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03 novembre 2017

Paris Statement - il manifesto degli intellettuali conservatori europei


di Alessandro Rico
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Alcuni di voi avranno notato che pochi giorni fa, su Il Giornale, Luigi Iannone ha rilanciato il manifesto per la “vera Europa” sottoscritto da alcuni importanti intellettuali liberali e conservatori, tra i quali Roger Scruton, Pierre Manent e Robert Spaemann. Ecco il link ai 36 punti del Paris Statement.

Si tratta di una delle iniziative più importanti e stimolanti, anche per il suo respiro internazionale, che la destra europea abbia intrapreso finora (prendendo forse finalmente coscienza di sé). Le questioni sollevate nello scritto sono molte e molto complesse, ma vorrei trasmettervi un breve commento su alcuni punti salienti.

In primo luogo, è interessante che gli autori del manifesto contrappongano l’idea di una “vera Europa” a quella di una “falsa Europa”, fondata sul dominio di una tecnocrazia irresponsabile, votata a un’utopia multiculturale e appiattita sulla retorica della globalizzazione e sulle «superstizioni del progresso inevitabile». Per questo gruppo di intellettuali, l’Europa è minacciata «da una falsa comprensione di sé».

In secondo luogo, Scruton e gli altri sostengono che la vera essenza dell’Europa sia di essere una «comunità di nazioni»: il superamento dello Stato nazionale attraverso la creazione di organismi sovranazionali è solo un modo per allentare l’esercizio dei meccanismi di controllo democratici da parte degli elettorati. L’Europa è stata tanto più spiritualmente florida e culturalmente unita quanto più è stata suddivisa in una serie di Stati nazionali concorrenti. Queste entità politiche si sono spesso combattute anche duramente, ma non hanno mai perso la consapevolezza di appartenere a un’unica grande famiglia culturale. Peraltro, l’articolazione politica del continente, che ha consentito di oltrepassare la forma dell’impero (la quale pure aveva permesso di cementare quella unità spirituale che l’Europa non ha mai abbandonato), è all’origine dello ius publicum europaeum che, come ha sempre sostenuto Carl Schmitt, ha a lungo di incanalato e contenuto l’inimicizia tra gli Stati (non tra i popoli!), fino alla crisi di tale diritto internazionale moderno, esplosa drammaticamente con la comparsa delle “guerre totali”.

In terzo luogo, gli autori del manifesto condannano la falsa idea di libertà basata sul soddisfacimento immediato dei capricci edonistici (se non delle perversioni) che la postmodernità ci ha venduto. La liberazione dalle forme di «auto-controllo», nel campo del sesso o delle relazioni interpersonali e sociali, ha solo accresciuto l’insoddisfazione e il senso di solitudine di individui privati del loro orizzonte comunitario. È in questo vuoto che la globalizzazione ha lavorato ad alimentare l’atomizzazione, mentre un falso egualitarismo ci ha portato a respingere ogni manifestazione di gerarchia sociale. Al contrario, gli intellettuali della “vera Europa” propongono di ritornare dal sapere tecnico alla «saggezza», cioè a una naturale divisione dei ruoli fondata non tanto sulla certificazione asettica delle competenze, quanto sulla consapevole accettazione delle responsabilità che ciascuna funzione comporta. Per usare una formula ormai fuori moda: My stance and its duties.

Un quarto punto è l’assoluta primazia che questi intellettuali attribuiscono alla nostra comune eredità cristiana, condannando invece la chimera del multiculturalismo. Il punto è che quest’ultimo o coincide con una spersonalizzazione (o una colonizzazione) delle nostre comunità, oppure implica una volontà di coercizione e assimilazione nei confronti dei gruppi che ci fregiamo di accogliere. E probabilmente è con questa «cattiva coscienza» che le élite, secondo i sottoscrittori del Paris Statement, ci stanno imponendo l’agenda multiculturalista: sono falsamente e maliziosamente convinte che prima o poi gli immigrati accetteranno i nostri costumi e le nostre tradizioni politiche. Si sbagliano. Non si rendono conto che il multiculturalismo o sancirà la scomparsa della nostra, di cultura, o accrescerà esponenzialmente la conflittualità delle nostre società (e i due esiti non sono incompatibili tra loro).

Un quinto aspetto fondamentale è l’opposizione all’universalizzazione della logica di mercato. L’economia libera ha comportato enormi vantaggi e ha garantito al nostro mondo un sistematico vantaggio sui concorrenti, ma «non possiamo consentire che tutto sia in vendita». Secondo gli autori del manifesto, il buon funzionamento del mercato richiede un rafforzamento delle istituzioni giuridiche (rule of law, che potremmo tradurre con la formula non del tutto esaustiva di “supremazia del diritto") e sociali che non operano in base alle logiche di mercato.

In ultima istanza, vorrei sottolineare il giudizio che gli autori esprimono sul populismo. Pur biasimando il ricorso a «slogan semplicistici» e ad «appelli emotivi divisivi», costoro riconoscono che questo fenomeno politico rappresenta una «sana ribellione» contro il fallimento delle élite, del «fanatismo di centro» e della falsa idea di Europa. Naturalmente, le istanze del populismo vanno interpretate. Esso è destinato a fallire se si limiterà a invocare la scomparsa delle élite. Come insegnano teorici politici del calibro di Gaetano Mosca, il governo sarà sempre oligarchico (ci saranno sempre pochi che governano e molti che sono governati). Le élite non spariranno mai; quello che bisogna ottenere, piuttosto che la loro soppressione, è il miglioramento dei meccanismi di selezione e ricambio delle classi dirigenti. Ma di questo potremo parlare in una successiva occasione.


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30 giugno 2016

La causa della rabbia. Il mondialismo messo in discussione dalla Brexit


di Francesco Filipazzi

Dopo la Brexit e il crollo delle borse, la svalutazione della sterlina e le manifestazioni di vittimismo strappalacrime degli scozzesi al parlamento europeo, cosa rimane del grave pericolo derivante dall'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea? In borsa c'è già stato un rimbalzo, i titoli bancari recuperano, la sterlina è stabile. Pare di capire che il referendum sia stato preso a pretesto per la solita speculazione e che ai tanto decantati mercati la Brexit abbia fatto il solletico.
Dunque, perché tutto questo stracciarsi le vesti da parte della stampa internazionale, con quella italiana in testa? La disperazione appare infondata, eppure il fondamento c'è. La Brexit mette infatti in discussione l'ideologia mondialista che prevede l'organizzazione degli stati in grossi organismi sovranazionali. Il progetto di riunire tutti sotto una specie di governo unico mondiale, multietnico, senza identità, senza confini, governato di fatto dal mercato, non è una teoria complottista, ma un sogno accarezzato da molti anni. La propaganda in questo senso, che passa volutamente dal plagio dei giovani virgulti dotati di smartphone, è piuttosto palese. Immaginatevi la frustrazione quando si è scoperto che i giovani non erano neanche andati a votare.
Se uno dei capisaldi di questo progetto unificante volto ad instaurare la dittatura dell'economia pianificata e di scala, l'Unione Europea, viene messo in discussione tramite la volontà popolare, c'è il rischio che la popolazione si dia una svegliata e inizi a pensare che, in fin dei conti, il grano è meglio coltivarselo in casa piuttosto che importarlo, il latte cinese fa un po' schifo, la carne allevata dai propri connazionali forse è più sana. Che le masse di immigrati portate a forza sulle nostre coste altro non sono che schiavi il cui scopo è abbassare il costo del lavoro ed eliminare i nostri diritti. C'è il rischio vero che il progetto salti e che tutta l'impalcatura mondialista crolli su sé stessa. Si tratta di un rischio da correre...

 

04 ottobre 2012

L’insospettabile alleanza tra evoluzionismo liberale e dottrina sociale

di Alessandro Rico

Nella prima puntata ho descritto le caratteristiche del «razionalismo critico» e dell’interpretazione in chiave evolutiva delle istituzioni sociali. Ora cerco di arginare le obiezioni che i cattolici più probabilmente rivolgeranno a questo modello.
 

02 ottobre 2012

Società in evoluzione: quando Darwin va d’accordo con Smith e Hayek

di Alessandro Rico

In un precedente articolo, Marco Piazza ha condotto una critica impeccabile alla puerile teoria dell’Intelligent Design, dimostrando come la teologia cattolica sia perfettamente compatibile con la teoria dell’evoluzione, cioè l’idea che la struttura fisica e biologica degli esseri viventi si sia modificata (e si modifichi) nel tempo, adeguandosi alle mutate condizioni dell’ambiente, in base al meccanismo della «selezione naturale».
 

28 settembre 2012

Il triangolo (procreativo) non l'avevamo considerato...

di Andrea Virga

Questa breve riflessione parte dal caso di due signore americane, madre e figlia, quest’ultima riuscita dopo tanto tempo e varie difficoltà a rimanere incinta del marito all'età di 29 anni. Purtroppo, poco tempo dopo la lieta notizia era stato diagnosticato un cancro uterino alla giovane madre, che si era trovata quindi di fronte alla dura scelta se portare a termine la gravidanza, mettendo a rischio la propria vita, oppure procedere con le cure e rinunciare per sempre ad avere un figlio.
 

07 luglio 2012

Tra Stato minimo e pseudoliberalismo

di Alessandro Rico



Anche un giurista che intitola il suo ultimo saggio Lo Stato minimo, sembra vulnerabile al mito della dittatura dei mercati. Antoine Garapon, intervistato da Avvenire, mescola con disinvoltura principi autenticamente liberali al must intellettuale di quest’epoca di crisi, definendo quello economico «un potere diffuso e ineffabile», che si è imposto come criterio di verità di ogni attività sociale e istituzione politica.