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21 febbraio 2019

Delicta Graviora. Una chiamata al pentimento

di Phil Lawler (16 Feb 2019)
da catholicculture.org
(ringraziamo per la traduzione l'Amico LV e Messainlatino.it)

Il National Catholic Register Report sulla riduzione allo stato laicale di McCarrick di Edward Pentin, è eccellente: completo, bilanciato e accurato. Suggerisco fortemente di leggere l'intero pezzo.
Lo avete fatto ? Bene. Ora permettetemi di richiedere la vostra attenzione soprattutto su pochi importanti passaggi che potreste aver trascurato:

In una lettera aperta rilasciata lo scorso mese, l'Arcivescovo Viganò ha chiesto a McCarrick di
pentirsi pubblicamente in modo da “portare una significativa misura terapeutica a una Chiesa gravemente ferita e sofferente.”
Certamente McCarrick deve pentirsi dato che è stato colpevole di tanti gravi peccati. I peccatori devono pentirsi: non esiste un insegnamento più fondamentale per la Cristianità.

Ma quale altro importante leader della Chiesa, a parte l'Arcivescovo Viganò, ha chiesto che McCarrick si penta pubblicamente ?
Perchè noi sentiamo così tanto dai nostri prelati di regole e politiche, di un “impegno per la salvaguardia” e un “processo di guarigione” e così poco di peccato e pentimento ?

Alcuni Cattolici coraggiosi lamentano che i mass media hanno esagerato la gravità dei problemi di abusi sessuali entro il clero cattolico, sorvolando simili storie di abusi da parte di insegnanti della scuola pubblica, allenatori e ora da parte Battisti del Sud.

E senz'altro vero che la copertura mediatica degli abusi da parte dei chierici è stata sproporzionata, ma i Cattolici devoti devono capire la ragione per il continuo Focus sulla nostra Chiesa.

I preti cattolici non sono come gli altri uomini: la loro ordinazione li pone a parte.
Noi Cattolici sappiamo – e i giornalisti dei mass media intuiscono – che lo scandalo degli abusi entro la Chiesa comporta la contaminazione del Sacro.

Per cui la corretta risposta non è una nuova serie di procedure burocratiche, ma una richiesta di pentimento e riforma.
Il meeting è dovuto per la pubblica rabbia per il caso McCarrick,...

Qui Pentin si riferisce al “summit” di Roma della prossima settimana [oggi ndr], a cui i presidenti delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo discuteranno di come rispondere nella maniera giusta alla crisi degli abusi sessuali.
Sono dell'opinione che difficilmente il meeting produrrà significative riforme.

Ma se Pentin ha ragione - e io credo di si – questo meeting potrebbe anche non tenersi, causando uno enorme scandalo nel laicato cattolico.
Infatti l'azione disciplinare contro McCarrick sarebbe stata evitata se il Vaticano non avesse percepito che un simile comportamento avrebbe causato l'indignazione dei Cattolici fedeli. Come posso esserne sicuro? Semplicemente perchè il Vaticano era consapevole del perverso comportamento di McCarrick sin dai primi anni del 2000 e il processo disciplinare canonico è stato aperto solo dopo che lo scandalo è finito sulle prime pagine dei giornali.

Anche prima della sua richiesta di pentimento pubblico per McCarrick, l'Arcivescovo Viganò denunciava che Papa Francesco proteggeva e addirittura promuoveva i prelati ora in disgrazia.

Pentin ci ricorda:
Il Santo Padre non ha risposto alle accuse, e il Vaticano deve ancora rilasciare i risultati dell'investigazione nei propri archivi promessa per il caso McCarrick.
Con ogni probabilità il Vaticano non rilascerà mai un report completo sullo scandalo McCarrick, a meno di non esservi costretto da una continua protesta pubblica.

Tristemente, esistono ampie evidenze che Papa Francesco continuerà a proteggere i suoi amici ed alleati nella Gerarchia, denunciando i critici come Farisei.

Il prestigioso nuovo incarico dato al Cardinale Kevin Farrell, un protetto di McCarrick – annunciato il giorno dopo in cui fu negato l'appello canonico di McCarrick – è particolarmente significativo.

Se rabbiose proteste dal laicato forzarono finalmente il Vaticano ad agire sul caso McCarrick, forse – solo forse – un continuo sentito coro di indignazione costringerà il Vaticano ad adottare ulteriori azioni per eliminare la ancor più diffusa corruzione messa in luce da questo scandalo.

Teniamolo a mente se questo “summit” della settimana non produrrà sostanziali risultati.
Noi, laici leali, abbiamo un ruolo da giocare nella riforma della nostra Chiesa.

Se i nostri vescovi hanno mancato ai loro obblighi di guida e di governo, noi abbiamo come nostro preciso dovere di rimproverarli.
Si, sto parlando di una chiamata al pentimento.


 

08 settembre 2018

Santa, non senza peccatori

di Samuele Pinna
In copertina: In copertina il quadro di Milo I suoi pensieri raffigurante Charles Journet

La Chiesa non è priva di peccatori, ma è santa : questo è il leit motiv del teologo svizzero Charles Journet (1891-1975) e – come ha scritto il cardinal Georges Cottier nell’Introduzione al mio libro di prossima uscita ( Charles Journet: il Mistero della Chiesa, Cantagalli) – «intuizione ispiratrice» della sua ricerca. Contro chi, invece, come Rahner (e i suoi epigoni) non si preoccupa di definire peccatrice la Sposa del Verbo, il Cardinale elvetico ha mostrato tutta l’infondatezza di tale tesi. In questo periodo di gravi riflessioni, riscoprire la bellezza della Chiesa non è operazione da poco.

Ci sono, infatti, almeno tre modi per guardare alla realtà ecclesiale:
1. mediante uno sguardo sociale e fenomenologico, che considera la Chiesa un’istituzione tra le tante;
2. un apprezzamento cordiale per quanto svolge in campo umanitario e valoriale, alla stregua di un’organizzazione umanitaria;
3. concependo la Chiesa mediante la fede, attraverso cioè uno sguardo soprannaturale.
È evidente che la modalità più vera per comprendere cosa sia la Chiesa è dato dall’ultimo punto.

Per valutare la realtà ecclesiale si devono, però, eliminare tutte le riduzioni indebite. Innanzi tutto, la Chiesa non può essere considerata solo un’istituzione umana, perché a questo bisogna subito aggiungere che è anche “divina”: la Chiesa permette – con i Sacramenti e l’interpretazione corretta della parola di Dio – il contatto sensibile nel tempo con il Cristo. È, sì, un’istituzione composta da uomini, con a capo degli uomini, ma che hanno il compito di essere docili allo Spirito (tenendo conto che partecipano della Chiesa non solo gli uomini sulla terra ma anche quelli già approdati nel Regno dei Cieli). C’è, dunque, una non piccola differenza – spiega il filosofo Jacques Maritain – tra la persona della Chiesa e il suo personale. 
Appartengono all’istituzione, inoltre, non solo i preti, i vescovi e il papa, ma ogni singolo battezzato, che va a formare il Corpo di Cristo, dove ognuno ha il suo compito: grave problema di oggi è la laicizzazione del clero e il clericalismo dei laici.
Paolo VI, in un vibrante discorso, ha affermato che il cristianesimo è semplice da praticare, ma solo se si vivono due precise caratteristiche: l’umiltà e il coraggio. Essere pastori o far parte del gregge significa aver determinato la propria vocazione, che diviene servizio alla Chiesa quale mediazione del servizio di lode da offrire al Signore. I compiti sono distinti, ma il fine comune: la salvezza delle anime. Ma come può un insieme di uomini peccatori – perché tutti, eccetto il Figlio di Dio e la Sua Vergine Madre, sono tali – formare un organismo santo? Semplificando argomentazioni assai complesse e ben più dettagliate, bisogna rispondere che quando un battezzato commette un peccato tradisce la Chiesa: l’essere annoverato tra i suoi figli non viene meno, ma questo si realizza solo in un modo esterioresociale (a meno che sia afflitta una pena di scomunica) e non salvifico. Il peccato, pertanto, ci fa perdere lo stato di grazia e, quindi, l’appartenenza alla Chiesa diventa “improprio”: reale, perché si possiedono ancora i doni dello Spirito, le virtù derivanti dalla fede, ma non si è più in piena comunione (per cui è necessaria la Riconciliazione sacramentale). La partecipazione visibile è ciò che permette alla carità dei giusti di influire su quella – ormai spenta o morta (come si esprimevano i teologi medievali) – dei peccatori: come un ramo rinsecchito a cui viene iniettata nuova linfa. Ecco perché si prega per gli altri.

In sintesi: quando uno pecca crea una disarmonia con se stesso e gli altri e distrugge l’amicizia con Dio e pur continuando ad appartenere socialmente alla Chiesa con il suo peccato la tradisce. Da qui, il motivo per cui la Chiesa fa penitenza, ossia per riportare i suoi figli alla piena comunione divina, di cui Lei (e solo Lei) è mediatrice. Sicché, pur essendo santa, la Chiesa è sempre in atto di purificarsi, come «di una donna – scrive Giacomo Biffi –, anche se bellissima, si dice che “si fa bella” ogni giorno». Il pensiero di Journet è sintetizzato proprio dal Cardinale quando scrive che la Chiesa «è un’assemblea santa di uomini peccatori, ma il peccato non fa presa su di lei. Nella misura in cui l’egoismo o l’orgoglio o l’avarizia ci deturpano, noi agiamo al di fuori della Chiesa e in senso contrario alle sue ispirazioni, tanto che le nostre azioni malvagie non le appartengono. E mentre essa continuamente ci santifica, noi non arriviamo mai a contaminarla. Proprio perché è santa, essa è ansiosa di informare della sua santità gli atti e i sentimenti di tutti i suoi figli. Cerca cioè di far sua in modo totale la realtà umana di coloro che già le appartengono per la grazia santificante che c’è nei loro cuori o almeno per la fede o per il segno incancellabile del Battesimo».

Se questo è quanto avviene nel singolo battezzato, cosa bisogna dire invece delle gerarchie, che hanno il compito di guidare la Chiesa mediante l’aiuto dello Spirito Santo? Se, infatti, l’azione divina santificante agisce in un modo infallibile, indipendentemente dalle disposizioni morali di santità o di indegnità del singolo, il peso di tale privilegio graverà nella misura stessa in cui si accresce l’importanza del compito ecclesiale e, di conseguenza, la fallibilità minaccerà di entrare nel governo della Chiesa. Quindi – dichiara Journet –, «perché la Chiesa sia diretta e non fuorviata dai suoi capi, perché resti il sale della terra, occorrerà l’aiuto di una provvidenza particolare, di un dono profetico, di un’assistenza di Cristo e del suo Spirito».
Tale assistenza non dispenserà dallo sforzo, dalla riflessione, dai tentennamenti di coloro che hanno il compito di guidare la Chiesa. Tuttavia, «le indecisioni umane, le meschinità o anche le imprudenze – è ancora Journet a parlare –, non faranno mai fallire la Chiesa nella missione affidatale da Cristo. La grazia dell’assistenza divina, senza distruggere la libertà del potere pastorale e senza esimerla dall’obbligo di cercare, di consultare, di riflettere, di pregare, dirige i suoi passi e le fa raggiungere infallibilmente gli importanti fini che le sono assegnati».
La Chiesa, dunque, anche nei suoi poteri gerarchici, è senza macchia né ruga. I poteri giurisdizionali che guidano la cosiddetta “pastorale” sono lo strumento, non il soggetto della santità della Chiesa. Questa santità ministeriale è pura sul piano delle verità definite e delle leggi universali. Sul piano delle direttive particolari, invece, l’errore e l’ingiustizia, che sono possibili, sono rinnegati in anticipo dal momento che appariranno come tali; per cui non giungono ad alterare la santità della Chiesa. «Non sarà possibile – conclude così Journet – riscontrare né macchia, né sozzura, né peccato nella Chiesa considerata come soggetto di santità, cioè nella Chiesa credente e amante, composta di chierici e laici, di giusti e di peccatori, e che è la comunità umana scaturita dai poteri giurisdizionali, unificata dalla carità cultuale, sacramentale, orientata, e in cui lo Spirito Santo abita in pienezza».


 

17 agosto 2017

Il Puntatore. La vergogna

di Alfredo Porfiri
Nel recente libro di Aldo Cazzullo "L'intervista", è contenuta una conversazione con Piercamillo Davigo. Per questa conversazione con il noto magistrato, l'intervistatore riporta alcune sue frasi, come questa: "I politici non hanno smesso di rubare, hanno solo smesso di vergognarsi".

Trovo molto cattolica questa frase, in effetti ciò che contraddistingue la nostra epoca non è la mancanza di peccato, ma il tentativo di contrabbandare il peccato come legittimo. Quindi, lo smettere di vergognarsi.
Penso che, paradossalmente, bisognerebbe rivalutare il buon vecchio peccato, che ci forniva dei paletti che ci permettevano di stare entro certi limiti. Riconoscere che siamo peccatori ci conviene decisamente.

La meditazione di Papa alla Messa dell'11 novembre 2013 sul tema del peccato e della corruzione veniva così riportata dal sito ufficiale della Santa Sede: "Dove c’è l’inganno — ha commentato il Papa - non c’è lo Spirito di Dio. Questa è la differenza tra peccatore e corrotto. Quello che fa la doppia vita è un corrotto. Quello che pecca invece vorrebbe non peccare, ma è debole o si trova in una condizione a cui non può trovare una soluzione ma va dal Signore e chiede perdono. A questo il Signore vuole bene, lo accompagna, è con lui. E noi dobbiamo dire, noi tutti che siamo qui: peccatori sì, corrotti no». I corrotti, ha spiegato ancora il Papa, non sanno cosa sia l’umiltà.

Gesù li paragonava ai sepolcri imbiancati: belli di fuori ma dentro pieni di ossa marce. «E un cristiano che si vanta di essere cristiano ma non fa vita da cristiano — ha rimarcato — è un corrotto». Tutti conosciamo qualcuno che «è in questa situazione e tutti sappiamo — ha aggiunto — quanto male fanno alla Chiesa i cristiani corrotti, i preti corrotti. Quanto male fanno alla Chiesa! Non vivono nello spirito del Vangelo, ma nello spirito della mondanità. E san Paolo lo dice chiaramente ai romani: Non conformatevi a questo mondo (cfr. Romani 12, 2). Ma nel testo originale è ancora più forte: non entrare negli schemi di questo mondo, nei parametri di questo mondo, perché sono proprio questi, questa mondanità, che portano alla doppia vita». Avviandosi a conclusione il Santo Padre ha detto: «Una putredine verniciata: questa è la vita del corrotto. E Gesù semplicemente a questi non li chiamava peccatori. Ma gli diceva ipocriti». Gesù, ha ricordato ancora, perdona sempre, non si stanca di perdonare. L’unica condizione che chiede è che non si voglia condurre questa doppia vita: «Chiediamo oggi al Signore di fuggire da ogni inganno, di riconoscerci peccatori. Peccatori sì, corrotti no".

Ho sempre pensato essere questa distinzione importante. Sant'Alfonso nella sua "Pratica di amare Gesù Cristo" osservava che ciò che era importante non era solo condurre una vita austera, ma orientare la propria vita all'amore di Dio. Quella "opzione fondamentale" - aggiungo - che in effetti è l'unica cosa che veramente conta davvero.
 

03 luglio 2017

I deliri di Padre James Martin


di Paolo Spaziani

E’ ancora possibile per un Vescovo ricordare ai propri fedeli quale sia il bimillenario magistero della Chiesa? E’ una domanda che è lecito farsi dopo il “commento” di Padre James Martin alle indicazioni pastorali del Vescovo statunitense di Springfield, Monsignor Thomas Paprocki. Il Vescovo nei giorni scorsi ha ricordato ai propri fedeli che “la Chiesa non solo ha l’autorità, ma ha anche l’obbligo grave di riaffermare il suo autentico insegnamento sul matrimonio, nonché di preservare e promuovere il valore sacro della condizione nuziale. Stante la natura oggettivamente immorale della relazione intrinseca ai cosiddetti ‘matrimoni’ omosessuali, chi si trovi in tale stato non si presenti per ricevere la Santa Comunione, né vi venga ammesso. Se il “coniuge” omosessuale fosse in pericolo di morte può comunicarsi previo pentimento di tutti i propri peccati, compresi quelli legati alla pratica omosessuale. Se ciò non avvenisse la Comunione deve essere vietata e costoro devono essere privati dei riti funebri ecclesiastici”. Le indicazioni pastorali di Monsignor Paprocki devono aver mandato se tutte le furie Padre James Martin, consulente del Segretariato per le Comunicazioni del Vaticano e paladino delle cause LGBT. Il 22 giugno scorso Martin, pur non citando mai Monsignor Paprocki, ha pubblicato diversi tweet (sette per la precisione) in cui precisa che: “se i vescovi vietano ai componenti di coppie dello stesso sesso il rito funebre, devono anche vietarlo ai divorziati e risposati cattolici che non hanno ottenuto l’annullamento, alle donne che hanno avuto figli fuori dal matrimonio, ai componenti delle coppie che vivono insieme prima del matrimonio e a chiunque utilizzi il controllo delle nascite. Sono tutti peccati contro l'insegnamento della Chiesa sulla sessualità. Inoltre, si dovrebbero proibire i funerali cattolici a chiunque sia andato contro l'insegnamento della Chiesa per la cura dei poveri e dell'ambiente. (…) Concentrarsi solo sulle persone LGBT, anche quelle unite in matrimonio, senza la stessa attenzione al comportamento sessuale o morale delle persone rette è, come dice il Catechismo, un "segno di ingiusta discriminazione". La dichiarazione di Padre James Martin non è un fatto isolato, bensì si colloca in una precisa strategia di promozione del mondo LGBT che il prelato gesuita conduce a ritmo incalzante con presentazioni del suo ultimo libro “Building a Bridge” che prevede eventi con donazioni a favore delle comunità LGBT del territorio. In un tweet del 25 giugno scorso Martin ha, inoltre, augurato agli amici LGBT un buon pride weekend, perché “anche loro sono figli amati da Dio e creati a Sua immagine a somiglianza”. Potremmo continuare ad elencare iniziative ed esternazioni, ma ci soffermiamo sulla delirante dichiarazione di Martin in merito all’accesso ai funerali. La Chiesa cattolica non ha mai sostenuto che i riti funebri debbono essere negati ai peccatori o addirittura ai peccatori gravi. La Chiesa ha tradizionalmente affermato che i riti funebri possano essere negati a quei peccatori che hanno rifiutato costantemente di pentirsi o di riconciliarsi alla Chiesa. I riti funebri della Chiesa Cattolica sono proprio per coloro che, seppur peccatori, riconoscono il proprio peccato, confessandolo e chiedendo perdono a Dio (Canone 915 del Codice di Diritto Canonico). Martin paragona la situazione di una coppia LGBT a quella di una coppia di divorziati risposati e il raffronto non è poi così errato. Infatti, in entrambi i casi, la Chiesa spera che vi sia, almeno in punto di morte, il pentimento per la situazione di peccato grave in cui queste coppie hanno vissuto. Quello che Martin tralascia, e per il consulente del Segretariato per le Comunicazioni del Vaticano non sembra essere una “dimenticanza” da poco, è  la questione del pentimento. Da promotore del mondo LGBT Martin intenderebbe scardinare la dottrina e il magistero della Chiesa con il semplice scopo di ammettere all’Eucaristia e ai riti funebri persone che ostentano apertamente il loro orientamento sessuale e sono orgogliose di compiere atti intrinsecamente disordinati (CCC 2357). Martin sa benissimo che l’ingiusta discriminazione verso le persone con tendenze omosessuali è ben altra cosa e riguarda il rispetto della persona che deve essere accolta con “rispetto, compassione e delicatezza” (CCC 2358). Quello di Martin è un comportamento sconcertante che trova libero sfogo in questo momento di confusione in cui sembra contare di più differenziare bene i rifiuti rispetto ad impegnarsi per salvare la vita di un bambino innocente. A conferma (se ce n’era ancora bisogno) di quali siano le priorità della Chiesa della misericordia Martin cita i peccati contro l’ambiente e le omissioni nella cura dei poveri che, secondo lo stesso, dovrebbero avere lo stesso grado gravità dei peccati relativi alla morale sessuale e quindi comportare le stesse conseguenze. Seguendo il delirante ragionamento di Martin per potere ricevere l’Eucaristia e avere i riti funebri dovrei confessare di aver differenziato male i rifiuti, inserendo l’involucro di carta stagnola nel bidone della plastica invece che nel sacco dell’indifferenziato. Le conseguenze di quanto sostenuto da Martin sono ovvie e devastanti: se tutto è peccato più nulla è peccato. E se più nulla è peccato tutto è concesso. Ora anche coloro che consideravano una “svista” la nomina di Martin a consulente del Segretariato per le Comunicazioni del Vaticano cominciano a ricredersi. Martin anche dopo la nomina continua imperterrito nelle sue campagne a favore del mondo LGBT, non esitando a contraddire i vescovi che coraggiosamente rimangono fedeli al magistero della Chiesa. La conferma di Martin nel suo ruolo anche dopo le sue innumerevoli uscite è la prova che quanto promosso da Martin sia condiviso altrimenti, come già successo per altri casi, Papa Bergoglio lo avrebbe rimosso dall’incarico. Come diceva Agatha Christie: “un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”.

 

01 luglio 2017

Fatima, la giustizia e la riparazione

di Marco Ferraresi

Mons. Luigi Negri, Arcivescovo emerito di Ferrara, lo scorso 9 giugno ha tenuto presso l’Istituto Maria Ausiliatrice una conferenza sull’attualità del messaggio di Fatima, nel centenario delle apparizioni della Madonna. Era presente pure Mons. Corrado Sanguineti, che al Cuore Immacolato di Maria ha solennemente e pubblicamente consacrato il 13 maggio la nostra Diocesi.
Negri, tra le riflessioni, ha evidenziato il metodo educativo della Madonna a Fatima. Nostra Signora non ha nascosto l’inferno, con i suoi supplizi eterni, ai tre pastorelli pur bambini. Ben sapeva, ovviamente, che la visione li avrebbe profondamente turbati. Perché, dunque? Probabilmente per due principali motivi.
Anzitutto perché l’amore senza verità è, appunto, un falso amore. La dannazione, che essenzialmente consiste nell’eterna infelicità per la separazione definitiva da Dio, è una possibilità tremenda eppure reale. Fa parte del mistero della libertà dell’uomo e, contestualmente, della giustizia di Dio, che, pur disponibile al perdono, non può non punire il male. E’ l’amore veritiero di Maria, dunque, che ci spinge ad evitare il peccato per restare nella fedeltà a Dio Salvatore. E la Madonna a Fatima non ha esitato a dire che molte anime vanno all’inferno perché nessuno prega per loro.

Proprio questo è il secondo motivo della rivelazione della Madonna ai pastorelli. Ella li invitò a offrire preghiere, sacrifici e sofferenze per amore a Dio e in favore della salvezza dei peccatori, come piccoli intercessori che si uniscono all’unico Mediatore tra Dio e gli uomini.
Noi pure, ovviamente, dobbiamo avere a cuore la salvezza, non solo nostra, ma altrui. E siamo chiamati perciò a riparare alle offese inferte ai Cuori di Gesù e Maria, particolarmente quando perpetrate in forma pubblica, in spregio all’ordine divino e a scandalo dei più deboli e indifesi.
Ecco perché la Madonna a Fatima ha dettato quella preghiera che, forse, spesso diciamo senza adeguatamente meditare: “Gesù, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell’inferno, porta in Cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della Tua misericordia”.


da Il Ticino, 23 giugno2017
 

16 maggio 2017

I cristianoidi: la contemporaneità tra la mela di Eva e quella di San Tommaso


di Marco Soro

Quando san Tommaso entrava in classe (ci viene riferito da una accreditata diceria) poneva una mela sul tavolo dicendo: “Questa è una mela, chi non è d’accordo può uscire”. In pratica: se tu non riconosci l’oggettività del reale, come possiamo costruire una grammatica comune? Quando il serpente con una mela* tentò Eva, le disse che sarebbe diventata come Dio. Cosa significava per Eva diventare ed essere come Dio? Lei e Adamo avevano il dominio su cose e animali esistenti, al punto da poter dar loro il nome; tuttavia questo potere era stato concesso loro da Dio che, essendo Il Creatore, era il garante della veridicità della loro conoscenza e del loro linguaggio, in quanto garante dell’oggettività del reale, nel senso che esso non dipende dalla conoscenza umana.

Diventare come Dio significava quindi avocare a sé la capacità di garantire la veridicità della conoscenza, ricostituendola in una grammatica soggettiva che, immediatamente, si sarebbe rivelata arbitraria. Ma a che pro essere come Dio se già da subito essi potevano dare il nome alle bestie ed alle cose? Lo scopo era non accontentarsi più di dare il nome alla realtà oggettiva, ma iniziare a ricostituirla ex novo su una grammatica che fosse soggettiva ed arbitraria. Infatti Eva si scopre nuda, e nudo scopre il suo uomo; perciò dovranno coprirsi, difendersi: poiché il loro intendersi è stato alterato, non è più possibile condividere o comprendersi in modo immediato. Nelle mani di un soggettivismo che è il nuovo dio degli uomini non ci si capisce più. Quando (per servirmi di un ultimo esempio) Nietzsche cercava il metodo per demolire il cristianesimo, secondo McLuhan, lo trovò nella distruzione della grammatica e del suo senso logico: il cristianesimo (questo strano platonismo per il popolo) si regge sul linguaggio corretto, oserei dire sulla coerenza della parola; si distrugga il senso di questa e verrà meno la forza del pensiero cristiano, ed anche del pensiero stesso. Verrà meno l’umano. 

La mela del primo peccato ha diverse sfaccettature, ed ogni epoca è stata tentata con un morso diverso. Credo che lo specifico della nostra epoca sia proprio il rilassamento, se non il venir meno, del senso logico del linguaggio, della sua capacità di comunicare una realtà oggettiva, chiara ai sensi ed allo spirito. Il vero, secondo i dettami del postmoderno spinto, non esiste più. Ma così viene meno la coscienza che guida il mio vivere, e la veglia si risolve in un ascolto esasperato del proprio intimo dove si colgono necessità primarie ipertrofiche che abbiamo imparato a chiamare diritti; trascorriamo le nostre vite sperando nel “sol dell’avvenir”, pur sapendo che non esiste.

Chiamiamo il nostro obiettivo utopia ed andiamo avanti tra forza d’inerzia e disperazione. Sembriamo giunti al capolinea delle conseguenze negative della soggettivizazzione della conoscenza, ribaltatasi e concretizzatasi nella appropriazione di quel che sul momento ci pare. Tutto questo lo chiamiamo laicità o, con una correzione da parte cattolica, laicismo. Può il laicismo-laicità un giorno “incontrare” e dialogare col cattolicesimo? Questa è stata la speranza (o sarebbe meglio chiamarla utopia?) di molti , in nome di una volontà d’incontro, eppure anche questa appare compromessa se già all’interno del cristianesimo sono presenti problemi grammaticali. Ricordo ancora la commozione e l’appagamento dello spirito quando scoprii il motto episcopale del patriarca ecumenico di Costantinopoli Atenagora I: “Fermiamoci e guardiamoci”. Bellissimo!

Il tentativo d’incontro era una realtà morale, spirituale e, quasi, una necessità di ricomposizione della nostra psiche, scissa per essere stata alimentata per troppo tempo da due civiltà parallele: abbiamo praticamente due personalità, la cui convivenza ci causa parecchi problemi. Si vede bene allora che non si tratta di un incontro fra due realtà o antropologie distinte, ma della necessità di una scelta dell’una o dell’altra. Tuttavia, per confrontarsi serve un linguaggio comune, che non esiste, perché non esiste più una logica o una morale o una spiritualità comuni.

Prendiamo ad esempio il verbo amare, che non ha più riferimenti ad un sentire comune, ma è fortemente condizionato dalla soggettività dell’io che lo coniuga a seconda del proprio sentire più ermetico: la parola rimane sacra come forza e valore, ma diventa relativa nel suo coniugarsi soggettivista, diventando in pratica un amuleto, una parola chiave, uno slogan più o meno efficace da tirare fuori nei momenti di difficoltà dialettica durante il tanto sospirato confronto. Confronto che, proprio a causa di queste parole-idolo, viene definitivamente esorcizzato.

Perdendo di significato la parola diventa un assoluto inarrivabile e non raggiungibile, una utopia. Così avviene delle altre parole amatissime nella nostra contemporaneità come libertà, coscienza, dovere, diritto, ascolto, rispetto, tolleranza ecc. Benché si debba riconoscere lo sforzo della contemporaneità di cercare una armonia sponsale fra individuo e collettività, mi pare che a livello pratico si sia di fronte ad un fallimento. Il mondo laico non riesce a proporre dei minimi comuni denominatori d’incontro tra i vari soggetti che lo compongono e la società che lo esprime. Esso risulta incompleto e per poter essere qualcosa di definito, e soprattutto nell’incontro e nelle relazioni della quotidianità commette un latrocinio subdolo nei confronti del cristianesimo. L’insufficienza della laicità è colmata dalla spiritualità cristiana, la quale però è deformata ed amputata di sue sostanziali peculiarità, come l’integrità del pensiero logico che ne è un elemento fondante e l’oggettività dell’atto morale. Tolti questi due elementi il cristiano non è più tale: ha forma cristiana, ma non sostanza; non siamo più cristiani, ma cristianoidi. O anche trans-cristiani, in una trasformazione di cui l’esito è difficile da stabilire.

*Si usa il termine mela per via della tradizione risalente alla Vulgata di San Gerolamo
 

05 novembre 2016

Radio Maria e lo scandalo del male


di Giuliano Guzzo

Debbo mio malgrado rinunciare a pronunciarmi sulla tesi – che avrebbe trovato spazio sulle frequenze di Radio Maria – secondo cui le scosse di terremoto di questi giorni sarebbero state, in qualche misura, provocate dalle unioni civili; non lo posso fare per il semplice fatto che di un’affermazione simile non c’è traccia né nell’audio della trasmissione oggetto di scandalo né, chiaramente, nella trascrizione dello stesso. Trascrizione dalla quale emerge qualcosa di diverso: un ascoltatore dell’emittente formula una domanda abbastanza chiara («le catastrofi naturali come il terremoto, possono essere una conseguenza di un popolo, di un legislatore che fa delle leggi contrarie?») cui segue, da parte del frate conduttore, una risposta molto cauta, nella quale comunque l’associazione causale tra nozze gay ed eventi sismici, semplicemente, non esiste.

Padre Giovanni Cavalcoli, infatti, da un lato invita alla prudenza («bisogna stare attenti»), e dall’altro fa un’affermazione – condivisibile, non condivisibile o assurda, pensatela come volete – che è la seguente: «Una cosa è sicura, che i cataclismi, la natura, i disordini della natura, tutte quelle azioni della natura che mettono in pericolo la vita umana sono di tanti tipi, le alluvioni, eccetera, hanno una spiegazione di carattere teologico». Nota bene: delle unioni civili come fattore scatenante il sisma, neppure teologicamente, nessun accenno. Zero. Perché allora tutta questa cagnara? Semplice: abbiamo giornalisti che ignorano la differenza tra Vaticano, Cei e Chiesa – tre cose ben diverse – e che, in questo caso, non solo hanno montato un caso sul nulla ma, per confermare fino in fondo la loro professionalità, hanno addirittura inizialmente attribuito la frase inesistente a Padre Livio, scrivendo che l’avrebbe pronunciata il 30 ottobre.

Peccato che non solo Padre Livio non abbia detto, appunto, niente di quanto poi riferito – i virgolettati inventati, sapete, sono una vera specialità di certo “giornalismo” –, ma non poteva farlo neppure lo avesse voluto giacché il 30 ottobre non ha tenuto alcuna diretta. La questione allora si potrebbe chiudere qui se nel frattempo – in aggiunta allo scandalo per una tesi mai formulata da nessuno, quella appunto del legame tra unioni civili e terremoti nel Centro Italia – non si fossero verificati due fatti. Il primo è la sospensione di Padre Cavalcoli dalla sua trasmissione, provvedimento che, anche per un ascoltatore non così assiduo di Radio Maria come il sottoscritto, appare abbastanza curioso e spiegabile solo con la comprensibile volontà, da parte dell’emittente in questione, di smorzare alla svelta una polemica sempre più arroventata.

Il secondo fatto è la presa di distanza del Vaticano – nella persona di monsignor Angelo Becciu, sostituto alla Segreteria di Stato – dalle affermazioni (quali?) di Radio Maria. Da giorni, ci si scanna insomma sul nulla. Non si capisce infatti che senso abbia, se non si è credenti, contestare la tesi di possibili punizioni divine – sotto qualsivoglia forma – in conseguenza dei peccati commessi e del peccato originale; se invece si è credenti, non si capisce perché attribuire a Radio Maria, Padre Livio o Padre Cavalcoli una tesi formulata già da tempo con queste parole: «Quando è tutto il popolo che pecca, la vendetta va fatta su tutto il popolo, come furono sommersi nel mar Rosso gli Egiziani che perseguitavano i figli d’Israele, e come furono colpiti in blocco gli abitanti di Sodoma; oppure va colpito un numero rilevante di persone, come avvenne nel castigo inflitto per l’adorazione del vitello d’oro».
Bene, sapete chi ha detto tutte queste cose? San Tommaso d’Aquino (cfr. Summa Theologica q. 108 a. 1 ad 5). Tommaso d’Aquino dal quale non risulta il Vaticano si sia mai dissociato. Viene a questo punto da porsi una domanda: scusate, ma di che cosa stiamo parlando? Abbiamo migliaia di nostri fratelli senza più una casa, senza più un lavoro, senza più nulla di quanto avevo prima. E tutto ciò, come se non bastasse, con pure il gelo alle porte. Forse – ma è solo personalissima impressione – anziché improvvisarsi teologi quanto non si è neppure credenti o ergersi a giudici implacabili quanto si dovrebbe essere testimoni della “Chiesa della misericordia”, è il caso di lasciar perdere e darsi fare per i nostri connazionali. Con aiuti concreti e anche, per chi teme i terremoti e sa che c’è Qualcuno, lassù, che tutto può, con preghiere. Non però per la professionalizzazione dei nostri giornalisti: quello sarebbe davvero tempo perso.


 

16 agosto 2016

La Buona Morte


di Amicizia San Benedetto Brixia

Gianluca Firetti. Santo della porta accanto (2016) è un testo che raccoglie le testimonianze di don Marco D’Agostino, sacerdote che ha accompagnato l’esemplare decesso del giovane lombardo cui è tributato il libro. La pubblicazione, per i tipi di San Paolo, ha il doppio merito di illustrare un esempio di spiritualità del quotidiano e di trattare col grande pubblico il tema demodé del morire cristiano. La spiritualità del quotidiano è descritta secondo il canone ormai classico di situazioni concrete, quotidiane ed ordinarie affrontate con profondo spirito di riconoscenza, gioia, accettazione e profondità; Gianluca non è un santo da miracoli, quanto un cristiano ordinario capace di raggiungere ciò che ai nostri occhi appare come un grado eroico di fede (quanto al giudizio della Chiesa dovremo attendere), specialmente per aver conservato la medesima anche in situazioni di vita disperate e proibitive. Importante anche il secondo motivo di lode, la descrizione della morte e del morire da cristiani, discorso fondamentale ed imprescindibile, rispetto al quale la catechesi contemporanea si mostra spesso reticente, con l’esito che l’immaginario della morte e del morire umano è completamente definito dai canoni di massa delle produzioni librarie e cinematografiche pressoché atee e nichiliste. Il libro quindi si può adoperare, cogliendone anzitutto questi due lati positivi.
Mi permetto d’altro canto di muovere delle critiche, che non vogliono raggiungere l’evento e il fatto storico della vita di Gianluca, dei suoi cari e del suo biografo, quanto indicare alcune lacune teologiche nel diario di D’Agostino. Prima di venire al punto, preciso che la lettura di Santo della porta accanto andrebbe integrata e fatta precedere dal lavoro a quattro mani Firetti-D’Agostino Spaccato in due. L’alfabeto di Gianluca (San Paolo, 2015), cosa che io non ho fatto e che forse avrebbe risposto ai dubbi che sto per elencare.
La questione è semplice: nel testo manca o non emerge la dimensione della sofferenza vicaria e della utilità della sofferenza. Tale dimensione a volte è omessa, altre volte è come dribblata. Il riferimento alla gioia predomina, il tema della speranza si erge, l’accostamento tra cristianità, felicità e croce si rinnova, ma l’esplicitazione del significato teologico e mistico della cristopatia – il completare nella propria carne i patimenti di Cristo a maggior gloria di Dio e a salvezza delle anime – non si dà: non per una negazione espressa, ma come per un tentativo di tener nascosto sotto la superficie il nodo scomodo ma imprescindibile della questione. “La sua vita tutta quanta è diventata un’offerta: un sacrificio vivente, santo e gradito a Dio. Non perché Dio volesse la sua sofferenza, ma perché – come lui aveva detto nell’ultima domenica: “Dio mi ha posto sulle spalle una bella croce. No, è la malattia che è pesante, Dio non c’entra proprio nulla” (p. 165). Dio invece c’entra e c’entra parecchio, perché ha scelto di entrare in questa dimensione che pure è nata per iniziativa declinante delle creature e non per progetto efficace del Creatore. Dio non vuole la nostra sofferenza, vuole la nostra santificazione, ma per la salvezza di tutti è legge dello spirito che fosse necessaria l’immolazione di un giusto a ripagare il peccato, il Signore Gesù, il quale può chiedere ad alcune anime elette di seguirlo nella sofferenza riparatrice in modo speciale ed eminente. I cattolici credono ancora a questo? Reputo di sì e reputo che ciò sia il motore che sostiene la fede di persone provate come Firetti. Dispiace che forse non sappiamo più dire queste cose, che ce ne vergogniamo o che le reputiamo devozionismi desueti. Sia chiaro, non manca nelle pagine il riferimento alla spiritualità e l’appello al divino quale soluzione del male terreno: “L’arma della preghiera è stata potente. Laddove tu pensavi di portare sconforto e disperazione hai solo aumentato il desiderio di affidarsi a un Padre!” (p. 71). Non manca neppure, come si legge, la capacità testimoniale e – mi permetto di aggiungere - la sua fecondità comunicativa.  Resta però un silenzio spiacevole circa la motivazione mistica dell’esperienza, pare esserci un affidarsi cieco a un soffrire che, per il cattolico istruito, non è così cieco, o meglio, si avverte tale nel vissuto personale, ma corroborato dalla rivelazione del senso spirituale della sofferenza come amore corredentivo. Purtroppo la sospensione di simili ermeneutiche produce frutti opinabili, come si evince dal pur commovente dialogo tra il giovane e il suo padre spirituale: “”Il Signore che cosa mi mette davanti?” Domande alle quali, dal mio punto di vista, non potevano esserci risposte esperienziali. Men che meno frasi convenzionali... “Gian, pensa alla tua vita, è stata bella quando stavi bene. Ed è ancora più bella nella malattia. Pensa a tutto il bene che tu hai fatto in questi due mesi”... E mi ero convinto ancora di più, davanti a lui, che la memoria del bene fatto rende felice” (p. 84). Purtroppo simili orientamenti squalificano il valore profondo della malattia cristiana, l’obiettivo non è essere felici, ma essere in pace con Dio, soprattutto la felicità da cercare non è quella del merito sociale, delle sempre fragili e discutibili testimonianze date dalla nostra povera umanità, ma quella della consolazione spirituale, che viene quando ci si conforma a Cristo (non mi dilungo, ma la chiave per comprendere e vivere la vicarierà redentiva è tutta qui), colui il quale è morto abbandonato da quelli che aveva beneficati, nonché travagliato da dubbi desolanti.
Con tali omissioni il rischio è quello di indebolire la portata specifica del volume, silenziandone la capacità evangelizzatrice. “Il perché non lo so, il libro ti fa piangere, ma alla fine sei felice. E’ liberante!” (p. 153); “Gian ha toccato il cuore a tanti... Nel libro c’è un unico filo conduttore: una fede inattaccabile e una naturalezza nelle quali Gian si manifestava” (p. 156). Queste e molte altre testimonianze stupiscono per la qualità generica, emozionale, soggettiva delle affermazioni. Complimenti che potrebbero valere senza modifiche per il decesso di chiunque o addirittura per tanti generi di libri emozionanti, magari immorali. Lungi da me giudicare le situazioni effettive del caso, ma questa è l’analisi cui siamo costretti dai testi nudi e crudi. Dunque, cari padri, grazie per il coraggio di raccontarci storie come quelle di Firetti, ma vi chiediamo nelle prossime stesure di aiutarci a cogliere maggiormente lo specifico della Buona Morte cattolica, mirando al cuore teologico di questi eventi altamente drammatici, e illuminandone il valore più intimo che oltrepassa letture funzionali o sociologiche di sorta, ciò renderà più ampia e solida l’evangelizzazione, la centralità di Cristo, la missione della Chiesa, la santificazione dei battezzati e la conversione dei peccatori.

 

22 luglio 2016

Il bigottismo femminista di Boldrini e RTL 102.5


di Alessandro Rico

In questi giorni, radio RTL 102.5 sta trasmettendo uno spot contro la violenza sulle donne, patrocinato ovviamente dalla Presidenza della Camera dei Deputati (sempre in prima linea quando si tratta di speculare sulle tragedie, promuovere la teoria gender e caldeggiare il femminismo radicale). Vari personaggi dello spettacolo, a turno, pronunciano questa frase: «Sono Tizio e, a nome di tutti gli uomini, chiedo scusa per la violenza sulle donne». Come al solito, dietro la foglia di fico della denuncia di crimini abominevoli, si cela il tentativo di somministrare surrettiziamente al pubblico un’ideologia distorta, una intollerabile discriminazione all’inverso, fondata, come nel più fosco incubo nazista, su un dato biologico.
Perché mai uno che non ha commesso alcun reato dovrebbe chiedere scusa, addirittura a nome di tutti gli uomini, per gli atti di violenza perpetrati da un individuo con il quale non ha alcuna relazione, se non il fatto di condividerne il genere sessuale? È evidente quale sia il subdolo intento della campagna pubblicitaria: trasmettere l’idea che la responsabilità degli atti di violenza (che, chiaramente, meritano il massimo biasimo) non appartenga a chi li commette (anche perché la sinistra boldriniana è la stessa inorridita dalla pratica giuridica della punizione), ma al genere maschile nella sua interezza. Ogni uomo, per il solo fatto di essere tale, deve venir indotto a sentirsi colpevole, condizionato da un istinto predatorio e aggressivo, potenziale stupratore omicida (anzi, femminicida), correo dei criminali con i quali condivide, appunto, lo stigma di un dato biologico.
Siamo al puro bigottismo farisaico (paradossale, se si pensa che la sinistra dei diritti civili dovrebbe proclamare la liberazione dalle superstizioni veicolate dalla cultura, dai pregiudizi, dall’oscurantismo). In un atteggiamento simile alberga una mostruosa confusione teologica, un pauroso rivolgimento della logica evangelica che, se presa sul serio, ci consentirebbe certamente di alleviare molte piaghe sociali. È indubbio che gli effetti di un peccato come la violenza sulle donne ricadano sulla società nella sua interezza: il male commesso da qualche suo membro ingenera sofferenza in tutta la comunità. Si potrebbe anche ammettere che gli abusi nei confronti delle donne, fidanzate, mogli, amiche, passanti, sono atti particolarmente odiosi – senza dimenticare che tante volte pure le donne sono protagoniste di vere efferatezze nei confronti di partner ed ex partner: si pensi ai padri divorziati ridotti sul lastrico, agli uomini che dichiarano di subire insostenibili pressioni psicologiche, o che addirittura si dichiarano vittime di abusi sessuali. Bisognerebbe avere il coraggio di dare pane al pane e vino al vino, riconoscendo che laddove si rompe il legame di complementarietà tra uomo e donna, la nostra società non fa altro che sperimentare il fallimento dei disvalori diffusi dalla rivoluzione sessuale, dal femminismo, da tutte quelle subculture che hanno demolito gli insegnamenti della Chiesa su famiglia e matrimonio, alimentando l’incomprensione e la chiusura reciproca tra i sessi (non è un caso se i Paesi con i più alti tassi di abusi sessuali siano quelli del Nord Europa, sulla carta i più emancipati).
Ciò detto, bisogna pure precisare che nessuna neolingua potrà cancellare il fatto che, sebbene gli effetti dei peccati sociali (dei peccati che ledono gli interessi e il bene comuni) gravino su tutta la comunità, la colpa dei singoli atti rimanga individuale (a meno che non si voglia confessare che proprio il clima ideologico suscitato dalle femministe ha acuito il problema della violenza, creando le condizioni che ne favoriscono la proliferazione). Siamo davvero al sovvertimento dell’atteggiamento di Cristo nel Vangelo: se dinanzi a lebbrosi, paralitici ed emorroisse, gli ebrei osservanti si ritraevano, per non contaminarsi col peccato che aveva marchiato quelle persone, spesso innocenti ma eredi delle colpe dei loro antenati, Gesù si avvicina, si lascia toccare, si prende cura, guarisce. Egli ci insegna che, semmai, siamo tutti malati, in quanto afflitti dal peccato originale (che saggiamente la Genesi ci racconta esser stato commesso, in concorso, da una donna e da un uomo) e dai peccati attuali commessi, e perciò bisognosi del medico, del Suo sacrificio che redime e salva.
All’opposto, nella logica boldriniana, l’uomo, in virtù del fatto biologico del suo genere sessuale (come sono un fatto biologico la lebbra, la paralisi o la perdita di sangue) diviene erede del male commesso dagli altri uomini, ne porta il marchio d’infamia e deve perciò guadagnarsi la rispettabilità con un pubblico atto di contrizione, un sacrificio incruento che è l’immagine speculare delle privazioni ipocrite cui si sottoponevano i farisei, impietosamente smascherate dall’unico vero sacrificio di Cristo.
Ci rendiamo conto che è ormai superfluo aspettarsi dai media e dalla politica una qualche profondità di analisi. Ma a maggior ragione è bene tenere dritte le antenne, vigilare, denunciare: chi minaccia di distruggere la civiltà, esattamente come il Maligno, lavora senza requie.
 

20 giugno 2016

Il discorso controverso di Bergoglio su matrimonio e convivenze

di Francesco Filipazzi
"E Gesù le disse: Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più". In questa semplice frase del Vangelo di Giovanni è racchiuso un po' tutto il senso della dottrina cristiana sul peccato. Cristo non è venuto a dire che i peccati non sono più peccati, ma che Lui ci può perdonare proprio perché abbiamo bisogno del perdono, a patto però  che si cerchi di evitare in futuro il peccato, odiandolo.

Riguardo la condizione di peccato, ha scatenato un certo numero di polemiche il discorso decisamente improvvido di Papa Francesco ( tanto da dover essere corretto e censurato dalla sala stampa, quindi non da noi vecchie comari pelagiane) riguardo matrimonio e convivenze, pronunciato il 16 giugno. Lasciando perdere la frase sui matrimoni nulli, penosamente riveduta e corretta nella versione scritta, ha lasciato di stucco molti nostri lettori il discorso sulle convivenze.

Dice Bergoglio: "Un fatto sociale a Buenos Aires: io ho proibito di fare matrimoni religiosi, a Buenos Aires, nei casi che noi chiamiamo “matrimonios de apuro”, matrimoni “di fretta” [riparatori], quando è in arrivo il bambino. Adesso stanno cambiando le cose, ma c’è questo: socialmente deve essere tutto in regola, arriva il bambino, facciamo il matrimonio. Io ho proibito di farlo, perché non sono liberi, non sono liberi! Forse si amano. E ho visto dei casi belli, in cui poi, dopo due-tre anni, si sono sposati, e li ho visti entrare in chiesa papà, mamma e bambino per mano. Ma sapevano bene quello che facevano."

Dice, poi, riguardo ad esperienze di convivenza conosciute nella campagna argentina: "Eppure davvero dico che ho visto tanta fedeltà in queste convivenze, tanta fedeltà; e sono sicuro che questo è un matrimonio vero, hanno la grazia del matrimonio, proprio per la fedeltà che hanno. Ma ci sono superstizioni locali."

Le frasi appaiono sconcertanti, poiché la Chiesa ha sempre definito come illecite le convivenze e, riguardo la prole fuori dal matrimonio, si parla del diritto dei bambini a trovare in fretta la giusta accoglienza nella famiglia cristiana, che è solo quella sacramentale. Dunque se l'arcivescovo di Buenos Aires voleva proporre un percorso di fede cristiano, doveva proporre, nel caso di matrimonio posticipato, una vita separata dei due neo genitori illeciti, non certo la convivenza. L'assunto per cui "è meglio convivere prima" è totalmente anti cristiano. Tanto più che, fanno notare i nostri lettori, sorgono alcune domande più che lecite.

Chi non sì è sposato che scelte ha fatto? Ed i bambini ? Hanno comunque avuto un padre, una madre, una famiglia? Non è infatti peregrino pensare che un certo numero di coppie non si sia sposata, negando quindi la famiglia cristiana al neonato. Sembra poi abbastanza chiaro che questa "prassi pastorale" messa in atto a Buenos Aires possa incentivare la pratica delle gravidanze extra matrimoniali, deresponsabilizzando totalmente i genitori e soprattutto i padri. In un'epoca in cui le televisioni passano programmi come "16 anni incinta" sarebbe meglio proporre qualcosa di diverso.

Va poi toccato il discorso delle ragazze madri. Quante vengono abbandonate da padri che non fanno il loro dovere? E questa pratica bergogliana non è un bell'applauso proprio a questi uomini di pezza irresponsabili?

Sembra purtroppo che l'attuale pontefice abbia un'idea di peccato non molto ortodossa. Già in Amoris Laetitia aveva parlato della possibilità di vivere in grazia di Dio nonostante ci si trovi in condizione oggettiva di peccato. Nel discorso di giovedì ha riproposto un ragionamento simile. La convivenza, cioè condizione oggettiva di peccato, è presentata come un prodromo per un buon matrimonio. Il che è decisamente immorale, in quanto, come peraltro rifacendoci a Giovanni Paolo II abbiamo già spiegato, l'unico prodromo positivo al matrimonio è la castità. Dal peccato non può nascere il bene e soprattutto non esiste il bene parziale. Esiste il bene ed esiste il male.

Oggi purtroppo, dirlo ci provoca una immensa lacerazione, la predicazione di Papa Francesco sta dando l'impressione che il peccato non sia più tale e dunque, se non c'è più peccato, non c'è bisogno di pentirsi, non c'è bisogno di perdono, non c'è bisogno di Salvezza. Quindi non serve più la Croce e non serve più Gesù (non serve più neanche il Papa). Purtroppo Bergoglio sta dando adito a questo, ma come dice Spaemann, esiste un limite di sopportabilità. Oggi viviamo nell'età della disperazione, servono il pentimento, il perdono, la Salvezza. Serve la Croce. Noi vogliam Dio.
 

18 aprile 2016

Volgersi alla luce per sconfiggere il peccato


di Martina Magli

Quanto accade ai giorni nostri nella società mi lascia esterrefatta. Ciascun singolo avvenimento sia esso di violenza o di ordinaria amministrazione, mi interroga e mi spinge a cercare per cogliere il senso delle cose, il vero senso delle cose. Mi sembra di vivere in un mondo in via di dissoluzione, capovolto, sottosopra. Non c'è struttura umana, politica, economica, religiosa e sociale che non risenta di un cambiamento negativo, di un certo livello di barbarie, dove regnano l'ignoranza, la violenza ideologica, la dissoluzione della morale, la corruzione. Mi pare non esista un campo dell'umana convivenza che non presenti vasti lembi che non siano in avanzato stato di decomposizione ed il fetore dei suoi liquami venga scambiato per profumo inebriante. 

Un grande e fortemente aggressivo cancro sta avanzando in seno all'umana costruzione, devastandone le coscienze, il buon senso, l'intelligenza e la ragione. L'autodissoluzione avanza attraverso l'omosessualizzazione forzata, la droga, la pedofilia, l'eutanasia, l'eugenetica, l'aborto, l'animalismo, l’ecologismo, il mondialismo, la persecuzione e l'uccisione dei cristiani, il terrorismo islamico e cristianofobico, le ideologie contrarie alla legge morale naturale, e poi, non dimentico, in questo velenoso minestrone, la crisi economica, le mafie, la disoccupazione, le mode, l'Unione Europea formato dittatura, le tasse elevate, la politica disorganizzata, la corruzione, la denatalità, i costi elevatissimi della spesa pubblica, dei favoritismi e dei privilegi.

In seno alla società sta avanzando un cancro aggressivo, che senza giri di parole e senza retorica, si chiama peccato, allontanamento da Dio e dalle su leggi. L'allontanamento parte da molto lontano, dall'esperienza storica dell'essere umano di poter fare a meno di Dio, di potersi autogestire ed emanciparsi dalla Provvidenza per non dover dire a Dio grazie per ogni cosa. Nell'orecchio della storia continua a risuonare il sibilo velenoso dell'antico tentatore, il Signore del Male: 'diventereste come Dio' (Gen 3:5). La tentazione antica è sempre moderna ed attuale e conserva immutato il medesimo scopo: allontanare l’uomo da Dio, verso il luogo della perdizione mondana: una sorta di giardino delle delizie avvelenate, dell'affanno sterile e controproducente, della cloaca del mondo dove i miasmi continuano inesorabilmente a stordire i sensi e la coscienza dell'essere umano caduto in questa appiccicosa e mortifera trappola.

La soluzione è semplice ma, viste le nebbie oscure che avvolgono da tempo l’umano vivere, potrebbe non essere scorta a sufficienza. Eppure è alla portata di tutti: volgersi verso la luce, lasciare che la luce ci illumini, ci ferisca, ci abbagli fino ad accecarci.
La luce mette in rilievo le forme e ne definisce i contorni, ma nel contempo mette in risalto le ombre. Mostra ogni dettaglio, di ogni oggetto svela la forma. Il colore viene esaltato nella sua brillantezza, il nero viene stemperato nella sua oscurità. La luce ha la capacità di mostrare la bellezza ma anche di rivelare la difformità e gli implacabili difetti. Ogni cosa alla luce del sole ha un aspetto veritiero, ogni cosa si mostra così com'è. Quando ci guardiamo allo specchio, la luce ci fa sembrare così come siamo. Niente rimane nascosto, ogni difetto, ogni ruga balzano allo scoperto. Guardandoci allo specchio ci vediamo così come siamo. Ci possiamo piacere oppure no. Possiamo vedere più difetti che tratti apprezzabili per bellezza. Eppure siamo noi stessi, è il nostro corpo che si mostra e ci parla, senza veli, senza ombre né oscurità e ci svela il senso del nostro vivere ed il segreto del tempo che passa. Ma il nostro corpo non è solo, non vive da solo, esso alimenta la nostra esistenza con la presenza dell'anima e, così come il corpo ha bisogno della luce per farci scoprire tutto della nostra dimensione corporea, così l'anima, che lo accompagna nel corso di tutta l'esistenza, ha bisogno della luce per farci scoprire il mistero delle cose che non si vedono. La luce che alimenta l'anima non è luce di sole nè luce di lampada.

E' la luce di Dio, la Sua divina Presenza. Una luce che mai si spegne ed al cospetto della quale l'anima riesce a vedere tutte le sue imperfezioni che si riverberano nei pensieri, nelle parole e nelle opere del corpo che la custodisce. La luce divina è talmente potente e chiara che chi si lascia illuminare resta abbagliato, attratto da tanto splendore e bellezza. Certo si resta smarriti nel vedere ogni piega della propria anima messa a nudo, piena di crepe e zone impervie ed aspre da bonificare, ma davanti alla luce di Dio l'anima prende il sopravvento sul corpo, lo domina, lo educa, lo disciplina, lo indirizza verso il bene, gli mostra la via da seguire e riempie la volontà di desideri santi ed alti. Così come il corpo ha bisogno anche dello specchio per realizzare la sua presenza fisica, così l'anima ha bisogno del Signore Gesù Cristo per specchiarsi ed identificarsi nella sua dimensione spirituale. Gesù Cristo è l'immagine che l'anima necessita trovarsi di fronte. Non desidera vedere sé stessa riflessa nello specchio -come spesso accade al nostro corpo- ma ha la necessità di trovarsi di fronte solo la fonte della Bellezza e della Santità, Dio solo!

E' vero che se ci mettiamo davanti alla luce del Signore, che tutto illumina e scopre, resteremo come sconfitti, vedendo l'immagine della nostra anima abbruttita e buia a causa dei peccati, ma è pur vero che la luce ci mostrerà tutto ciò che in noi è da scartare, da pulire, da ristrutturare, da tagliare. I Santi sapevano mettersi davanti la luce del Signore, sicuramente ne avevano timore, perché erano consapevoli di essere creature peccatrici, ma sapevano anche confidare nella Sua grande misericordia, desiderosi di diventare puri, di imitare proprio Lui, il Signore Gesù Cristo, vera luce del mondo.

Sapevano infatti che l'umiltà ed il coraggio di farsi abbagliare le tenebre dell'anima avrebbero dato loro la possibilità di procedere nel cammino di perfezione, alla fine del quale si sarebbero trovati al cospetto di Dio nella gioia del Paradiso. Mettersi al cospetto della luce di Dio esige volontà di migliorarsi, di non peccare, di procedere sulla via dei suoi comandamenti, di fare scelte anche difficili o controcorrente, di avere coraggio, di essere forti, umili, di avere la volontà di amarLo, di seguirLo e di riconoscerLo in ogni circostanza della vita, nel dolore, nella malattia o nella gioia. Soprattutto vuol dire rendersi conto di essere peccatori e bisognosi di cure, di Dio che ci risana e può rendere la nostra anima pura e bianca come la neve immacolata che alla luce del sole risplende ancor di più. Bisogna volerlo con tutto il cuore. Bisogna desiderare la luce del Signore perché solo così, noi, viandanti sulle strade della perfezione perduta, troveremo la via che ci conduce a Casa.

 

06 febbraio 2016

Dio è misericordioso anche quando castiga


di Alessandro Elia

L’infinita Misericordia di Dio consiste nel progetto divino di riconciliare ogni creatura con il proprio Creatore. La misericordia di Nostro Signore è tanto grande che comprende anche il castigo, o, se vogliamo, il Signore è così misericordioso che anche quando punisce lo fa con amore. Il libero arbitrio nobilita l’uomo a tal punto che gli permette di scegliere in piena libertà. Questo significa che l’uomo ha la possibilità di peccare separandosi dalla grazia celeste, ma (anche) tramite il castigo Dio realizza il processo misericordioso di ricondurre il peccatore disperso al Padre. Dio non è ontologicamente diviso tra Misericordia e Giustizia, sicché una volta è giusto e una volta è misericordioso, perché Dio è sempre lo stesso, “è lo stesso ieri, oggi e sempre” (Eb, 13, 8). Proprio per il fatto che è misericordioso Egli è anche giusto, e viceversa. Ciononostante, da un punto di vista teologico, facendo attenzione ai bisogni dell’uomo in vista della sua salvezza, è conveniente fare una distinzione concettuale di queste due caratteristiche di Dio sicché possa essere meglio compreso dall’intelletto. Si dice a ragione che prima di peccare è bene pensare alla giustizia di Dio e dopo aver peccato alla sua misericordia.

Il castigo è prima di tutto il segno del peccato. Infatti, mediante il castigo, che comporta inevitabilmente dolore (spirituale e temporale) all’anima peccatrice (e al corpo), la volontà di quest’ultima comprende di essere separata da Dio. Se non ci fosse alcun castigo su questa terra, paradossalmente, sarebbe una condanna ancora più grande poiché la peggiore sventura è il castigo eterno dei dannati che si trovano all’inferno. Se non esistesse alcuna punizione, il peccatore non si renderebbe conto della sua distanza da Dio, e di conseguenza non potrebbe nemmeno agire per ritornare in comunione con il Signore.

Il castigo è un dono misericordioso di Dio per condurci alla Salvezza e sottrarci alla morte dello spirito. Funziona in un certo senso come quando si tocca qualcosa di bollente e si prova dolore. Grazie al fatto che il tatto percepisce l’elevato calore, il nostro cervello reagisce immediatamente per allontanarsi dall’oggetto che scotta. Chi invece, sciaguratamente, ha perso il senso del tatto, come alcuni malati di lebbra nel terzo mondo, riesce a portare pentole roventi a mani nude, ma spesso finisce poi per perdere le dita. Così Dio Padre, quando punisce, non la fa per recare dolore alla nostra anima, quanto piuttosto per risvegliare la nostra anima ed evitare che vada in perdizione. “C'è un sonno dell'anima e c'è un sonno del corpo. Sonno dell'anima è dimenticare Dio”, dice Sant’Agostino. San Francesco d’Assisi disse giustamente che “Nel mondo non vi è nessun peccatore, che non ottenga la misericordia di Dio, se pentito”. Ma come fa un peccatore a essere pentito se tramite il castigo non si accorge di essere nel peccato?

La pena è sempre connessa alla colpa, perché il peccato commesso porta con sé anche il castigo. La Bibbia parla in diverse occasioni della pena come conseguenza dei peccati. Ad esempio, nel libro del profeta Isaia, la conseguenza del peccato è dipinta in questa maniera: “[…]ebbene questa colpa diventerà per voi come una breccia che minaccia di crollare, che sporge su un alto muro, il cui crollo avviene in un attimo, improvviso, e si infrange come un vaso di creta, frantumato senza misericordia, così che non si trova tra i suoi frantumi neppure un coccio con cui si possa prendere fuoco dal braciere o attingere acqua dalla cisterna” (30, 13-14). Più avanti Isaia interpreta l’esilio come un castigo contenuto nelle trasgressioni di Israele: “È a causa delle vostre trasgressioni che vostra madre è stata ripudiata” (50,1). Da ciò si evince che in qualche modo la colpa è già la pena perché questa è generata dal peccato. Nicolás Gómez Dávila ha sostenuto che “il mondo moderno non sarà castigato”, giacché esso stesso “è il castigo”.

D’altro canto non bisogna però cadere nell’errore di ritenere automatica la connessione tra il peccato e la pena. Il cristianesimo rifiuta la concezione cartesiana della “res extensa”, che vede il mondo materiale come una macchina che procede da sola ed è indipendente dalla realtà trascendentale. È vero che il male scatena una sequela di reazioni deleterie ma ciò non accade per una forza immanente. Come testimoniano le Sacre Scritture, è Dio in fin dei conti Colui che ricompensa il bene e punisce il male. Osea lo racconta con l’immagine del sacchetto che racchiude i peccati di Israele e che Dio aprirà quando vorrà scatenare la sua ira: “L’iniquità di Efraim è chiusa in un sacco, il suo pacchetto è ben custodito” (13, 2). In ultima analisi la pena è sempre dominata dalla volontà di Dio che, con perfetta provvidenza e infinita misericordia, la subordina, amorevolmente, agli esiti salvifici.

La pena collegata al peccato ha una dimensione temporale e segna realmente l’esistenza terrena del peccatore. Dice il grande Chesterton: “Qualsiasi gesto quotidiano è, per il cattolico, una scelta drammatica di servire la causa del bene e del male, e questa breve vita terrena è intensamente spaventosa e preziosa”. Ogni peccato è una diminuzione dell’uomo perché gli impedisce di realizzarsi per ciò che è. Il peccato abbrutisce l’uomo giacché la pena è la negligenza che rende impacciati nel conoscere e compiere il bene. È come una frivolezza che limita la propria libertà morale; una compiaciuta arrendevolezza verso la bramosità del proprio ego; durezza del cuore che non lo rende malleabile alla volontà del Signore.

Il peccato mortale comporta, oltre alla suddetta pena temporale, anche una pena eterna. Esso è il rifiuto della vita che Cristo ci ha comunicato nel mistero della Redenzione. La vita in Dio è la felicità eterna e definitiva - che si sperimenta compiutamente dopo la morte terrena – ma il peccato mortale è una consapevole e deliberata decisione per la morte. Rifiutando la comunione con la Santissima Trinità e persistendo nella condizione che si è data peccando, ci si preclude l’amicizia con Dio e, infine, il paradiso. Invece, con il pentimento e con la grazia del perdono, i nostri peccati vengono lavati dal sangue di Cristo, e così si sciolgono anche le catene che ci tenevano fuori dalla vita eterna. 

Tutto ciò che significa? Che in fondo Dio non è poi così buono come si pensava? Assolutamente no: Dio è infinita bontà. Dio è amore! Dio è carità! Se si applica una lettura legalista e moralista alla teologia del castigo, allora si fraintende l’intero catechismo della Chiesa. E su questo bisogna stare molto attenti perché dell’immagine che si ha di Dio ne dipende la nostra fede. Dio si è rivelato pienamente in Gesù Cristo e l’immagine che meglio esprime l’essere di Dio è il Signore sofferente sulla croce, che ha preso su di sé i peccati del mondo per liberarci dalla schiavitù del peccato. Gesù “Vivendo insegnò a vivere e morendo rese sicuro il morire: è morto per risorgere ed ha fondato la speranza della resurrezione per coloro che muoiono” (San Bernardo di Chiaravalle). Si pensi infine a un buon padre che ama i suoi figli e, quando occorre, li castiga per istruirli; così anche Dio Padre agisce con noi.

Il santo timor di Dio è una grazia che aiuta a percorre la retta via della santificazione senza allontanarsi dal Signore, ma non è il motivo principale per amare Cristo, come ben chiarisce San Francesco Saverio: «Non per la speranza del paradiso, né per la paura dell'inferno ma per il modo in cui tu hai amato me, io ti amo e ti amerò».

 

03 settembre 2015

Elogio del Giubileo della Misericordia


di Luca Gili 

Papa Francesco ha indetto un giubileo della misericordia dall’8 dicembre prossimo al 20 novembre 2016, che cadrà in occasione del cinquantesimo aninversario dalla fine del Concilio Vaticano II. Nei giorni scorsi la stampa si è occupata della decisione di papa Francesco di concedere a tutti i sacerdoti la facoltà di assolvere la scomunica in cui incorrono quanti hanno commesso un aborto o cooperato alla realizzazione di questo crimine. I giornali si occupano poi dei costi che la città di Roma dovrà sostenere per attrezzarsi ad accogliere i pellegrini. Per quanto importanti siano questi temi, è forse opportuno soffermarci sul significato del giubileo.

Nella bolla Misericordiae Vultus, con cui ha indetto il giubileo, papa Francesco ha scritto:
È proprio di Dio usare misericordia e specialmente in questo si manifesta la sua onnipotenza». Le parole di san Tommaso d’Aquino mostrano quanto la misericordia divina non sia affatto un segno di debolezza, ma piuttosto la qualità dell’onnipotenza di Dio. È per questo che la liturgia, in una delle collette più antiche, fa pregare dicendo: « O Dio che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono». Dio sarà per sempre nella storia dell’umanità come Colui che è presente, vicino, provvidente, santo e misericordioso."
Il significato principale del giubileo è far conoscere a tutti gli uomini la misericordia di Dio. La Scrittura è piena di passaggi in cui la misericordia divina è celebrata. Le parole di Isaia, tra le tante che possono essere citate, esprimono bene il desiderio che Dio ha di purificarci dalle nostre colpe:
"«Su, venite e discutiamo» dice il Signore.«Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana. Se sarete docili e ascolterete, mangerete i frutti della terra. Ma se vi ostinate e vi ribellate, sarete divorati dalla spada, perché la bocca del Signore ha parlato». (Isaia, 1, 18-20)"
I vangeli sono pieni di parabole che Gesù adopera per spiegare la misericordia divina e molte rivelazioni private confermano il desiderio che il Padre di vederci riconciliati a lui. Tre le molte rivelazioni private, spiccano quelle a santa Faustina Kowalska, la mistica polacca che propagò la devozione alla Divina Misericordia e il cui diario contiene toccanti colloqui con Cristo che, ancora una volta, ci mostra l’amore infinito che ha verso noi peccatori.
Per questo motivo, durante il periodo giubilare sono offerte delle possibilità ulteriori per ottenere le indulgenze. Il tema delle indulgenze probabilmente non è uno dei più popolari nella predicazione odierna. Fu uno dei motivi del dissidio di Lutero con la Chiesa di Roma. Inoltre, le indulgenze presuppongono la dottrina del purgatorio e, se pochi ancora credono nell’esistenza di inferno e paradiso, ancor meno credo che il purgatorio esista. L’indizione del giubileo ci ricorda l’importanza delle indulgenze e le indulgenze ci ricordano che il purgatorio è una possibilità reale.
È forse opportuno ricordare alcuni punti. Esistono due tipi di peccato: il peccato mortale, che toglie la vita spirituale dell’anima, ossia la grazia santificante, e rende meritevoli dell’inferno, e il peccato veniale che, essendo di lieve entità, non distrugge la vita spirituale. Dio intende perdonare tutti i nostri peccati e ha dato alla chiesa il potere di rimetterli. Tipicamente ci confessiamo dai sacerdoti dicendo loro le nostre colpe. Ad assolverci, però, non è tanto il sacerdote, ma Cristo stesso, che ci parla mediante la grata del confessionale. Se colpevoli di peccato grave, la confessione ben fatta ristabilisce la comunione con Dio e la vita di grazia.
Resta però spesso una pena temporale da scontare, ossia una pena purificatrice che ci liberi dall’attaccamento disordinato a ciò che ci allontana da Dio. Se il peccatore ha una contrizione perfetta, tale pena da scontare è interamente condonata. Ma spesso non è così e Dio, nella sua misericordia, ci offre la possibilità di purificarci sia in questa vita, accettando le avversità e le sofferenze, sia nella vita dopo la morte, con le sofferenze purificatrici del purgatorio.
Esiste però la possibilità delle indulgenze. Le indulgenze rimettono in tutto o in parte la pena temporale che deve essere scontata dal peccatore. Se rimettono la pena per intero sono dette plenarie. Le indulgenze applicano il tesoro dei meriti dei martiri e dei santi a noi peccatori che le otteniamo. Ci sono innumerevoli possibilità di ‘lucrare indulgenze’. La recita del santo rosario in gruppo o la lettura per mezz’ora della Bibbia sono tra le opere più frequenti – alle quali si devono sempre aggiungere le ‘solite condizioni’, ossia la confessione, la comunione, la preghiera secondo le intenzioni del papa e l’affetto distaccato da ogni peccato.
Il giubileo offre molte opportunità di ‘lucrare indulgenze’ e ci ricorda il volto misericordioso di Dio. Papa Francesco fa bene a ricordarci che ciò che Dio ha davvero a cuore è riconciliarci con Lui. In quest’ottica deve essere letta anche la facoltà data ad ogni sacerdote di assolvere il peccato di aborto. Per la sua gravità, il peccato di aborto comporta una scomunica che può essere rimessa dal vescovo diocesano. Per un antico privilegio papale, i sacerdoti di alcuni ordini religiosi, come i Francescani o i Domenicani, hanno la facoltà di assolvere l’aborto. Alcuni vescovi danno questa facoltà a tutti i sacerdoti delle loro diocesi, alle volte per i ‘tempi forti’ dell’anno liturgico, come l’avvento o la quaresima. Il senso della scomunica è pedagogico: serve a sottolineare la gravità del delitto. Dando a tutti i sacerdoti la facoltà di assolvere l’aborto, il papa afferma implicitamente quella che in gergo tecnico è chiamata ‘giurisdizione universale e diretta’, ossia il suo primato tra tutti i vescovi. Infatti, ciò che un vescovo può fare nella sua diocesi, il papa lo può fare in tutto il mondo.
Non so se gli amici protestanti ci presteranno molta attenzione, ma la indizione di questo giubileo riafferma dottrine a loro indigeste come il primato petrino e le indulgenze. Ma a nessuno sfuggirà che Dio è misericordioso e ci attende nel confessionale e sull’altare, per purificarci e renderci simili a Lui.


 

20 luglio 2015

Perché la Chiesa è aperta (anche) ai razzisti


di Giuliano Guzzo 

«In questa chiesa è vietato l’ingresso ai razzisti…tornate a casa vostra!», recita un manifesto affisso all’ingresso della chiesa di Sant’Angelo in Mercole a Spoleto. C’è da augurarsi che il singolare divieto, accostato pure ad una citazione evangelica che in teoria dovrebbe giustificarlo («Ero straniero e non mi avete accolto… Lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno…»), sia colpa del caldo, perché diversamente sarebbero molte le criticità che solleverebbe. La prima: che meriti particolari hanno, rispetto ai razzisti, gli assassini, i pedofili, gli stupratori, i ladri e i calunniatori? Qualcuno, evidentemente, lo devono pur avere perché a loro le porte della chiesa rimangono spalancate. Secondo aspetto critico del divieto antirazzista. Fino a prova contraria, il razzista odia, e uno che odia è il primo ad aver bisogno di un Dio che, essendo Amore, lo liberi dal suo peccato. Non è forse così? E se è così, non sarà che vietando «l’ingresso ai razzisti», di fatto, si ostacola colpevolmente il piano di salvezza che Dio ha per ciascuno, alterando fra l’altro l’immagine stessa della Chiesa, che apparirebbe come un di club dei migliori? Terzo, ma non meno importante aspetto, il cristiano è chiamato a giudicare – e condannare – il peccato, in questo caso il razzismo, ma il giudizio definitivo sul peccatore, che io ricordi, spetta solo a Dio; eppure cos’è un divieto d’ingresso in chiesa per alcuni se non un giudizio definitivo su di loro?
Un ultimo pensiero, questa volta personale. Una delle cose più belle del Cristianesimo, per me, è quel perdono che Dio, sfidando ogni umana logica, ci offre continuamente, con pazienza paterna e con l’ostinazione dell’innamorato. Se così non fosse, se la Chiesa non fosse davvero refugium peccatorum credo – anche senza essere razzista, ed anche senza reputarmi il peggiore degli uomini – che sarei inconsolabile: ma per fortuna Dio non solo non teme i peccati umani, ma si serve delle nostre fragilità per costruire nuove, formidabili alleanze. Don Divo Barsotti (1914-2006) ha scritto: «È il tuo peccato che lo chiama, nulla più efficacemente della tua miseria lo attrae, purché tu gliela doni […] In un istante i tuoi peccati sono distrutti, non sono più. Egli solo è».


 

30 settembre 2014

Omofobia, l'abietta mania (I parte)


di  don Mauro

Mentre le Sentinelle in Piedi vegliano silenziose nelle piazze italiane, accusate per ciò stesso di essere fasciste e discriminanti, i fautori della gender theory possono permettersi di diffondere video aggressivi e offensivi a danno di chi non la pensi rigidamente come loro. L’omofobo è imputato. E’ il caso del video diffuso su You Tube “Questa fobia è una abietta mania”.
 

30 dicembre 2013

Caro Scalfari, senza peccato non c’è più Amore e non c’è più Dio

di Alessandro Rico

Eugenio Scalfari, ovvero: non solo fare proselitismo è sbagliato, ma per dialogare con i non credenti bisogna catechizzarli un po’. Quello che il patinato editorialista di Repubblica ha capito del cristianesimo, dopo gli incontri con papa Francesco, è che il pontefice, nella Evangelii Gaudium, ha addirittura abolito il peccato. Seguiamolo nella sua brillante argomentazione.
 

25 dicembre 2013

Cur Deus homo? Causa e fine dell'Incarnazione

di Isacco Tacconi
Quando ci si accinge a parlare del motivo e del fine dell'incarnazione di Gesù Cristo, uno dei riferimenti principali è l’inno cristologico paolino nella sua epistola agli Efesini, nel quale dichiara che in Cristo il Padre “ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo”(Ef 1,4-5). In tale brano l’Apostolo delle genti descrive il manifesto programmatico del disegno divino di salvezza.
 

16 ottobre 2013

Priebke in paradiso?

di Samuel Satiricus Becci

Adesso vi spiego l'Inferno, la pagliuzza e il cammello (suppergiù)
L'Inferno sarà quando un bravo cristiano (suppergiù) muore, sale fin alla soglia del Paradiso - perché lui non ha mai ammazzato nessuno - e fa per entrare, quand'ecco, vede che al di là della barricata - non molto oltre, appena al di là, ai confini insomma (e si capisce il perché...) - se ne passeggia beato nientepopodimenoche il Priebke. A questo punto il bravo cristiano - una vita per i poveri e di messe coi palloni all'offertorio - è nei guai fino al collo. Perché finché si tratta di demonizzare i lefebvriani o chi vuol garantire un rito d'esequia a un defunto cattolico, tutto bene: fa figo addirittura. Ma quando si tratta di dire a Gesù Cristo di cacciare all'Inferno il Priebke, inizia il casino. Anche se la tua coscienza ti dice che tu hai ragionissima - perché sei un bravo cristiano - e che forse è Cristo che esagera col perdono (si vede che Cristo obbedisce a Papa Francesco). Sì perché, al bravo cristiano - facilmente ostile a cambiare il "versato per voi e per tutti" in "versato per voi e per molti" - gli va giù amaro che quel "per tutti" sia anche un potenziale  "per Priebke". E in ogni caso non gli va giù di ritrovarsi con Priebke, sebbene emarginato, per l'eternità. E allora inizierà il suo bel Purgatorio: il tempo giusto per imparare ad amare come Cristo, e quindi a stare volentieri in Paradiso anche col Priebke. A desiderarlo addirittura. A desiderarlo... da morire. 
Questo è il cattolicesimo, ragazzi. E a me piace così. E per questo mi amareggia l’idea che la Catholica, quasi schiava di questo porco mondo moderno, se ne lasci dettare le leggi, fino a temere di celebrare i funerali al gerarca. Fa nulla. E purtroppo il tutto mostra solo che la FSSPX è ancora cattolica. Piaccia o dispiaccia. 
Ciò detto, la soluzione era semplice. Bestie come il Priebke vanno gettate nel dimenticatoio della storia. Lasciarlo morire, funerali schitarrati da un prete coatto di Tor Bella Monaca, e non parlarne più. 
Mi capite, sì? Voglio dire… demonizzarlo… nell’epoca più diabolica che la storia registri… significa renderlo quasi un protagonista… non vi pare?