantesimo lo si rende ipso facto un laicismo con parvenza religiosa: in pratica la sposa di Cristo diventa adultera, ripudiando lo Sposo per il concubinato col mondo lasciando una patina di “spiritualità” che può servire da tampone alle anime candide che riducono la fede ad emozione, rinunciando alla ragione. Ed è stato appunto l’armonia tra fede e ragione il fondamento del pensiero di Benedetto XVI. Ognuno tragga le conclusioni del discorso.

Il prossimo incontro del ciclo di conferenze avrà luogo sabato 28 ottobre alle 17:15 ad Ancona, presso la chiesa san Carlo Borromeo, via Gentiloni 4. Tale incontro concluderà il ciclo di appuntamenti di quest’anno.



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02 ottobre 2017

Bux e Valli. Che cosa sta accadendo, oggi, nella Chiesa?


di Riccardo Zenobi

Venerdì 29 settembre sono riprese le conferenze promosse dall’Associazione Culturale Oriente Occidente, delle quali si è parlato qui, qui e qui. Gli incontri si tengono, come avvenuto precedentemente, nella sala conferenze della chiesa san Carlo Borromeo, in via Vincenzo Gentiloni 4 ad Ancona.

La prima conferenza di questo secondo ciclo di appuntamenti è stata una conversazione ‘a due voci’ con gli interventi di Aldo Maria Valli (giornalista, vaticanista del TG1, laureato in scienze politiche all’università cattolica di Milano) e di mons. Nicola Bux (sacerdote dell’arcidiocesi di Bari, esperto di liturgia orientale e di sacramentaria, consultore della congregazione della dottrina della Fede e della congregazione per le cause dei santi, collabora con la rivista Communio). Lo spunto di riflessione da cui ha preso avvio l’incontro è la parola “confusione”, termine che viene usato sempre più spesso dai fedeli, che vivono in un crescente disorientamento; la causa di tutto ciò in cosa è rintracciabile? Nella penetrazione di pensieri spuri nella Chiesa? Stiamo vivendo ciò che il beato Paolo VI dichiarò a Jean Guitton, ossia che siamo di fronte alla presenza dentro la Chiesa cattolica di un pensiero non cattolico il quale, seppur divenisse maggioritario, non sarà mai il pensiero ufficiale della Chiesa?

La conversazione si è aperta con l’intervento di Aldo Maria Valli, per il quale la confusione è l’elemento distintivo dell’epoca moderna, non solo nella Chiesa; ma lo stato interno di quest’ultima sconcerta molti, tanto che sempre più persone si chiedono: dove stiamo andando? Cosa ne sarà della Fede? Queste domande coinvolgono persone che prima non si ponevano problemi a riguardo, e nell’ultimo anno è aumentato enormemente il numero di tali persone. Nel giugno 2016, appena uscì, il libro “266” (nel quale si pongono tali interrogativi) era una sorta di avanguardia, ma nel giro di poco più di un anno lo sconcerto si è allargato moltissimo – e sono stati avanzati dei Dubia da parte di cardinali. I primi che si posero tale domanda erano essi stessi incerti del loro proprio sconcerto, cosa del resto comprensibile: chi si espone per primo è sempre titubante, poiché potrebbe essere una semplice impressione personale a muoverlo e non un reale problema. Ora però lo sconcerto c’è: Pietro parla in modo strano, anche i contenuti sono strani; c’è ambiguità, superficialità, e non si è in linea con la tradizione dottrinale. Si contano sempre più le dichiarazioni rilasciate in occasioni colloquiali, nelle quali non si approfondisce, e si cede al “gioco al massacro” di portare l’intervistato dove vuole il giornalista. Ci si può guardare da tali pericoli, serve prudenza e una adesione a quello che è il ruolo del Sommo Pontefice, confermare nella Fede. Oltre a tali questioni di modo, ci sono anche perplessità sui contenuti dei messaggi, che sono esplose con Amoris Laetitia, la quale ha interpellato Valli in quanto fedele, il quale in una digressione ha parlato di alcuni aspetti della sua vita di fede: nato e cresciuto a Milano, si è assunto l’avventura di costruire una famiglia numerosa grazie al ruolo fondamentale delle catechesi di Giovanni Paolo II sul matrimonio cristiano. Si era tra gli anni ’70 e gli ’80, quando molti (più o meno come oggi) consigliavano di andare a convivere; Valli prese invece il rischio di andare controcorrente, sfidando anche i medici i quali, di fronte alla patologia della moglie, dissero di non fare figli.
Tale digressione fa capire quale sia l’importanza di avere dei maestri e cui fare riferimento nella verità, e tante gioie nella vita di Valli non sarebbero arrivate se Giovanni Paolo II non avesse parlato chiaro: non si può giocare con le parole, quando si hanno dei problemi. Amoris Laetitia ad una prima lettura non crea molti problemi, ma approfondendo si trovano delle perplessità nel capitolo VIII, nel quale si rintraccia la modalità espressiva “sì, ma anche”: va bene così, ma in fondo è il soggetto che decide di fronte a Dio qualità morale dell’atto. Questo soggettivismo porta l’uomo ad essere come Dio, a decidere al Suo posto, di autogiustificarsi. Il buon Josef Seifert segnala che si arriverebbe addirittura, nel discorso sulla retta coscienza, ad affermare che Dio può chiedere di fare un comportamento non in linea con la legge divina, in determinate circostanze: sotto questa ambiguità passa l’eresia.
Se un semplice fedele si accorge di ciò, cosa fare? Uscire allo scoperto, con massima umiltà e senza pose, schierandosi dalla parte della Verità della Fede, la quale va testimoniata senza cadere in contrapposizioni, ma alzando il livello dello scontro, il quale troppo spesso liquida tale posizione con un’etichetta o uno slogan.

Mons. Bux ha rintracciato i contenuti della confusione, che affonda le sue radici su equivoci e deformazioni riguardo 3 aspetti della Fede:
1- Chi è Gesù Cristo? È il Figlio di Dio fatto uomo per salvarci dal peccato, sollevandoci da una situazione di male, incarnandosi ha portato la salvezza dentro l’umano. Cominciare a credere in Gesù converte la vita, è perciò fondamentale da parte dei vescovi e dei sacerdoti parlare di Gesù e della salvezza che ci viene offerta nella Verità, invece di trattare temi politici e di attualità, i quali non competono loro. Molti esponenti delle gerarchie non hanno negato apertamente ed esplicitamente tutto ciò (al limite hanno pubblicato libri per un pubblico ristretto di intellettuali), ma c’è una letteratura su Gesù Cristo che ridimensiona portata epocale dell’evento cristiano, equiparandolo ad altri “personaggi religiosi”. Negli ultimi decenni il catechismo è stato distrutto: non c’è più un prontuario di domande e risposte chiare su ciò che c’è da sapere su Dio e la redenzione, su chi è Gesù (per molti bimbi è solo “un amico”).
2- Cosa è e a cosa serve la Chiesa? Per qual motivo Gesù Cristo ha fondato la Chiesa? Per far conoscere sé stesso e il messaggio salvifico a tutta l’umanità, rendendo discepole tutte le nazioni, perché nessun altro salva. Il paganesimo dell’epoca negava l’esclusività salvifica di Cristo: a ben guardare, c’erano moltissime “vie” e “salvatori”, ma solo Gesù è la via e il salvatore. Vorremmo sentir dire che senza Gesù non c’è salvezza, e annunciare ai 4 venti che non c’è altro nome nel quale si possa essere salvati. Solo in Cristo c’è riscatto dal peccato e trovano significato la morte e la sofferenza, attraverso la quale l’uomo salva sé stesso e il mondo. La Chiesa non è un’agenzia ONG che fa da concorrente all’ONU, all’UNESCO o quant’altro. Possibile che Gesù volesse ciò per la sua Chiesa? Questo non fa altro che confermare i lontani nella loro lontananza, perché passa il messaggio che vivono bene, e quindi sono confermati nella loro vita.
3- Qual è la natura della liturgia e del culto divino? I sacramenti si sono ridotti a cerimonie più o meno attraenti, ma così si è snaturato il loro senso. I sacramenti sono essenziali, sono “farmaco salvavita”, mezzi di salvezza: non solo Gesù ha predicato la salvezza, ma ha dato anche i mezzi. Sono amministrati come un patrimonio, che non va sperperato e, come i farmaci, hanno delle controindicazioni (si può commettere sacrilegio fruendone male) e dei modi d’utilizzo. Non sono utilizzabili da chiunque, in qualunque momento e in ogni circostanza. Non si è padroni dei sacramenti: essi appartengono a Dio, e nella liturgia non si può improvvisare. Cambiare la formula del sacramento implica renderlo invalido.

Un ultimo intervento ha riguardato il punto di vista dei relatori sulla Correzione Filiale. Per Valli, essa mette il dito nella piaga, è una iniziativa importante che dà voce e struttura filosofica e teologica alla confusione che vediamo. Sulla stessa linea si muove Bux, affermando che se ci riteniamo cattolici dobbiamo sapere cosa vuol dire essere tali, e dunque è necessario, in questi tempi di confusione, mettersi al lavoro per conoscere i contenuti della propria Fede.

Il prossimo incontro si terrà sabato 7 ottobre alle 17:15, sempre nella chiesa san Carlo Borromeo, e avrà come ospite Massimo Viglione.


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