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14 luglio 2017

"Cavalieri e principesse" di Giuliano Guzzo


Cara Redazione,
è da tempo che non le scrivo qualcosa, pur leggendo assiduamente e stimando ancor più il blog, ma devo farlo, ora che un bambino ha gridato che il re è nudo.

Dopo il felice esordio con il saggio "La famiglia è una sola", l'infaticabile amico Giuliano Guzzo ha più che raddoppiato con "Cavalieri e principesse", uno studio rigoroso ed appassionato a difesa della differenza sessuale, tema che aveva già toccato nel suo primo libro, al capitolo sulla complementarietà educativa dei genitori in rapporto al benessere dei figli, contro le tesi a-sessualizzanti della teoria gender. Teoria gender che viene completamente asfaltata: è proprio vero che, come dicono i suoi utili ignoti, non esiste.

La cosa che personalmente mi preoccupa di questo libro è il fatto che abbia già raggiunto le mille copie vendute, richiedendo la stampa di una seconda edizione: cent'anni fa un libro che si fosse posto come obiettivo la dimostrazione della differenza tra maschi e femmine avrebbe destato imbarazzo, forse qualche sorrisetto, se non una certa preoccupazione circa la salute mentale dell'autore. Ma aveva ragione il nostro amico Chesterton: sarebbe arrivato - ed è arrivato - il giorno in cui si devono sguainare spade per mostrare che le foglie sono verdi d'estate, il che è lo stesso che dire che uomini e donne sono differenti. Badate bene, differenti e non disuguali: l'autore chiarisce fin da subito l'importanza di questa distinzione terminologica, che accompagnerà tutto il libro. Se la differenza (positiva) infatti riguarda il dato naturale, la disuguaglianza (meno positiva) concerne quello culturale. Tanto per evitare che qualche maestrin* con la penna in mano se ne esca con accuse di discriminazioni patriarcal-fascio-clericali. E trumpiste, ovvio.

Anche questo libro, come il primo, non ha precedenti nel panorama editoriale italiano, in quanto rappresenta il primo studio che mostra con chiarezza espositiva e dimostra dati alla mano (alla faccia della scientificità della teoria gender) come vi sia un'incomunicabilità (non solo relazionale ma anche reale, ontologica se proprio uno vuol mostrare di essere sul pezzo) tra uomo e donna. Adottando infatti una prospettiva sociologica, supportata da centinaia di studi empirici, Giuliano spiega come la differenza tra uomo e donna esista e sia innata, mostrandosi nelle preferenze dei colori e dei giochi dell’infanzia, nel funzionamento del cervello, nello stile comunicativo, nel modo di guidare l’automobile e in quello di sognare, nel modo di organizzare il lavoro e nelle modalità dell'innamoramento e del vissuto relazionale. Quindi state tranquilli, tutte le battute sessiste che avete fatto (e continueremo a fare), oltre a far divertire sono anche scientificamente fondate.

Un ulteriore contributo interessante riguarda il ruolo delle religioni nella considerazione della donna: il Cattolicesimo infatti ha elevato il concetto di donna molto al di sopra di quanto ha fatto qualsiasi altro pensiero laico o religioso (e l'autore demolisce la leggenda nera relativa al maltrattamento della donna nel Medioevo, mostrando invece la violenza, quella sì femminicida, degli illuministi e dei loro nipoti), individuando come perfetto modello di donna la Santissima Madre di Dio, che cura nel Figlio i suoi amati figli. Sarebbe interessante studiare (butto lì l'idea per un prossimo libro) la correlazione tra crisi di civiltà e rifiuto da parte della donna della propria vocazione di moglie e madre: donna emancipata fa rima con società sbaraccata?

Chiudo accennando le belle riflessioni dell'ultimo capitolo del libro, che cercano di dare un senso alla sterminata mole di dati analizzati: Giuliano parla di differenza come dono, in quanto solo la gratuità di un abbraccio può (ri)unire ciò che era naturalmente separato; come opportunità, quella di voler e poter dare questo abbraccio in un amore che potrà essere fecondo; e come mistero, nel sapere che con questo abbraccio si avvolge una persona amata, anche se la sua intimità ci sarà sempre infinitamente preclusa. Ma a noi sta bene così.

Marco Piazza
 

14 gennaio 2017

Progressisti che discriminano le donne


di Giuliano Guzzo

Sono anni che ci tormentano con il rispetto per la donna, valore culturalmente incompiuto – pare – e per una piena realizzazione del quale occorrerebbe un comune ed urgente sforzo. Certi richiami su questo tema a me paiono esagerati, tuttavia di fronte ad una maggiore richiesta di valorizzazione della dignità femminile mi dico: perché no? Anzi, ben venga. Ci mancherebbe. Poi però uno si accorge che è un trucco, una presa in giro. Sì, perché da una parte ci si sgola sulla necessità di tutelare più la donna – e siamo d’accordo -, ma dall’altra, si consente che alcune donne siano quotidianamente ricoperte d’insulti o aggredite per il solo fatto di non essere allineate alla cultura dominante. Gli esempi ormai sono tanti.

Penso alla dottoressa Silvana De Mari, medico nonché «una delle autrici fantasy italiane più conosciute al mondo» (la Repubblica), che alcuni paladini dei diritti ora vorrebbero sospesa dell’Ordine dei Medici per il suo pensiero critico non sulle persone omosessuali, si badi, ma sull’omosessualità, che preferisce chiamare omoerotismo; penso a Benedetta Frigerio, brava giornalista contro cui è stata avviata addirittura una petizione che la vorrebbe far cacciare dall’Ordine dato che si è permessa, udite udite, di esporre i dati pubblicati dal National center for transgender equality sul tenore di vita dei transessuali; penso a Costanza Miriano, anche lei scrittrice contestatissima tempo fa bloccata da Facebook per frasi neppure sue, ma che le erano state attribuite.

Penso, continuando, a Susanna Ceccardi, giovane sindaco leghista bersagliata continuamente di minacce; penso a Elisa Mecozzi, madre di cinque figli e farmacista finita addirittura sotto processo (anche se poi assolta) per aver opposto la propria obiezione di coscienza alla vendita della pillola del giorno dopo. Ebbene, per questa professionista, come per le altre citate, non ho saputo della solidarietà di figure istituzionali, non ho letto comunicati stampa della Presidente della Camera, non ho visto trasmissioni televisive nel corso delle quali qualcuno manifestava vicinanza. Zero. Poi però ci spiegano, gli stessi che non fiatano quando altre donne si beccano le peggiori ingiurie, che sarebbe il caso iniziassimo a parlare di «ministra» e «sindaca». Ma un po’ di sano senso del ridicolo proprio no, eh?

https://giulianoguzzo.com/2017/01/14/donne-che-si-possono-non-rispettare/
 

10 agosto 2016

"Cicciottelle" no, "ciccioni" sì. E "froci"?


di Giuliano Guzzo

Si è conclusa con il licenziamento del direttore, la polemica divampata dopo che Il Resto del Carlino aveva confezionato un titolo di quelli che non passano inosservati («Il trio delle cicciottelle sfiora il miracolo olimpico») per commentare la quasi impresa delle nostre atlete olimpiche del tiro con l’arco. Al di là della scelta dell’editore Andrea Riffeser Monti – che a molti sembrerà sacrosanta –, non si può tuttavia non leggere, in particolare nell’indignazione del popolo della Rete, che non aspettava altro che vedere rotolare una testa, una buona dose di ipocrisia. Suvvia: chi, quanti dei furiosi per quel titolo, fino a ieri conoscevano Guendalina Sartori, Claudia Mandia, e Lucilla Boari? E quanti, soprattutto, sarebbero disposti a indicare la loro come una forma fisica esemplare?

Attenzione: qui non si vuole ridimensionare la gravità del titolaccio né la sua insensatezza (da quando la bilancia ha a che vedere col tiro con l’arco?). Quello su cui vuole porre l’accento è che probabilmente, fra i neoavvocati delle nostre atlete, non solo molti si sono attivati più o meno a sproposito o per mera tendenza tribunizia, ma in palese e totale incoerenza con l’atteggiamento divertito riservato a battute sulla forma fisica ieri dei Ronaldo oggi degli Higuaín (la sua panzetta sta facendo sbellicare il web senza, mi pare, che i guardiani della moralità fiàtino), per stare allo sport, o dei Giuliano Ferrara o dei Mario Adinolfi. Cos’è: le donne sovrappeso godono di una immunità particolare? Un «grassone» detto ad un maschio è satira mentre quel «cicciottelle» è il termine più cattivo al mondo? Non capisco e temo siano in molti a non capire questo strabismo.

A scanso d’equivoci ribadisco che lo scopo di queste poche righe non è assolvere o condannare qualcuno, ma solo di criticare qualcosa, e cioè un atteggiamento imperdonabilmente equivoco tale per cui sarebbero il sesso e/o l’appartenenza politica di un soggetto a decretarne o meno la possibilità di sfotterlo; e pregherei tutti quanti di non arrampicarsi sugli specchi perché le cose stanno esattamente così. Il che è molto grave non soltanto perché mette in evidenza come non si stia capendo il rilievo sociale di quella che potremmo chiamare «obesofobia» – fenomeno ripugnante e, anche se nessuno ne parla, molto più esteso e grave dell’«omofobia» –, ma soprattutto perché fa capire come non si sia ancora compreso appieno il significato del termine rispetto. Un rispetto che o tutela tutti da ironie escrementizie e ginnasiali, oppure non è. Tertium non datur.

https://giulianoguzzo.com/2016/08/09/cicciottelle-ciccioni-e-dintorni/


 

06 settembre 2013

La Ministra Kyenge sconvolge la famiglia: non si chiameranno più “Mamma” e “Papà”

di Giorgio Mariano
Dopo i vagiti, le prime parole che un bimbo pronuncia goffamente sono “mamma” e “papà” o “babbo”. Un titolo non solo qualificativo ma anche affettuoso che dà sicurezza, che esprime identità e in qualche modo comunica al bambino il senso di protezione proprio della figura paterna, e quello di accoglienza che caratterizza la figura materna. Le parole, infatti, non sono puro “flatus vocis” ma indicano una ben precisa realtà e se non esistesse una qualche forma di identità tra parola e realtà la comunicazione sarebbe impossibile, come la scienza d’altronde.
 

01 settembre 2013

Ancora sulla "legge" anti-omofobia

di Marco Gabrielli
Può una legge che si ripropone di eliminare le discriminazioni togliere di fatto la libertà di pensiero? È quello che in molti si chiedono sulla “legge sull’omofobia” presto discussa in Parlamento.
Non so se, ad esempio, in futuro potrò scrivere ciò che sto scrivendo ora. Non so se potrò dichiararmi contrario al matrimonio omosessuale, all’adozione dei bambini o al ricorso alle metodiche di fecondazione assistita di tipo eterologo da parte delle coppie omosessuali. Non so se per violare la legge sarà sufficiente affermare, come fa papa Francesco nell’enciclica “Lumen Fidei”, che la famiglia trova fondamento nella “unione stabile dell’uomo e della donna nel matrimonio” e nasce (…) “dall’accettazione della bontà della differenza sessuale”.
 

23 agosto 2013

Omofobia, l’allarme che non c’è

di Giuliano Guzzo
Serve una legge contro l’omofobia. Punto. Lo si ripete ormai meccanicamente dentro e fuori le Istituzioni, nel corso dei dibattiti televisivi, nelle interviste: ovunque. L’uomo della strada ha però il diritto di sapere come mai sarebbe necessaria una normativa contro le discriminazioni sessuali: queste risultano in aumento? E di quanto? C’è forse, in Italia, un allarme omofobia, un dilagare di aggressioni e pestaggi ai danni di cittadini non eterosessuali? A queste banali domande – fateci caso – non si risponde mai, dando per scontato che la lotta all’omofobia, concetto inventato dallo psicologo americano Weinberg [1] e sul quale ci sarebbe molto da dire, costituisca una irrinunciabile priorità.