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02 giugno 2019

Libertà, nazione, Europa (lettera ad Andrea Monda)

di Giorgio Salzano
Lettera aperta a Andrea Monda (direttore dell’Osservatore Romano), a proposito del suo editoriale del 28 Maggio – da parte di uno che è stato, almeno per un corso, suo professore.
Una cosa è saper enunciare i principi giusti, un’altra riconoscerne correttamente la realizzazione. I risultati del recente voto per il parlamento europeo richiedono inevitabilmente un commento, che l’editoriale svolge come chiarificazione di “un malinteso senso della libertà”. A partire da questa chiarificazione siamo quindi introdotti al discorso più specifico di quel che il recente voto significa per l’Europa: in effetti l’UE. Le due non vengono però distinte, e qualcosa non funziona nel ragionamento.

Provo a seguirlo, e trovo una serie di affermazioni di principio ineccepibili. Siamo forse un po’ fissati nel mondo che si dice occidentale con la libertà, tanto che non manca chi la erge, anche tra i teologi (soprattutto di area tedesca), a principio filosofico supremo. Se proprio dobbiamo dunque parlare della benedetta libertà, bisogna che facciamo le necessarie distinzioni, quali troviamo suggerite nell’uso ordinario del linguaggio dalla diversità delle preposizioni. Monda la richiama a partire da Romano Guardini, ma anche altri avrebbero potuto essere menzionati, come il filosofo politico britannico Isaiah Berlin, autore di un famoso saggio intitolato Due concetti di libertà. Da una parte c’è dunque il concetto liberale di libertà, accompagnato dalla preposizione “da”; e dall’altra invece c’è quello in cui la libertà è accompagnata dalla preposizione “per”, caratteristico del pensiero cattolico.

L’altro principio ineccepibile evocato da Monda è quello del primato delle relazioni nelle cose umane. Da esso segue che la libertà non ci scioglierebbe “da” ma ci scioglierebbe “per”. Va in effetti notato che, se in questo caso il linguaggio le permette entrambe, vuol dire che per concettualizzare la libertà si richiedono entrambe, che insieme danno il senso della trama di relazioni che gli uomini rappresentano gli uni per gli altri. Con chiunque abbiamo a che fare, lo vediamo infatti sullo sfondo dei rapporti che egli intrattiene con altre persone, e dai quali si distacca per venirci incontro. E questo va da chi è più vicino a chi è più lontano, come ha scoperto l’antropologia a base etnografica, con l’osservazione delle relazioni vissute presso popoli lontanissimi da quelli occidentali, a cominciare dai così detti “primitivi”. Delle loro testimonianze non tiene purtroppo conto il pur lodevole sforzo di Papa Francesco, richiamato da Monda, di sottolineare l’importanza delle relazioni.

La mancanza di relazioni si chiama solitudine. È quanto emerge dalla citazione di un bel brano del discorso tenuto da Francesco al Parlamento Europeo. Quello che non emerge è un’adeguata analisi socio-culturale delle origini della solitudine che affligge le nostre società. Qualcosa, come ho detto, si inceppa nel ragionamento di Monda (per non dire, probabilmente, del suo capo). L’enfasi sul “per” finisce per risultare tanto astratta quanto quella sul “da”: in altre parole, di un moralismo individualista, nel quale difficilmente Cristo viene presentato come più di un semplice modello dell’essere “per” da seguire (per chi non lo sapesse, questo si chiama pelagianesimo, l’eresia contro la quale Sant’Agostino combatté nell’ultimo periodo della sua vita, perché negava la grazia che sola rende gli uomini capaci di seguire quel modello).

Riconosciamo a questo punto come e dove principi ineccepibili e la visione della realtà a cui essi dovrebbero dal luogo possano in effetti divergere. Nell’appello moralista all’essere “per” manca la distinzione di Europa e UE, il che vuol dire a monte quella di società e stato. Monda non pare nemmeno accorgersi della confusione concettuale in cui incorre, e critica il sovranismo, identificandolo con il malinteso senso della libertà, come essere svincolato da qualunque relazione, che dà il titolo all’editoriale. Ricorda che “il sovrano, come indica la parola stessa, è colui che sopra di sé non vuole nessuno”. Pare però dimenticarsi che la sovranità, originariamente attributo divino, fu in epoca moderna rivendicata per sé dagli stati, nel loro dichiararsi superiorem non recognoscens. Definire quindi l’Europa come “unione degli stati”, non vuol dire che essa rappresenti uno “stare-con”, come egli dice. Può semmai venire a costituire un super-stato, in cui gli stati membri tendenzialmente si dissolvono, che in ogni caso non riconosce nulla di superiore, come mostra il feroce secolarismo dell’UE.

Abbiamo visto dunque che l’UE comincia a essere invisa a larghi settori dei popoli europei, ed è difficile capire perché la gerarchia della Chiesa fatichi a prenderne atto. Se questa avversione all’UE prende la veste di richiamo alla sovranità nazionale, non è (a parte frange irrilevanti) per nostalgie di supremazia nazionalista di stampo ottocentesco e primo novecentesco, legata all’identificazione della nazione con lo stato, superiorem non recognoscens, che portava gli stati a essere l’un contro l’altro armati; si tratta piuttosto di una rivendicazione della nazione: il che vuol dire rivendicazione dell’identità dei popoli europei, ciascuno con suoi costumi e tradizioni, contro la loro nullificazione non solo da parte del superstato europeo, ma degli stessi stati che avevano preteso di risolvere totalitariamente in sé la società e i popoli. L’idea di nazione viene così ad assumere proprio il senso dell’essere “con”, la formazione di comunità in cui ciascuno si sa in relazione con altri, e non si avvilisce quindi nella solitudine. Né la propria identità è così rivendicata da ciascun popolo contro quella degli altri che diversamente si identificano. Poiché i costumi che la definiscono rappresentano il modo in cui entro certi confini ciascuno si sa correlare con altri, essi danno il senso del ripresentarsi della stessa trama di relazioni anche nel superamento di quei confini.

All’indifferenziazione statalista dei popoli promossa dalla UE – e da tutti i globalisti euro-americani – si contrappone così la comunicazione tra i popoli europei. Cosa resa possibile proprio da quelle radici cristiane che l’UE ha negato, e la cui riaffermazione non solo ricostruirebbe un senso dell’Europa, ma la aprirebbe anche al resto del mondo.


 

28 novembre 2017

Stuprus in fabula


di Edoardo Dantonia

Esiste una retorica che trovo a dir poco insopportabile che vorrebbe ignorare il male in favore di una sorta di libertà, che altro non è che mera illusione di poter fare quel che si vuole a dispetto di pericoli oggettivi.

Questa retorica spicca nel dibattito sullo stupro e vorrebbe le donne assolutamente libere di vestirsi come vogliono, di non sottostare alla tirannia del maschio violentatore. Io sono del tutto d’accordo: la donna dovrebbe essere libera di andare in giro nuda senza timore che qualcuno l’aggredisca. Dovrebbe.

Purtroppo il mondo non è giusto, o come si suol dire “la giustizia non è di questo mondo”.

Il male esiste e non basta affermare a parole il bene per farlo scomparire; gli uomini malvagi esistono e non basta dire che dovremmo essere liberi dal loro giogo per far sì che di punto in bianco smettano di nuocere.

Gli stupratori esistono e non basta dire che la donna dovrebbe essere libera di mettere una minigonna senza ch’essi si sentano legittimati a togliere quel poco di stoffa che manca per ottenere ciò che desiderano.

Sarebbe come mandare un bambina da sola in un bosco pieno di lupi e dirle: “Va’ sicura, è tuo diritto camminare nei boschi senza che un lupo ti sbrani; piuttosto sono i lupi a dover essere addomesticati”.

Peccato che i lupi difficilmente si possano addomesticare, e anche se fosse non è qualcosa che si può fare dall’oggi al domani. I lupi non smetteranno magicamente di predare perché qualche fino intellettuale ha asserito che devono farlo; le bambine da sole in un bosco non smetteranno di essere attaccate perché uno di cui si fidavano ha assicurato loro che siccome i lupi dovrebbero smettere di attaccarle, allora sono libere di attraversare il bosco.

Gli stupratori sono sempre esistiti e sempre esisteranno, per quanti uno riesca ad educarne. Ammesso poi che sia poi così facile individuarli, dal momento che in questo tipo di crimine la bestia rimane ben nascosta fino al momento fatidico, proprio come un lupo acquattato tra i cespugli in attesa della preda.

In sostanza, penso siamo tutti d’accordo nel dire che una donna non dovrebbe temere gli uomini che le camminano accanto. Ma il punto sta in quel condizionale, come dicevo.

E illudere una donna di potere tranquillamente aggirarsi per la città mezza nuda senza paura, significa consegnarla direttamente nelle mani del carnefice; significa diventare complice involontario di quell’orrendo crimine.

https://www.thesparklings.it/stuprus-in-fabula/



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14 novembre 2017

Quello che le femministe non dicono sull’aborto


Foto di Alfonsa Cirrincione
di Annarosa Rossetto

È passata da circa un mese la “giornata nazionale per l’aborto libero e sicuro” in cui qualche gruppo ultrafemminista ha ribadito il proprio pensiero dell’aborto quale “diritto umano” che ogni Stato per dirsi civile dovrebbe garantire su richiesta e senza giustificazioni (“ond demand and without apologize” era uno degli slogan internazionali della giornata). Ma davvero “le donne” vogliono questo? Davvero le donne che dicono di volerlo sanno di che si tratta? Davvero lo sanno tutti quelli che ne discutono? Davvero tutti quelli che ne parlano come di una “conquista di civiltà” sanno che civiltà ne ha promosso la diffusione?

Proviamo a fare il punto, premettendo che sono una donna, madre, volontaria di un Centro di aiuto per la Vita in cui di storie così ne sono passate tantissime.

Parliamo di cos’è un aborto, innanzitutto. Una donna sospetta di essere incinta a circa 2-3 settimane di età di sviluppo embrionale quando ormai il figlio è ben impiantato nel suo utero. In teoria nel giro di pochi giorni può sottoporsi ad un aborto, normalmente però tra visite di conferma e tempi di attesa personali e del sistema sanitario la maggior parte degli aborti avvengono intorno tra le 8 e le 10 settimane.

A questo punto le opzioni sono tre, aborto chimico (RU 486) se eseguito prima della 7° settimana, aborto chirurgico per aspirazione o raschiamento, aborto per induzione di parto pretermine nel caso di aborto cosiddetto “terapeutico” dopo la 16° settimana. Vediamo in che cosa consistono.

Aborto chimico: alla donna viene fatta assumere una dose di Mifepristone (RU486) che uccide chimicamente l’embrione. Dopo alcune ore viene data una dose di prostaglandine che inducono contrazioni per il distacco dell’embrione morto e la sua espulsione nel giro di alcune ore o giorni, in modo diverso per ogni donna. Dopo alcuni giorni la donna deve sottoporsi a controlli medici per avere la conferma dell’avvenuto completamento dell’aborto. Questo processo comporta la diretta responsabilità della donna nella procedura abortiva, spesso provoca crampi ed emorragie importanti, talvolta la necessità di un aborto chirurgico per la non perfetta espulsione di tutto il contenuto dell’utero (non solo l’embrione ma anche annessi fetali) e la possibilità che la donna veda il corpicino di suo figlio espulso con le perdite ematiche.

Aborto chirurgico per aspirazione: nell’utero della donna viene infilata una cannula che aspira l’embrione sbriciolandolo grazie alla forza della pompa di aspirazione. Nel caso di gravidanze oltre un certo grado di sviluppo il personale sanitario deve controllare che tutti i pezzi del feto siano presenti nel materiale raccolto nel contenitore dell’aspiratore.

Aborto per raschiamento: nell’utero viene inserito una “curette” (uno strumento chirurgico a forma di anello) che stacca dall’utero la placenta e l’embrione, facendolo a pezzi in caso di aborto non proprio precoce. Anche qui va controllato che siano stati asportati tutti i frammenti.

Talvolta i due sistemi sono combinati.

Aborto per induzione di parto pre-termine: questo è l’aborto che si fa quando parliamo di “aborto terapeutico”. In pratica viene indotto un parto anticipato tra la 15° e la 23° settimana (attualmente termine in Italia considerato come limite perché un bambino nato poco dopo sopravvivrebbe quasi con certezza ma in alcuni Paesi anche oltre) e la donna ha un travaglio ed un parto “normali” da cui nasce un bambino estremamente prematuro, talvolta già deceduto ma spesso ancora vivo che morirà sul tavolo operatorio nel giro di qualche minuto ma anche diverse ore perché incapace di una respirazione autonoma efficace.

Si parla tanto di “consenso informato” ma le donne prima di abortire vengono informate su cosa sta per succedere loro e al figlio che portano in grembo? E sanno di avere, secondo la l. 194, diritto a proposte di alternative concrete per superare le situazioni che le portano a questa decisione? Sanno dei rischi immediati dell’intervento e delle conseguenze sulla loro vita riproduttiva futura e su quella psicologica?

Sanno che se prendono la RU486 potrebbero vedere loro figlio cadere nel water durante dolorosi crampi che sono in realtà contrazioni espulsive? Sanno che l’aborto “terapeutico” consiste in un vero e proprio parto dopo il quale loro figlio (cui prima di sapere la diagnosi probabilmente hanno saputo il sesso e anche dato un nome) morirà per asfissia?

Sanno che il loro corpo “saprà” che hanno partorito e il loro seno produrrà latte e dovranno prendere altri farmaci per farlo andar via? Sanno dell’aumentato rischio di sterilità, di gravidanze extrauterine, di infezioni pelviche, di aborti spontanei in future gravidanze? Sanno della maggior incidenza di depressione nelle donne che hanno scelto di abortire rispetto a quelle che hanno accettato di portare avanti una gravidanza indesiderata?

Sanno che è maggiore anche il rischio suicidario in questo caso? Sanno di poter partorire in anonimato anche dopo essere state ospitate eventualmente in una struttura protetta e dare in adozione il bambino concedendo a lui di vivere ed ad una coppia sterile di diventare genitori? E di poter cambiare idea anche entro i due mesi?

Ecco, quando leggo articoli in cui si parla di aborto come un “diritto” delle donne mi domando se il “diritto” ad essere informate sull’orrore che quella decisione comporta ed ad essere aiutate a portare avanti la gravidanza non dovrebbe essere prioritario. E no, non sono diritti sullo stesso piano. Abortire non vuol dire eliminare i problemi che una gravidanza imprevista o una diagnosi prenatale negativa porteranno nella nostra vita. Vuol dire eliminare nostro figlio perché la sua vita ci creerà quei problemi.

Perché il figlio ce l’abbiamo dal momento che restiamo incinte e se non è sempre una bella notizia, sempre di un figlio si tratta. E, che lo teniamo o lo uccidiamo (sì, l’aborto uccide un figlio non un “grumo di cellule” informe, a quell’età ci sono già un cuore che batte e un cervello che cresce), rimarremo madri di quel bambino per sempre con la differenza che saremo madri di un figlio morto per una decisione che, per quanto sofferta, è sempre e soprattutto nostra.

Quale società può dirsi civile se consente di eliminare i problemi dalla vita di qualcuno eliminando qualcun altro? Qualcun altro che è più debole, fragile e senza possibilità di far valere le sue ragioni? Quale società può dirsi civile se addossa ad una donna, in uno dei momenti più difficili e delicati della sua vita, la decisione di restare sola coi suoi problemi ed un figlio o la possibilità di uccidere il figlio nella speranza di risolvere i suoi problemi senza nemmeno la consapevolezza che ne avrà senz’altro altri, forse peggiori e senza alternative? Una civiltà in cui ad una coppia che aspetta un bambino con sindrome di Down o un’altra qualunque patologia viene prospettata come “normale” e spesso consigliata l’idea di farlo nascere perché muoia?

Qualunque altro modo di affrontare la questione senza tener conto di queste domande fondamentali, mettendo il focus sulla libertà, sulla scelta, sull’autonomia della donna è pura ipocrisia. L’aborto è un orrore da qualunque parti lo si guardi e le donne meritano di meglio.

http://www.lefondamenta.it/2017/11/09/quello-le-femministe-non-dicono-sullaborto/


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03 novembre 2017

Paris Statement - il manifesto degli intellettuali conservatori europei


di Alessandro Rico
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Alcuni di voi avranno notato che pochi giorni fa, su Il Giornale, Luigi Iannone ha rilanciato il manifesto per la “vera Europa” sottoscritto da alcuni importanti intellettuali liberali e conservatori, tra i quali Roger Scruton, Pierre Manent e Robert Spaemann. Ecco il link ai 36 punti del Paris Statement.

Si tratta di una delle iniziative più importanti e stimolanti, anche per il suo respiro internazionale, che la destra europea abbia intrapreso finora (prendendo forse finalmente coscienza di sé). Le questioni sollevate nello scritto sono molte e molto complesse, ma vorrei trasmettervi un breve commento su alcuni punti salienti.

In primo luogo, è interessante che gli autori del manifesto contrappongano l’idea di una “vera Europa” a quella di una “falsa Europa”, fondata sul dominio di una tecnocrazia irresponsabile, votata a un’utopia multiculturale e appiattita sulla retorica della globalizzazione e sulle «superstizioni del progresso inevitabile». Per questo gruppo di intellettuali, l’Europa è minacciata «da una falsa comprensione di sé».

In secondo luogo, Scruton e gli altri sostengono che la vera essenza dell’Europa sia di essere una «comunità di nazioni»: il superamento dello Stato nazionale attraverso la creazione di organismi sovranazionali è solo un modo per allentare l’esercizio dei meccanismi di controllo democratici da parte degli elettorati. L’Europa è stata tanto più spiritualmente florida e culturalmente unita quanto più è stata suddivisa in una serie di Stati nazionali concorrenti. Queste entità politiche si sono spesso combattute anche duramente, ma non hanno mai perso la consapevolezza di appartenere a un’unica grande famiglia culturale. Peraltro, l’articolazione politica del continente, che ha consentito di oltrepassare la forma dell’impero (la quale pure aveva permesso di cementare quella unità spirituale che l’Europa non ha mai abbandonato), è all’origine dello ius publicum europaeum che, come ha sempre sostenuto Carl Schmitt, ha a lungo di incanalato e contenuto l’inimicizia tra gli Stati (non tra i popoli!), fino alla crisi di tale diritto internazionale moderno, esplosa drammaticamente con la comparsa delle “guerre totali”.

In terzo luogo, gli autori del manifesto condannano la falsa idea di libertà basata sul soddisfacimento immediato dei capricci edonistici (se non delle perversioni) che la postmodernità ci ha venduto. La liberazione dalle forme di «auto-controllo», nel campo del sesso o delle relazioni interpersonali e sociali, ha solo accresciuto l’insoddisfazione e il senso di solitudine di individui privati del loro orizzonte comunitario. È in questo vuoto che la globalizzazione ha lavorato ad alimentare l’atomizzazione, mentre un falso egualitarismo ci ha portato a respingere ogni manifestazione di gerarchia sociale. Al contrario, gli intellettuali della “vera Europa” propongono di ritornare dal sapere tecnico alla «saggezza», cioè a una naturale divisione dei ruoli fondata non tanto sulla certificazione asettica delle competenze, quanto sulla consapevole accettazione delle responsabilità che ciascuna funzione comporta. Per usare una formula ormai fuori moda: My stance and its duties.

Un quarto punto è l’assoluta primazia che questi intellettuali attribuiscono alla nostra comune eredità cristiana, condannando invece la chimera del multiculturalismo. Il punto è che quest’ultimo o coincide con una spersonalizzazione (o una colonizzazione) delle nostre comunità, oppure implica una volontà di coercizione e assimilazione nei confronti dei gruppi che ci fregiamo di accogliere. E probabilmente è con questa «cattiva coscienza» che le élite, secondo i sottoscrittori del Paris Statement, ci stanno imponendo l’agenda multiculturalista: sono falsamente e maliziosamente convinte che prima o poi gli immigrati accetteranno i nostri costumi e le nostre tradizioni politiche. Si sbagliano. Non si rendono conto che il multiculturalismo o sancirà la scomparsa della nostra, di cultura, o accrescerà esponenzialmente la conflittualità delle nostre società (e i due esiti non sono incompatibili tra loro).

Un quinto aspetto fondamentale è l’opposizione all’universalizzazione della logica di mercato. L’economia libera ha comportato enormi vantaggi e ha garantito al nostro mondo un sistematico vantaggio sui concorrenti, ma «non possiamo consentire che tutto sia in vendita». Secondo gli autori del manifesto, il buon funzionamento del mercato richiede un rafforzamento delle istituzioni giuridiche (rule of law, che potremmo tradurre con la formula non del tutto esaustiva di “supremazia del diritto") e sociali che non operano in base alle logiche di mercato.

In ultima istanza, vorrei sottolineare il giudizio che gli autori esprimono sul populismo. Pur biasimando il ricorso a «slogan semplicistici» e ad «appelli emotivi divisivi», costoro riconoscono che questo fenomeno politico rappresenta una «sana ribellione» contro il fallimento delle élite, del «fanatismo di centro» e della falsa idea di Europa. Naturalmente, le istanze del populismo vanno interpretate. Esso è destinato a fallire se si limiterà a invocare la scomparsa delle élite. Come insegnano teorici politici del calibro di Gaetano Mosca, il governo sarà sempre oligarchico (ci saranno sempre pochi che governano e molti che sono governati). Le élite non spariranno mai; quello che bisogna ottenere, piuttosto che la loro soppressione, è il miglioramento dei meccanismi di selezione e ricambio delle classi dirigenti. Ma di questo potremo parlare in una successiva occasione.


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29 ottobre 2017

Rivoluzione sessuale globale


di Enrico Maria Romano

Ci sono degli argomenti che è più difficile trattare di altri, poiché risultano più delicati, sensibili ed equivocabili. Un argomento secondo me difficilissimo tra tutti è quello della sessualità umana.

Un tempo, senza alcun dubbio, tra la gente e gli stessi intellettuali si parlava molto meno di sessualità e di educazione sessuale, di erotismo e di pornografia, di sesso libero e di malattie sessualmente trasmissibili, delle deviazioni e delle perversioni sessuali, etc. etc.

Ma, che io sappia, i bambini nascevano lo stesso… E quasi tutte le coppie, solitamente dopo il matrimonio, riuscivano facilmente ad avere almeno un figlio, e molto spesso anche 2-3-4 o più.

La rivoluzione sessuale, i cui prodromi potremmo ravvisare nel libertinismo francese sei-settecentesco e in figure orripilanti come il Marchese de Sade (1740-1814), inizia a cambiare il mondo solo nel 1968. Ed in meno di mezzo secolo di storia può dirsi, probabilmente, la rivoluzione più riuscita e meglio diffusa nelle viscere dell’umanità.

Perché più riuscita e meglio diffusa? Perché le altre rivoluzioni, come la rivoluzione luterana (1517), la rivoluzione francese (1789) e la rivoluzione sovietica (1917), non furono mai totalmente condivise dalle masse e dalle élite, e soprattutto non soggiogarono mai completamente l’uomo in quanto uomo, ma lo snaturano in quanto credente, in quanto politico e in quanto cittadino.

E’ stata da poco tradotta in italiano la più vasta e documentata indagine sulla genesi, sui contenuti e gli effetti di questa pericolosissima rivoluzione epocale (cf. Gabriele Kuby, Rivoluzione sessuale globale. Distruzione della libertà nel nome della libertà, Sugarco, Milano 2017, pp. 350, € 25).

Frau Gabriele (Gabriella) Kuby è una sociologa tedesca, madre di tre figli, che da decenni studia con acume e impegno la natura della cosiddetta sessualizzazione delle masse: sessualizzazione che all’inizio fu vissuta come un ideale rivoluzionario da parte dei giovani sessantottini di sinistra, ma che poi è dilagata (specie negli anni 70) come moda eterodiretta dall’alto, con la chiara volontà di sovvertire la morale cristiana e scardinare la famiglia, in nome della tolleranza, del progresso e della assoluta libertà.

La Kuby mostra bene come la sessualità umana abbia un senso profondo ed un ruolo specifico voluto dal Creatore, con il duplice fine di moltiplicare la specie (aumentando il numero degli eletti) e favorire altresì l’unione intima e indissolubile degli sposi. Parole queste ultime che debbono parere medioevali ai lettori di più avanzata sensibilità…

Ora, la rivoluzione sessuale globale descritta e denunciata dall’Autrice, tende ad erotizzare tutti i rapporti sociali (sabotando così il nobile sentimento dell’amicizia…) e parallelamente a giustificare tutte le aberrazioni morali, possibili ed immaginabili, in nome della libertà. Se l’unicità del matrimonio tradizionale eterosessuale è contestata in nome del sentimento amoroso, cosa dire alle coppie poligame? Anche un uomo e tre donne in teoria sono capaci di amarsi. E se due fratelli si amano, in nome di cosa vietargli il diritto al “matrimonio per tutti”? E se io amo il mio gattino, e ciò non può essere messo in dubbio da alcuno, perché volermi discriminare e non inserire nei pubblici registri questo mio nobile sentimento? D’altra parte, come insegna il Maestro, “chi fa il peccato è (diviene) schiavo del peccato” (Gv 8,34).

In nome della libertà (assoluta), l’essere umano tende oggi a divenire meno libero e più schiavo: delle passioni malsane, della sessualità sregolata (che lo porta spesso ad abbandonare i figli), della prostituzione, della pornografia e di tutte le diavolerie usate dal Sistema per fiaccare lo spirito dei popoli.

Ma a fronte di questa decadenza della civiltà, c’è chi dice NO!

Il libro della Kuby, che va tenuto in prima fila nelle biblioteche domestiche, si avvale di una introduzione del card. Carlo Caffarra, da poco scomparso, e da sempre in prima linea nella difesa della famiglia, della morale evangelica e del vero bene delle nuove generazioni.

Noi non disponiamo dello spazio per recensire come meriterebbe questa mina di informazioni che però è bene conoscere e far conoscere attorno a sé. Forse il punto più importante e più dolente del libro è quello sul ruolo a dir poco nefasto delle pubbliche istituzioni in questa Rivoluzioni globale, meticolosamente diffusa a base di teoria del gender, omosessualismo sbandierato e propagandato per ogni dove, transessualismo, aborto, divorzio sprint, etc.

L’Onu e le sue agenzie stanno caricandosi, davanti alla storia e allo sguardo attento del Signore, di atroci responsabilità. Ma tutti devono sapere come la pensa Gesù: “Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina da asino, e fosse gettato negli abissi del mare” (Mt 18,6).

Sarebbe meglio quindi che il fautore di perversione subisse una pena mortale (e transitoria) qui in terra, piuttosto che le pene eterne rigorosamente meritate.


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07 ottobre 2017

Web. Il moderato Gentiloni sta per varare una legge iper liberticida

Lo Stato all’assalto di Internet e telefoni: grazie a Pd e M5S la nostra privacy è a rischio. Con la scusa di recepire una direttiva europea anti-terrorismo, deputati democratici e grillini hanno presentato due emendamenti liberticidi, che ora potrebbero essere approvati al Senato

di Alessandro Rico
Quello che è già successo negli Stati Uniti sta accadendo anche in Italia: con il pretesto della lotta al terrorismo lo Stato fagocita porzioni sempre più grandi delle nostre libertà civili.
La vicenda risale al mese di luglio. Nell’ambito del recepimento di una direttiva europea in materia di contrasto alle attività terroristiche, i deputati del Pd Walter Verini e Giuseppe Berretta, insieme all’onorevole Mara Mucci, grillina passata al gruppo misto, firmarono un emendamento che prevedeva l’allungamento dei tempi di conservazione di telefonate e metadati online (la cosiddetta retention) dagli attuali due a sei anni.

Un tempo sproporzionato, che contraddirebbe proprio le disposizioni Ue già vigenti, a parere del Garante della privacy Antonello Soro; un espediente per schedare i cittadini italiani, secondo Ugo Mattei, giurista dell’Università di Torino. Senza contare che più a lungo i nostri dati rimangono negli archivi, più è probabile che siano sottoposti a tentativi di hackeraggio, con enormi ripercussioni sul nostro diritto alla riservatezza. Come se non bastasse, un altro deputato piddino, Davide Baruffi, ha infilato in questa sorta di provvedimento omnibus un emendamento che sottrae ai giudici il diritto esclusivo di intervenire in forma cautelare sui contenuti del web; la competenza dovrebbe passare all’Agcom. Ma se è vero che il diavolo si nasconde nei dettagli, basta guardare poco più in profondità per rendersi conto di quanto possa essere insidioso questo emendamento: il Garante per le comunicazioni dovrebbe non solo occuparsi di rimuovere i contenuti giudicati illeciti, ma anche di impedirne la pubblicazione su altri siti. Data la mole di dati presenti sul web, l’unico modo per adempiere a questo compito sarebbe attraverso una sorta di tecnica di intercettazione di massa nota come Deep packet inspection. In pratica, un’agenzia amministrativa indipendente, senza alcun mandato da parte della magistratura, dovrebbe imbastire delle massive operazioni di pedinamento online, nascondendosi dietro la foglia di fico della protezione del diritto d’autore e del monitoraggio delle attività illecite.

Questi controversi emendamenti avevano già provocato, nei mesi scorsi, una pioggia di rimostranze. Contro le proposte approvate alla Camera si era espressa l’Associazione italiana Internet provider, segnalando il rischio di un aumento dei costi per i consumatori (più tempo si devono conservare e proteggere i dati, più le aziende devono investire risorse) e addirittura paventando l’abolizione delle «garanzie processuali per i cittadini». Ma anche la Ong europea che difende la libertà del web, la European Digital Rights di Bruxelles, aveva manifestato le proprie preoccupazioni in merito, con un comunicato sul suo sito ufficiale.

Il quadro generale appare ancora più fosco se il fatto viene letto in correlazione alla lista di 51 Organizzazioni non governative chiamate dal governo per arginare il fenomeno dei cosiddetti haters, gli utenti che su blog e social network pubblicano materiale etichettato come «omofobo», «islamofobo» o razzista. Come aveva denunciato proprio su La Verità Giorgio Gandola, nel mese di agosto il ministro della Giustizia Andrea Orlando aveva seraficamente dichiarato che questi soggetti non pubblici e non statali avrebbero dovuto costituire «efficaci contronarrative rispetto alla propaganda d’odio».

Tra le sigle interpellate per prendere parte al progetto, studiato dall’Unione europea su proposta di Italia e Germania, figurano l’Unione delle comunità islamiche italiane (sospettata di affiliazioni ideologiche ai Fratelli musulmani), la galassia gender di Arcigay, Arcilesbica e circolo Mario Mieli, i cattocomunisti della Comunità di Sant’Egidio e l’Associazione 21 luglio, Ong impegnata «nella promozione dei diritti delle comunità rom e sinti in Italia». In sostanza, questi giudici così politicamente connotati, soggetti «non pubblici e non statali», sarebbero stati incaricati dall’esecutivo a guida Pd di combattere l’hate speech, ovvero di stilare delle liste di proscrizione informatica. Se si considera che per tracciare la navigazione degli utenti di internet servirà solo il beneplacito dell’Agcom, anziché il permesso di un magistrato, si capisce come ormai siamo a pochi passi da una pervasiva censura ideologica, perpetrata con il concorso di altri ridicoli provvedimenti repressivi quali la legge Fiano.

Ma se inquieta la crociata del Partito democratico contro la libertà di pensiero, certamente non conforta la prospettiva di uno Stato guardone, che, senza alcuna motivazione d’indagine, dispone che siano conservati per sei anni gli elenchi di conversazioni telefoniche e accessi ai siti web. L’impressione è che il nostro Paese stia ricalcando le orme degli Usa, dove l’emergenza terrorismo ha dato ai governi la scusante per avviare una stagione di patenti violazioni della libertà individuale, dal Patriot Act alle operazioni di spionaggio della CIA scoperchiate da Edward Snowden. Uno scenario orwelliano, a questo punto molto difficile da scongiurare: trattandosi del recepimento di una direttiva europea (che però, è bene precisarlo, chiedeva al nostro Paese soltanto di introdurre misure adeguate alla prevenzione degli attentati), questa specie di Milleproroghe è infatti passato alla Camera praticamente senza alcuna discussione in Aula. E adesso, dopo nemmeno tre mesi, il Senato si appresta alla definitiva approvazione, che dovrebbe avvenire entro questo fine settimana. Il Leviatano è pronto ad ascoltare le vite degli altri.

Pubblicato su La Verità


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01 aprile 2017

Rasata perché rifiutava il velo. Buonisti in silenzio


di Giuliano Guzzo

La notizia, in sintesi, è che i servizi sociali d’intesa con la Procura per i minorenni di Bologna, nelle scorse ore, sono intervenuti con l’atto urgente di messa in protezione per una quattordicenne, originaria del Bangladesh, rasata a zero dalla madre – pare – perché rifiutava il velo. Ora la giovane è stata allontanata dalla famiglia, così come le sorelle, e affidata ad una comunità protetta e chi scrive non vuole certo trarre alcuna conclusione affrettata né su questo caso né, tanto meno, crederlo emblematico d’una tendenza diffusissima. Tuttavia, non si può neppure far finta che simili episodi, in fondo, non costituiscano dei campanelli di allarme. Dopotutto, è ancora viva la memoria della povera Hina Saleem (1985-2006), la ragazza pakistana uccisa in Italia dal padre con oltre venti coltellate perché rifiutava di adeguarsi ai costumi tradizionali della cultura d’origine. Attenzione: qui il problema non sono né il velo né gli usi stranieri. Anzi, chi segue questo blog ricorderà come, mesi fa, si sia definita demenziale la battaglia contro il burkini, il costume da bagno delle donne islamiche.

Il nocciolo della questione è invece un altro, e cioè il fatto che immigrazione islamica non fa rima con libertà. Il che, in realtà, può anche non costituire alcun problema, salvo che quando qualcuno prova a ribellarsi – come, pare, la quattordicenne cui si accennava – le cose possono complicarsi. Parecchio, anche. Del resto, che esista un legame tra certe comunità islamiche e violenza contro le donne è qualcosa, purtroppo, di abbastanza assodato. Fanno testo, a questo proposito, diverse dettagliate indagini condotte in Inghilterra.  Mi riferisco in primo luogo ad un report a cura dell’Organizzazione per i diritti delle donne iraniane e curde risalente al 2011, che metteva in luce come le cinque aree con la più alta concentrazione di casi di varie violenze contro le donne (matrimoni forzati, violenze dettate dall’onore, mutilazioni genitali, violenza domestica) fossero Londra, West Midlands, West Yorkshire, Lancashire e Manchester.

Tutte zone, manco a dirlo, a elevata presenza di immigrati mussulmani. Allo stesso modo, sempre in Inghilterra, i più recenti dati governativi segnalano come le nozze forzate siano in aumento – oltre 1.400 casi nel solo 2016 -, come in centinaia di casi riguardino ragazzine dai quindici anni in giù e come in oltre il 50 per cento dei casi la provenienza originaria delle persone coinvolte sia, guarda caso, il Pakistan o il Bangladesh. Tutto questo – ci tengo a sottolinearlo – non implica alcun nesso automatico e causale tra la presenza di comunità islamiche e i maltrattamenti alle donne, che purtroppo si verificano, talvolta, anche in famiglie cristiane o non religiose. Ciò nonostante, negare che vi sia un collegamento preoccupante e chiaro tra ambienti mussulmani e scarso rispetto della dignità femminile significherebbe, di fatto, mettere la testa sotto la sabbia. Che è proprio l’atteggiamento che – non solo in Italia, per la verità – hanno stabilmente adottato le Istituzioni, politici e intellettuali da salotto.

Gli stessi che, dinnanzi a casi di maltrattamenti o violenze in altri contesti, denunciano il perdurare della mentalità patriarcale, segnalano la necessità di svolte culturali e l’urgenza dell’educazione di genere, quando viene il momento di mettere in luce il rovescio della medaglia dell’immigrazione – chissà come mai – tacciono, fan finta di nulla, guardano altrove. E’ forse serietà, questa? Per quel che vale, direi di no. E credo che fatti come quello di Bologna, per quanto siano ancora da accertare, dovrebbero far riflettere. Perché non si può – quando di mezzo vi sono famiglie immigrate o di religione islamica – etichettare furbescamente taluni episodi di violenza come «casi isolati», mentre in tutte le altre situazioni rilanciare i tormentoni contro il sessismo imperante. Eppure è proprio ciò che accade e continua ad accadere, alimentando oggettivamente il sospetto di un doppio standard, tutto a favore di chi non è di origine europea di fede non cristiana. Due colpe, queste sì, difficilmente imperdonabili, almeno a giudicare l’atteggiamento di molti buonisti.

https://giulianoguzzo.com/2017/04/01/rasata-perche-rifiutava-il-velo-buonisti-in-silenzio/

 

22 agosto 2016

L’insopportabile richiamo ai «valori occidentali»


di Giuliano Guzzo

Se c’è qualcosa di più irritante dell’opposizione al burkini – opposizione che ipocritamente arriva dopo che, insieme ad un’immigrazione fuori controllo, si sono allegramente accettate la costruzione di moschee, le scuole coraniche, la rimozione di Presepe e Crocifisso, addirittura la presenza islamica a Messa – è l’ossessivo richiamo, da parte di molti politici europei, a quei «valori occidentali» che sarebbero minacciati dal costume da bagno delle donne islamiche. Assurdo: gli stessi politici e più in generale la stessa Europa che non ha avuto particolare problemi a rinnegare le proprie radici cristiane, a perseguire una laicizzazione esasperata ostile al valore originale della laicità ancor prima che alle religioni, ad attaccare la famiglia approvando tutte le misure possibili e immaginabili – dal “divorzio breve” alle unioni civili, passando per la fecondazione extracorporea – per sfigurarla, e che è giunta ad impedire ad un grande Papa, Benedetto XVI, una lezione in una università fondata da un altro Papa, Bonifacio VIII), ora si accorge che esistono «valori occidentali»? Com’è possibile? Lo stesso Occidente che grida contro la guerra, ormai, solo sfruttando mediaticamente le immagini di bambini feriti – come sta facendo in queste ore diffondendo le foto del povero Omram, diffusione che guarda caso coincide con una disfatta dei sanguinari “ribelli” foraggiati da America e alleati arabi vari – trova ancora il coraggio di moraleggiare?

Sia chiaro: mi sento, come molti, profondamente legato ai «valori occidentali» della tradizione europea e cristiana. Anche se rispetto la libertà religiosa di chiunque, non c’è dunque – da parte mia – nessuna forma di simpatia verso la cultura islamica, le sue usanze e i suoi costumi. Tuttavia non è possibile neppure accettare lezioni da coloro che, snaturando il diritto e abusando dell’autorità politica, da decenni non fanno che violentare tutto ciò che rimanda alle nostre radici in nome di una libertà assolutizzata che nulla a che vedere con la nostra storia e della quale rideva già Hegel, osservando che «quando si sente dire che la libertà in generale consisterebbe nel poter fare ciò che si vuole, una tale rappresentazione può essere presa soltanto per mancanza totale di educazione del pensiero» (Lineamenti di filosofia del diritto, Bompiani 1996, p. 103). Eppure i signori della distruzione occidentale voglio ridurci a questo: a paladini del bikini, a sacerdoti del topless, a guardiani della libertà dell’aperitivo. Come se fosse tutto qui. Come se non ci fosse qualcosa di molto più prezioso – per dirla con Pasolini – da difendere, da conservare e per cui pregare. Uno scrigno che i signori dei «valori occidentali», dagli Hollande e Valls alle Merkel, non hanno mai fatto nulla, ma proprio nulla per tutelare. Ed ora hanno pure il coraggio, proprio loro, di improvvisarsi fedeli e incorruttibili custodi della Bellezza europea, gente non disposta a transigere neppure su costumi da spiaggia non in linea con la nostra identità. Scusate, ma per chi ci avete preso?

https://giulianoguzzo.com/2016/08/19/linsopportabile-richiamo-ai-valori-occidentali/

 

07 gennaio 2015

Charlie Hebdo: una messa a punto


Sto pranzando con la televisione accesa. Il tiggì dà notizia di un attentato terroristico nel cuore di Parigi: due tizi armati di kalashnikov hanno assaltato la redazione di “un giornale” facendo fuori 11 persone, fra cui due agenti ed un passante. Mi faccio attento. Arriva una precisazione: “un giornale” sarebbe in realtà la rivista “satirica” Charlie Hebdo, ed i due avrebbero compiuto la strage per “vendicare il Profeta”. A quel punto parte la filippica: è un attacco a tutto l’Occidente, si è voluto colpire un giornale che era baluardo del pensiero laico ed illuminista, che si era battuto per la libertà di critica. Al che, lo confesso, mi è partito un sano e schietto: “Ma mi faccia il piacere!”. Una breve messa a punto mi sembra dunque doverosa. 

Ok, la violenza va condannata e mi dispiace per le persone morte. Andiamo avanti.

Charlie Hebdo NON è la rispettabile rivista che ci stanno dipingendo in queste ore i media. Si tratta, in realtà, di un parente del nostro italico Vernacoliere. Solo un po’ più schifoso. Il pezzo forte di tale rivista “satirica” sono le bestemmie, di cui le pagine e copertine della pubblicazione da anni traboccavano. Contro tale “linea editoriale” si erano ripetutamente levate proteste da parte di associazioni ebraiche e cattoliche, ma, come si sa, per dei progressisti, vale a dire per dei violenti, le civili proteste a mezzo stampa sono qualcosa di cui sghignazzare. Qualche problema in più, va da sé, l’avevano avuto coi musulmani, che, come si sa, contrariamente a noi pigri e semi-apostati cristiani da strapazzo, quando tocchi loro Maometto ed Allah si incazzano di brutto. Al che era stato tutto un florilegio di intellettuali salottieri e radical-chic che erano “scesi in campo” per difendere il “diritto di critica” e lodando il “coraggio” di questo giornale “scomodo”. Nel 2011 qualcuno aveva pure tirato contro la redazione, nottetempo, nel 2011, una bomba “dimostrativa”. Per la gioia dei vernacolieri d’Oltralpe, improvvisamente trasformatisi in eroi dell’Occidente. Il che li aveva ringalluzziti, e giù altre bestemmie. Alla fine si son presi delle fucilate, come era da mettere in conto.

Al che ci tocca, non senza un certo rossore, ribadire le solite cose, già ripetute su Campari dall’amico Facchini qualche anno fa: è inutile che noi cattolici ci scandalizziamo per la blasfemia anti-cristiana e poi, come a volte accade, reagiamo con un “ben gli sta” o con una compiaciuta complicità quando le bestemmie colpiscono l’Islam. Per le jene del laicismo Cristianesimo ed Islam sono due facce della stessa medaglia, entrambe forme di opposizione all’ideologia secolare che, negando Dio, nega l’uomo e lo porta al di sotto della bestia. E se noi cristiani, fedeli al Vangelo, anche se sentiamo pruderci le mani, alla fine porgiamo l’altra guancia, possiamo anche comprendere, pur nella condanna della violenza, come si senta un musulmano di fronte ad una vignetta di Maometto nudo in posa ammiccante: esattamente come ci sentiamo noi quando una vignetta analoga viene pubblicata avendo per oggetto Cristo o la Madonna.

Se un giornaletto di bestemmie e pornografia adesso, diventa, un baluardo del pensiero laicista ed illuminista, c’è da chiedersi se il pensiero illuminista e laicista non sia letame allo stato puro. Se la bestemmia viene scambiata per “diritto di critica”, e non viene più riconosciuta per quello che è, vale a dire come una forma vile di violenza, un attacco contro la libertà dei credenti, vuol dire che siamo sprofondati in una fogna. Se la rappresaglia di due killer contro un giornaletto poco di buono anziché essere relegata, come dovrebbe, nelle pagine della cronaca nera, fra i tanti fatti delittuosi che capitano quotidianamente nei bassifondi di una metropoli come Parigi, diventa un “attacco all’Occidente”, manco fosse l’11 settembre, ci sorge il sospetto che l’Occidente stesso ormai non sia altro che i bassifondi del pianeta. Se un gruppo di imbrattacarte che si è visto, per sua disgrazia, ritorcere contro anni ed anni di vigliaccate, volgarità e violenze (perché la violenza non è solo quella fisica…), si vede elevato al rango di schiera di “martiri della libertà” vuol dire che abbiamo perso tutti il cervello.

E tutti dovrebbero farsi due domande: la “destra” che si lamenta perché gli immigrati non accettano i “nostri valori”, farebbe bene a chiedersi quali siano, a questo punto, i “nostri valori”. La “sinistra” che farnetica di “integrazione”, dovrebbe spiegare a tutti in cosa gli immigrati dovrebbero “integrarsi”. Forse ci accorgeremmo che, se molti immigrati, specie musulmani, non si “integrano”, se cresce fra i musulmani in Europa la simpatia per l’integralismo e qualcuno finisce per passare alle vie di fatto, ciò non è sicuramente giustificato, ma non accade nemmeno perché i musulmani sono di per sé cattivissimi. Gli è che, per chi è abituato a considerare la religione come la stella polare della sua vita, un mondo in cui la massima espressione di progresso è considerato la bestemmia è l’Inferno sulla terra. E qualcuno potrebbe anche sospettare che la bufala progressista dell’ “integrazione” celi, dietro di sé, un truffa per fare all’Islam ciò che l’Occidente ha già fatto al Cristianesimo: stuprarlo ed ucciderlo. Sarebbe un’impressione totalmente errata? 

E l’Occidente in guerra contro il terrorismo, non farebbe meglio a chiedersi se quest’ultimo non trovi terreno di facile proselitismo grazie anche al fatto che, oggettivamente, l’Occidente stesso fa schifo?
 

14 novembre 2014

La vigliaccheria degli intolleranti


di Francesco Filipazzi

La macchina di Gianfranco Amato, presidente dei Giuristi per la Vita, è stata devastata l’8 novembre a Viareggio, mentre il proprietario stava tenendo un convegno “Omofobia o Eterofobia? Gendercrazia: a rischio la libertà di espressione”. Quasi per una beffa del destino dunque, coloro che vorrebbero precludere all'avvocato Amato la sopraccitata libertà, hanno pensato bene di dare ragione al titolo. La macchina è stata rovinata, i vetri rotti e una portiera sfondata. Il contenuto non è stato rubato, segno del fatto che l’atto era volto a intimidire i giuristi per la vita e non era un tentativo di furto. L’intolleranza dei sedicenti tolleranti dunque torna a colpire in modo ben poco pacifico con uno schema ormai collaudato. Le vittime non sono persone belligeranti, ma persone che come Amato semplicemente esprimono la propria idea. Lo stesso è ormai vittima di contestazioni continue quando si sposta.

La tolleranza a colpi di bastonate negli ultimi mesi è piuttosto in voga. Le Sentinelle in Piedi sono state attaccate fisicamente in modo indegno, durante la manifestazione di Cento Piazze Per l’Italia e un paio di casi alcuni veglianti sono stati feriti e hanno dovuto ricorrere a cure mediche. A Rovereto ad esempio una sentinella è stata pacificamente colpita al volto e ha riportato la rottura del setto nasale, mentre un anziano prete, anche in questo caso pacificamente, è stato ricoperto di uova e buttato per terra.

Questo genere di azioni è purtroppo tollerato dalle autorità italiane da anni, mentre invece si può finire alla sbarra per una frase sbagliata. La condizione di totale impunità per i militanti pro gender è storia antica. Nel 2011 per festeggiare l’elezione di Pisapia, alcuni giovani dei centri sociali fecero incursione in una chiesa, interrompendo la Santa Messa e urlando porcherie di ogni tipo. A quanto pare il prete si era espresso contro i matrimoni gay. Anche in quel caso di arresti e processi nemmeno l’ombra.

La situazione è violenta in tutta Europa e anche in Nord America. Le autorità, completamente soggiogate al politicamente corretto e ai capitali di chi sostiene la teoria del gender (come Soros, uno degli uomini più ricchi di Wall Street e finanziatore dei Radicali e dunque di Bonino e Pannella), sembrano accettare qualsiasi forma di violenza da parte di persone che cianciano di libertà e tolleranza e poi si comportano come scimmie selvagge. D’altronde i loro maestri sono gli illuministi e i giacobini che parlavano di libertà mentre tagliavano teste e spargevano fiumi di sangue.
In Francia ad esempio, le Femen che hanno profanato Notre Dame, entrando a urlare porcate, nude e sporche, sono state assolte e sono neanche state condannate a pagare i danni materiali che avevano provocato agli arredi sacri. D’altronde queste ragazzine, finanziate anch’esse da Soros, sono note per le loro azioni volgari e violente, contro chiunque. L’arcivescovo di Bruxelles, Andre Joseph Leonard, ad esempio è stato vittima di un’aggressione, impunita, ma la sua risposta è stata una preghiera, che ha depotenziato totalmente l’azione delle donnacce che se ne andarono con le pive nel sacco, per poi ritornare qualche mese dopo tirando una torta in faccia, sempre al povero Leonard. Quest’anno ci è andato di mezzo il cardinal Rouco, arcivescovo di Madrid, che ha avuto l’ardire di parlare di aborto.

Purtroppo la situazione non è delle più rosee, in quanto oltre alle pressioni psicologiche e le ripercussioni lavorative pesanti, i non allineati alla propaganda gender, che va di pari passo con quella abortista ed eutanasista, sono dei bersagli indifesi. Chiunque li attacchi e faccia loro del male, danneggi le loro macchine, rompa i loro nasi e li aggredisca in altra maniera, è sicuro di rimanere impunito e ciò è molto grave, perché pone i militanti contrari al gender e pro life di fronte a una scelta. Smettere di far sentire la propria voce o continuare a proprio rischio e pericolo. Alcuni probabilmente abbandoneranno la battaglia, temendo ripercussioni per i propri familiari e per sé stessi, ma il grosso della Compagnia rimarrà dritta a difendere pacificamente la posizione, a prendersi uova e schiaffi, solo per aver parlato delle proprie idee.

Fra questi siamo sicuri che ci sarà anche Gianfranco Amato, uomo di grande coraggio, che sta sacrificando molto per la causa in cui crede e a cui va tutta la solidarietà della redazione, dei collaboratori e dei lettori di Campari&DeMaistre.

 

04 novembre 2014

Quello che ci lascia Brittany


di Giuliano Guzzo

Adesso che Brittany Maynard, la ventinovenne americana colpita da un cancro al cervello, è morta per eutanasia come da lei annunciato e voluto, a noi resta anzitutto il suo addio, un congedo terreno incensato dal mondo come epifania della libertà ma uscito dal cuore come fuga imposta, come scelta fra il precipizio del dolore e quello della morte: «Arrivederci a tutti i miei cari amici e alla mia famiglia che amo. Oggi è il giorno che ho scelto per morire con dignità, tenuto conto della malattia in fase terminale, questo terribile cancro al cervello che mi ha imprigionato… ma mi avrebbe imprigionato tanto di più», sono state le sue parole. E a noi resta anzitutto questo, una donna che se ne va scappando da una sofferenza purtroppo non spiegabile; non con parametri terreni, almeno.
La seconda eredità di Brittany, oltre alle sue parole, è dunque la denuncia dell’impossibilità di sopportare non solo la sofferenza, ma anche la paura della sofferenza. Chi me lo fa fare di spegnermi nel dolore, di vedermi divorata dal male e dall’assenza di vie d’uscita? Se lo sarà chiesto chissà quante volte. Ma alla fine la sua risposta, dopo la parvenza di un ripensamento, giovedì scorso – «Provo ancora gioia, scherzo e sorrido con la mia famiglia e i miei amici e non mi sembra il momento giusto adesso», aveva detto -, è stata definitiva: nessuno. Perciò Brittany non ha voluto caricarsi sulle spalle, oltre alla malattia, una sfida gigantesca ed in realtà non solo sua, dato che se non diamo senso al dolore, in realtà, non diamo senso alla vita, rimanendo non padroni bensì ospiti della nostra esistenza.
Chi non sa soffrire infatti prima o poi scoprirà di non saper vivere, e conta relativamente che il motivo del dolore alla base di questa consapevolezza sia fisico o psicologico, professionale o sentimentale: la disperazione è la stessa, a meno che non si creda alla distinzione fra vite degne e vite non degne; una distinzione pericolosa e pure fasulla dato che quando uno Stato, una società, una comunità riconosce il “diritto di morire” negando all’esistenza valore intrinseco non è vero che lascia liberi i cittadini di scegliere quanto e se vivere: li lascia solo liberi di illudersi, di credersi felici fino a prova contraria e predisponendo subito, per i delusi, la corsia d’emergenza dell’addio. La libertà di vivere o morire è quindi, prima di tutto, paura di vivere avvolta nella comodissima bandiera del pluralismo.
La terza, ultima ed involontaria eredità di Brittany è quella dei malati di cancro che come lei soffrono ma restano. Qualcuno le ha anche scritto, cercando di farle cambiare idea; lei ha scelto altrimenti ma loro, accuratamente ignorati da media che t’inseguono solo se decidi di farla finita, rimangono ai loro posti. E chi glielo fa fare a questi signori? Una diversa concezione della vita, è la risposta di chi le accetta tutte, non avendone alcuna. La verità è che a prescindere dalle ragioni – religiose o affettive – per cui qualcuno sceglie di affrontare il dolore, nel momento in cui lo fa diventa protagonista di un coraggio che supera il perimetro individuale per farsi modello, testimonianza, esempio. Per questo, mentre ci auguriamo che medicina e ricerca fermino presto il cancro, è bene ringraziare quanti già adesso fermano la paura tenendosi la vita ed aggiungendo significato all’esistenza di ognuno di noi.
 

15 ottobre 2014

La Cristiada



di  don Mauro

Historia Magistra Vitae. Lo sarebbe davvero se ci mettessimo ad ascoltarla in modo attento, a non fare come certi alunni distratti, o peggio come quegli studenti che imparano a memoria la teoria, ma poi non si peritano di metterla in pratica. Lo sarebbe anzitutto se, per quanto scomodo, ci decidessimo ad aprirlo il libro della storia.

 

06 ottobre 2014

10 mila Sentinelle in piedi invadono le piazze italiane


di Alessio M.P. Calò

Grande successo e partecipazione per la manifestazione nazionale delle Sentinelle in piedi, “Cento piazze per l’Italia”, durante la quale il movimento, apartitico ed aconfessionale (nonostante i media continuino a darci degli ultracattolici e dei forzanovisti, ma conosciamo bene il livello indegno del giornalismo italiota), ha vegliato a favore della libertà di espressione, per la famiglia fondata sull’unione tra un uomo e una donna, per la libertà di educazione, per il diritto di ogni bambino ad avere un padre e una madre; e contro l'impossibilità di manifestare il proprio pensiero, contro l’ideologia gender, contro il cosiddetto “matrimonio” omosessuale, contro l’adozione di bambini a coppie omogenitoriali, contro la fecondazione eterologa e contro l’aberrante pratica dell’utero in affitto.

 

03 ottobre 2014

Omofobia, l'abietta mania (IV parte)



di  don Mauro

Il confronto con uno dei video omosessualisti più offensivi della rete arriva alla sua ultima e quarta tappa, la più difficile. Parla Nicla Vassallo, filosofa di corrente anti-metafisica, scettica, analitica e omosessualista. A lei la parola sul “Matrimonio” (3.42 a fine).


 

02 ottobre 2014

Domenica 5 ottobre: Sentinelle in piedi in 100 piazze d'Italia!


di Giulia Tanel

È passato poco più di un anno da quando, in una piccola cittadina del nord, uno sparuto gruppo di persone ha deciso di scendere per la prima volta in piazza sullo stile dei Veilleurs debout francesi, i cosiddetti “Veglianti in piedi” che, con il loro semplice stazionamento in posizione eretta davanti a luoghi simbolo del potere, si opponevano a provvedimenti non conformi alla loro coscienza. Eppure in pochi mesi la situazione ha subito un’evoluzione molto rapida, tanto che nel corso di quattordici mesi sono state migliaia le persone che hanno vegliato in oltre 150 d’Italia. Un intero popolo di giovani, adulti, genitori, nonni, insegnanti, avvocati, medici... si è mobilitato in favore della libertà di espressione, per la famiglia fondata sull’unione tra un uomo e una donna, per la libertà di educazione, per il diritto di ogni bambino ad avere un padre e una madre; e contro il ddl Scalfarotto, contro l’ideologia gender, contro il cosiddetto “matrimonio” omosessuale, contro l’adozione di bambini a coppie omogenitoriali, contro la fecondazione eterologa e contro l’aberrante pratica dell’utero in affitto.

Stiamo parlando delle Sentinelle in Piedi, una rete aconfessionale e apartitica pronta a dimostrare pubblicamente, in maniera silenziosa e assolutamente pacifica, che in Italia sono ancora molte le persone ad avere a cuore i princìpi – non a caso definiti “non negoziabili” – che costituiscono la base della nostra società: la vita, la famiglia e l’educazione. “Mentre il relativismo dilaga e molti sembrano rimanere indifferenti – scrivono le Sentinelle in Piedi –, c’è una rete da Nord a Sud che non solo informa e forma, ma che è pronta a farsi vedere, uscendo dalle sale dei convegni e dalle sagrestie, uscendo allo scoperto per rivolgersi al cittadino comune e svegliare le coscienze sopite. [...] In silenzio, leggendo un libro come simbolo di formazione continua, le Sentinelle in Piedi invadono le piazze in un modo del tutto nuovo e pacifico, e si mobilitano ogni volta che è minacciata la natura dell’uomo della civiltà. Da Trento a Salerno, da Bisceglie a Trieste passando per Firenze, Napoli e Milano, da Genova a Venezia, questa resistenza di cittadini, pacifica silenziosa e sempre più numerosa, scende in piazza per ribadire che non è possibile zittire le coscienze di chi ha gli occhi aperti”.

Domenica 5 ottobre questo straordinario movimento di popolo vivrà un momento particolarmente importante dal momento che, per la prima volta, le Sentinelle in Piedi manifesteranno contemporaneamente in circa cento città d’Italia. Tante persone saranno simbolicamente unite per riaffermare – con G. K. Chesterton – che “le foglie sono verdi in estate”: ossia che la famiglia è una sola, che i bambini hanno bisogno di un papà e di una mamma, che essere maschio o femmina non è frutto di una scelta o di un’influenza culturale, che la libertà di coscienza e di espressione vengono prima di qualsivoglia ideologia e non possono essere messe a tacere troppo facilmente.

In tutto questo le Sentinelle in Piedi sono confortate dalla consapevolezza che la loro mobilitazione sta producendo i frutti desiderati: non è infatti un caso se la discussione al Senato del ddl Scalfarotto è momentaneamente “congelata”, così come non è stata vana la mobilitazione delle Sentinelle trentine, alla cui presenza va in parte attribuita la sospensione delladiscussione, presso il Consiglio Provinciale di Trento, del ddl locale sull’omofobia.

Mantenere desta la coscienza e avere il coraggio di portare avanti le proprie idee è quindi necessario, oggi più che mai. Ma soprattutto, oltre che per la società nel suo complesso, è un’azione utile innanzitutto per chi decide di “metterci la faccia” vegliando in piazza, in quanto comporta una nuova presa di coscienza circa i valori sui quali vale ancora la pena scommettere. Ed è anche per questo motivo che, in chiusura, ci sentiamo di rivolgere a tutti l’appello a scendere in piazza con le Sentinelle in Piedi domenica 5 ottobre. 


 

04 settembre 2014

I pellegrini della morte

di Giuliano Guzzo
E’ oggettivamente sgradevole parlare della morte: porta riflettere sul tempo che scorre, ad interrogarsi sull’oscuro “dopo” che ci attende, a considerare la tristezza dell’ultimo saluto. Tuttavia una riflessione, a volte, sorge spontanea, tanto più alla luce del paradosso che oggi contraddistingue il tema della morte: bandita dalle cronache – centrate più sulla spettacolarità della violenza che sull’inevitabilità del trapasso – torna centrale allorquando si considera, per esempio, il fenomeno del suicidio assistito. Un fenomeno ormai evoluto a tendenza a giudicare da quanto succede in Svizzera, specie nel Canton Zurigo, dove il numero di quanti ricorrono a questa pratica è in netto aumento. Fra il 2008 ed il 2012 –  secondo un’indagine dell’Università di Zurigo – si sono verificati ben 611 ingressi da parte di persone provenienti da altri Stati e recatesi in Svizzera per il suicidio assistito. Un esame complessivo dei dati evidenzia poi come, a fronte di Paesi dai cui le partenze con questa finalità rimangono numericamente stabili quali per esempio la Gran Bretagna e la Francia, ve ne sono altri da cui se ne registra una inquietante crescita, primo fra tutti l’Italia: se nel 2008 furono 2 i nostri connazionali ricorsi al suicidio assistito in terra elvetica, nel 2009 e 2010 sono diventati 4,  nel 2011 ben 12 e addirittura 22 nel 2012 [1]. Ora, questi dati possono stimolare due pensieri in netta contrapposizione uno all’altro.
Il primo è quello dei sedicenti paladini dell’autodeterminazione, vale a dire il ragionamento secondo cui, poiché questo fenomeno effettivamente esiste – come peraltro già testimoniato da casi come quello del giornalista Lucio Magri (1932-2011), recatosi in Svizzera proprio per una procedura di morte volontaria assistita – tanto vale prenderne atto regolamentandolo anche nel nostro Paese, senza costringere decine di famiglie ad un macabro pellegrinaggio che altro non fa che aggiungere tristezza alla tristezza; ne va, secondo coloro che si riconoscono in questa prospettiva, del rispetto delle persone, del loro dolore e, soprattutto, delle loro scelte. Il secondo modo di affrontare la realtà, purtroppo crescente, del suicidio assistito è quella d’interrogarsi sulla stessa: perché accade tutto questo? Cosa spinge decine, anzi ormai centinaia di persone in tutta Europa e non solo a scegliere il Canton Zurigo per porre fine alla loro esistenza? Un certo modo di affrontare la questione – quanto meno sbrigativo – si limita, lo abbiamo detto, a registrare il fenomeno sottolineando come questo vada acriticamente accettato ed altro non sia che il modo scelto da alcuni per porre fine alle proprie sofferenze. Si tratterebbe dunque di una collettiva e legittima risposta al dolore fisico.
In realtà, come evidenziato sia da alcune ricerche precedenti [2] sia dallo studio citato poc’anzi, non solo non è la sofferenza fisica a determinare la totalità di preferenze per il suicidio assistito, ma lo è sempre meno. Un aspetto già emerso anche per quanto riguarda l’eutanasia, pratica solo in minima parte giustificata dalla volontà di fermare il dolore. Valga, per tutti, l’esempio del celebre processo celebratosi «in Olanda nel 1973 contro il dott. Potsma, accusato di aver soppresso la propria madre, malata terminale di tumore. Alla richiesta se i dolori della donna avessero raggiunto il limite dell’intollerabilità, l’accusato risposte: “No, non erano intollerabili. Certamente le sue sofferenza fisiche erano aspre. Ma erano le sue sofferenze spirituali ad essere divenute insopportabili”» [3]. Se a queste si aggiungono altre evidenze – come la significativa diffusione della depressione fra i malati di cancro [4] o l’accertato legame fra presenza di sintomi depressivi e disperazione e richiesta di morire [5] – diventa definitivamente evidente un fatto, e cioè che il pellegrinaggio per il suicidio assistito, prima che costituire una domanda, evidenzia in realtà una mancata risposta in termini di assistenza. Attenzione: con questo non s’intende in alcun modo gettare ombre sulla professionalità medica o infermieristica dal momento che quello sanitario è solo uno dei tanti versanti assistenziali.
Questo perché esiste un ben più vasto ambito relazionale che investe la persona – si pensi a parenti, ad amici, a colleghi – che non può non essere chiamato in causa quando un soggetto manifesta la volontà di morire. Certo, si può sempre prendere atto di una sofferenza (psicologica o fisica che sia) limitandosi assecondarla col pretesto del rispetto della volontà altrui. Ma si tratterebbe, per l’appunto, solo di un pretesto, di una scusa o, più precisamente, di una scorciatoia. Non occorre infatti molto per capire che alla collettività eutanasia e suicidio assistito costano molto meno – economicamente, ma prima ancora umanamente – di vicinanza e cure fino all’ultimo. Molto meglio, intercettata l’intenzione di morte, non ostacolarla o addirittura sostenerla, che cercare di arginarla e convogliarla nella speranza. Il punto è che così facendo non incoraggeremmo “solo” l’attuale “pellegrinaggio della morte”, né consentiremmo “solo” innumerevoli suicidi. No: finiremmo per indebolire, fino quasi ad eliminarlo, quel legame solidaristico senza il quale la sofferenza delle persone malate sarà crescente ma anche la vita di chi ha la fortuna di essere in salute, col tempo, si tradurrà in sofferenza. E questo non a causa della cattiva sorte o per via di qualche maleficio, ma per il semplice fatto che la persona anziana o malata altri non è che colui che, un domani, saremo noi.
Ne consegue che l’abbraccio che oggi neghiamo o comodamente scambiamo per richiesta di morte è lo stesso di cui, un giorno, potremmo aver bisogno. Di qui un ultimo dubbio: vale davvero la pena accettare il “pellegrinaggio della morte” oppure è il caso di esaminarlo studiandone le cause e cercando, per quanto possibile, di fermarlo? La scusa dell’autodeterminazione vale l’abolizione dell’assistenza totale ed incondizionata, se non quando espressamente richiesta? Non sarà che accettando eutanasia e suicidio assistito la strada che s’imbocca è molto più pericolosa ed inquietante, come del resto mostra il macabro caso della Svizzera, di quello che sembra? Vista la posta in gioco – la sopravvivenza del legame di solidarietà – è almeno il caso, anche se l’esercizio in effetti non è dei più semplici, di farsi qualche domanda.
Note: [1] Cfr. Gauthier S. – Mausbach J. – Reisch T. – Bartsch C. (2014) Suicide tourism: a pilot study on the Swiss phenomenon. «Journal of Medical Ethics»; doi:10.1136/medethics-2014-102091; [2] Cfr. Steck N. – Junker C. – Maessen M. – Reisch T.  – Zwahlen M. – Egger M. (2014) Suicide assisted by right-to-die associations: a population based cohort study. «International Journal of Epidemiology»; 1–9; [3] D’Agostino F. L’eutanasia come problema giuridico, «Archivio Giuridico», Mucchi Editore, Modena 1987, p. 37; [4] Cfr. Bottomley A. (1998) Depression in cancer patients: a literature review. «European Journal of Cancer Care»; Vol.7(3):181-191; [5] Cfr. Tiernan E. – Casey P. – O’Boyle C. – Birkbeck G. – Mangan M. – O’Siorain L. – Kearney M. (2002) Relations between desire for early death, depressive symptoms and antidepressant prescribing in terminally ill patients with cancer. «Journal of the Royal Society of Medicine»; Vol. 95(8): 386–390.