Visualizzazione post con etichetta gay. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta gay. Mostra tutti i post

13 settembre 2018

Dalla mafia di san Gallo a quella di san Fallo?

Marco Giovannino
Le vicende di questa torrida estate ci hanno mostrato come non sia la mafia di san Gallo, un'élite progressista strategicamente tesa ad affondare top-down la nave di Pietro (poveri illusi), a governare la Chiesa, ma quella di san Fallo, una rete bottom-up di gaudenti pretini, a cui piace o conviene fare trenino, che si espande tanto da trasformare alcuni seminari in dark room.

Quello che mi piaceva aggiungere, dopo il titolo spassosissimo, è un'edificante morale della storia: come ha detto Mons. Ganswein qualche giorno fa in occasione della presentazione del libro di Rod Dreher "L'Opzione Benedetto" (da leggere, rileggere, meditare e applicare), questo scandalo rappresenta una grazia, ovvero l'ennesima occasione di purificazione concessa agli uomini di Chiesa (sottolineo gli uomini di Chiesa, la Chiesa non ha certo bisogno di essere mondata), forse un inizio di selezione del piccolo resto che custodirà il seme della Fede, selezione che da 50 anni a questa parte sta andando avanti in maniera efficacissima ed efficientissima.
In tutto ciò mi è venuta in mente la novella di Boccaccio Abraam giudeoAbraam giudeo, da Giannotto di Civignì stimolato, va in corte di Roma; e veduta la malvagità de' cherici, torna a Parigi e fassi cristiano. A parte questa nota boccaccesca, che rimanda ai sopraccitati trenini, ci piace pensare al fatto che più gli uomini di chiesa peccano più la Chiesa si erge a salda presenza giudicante e misericordiante il mondo, credibile perché non nostra, ma del Signore: "e per ciò che io veggio non quello avvenire che essi procacciano, ma continuamente la vostra religione aumentarsi e più lucida e più chiara divenire, meritamente mi par di scerner lo Spirito Santo esser d'essa, sì come di vera e di santa più che alcun'altra, fondamento e sostegno".
Siccome però non possiamo riposare troppo sugli allori, sarà bene fare un po' di penitenza...

 

04 febbraio 2018

Corsi di fedeltà gay. Citofonare curia

di Giacomo Furia
A Torino, la diocesi si è arresa al credo omosex. Non solo sembra aver rinunciato di ricordare che gli atti omosessuali sono «intrinsecamente disordinati» e che sono «contrari alla legge naturale» [Cat. § 2357]. Non solo sembra aver chiuso un occhio sul fatto che tali atti «non sono il frutto di una vera complementarietà affettiva e sessuale» e che «in nessun caso possono essere approvati» [Ivi]. Non solo sembra aver dimenticato che «le persone omosessuali sono chiamate alla castità» [Cat. § 2359]. Non solo. Adesso, la diocesi piemontese propone un ritiro spirituale focalizzato sul tema della fedeltà tra i fidanzati (?) omosessuali.

Insomma: dite addio al vecchio prete che vi spiega tutte le panzane del Catechismo, appena elencate per sommi capi. Da adesso, la Chiesa dimentica che gli atti omosessuali non possono essere approvati e, con letizia, incentiva la fedeltà nelle coppie. Un voltagabbana pastorale e teologico da oscar. Promotore dell’iniziativa, don Gianluca Carrega, responsabile della «pastorale degli omosessuali» diocesana. Ne avevamo già parlato. Adesso, al quotidiano torinese La Stampa, Carrega spiega che l’anno scorso ha partecipato ad un solo matrimonio etero, e a tre unioni civili gay.  Don Carrega – che insegna Nuovo Testamento alla Facoltà Teologica torinese – parla inoltre di «controsenso» nell’insegnamento tradizionale della Chiesa. A suo dire, se una persona ha rapporti omosessuali occasionali, può confessarsi e ricevere i sacramenti; se ha un’unione stabile, no.

Non sarà un povero commentatore di un blog a dover ricordare l’abc della confessione ad un sacerdote; semmai, il povero commentatore suggerirà che un’iniziativa di questo genere non fa che alimentare la confusione tra i credenti, che giustamente si domanderanno se tutte queste “aperture” misericordiose non siano in realtà dei veri e propri tradimenti. Tradimenti teologici, sia chiaro. Perché a lungo andare sta ampiamente passando il concetto che va tutto bene, che il peccato non esiste e che in Paradiso, tanto, ci andiamo tutti. Dunque, a che pro contarcela ancora con il sesto comandamento? Lo sbandamento teologico, pastorale e religioso è ormai così conclamato, che queste bislacche iniziative spuntano qui e là come funghi e nessuno sembra voler porre rimedio. A dirla tutta, l’anno scorso l’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia una pezza l’aveva messa. Così come, dopo la bufera di “don” Fredo Olivero, che ha pubblicamente annunciato di «non credere al Credo» durante la Messa di Natale, Nosiglia ha avuto il coraggio (di questi tempi, serve davvero coraggio!) di richiamare il pittoresco parroco della chiesa di San Rocco. Ci domandiamo se, in questo caso, Nosiglia approvi e sostenga l’iniziativa di don Carrega. E a Roma? È inutile chiedersi se Bergoglio apprezzi queste “aperture”. È evidente che non solo le apprezza, ma che le approva perfino. La domanda, semmai, è un’altra: al posto di pensare alla fedeltà nelle coppie omosex, perché i nostri pastori non pensano alla fedeltà alla dottrina della Chiesa?

 

01 luglio 2017

Gay Pride. San Paolo censurato nel lezionario ambrosiano

di Diego de Acebes

Il vero problema per il credente non è tanto cosa pensi il mondo. Per carità, non è sbagliato, anzi è persino doveroso per un battezzato informarsi. Un conto, però, è sapere e un conto è aderire. Qualcuno tirerà in ballo la solfa del dialogo: questo può sussistere però se si confrontano due o più idee differenti, altrimenti dialogare non serve a nulla. Per avere idee differenti, bisogna avere idee. Se uno non ha idee non può discutere.

I cattolici hanno idee, belle chiare e distinte, direbbe un Descartes, perché non sono del singolo ma della Comunità dei Santi, dove la Chiesa le attinge direttamente dal suo unico Signore. Il battezzato scopre così, a poco a poco, come sia bella la Verità una volta che con fiducia si sia fatto conquistare. Ma c’è anche il giudizio. «E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie», parola di Gesù.

Ed è una parola, rivolta a Nicodemo, che fa riflettere però tutti: forse non è la difficoltà del messaggio del Vangelo a fare problema, ma più probabilmente è il fatto che questo messaggio non piace. Siccome, però, se ne vede un’intrinseca bontà, il pio cattolico e il mondano coscienzioso non lo accantonano del tutto, piegandolo al loro gusto. Siamo di fronte a un bel guaio in tali casi, ma per fortuna abbiamo la Chiesa, mater et magistra. Anche qualora ci fosse un Vescovo eretico o addirittura un Papa di siffatta specie, si può ricorrere a comprendere i vari problemi studiando il bimillenario insegnamento della Chiesa, la quale – miracolo! – non è mai in contraddizione e che riporta sempre alla Verità.

Ma dinnanzi a questione nuove, non sviluppate in passato, come fare? È la domanda legittima, per esempio, per il “caso” della pratica, “intrinsece malum”, degli omosessuali. Se questi nella storia ci sono sempre stati, è del tutto moderno il loro “orgoglio” e il loro voler “imporre” come buone, pratiche intrinsecamente cattive. Qui ci si rivolge all’“atto” e non alla “persona”, ben sapendo che quando uno fa il male non è più tanto buono. Se il Catechismo della Chiesa Cattolica è chiaro a proposito (si veda uno dei prossimi articoli) c’è invero anche un’altra strada per sbrogliare ogni dubbio: lex orandi, lex credendi.

Ciò che si prega è quello in cui si crede, principio sublime, o no? Assolutamente, sì! Tuttavia, nella nuova riforma liturgica del Lezionario della Liturgia ambrosiana (riforma molto discutibile e discussa) ci si imbatte in un caso particolare. Una Lettura domenicale ha richiamato la nostra attenzione, non perché questa colpisca in sé, ma per la sparizione di versetti incomprensibilmente tagliati. Nella II Domenica dopo Pentecoste è riportata come seconda Lettura un passo della Lettera ai Romani (1,22-25.28-32) e mancano incredibilmente due versetti. I seguenti: «[26] Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; infatti, le loro femmine hanno cambiato i rapporti naturali in quelli contro natura. [27] Similmente anche i maschi, lasciando il rapporto naturale con la femmina, si sono accesi di desiderio gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi maschi con maschi, ricevendo così in se stessi la retribuzione dovuta al loro traviamento».

Di là dal fatto che dopo questi versetti il proseguo della Lettura si fa più chiaro, rimane un mistero questo omissis. Qualcuno penserà che sono parole troppo forti, ma allora si può ribattere che non si doveva proporre neppure il resto del brano. Dall’altro, permane un criterio non pienamente condivisibile: è come se ci trovassimo dinnanzi a versetti da non citare, anzi da evitare con cura, passi biblici – come ha detto qualcuno – “pornografici”. In realtà, in quei versetti è detto in modo chiaro come gli atti omosessuali non siano giustificabili da chi si professa cristiano. Neppure l’esegesi più avanzata può edulcorare questo passo, se non facendosi giudice di cosa ha valore nelle parole di san Paolo e cosa invece non lo ha. Che sia uno studioso o un metodo a stabilire questo è semplicemente ridicolo e teologicamente pericoloso.

In questi tempi di gay pride milanese e non solo, la parola di san Paolo risuona forte e liberatrice, di una libertà certo non piena di mille colori né arcobaleno, ma una libertà vera. Del resto, con suggestiva immagine, l’Apostolo delle Genti ci ha rivelato che noi siamo liberi, perché liberti di Cristo, ossia da Lui liberati.
Pertanto, nonostante tutte le aberrazioni della nuova riforma ambrosiana, che sono riusciti a scalfire la bellezza di un rito antichissimo con invenzioni e archeologismi opinabili, tra cui questo incomprensibile omissis, rimane intatta la regola della lex orandi, lex credendi. Si deve solo, dinnanzi ai taglia e cuci dei liturgomani, fare lo sforzo di prendere una Bibbia e leggersi le parti tralasciate, rammentando sempre che la Scrittura si può leggere pure da soli, ma si interpreta a partire da quanto insegna la Chiesa, divinamente assistita.

 

22 febbraio 2017

Unar, lo scandalo è parlare degli intoccabili


di Giuliano Guzzo
La cosa scandalosa, nel pandemonio esploso dopo il servizio delle Iene, non è il fatto che l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (Unar), alle dipendenze di Palazzo Chigi, abbia destinato (anche se, pare, non ancora versato) fondi pubblici ad una associazione gay dall’attività assai libidinosa, per usare un eufemismo, né nella presenza di essa in progetti scolastici, nell’iscrizione (a sua insaputa, alla Scajola) dell’ormai ex Direttore allo stesso circolo cui l’Unar erogava finanziamenti, né nelle frequentazioni che costui aveva nel mondo cattolico (gli scandali nella Chiesa, lo si sarà capito, non sono tutti uguali), no, che andate a pensare.

La cosa scandalosa è che le Iene abbiano osato scoperchiare la realtà di un mondo, quello di certo associazionismo, intoccabile. E’ infatti contro il servizio della trasmissione che diversi si son scagliati. Franco Grillini, per esempio, ha dichiarato che «giornalisticamente parlando» quello era «un servizio confezionato male anche dal punto di vista deontologico» perché «infilarsi dentro un circolo privato per fare riprese non autorizzate», secondo lui, «non è giornalismo: è agguato giornalistico». Dello stesso tenore un comunicato di Gabriele Piazzoni.

Pure secondo il segretario nazionale di Arcigay, infatti, quello delle Iene era un servizio «che in malafede dosava anonimati, vaghezza e repentini precisi dettagli, perfino lesivi del diritto alla privacy» finendo con l’innescare «una macchina del fango ignobile, subito cavalcata dagli omofobi di professione, dentro e fuori il Parlamento». Ora, lungi da chi scrive l’idea di candidare Le Iene al Pulitzer, ma come si fa – davanti all’ipotesi che una o più associazioni, dietro il paravento della discriminazione sessuale e magari pure destinatarie di fondi pubblici, possano lucrare allegramente con attività di assai dubbia moralità senza, dulcis in fundo, pagare un euro di tasse – mettersi a cavillare sulla privacy o su ciò che «giornalisticamente parlando» sarebbe o meno corretto?

Forse perché i riflettori, su certi ambienti, non andavano semplicemente accesi? Sarebbe da capire. Sia chiaro, in ogni caso, che in tutto ciò l’omosessualità in quanto tale non c’entra. Il punto qui sono i soldi dei contribuenti e certi club. Alcuni dei quali, nelle scorse ore, avrebbero – via Whatsapp, per fare alla svelta – informato i gentili soci che le loro “attività” sono momentaneamente sospese. Peccato. Per il momentaneamente.
 

30 gennaio 2017

Se un prete chiede scusa agli omosessuali anche quando non deve


di Giorgio Enrico Cavallo

«So che tanti pensano che la prima parola da dire sarebbe “scusa”, per le incomprensioni, la freddezza, la rigidità, una Chiesa troppo Chiusa che non ascolta. Dovrebbe farlo qualcuno più importante di me. Io invece vi dico grazie, perché voi, con la vostra ostinazione, ci avete dato la possibilità di pensare a una Chiesa grande, la Chiesa che noi sogniamo». Eh già. Di che ci sorprendiamo, in fondo? Il “tana-libera-tutti” della Chiesa cattolica contemporanea, porta anche ad affermazioni di questo tipo. A dirle, don Gian Luca Carrega, delegato del vescovo di Torino Cesare Nosiglia per la pastorale delle persone omosessuali, intervenuto al funerale della prima coppia omo «sposata» (?) civilmente grazie a quel capolavoro della legge Cirinnà. Inutile dire che queste esternazioni decisamente “atipiche” (eufemismo), hanno trovato il plauso del Torino Pride, che ovviamente le ha sfruttate per la crociata omosex contro la De Mari. Ma questa è un’altra storia.

Ciò che fa tremar le vene e i polsi (scusi, messer Dante) non è tanto che la diocesi di Torino abbia perso, per l’ennesima volta, l’occasione di tacere; pazienza, ci siamo abituati. Ciò che sgomenta è che un sacerdote delegato dell’arcivescovo possa replicare il solito cliché della Chiesa severa, oscurantista, omofoba e compagnia briscola. Forse, il nostro ha sentito troppi sermoni provenienti da quel di Bose.

Eppure, la Chiesa ha sempre avuto posizioni molto chiare e precise. E questo non solo con gli omosessuali: per rinfrescare la memoria di qualcuno, basti ricordare l’episodio della lapidazione dell’adultera e la frase… lapidaria: «Chi è senza peccato, scagli la prima pietra» (Gv 8,7). Dovremmo ormai sapere queste cose ad nauseam: la pastorale si è profusa in una infinità di documenti, i giornalisti hanno avuto tutte le conferme del caso con una miriade di interviste rilasciate da cardinali e papi nell’ultimo mezzo secolo. Una tra tutte, pescata a caso nel mare magnum di internet: gli omosessuali «non devono essere discriminati perché presentano quelle tendenze. Il rispetto per la persona è assolutamente fondamentale e decisivo». Parole di Benedetto XVI.  La Chiesa condanna, dunque, il peccato: poiché «maschio e femmina li creò», non c’è spazio per una terza via. Come più volte specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica [2360], «la sessualità è ordinata all'amore coniugale dell'uomo e della donna». L’omosessualità, in sé, è una tendenza sessuale «disordinata» [2358], ma le persone omosessuali «devono essere accolt[e] con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione» [2358].

Se dunque può esserci l’ostilità di qualche sacerdote, non si può accusare la Chiesa tout court di essere troppo chiusa. Le sue posizioni possono non piacere; è comprensibile che qualcuno non accetti la condanna della tendenza omosessuale; ma non si può dire che la Chiesa sia chiusa e che non accolga l’omosessuale in quanto essere umano.

Talvolta, però – ed è opinione anche del sedicente priore di Bose, per il quale (profetizzo) si stanno predisponendo le cose per una sua chiamata ad un più alto ruolo in seno al Vaticano – si afferma che nella Bibbia e in particolar modo nell’insegnamento di Cristo nulla si dica sull’omosessualità. Ergo, fate un po’ come ve pare. Ma se una parte della Chiesa va dietro alle affermazioni di Enzo Bianchi, almeno noi cerchiamo di mantenere i piedi per terra. Mi permetto di fare alcuni esempi.

Si pensi alle parole di Cristo in riferimento a coloro che non accoglieranno il Verbo di Dio: «nel giorno del Giudizio il paese di Sodoma e Gomorra sarà trattato meno severamente di quella città» [Mt 10,15]. Il parallelo con le due città distrutte per i loro peccati doveva essere ben compreso dagli ebrei di allora; e va detto che Sodoma non sarà di certo risparmiata nel giorno del Giudizio; semmai, Gesù utilizza il parallelo con la distruzione di Sodoma – punizione esemplare dell’Antico Testamento – per evidenziare come l’incredulità davanti al Vangelo abbia conseguenze peggiori di quelle che provocarono la distruzione delle due città peccaminose. E inoltre: «Non capite che quanto entra per la bocca, passa nel ventre e va a finire nella latrina? Ma quel che esce dalla bocca viene dal cuore, ed è questo che contamina l’uomo; poiché dal cuore vengono i cattivi pensieri, gli omicidi, gli adulteri, le fornicazioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie: queste cose contaminano l’uomo, ma il mangiare senza lavarsi le mani non contamina l’uomo». [Mt 15, 17-20]. Non meniamo il can per l’aia dicendo che “non si parla di omosessuali, dunque va tutto bene”: il rapporto tra due uomini/due donne non è forse ciò che con una parola oggi non molto bella, ma di certo efficace, viene definito una fornicazione?

Dubbi? «Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola». [Mt 19, 4-5].
Gli esempi potrebbero continuare, ben più a lungo di quanto un piccolo articolo possa ospitare. Ma poiché questi sono passi evangelici che i nostri pastori dovrebbero ben conoscere, oltre a ben conoscere il Catechismo e possedere i dovuti mezzi cognitivi per comprendere che va accolto l’uomo, ma condannato il peccato; ecco: ci si domanda perché voler sempre andare oltre, invocando la resa delle armi della Chiesa dal punto di vista della morale sessuale anche se è evidente che qualora ciò avvenisse, sarebbe la fine della Chiesa cattolica. Ah, ma forse i nostri pastori… vuoi vedere che c’è davvero qualcuno che sta pensando… che vorrebbe… Lungi da noi pensar male, ovviamente. Viviamo in un’epoca in cui la Chiesa Cattolica non è dilaniata da nessun conflitto interno, in cui i pensieri mondani non scalfiscono la granitica fede dei nostri pastori e in cui siamo guidati dal migliore dei papi possibili. Per cui: va tutto bene ed è  tutto sotto controllo.

 

13 giugno 2016

La strage di Orlando e l'ennesimo cortocircuito progressista


di Alessandro Rico

Cortocircuito progressista: un immigrato di seconda generazione, figlio di un afgano simpatizzante per i talebani, massacra cinquanta persone in un locale gay. Gli illuminati sostenitori della tolleranza universale adesso devono scegliere: contraddire il verbo dell’accoglienza scagliandosi contro il fondamentalismo islamico, o scaricare la comunità LGBT per non somigliare a un Donald Trump qualsiasi. Nel dubbio, Obama se l’è presa con le armi. Luogocomunismo demenziale che non tiene conto della realtà (un po’ di numeri li abbiamo già forniti in questo vecchio articolo) e che non spiega come mai, pure nell’Europa che desidera droga libera, eutanasia e aborto, ma inorridisce al pensiero che qualcuno si diverta nei poligoni (date uno sguardo alla delirante proposta abolizionista in discussione presso gli organi UE), i terroristi del Bataclan non abbiano faticato a procurarsi gli AK47 di contrabbando.
Dove c’è puzza di cadavere, piombano gli avvoltoi. Come Ivan Scalfarotto, che a poche ore dall’eccidio in Florida già approfittava del clamore mediatico per rilanciare su Twitter il ridicolo disegno di legge sull’omofobia. Lui, che qualche mese fa fiancheggiava Renzi durante gli accordi con l’Iran, il Paese dove i gay vengono lapidati sulla pubblica piazza, specula sulla morte dei ragazzi di Orlando per convincerci che uno psicoreato fermerà i barbari alle nostre porte – anzi, ormai ci sono già entrati in casa.
C’è uno scontro di civiltà? Direi piuttosto che c’è uno scontro di in-civiltà. Da una parte si staglia la smania autodistruttiva dell’Occidente liberal, che prima incensa i leader politici che portano guerra e destabilizzazione in Medio Oriente, disseminando i germi dell’odio antiamericano; poi si batte il petto e spalanca le frontiere, sperando che welfare e diritti politici comprino la simpatia dei mamelucchi; e alla fine conta le proprie vittime, versando qualche lacrima posticcia e riconsegnandosi ai politicanti banditi tipo Obama e Clinton, così il ciclo ricomincia. Dall’altra parte ci sono ondate di uomini oggettivamente sofferenti (ma le guerre in Siria e in Libia le ha scatenate Trump?), attratti dall’opulenza occidentale che i media pubblicizzano fino alle più marginali periferie del mondo. La prima generazione di immigrati cerca di rifarsi una vita, con una condotta generalmente tranquilla e appartata. Ma i frutti di una cultura mai accantonata, respirata in famiglie più affezionate alla sharia che al diritto occidentale, radicalizzatasi nei luoghi dell’esclusione e della segregazione etnica, che proprio le metropoli all’apparenza accoglienti alla fine riservano agli ospiti che avevano irretito, maturano nelle menti scalmanate dei giovani. E quando il classico figlio di immigrati si mette a combattere il suo jihad contro il nichilismo del mondo “libero” che lo aveva illuso, spargendo una scia di sangue, gli opinionisti progressisti si giustificano così: «Era un cittadino francese/belga/americano». Come se la nazionalità, l’identità, l’appartenenza, fossero trasmesse dall’inchiostro di un documento. E invece Benedetto XVI ci aveva già spiegato tutto a Ratisbona: l’Islam è la fede dei fanatici, Allah è un Dio imperscrutabile, che non si rivela e che non può essere compreso, tanto al di sopra della ragione umana da fomentare l’irrazionalismo. Non c’è manualetto del perfetto corteggiatore che possa assicurarci che un episodio come lo stupro di Colonia non si ripeta ancora, specie man mano che le orde si ingrossano – anche perché, mentre i musulmani figliano come conigli, nessuna compravendita di bambini sembra in grado di salvare la nostra gloriosa “civiltà” dall’annientamento demografico.
Da domani, tutto tornerà come prima. Obama avrà convinto un americano in più che le armi vanno bandite (se le togliessero pure al Pentagono farebbero un favore a mezzo mondo). La Clinton ricomincerà a dare del razzista a Trump. La comunità gay proseguirà ad allestire la sua empia inquisizione, punendo con la galera chi osasse contestare il “matrimonio egualitario”, ma continuando a genuflettersi al mantra dell’accoglienza. Tra qualche mese un altro pazzo aprirà il fuoco e il Parlamento Europeo, in risposta alla minaccia terroristica, ci sequestrerà l’archibugio del trisavolo. E infine tutti sapranno che il vero mandante del massacro di Orlando era Mario Adinolfi.
 

08 giugno 2016

Giugno, il mese del nostrismo: Sacro Cuore e politicamente scorretto!


di Roberto de Albentiis

Abbiamo da poco finito maggio, il mese mariano, e da altrettanto poco abbiamo iniziato giugno, il mese nostriano (o nostro)! E che è mai? E’ presto detto: da alcuni anni giugno (prima solo gli ultimi due giorni, poi, gradualmente, l’ultima settimana e, ora, l’intero mese) è diventato il mese dell’orgoglio gay, con eventi in tutto il mondo; una propaganda martellante e ossessiva si è diffusa dagli USA ed ha ora coinvolto l’intero Occidente, e l’Italia, se pur in ritardo, si è adeguata al nuovo standard. E quest’anno, con l’approvazione del ddl Cirinnà, la comunità LGTXYZ£$%&/(=?123 italiana (una minoranza aggressiva, prepotente e potente, che peraltro, con la maggioranza degli omosessuali normali e tranquilli, anche, tra essi, cattolici, nulla ha a che fare) ha del resto di che festeggiare.
Come, gradualmente, il mese di maggio diventò il mese mariano, così il mese di giugno diventò il mese dedicato al Sacro Cuore di Gesù, al Sacratissimo, Divino, Regale, Misericordioso Cuore di Gesù, “Cuore che ha tanto amato gli uomini e che nulla Si è risparmiato”, Cuore da Cui escono Sangue ed Acqua, Cuore ripieno della Divina Misericordia e del Preziosissimo Sangue (che si festeggia nel mese seguente, a luglio); tolta questa devozione tanto amata dai semplici fedeli, di più, negata questa fondamentale verità, tutto è andato a scatafascio: negata la Regalità di Cristo sulle nostre vite personali come sugli Stati e le realtà temporali, negata la signoria di Dio sul tempo stesso, ecco che si sono avute società sempre più mondane, mesi dedicati a devianze e turpitudini, vite degli stessi fedeli che non piacciono certamente a Dio (e se la Madonna di Fatima, tramite i tre Pastorelli, diceva che molte vite e molti matrimoni apparentemente cristiani dei primi anni del XX secolo non piacevano a Dio, che direbbe dell’oggi?).
Nel mondo e nella stessa Chiesa si è diffuso in questi decenni un velenoso pensiero debole e politicamente/ecclesiasticamente corretto, un pensiero che ha in odio qualsiasi ordine naturale, che vuole sostituito con il caos legalizzato; che detesta qualsiasi pensiero forte e virile, che vuole sostituito con una budinosa e checcosa leziosità; che trova orripilante qualsiasi idea di sacrificio, sia esso rivolto nei confronti dei propri vizi, peccati e debolezze (che non esistono più, se non il “clericofascismo” di ritorno “intollerante” e “chiuso di mente”, che è in pratica il normale cattolicesimo, o, anche, un più comune e naturale buon senso) o nei confronti della propria comunità nazionale (che non è più niente, se non quando deve accogliere immense quantità di immigrati cui regalare la cittadinanza).
Ed è qui che entra in gioco il nostrismo: se il mondo stravede per Obama (o per la prossima strega Clinton), ecco che un rimedio per distinguersi è supportare Putin e Orban; se il mondo porta ad esempio di “civiltà” gli USA arcobalen(g)ati, l’Olanda o i mitici Paesi scandinavi, ecco che bisogna rispondere dichiarando le proprie preferenze per Paesi come la Serbia o la Polonia; se il mondo, anche davanti a feroci terroristi islamici, non riesce a pensare altro che a palloncini e gessetti, ecco che bisogna opporre a ciò l’idea del soldato, eroe cristiano e civile, che lotta per la difesa della sua Patria; se il mondo propaganda la “cultura dello sballo” e la “cultura dello scarto”, ecco che bisogna rispondere con la cultura del sacrificio, resistendo ai tentativi di far passare come belli, in attesa di legalizzazione, i vizi e le turpitudini; se il mondo vuole fare a meno di Dio (a meno che non parli di “amore”, un “amore”, però, privo dell’immenso e vero atto di Amore che fece Dio con l’Incarnazione e la Passione di Gesù, che è basato sul mero sentimento e sulla mera attrazione fisica e che si esplica perfettamente nell’esultanza per la morte del nemico politico “fascio leghista”), ecco che tutto il nostro essere, pubblico e privato, deve basarsi su Dio.

Gesù mette in guardia dagli scandali, pronunciando contro di essi le più dure parole che Gli siano possibili nei Vangeli; oggi, però, lo scandalo diventa legge e costume sociale, fin dalla più tenera età. Ebbene, scandalizzare i mentalmente aperti, i liberal e i liberali, gli arcobalenati, non è uno scandalo, anzi, è opera meritevole, è opera benedetta da Dio (“Sia il vostro parlare Sì Sì, No No”); in un mondo impazzito essere “nostri”, come esemplificato sopra con alcuni esempi tra il serio e il faceto, è segno di sanità mentale e morale, e il modo migliore di essere “nostri”, più ancora di essere Suoi è la devozione al Sacro Cuore: devozione affatto debole e zuccherosa, ma forte e virile, perché impone di fare i conti con la nostra coscienza e la nostra vita, per eliminare in noi stessi, prima di poter criticare gli altri, anche le minime tracce di imperfezione per poter piacere a Lui, per poterGli far scrivere i nostri nomi nel Suo Cuore, da dove non saranno mai cancellati!
Pratichiamo i primi venerdì del mese, offriamo la giornata, la settimana, il mese, il tempo liturgico, l’anno al Sacro Cuore, santifichiamo il mese di giugno con buone letture e preghiere (ottimi sono i libricini di Padre Manelli, il fondatore dei Francescani dell’Immacolata), pratichiamo le devozioni collegate della Divina Misericordia, del Preziosissimo Sangue e del Cuore Immacolato, portiamo indosso uno scapolare o una medaglietta ed esponiamo in casa o in ufficio un’immagine del Sacro Cuore; facciamo regnare Gesù nei nostri cuori, in modo da poterlo far regnare meglio, con il nostro esempio e la nostra opera, nelle nostre famiglie e nelle nostre società. E allora saremo non più solo “nostri”, ma, soprattutto, Suoi!
 

01 marzo 2016

Alle unioni civili preferiamo i veri gay

di F.Filipazzi&M.Mancini

L'omosessualità una volta era una cosa seria. Detto così può sembrare una presa per i fondelli, ma basta soffermarsi un attimo sulla storia del movimento gay per capire di cosa stiamo parlando. Essi nascono nell'epoca della contestazione e delle subculture, che si fondono fra loro, si scontrano, diventano fenomeni sociali rilevanti. Roba interessante, colorata, che fa fremere i benpensanti. In questo calderone si fanno strada quelli che vogliono una "liberazione" sessuale totale e dunque iniziano a fare dell'omosessualità un simbolo di libertà e di anticonformismo radicale.

Questo era, si fa per dire, il "bello" dei gruppi e movimenti omosessuali. Erano shockanti, per molti insopportabili, oltre che colorati, incasinati e casinisti. Si portavano dietro una certa dose di caos interiore, di avventure impossibili, situazioni inconfessabili. In linea di massima si divertivano alla grande e potevano deridere con gusto i conformisti che a 23 anni erano già sposati con tre figli, un lavoro, il mutuo da pagare. Erano, dunque, i "gay". 
I gay erano pochi e ribelli e, soprattutto, se ne fregavano dell'accettazione sociale. Loro erano così e tutto il mondo poteva andare a quel paese.

Successivamente ha avuto inizio la battaglia per i "diritti civili", principalmente per non essere menati mentre andavano in giro (ma poi sapere di stare sulle palle a tutti solo perché si esiste non è un motivo di orgoglio?) o, soprattutto in USA, per non essere arrestati nei locali solo in quanto omosessuali. Si parla quindi di diritti veri, in un'America che ha abolito le leggi razziali ben dopo la seconda guerra mondiale e dove la polizia ne faceva davvero di tutti i colori, agli omosessuali.

Molti personaggi nel corso del tempo hanno iniziato a dirsi omosessuali, un po' perché era puro anticonformismo, un po' perché evidentemente gli piaceva anche. Tra tutti David Bowie, il quale ebbe peraltro pure il suo periodo nazista, anche quello solo per il gusto di infastidire i benpensanti.
Nel Belpaese è d'uopo citare Renato Zero, che con i suoi travestimenti ebbe un effetto dirompente sulla società italiana degli anni '60-'70. Non è un caso che, essendo un anticonformista vero, l'autore de "Il cielo" non si sia prestato alla tristissima parata arcobaleno andata in scena all'ultimo Festival di Sanremo: quando la trasgressione diventa moda conformistica, si fa più che mai patetica e penosa. E infatti a sinistra, dove il conformismo ce l'hanno nel sangue, oggi sono tutti omosessualisti, mentre una volta i gay non se la passavano benissimo. Tra tutti si può citare il caso di Pier Paolo Pasolini, espulso dal Partito Comunista Italiano per indegnità morale. Pasolini, del resto, non può neanche definirsi gay, avendo vissuto la propria condizione omosessuale senza alcun orgoglio, anzi con i sensi di colpa che gli derivavano da un retaggio cattolico e tradizionale, che qualcuno ha definito addirittura "reazionario".

Fosse immersa in una dimensione festaiola o tragica, fosse rivendicata con orgoglio o vissuta tra i sensi di colpa, l'omosessualità era concepita in ogni caso come una condizione "maledetta", mai banale, caratterizzata dall'alterità rispetto al mondo circostante.

Oggi invece, cosa rimane del movimento omosessuale? La famiglia del Mulino bianco riveduta e corretta. Oggi i movimenti LGBT sono diventati delle fucine di benpensanti che, nella foga di farsi accettare, hanno definito una serie di sovrastrutture atte a “normalizzare” i gay, valendosi peraltro di tutta l'influenza del potere culturale e mediatico. Vogliono sposarsi, passare le serate in pantofole davanti alla tv con il loro amore. Vogliono la reversibilità della pensione. Insomma, ci hanno tolto anche la possibilità di avere amici gay un po' belli e un po' maledetti che si divertono alla facciaccia nostra. Una noia mortale.

 

15 ottobre 2015

Matrimonio gay o affarone?

di Elia Buizza 
(da Notizie Pro Vita)
Il matrimonio gay, legalizzato o no, non è “matrimonio”. Comunque muove un bel giro di soldi.
Le associazioni ci sono, la militanza territoriale è sommariamente garantita, il contesto storico-sociale attuale (caratterizzato da una forte disinformazione) pare essere favorevole, le pressioni internazionali sono più che sufficienti e i finanziamenti abbondano.
Sembra mancare solo un riconoscimento da parte del legislatore per completare il disegno da anni perseguito dal mondo lgbt, che incontra il suo ultimo ostacolo nella mancata estensione giuridica del vincolo matrimoniale alle coppie di persone dello stesso sesso.
Questo deficit legislativo, però, non pare influenzare particolarmente il mondo gay che, in tutta Italia, organizza convegni ed esposizioni per sensibilizzare l’opinione pubblica, educandola a guardare con favore a questi nuovi modelli familiari che invocano riconoscimento e tutela (già garantiti, a livello di diritti privati individuali, dall’ordinamento vigente).
Ed ecco che a Bologna (comune che già nel 1982 riconosceva “l’importanza e la progettualità di una realtà associativa gay e lesbica”, concedendo una sede al “Circolo di cultura omosessuale 28 giugno”, oggi chiamato “Il Cassero”) approda Gay Bride Expo, un salone integralmente dedicato ai matrimoni tra persone dello stesso sesso che si svolgerà alla Fiera di Bologna il 10 e l’11 ottobre. L’obiettivo dichiarato dagli organizzatori è “costituire il punto di riferimento del dibattito nazionale tramite stand espositivi dedicati alle aziende del settore Same Sex Wedding, incontri politici, seminari tecnici e mostre e di affermarsi come testimone autorevole delle tendenze moda, del design e del divertimento” (si veda il sito www.queerblog.it).
Certo è che, alla luce delle dichiarazioni rilasciate da alcuni organizzatori, l’iniziativa pare più essere un evento unidirezionalmente orientato che non prevede la presenza di alcuna controparte e, di conseguenza, destinato a perdere il ruolo di “punto di riferimento del dibattito” ancor prima di vederselo riconosciuto. Tra i nomi dei partecipanti i più rilevanti sono Alessandro Fullin (curatore delle iniziative culturali del centro gay Il Cassero) e Carlo Gabardini (attivista nella lotta contro l’omofobia).
Flavio Romani, presidente dell’Arcigay (patrocinatore dell’evento) afferma che “il matrimonio tra persone dello stesso sesso è una realtà anche in Italia, Gay Bride Expo ce ne dà la prova: esistono operatori commerciali che hanno deciso di rivolgersi alle coppie omosessuali per dar corpo ai loro sogni, e realtà che sostengono spose lesbiche e sposi gay nel loro viaggio verso la felicità”. Ma la “realtà” di cui parla Romani non esiste, è un auspicio personale e soggettivo, una convivenza amorosa e passionale, ma non è un matrimonio.
Che poi gli operatori commerciali si siano rivolti alle coppie omosessuali per assecondare i loro desideri è un dato di fatto, ma i dubbi circa le motivazioni che li spingono a rendersi disponibili per l’organizzazione di questo tipo di cerimonie sono numerosi e ben fondati: il fatto che, statisticamente parlando, si può riscontrare nelle coppie lgbt che vorrebbero sposarsi un tasso di ricchezza notevolmente elevato, induce a considerare l’ipotesi che talune scelte vengano assunte dai suddetti operatori seguendo logiche più di tipo economico che di tipo etico. Potete rileggere quanto già abbiamo scritto qui, per riflettere sugli interessi economici che muovono i fautori dei “diritti per tutti”.
Il diffondersi di questi eventi, però, non illuda l’opinione pubblica. Non basta un abito ed una cerimonia formale ad unire in vincolo matrimoniale due persone. Un travestimento, per quanto bello e realistico, rimane un travestimento. Anche quando i matrimoni tra persone dello stesso sesso fossero espressamente riconosciuti dal nostro ordinamento, queste “fiere nozze” saranno pallide imitazioni mal riuscite sotto tutti i punti di vista; null’altro che imitazioni, un imbarazzante tentativo di assimilare la preparazione e l’organizzazione di un matrimonio all’organizzazione e alla preparazione di qualcosa che matrimonio non è, in quanto carente degli elementi essenziali richiesti.
E’ interessante sottolineare che è lo stesso “orgoglio gay”, quello che non ha perso completamente il lume della ragione e del buon senso, a sostenerlo.


 

03 ottobre 2015

Inizia l'assalto. Puntuale come il mal di denti


di Giuliano Guzzo

L’inizio dei lavori sinodali, come si sa, è oramai alle porte e il Corriere della Sera, testata simbolo dell’informazione libera e notoriamente in mano a poveri orfanelli, sgancia il suo siluro: una lunga intervista – si legge anche sul portale internet del giornale – a «monsignor Krzysztof Charamsa, teologo, ufficiale della Congregazione per la Dottrina della Fede e segretario aggiunto della Commissione Teologica Internazionale vaticana» che «ha deciso di fare coming out pubblicamente in un’intervista esclusiva pubblicata sul Corriere».

Ma tu guarda: proprio ora, casualmente, il monsignore ha pensato bene di vuotare il sacco rivolgendosi alla prima redazione che gli è capitata a tiro: questo vogliono farci credere, stimando estinto il nostro spirito critico, gli amici del Corriere. Invece una simile bomba, che guarda caso – vicenda costellata di coincidenze, questa – esplode dopo che l’altro ieri, sempre il Corriere, pubblicava una lunga intervista al cardinale Kasper nella quale, guarda caso, il teologo riformista asseriva che omosessuali si nasce, fa pensare ad una regia.
Certo, in realtà sono diversi giorni che il quotidiano milanese – che da tempo, insieme a Repubblica, mira insistentemente ad accreditarsi come il nuovo Osservatore Romano – si occupa del Sinodo, dando voce anche a cardinali, si pensi a Scola, lontani dalle posizioni di Kasper e dalle dichiarazioni esplosive di oggi. Tuttavia è interessante notare come nei giorni immediatamente prossimi al Sinodo le interviste che hanno trovato spazio siano tutte di tenore simile, vale a dire progressiste o addirittura, come oggi, per il riconoscimento delle unioni gay.
Il tutto, ancora, a poche ore da una singolare smentita della Sala stampa vaticana dell’appoggio di Papa Francesco a Kim Davis, segretaria del Kentucky arrestata perché rifiutatasi di rilasciare certificati di matrimonio a coppie omosessuali che il Santo Padre avrebbe incontrato – a quanto pare – per augurarle buona giornata o discutere del tempo. Che dire, pensando a tutte queste coincidenze? Vengono in mente due frasi. La prima è di Papa Francesco: «In Vaticano esiste una potente lobby gay» (IlFattoQuotidiano.it, 11.6.2013). La seconda è di Giulio Andreotti (1919-2013): «A pensar male si fa peccato, ma spesso s’indovina».

 

19 luglio 2015

Pedofilia unica via?



di Satiricus

La domanda sottesa è in verità una sola: quanti sono ormai i pedofili nella società emancipata? Quanti pedofili hanno già raggiunto posizioni di prestigio nel mondo della ricerca o del diritto?

Ciò espresso, dall'articolo della Northern Colorado Gazzette emerge quanto segue:
- i pedofili stanno già usando la tecnica seguita dagli attivisti gay per emanciparsi, e ciò assecondando le peggiori previsioni dei critici dell'omosessualismo e confutando le più improbabili difese e rassicurazioni dei fautori dell'omosessualità libera;
- ciò che avvenne per i gay nel 1973, la depenalizzazione dello status omosessuale secondo il Manuale dell'APA, viene oggi avviato da un gruppo di psichiatri tramite il B4U-act, dedito alla missione di accogliere, accompagnare ed integrare in società coloro che sono "sexually attracted to children". Noto che la neo-lingua del pedophilia-pride non usa la parola 'pedofilo';
- è già del 1998 un primo pronunciamento APA che rivelerebbe sovrastimata l'apprensione relativa ai danni effettivi riscontrabili nei minori abusati;
- la pedofilia gode dello status di protezione del Governo Federale; Repubblicani e Democratici dibattono in merito, ma il diritto è chiaro, la legge serve ha liberare queste persone - inclusi i feticisti e tutti gli "ismi" - dalla paura e dal disagio sociale. Dunque anche l'orientamento sessuale pedofilo va protetto;
- dal Canada fanno di meglio e gli psicologi arrivano già ad equiparare eterosessualità, omosessualità e pedofilia, date due postille: è assurdo a una persona chiedere di cambiare le proprie preferenze; la preferenza sessuale non implica esercizio sessuale. In qualche modo dunque viene presentato il bravo ragazzo, attratto da bambini, che però si astiene dall'avere rapporti con essi (cosa che il pronunciamento APA del 1998 non richiederebbe neppure in toto) e che in ogni caso non può certo far nulla per cambiare;
- i giovani vanno spinti al sesso sempre più precocemente;
- l'amicizia in fondo si risolve sempre in sesso;
- la diffusione di pedo-pornografia è buona, perché riduce il bisogno dei pedofili di fare realmente sesso coi bambini;
- l'Institute for the Advanced Study of Human Sexuality in San Francisco (the best in sexological and erotological education) avrebbe infine diffuso un proclama di diritti che, previo il consenso ed estromessa qualsivoglia coercizione, afferma la libertà di esercitare qualsivoglia sorta di perversione e bizzarria sessuale nelle attività private, senza che alcuno venga discriminato a motivo dell'età (sto semplificando);
- le leggi che limitano la vicinanza dei pedofili a scuole e asili penalizzano la vita dei pedofili.
Valutate voi.

 

05 giugno 2015

Announo. Il pensiero unico anti famiglia in TV

di Giuliano Guzzo
Dopo la puntata di Announo di ieri, nella quale la giovane Giulia Innocenzi ha confezionato un formidabile spot in favore non solo di matrimoni ed adozioni omosessuali, battaglie evidentemente considerate già vinte, ma pure dell’utero in affitto – presentata come “maternità surrogata” o persino “altruistica”, quasi che le mamme che crescono i figli che mettono al mondo fossero delle egoiste -, ritengo importante, traendo spunto proprio da quella trasmissione, evidenziare come funziona in televisione la propaganda anti-famiglia così la prossima volta, che certamente non tarderà ad arrivare, forse sarà meno efficace. Dissenso unico. E’ fondamentale che la difesa della famiglia naturale sia affidata ad un solo ospite, non di più. Meglio ancora se costui è un sacerdote o un vescovo non giovanissimo, in modo che nei telespettatori passi con chiarezza il messaggio che solo i cattolici di una volta, gli ultimi nostalgici del Medioevo insomma, credono ancora che i figli abbiano bisogno di un padre e di una madre e che la diversità di sesso sia requisito fondamentale per il matrimonio.
Il cattolico aggiornato. Accanto al solo ospite in contrasto col Pensiero Unico, deve essere presente – in studio o in collegamento – un cattolico “aggiornato”, che non solo premetta ad ogni sua singola affermazione quel «secondo me» requisito fondamentale per apparire al passo coi tempi, ma che insista sul fatto che siamo nel 2015 (autentico scoop, in effetti), che la Chiesa deve cambiare e che ha fiducia in Papa Francesco, che sarebbe ben diverso da «quell’altro». Assai gradita è anche la figura del cattolico gay.
Famiglie “Mulino Bianco”. Per una buona propaganda arcobaleno è necessario che le “famiglie omosessuali” vengano presentate come felici, serene e sorridenti. Ieri ad Announo, per esempio, sono state presentate due coppie di uomini ordinate, pacifiche, una più pacata dell’altra: neppure un’ombra, nei loro volti, di quelle tensioni che spesso vivono le famiglie all’antica. Col risultato che chi seguiva la trasmissione provava quasi il dispiacere, alla fine, di non essere stato cresciuto da una coppia gay.
«Tutti gli studi dicono». Nel caso in cui il solo ospite pro-family presente nella trasmissione osasse rilevare che il miglior interesse di un bambino è quello di crescere con un papà ed una mamma, magari pure i suoi genitori biologici, è fondamentale che gli venga ribattuto che «tutti gli studi» – o che «la scienza» – affermano che per un figlio “basta l’amore” e non il fatto di avere o non avere un padre ed una madre. Ma se davvero “basta l’amore” perché i genitori devono essere solo due e non possono essere i dieci o venti o trenta? Mistero mai chiarito.
Conduttore imparziale. La riuscita della propaganda anti-famiglia esige pure una conduzione all’altezza, con colui che ha il compito di gestire la trasmissione sempre attento a non lasciare il tempo di concludere un ragionamento a chi parla in difesa della famiglia naturale e a ricordare che le persone di tendenze omosessuali sarebbero “senza diritti”, che la lotta all’omofobia – piaga i cui confini, astutamente, non vengono mai definiti – è una priorità. Al telespettatore che crede nella famiglia naturale non restano così che sconforto e la sensazione di essere il solo, in fondo, a pensarla ancora così.
 

05 marzo 2015

Un piccolo appello a Dijana Pavlovic

di Federico Catani
Lunedì 2 marzo a “Piazza pulita”, noto talk show politico in onda in prima serata su La7, si è parlato di eugenetica e sterilizzazione. A farlo è stata Dijana Pavlovic, attrice e attivista politica, fondatrice della Consulta Rom e Sinti di Milano. L’esponente politica, già candidata con la lista “L’altra Europa per Tsipras” alle ultime elezioni europee, e in passato con la Federazione della Sinistra (che raggruppava Comunisti italiani e Rifondazione comunista), è un’ospite assidua della trasmissione e ogni volta si fa portavoce delle istanze della popolazione rom, con toni alquanto vittimistici. Lunedì ha esordito citando alcuni passaggi dell’opera teatrale “Vita mia, parlami”, scritta da Mariella Mehr, che racconta quanto accaduto nella civilissima e democratica Svizzera dal 1926 al 1974. Nella Confederazione Elvetica, infatti, in quegli anni è stata attuata una politica di sterilizzazione forzata dei rom, considerati geneticamente malati, con tanto di sottrazione dei figli ai loro genitori. Nell’arco di questo tempo, circa 600 bambini sono stati sottratti alle loro famiglie e cresciuti in collegi, istituti psichiatrici o famiglie adottive. Una pagina buia della nostra storia occidentale, senza dubbio da riscoprire e studiare, se non altro per comprendere che certi orrori non hanno riguardato solo il nazismo.

Tralasciando la discussione che poi è scaturita con gli altri ospiti all’interno del programma, quello che qui ci preme dire è altro. Non ci risulta che ai nostri giorni in Italia o in Europa si proponga la sterilizzazione forzata degli zingari o di altri gruppi etnici. E se qualcuno lo facesse, siamo certi che verrebbe prontamente condannato e messo a tacere. Com’è giusto che sia. Ci permettiamo però di rivolgere un appello alla signora Pavlovic, non in quanto rom, ma in quanto esponente politica della sinistra più estrema. Viste le sue battaglie per i diritti, sarebbe disposta a denunciare le campagne di sterilizzazione forzata che oggi, nel 2015, vengono ancora attuate dalle grandi organizzazioni internazionali quali Oms e Unicef? Sarebbe disposta a denunciare quanto avviene in molti Paesi del Terzo Mondo, dove per ottenere la riduzione della popolazione secondo teorie neomalthusiane e razziste si impone l’aborto?

Nel suo intervento, l’esponente rom ha usato la parola “eugenetica”, esprimendo una netta condanna. Ebbene, è consapevole che l’eugenetica c’è ancora? Quando nella fecondazione artificiale si scartano gli embrioni difettosi e malati, per impiantare solo quelli sani, non si sta forse ripetendo quanto aveva programmato Hitler nel Terzo Reich? E quando si permette l’aborto perché il feto è malformato non si sta forse perseguendo una scelta eugenetica? E con l’eutanasia dei malati, anche bambini, non accade lo stesso? Oggi in molti Paesi liberaldemocratici e tolleranti si consente l’eliminazione di vite ritenute indegne di essere vissute. E sperimentiamo l’ipocrisia di chi condanna gli atti di bullismo verso down e portatori di handicap, ma poi ritiene giusto uccidere nel ventre della mamma chi presenta tali problemi: il tutto in nome dell’amore! La Pavlovic ha denunciato pure le ingiustizie subite dai bambini zingari in Svizzera, perché venivano sottratti ai loro genitori. Si sentirebbe allora di condannare chi permette l’adozione da parte delle coppie gay? Non è una violenza privare il bambino di un padre e di una madre? Non è violenza praticare la compravendita di ovuli e sperma e quella dell’utero? Non è violenza rendere la donna una semplice incubatrice per poi strapparle subito via il bambino partorito e consegnarlo a una coppia omosessuale? Non è perversione tutto ciò? Non è una vergogna colossale?

Ecco, ci aspettiamo che la signora Pavlovic, così come i suoi compagni politici, in nome dei diritti umani, del rispetto, della tolleranza e di quei valori democratici di cui tutti si riempiono la bocca, denunciassero e lottassero con noi queste battaglie. Dalla parte dei deboli, dei discriminati, degli indifesi, degli innocenti. Accoglierà il nostro appello?

http://www.notizieprovita.it/notizie-dallitalia/eugenetica-e-sterilizzazioni-in-nome-dei-diritti-civili/
 

01 luglio 2014

Rosario Coco e la differenza

di  don Mauro
Il 15 maggio scorso a Roma si è tenuta una giornata di studi e approfondimenti sul tema “L’Italia LGBT oggi”, «un appuntamento che si è inserito nel calendario della “rainbow week” promossa dal comune di Roma in onore della giornata mondiale contro l’omofobia del 17 maggio». Per quanto non abbia seguito l’evento nel suo complesso, vorrei svolgere alcune riflessioni a partire da un breve estratto della relazione di Rosario Coco, cercando così di contribuire nel mio piccolo a rendere più trasparente il confronto con le militanze gay. Rosario Coco è presidente di Gaynet Roma, sezione della “Italia Gay Network”, un’associazione di informazione, comunicazione e cultura Lgbt, accreditata presso l’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali della Presidenza del Consiglio dei Ministri), nonché editrice del giornale online gaynet.it.

Il passaggio preso in analisi, e disponibile nel video sottostante, risulta limpido e interessante a prescindere dal contesto da cui è tratto: il Presidente di Gaynet Roma vuole operare una chiarificazione concettuale e terminologica volta a vincere alcuni pregiudizi insiti nella «strategia di controinformazione» adoperata dalla «propaganda omofoba». Purtroppo, come si vedrà, la pezza risulta peggiore dello strappo.

L’esordio del pensiero sembra interessante: «il gender non c’entra niente con i gay», perché il gender nasce con gli studi di genere e «gli studi di genere non fanno altro che affermare… [che] i generi maschili e femminili… non sono legati al sesso biologico», la qual cosa di per sé non concerne l’omosessualità. Quest’ultima in effetti è legata alla stabilità di genere, risultando piuttosto indulgente rispetto all’orientamento sessuale. Purtroppo nello sviluppo del suo argomento Coco, anziché prendere le distanze dalla gender theory e dagli sviluppi transessualisti della medesima, finisce de facto con lo sposarne il peggior assunto. Andiamo per gradi.

Coco accusa di subire una caricatura dalla «propaganda omofoba», la quale vedrebbe nel movimento gay «una minoranza che impone un modello», ritenendo peraltro la medesima impegnata nell’obiettivo di far «diventare qualcosa di totalitario» il movimento stesso. Ma le cose non stanno così, assicura il relatore, perché «se c’è una donna barbuta, non è che tutte le donne diventano barbute», se cioè noi, gay, ammettiamo nuovi stili sessuali – e qui provo a interpretare l’intentio profundior di quello che ritengo il nodo della questione – non vogliamo con ciò operare affinché tali stili si diffondano sistematicamente. Tollerare una donna barbuta non significa agire perché nella società si moltiplichino casi di donne barbute, né prevedere un futuro di sole donne barbute. Tollerare i gay e i trans non significa operare perché la società divenga gay o trans, etc. Sì, penso che questo potrebbe essere il rincuoramento che Gaynet offre agli avversari culturali. Lo assumo per veritiero, anche se le proposte di educazione al gender introdotte in asili e scuole primarie prestano il fianco proprio a questo tipo di manipolazione sociale, ma subito preciso che in fondo non sta nemmeno qui la principale preoccupazione e obiezione che il fronte “omofobo/cattolico” (Coco tende a identificare i due insiemi) nutre verso il movimento gay. Paradossalmente, immediatamente dopo le dichiarazioni precedenti, è lo stesso Presidente di Gaynet Roma a toccare il vero nervo del dibattito: «Stiamo contribuendo ad un avanzamento culturale che riguarda tutti, cioè un avanzamento per cui le identità sessuali di tutti assumono un aspetto plurale. Siamo in un momento in cui si valorizzano le sfumature, i comportamenti sessuali. Siamo in un momento in cui sta cambiando il modo di vivere la propria identità. E questo i cattolici lo devono capire, perché… gli studi di genere non è che annullano le differenze, le moltiplicano. E questo bisogna dire: noi non annulliamo le differenze, le moltiplichiamo, le moltiplichiamo». Eccoci al dunque. La conclusione dell’argomentazione di Coco è fortemente allarmante per chiunque condivida una visione realista della realtà. Se sono infatti temibili le iniziative di plagio del sociale (rispetto alle quali Coco ci ha comunque rasserenato), molto più temibile è il supporto anche generico e meramente intellettuale dato a teorie ideologiche in sé minacciose e corrosive. Ora, la teoria di genere e la sua esaltazione della Differenza è tra le più radicali e preoccupanti tra le ideologie del nichilismo contemporaneo. Coco ci avrebbe consolato maggiormente, dichiarando di voler operare per incentivare statisticamente l’opzione gay, ma ripudiando l’ideologia della Differenza.

Quale dunque l’errore di Coco? Rispondo in breve, scomodando due filosofi di diversa portata: Xavier Lacroix e Jacques Derrida. Lacroix, docente all’Università di Lione, in un testo tradotto e pubblicato da Vita & Pensiero nel 2006, afferma l’insuperabilità e radicalità della differenza maschio-femmina nella loro vocazione all’amore generativo. Per tale ragione, seppur un po’ audacemente, l’edizione italiana del testo titola In principio la differenza: beninteso, all’origine si trova una e una sola differenziazione, secondo la prospettiva qui difesa, e cioè appunto la differenza tra maschile e femminile in quanto poli complementari, né più né meno. Coco presumibilmente voleva intercettare l’omofobo/cattolico su questo punto. Ma è proprio qui che bisogna guardarsi da confusioni, perché la parola differenza, per fare il verso a Tommaso, dupliciter dicitur (si afferma secondo due significati). E con ciò si chiarisce da sé perché ritengo che la titolazione italiana sia stata audace, è infatti merito del famoso pensatore Derrida l’aver teorizzato e diffuso negli ultimi cinquant’anni la difesa della Differenza, esattamente al modo affermato da Coco. Per Derrida, esponente del post-strutturalismo (corrente con cui gli studi di genere vanno a braccetto),  la moltiplicazione di differenze ha direttamente a che fare con la negazione di qualsiasi identità, struttura, metafisica, essenza, natura, norma, divinità. Lo spiega bene anche Vattimo, il massimo portavoce in Italia del Pensiero Debole: «per Derrida pensiero della differenza significa proprio, anzitutto, riconoscere che non c'è mai stata e non ci sarà mai una parola unica perché la differenza è prima di tutto».[1]

Concludendo, Coco ci lascia in definitiva con un’unica sicurezza: il concetto di differenza per i gay non si riconduce a Lacroix ma a Derrida. Siamo costretti allora a precisare a Coco, ma privi di alcuna paura o livore, che questa moltiplicazione di differenza, questo «avanzamento culturale che riguarda tutti» è precisamente ciò che riteniamo un «qualcosa di totalitario» cui opporci.





[1] Gianni Vattimo,  Le avventure della differenza, Garzanti, Milano, 2001, p. 153
 

08 gennaio 2014

Mons. Mogavero, il Pastore che tradisce

di Marco Mancini

"Io sono il Buon Pastore. Il Buon Pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore" (Gv 10, 11-13)

Ancora mons. Mogavero. Vi ricordate il Vescovo di Mazara del Vallo, di cui si era già occupato a suo tempo il nostro Riccardo Facchini? Sì, proprio colui che alimentava una strisciante insubordinazione nei confronti di Benedetto XVI. Proprio lui, che da presidente del Consiglio per gli Affari Giuridici della CEI sparava un giorno sì e l’altro pure contro il Governo Berlusconi, impicciandosi anche della faccenda delle liste PdL alla Regione Lazio. O che, se preferite, allo scoppio della guerra in Libia si schierò a favore dei bombardamenti della NATO, allo scopo di far fuori il cattivo Gheddafi. O che – le sue perle non finiscono mai – ha prefato un volume di tono scandalistico sulla figura del Beato Giovanni Paolo II. O che posò con atteggiamento da consumato modello con indosso i paramenti liturgici donatigli da Giorgio Armani.