Visualizzazione post con etichetta amore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta amore. Mostra tutti i post

17 ottobre 2018

Libri. I volti dell'amore

di Samuele Pinna
I volti dell’amore di Vittorio Possenti – già ordinario di Filosofia politica presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove ha fondato il Centro Interdipartimentale di Ricerca sui Diritti umani – tratta del tema l’amore, ispirandosi a sorgenti antiche e nuove, come si evince già dall’evocativo titolo. Questo perché «si è inteso sottolineare la molteplicità dei suoi significati e la sua ambiguità: l’amore esalta e guarisce, tanto quanto ferisce e condanna» (p. 7).

In un contesto, il nostro, dove il termine “amore” è sempre più abusato, il volume propone una indagine sul fenomeno dell’amore a partire sia dalla meditazione personale dell’Autore sia dalle riflessioni di alcuni filosofi (quali Aristotele, Marco Aurelio e soprattutto Platone e il suo Simposio), da ciò che insegnano le Sacre Scritture e in particolare il Nuovo Testamento, dai pensatori cristiani antichi e medievali (lo Pseudo-Dionigi, Agostino, Tommaso d’Aquino), e da quelli moderni (tra cui Nietzsche, Dostoevskij, Scheler, Maritain, Sartre, Nygren, Marcuse, Taylor, Wittgenstein).

È stabilito, fin da subito – quale fil rouge di tutta la trattazione –, il rapporto tra eros e agape: «non si può negare che vi sia una polarità tra la forma pura di eros e la forma pura di agape, che la modernità razionalistica ha esaltato giungendo sino alla loro inespiabile opposizione: la maledizione del veleno dell’agape (Nietzsche) o la sua angelicazione nelle posizioni più fortemente spiritualistiche e disincarnate. Tuttavia la differenza tra eros e agape non toglie che tra di loro si dia a livello esistenziale un intreccio profondo e quasi inestricabile» (p. 8). A partire da questo legame, è anche messa in luce la distinzione: l’eros è nella concezione greca «un principio dinamico immanente all’universo, che muove dal di dentro e pone in tensione tutte le cose nel loro avvicinarsi a gradi più alti di esistenza, e in ultima istanza nel loro approssimarsi alla divinità. L’amore è un volto assolutamente fondamentale dell’essere; è un fenomeno primitivo che non si lascia dedurre o ricondurre ad altri più semplici, e che richiede una mediazione apposita. Meditando sull’amore l’uomo conoscere nuove regioni di se stesso, dell’altro, del mondo; e fa esperienza del carattere dinamico dell’essere» (p. 11). Questo intreccio profondo attraversa tutto il libro di Possenti, che si sofferma a spiegare le sfumature del termine amore. Vi è, pertanto, l’amore naturale, l’amore spirituale intenzionale, l’amore di desiderio o di eros, l’amore di dilezione o agapico, l’amore di amicizia verso un altro io, l’amore di Dio verso l’uomo e l’amore dell’uomo verso Dio. Se l’amore si dà in diversi modi, non ogni sua forma è di uguale qualità: «La piena misura dell’amore – secondo Possenti – si realizza nell’amore di amicizia, di benevolenza e al suo vertice di dilezione verso l’altro: qui si produce la più alta modalità dell’esistenza, l’esistenza come dono» (p. 13).

Il concetto di essere e quello di dono permettono poi di cogliere in un senso profondo il mistero dell’amore: «Vi è un amore – scrive Possenti sulla scia di Jacques Maritain – di benevolenza in cui l’amante dà all’amato (amico) tutto quanto ha, sino alla vita, e un amore di benevolenza o meglio di agape in cui l’amante dà all’amato tutto quanto egli è, lo fa entrare nell’intimo della sua soggettività. Infine al livello supremo accade l’amore folle di dilezione, quando una soggettività riconosce l’altra come il proprio tutto. In tal senso vi saranno due forme di amore folle umano: l’amore folle tra Uomo e Donna, e l’amore folle per Dio» (p. 19).

Le riflessioni si spostano anche sulla disamina della situazione odierna, dove sia eros sia in particolar modo agape sono in realtà fattori di liberazione: «dalla riflessione sull’amore qui svolta – conclude l’Autore – si trae che l’amore è il volto più profondo dell’essere. Sin dall’origine si sono date filosofie che hanno pensato l’essere come Logos, altre che hanno inteso l’essere come Eros, altre ancora che hanno visto nell’origine tanto il Logos quanto l’Eros. Dopo la rivelazione del cristianesimo si può dire che lo strato più fondamentale dell’essere è Agape, e che essa è parimenti Logos» (p. 97).

L’opera I volti dell’amore risulta essere, innanzi tutto, chiarificatrice per quanto riguarda la spiegazione e insieme l’approfondimento filosofico del significato del termine “amore”, ma anche di molte sue sfumature, soprattutto nel suo essere eros e agape. Lo scritto di Possenti – arricchito da citazioni di molti illustri pensatori – ha, inoltre, il pregio di proporre una riflessione sintetica, precisa e utile per chiunque desideri accostarsi a questo tema di importanza fondamentale per ciascun uomo di ogni tempo. L’amore, infatti, è la forza necessaria della vita: l’essere umano vi cerca la relazione con l’altro e il senso vero dell’esistere.

Acquistabile su Amazon
 

27 gennaio 2018

Libri. Contro l'amore

di Paolo Maria Filipazzi
«Tutto ciò che si dice, nei libri e nella vita, del "più antico sentimento del mondo" mi è sempre sembrato incompleto e convenzionale. Esprimendo la mia opinione in proposito, mi toccava proclamare che l’amore non esiste, e ognuno comprenderà come io abbia indietreggiato di fronte al compito di spargere una così cattiva notizia. Se oggi mi decido a farlo, è perché ho la sicurezza di compensarla con una buona, cioè che l’amore esiste; ma non è quello che si crede».

A parlare in questo modo solo apparentemente paradossale è il belga Robert Poulet, figura eclettica, anarcoide e dadaista del Novecento, romanziere, poeta, drammaturgo, critico letterario e giornalista. Fu a causa di quest’ultima attività che oggi in pochi ne serbano memoria: messa la sua penna al servizio dei tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale, gli toccò un destino di ostracismo e messa al bando non dissimile da quello toccato a Céline, di cui non a caso era amico. A differenza del misantropo di Meudon, però, il nostro aveva una particolarità: era un cattolico rigoroso, se non addirittura, a detta dei detrattori, rigorista, non senza, però, una buona dose di civetteria.
Le parole che abbiamo letto rappresentano l’incipit del gustoso pamphlet “Contro l’amore”, con cui Poulet si divertì a demolire il più granitico e più sciocco di tutti i falsi miti della borghesia otto –novecentesca, ma la cui lettura, ancora oggi, non potrà non avere l’effetto di un balsamo sul lettore tediato dalla stoltezza dei primi due decenni del secolo ventunesimo.

L’Autore procede per brevi paragrafi che potrebbero essere letti anche isolatamente, come un campionario di citazioni che a tratti assumono un carattere aforistico, ricordando i fasti di Oscar Wilde e Nicolas Gomez Davila. Vengono passati in rassegna ed irrisi il Desiderio, la Passione, gli Amoretti, il Libertinaggio e l’Amore Convenzionale. 

Ed è così che, se nel capitolo dedicato al Desiderio, fra mille affermazioni, possiamo leggere che «vi sono donne che si desiderano come si desiderano tutte, e non più a lungo. In genere, tali donne emanano un effluvio irresistibile. Ma che c’è di più nauseabondo di un odore di cucina, dopo che si è pranzato?», quello sulla Passione si apre affermando che «tutto ciò che segue il movimento della passione inacidisce con questa. Isotta, se fosse sopravvissuta a Tristano: "Dire che mi son fatto tanto cattivo sangue per questo scioccone!". E intanto si sarebbe certo messa a idolatrare re Marke».

Nel parlare degli Amoretti, invece, l’Autore si interroga: «si parla di un "fresco idillio" come se l’amore si paragonasse alle uova, che bisogna affrettarsi a bere prima che imputridiscano. Perché non somiglierebbe l’amore piuttosto al vino, che guadagna a invecchiare? O ai frutti, che bisogna pazientemente lasciar maturare?», mentre, a proposito di Libertinaggio, si può leggere, fra altre affermazioni, che «perfino il galletto del villaggio, quando si concede un passatempo, è obbligato a imbrogliare qualcuno. Anche se stesso, un momentino». 

Il capitolo sull’Amore Convenzionale si può riassumere già tutto con la prima frase: «Si riconosce l’amore per mezzo di coloro che non lo conobbero: Racine, Stendhal, Chardonne…».

A questo punto, convinto al di là di ogni ragionevole dubbio dell’inesistenza dell’ amore, il lettore esigerà di apprendere la buona notizia, annunciata fin dall’inizio, dell’esistenza dell’amore. Ecco, quindi, arrivare il capitolo finale sull’Amore Coniugale.
Di quest’ultimo, ci piace citare questo passaggio, che meglio di tutti rivela l’importanza di quest’ultima forma di amore che è l’unica autentica: «Una prima volta, il Creatore radunò tutti gli uomini e ingiunse loro di farsi reciprocamente del bene. Essi chinarono il capo, e uno rispose: "Come volete che facciamo, Signore?... Sapete bene che siamo tutti inguaribilmente egoisti!". La seconda volta, il Creatore aveva ridotto assai le sue esigenze: "Che ognuno di voi si incarichi soltanto di rendere felice un solo essere. Vi dispenso dal resto". Così fu istituito il matrimonio. Se questo singolare sistema fosse riuscito, il mondo si sarebbe salvato; e la carità – problema insolubile, obbligo inapplicabile – sarebbe diventata inutile».
 

02 dicembre 2017

Lettera aperta ai divorziati, ai conviventi e a tutte le famiglie


di Isidoro D'Anna

Cari tutti,

è con grande premura che mi rivolgo a ciascuno di voi: uomo o donna, giovane o meno giovane, divorziato e risposato civilmente, convivente o fedele al sacramento del Matrimonio. Vi offro fin d’ora la mia vicinanza e la mia amicizia.
Il mio nome conta poco qui, perché non aspiro a donarvi le mie opinioni personali, di cui non avete alcun bisogno. Desidero invece porgere a voi il tesoro di una Verità più grande di tutto, che apre alla Speranza, perché è Dio che ce la dona.
Il nome del Signore suona distante all’uomo di oggi, ma che ne sarebbe di noi se la nostra vita fosse in mano solo ad altri uomini? E magari proprio ai governi dell’Occidente, che fanno di tutto per cancellare dai nostri cuori la fede, l’innocenza, l’amore per la famiglia e la vita? Possiamo noi sentirci debitori di questa gente, e vivere come loro ci comandano?
Oppure ci sono dei Comandamenti che valgono ora e per sempre, perché Chi ce li dona ci ha donato con Amore la nostra vita e la sua sulla Croce?
Sì, non importa come si è ridotto il mondo, e come si ridurrà ancora, e lo stesso vale per la Chiesa visibile. Dio è sempre lo stesso, e la Madonna, che Dio ha dato per Madre ai cristiani, è sempre meravigliosamente la stessa.
Loro, soltanto Loro, ci garantiscono in questo momento la possibilità di una rinascita a vita nuova, nell’amore, nella fedeltà, nella bellezza, nel coraggio.
Non solo Dio non vuole accusarci, ma ci ha dato la Madonna come Madre e Mediatrice presso di Lui, per ottenere i doni più grandi.
Sta a noi fare le nostre scelte, mentre Dio ancora ci chiama con la sua vera Misericordia. Quando verrà la Giustizia di Dio, ci darà quello che avremo scelto. Dio non può darci certo, nel bene e nel male, quello che non abbiamo scelto!
La nostra scelta definitiva sarà il passaggio a un infinito di gioia e di gloria, o di tormenti e di ignominia.
E cosa vuole Dio da noi? Che ricambiamo il suo Amore. E come ci ama Dio? Ci ama infinitamente, senza secondi fini, sempre, qualunque cosa succeda, e anche quando lo offendiamo o lo amiamo poco. Se Dio ci amasse quanto noi lo amiamo, staremmo freschi!
Dio entra nella nostra vita, se lo vogliamo, dopo che ha bussato alla porta del nostro cuore. E ci dona Se Stesso e il suo Amore.
Noi non possiamo amare Dio e il prossimo, tra cui la moglie, il marito e i figli, con le nostre forze. Da noi stessi non possiamo amare né perdonare, perché siamo creature e nel bene dipendiamo in tutto da Dio.
Se noi, con umiltà e fiducia, gli chiediamo perdono delle nostre infedeltà e l’aiuto della sua grazia, Dio farà meraviglie nella nostra vita.
Invece di correre verso la fine, verso la rovina definitiva, noi, tu, io, possiamo fermarci ad ascoltare, come ci è dato, la voce di Dio che bussa alla nostra porta.
«Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me». Così dice il Signore Gesù nel libro dell’Apocalisse (3, 20). Questo è il nostro Dio, che ci offre l’intimità più vera, più profonda, più bella.
Con l’aiuto di Dio, possiamo anche noi amare il marito, la moglie, i figli, i genitori, il convivente con l’amore più grande, senza secondi fini, sempre, qualunque cosa succeda, cancellando il ricordo delle offese e del poco amore.
Come si può amare lo sposo o la sposa cristiani? Rinnovandogli per amore di Dio la nostra fedeltà, anche quando fosse una persona pericolosa, dalla quale ci siamo dovuti separare. L’amore che non ama, o non ama più, non è amore. L’amore che esclude e dimentica le persone, non è amore. L’amore che non si sacrifica e non porta la croce, che Gesù ha portato per noi, non è amore. Cercando di vivere insieme nella fedeltà a Dio innanzitutto, pregando, purificandosi, facendosi del bene, possono nascere e rinascere grandi amori.
Come si può amare il convivente o la persona sposata civilmente dopo il divorzio? Guardando questa persona con occhi nuovi, con lo sguardo di un fratello per una sorella, di una sorella per un fratello. Anche qui si può fare un patto, quello di compiere la volontà di Dio, e non la volontà di peccato. Se sono venuti figli da questa relazione, è bene prendersene cura, guardando a Dio e invitando i figli a guardare a Dio.
Se non sono venuti figli dalla convivenza o dal matrimonio civile, bisogna comunque astenersi da ogni confidenza sensuale, lecita solo tra sposi cristiani. Se si è sposati con un’altra persona, dobbiamo essere fedeli al sacramento che Dio ha stabilito come indissolubile. Se non si è sposati, bisogna considerare attentamente, nella purezza di cuore, e magari con l’aiuto di un sacerdote fedele, quale può essere la nostra vera vocazione. Dio ci chiama al Matrimonio, e magari con quello che è stato il nostro o la nostra convivente? Oppure vuole da noi la vita consacrata, come da Sant’Agostino che diventò sacerdote, Vescovo e grandissimo Dottore della Chiesa dopo aver convissuto e aver persino avuto un figlio da una convivenza? Del resto, ci si può consacrare anche come laici.
Ma soprattutto, pensiamo al bene dei nostri figli. Non permettiamo più che i loro cuori e le loro menti siano desolati a causa delle nostre infedeltà!
Riscopriamo la bellezza della castità, di servire Dio con tutto il cuore, di alzarci la mattina e attraversare la giornata con la coscienza serena e pulita. Allora non sentiremo più l’amaro peso della vita, ma solo il peso della croce che in questa valle di lacrime è normale portare.
Il mondo di oggi ci spinge ad adorare gli idoli, e non Dio. L’idolo di noi stessi, del piacere carnale, dell’approvazione umana, del denaro, del potere… E l’uomo rimane terribilmente solo, pur in mezzo a tanta gente.
Solo Dio è il fine della nostra vita e di tutto quello che facciamo. Le nostre scelte diventano oro puro quando sono rivolte innanzitutto a Dio, e poi al bene, non allo sfruttamento delle persone. Il mondo, invece, ci insegna il contrario: a usare le persone per il nostro piacere, a servire il piacere carnale come un idolo, e a dimenticarci che Dio ci ha creato per conoscerlo, amarlo, adorarlo, servirlo e goderlo per l’eternità.
L’atto con cui un uomo e una donna possono congiungersi è un atto capace di donare la vita, di far sorgere un nuovo figlio o una nuova figlia, chiamati a diventare figli di Dio.
Condividere la vita tra sposi è cosa grande, ma donare la vita ai figli è cosa ancora più grande. Donare la vita è più grande che condividerla. Inoltre, la procreazione è rivolta prima di tutto a Dio, per dargli nuovi figli, mentre il piacere e l’amore coniugali sono rivolti alla creatura umana. Per questo la procreazione e il bene dei figli sono il primo fine del Matrimonio.
La Chiesa, quella fedele, Madre e Maestra, ha concesso che nel sacramento del Matrimonio, quando le anime sono unite dal sacro vincolo, si possa compiere quell’atto anche per il solo piacere tra sposi, nei periodi infecondi del ciclo della donna. E la Chiesa ha concesso di astenersi dal donare la vita ai figli, se ci sono motivi gravi per questa decisione.
Ci sono poi sposi cristiani con un amore così puro, fine e spirituale che non cercano mai il piacere carnale, ma solo l’amore, e si uniscono solo per dare vita a nuovi figli, e nuovi figli a Dio. Questa via dell’amore coniugale è la più nobile e santa, e ci si arriva spontaneamente con una profonda devozione per l’Eucaristia e la Madonna. Allora si realizza in pieno l’esortazione del Signore a diventare «come bambini» per poter entrare, perfetti, «nel regno dei cieli» (Vangelo di S. Matteo 18, 3): puri, innocenti, con il cuore spalancato alla grazia di Dio.
Nella società capovolta, anticristiana di oggi, il principio è stato pure rovesciato, capovolto: si considera una concessione, qualcosa di secondario, non il piacere carnale, ma il dono della vita ai figli.
La contraccezione, e persino l’aborto, cioè l’uccisione del bimbo nel grembo materno, obbediscono a questa idolatria del piacere e dell’egoismo.
Il nostro corpo funziona come Dio comanda, come strumento per donare vita e amore. Ma l’uomo di oggi vuole forzarlo e raggirarlo, spesso con risultati anche fisici disastrosi, per farne uno strumento di piacere carnale e di negazione della vita.
E il risultato dell’idolatria lo vediamo bene in tutto il mondo: malattie fisiche e mentali, litigi, odio, disprezzo, indifferenza, freddezza, volgarità, oscenità, separazioni, divorzi, accuse, incomprensioni e soprattutto la disperazione dei poveri figli senza fratelli e sorelle, e senza genitori uniti, puri, fedeli.
Guardateli, questi poveri giovani che appaiono, a causa degli adulti, come la generazione più spietata: non vi fanno pena? Non ci viene il rimorso per averli ridotti così, negando loro una casa che fosse un focolare domestico, accogliente verso la vita, con premure sante verso ogni nuovo figliolino che viene al mondo?
Vi lascio queste riflessioni, concludendo con un invito: invocate Maria, Madre di Dio e dei cristiani, Madre della purezza. Sia Lei, per la vostra fiducia e la vostra consacrazione al suo Cuore Immacolato, a guidarvi nella buona battaglia per la riconquista della grazia e della santità.

Un sincero abbraccio a ciascuno di voi.


https://lucechesorge.org/2017/10/17/lettera-aperta-ai-divorziati-ai-conviventi-e-a-tutte-le-famiglie/



Iscrivetevi alla nostra newsletter settimanale, che conterrà una rassegna dei nostri articoli.

 

16 agosto 2017

La lotta di Giacobbe per capire l'Amore

di Marco Parnaso
Mi è capitato di ascoltare qualche giorno fa l’episodio della lotta di Giacobbe con Dio e mi è stata ‘ispirata’ questa personale interpretazione del testo: a dire il vero non so se il testo originale autorizzi la mia interpretazione.

L’intuizione nasce dal fatto che se Giacobbe lotta con Dio, e noi sappiamo per quello che fa e succede dopo, che Dio è Amore (ma ancora Giacobbe non lo conosce per questa caratteristica), si può forse affermare che Giacobbe, quindi l’uomo, lotta con l’Amore? Quali sono dunque le conseguenze di questa lotta? Io ne ho individuate tre:

1) quando arriva l’alba vuol dire che è finito il tempo di lottare;
2) quando hai finito di lottare con l’amore e per l’amore, ti rimane una ferita indelebile (il nervo sciatico, a memoria perenne di questa);
3) le conseguenze di questa lotta sono la riconciliazione con Dio e gli uomini: infatti Giacobbe vede suo fratello Esaù a cui ha rubato la primogenitora e i due si riconciliano, anzi è colui che ha lottato con l’Amore che diventa capace di accogliere il perdono dell’altro.

L’amore è quindi una lotta: in qualunque punto della notte uno si trova, la buona notizia è che alla fine della lotta spunterà la luce dell’alba.
Una parola inizialmente incomprensibile a volte può schiarirsi: per questo chi legge la Parola, è a sua volta letto da essa: infatti la Parola dice ciò che accade, e fa accadere in chi la ascolta ciò che dice.
 

09 agosto 2017

Nessuna legge può dare la forza di amare: si ama perché si è amati

di Marco Parnaso
L’amore se è meritato, è meretricio.
Questa Parola sull’amore di Dio– amore meritato e amore meretricio – anzi questa esperienza sintetizzata in questa mirabile frase, rappresenta il passaggio – la mia personale pesach/pasqua - dal Vangelo vissuto come legge al Vangelo vissuto come grazia.
Ho sempre desiderato essere come Paolo, teologo, capace di farsi tutto a tutto e di adattarsi all’interlocutore, ma mi ritrovo sempre ad essere come Pietro, con tutti i suoi difetti e le cui mancanze mi fanno da specchio.

All’inizio di un cammino di conversione vi è la fase dell’innamoramento: avviene che uno diventa ‘praticante’ e si cade nella presunzione (il peccato per eccellenza dell’uomo religioso!) di essere diventato bravo perché si fanno o si pensa di fare tante attività e preghiere per Dio.
Si ama certamente Dio, ma si rischia di amarlo nel modo sbagliato, in quanto al centro della relazione non c’e’ il TU di Dio, ma l’IO di me.
Come Pietro si pensa di potere dire “ovunque andrai Signore, io ti seguirò” (la frase dell’ultima cena prima di consumare il tradimento, ogni volta che la ascolto nel film di Gibson è il primo momento di singhiozzo); quello che sto cercando di comunicare è che sono io che volevo amare il Signore, mentre è Lui invece che mi ama per primo e ha dato la sua vita per me. 

Da qui la frustazione dell’uomo religioso quando si prefigge degli impegni con Dio e non riesce a rispettarli; l’errore è quello di cercare di volere fare le cose senza la grazia di Dio, senza affidamento a Lui, confidando nelle proprie forze. Volevo essere amato solo perché ero bravo.
Pensavo in altre parole di meritare l’amore di Dio.
Amavo Dio come oggetto di possesso: anziché aprire e tendere la mia mano verso di lui, volevo prendere lui nel mio pugno e farlo oggetto di mio possesso anziché essere posseduto io da Lui.
In questa prima fase non attingevo alla sorgente della Parola, ma ero pieno di dottrina (documenti, encicliche, etc.): non sto dicendo che siano sbagliati, ma prima viene il Vangelo e dopo i documenti della Chiesa, che lo spiegano il Vangelo!).

Ma poi avvenne una sorta di seconda conversione, una sorte di rivoluzione copernicana: la prima mi aprì la mente, la seconda mi aprì il cuore: prima giudicavo in base alla legge, ora mi sforzo di avere uno sguardo sulle cose secondo lo spirito di Dio.
Tutto è avvenuto grazie alle logo-terapia (Terapia del Logos)
E' stata una vera e propria terapia della Parola che mi ha svelato il mio essere figlio e non padrone delle cose; come Pietro ho capito (finalmente) che Dio mi ama semplicemente, a prescindere ed indipendentemente da come sono e quello che faccio; che Lui mi è fedele a prescindere dalle mie infedeltà, piccole e grandi.

Si vive da Figlio quando non si esce dalla grazia di Dio, cioè si ha lo sguardo in direzione di Dio, come il Davide dell’AT, e non si ricade nella schiavitù della propria giustizia. La differenza tra un cristiano e un non cristiano è che il primo (noi) sa di essere un peccatore, che vive di grazia e di perdono, mentre il secondo non ancora e deve quindi ritenersi giusto e sempre giustificarsi.
Una volta quando mia sorella non riusciva in una cosa, non riusciva a superare un ostacolo insormontabile, essendo entrata in un momento critico e vedendola come non la avevo mai vista, mi alzai dalla scrivania davanti al computer ove mi trovavo, andai ad abbracciarla e le dissi: “anche se non riesci in questa cosa, ti voglio bene lo stesso”…con queste parole il suo cuore si quetò. Mi venne così spontaneo e naturale allora! Da allora glielo ripeto ogni qual volta manca o non riesce in qualcosa!

La salvezza di Dio non può essere conquistata con una vita impossibile, tutta intesa a redimersi dal debito di essere nati – la colpa di vivere! La salvezza deriva dall’essere figli, per questo i figli ereditano il regno, che è la naturale conseguenza del nostro reazionarci. Il nostro essere figli è solamente un dono da ricevere.
Ciò che ho compreso infine è che impossibile acquistare meriti presso Dio: vive fuori dalla grazia di Dio il figlio che si persuade che solo se è buono, allora è amato: la triste conseguenza sarà che, più sarà bravo, più si sentirà infelice ed amato. Che bello invece scoprire di essere amato per il solo fatto di essere, ed anche per la nudità e la debolezza di quello che si è! che forza liberante e dirompente. 'Li hai amati (noi) così come hai amato me', dice Gesù nei discorsi dell'addio; cosa ho fatto io per 'meritare' di essere amato da Dio con lo stesso amore che Dio ha per il Figlio ? Niente.
E’ più facile amare o essere amato? Probabilmente è più bello amare perché implica una attività positiva e una forza dirompente in chi ama, ma è più difficile lasciarsi amare, in quanto ciò implica fare entrare (Dio o uomo che sia) qualcuno nella nostra vita, così come è più bello parlare ma è più difficile ascoltare (non sentire) una persona: si fanno più resistenze insomma quando si è in uno stato di 'passività' perché bisogna accogliere l’altro che si propone.
 

27 giugno 2017

Le offese al Sacro Cuore e l’ignoranza del Suo Amore


di Roberto De Albentiis

Di recente ho parlato con una militante LGBT (bontà sua si definisce cattolica, anche se mi ha citato solo Don Gallo e Alberto Maggi, mentre io citavo semplicemente ed esclusivamente il Vangelo, molto più che il Magistero, nello specifico quello di Pio XI) che difendeva quella porcheria di manifestazione blasfema del Pride Village di Perugia, di cui tutti ormai sanno e sul quale ho provato in camera caritatis a farla riflettere invano; capisco pure la voglia di irrisione e irriverenza della “cultura” atea e laica, di cui quella LGBT è solo l’ultima mutazione genetica, per quanto la più indisponente, ma trovo personalmente da cascabraccia il fatto che una persona, almeno nominalmente, cattolica appoggi ciò, ma del resto, purtroppo, ciò è il frutto coerente dell’antropocentrismo e dell’ottimismo e del dialogo ideologico inseritisi nella Chiesa a seguito del Vaticano II: se il mondo non va più ammonito e convertito, ma bisogna dialogare, anzi, bisogna accettare tutto, perché non accettare allora anche il nuovo dogma arcobaleno, anche se blasfemo come in questo caso, o il dogma immigrazionista?
Ciò che mi ha invece molto addolorato era la sua profonda ignoranza della devozione al Sacro Cuore di Gesù (“Ma cos’è questo cuore?” mi aveva scritto), ciò che un tempo era indice sicuro di cattolicità ora è eclissato: lasciamo perdere pure le ripercussioni politiche, con i militi vandeani, carlisti, cristeri e rexisti che avevano il Sacro Cuore come emblema, perché la politica, come ogni ambito umano, anche se nobile, è finita e limitata, ma fino a cinquanta-sessant’anni fa, e anche qui torniamo purtroppo al Vaticano II, era prassi normale per un fedele o una famiglia cattolici affidarsi al Sacro Cuore di Gesù, tanto che, pur anche in una certa ignoranza o superficialità, si era cattolici se si teneva una sacra immagine del Cuore Divino in casa o se si facevano i primi nove venerdì del mese; e oggi? Quanti sanno dei nove venerdì, delle comunioni riparatrici, delle giaculatorie e delle immagini del Sacro Cuore? Tranne poche persone anziane, ancora memori delle catechesi ricevute in età da catechismo, nella Chiesa di oggi, così “aperta” e “misericordiosa”, non si parla del Sacro Cuore di Gesù e della Grande Promessa. Ma da dove viene la Misericordia di cui si parla tanto (se ne parla, ma non la si applica, almeno per i nemici del nuovo corso ecclesiale), se non dal Cuore aperto di Gesù, da Cui escono sangue ed acqua? E i fedeli che la scoprono, o che si attrezzano per riparare le offese che Egli riceve, come avvenuto di recente a Reggio Emilia, lo fanno il più delle volte da soli e perfino in contrasto con sacerdoti e gerarchi, che parlano a sproposito di “rigidità”, “bigotteria”, “divisione”.
La Grande Promessa che Gesù, nelle Sue apparizioni all’umile visitandina Santa Margherita Maria Alacoque, ha fatto a tutti gli uomini, è un vero e proprio nuovo e restaurato Vangelo, è un compendio dell’amore e della misericordia di Dio, che non si sacrifica una sola volta sulla Croce, ma continua a farlo sugli Altari, nei Tabernacoli, nei Confessionali; il Sacro Cuore di Gesù apparve in un’epoca di freddezza causata dal calvinismo e dal giansenismo, in cui regnavano l’eccessivo timore e il più grande scrupolo, ma che cosa si deve dire oggi, invece, dove regnano in maniera opposta e peggiore il lassismo e la faciloneria più grandi? Si dice che Gesù è amore, sì, certamente, ma l’amore cristiano, forte e sacrificale, proprio nulla ha a che fare con l’amore mondano e arcobaleno: l’amore di Gesù è quello che Lo porta sulla Croce, a morire in Espiazione e in Riscatto per noi, e che fa dire “Chi mi ama, osserva i Miei Comandamenti” e “Chi ascolta voi, ascolta Me” e, soprattutto, “Senza di Me, non potete fare nulla, chi non raccoglie con Me, disperde!”.
Cari sacerdoti, cari vescovi, se tra i fedeli nessuno o quasi conosce più il Sacro Cuore, è anche colpa vostra: al netto dei buoni esempi tra di voi, che ci sono, quanti di voi predicano sul Sacro Cuore, diffondono ed intronizzano la Sua immagine, parlano della Promessa (da integrarsi con il messaggio della Divina Misericordia rivelato a Santa Faustina Kowalska), celebrano con solennità la festa del Sacro Cuore e santificano il mese di giugno? Avete voluto bandire le devozioni, che sono vera e propria teologia per i più semplici, che erano la forza in tempi di ignoranza e soprattutto martirio, e adesso vedete i risultati: fedeli abbandonati non solo a loro stessi e ai loro peccati, ma ai venti del secolo, alle parole d’ordine del mondo e dei media, e che soprattutto non conoscono più niente della retta dottrina e dei grandi mezzi di salvezza che sono la devozione al Sacro Cuore e alla Divina Misericordia. Abbiamo Gesù, un Dio dal Cuore Sacro, Divino, Misericordioso, Eucaristico e Regale, e abbiamo permesso una così grande indifferenza nei Suoi confronti, tanto che molti ignorano questa devozione; davvero, con San Francesco d’Assisi, possiamo dire che “l’Amore non è amato!”. Ma lo ribadisco, voi chierici avete una grande responsabilità, non vorrei francamente essere al vostro posto, e la vostra ignavia, il vostro dialoghismo, anche davanti a gravi fatti come quello di Perugia, saranno forse lodati dal mondo ma non saranno certo dei meriti nei confronti del Sacro Cuore, anzi! Perché se è vero che Questo è “Quel Cuore che ha tanto amato gli uomini da non risparmiare nulla”, è altrettanto vero che Gesù non resterà per sempre inerte, e che dopo la Misericordia viene la Giustizia, e allora i giochi saranno fatti.
Siamo nell’Ottava del Sacro Cuore, e ormai al termine del mese di giugno, dedicato proprio a Lui: noi laici cerchiamo di crescere in questa devozione e di diffonderla come possiamo, ma voi chierici, per favore, predicatela, fatela tornare cattolica, universale, in tutta la Chiesa, non fate più che, tra fedeli, ci sia ignoranza e soprattutto incomunicabilità al riguardo di questa bella devozione, di questa vera e propria polizza per la vita eterna… che il Sacro Cuore vi guidi e vi benedica, che ci guidi e ci benedica tutti in quest’epoca di cui Padre Pio, grande apostolo e innamorato del Sacro Cuore, diceva che tutto era tenebra!

 

15 febbraio 2017

Un’amore criminale


di Giuliano Guzzo

Manco san Valentino. Neppure al giorno degli innamorati è stata risparmiata un’ondata di demenzialità, sfociata nell’assurda richiesta – indirizzata da Real Time all’Accademia della Crusca – di rendere neutro il termine «amore», richiesta avanzata impiegando come slogan «un’amore». Per carità, non è che da un canale televisivo vi sia da aspettarsi colpi di genio, ma che si dia di matto così platealmente, ecco, è abbastanza allarmante. Tanto più che non ci si è limitati a proporre follie, tentando pure di giustificarle in nome di «un amore universale, che certifichi la legittimità dell’amore, di ogni genere di amore».

Ora, la reazione istintiva, dinnanzi a farneticazioni simili, sarebbe – almeno la mia – di affannosa e furibonda ricerca di un oggetto contundente, così che chi non concepisce più un amore possa almeno capire l’esasperazione (che è sostantivo femminile, dunque non tacciabile di maschilismo, dico bene?), ma la fretta, si sa, è sempre pessima consigliera. Meglio dunque stare calmi, respirare, e provare pazientemente ricordare a voi, che dopo aver rinnegato i princìpi morali ora vi accanite pure contro quelli grammaticali, come vi sia ancora qualcuno, in giro, che ha ancora a cuore la lingua italiana. Sissignori, in fondo è amore anche questo. Abbiate rispetto.

https://giulianoguzzo.com/2017/02/15/unamore-criminale/

 

14 febbraio 2017

San Valentino, il patrono dell'amore?


di Alfredo Incollingo

E' vero che San Valentino, che si celebra il 14 febbraio, è il patrono degli innamorati? Oppure si tratta di una tradizione postuma?
Partiamo dall'inizio.
Valentino era un giovane vescovo di Terni, consacrato a soli 21 anni nel 197. Apparteneva, si sa, ad una ricca famiglia umbra che aveva da poco abbracciato la fede cristiana. Erano tempi duri per i fedeli di Cristo, costretti a nascondersi per sfuggire alle persecuzioni imperiali. E' probabile che fosse un uomo di Chiesa molto conosciuto, probabilmente per la sua oratoria. Venne chiamato a Roma nel 270 per predicare il Vangelo ai pagani, confidando nelle sue capacità nel persuadere. 

Il suo apostolato non passò inosservato per le numerose conversioni: l'imperatore Claudio II il Gotico lo fece arrestare e lo torturò per costringerlo ad abiurare. Valentino resistette e la sua tenacia stupì il principe e comprese di trovarsi di fronte ad un uomo straordinario. La sofferenza provata durante la prigionia non lo fece desistere dal predicare il Vangelo. Fu infatti arrestato di nuovo sotto l'impero di Aureliano. Venne condotto sulla via Flaminia per flagellarlo e qui venne poi decapitato il 14 febbraio 273, alla veneranda età di 97 anni.
Secondo la tradizione San Valentino venne condannato a morte per aver celebrato il matrimonio tra una cristiana e un pagano. Si rifiutò di interrompere la cerimonia e di negare l'assenso all'unione.

Il santo ternano è sicuramente un testimone della fede in Gesù, che non rinnegò il credo neanche di fronte alla scure del boia. Questo è il vero San Valentino e non la versione sdolcinata di oggi. La Chiesa Cattolica ha ammesso la “festa dell'amore” a partire dal medioevo, ma quale amore si celebra? Quello cristiano naturalmente, fecondo e sacro, che è carità e dono di se stessi. Questo amore resiste agli alti e bassi della vita ed è più dolce di cioccolatini e più profumato di rose appena colte. I primi cristiani sostituirono i vecchi riti pagani dei Lupercalia con la festività di San Valentino che non celebrava solo la fertilità corporale, ma anche quella spirituale.

 

20 gennaio 2017

La solitudine dei terremotati


di Amicizia San Benedetto Brixia

Parliamo ancora di terremoto. Poche settimane fa abbiamo pubblicato una riflessione di san Giovanni Bosco attorno al dramma del terremoto, oggi continuiamo sulla stessa tematica.

Suggerisco, quale esercizio istruttivo per lo spirito, di confrontare il commento che due personaggi di Chiesa hanno dato in merito alle catastrofi del Centro Italia. Da un lato propongo il monologo di don Luigi Maria Epicoco alla trasmissione Nemo (Rai2) dello scorso Novembre, dall’altro l’intervista rilasciata dal monaco benedettino Benedict Nivakoff a Tracce (11, dicembre 2016, 12-15), i cui concetti si trovano anche nel Te Deum di tempi.it.
Don Luigi chiarisce anzitutto che, alla domanda su Dio in caso di terremoto, “non risponde il prete, risponde il sopravvissuto”, il quale con sincerità asserisce “la mia fede è rimasta seppellita là sotto”. Il terremoto dunque scuote la fede del prete, che è costretto a rimettersi in gioco e si scopre essere come “un bambino, quando pensa che siccome c’è la mamma e il papà che lo amano, non gli capiterà mai niente di male”, quale il bambino tale il prete: “anche io ho pensato questo: se ci ami, perché ci fai questo?” Donde la riflessione “abbiamo una idea forse non giustissima di che cosa sia l’amore”, che porta il parroco a comprendere che l’amore è dire “io ti amo, per questo tu puoi vivere anche una cosa difficile”, mentre al contrario “si bara, quando si dice, ti amo e ti proteggo dai problemi”. Morale della favola: “questo fa l’amore, quando uno ti ama non ti evita la vita, ma ti dice che tu puoi affrontarla”.

Diverso il contenuto della riflessione di dom Benedict Nivakoff, che a scossa avvenuta si è messo in ginocchio davanti alla chiesa in rovina, perché “mettersi in ginocchio innanzitutto è stata la supplica di protezione”, ma anche perché è “un gesto di penitenza. E questo è molto importante, soprattutto dopo una tragedia”. La disgrazia infatti pone una domanda ai sopravvissuti: “Il Signore mi ha salvato la vita. Perché? Io che cosa devo cambiare? E’ la possibilità che Dio ti dà di cambiare vita”. Dunque “quello che è avvenuto ci spinge... a convertirci”, che significa “riconoscersi fino in fondo piccoli, peccatori, riconoscere quanto si è lontani da Dio”. Morale della favola: “l’importante è che quando Norcia rinascerà, trovi una fede più forte e seria di oggi”.

Non reputo né sciocca, né fuori luogo la risposta di don Luigi Maria Epicoco, solo, come abbiamo già notato nella lettera di san Giovanni Bosco, essa è lacunosa e sbilanciata, in accordo con la moda teologica corrente: si parla dell’uomo più che di Dio, di psiche più che di spirito, peraltro lasciando in silenzio il fatto che il terremoto è un male che Dio potrebbe evitare, mentre le disgrazie della vita sono mali che i genitori davvero non possono evitare ai propri figli (quando possono le evitano: es. con i vaccini).
Dall’altra parte abbiamo la confessione del monaco benedettino: ad essere imputato non è Dio o la sua credibilità, bensì l’uomo e la sua peccaminosità; la reazione poi non è quella di farsi domande, di agitarsi, di chiedere conto del sangue altrui, quanto quella di inginocchiarsi, prevenendo nella preghiera e nella mortificazione qualsiasi altra esternazione; entrambi, va notato, ammettono la propria lontananza da Dio, solo che Epicoco insiste sulla lontananza di comprensione mentale e psicologica, mentre Nivakoff focalizza la lontananza ontologica del peccatore dal Santo; l’esito è coerente, per il giovane parroco diocesano: l’orizzonte è di forte immanenza, davanti a noi sta la vita, più o meno incomprensibile, da affrontare con l’amore in uno slancio dal sapore solitario, mentre per il consacrato davanti a noi sta la storia, opaca e irsuta, nel cuore della quale si deve porre il seme della fede, perché le società di domani avrà questo solo talento di cui render conto.

Interessante, però, che nelle rovine della tragedia a sentirsi meno soli e meno defraudati siano coloro che da sempre scelgono di vivere soli (monaci) e senza niente. Che aggiungere? Anche niente. Mettiamoci in ginocchio e preghiamo.

 

20 dicembre 2016

Trattato sulla "tolleranza"


di Roberto De Albentiis

Molti pensano che il cristianesimo sia la religione “del dialogo” e “della tolleranza”; bene, mi dispiace, ma non è così, il cristianesimo è la religione dell’annuncio che Nostro Signore Gesù Cristo è Dio e Re (non molto relativista, invero, se diceva di essere, e nemmeno “una” ma “la”, “Via, Verità e Vita”), e, soprattutto, è la religione dell’Amore, dell’Amore sacrificale che porta alla Croce, non della melassa sentimentalista e buonista con cui viene oggi scambiato l’amore o della finta tolleranza di derivazione illuministica, nata anzi contro il cristianesimo. Prima lo si capisce, prima finiranno molti equivoci.

Oggi, quando si vuole tappare la bocca a qualcuno per le sue idee scomode (in grande maggioranza cristiane, certo, ma non solo), lo si accusa di essere “intollerante”: si badi bene, non si scende mai nel merito delle affermazioni, giuste o sbagliate che siano, ma si dice che sono “intolleranti”; non si dice che siano vere o false, ma si dice che “non possono essere dette”. Esempi di censure democratiche e politically correct ne abbiamo sotto gli occhi ogni giorno di più: censure “anti-razziste” (con l’effetto di far aumentare la vera xenofobia!), “anti-omofobia” (con l’effetto, anche qui, di far aumentare il fastidio delle persone nei confronti degli omosessuali!), anti-negazioniste (contro la negazione di un ben preciso genocidio, ma solo di quello, e non certo di altri), e chi ne ha più ne metta.

Il mondo moderno è così alieno dal concetto di verità, di qualsiasi verità, che, in nome della tolleranza, non può fare altro che censurare l’interlocutore, perché non in grado di controbattere efficacemente; e si ha così il caso di un pensiero debole, quello liberale moderno, che spinge verso la debolezza e l’appiattimento tutti gli altri pensieri.

Uno dei bersagli preferiti è il pensiero cristiano che, frutto dell’incontro tra l’antica sapienza ebraica, la filosofia greca e il diritto romano, è un osso fin troppo duro da addentare e digerire e, visti gli insuccessi delle persecuzioni aperte, si prova a svuotarlo di significato: ecco quindi che, per mettere in cattiva luce l’interlocutore cristiano, per tappargli la bocca, lo si accusa di essere incoerente, di essere non “tollerante”, come predicherebbe la sua religione. Ma è così?

Certamente quella cristiana è la religione dell’Amore, ma dell’Amore fondato sul Logos (“E il Verbo si fece carne”; il Verbo, prima di tutto, non l’Amore, per quanto Verbo e Amore coesistano), e che dimostra tale solido amore proprio con l’Incarnazione e con la morte in Croce di Cristo; altro che obamiano e arco balenato “love is love”! L’amore mondano nulla ha a che vedere con quello autenticamente cristiano, essendone una mera e vuota parodia; del resto, quanti degli arcobalenati e degli assertori di tale amore sarebbe disposto a sacrificare sé stesso per le sue idee? Piuttosto, si sacrifichino gli altri, in nome della “tolleranza” e dei “diritti umani”!

L’amore cristiano è tollerante? No. O meglio: è tollerante verso la persona, soprattutto se peccatrice (ma chi non lo è?), perché sa che la persona umana, per l’antica colpa di Adamo ed Eva, è peccatrice, debole, fragile, e senza la grazia divina e il proprio impegno personale, nulla può fare di buono; ma non è affatto tollerante verso gli errori e il peccato, no, mai. Del resto, la tolleranza è un fenomeno di invenzione illuminista, nato proprio contro il cristianesimo, e in specie il cattolicesimo: non si scordi che Locke e Voltaire erano fanatici anticattolici, e quando invocavano la tolleranza era solo per dare addosso all’”infame”, cioè alla Chiesa, loro mortale nemica.

Ma poi, che intollerante questo Gesù, che si definisce Dio e Figlio di Dio, che intollerante quando scaccia i mercanti dal Tempio, o che intollerante quando dice che senza di Lui non possiamo fare niente: non poco o male, NIENTE! O che intolleranti gli Apostoli, come San Paolo, che dicevano che i peccatori impenitenti non avrebbero ereditato il Regno dei Cieli, che chi si comunicava indegnamente avrebbe mangiato la propria condanna, o che non solo non bisogna partecipare alle opere delle tenebre, ma addirittura denunciarle! O che intolleranti i primi cristiani, che pur di non partecipare ai sacrifici pagani o anche solo ai giochi gladiatori, subirono cruente persecuzioni!

Il mondo moderno non riconosce la verità e i suoi diritti, che soli dovrebbero avere spazio, e per questo la combatte strenuamente: soprattutto ai giovani insegna ad essere “tolleranti”, di una tolleranza che non fa prendere posizione davanti al bene o al male (che anzi sono sempre più equiparati, con l’esito finale di far trionfare il male sul bene), che rende schiavi dei propri vizi (che vanno non combattuti, ma, appunto, tollerati), che non spinge a grandi gesti e decisioni, ma fa rimanere nelle proprie situazioni.

Vorrei finire con una frase di uno dei più grandi filosofi e teologi del secolo scorso, Reginald Garrigou-Lagrange, che affermava a ragione che “La Chiesa è intransigente sui principi, perché crede, ma è tollerante nella pratica, perché ama. I nemici della Chiesa sono invece tolleranti sui principi, perché non credono, ma intransigenti nella pratica, perché non amano. La Chiesa assolve i peccatori, i nemici della Chiesa assolvono i peccati.” Volete un facile esempio? Pensate al sesso (non me ne si faccia una colpa, il mondo di oggi gronda sesso da ogni poro, ascoltare un’opinione diversa non ucciderà nessuno!). Oggi il mondo propone sesso in tutte le salse, oggi si ha quasi dignità solamente se si è consumatori sessuali, se si incanalano tutte le proprie energie in tali attività, che peraltro con una normale e sana sessualità nulla hanno a che vedere; ma cosa succede se non ci si interessa a queste proposte, se anzi si propongono o si riscoprono vere alternative, come un fidanzamento serio, la dominanza di sé, il matrimonio? Dal mondo “aperto” e “tollerante”, che tutto permette perché dice di volerti bene, si viene ostracizzati e ridicolizzati. La Chiesa propone una ben precisa e, sì, esigente sessualità, ma se per qualsiasi motivo si cade e ci si pente, è pronta a perdonare e dimenticare. Chi è che mostra vero amore e versa comprensione? E questo esempio è applicabile a tutte le realtà possibili.

Termino con uno strano appello: siate san(t)amente intolleranti, intolleranti alle vere e proprie imposture ideologiche, filosofiche ed esistenziali che vi propinano, siate intolleranti con chi vi prende per deficienti, incapaci di gesti eroici o forti, siate intolleranti con le idee false ed errate. E siate amorevoli, e forti, come amorevole e forte era Gesù Cristo, che tutto era tranne che un mollaccione o un finto buonista, ma era insieme forza poderosa e amore infinito.


 

24 ottobre 2016

“Rivolta alla Locanda” di Edoardo Dantonia


a cura della Redazione

Abbiamo intervistato Edoardo Dantonia,un giovane biellese che ha esordito con un breve romanzo per la collana UomoVivo (Berica Editrice).

Nel libro si cita continuamente e esplicitamente GKC. Qual è il motivo di questa riverenza, che sembra un'ossessione?
La mia potrebbe essere definita a tutti gli effetti una malattia, uno di quei morbi che quando ti prendono non puoi più curare. Chestertonite, ecco come la chiamerei. Da quando, intorno al 2011, conobbi il buon Gilbert, rimasi folgorato. Non era come gli altri autori, nonostante non avessi letto poi così tanto all'epoca, ma pareva bensì fatto di una pasta diversa, proprio di un materiale alieno. Il modo di esprimersi, le figure usate, le incredibili leggerezza e semplicità nel giungere a punti a cui tanti poeti e filosofi arrivano con giri di parole ed elucubrazioni ai limiti dell'assurdo: tutto in lui era (ed è) una ventata d'aria fresca. Così, per quel processo d'imitazione comune a tutti, io iniziai a fare miei il suo stile e la sua leggerezza. Certo, i risultati sono quel che sono, e io posso dire di aver eguagliato il nostro come un pollo spennacchiato potrebbe dire di aver eguagliato una maestosa aquila, ma la strada è quella e sono contento di essere così poco originale da percorrerla.

Come nasce questo libro? Il libro riguarda la nascita di un uomo libero, diciamo pure una conversione. Oltre al riferimento chestertoniano, vi è un intenzione autobiografica? E apologetica?
Il libro nasce da una vecchia idea che coltivo da anni, quella di un vecchio allegro e un po' folle che trascina in una serie di avventure un giovane cinico e serioso. C'è certamente l'idea di una conversione, di un cambiamento, di una rivolta per l'appunto. E altrettanto certamente c'è un qualche riferimento autobiografico. Ma, come ho scritto in parte già nei ringraziamenti (che sono anche una postfazione), non sono io che faccio la morale agli altri, mostrando il mio modello, quello buono di Pecherton, contrapposto a quello cattivo degli altro, quello di Malthus. In realtà tutto il racconto è un continuo redarguire me stesso, è un puntare il dito più contro di me che contro gli altri. Sono io il giovane sempre troppo serio e cinico per questo mondo pieno di meraviglie. La rivolta di cui parlo è quella che io dovrei condurre nei confronti di me stesso e di quella parte di mondo che ci vuole seri e posati, cinici e disincantati.

Nel libro si scorge una lotta tra i pochi folli e felici che vivono vedono la realtà e i molti ubriachi e tristi di politicamente corretto. Come proseguirà questa lotta?
Da come vanno le cose ultimamente, sono sempre più solito pensare che il destino dei cristiani sia di tornare a nascondersi nelle catacombe (passatemi questa inesattezza storica) e che il buon senso comune sarà sempre più schiacciato sotto il peso della logica. Solamente, avremo nascondigli manifesti, alla luce del sole. Le persecuzioni ai nostri danni saranno più subdole di quelle che avvenivano anticamente e che avvengono tutt'ora in certe parti del mondo orientale, e già ora è scandaloso mostrare un piccolo crocefisso al collo e farsi il segno di croce in pubblico fa quantomeno storcere il naso, come se ci si grattasse l'inguine. Ma sappiamo bene che la vittoria di Cristo e della Chiesa non passerà per cose mortali e terrene, per cui la cosa non mi spaventa poi così tanto.

Il Cielo è dei violenti? Questo romanzo cristiano è pieno di risse. Come si concilia questo con il cristianesimo?
Il Cristianesimo non è mai stato qualcosa di delicato e posato, Cristo stesso nel Vangelo usa frequentemente parole tutt'altro che dolci, fino al famoso episodio dei cambiavalute nel tempio. La violenza che usa Pecherton non è mai fine a sé stessa, gratuita, ma ha sempre un fine buono. Non mette al tappeto i poliziotti per il gusto di farlo o per qualche odio nei confronti delle divise, ma bensì per rispondere ad un'impellenza, per difendere un povero locandiere dalle vessazioni dello stato.

All'inizio nulla lo fa presagire, ma il racconto è anche e forse soprattutto una sconvolgente storia d'amore...
A un tratto nel racconto dico che per muovere un cuore ci vuole un grande calore, e nello specifico si parla di un atto di gentilezza gratuita del buon Pecherton. Ma la verità è che il vero calore, il vero motore di tutto è l'incontro con la sua bella, la donna che lo ha fatto uscire dal suo bozzolo di cinismo e disincanto. Pecherton è di sicuro un pazzo con una forza (morale e fisica) fuori dal comune, ma ha bisogno di materiale su cui lavorare, ha bisogno di qualcosa di concreto verso cui far tendere il giovane Malthus. È vero che non ci si salva da soli, che sono gli altri a tirarci fuori dal nostro buco, ma è altrettanto vero che è un evento concreto o una persona in particolare che ci trascina all'esterno. D'altronde, ogni rivolta che si rispetti inizia con un atto violento, e in questo caso è il colpo di fulmine che coglie il giovane esattore nell'autogrill.

 

12 settembre 2016

Il (falso) mito dell’educazione sessuale



di Giuliano Guzzo

Che differenza c’è fra un’inchiesta giornalistica e uno spot propagandistico? Apparentemente sono cose diversissime come diversissime, si sa, sono l’informazione e l’ideologia. Vi sono tuttavia casi nei quali la propaganda, per apparire autorevole – ed essere quindi più efficace -, assume le mendaci sembianze dell’inchiesta giornalistica. Un esempio lampante è quello delle due intere pagine – la 24 e la 25 – con cui il Corriere della Sera, proponendo ai suoi lettori formalmente un’inchiesta, ha in realtà confezionato un formidabile spot a favore dell’educazione sessuale obbligatoria nelle scuole. La linea che su questo delicato argomento il primo quotidiano d’Italia sposa senza esitazioni è tutta già condensata nelle prime righe dell’articolo: «La scuola dovrebbe occuparsene di più. Parlare di amore, relazioni, sesso. Dei corpi che crescono e cambiano, delle emozioni che si agitano, come stagioni impazzite, dentro cuori impreparati. E invece, dopo 25 anni di proposte, non c’è una legge che istituisca corsi obbligatori» (p. 24). Ora, al di là della dubbia qualità poetica di certe espressioni – «emozioni che si agitano, come stagioni impazzite, dentro cuori impreparati» -, il senso del discorso è fin troppo chiaro: urge una legge che introduca «corsi obbligatori» nelle scuole nei quali si parli «amore, relazioni, sesso».
A suffrago della sua tesi, il Corriere presenta da un lato la solita carrellata di pareri più o meno autorevoli e più o meno generici e, dall’altro, mostra ai lettori un’immagine della situazione europea mettendo in luce il fatto che diversi Paesi hanno già provveduto ad introdurre quell’educazione sessuale obbligatoria rispetto alla quale «l’Italia resta, sola in Europa, senza un quadro normativo di riferimento» (p.25). Sopra l’articolo, la foto di due ragazzi che si fissano: quello a sinistra è un ragazzo, mentre il sesso del soggetto a destra, dai capelli corti e dall’aspetto androgino, non è chiaro: un piccolo capolavoro di propaganda, insomma, per scardinare pure visivamente l’idea che l’amore possa o debba essere fra maschio e femmina. Torniamo però a quanto afferma la discutibile inchiesta, e cioè l’assenza di una legge che in Italia istituisca a scuola «corsi obbligatori» nei quali si parli «amore, relazioni, sesso»: cosa vera. Benché se ne parli dal tempo (la prima proposta di legge risale al 1975 ed era del Partito Comunista), il nostro Paese non ha una norma in tal senso. C’è però da chiedersi – dilemma che il Corriere neppure si pone – se ciò sia un male o sia un bene. Il solo modo per chiarire questo dubbio evitando riferimenti confessionali o morali (che pure sono di massima importanza, considerando il primato educativo della famiglia), è guardare alla situazione europea per confrontarla con quella italiana.
Ora, in teoria i Paesi nei quali l’educazione sessuale nelle scuole è prevista da tempo dovrebbero mostrare un quadro ben più confortante di quello dell’arretrata Italia: meno malattie sessualmente trasmissibili, meno gravidanze fra le giovanissime, meno episodi di bullismo, meno casi di “omofobia”. E’ così? Prima di vederlo, occorre prima intendersi su quale educazione sessuale vada oggi per la maggiore in Europa. La illustra bene Il bambino denudato (Fede&Cultura, 2016), il nuovo libro dello psicologo-psicoterapeuta Gilberto Gobbi – testo di cui consiglio a genitori ed educatori l’acquisto – nel quale viene esaminata l’educazione sessuale secondo le schede dello Standard/OMS. Trattasi di schede diffuse dall’Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS nel 2010, dopo averle commissionate al BZga di Colonia, Centro già noto per le posizioni abortiste, e che – come ben spiega Gobbi nel suo libro – apparentemente promuovono l’educazione sessuale olistica, cioè onnicomprensiva di tutti gli aspetti e le implicazioni della sessualità umana, ma in realtà considerano «solo alcuni aspetti della persona, quelli fisici e psicologico» mentre la dimensione spirituale e religiosa non viene considerata «neppure come possibilità» (pp.15-38). Morale: più che educazione sessuale, è apologia della contraccezione e del piacere fine a se stesso.
Chiarito quindi quale tipo di (dis)educazione sessuale verosimilmente si vorrebbe introdurre anche in Italia, passiamo ora a considerare i “successi” conseguiti dai Paesi ritenuti più evoluti dell’Italia. Successi che, francamente, diventano difficili da apprezzare. Infatti l’Europa da cui dovrebbe prendere esempio il nostro Paese è quella nella quale le malattie sessualmente trasmissibili sono in aumento; in particolare – segnala un rapporto dell’European center for diseases control – è allarme clamidia: peccato che oltre l’80% di queste infezioni si concentri in appena quattro Paesi: Svezia, Norvegia, Gran Bretagna e Danimarca. Trattasi non solo di Paesi dove l’educazione sessuale scolastica è diffusa, ma fra i quali c’è la Svezia: il primo Paese europeo a rendere obbligatorio il suo insegnamento nel lontano 1956, sin dalle elementari. Come mai allora questa situazione? Sarebbe bello che il Corriere, abbandonando l’attuale parzialità, realizzasse un’inchiesta su questo. Allo stesso tempo, sarebbe bello che i giornalisti del primo quotidiano d’Italia – e con loro quanti credono opportuna l’educazione sessuale nelle scuole, fra i quali vi sono intellettuali notevoli, come Rocco Siffredi – cercassero di capire come mai i Paesi nei quali questa è diffusa da molti anni sono pure quelli nei quali le gravidanze fra le giovanissime sono più diffuse.
Avete letto bene: considerando la situazione di Paesi nei quali l’educazione sessuale è insegnata nelle scuole – in Francia, per esempio, è inserita nei programmi scolastici fin dal 1973 – si vede come in questi le ragazze abortiscano fino a quattro volte di più rispetto alle altre, fra cui le Italiane. L’educazione sessuale non c’entra, dirà qualcuno? Strano, perché vi sono studi che suggeriscono come programmi scolastici volti a diffondere nei giovani la contraccezione abbiano ottenuto un aumento del numero delle gravidanze. «Quali sono – si chiede dunque il medico e bioeticista Renzo Puccetti – le prove a sostegno del fatto che il più vasto ricorso alla contraccezione ridurrebbe il numero di aborti? La risposta della scienza è: nessuna» (Vita e morte a duello, Fede&Cultura 2014, p.80). Se l’educazione sessuale nelle scuole è così inefficace – si penserà – almeno sarà utile come forma d’incentivo al rispetto dell’altro, contro il bullismo. Bella ipotesi: peccato non sia – neppure questa – suffragata da dati: infatti in Italia, che dovrebbe essere messa malissimo da questo punto di vista, appena il 5% dei giovani fra gli 11 ed i 15 anni risulta vittima di accertati episodi di bullismo: in pratica siamo a livelli svedesi e messi molto meglio di Spagna, Germania e Austria (AA.VV. (2015) Skills for Social Progress. The Power of Social and Emotional Skills. «Organisation for Economic Co-operation and Development»: p.20).
Dulcis in fundo, neppure considerando l'”omofobia” la “medievale” Italia sfigura: i dati dell’European Union Agency for Fundamental Rights (2012) basati sulla percentuale di cittadini LGBT dichiaratisi vittime di violenza o minacce negli ultimi cinque anni, infatti, vedono la Gran Bretagna (31%), il Belgio (27%), la Francia (26%), la Danimarca (23%) e la Germania (22%) – Paesi osannati come fari del progresso – messi peggio di noi (19%). Un dato, questo, che  – sommato a gli altri –  non può non far scaturire una domanda: perché? Come mai Paesi che da decenni investono fiumi di danaro sull’educazione sessuale scolastica sono nella situazione dell’Italia (raramente) o in una molto più drammatica (assai spesso)? I motivi son almeno tre. Il primo riguarda il fatto che un’educazione sessuale disgiunta dai valori della responsabilità e della fedeltà di coppia, semplicemente, educazione non è e non modifica i comportamenti; la seconda ragione sta nella cosiddetta “compensazione del rischio”, meccanismo in base al quale, credendosi al riparo da pericoli perché informati su rischi e rimedi (contraccezione, pillola del giorno dopo, ecc.), gli individui tendono a condotte più rischiose di quelle altrimenti adottate, peggiorando la situazione. Il terzo – il più importante – riguarda il primato educativo della famiglia: irrisa e dileggiata, la “cellula fondamentale della società” è ancora, per quanto in crisi, la migliore agenzia educativa. In Italia, in particolare, la famiglia conta ancora: e si vede.
La verità, detto ciò, è che educare è un mestiere difficile in primo luogo perché non frazionabile: un giovane non ha bisogno di uno che lo educhi al senso civico, uno che lo introduca al rispetto del prossimo, un altro ancora che gli sveli i segreti di «amore, relazioni, sesso». No: ha bisogno di qualcuno che lo educhi con la pazienza che in fondo solo un genitore – o un educatore che comprenda appieno il senso della sua missione – può avere. Inoltre, con la pazienza (e la conoscenza!) è fondamentale un altro aspetto: la credibilità. Il processo educativo, infatti, non si basa solo su dei contenuti ma anche – se non soprattutto – su una testimonianza: io non ascolto te solo perché hai qualcosa da dirmi, ma anche perché ci credi e lo dimostri; perché sei un esempio, un maestro. Ecco perché – con tutto il rispetto per il mondo scolastico – pretendere di scorporare un tema cruciale quale quello della sessualità  sia da un disegno educativo più ampio sia dalla credibilità di un educatore che sia pure testimone, lasciando così tutto e solo nelle mani di “esperti”, è la premessa ad un fallimento: perché in questo modo non si insegna nulla, si veicolano solo contenuti fintamente neutrali e si considerano i ragazzi come imbuti nei quali versare nozioni precotte, che tutto trasmettono fuorché la bellezza di vivere il regalo della sessualità nei confini della responsabilità e del vero Amore.
https://giulianoguzzo.com/2016/05/09/il-falso-mito-delleducazione-sessuale/
 

07 maggio 2016

Rispettare il proprio corpo per trovare l'amore vero

OVVERO: PERCHÈ LA GENESI SPIEGA COME VA IL MONDO


Il '900 è stato il secolo della liberazione sessuale e, di conseguenza, della totale sovversione del concetto di amore fra uomo e donna. La maggior parte dei ragazzi nati dopo gli anni '70 non ha avuto la possibilità di sperimentare una concezione sana della sessualità, anche perché i punti di riferimento ecclesiastici si sono spesso adeguati allo spirito del tempo e coloro che dovevano essere un baluardo, in molti casi non lo sono stati. Inoltre gli agenti del Nemico si sono impegnati ogni secondo per distruggere il tempio del corpo, dissacrandolo come fanno con le chiese.

C'è stato però un faro nel buio, un sacerdote polacco che dopo aver aiutato a scrivere l'Humanae Vitae, divenne Papa sotto il nome di Giovanni Paolo II e formulò una Teologia del Corpo talmente potente da essere tutt'ora una delle più belle e poetiche spiegazioni di cosa sia la morale sessuale per la Chiesa (compresa la castità prematrimoniale tanto derisa, quanto necessaria nel mondo odierno), oltre ad essere dirimente per spiegare il metodo naturale, al riguardo del quale sembrava esserci una apertura nell'enciclica di Paolo VI.
I pensieri successivi, sparsi e forse poco organici, sono stati sviluppati dal sottoscritto dopo aver letto il quaderno del Timone riguardante la teologia del corpo e dopo aver letto alcuni scritti del Santo. Consiglio di leggere il racconto della Creazione (peraltro più attendibile di molte teorie scientifiche) per capire davvero di cosa si parla. 

Come trovare la persona giusta

Uno dei principali concetti espressi da Wojtyla riguarda il rapporto fra uomo e donna in base alla logica del dono.  Quando il peccato si frappone fra Adamo ed Eva, i due progenitori si coprono le vergogne, consapevoli di essere nudi. Ciò avviene perché entrambi capiscono di non essere più solo oggetto di amore per l'altro, ma anche di concupiscenza. Oggi sembra assodato che non esista la possibilità che un ragazzo e una ragazza si guardino senza secondi fini e, forse, in molti casi è vero.

Come accorgersi quindi di essere di fronte alla persona che potrebbe passare il resto della vita con noi? Una via potrebbe essere la ricerca dell'antico equilibrio primordiale fra i sessi. Siamo capaci di stare con la persona amata senza accoppiarci in modo sconclusionato ad ogni piè sospinto? Siamo capaci di rimanere uniti nella castità? Se si riesce a vivere un fidanzamento casto si è sulla buona strada per vivere anche un buon matrimonio.
Ciò vale anche per coloro che in precedenza hanno già avuto rapporti sessuali. Oggi purtroppo la verginità non è più un valore, ma accorgersi a un certo punto della propria vita che il sesso velleitario può e deve passare in secondo piano, per una concezione più alta del proprio corpo, libero dalla schiavitù dei sensi, non può che fare bene.

Il matrimonio cristiano è riflesso dell'ordine divino

Sin dall'inizio della Bibbia si può constatare che il progetto di Dio si fonda sull'Uomo e, in particolare, sull'unione fra un maschio e una femmina. Fa riflettere che la definizione della sessualità avvenga quando vengono separati l'uomo e la donna. L'uno si identifica nell'altra e l'una si identifica nell'altro.
Il matrimonio cristiano, che discende direttamente dall'unione della coppia primordiale, si basa su questa identificazione. Il marito e la moglie trovano la loro identità nel matrimonio e nel coniuge. Si pensi ai nostri nonni (e per chi è fortunato ai nostri genitori), sposati per decenni indissolubilmente, tanto da non poter nemmeno immaginare una vita diversa.

Nonostante spesso liti e incomprensioni dividano la coppia, anche in modo grave, gli sposi davvero cristiani non pensano di sciogliere il loro vincolo proprio perché ne andrebbe della loro identità di individui, profondamente cambiata dal matrimonio.
E' anche per questo modo di trovare se stessi in un'altra persona, che il matrimonio non può essere cancellato e, laddove ciò avvenga, non può essere ritentato. La propria identità è una e sposarsi con due persone non è possibile. Oggi viviamo in un'epoca in cui vengono negate le identità personali e forse è per questo che i nemici dell'umanità spingono così tanto sulla distruzione del matrimonio. Rimane però valido che "l'uomo non divida ciò che Dio ha unito", frase detta da Gesù. Non ci sarebbe neanche bisogno di spiegarlo, ma tant'è.

La prova che le categorie di maschio e femmina sono presenti nella mente di Dio è presente nella Genesi. "Si chiamerà donna PERCHÈ dall'uomo è stata tolta".

Il preservativo inquina (la mente e l'ambiente)

Vedere i paladini del moderno ambientalismo indignarsi se si mette in discussione il preservativo fa ridere. Il preservativo inquina l'ambiente e quindi riteniamo che Papa Francesco non possa in alcun modo aprire al suo utilizzo. Altrimenti si rischia che i pesci ne risentano e qualche organello monocellulare rimanga impigliato in una massa di lattice schifosamente abbandonata in spiaggia.
In effetti il ragionamento appena espresso, che offro volentieri alla Segreteria di Stato nel caso servisse, potrebbe essere una valida via d'uscita a certe presunte aperture odierne.
Il cattolico però sa qual è la vera problematica legata all'inquinamento indotto dal preservativo, cioè l'inquinamento mentale. Oggi viviamo in una società pornografica che ci bombarda di messaggi sessuali. Resistere è difficilissimo e richiede un dominio di sé fuori dal comune, che infatti molti non hanno. Laddove non riesca l'abbordaggio di un oggetto sessuale, esiste la prostituzione, altra piaga che non può essere accettata.

Non avere autocontrollo però ci riduce al rango di animali, schiavi dei propri sensi e dei propri istinti. Il preservativo e gli anti concezionali in genere, sono ciò che ci permettono di essere appunto totalmente guidati dai nostri desideri sessuali, senza però prendersi le responsabilità che ne derivano. Il sesso senza procreazione è chiaramente una forma di sovversione, prodromo all'ancora più aberrante procreazione senza sesso che ormai ci viene propinata come faro di civiltà.
Anche in questo caso la teologia del corpo spiega che lo spreco di sé derivante da atti sessuali non procreativi e non derivanti da affetto fra coniugi, inficiano la personalità dell'individuo, così come l'autoerotismo, la pornografia, il sesso a pagamento e via dicendo.

La fedeltà ancora prima di conoscersi

Tornando alla verginità (o in alternativa a una prolungata castità), è chiaro che essa sia una valore assoluto. Un uomo e una donna che si sposano vergini, oltre ad aver compiuto una grande impresa contro il Demonio, che gode nella distorsione della sessualità e nello spreco di essa e, dunque, spinge l'uomo di oggi a spendere il proprio corpo in modo inconsulto, potranno dire di essere stati fedeli l'uno all'altro da sempre, ancora prima di conoscersi, poiché in realtà loro erano già uniti nei piani divini ed erano destinati a ricomporre l'antica coppia. Arrivare vergini al matrimonio vuol dire essere nuovi Adamo ed Eva.

Non c'era bisogno dei drogati orientali

Come si vede, la sessualità vista in chiave cristiana richiede una conoscenza di sé stessi molto approfondita, auto riflessione, meditazione e capacità di resistere al mondo e ai suoi stimoli. Essere "altro" dal mondo, riuscire a giungere ad un livello superiore dell'esistenza, sono prerequisiti fondamentali per ogni cristiano che si rispetti. Non c'è dunque bisogno delle drogaticce sette orientali che propongono il Nirvana o di nutrirsi di mele, per riuscire ad elevarsi. "Basta" Gesù Cristo.

Postilla su Amoris Laetitia

Dopo i ragionamenti di cui sopra e alla luce degli stessi, urge contestualizzare la morale sessuale di Dio con quella che purtroppo viene oggi propagandata anche tramite documenti come Amoris Laetitia. Quest'ultima, se confrontata con gli scritti di Giovanni Paolo II appare di un livello decisamente inferiore, sia per linguaggio che per profondità di ragionamenti. Un documento ambiguo che ha anche l'aggravante di aprire a concetti contrari alla morale millenaria della Chiesa. Appare urgente quindi buttare nel cestino l'esortazione post sinodale e recuperare il vero insegnamento cattolico.

 

14 aprile 2016

La “letizia dell'amore” cristiano e la tirannia dell'erotismo pagano



di Alfredo Incollingo

Non è un caso che Papa Francesco abbia scelto come titolo per la sua esortazione post-sinodale “Amoris laetitia”. L'amore è gioia di vivere e apertura verso la vita. Questa è una verità tutta cristiana. L'occidente  ha ereditato questa concezione erotica, intensa e sostanziale, ma lo stesso occidente l'ha tradita preferendo l'erotismo “tirannico” pagano.
Nel mondo greco Eros era una divinità dispettosa, mai paga. Le sue vittime erano sopraffatte da un desiderio insaziabile, distruttore nel momento della negazione del piacere. Medea tragicamente uccise i suoi figli quando Giasone le negò il suo amore. Clitennestra, sposa di Agamennone, di fronte alla lussuria e alle fornicazioni del marito, diede sfogo alla passione omicida, tramando con Egisto l'uccisione del re di Micene. Come non pensare poi a Elena il cui amore passionale fu la causa della guerra contro Troia. Sono donne volitive, pronte a tutto pur di soddisfare il loro amore turpe ed egoistico.
E' un amore tragico, amabile solo nel momento in cui esso è pienamente soddisfatto. Eros si diverte nel vedere tribolare i suoi sottoposti e la letteratura greca ha da sempre provato a spiegare i suoi intrighi.
Con l'avvento del cristianesimo Amore fu disarmato. Il mistico medioevo diede prova di grande interesse per l'erotismo, rivoluzionandolo. Adesso è la forza cosmica che unisce la creatura e al suo Creatore, è il legame che unisce il cristiano alla Chiesa, il Corpo mistico di Cristo. E' sotto questa nuova forma, spirituale e libera dalla tirannica libido, che la cristianità diede pienamente forma all'eros. “Due in una carne”, c'è scritto nel Vangelo di Matteo. Quando si ama, si entra in connubio nell'anima e nel corpo. Ci si dona a vicenda, non solo nei sentimenti, ma anche nella carne. Amare in definitiva vuol dire “carità”, donarsi pienamente all'altro. Il “ti amo” è adesso la formula un patto, quello di un amore fedele e eterno.  Non è un caso, affermava Benedetto XVI nella sua enciclica “Deus caritas est”, se i primi cristiani utilizzavano la parola “agape”, “carità” in greco, proprio per indicare la sostanziale differenza con l'erotismo greco. Non più un eros “distruttore” e “irrazionale”, ma “agape”, un amore purificato e proteso all'esser beato. Mentre i pagani trovavano nei riti orgiastici la via al divino, assecondando tuttavia il loro istinto e un erotismo disumano, i cristiani cercano nell'amare la divina beatitudine.
Il cattolicesimo ha quindi dato dignità all'amore e al sesso, facendo “a botte” con le sue tendenze “platoniche” quindi refrattarie della materia.
Su queste verità il Magistero ha santificato il matrimonio, nel quale il sesso trova il suo giusto compimento, aperto alla vita, votato alla procreazione. Ci si “dona” anche nel generare la vita.
L'amore è letizia quanto più è libero dalla dittatura della libido e lontano dalla mondanità. La smania sessuale moderna è una sindrome che imprigiona la società e che la rigetta nel suo passato “pagano”. Eros è di nuovo un'entità impulsiva e esigente. Di fronte a queste sfide, che la modernità ci pone, i cattolici non possono tirarsi indietro e affidarsi a clausole e deroghe. 
 

12 marzo 2016

Ecologia di fiori e di cuori

di Saba Zecchi

Continuo a leggere affermazioni in difesa della fecondazione eterologa che invocano i sentimenti, per alcuni l'egoismo alla base di ogni nascita, ma per la maggior parte l'amore che da solo basterebbe a crescere quei figli in modo sano. Che poi in entrambi i casi si debba trovare un alleato in una persona completamente estranea alla propria storia personale, dietro compenso economico, e pure se questo venisse bypassato come in strutture sanitarie pubbliche che si stanno armando per partire alla conquista di figli commissionati, questo non viene preso molto in considerazione, conta solo la propria intenzione e l'ottenimento del risultato.

Per quanti giocano a fare gli egoisti a tutti i costi non credo servano molte parole. Dicono che fare figli è sempre un atto egoistico, tanto in modo naturale quanto in modo artificiale, e quindi pari sono. A parte che i figli nascono anche quando non li cerchi, pur con tutte le attenzioni del caso, c'è un dato principale, ovvero che i figli nascono, punto. E' vero, nascono anche se la ragione alla base è egoista, e questo dimostra più di ogni altra cosa che la Vita va oltre le ragioni personali. Ma andrebbe ricordato che i sacrifici che i figli generalmente richiedono per crescerli si scontrano con l'egoismo iniziale e possono smontarlo del tutto o entrare in risonanza e produrre nevrosi, psicosi, frustrazioni nei genitori e una casistica infinita di problemi nel figlio, sensi di colpa indotti, disistima e molto altro. Nessuna ragione personale regge il confronto con quanta cura e attenzione richiede una nuova creatura...

Più ancora mi sorprendono quanti ritengono che l'importante è crescere un figlio con amore. Anche qui si potrebbe srotolare una casistica di mamme innamorate perse dei propri figli che non per questo fanno il loro bene, anzi. Sollevarli dai pesi, nascondergli che esiste il male, non permettere al padre di intervenire staccandolo dal vincolo materno, ricatti affettivi.. sono un mix di amore, insicurezze ed egoismi che chiunque ha toccato con mano tra amici e parenti, e che non mi permetterei mai di dire che non abbiano una base (esagerata?) di amore. Quindi chi siete voi per dire che quell'amore è troppo, è distorto, è sregolato? Chi siete voi per giudicare l'amore di una madre che è si è spesa totalmente per i suoi figli? Sono figli che forse non hanno conosciuto pregiudizi, ma ce ne sono di quelli che arrivano alla maggiore età senza cognizione di cosa succede davvero nel mondo, e questo è fargli del bene?

Sento un coro sollevarsi: "appunto per questo, non giudicare l'amore omosessuale che desidera anch'esso un figlio". Non farò orecchie da mercante, ma ribadisco un punto non irrilevante: non usiamo la parola "amore" a nostro piacere. Quello che conta è il bene per il figlio, e quindi saper tracciare un limite tra bene e male, altrimenti vale tutto e il contrario di tutto. Tracciare dei limiti tra campi diversi e in conflitto tra loro è proprio uno dei punti educativi principali, e questo deve fare un genitore, con affetto e tenerezza: educare. Un genitore non è solo una cisterna di affetto, innanzitutto perché per chiunque questa è limitata, ed è vero, tornano in superficie gli egoismi; e in secondo luogo perché di mammoni l'Italia ne ha già prodotti a sufficienza. E guardate che non è molto diverso dall'aver creato una generazione di disoccupati che aspettano sicurezze dallo Stato, solo per avergli nascosto che nella vita bisogna anche faticare.

Chiarito questo, proviamo a prendere il tema dell'amore tra i genitori come l'argomento fondante, come vuole il sacramento del matrimonio e come vorrebbe il cortocircuito delle piazze arcobaleno. Perché per fare un bambino, per generare vita, per creare una discendenza si accetta di servirci di altre persone che con la propria storia personale non c'entrano nulla, che non sono la persona amata e che non riguardano minimamente la relazione d'amore che vogliamo mettere al centro? Dall'inizio del mondo, per creare vita bastano due persone, né mezzi materiali, né tanti mezzi umanitari o terzi incomodi.. solo due persone, ed è tanto disarmante quanto meraviglioso.
 

27 febbraio 2015

L’amore non basta per un matrimonio

Di Giuliano Guzzo

C’è un filo rosso che collega il dibattito sulle unioni civili in corso in Commissione Giustizia, il servizio a Le Iene andato in onda giovedì scorso e, più in generale, il modo con cui solitamente si affronta il tema delle coppie formate da persone dello stesso sesso: è il sistematico tentativo di sottolineare la genuinità di un sentimento d’amore al quale sarebbe quanto meno discriminatorio negare un riconoscimento giuridico dal momento che lo stesso sentimento – si dice – viene invece considerato e valorizzato allorquando vissuto da persone di sesso diverso. 
Ora, se le cose stessero davvero in questi termini si tratterebbe senza dubbio di una clamorosa ingiustizia: perché mai l’ordinamento, nello stabilire cosa sia e cosa non sia da intendersi per famiglia, dovrebbe privilegiare i sentimenti di alcune coppie ed ignorare quelli di altre? Il punto è che un simile ragionamento, fondato sul confronto fra l’amore di un marito e di una moglie con quello di due persone dello stesso sesso, non sta in piedi non già per via di una bizzarra gerarchia di affetti a seconda della tendenza sessuale di chi li sperimenta, ma perché – anche se forse suona singolare ed è sicuramente impopolare ricordarlo – il motivo per cui lo Stato riconosce e finora ha riconosciuto piena legittimità alla sola famiglia intesa come «società naturale fondata sul matrimonio» non è, per così dire, di ordine sentimentale. 
Nessuno, tanto meno i Padri Costituenti, ha cioè mai immaginato che non vi fossero altre forme d’amore al di là di quello coniugale. E la ragione per cui, nonostante detta consapevolezza, si è comunque riservata attenzione alla sola coppia unita in matrimonio deriva essenzialmente dagli oggettivi benefici che, in termini di stabilità e garanzia demografica, la famiglia comporta per la collettività. 
La coppia sposata, rispetto pure a quella convivente composta da persone di sesso diverso, rappresenta un bene – ed è per questo che deve essere tutelata e promossa più di altre unioni – perché assicura una solidità con riflessi positivi non solo per i coniugi, e conseguentemente per l’intera comunità, ma anche e soprattutto per i figli i quali, da un lato, si ostinano a nascere molto più frequentemente all’interno del matrimonio e, dall’altro, sperimentano vantaggi senza eguali nel poter crescere e nel poter essere educati dai propri genitori biologici, specie se uniti dal vincolo coniugale. Ciò non vuol dire, per ribattere ad una facile obiezione, che avere padre e madre sia, per un bambino, garanzia di felicità assoluta né alcuno, a ben vedere, ingenuamente lo asserisce; mentiremmo tuttavia se dicessimo che per la crescita equilibrata di un figlio la presenza di papà e mamma, con le loro preziose diversità e complementarietà, non costituisce che un optional. 
Se non capiamo questo, se non ravvisiamo più la fondamentale specificità della coppia sposata, più stabile, feconda e benefica per i figli sia di quella convivente sia di quella – costitutivamente sterile, per dirla col professor Francesco D’Agostino – composta da persone dello stesso sesso, significa che, prima che dei diritti, faremmo bene a tornare ad occuparci dei doveri, prima di tutto quello di prendere atto della realtà la quale, piaccia o meno, ci consegna un’evidenza inconfutabile: nessuna civiltà, nella pur lunga storia umana, ha mai potuto e saputo mettere fra parentesi matrimonio e famiglia senza pagare un prezzo altissimo e senza dover poi tornare sui propri passi. Sottovalutare questo elemento storico ed antropologico, distratti da un dibattito furbescamente impostato sui sentimenti e che non tiene conto delle conseguenze sociali che l’instabilità coniugale e l’inverno demografico stanno già comportando, potrebbe costarci molto caro.

http://giulianoguzzo.com/2015/02/23/lamore-non-basta-per-un-matrimonio/