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07 giugno 2017

Il prete cattolico ed il gay scout


di Giuliano Guzzo

C’è un prete a Staranzano. Verrebbe da commentare così, parafrasando Bertold Brecht, la vicenda che ha per protagonista don Francesco Fragiacomo, parroco di questo paese di poco più di 7.000 anime in provincia di Gorizia, il quale – pensate un po’ – è arrivato a dichiarare l’inadeguatezza di un capo scout a continuare a rivestire il proprio ruolo, dopo l’unione civile che questi ha contratto con un altro uomo. Apriti cielo. Ma come osa, questo don Francesco, esporsi in questo modo? Un fatto inaudito che ha trascinato non lo scout gay, come sarebbe accaduto solo una ventina di anni fa, bensì il povero parroco nell’occhio del ciclone.

Il comportamento di questo prete ha destato un tale sconcerto che le sue parole – come vedremo subito, per nulla dure – sono rimbalzate sui portali web dei principali quotidiani italiani e Radio Capital è addirittura corsa a intervistarlo, non è ben chiaro se per la sua presunta omofobia o perché raro esemplare di sacerdote ancora incredibilmente in linea col Magistero. Battute a parte, si tratta di una vicenda dai contorni grotteschi, sulla quale vale senz’altro la pena soffermarsi con almeno tre brevi considerazioni. La prima, appunto, concerne lo stupore generale che l’accaduto ha suscitato, decisamente degno di miglior causa.

Per dire, abbiamo giornali che puntualizzano che don Francesco non solo non ritiene che un gay dichiarato e “sposato” non possa essere capo scout, ma risulta «anche amareggiato e non approva la cerimonia di sabato scorso in municipio davanti a centinaia di persone» (Il Piccolo). Ora, scusate, che c’è di strano? Che certo mondo scout fosse culturalmente conformista e arcobaleno lo si sapeva; ma i parroci? Devono forse benedire le coppie gay? Di fronte a sottolineature simili, viene da chiederselo. E’ come se approvando le unioni civili, ne avessero introdotto l’obbligo di approvazione morale, con tanto di scandalo assicurato per quanti osino ancora ritenere la famiglia solo quella tra uomo e donna sposati.

In effetti, è così o quasi. Questo quindi ci offre la possibilità – considerazione numero due – di verificare la vergognosa bugia che stava dietro all’idea secondo cui, approvando le unioni civili, ad alcuni sarebbe andato “il diritto di amarsi” mentre per gli altri “non sarebbe cambiato nulla”. Balle. E’ cambiato tutto invece, anche se è solo passato poco più di un anno. Il riconoscimento giuridico delle coppie dello stesso sesso ha infatti totalmente dequalificato – come nel suo piccolo questo blog ricordava già all’indomani dell’approvazione parlamentare – l’idea stessa di famiglia tradizionale, oggi indifendibile, se non a prezzo dello scandalo, anche dai preti.

D’altra parte, a rendere grottesca l’attenzione mediatica alla vicenda di Staranzano, ci sono le parole di don Francesco, assolutamente pacate e affidate al bollettino parrocchiale: «Nella Chiesa tutti sono accolti, ma le responsabilità educative richiedono alcune prerogative fondamentali, come condividere e credere, con l’insegnamento e con l’esempio, le mete, le finalità della Chiesa nei vari aspetti della vita cristiana. Sulla famiglia la Chiesa annuncia la grandezza e bellezza del matrimonio tra un uomo e una donna. Siamo chiamati ad annunciare il modello di famiglia indicata da Gesù».

Ora, dove sono l’inflessibilità e la durezza questo prete, che ricorda solamente l’ovvio? Mistero. La terza e ultima considerazione sulla vicenda è anche la più amara e significativa, e riguarda un fatto ben evidenziato dai giornalisti: il silenzio della curia. Nessun sostegno a don Francesco dai piani alti. Ma c’è di più. Secondo quanto riportato da alcune fonti, all’unione civile del capo scout era presente pure il viceparroco e guida spirituale degli scout, tale don Genio, di nome e di fatto evidentemente, il quale si trovava lì «come amico della coppia e come prete». Olè.

Chiaro, no? Da una parte due uomini che si uniscono civilmente, applauditi da tutti, e con tanto di viceparroco al seguito, e dall’altra il parroco che osa dissentire – da quanto è dato capire – in pressoché totale solitudine. Come fosse lui a essere fuori posto e non tutta la vicenda a essere surreale. Con, meglio sottolinearlo, la curia rigorosamente muta. Strano, perché la disapprovazione dei rapporti omosessuali non è un pensiero fondamentalista, essendo stata condivisa dai non cattolici Platone (Leggi, 836 B), Aristotele (Etica Nicomachea, 1148b 24-30) e Kant (Metafisica dei costumi § Dottrina del diritto).

Lo stesso Papa Francesco, non certo un pontefice catapultato dal Medioevo, ha fatto presente che «non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia» (Amoris Laetitia, 215). Se dunque le cose stanno così, perché i pastori che ricordano l’ovvio – traendone le dovute conseguenze pastorali – vengono lasciati soli davanti all’inquisizione mediatica? Paura dello scandalo? Probabile. Anche se non si può non registrare come una Chiesa in silenzio sulle verità di ragione, rischi di avere poco da dire anche su quelle di fede.

Questo perché l’autostrada dell’eccessiva prudenza e della mondanità, per i cattolici, al casello presentano lo stesso, salatissimo prezzo: quello dell’irrilevanza. Come può, del resto, una Chiesa che neppure osa difendere il naturale – come il primato della famiglia formata tra uomo e donna sposati -, avventurarsi credibilmente a parlare e testimoniare del soprannaturale? E’ un passaggio sul quale, credo, valga la pena soffermarsi. Perché la prossima volta, alla prossima trovata del progressismo, non è affatto scontato vi sia – accanto a noi – un don Francesco di turno, pronto a farsi sbranare dai giornali pur di ricordarci la verità.

https://giulianoguzzo.com/2017/06/07/il-capo-scout-gay-il-prete-e-un-avvilente-silenzio/

 

31 marzo 2017

Ecco le vere battaglie delle femministe


di Roberto De Albentiis

La vicenda la conosciamo ormai tutti nostro malgrado: sabato 18 marzo, in una trasmissione pomeridiana della RAI condotta da Paola Perego, viene mandata in onda una classifica sui 6 presunti motivi per cui una donna dell’Est Europa sarebbe preferibile come fidanzata ad una italiana: dall’accenno al “fisico marmoreo” e all’aspetto”sexy” (in un bar o in uno spogliatoio maschile se ne sentono di peggio) al fatto che “fanno comandare il proprio uomo” e sono “casalinghe perfette”, non manca neppure uno stereotipo scemo; evitabile? Chiaramente. Una scemenza? Sì. Una cosa che strappa due risate? Ma come no! Ma se le prime ad averci riso sono state alcune donne est-europee, alcune, perfino, che hanno rilanciato con battute o pari classifiche ironiche! O che dire dei fotomontaggi della rete di questi giorni, con classifiche dedicate ai perché del preferire un maschio italiano (“Ti fa comandare”) o una donna del Sud Italia (“Impara fin da bambina a cucinare i patti tipici di otto regioni italiane”)? Una cosa su cui ridere nel fine di settimana tra il 18 e il 19 marzo e magari i primi giorni della settimana seguente? Ebbene no, le femministe si sono subito “indignate”, arrivando a far cancellare la trasmissione televisiva in questione.

Ora, personalmente, non mi dispero per la chiusura di una delle ennesime trasmissioni televisive generaliste dei palinsesti italiani, trasmissione di cui poi ignoravo francamente l’esistenza, ma che sia stata chiusa a seguito delle proteste politicamente corrette delle femministe è uno scempio; la masnada isterica femminista può permettersi di esporre il suo verbo di suprematismo sessuale sugli uomini, dipinti sempre come violenti oppressori (basti pensare agli accenni costanti al “femminicidio” e alla “violenza di genere”, o alle sentenze nei tribunali civili che sono spesso a favore sempre e solo delle donne nelle cause di separazione e divorzio), può permettersi di tacere o addirittura difendere lo scempio dell’utero in affitto (questo non mercifica davvero la donna, anziché qualche pubblicità con signorine succintamente vestite, che pure, però, non si possono criticare se no si cade nella “sessuofobia” e nella “misoginia”?), può imporci gli spottoni a favore delle “famiglie arcobaleno”, può produrre un vero e proprio classismo per di più contro altre donne (vi ricordate le espressioni della Boldrini conto le “donne casalinghe” di alcuni anni fa?), può tacere davanti allo sfruttamento lavorativo femminile (basti per tutti il tragico caso di Paola Clemente, morta di fatica in Puglia due anni fa, ma le femministe si fanno sentire solo per difendere i “diritti riproduttivi”, ovvero condom e aborto senza freni ), ma ehi, davanti al “sessismo”di una trasmissione tv, “nel 2017!!”, non si può tacere, “non una di meno!”, anzi, “non un* d* men*!”!

Il “femminismo”, ancillare alla destrutturazione non solo della società ma dello stesso essere umano, che combatte il fantomatico e inesistente “patriarcato”, che chiede più “diritti” (quali?) quando ha già tutto, è ridicolo al limite della malattia mentale, e questo tassello è solo l’ultimo di questo enorme mosaico che pare un pozzo senza fondo, tanto non ha fine, e quasi viene da invocare davvero l’avvento di un presunto o reale Partito Islamico Italiano, che almeno silenzierebbe queste persone.

Torniamo, per finire, a questa sciocca classifica (pure incompleta, perché non accenna agli svantaggi: ad esempio, non dice, come da altri meme di internet, che dopo i quarant’anni le donne dell’Est diventano “comodini con le gambe e i capelli corti”; per questo meme, invece, nessuna offesa o indignazione?): e se ci fosse del vero in essa? Se l’uomo italiano, europeo occidentale in generale, cercasse un modello di femminilità, e anche di vita familiare e matrimoniale, che non riesce più a trovare in Italia e in Europa? Se l’uomo italiano, nonostante tutto, volesse solamente sposarsi e crearsi una famiglia con una sposa dolce e affabile, con cui condividere un progetto e una comunanza di vita? E se l’uomo italiano, dopo decenni di ideologia femminista, che ha rovinato in primis le donne, non riuscisse più a trovare la sua metà se non nella donna dell’Est, che, oltre ad essere bella, crede ancora in certi valori?

Femministe (non donne, perché non tutte le donne accettano la categoria del femminismo), ma farsi una domanda, porsi un’autocritica, a quando? Non è che siete state voi stesse a rovinare, oltre alla società, proprio tutte le donne? Non è che la logica di supremazia e aggressività, unita al vittimismo e alla destrutturazione della famiglia e della stessa idea di maternità e femminilità, vi ha portato allo scontro frontale e perenne, a prescindere, con gli uomini (ridotti a penose alternative: rimanere celibi, dedicarsi alla prostituzione o all’omosessualità, oppure ricercare altrove, come l’Europa orientale, il proprio sogno d’amore)? Prima di attaccare una sciocca classifica, di cui essere le prime a ridere (se non si offendono le donne dell’Est, perché dovreste sentirvi offese voi?), guardate dentro di voi, e cercate di capire i vostri errori.

http://www.motoretrogrado.it/2017/03/24/ecco-le-vere-battaglie-delle-femministe/

 

30 gennaio 2017

Se un prete chiede scusa agli omosessuali anche quando non deve


di Giorgio Enrico Cavallo

«So che tanti pensano che la prima parola da dire sarebbe “scusa”, per le incomprensioni, la freddezza, la rigidità, una Chiesa troppo Chiusa che non ascolta. Dovrebbe farlo qualcuno più importante di me. Io invece vi dico grazie, perché voi, con la vostra ostinazione, ci avete dato la possibilità di pensare a una Chiesa grande, la Chiesa che noi sogniamo». Eh già. Di che ci sorprendiamo, in fondo? Il “tana-libera-tutti” della Chiesa cattolica contemporanea, porta anche ad affermazioni di questo tipo. A dirle, don Gian Luca Carrega, delegato del vescovo di Torino Cesare Nosiglia per la pastorale delle persone omosessuali, intervenuto al funerale della prima coppia omo «sposata» (?) civilmente grazie a quel capolavoro della legge Cirinnà. Inutile dire che queste esternazioni decisamente “atipiche” (eufemismo), hanno trovato il plauso del Torino Pride, che ovviamente le ha sfruttate per la crociata omosex contro la De Mari. Ma questa è un’altra storia.

Ciò che fa tremar le vene e i polsi (scusi, messer Dante) non è tanto che la diocesi di Torino abbia perso, per l’ennesima volta, l’occasione di tacere; pazienza, ci siamo abituati. Ciò che sgomenta è che un sacerdote delegato dell’arcivescovo possa replicare il solito cliché della Chiesa severa, oscurantista, omofoba e compagnia briscola. Forse, il nostro ha sentito troppi sermoni provenienti da quel di Bose.

Eppure, la Chiesa ha sempre avuto posizioni molto chiare e precise. E questo non solo con gli omosessuali: per rinfrescare la memoria di qualcuno, basti ricordare l’episodio della lapidazione dell’adultera e la frase… lapidaria: «Chi è senza peccato, scagli la prima pietra» (Gv 8,7). Dovremmo ormai sapere queste cose ad nauseam: la pastorale si è profusa in una infinità di documenti, i giornalisti hanno avuto tutte le conferme del caso con una miriade di interviste rilasciate da cardinali e papi nell’ultimo mezzo secolo. Una tra tutte, pescata a caso nel mare magnum di internet: gli omosessuali «non devono essere discriminati perché presentano quelle tendenze. Il rispetto per la persona è assolutamente fondamentale e decisivo». Parole di Benedetto XVI.  La Chiesa condanna, dunque, il peccato: poiché «maschio e femmina li creò», non c’è spazio per una terza via. Come più volte specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica [2360], «la sessualità è ordinata all'amore coniugale dell'uomo e della donna». L’omosessualità, in sé, è una tendenza sessuale «disordinata» [2358], ma le persone omosessuali «devono essere accolt[e] con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione» [2358].

Se dunque può esserci l’ostilità di qualche sacerdote, non si può accusare la Chiesa tout court di essere troppo chiusa. Le sue posizioni possono non piacere; è comprensibile che qualcuno non accetti la condanna della tendenza omosessuale; ma non si può dire che la Chiesa sia chiusa e che non accolga l’omosessuale in quanto essere umano.

Talvolta, però – ed è opinione anche del sedicente priore di Bose, per il quale (profetizzo) si stanno predisponendo le cose per una sua chiamata ad un più alto ruolo in seno al Vaticano – si afferma che nella Bibbia e in particolar modo nell’insegnamento di Cristo nulla si dica sull’omosessualità. Ergo, fate un po’ come ve pare. Ma se una parte della Chiesa va dietro alle affermazioni di Enzo Bianchi, almeno noi cerchiamo di mantenere i piedi per terra. Mi permetto di fare alcuni esempi.

Si pensi alle parole di Cristo in riferimento a coloro che non accoglieranno il Verbo di Dio: «nel giorno del Giudizio il paese di Sodoma e Gomorra sarà trattato meno severamente di quella città» [Mt 10,15]. Il parallelo con le due città distrutte per i loro peccati doveva essere ben compreso dagli ebrei di allora; e va detto che Sodoma non sarà di certo risparmiata nel giorno del Giudizio; semmai, Gesù utilizza il parallelo con la distruzione di Sodoma – punizione esemplare dell’Antico Testamento – per evidenziare come l’incredulità davanti al Vangelo abbia conseguenze peggiori di quelle che provocarono la distruzione delle due città peccaminose. E inoltre: «Non capite che quanto entra per la bocca, passa nel ventre e va a finire nella latrina? Ma quel che esce dalla bocca viene dal cuore, ed è questo che contamina l’uomo; poiché dal cuore vengono i cattivi pensieri, gli omicidi, gli adulteri, le fornicazioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie: queste cose contaminano l’uomo, ma il mangiare senza lavarsi le mani non contamina l’uomo». [Mt 15, 17-20]. Non meniamo il can per l’aia dicendo che “non si parla di omosessuali, dunque va tutto bene”: il rapporto tra due uomini/due donne non è forse ciò che con una parola oggi non molto bella, ma di certo efficace, viene definito una fornicazione?

Dubbi? «Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola». [Mt 19, 4-5].
Gli esempi potrebbero continuare, ben più a lungo di quanto un piccolo articolo possa ospitare. Ma poiché questi sono passi evangelici che i nostri pastori dovrebbero ben conoscere, oltre a ben conoscere il Catechismo e possedere i dovuti mezzi cognitivi per comprendere che va accolto l’uomo, ma condannato il peccato; ecco: ci si domanda perché voler sempre andare oltre, invocando la resa delle armi della Chiesa dal punto di vista della morale sessuale anche se è evidente che qualora ciò avvenisse, sarebbe la fine della Chiesa cattolica. Ah, ma forse i nostri pastori… vuoi vedere che c’è davvero qualcuno che sta pensando… che vorrebbe… Lungi da noi pensar male, ovviamente. Viviamo in un’epoca in cui la Chiesa Cattolica non è dilaniata da nessun conflitto interno, in cui i pensieri mondani non scalfiscono la granitica fede dei nostri pastori e in cui siamo guidati dal migliore dei papi possibili. Per cui: va tutto bene ed è  tutto sotto controllo.

 

04 novembre 2016

Intervista al primo Sindaco obiettore d’Italia


di Giuliano Guzzo

Al via libera definitivo del Parlamento alle unioni civili, lo scorso febbraio, mancavano ancora due mesi eppure Mario Agnelli, primo cittadino quarantaseienne di Castiglion Fiorentino, comune di oltre 13.000 anime in provincia di Arezzo, aveva già avvertito tutti della sua contrarietà: «Non intendo celebrare unioni civili tra omosessuali». Una presa di posizione molto netta valsa al sindaco, sostenuto da una lista civica ed eletto con una schiacciante maggioranza di oltre il 63% dei voti in occasione delle elezioni amministrative del maggio 2014, una certa visibilità ma pure critiche. Terry e Marcello, sposati all’estero nonché gestori, proprio a Castiglion Fiorentino, del B&B considerato il numero uno al mondo, hanno per esempio definito la posizione di Agnelli un «insulto all’intelligenza». E come se non bastasse Vladimir Luxuria in persona, nel giro d’Italia che ha annunciato allo scopo di “convertire” gli amministratori obiettori, pare abbia fissato la sua prima tappa proprio lì, a Castiglion Fiorentino. Per questo, anche se del caso dei sempre più numerosi sindaci contrari alle nozze gay, quali sostanzialmente le unioni civili sono, mi sono già occupato, ho deciso di avvicinare il primo cittadino toscano per rivolgergli qualche domanda.

Sindaco Agnelli, perché ha scelto di dichiarare che non avrebbe celebrato unioni civili ancora prima che queste divenissero legge? Qualcuno potrebbe pensare ad una facile ricerca di visibilità.  «Nel mese di febbraio trattammo questo argomento in una seduta del Consiglio comunale ed ognuno ebbe la possibilità di esprimere la propria opinione. Giudico questo argomento trasversale, soprattutto etico e dai contenuti valoriali, pertanto sulle mie posizioni ricordo si espressero anche membri della minoranza, come alcuni colleghi di maggioranza dimostrarono una sensibilità diversa dalla mia. Non pensavo che esprimere la propria opinione, benché in una seduta di un Consiglio comunale, potesse far scaturire tutta questa attenzione. Io ritengo di aver detto una cosa normale e sono quasi divenuto un “eroe” per qualcuno ed un “extraterrestre” per qualcun altro. Non deve essere così».

Nelle 27 pagine di programma con cui si è fatto eleggere, però, non c’è traccia di un simile impegno. «Perché non mi pare certo un impegno che si può inserire in un programma elettorale da presentare alle elezioni amministrative. Caso mai, questa domanda la dovrebbe rivolgere a Matteo Renzi. Mi pare che la legge sulle unioni civili così come approvata non fosse compresa in alcun programma elettorale scelto e legittimato dal consenso popolare. Per lo meno, io sono stato eletto Sindaco perché il 63% dei miei cittadini ha dato fiducia a me e al programma riportato nelle citate 27 pagine. Chi ha voluto invece Renzi, il quale se non sbaglio prima faceva il Sindaco come me?».

In paese come hanno preso questa sua decisione di rifiuto di celebrare unioni civili? «Molte persone hanno perfettamente compreso il mio pensiero, altre meno essendo un argomento che riguarda, a mio avviso, i valori e che tocca la sensibilità di ognuno. Avevo chiarito subito che non volevo discriminare nessuno, ma nessuno deve però discriminare me per il mio pensiero e credo che questo concetto, tranne rare eccezioni, almeno nel mio paese sia passato. E’ un fatto di democrazia. Infatti io non mi sono messo contro la legge e nel mio Comune le unioni civili si possono celebrare, ma non con il sottoscritto. Tutto qui».

E’ vero che Vladimir Luxuria verrà a trovarla per farle cambiare idea? Si sta preparando? «Vladimir Luxuria può venire a trovarmi quando vuole. A lui riconosco il merito di aver espresso la sua opinione senza tanta arroganza o prepotenza, come ha fatto qualcun altro. Tuttavia per lui sarebbe un viaggio a vuoto, come del resto per chiunque altro, Cirinnà compresa. Le mie idee e i miei valori non sono in vendita».

Cosa consiglia ai sindaci che vorrebbero seguire il suo esempio? Non è semplice, oggi, per chi ha certe posizioni. «Di non dare troppo peso a chi ti contesta perché non la pensa come te. A noi Sindaci spetta il compito di sopportare anche le critiche. Certo, quelle toccate a me sono facilmente evitabili da chi preferisce starsene rintanato nel proprio guscio. Il punto è che io non mi sono mai nascosto per le mie idee, né lo farò in futuro. Chieda ad esempio in giro cosa penso dei presepi e dei Crocifissi nelle scuole. Anche in quel caso, per rimarcare i nostri valori cristiani e culturali, nacque un polverone in occasione del quale arrivò a scomodarsi anche il Ministro Giannini. Il risultato? Io resto delle mie idee e mi tengo i miei valori».

https://giulianoguzzo.com/2016/11/04/eroe-per-alcuni-extraterrestre-per-altri-intervista-al-primo-sindaco-obiettore-ditalia/

 

12 ottobre 2016

Legender Metropolitane

di Giuliano Guzzo

«Non ti hanno ancora arrestato?», gli ho chiesto scherzando alla presentazione del suo ultimo libro e lui, il mio amico Renzo Puccetti, ha risposto con un sorriso ben consapevole del significato della battuta. La sua ultima fatica, LegGender Metropolitane (Edizioni Studio Domenicano 2016, pp. 288), è infatti un libro esplosivo, probabilmente il più esplosivo uscito dalla penna di questo infaticabile medico, docente e scrittore da anni in prima linea sui temi eticamente sensibili. Si tratta, in breve, di un manuale politicamente scorrettissimo nelle cui pagine è pazientemente sbriciolato – mediante una serrata revisione della letteratura scientifica – tutto ciò che il fronte LGBT, forte di una copertura mediatica quotidiana, afferma a proposito dell’omosessualità, del transessualismo, dell’educazione di genere, delle adozioni alle coppie gay.

Per capirci, pensate che gay si nasca? Che sia l’amore a fondare la famiglia? Che sia la cosiddetta omofobia a complicare la vita alle persone con tendenze non eterosessuali? Che i figli delle coppie dello stesso sesso crescano senz’alcuna difficoltà aggiuntiva rispetto agli altri? Bene, allora avete una ottima conoscenza delle LegGender Metropolitane che questo libro implacabilmente smantella; ma non, si badi, procedendo arrogantemente a colpi di slogan bensì, come si diceva poc’anzi, con una profonda immersione in un oceano di studi e ricerche tra le cui onde Puccetti si muove agevolmente, svelando anche a chi non ha grande dimestichezza con statistiche, tabelle e percentuali, gli inganni del Pensiero Unico. Il libro si presenta insomma come una piccola enciclopedia del buon senso su temi cruciali quali oggi più che mai sono la famiglia e l’identità sessuale.

Degna di nota, insieme ad uno stile divulgativo e di agevole lettura, è l’attenzione che l’Autore sistematicamente pone non solo alle tesi, ma alle stesse fonti che quanti sposano posizioni LGBT non mancano mai di ricordare. Da sottolineare inoltre come non vi sia in pratica neppure una pagina, di questo testo, spoglia di note bibliografiche e sacrificata alle divagazioni: l’intera opera è finalizzata ad un esame critico delle tematiche di volta in volta affrontate. Tra tutti, il capitolo che più impressiona per completezza è quello sulle cosiddette adozioni omogenitoriali, in cui Puccetti non concede neppure un centimetro alle imprecisioni, ai limiti metodologici e alla incaute generalizzazioni di quanti si sentono autorizzati ad affermare pomposamente che «La Scienza» avrebbe decretato che padre o madre o genitore 1 o genitore 2, per un figlio, sono la stessa cosa.
Balle. Nessuna ricerca o studio, tra quelli che si sono basati su campioni sufficientemente vasti e rappresentativi, è mai pervenuto ad una conclusione simile. 

Di più: le pubblicazioni metodologicamente più accurate, nota l’Autore, hanno puntualmente suffragato la visione tradizionale della famiglia e del benessere dei figli. Certo, numericamente questi articoli non sono (ancora) moltissimi. Ma questo non è dovuto ad una trasversalità di pensiero che «La Scienza», su questi argomenti, non ha mai lontanamente raggiunto, bensì alla mancanza di coraggio di un mondo accademico purtroppo suddito del politicamente corretto e conseguentemente privo di coraggio. Coraggio che grazie al cielo invece non manca, anzi, a Renzo Puccetti. Anche e solo per questo, al di là di quanto qui poc’anzi ricordato, LegGender Metropolitane meriterebbe di essere acquistato e letto.

 

27 agosto 2016

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: Gli eretici del Celio (Parte VII)


di Alfredo Incollingo

Il Celio è sempre stato un colle appartato dalla città e molto quieto, forse fin troppo tranquillo. Questa nomea ha portato la stessa Chiesa Cattolica, nella Città Santa, a desistere dal controllare le comunità religiose che lì si erano costituite. Probabilmente certi del loro tacito assenso alla dottrina e della loro totale sottomissione al Papa il clero li lasciò indisturbati. Fu un errore: un'eresia “moderna” nacque e si sviluppò indisturbata per un anno, e forse di più, con la complicità di frati infedeli.
A San Giovanni a Porta Latina, splendida chiesa paleocristiana del V secolo, un gruppo di monaci aveva dato vita ad una strana confraternita. I pochi testimoni la definirono così questa anomala comunità maschile dedica ad una vita comune e coniugale. Questa chiesa, immersa tuttora nel verde, fra caratteristiche ville ottocentesche, all'apparenza non sembra nascondere un segreto così oscuro. Eppure le apparenze ingannano e fra quelle mura si consumarono atti blasfemi e tragici.
I monaci di San Giovanni a Porta Latina erano soliti accogliere omosessuali in fuga (anche ebrei dal locale ghetto) e celebrare matrimoni fra persone dello stesso sesso, seguendo pedissequamente il rito cattolico. Il sacramento era garante dell'unione, anche se omosessuale, e lo giustificava nel Magistero. Testimoni illustri (come il filosofo francese Montaigne) o le stesse carte processuali (le poche rimaste) ci raccontano di più su questa confraternita. Vivevano in comune, seguendo un costume sessuale libero e le coppie contribuivano al benessere del gruppo.
Per un anno circa vissero in tutta tranquillità fino al 20 luglio 1578. Un servo, forse per risentimento verso il suo padrone, denunciò i fatti all'Inquisizione che si attivò per catturare i colpevoli. Una retata portò dietro le sbarre diversi esponenti della comunità, mentre altri riuscirono a fuggire. Il processo durò fino al 3 agosto dello stesso anno quando i frati furono impiccati e i loro corpi bruciati nei pressi di San Giovanni a Porta Latina. Montaigne raccontando questo strano evento, appreso dal popolo, descrive l'atmosfera lugubre del posto e la cenere che pareva ancora aleggiare sospinta dal vento. Il filosofo narra così un episodio, a noi poco noto, che certamente intimorì gli uomini del tempo tanto da rimanere impresso per decenni nella memoria collettiva.
Una domanda a noi moderni ci pare sensata a riguardo: questi eventi sono stati una premonizione del futuro, di una Chiesa attanagliata dall'agenda LGBT? Come molti sacerdoti e cardinali odierni, anche all'epoca certe aperture furono sviluppate da membri del clero. Forse dobbiamo temere che la Chiesa precipiti nel caos per colpa di chierici infedeli al Vangelo, mentre noi laici non possiamo che pregare e agire per salvare il salvabile.
Il viaggio continua.

 

23 agosto 2016

Come parlare del matrimonio gay ai bambini?


di Manlio Rossi

Tra le cose più tristi che esistono per un genitore c’è forse proprio quella di dover spiegare e in qualche modo giustificare dinanzi ai propri figli l’esistenza del male nel mondo. Tuttavia il male, inteso come assenza di bene, rende in qualche modo l’universo più diversificato e complesso e in ultima analisi più bello e armonioso, come insegna ripetutamente Tommaso d’Aquino nelle sue opere.
Ovviamente la carenza di bene che egli riscontra nella creazione, e che permette la diversificazione infinita degli enti, non legittima l’uso cattivo della libertà, donataci per seguire Dio e la verità, e non per peccare.
D’altra parte da molti mali derivano inopinatamente dei beni eccelsi, e proprio dalla ingiustissima uccisione del Figlio di Dio venne il bene sommo e immeritato della Redenzione dell’umanità. Così come dalla persecuzione subita dai santi e dai martiri nasce l’esempio: di pazienza, di eroismo, di fedeltà fino alla morte...
Ovviamente tutti gli uomini, e quegli stessi uomini in potenza che sono i bambini, intuiscono prima o poi, la presenza nel mondo di un Principio guida che si esplica attraverso numerose leggi morali che possono essere trasgredite, ma non mai negate.
Tra esse la legge della riproduzione e della famiglia, o se si vuole la legge dell’amore è una delle più note universali e benefiche tra quelle instillate dal Creatore nel cuore degli uomini, e fatte le debite proporzioni, negli stessi animali.
L’approvazione di leggi sul matrimonio gay e l’adozione di minori da parte di queste nuove “famiglie” (concetto questo che dovrebbe fare orrore mentre lo si pensa) di positivo ha ben poco e di nefasto moltissimo. Come positività riscontriamo anzitutto questa: la legittimità delle democrazie laiche d’Occidente, e a termine di tutti i paesi che sovvertono la base etica dell’umanità, è profondamente messa in forse dall’abiezione e dalla violenza contro natura, e la comprensione di ciò da parte di molti, finora ingabbiati in uno sterile moderatismo, è un bene vero.
Ma non basta lamentarsi. Bisogna lottare. E formarsi per una lotta impari certo, ma sicuramente giusta, legittima e che dà molta consolazione al Cielo, offeso e irritato dalla esaltazione planetaria di atteggiamenti “contrari alla legge naturale” e di una inclinazione, a dir poco, “oggettivamente disordinata” (Catechismo della Chiesa cattolica, 2358).
Lo psicoterapeuta olandese Gerard van den Aardweg (1936) è oggi in Europa uno dei più grandi specialisti per la cura delle persone omosessuali, oltre a rappresentare un punto di riferimento internazionale per gli studi su omosessualità e pedofilia. In lingua italiana sono stati pubblicati due suoi importanti saggi: “Omosessualità e speranza” (Ares, 1999) e “Una strada per il domani. Guida all’autoterapia dell’omosessualità” (Città Nuova, 2004).
L’ottimo editore Solfanelli ha ora pubblicato un volumetto di sintesi che raccomandiamo vivamente ai lettori per la chiarezza dell’esposizione, la ricca documentazione scientifica e la visione non solo medica e psichiatrica dell’omosessualità, ma anche etica e sociale (G. van den Aardweg, La scienza dice NOL’inganno del matrimonio gay, Solfanelli, 2016, pp. 170, € 12).
Nella sua valida presentazione, il professor Paolo Pasqualucci, già ordinario di Filosofia del Diritto a Perugia, fa notare i punti di forza delle ricerche del dottor van den Aardweg e la sua originalità. Alla luce dei risultati del medico olandese appare chiaro che in nessun uomo “esiste un orientamento (…) omosessuale naturale, cioè innato” (p. 7). Esso sorge sempre a causa di patologie psichiche e di problematiche esistenziali vissute nell’infanzia e nell’adolescenza. “Nessuno scienziato è mai riuscito a dimostrare l’esistenza di un gene gay né di un cervello gay, nonostante i ripetuti tentativi di ricercatori a loro volta gay dichiarati” (p. 7). I rapporti amorosi tra omosessuali vengono analizzati attraverso documentatissime ricerche e per le ammissioni degli stessi gay o ex gay essi risultano segnati da caratteristiche quali “l’immaturità, l’egoismo radicale, il narcisismo, l’indifferenza morale” (p. 9).
Dopo aver ricordato il duplice NO all’omosessualità e tanto più al matrimonio gay da parte di Dio (e di tutte le religioni) e della natura, van den Aardweg insiste giustamente sulla terza fondamentale negazione: anche la scienza dice NO! Per lo meno la scienza obiettiva e non la pseudo “scienza gay” riconducibile “a un sistema di propaganda e [a] uno strumento politico” molto efficace (p. 27).
Lo psichiatra olandese chiama i suoi lettori alla resistenza verso una “ideologia realmente pericolosa”: “essa potrà provocare drammi ancora più vasti se non verrà fermata in tempo” (p. 28). D’altra parte, “molte persone non sono consapevoli del radicalismo occulto dei movimenti per i diritti dei gay; non sanno che la legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso non è ciò che sembra, non si rendono conto di venir raggirate” (p. 27).
Nel primo capitolo si fa stato di una verità negata: “le cause fisiche ossia naturali, biologiche dell’omosessualità non sono state trovate” (p. 31). Segno che non si tratta di “una variante innata della sessualità” (p. 32). E’ altresì evidente che “c’è qualcosa che non funziona bene quando una persona, dotata di un integro apparato anatomico e fisiologico finalizzato alla procreazione, non sente alcuna attrazione per il sesso opposto, in contrasto col 95% del resto della popolazione” (p. 34).
Tutte costatazioni ovvie ma che una intera classe scientifica sottomessa ai diktat dell’Unione Europea e delle lobby vorrebbe censurare, danneggiando in primis proprio gli omosessuali i quali, se vanno capiti e compatiti, vanno pure aiutati a superare la loro condizione, e non ad accettarla. Molti omosessuali infatti ritrovano la via della normalità e si sposano, come nel celebre caso di Luca di Tolve (cf. Ero gay, Città Ideale, 2015).
Uno storico ha scritto che “Nessuna società ha mai accettato l’omosessualità come modo di vivere da preferirsi. In nessun luogo l’omosessualità o la bisessualità sono [stati] considerati in sé auspicabili. In nessun luogo i genitori affermano: non mi importa se mio figlio è eterosessuale o omosessuale” (cit. a p. 34). La costatazione rincuora certo, ma oggi, dopo decenni di crescente lavaggio del cervello, iniziato dal fatidico ’68, c’è da temere che essa sia effimera e anzi già se ne vede il tramonto. Esistono certamente difatti, e non sono pochissimi, i genitori che si farebbero un vanto di avere un figlio gay, così come pare bello avere un amico gay, un insegnante gay, un maestro di vita gay, sicuramente dolce, affidabile, comprensivo, aperto, non violento, santo come nella migliore agiografia quotidianamente propalata dai mass media…
Ma torniamo ai fatti. Nel 2009 il presidente Obama, forse il peggior presidente della storia non luminosa degli Stati Uniti, ha invitato alla Casa Bianca 250 leader gay e ha premiato un loro rappresentante di nome Kameny “per la sua aperta battaglia per il riconoscimento della normalità e della bontà morale” dell’omosessualità (cf. p. 36). Piccolo particolare ignoto ai più: “Dopo la morte di Kameny nel 2011, la sua casa è stata inserita nel National Register of Historic Places, i suoi scritti archiviati nella Biblioteca del Congresso e il suo bottone gay is good è stato messo in mostra nell’American Museum of History (…). Kameny affermava: Godiamoci sempre più migliori e ulteriori perversioni sessuali, qualsiasi sia la loro definizione, tra un numero sempre maggiore di adulti consenzienti […]. Se i rapporti sessuali con animali consenzienti [sic] fanno felice qualcuno, lasciamogli ricercare la sua felicità” (p. 36, n. 7).
Ma cos’è allora l’omosessualità dal punto di vista scientifico?
Per il medico olandese se “il tratto omosessuale non è innato ma acquisito”, esso deriverebbe “da un’insufficiente identificazione di genere, cosa che porta all’isolamento dai compagni dello stesso sesso” (p. 47). Di solito, “la figura paterna, maschile, ha avuto un ruolo troppo piccolo nello sviluppo della personalità del ragazzo e quella materna, femminile (…) nello sviluppo della ragazza” (p. 47). Questo spiegherebbe pure l’aumento odierno dell’omosessualità letta dai propagandisti della sinistra come la prova della fine dei tabù e l’inizio della liberazione sessuale. Invece, è a causa del divorzio e dell’assenza di una figura genitoriale stabile, se non di entrambe, che si ha prima l’allontanamento dal gruppo dei pari (coetanei e co-generi) e poi l’esplosione della devianza.
Van den Aardweg parla dell’importante “dimensione della mascolinità e della femminilità nella personalità” (p. 48), specie nella formazione adolescenziale e pre-adolescenziale. Ma forse è proprio per questo che la devastante ideologia del gender vuole cancellare ogni minima distinzione tra i sessi, colorando a forza le unghie dei maschietti e impedendo alle bambine di identificarsi con le principesse e le fate. Gli ideologi del gender fanno di tutto per avere più gay tra i giovani, così come le femministe spingono la donna ad abortire: tutto è collegato come insegna Papa Francesco…
Il concetto di immagine di sé è qui cruciale”: “Gli uomini gay hanno una percezione limitata della loro mascolinità. Le donne lesbiche hanno una percezione limitata della loro femminilità” (p. 51). Guai quindi a quei genitori ed educatori che annientano forzosamente le differenze naturali e sociali tra i bambini: le gonne, gli anelli, gli smalti, le capigliature e gli sport, sono importanti proprio perché distinguono e quindi identificano. Ma chi odia l’identità stabile e certa fa di tutto per rendere l’essere umano strano e confuso (queer).
La vita vissuta delle coppie gay è trattata dettagliatamente nei capitoli 4, 5 e 6, e preferiamo, per pudore, non riportare nulla onde non scandalizzare i più innocenti tra i lettori. In ogni caso le testimonianze di gay di mezz’età (uomini e donne), a volte malati di Aids o comunque pentiti della loro vita sballata e senza freni, valgono più che tutti i fasulli gay pride dell’universo
Le parole di un attivista gay (a priori da credere poiché secondo la vulgata il gay non mente mai) sono quelle che sinteticamente dicono di più a tutti noi che vogliamo vivere lottare e morire per la verità, per la normalità, per il benessere e la pace nel mondo: “Combattere per il matrimonio tra persone dello stesso sesso e per i suoi privilegi e poi, una volta che esso sia stato concesso, ridefinire completamente l’istituzione del matrimonio, rivendicare il diritto di sposarsi non come un mezzo per aderire ai codici morali della società bensì per sfatare un mito e alterare radicalmente un’istituzione arcaica” (cit. a p. 75). Ecco la ragione del legame profondo tra omosessualismo, progressismo, femminismo, veganismo, liberalismo e individualismo contemporaneo.
Secondo l’Autore, il matrimonio gay è “il primo passo verso la legalizzazione della poligamia” (p. 74) e così sta avvenendo un po’ ovunque, Italia compresa.
L’ultimo capitolo, il dodicesimo, conclude la pregevolissima esposizione, chiedendosi: “Cosa accadrà dopo la legalizzazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso?” (pp. 147-151).
Le conseguenze più immediate, già visibili in paesi precorritori come l’Olanda, il Canada o la Spagna, sono queste: l’adozione di infanti da parte dei gay, l’indottrinamento scolastico dei bambini sui vari matrimoni possibili e le varie famiglie legittime (la più arcaica delle quali è proprio quella biblica formata tra uomo e donna…), l’introduzione di leggi che colpiscano la cosiddetta “omofobia” ossia la preferenza dell’eterosessualità al vizio, l’apertura logica verso la poligamia, la poliandria e la pedofilia (attraverso l’abbassamento costante dell’età del consenso sessuale), la distruzione delle legislazioni pro famiglia, la proibizione della vera scienza psichiatrica sulle devianze e le perversioni, il divieto della cura dell’omosessualità, auspicata invece da un numero crescente di gay distonici, etc. etc.
Che dire quindi ai nostri figli circa i matrimoni gay? In proporzione con la loro età, saper cogliere l’occasione, fornitaci dal diavolo, di far luce sul male, la sua diffusione e la sua pericolosità; ma anche parlar loro della bellezza, della grandezza e la nobiltà del bene il quale, malgrado tutte le caricature e le menzogne ideate dal Sistema, coincide con il vero amore sponsale e con l’unica famiglia voluta dal Creatore.

 

10 agosto 2016

Il paradosso genitale


di Francesco Filipazzi

Poligamia e poliamore: il paradosso genitale

Leggendo il Corriere della Sera, ultimamente si rischia di imbattersi in articoli piuttosto insensati riguardo etica e diritti civili. E' il caso ad esempio dell'odierno "La poligamia non può essere un diritto civile in Italia" di Luigi Manconi, nel quale viene scritto che la poligamia proposta da Hamza Piccardo non è accettabile sotto ogni profilo, perché cozza con la "morale occidentale". Siamo convinti che la lettura dell'articolo indurrà grasse risate nei nostri lettori, poiché le motivazioni che vengono addotte per porre la poligamia al di fuori della "morale occidentale" di fatto pongono al di fuori anche i matrimoni gay, l'utero in affitto e tutta un'altra serie di "diritti civili". Ma l'editorialista evidentemente non se ne accorge. In un primo momento, l'articolo parte dal presupposto che la poligamia sia solo quella di un uomo con molte donne e quindi ciò induca in uno stato di sottomissione il sesso debole. Nel caso di una donna con molti uomini sarebbe comunque sottomissione degli uomini. Quindi poiché una persona non può essere sottomessa ad un'altra persona, apprendiamo che esiste un "principio che non consente il lavoro schiavistico o il commercio degli organi o ogni altra forma di degradazione della dignità personale, anche qualora vi fosse il consenso dei diretti interessati". Non sappiamo se l'editorialista sia d'accordo con la pratica dell'utero in affitto, però le motivazioni che adduce sono le stesse di molti paladini dei diritti civili che sono favorevoli. Dunque, ci chiediamo, quando i ricchi occidentali affittano l'utero di una povera thailandese o ucraina, si rientra nella casistica dello schiavismo o del commercio di organi? E su che base una donna che vuole volontariamente far parte di un harem non potrebbe, mentre una che affitta l'utero a degli sconosciuti sì? Il massimo del ridicolo però si tocca quando viene messa in dubbio l'affermazione di Hamza: "non si capisce perché una relazione tra adulti edotti e consenzienti possa essere vietata, di più, stigmatizzata, di più, aborrita". Che ridere. Un'antica frase dice "si è sempre il Mossad di qualcun altro", in questo caso "si è sempre l'intollerante di qualcun altro". In questo caso i paladini dei diritti civili sono stati colti in fallo. Love is Love solo quando decidono loro.

Il paradosso genitale e il matrimonio a catena

Ebbene, coloro che nel passato hanno vagheggiato il poliamore, oggi vanno in tilt per la poligamia. Dunque se in Canada due o tre uomini vanno a vivere con due o tre donne, non si può dire che è un orgione riconosciuto dallo stato, ma poliamore. Dunque, ci chiediamo. Se venisse fatta una legge sul poliamore, un uomo potrebbe convivere con tante donne, che magari sono bisessuali o lesbiche? Siamo davvero così maschilisti da non cogliere la bellezza di una donna che vive con un marito e tre mogli? Siamo sconvolti dalla paradossale impostazione mentale di questi che pongono sempre il pene al centro di ogni rapporto umano, mentre invece magari esso è solo un contorno. E' un paradosso genitale. Peraltro ci chiediamo su che base, se ad esempio Luca sposasse Anna e poi Lucia, Anna e Lucia non sarebbero poi fra loro mogli? Non si capisce perché non ci possa essere una proprietà transitiva. Un matrimonio a catena. Luca sposa Anna e Lucia. Anna sposa Giovanna e Marco. Lucia sposa Aldo e Vladimir. Dunque Vladimir è marito anche di Luca, Anna, Giovanna e Marco. E se Anna divorzia da Giovanna deve chiedere il consenso a tutti gli altri, altrimenti è divorzio non consensuale e deve dare gli alimenti a tutti. Questa sì che sarebbe una bella riforma del matrimonio. Il matrimonio di massa. Sia ben chiaro, non deve essere la comune orgiastica, ma tutto deve essere regolamentato secondo un contratto firmato di fronte al sindaco. Tutti pagano gli alimenti a tutti. Love is Love.

 

17 giugno 2016

Lo strano caso dei matrimoni gay rinascimentali


di Alfredo Incollingo

I pochi testimoni la definirono una “confraternita”: una strana comunità maschile, apparentemente devota alla Chiesa Cattolica, che si riunì per un intero anno nella (all'epoca) periferica chiesa di San Giovanni a Porta Latina, nel rione Celio (nei pressi del Colosseo, per i profani della città).
Abbiamo purtroppo pochissime fonti che ci raccontano la storia dei primi “matrimoni” omosessuali celebrati in Europa. Non avvennero nella Grecia “libertina” e “omosessualista” né durante la romanità imperiale. Furono celebrati nella Roma del Cinquecento, ben quindici anni dopo il Concilio di Trento, nel 1578.
Le fonti storiche che possono permetterci di chiarire questo mistero e i trascorsi giudiziari sono purtroppo scarsi. Abbiamo le testimonianze di autori, noti e meno noti, che, durante i loro soggiorni nell'Urbe, appresero il fatto per bocca dei romani, forse anche costoro incerti sulla veridicità delle loro parole.

Il filosofo francese Michel De Montaigne racconta nel suo “Viaggio in Italia” questa strana vicenda intercorsa dieci prima del suo soggiorno romano nel 1581. Nella chiesa di San Giovanni a Porta Latina, nella quiete del colle Celio disabitato, si riunivano un gruppo di uomini, spagnoli e portoghesi, che praticavano la vita comunitaria. Il filosofo la definisce una “confraternita” perché nelle comunità religiose è prassi la comunanza dei beni e delle singole esistenze. Eppure questi uomini non erano semplici frati o laici devoti. Erano "sposati"! Lo stesso Montaigne parla di “matrimonio” e della celebrazione che rispettava in tutto e per tutto il rito cattolico. Il Sacramento (profanato in modo gravissimo) era per loro garante dell'unione.

Sappiamo che all'interno della comunità vigeva la libertà (omo)sessuale e venivano accolti continuamente omosessuali, anche quelli provenienti dalla comunità ebraica romana, come ricorda lo storico Giuseppe Marcocci.
Ipotizza inoltre che la “confraternita” prosperò indisturbata, nella piena desolazione del Celio, per un anno prima che un delatore, un tale Giuseppe, denunciasse il fatto alle autorità giudiziarie: il 20 luglio 1578  una retata portò all'arresto di undici persone. Li colsero nella tranquillità della loro vita quotidiana, mentre spazzavano o cucinavano, senza sapere del tradimento appena subito. L'ambasciatore veneziano Alessandro Tiepolo con una serie di missive informava la Repubblica Veneziana dei risvolti della vicenda il 3 agosto di quell'anno.

E' lui che ci dà informazioni sul numero esatto degli adepti, ben ventisette persone, la cui maggior parte fuggì all'arresto.
I documenti del processo presentano una serie di lacune. Durò ben tre settimane, ma abbiamo i verbali delle sedute tra il 27 luglio e il 3 agosto. Questa grande lacuna di prove documentarie purtroppo ci porta ad utilizzare tanti e troppi “forse”.
Eppure non possiamo non riflettere sulla “modernità” di quanto accaduto a San Giovanni a Porta Latina. La “confraternita” si impossessò dei Sacramenti non per farne parodia ma per cercare di rientrare nel canone. E' un primo gesto eversivo per disintegrare il Magistero Cattolico (come è avvenuto nel mondo protestante), che ci spinge a rimanere saldi nella Verità. Se il Maligno ci attacca così duramente, vorrà dire che siamo nel giusto!
E soprattutto, certe "battaglie" così innovative, non sono in realtà sempre la stessa zuppa riproposta oltretutto nelle stesse forme?
 

23 aprile 2016

Studio scientifico (non) sdogana le famiglie gay

di Giuliano Guzzo
Una delle leggende metropolitane più diffuse, anche fra persone di una certa cultura – e che con le mie orecchie ho sentito dare per certa pure da diversi professori universitari -, è che decenni di studi sull’argomento avrebbero inconfutabilmente appurato come, per il benessere di un bambino, sarebbe indifferente crescere in una famiglia cosiddetta tradizionale oppure con due papà e due mamme. Perché parlo di leggenda metropolitana? Non perché questi studi non esistano, ci sono eccome, ma perché la loro attendibilità – per ragioni che non si mancherà di sottolineare – viene ampiamente sovrastimata. Un esempio molto attuale aiuterà a capire.

Si prenda un recente studio pubblicato sul Journal of Developmental and Behavioral Pediatrics e subito enfaticamente presentato, anche da siti web italiani, come la prova che «i figli delle coppie omosessuali crescono sani e felici quanto quelli allevati nelle famiglie tradizionali». Ora, pur nel rispetto delle opinioni di ognuno, risulta doveroso – specie data la delicatezza dell’argomento – non fermarsi a titoli più o meno ad effetto e ad interpretazioni più o meno discutibili per andare a verificare se davvero il contenuto di questa ricerca possa giustificare toni tanto trionfalistici e, soprattutto, possa far ritenere superato il primato educativo della cosiddetta famiglia tradizionale.
Ebbene, uno sguardo anche superficiale basta a capire che pure questa ricerca fresca di pubblicazione – analogamente ad altre precedenti, della cui debolezza metodologica si è già scritto – tutto sia fuorché la prova che «i figli delle coppie omosessuali crescono sani e felici quanto quelli allevati nelle famiglie tradizionali». Per almeno cinque ragioni. La prima: uno che si sentisse dire che nelle famiglie arcobaleno i figli «crescono sani e felici» sarebbe subito portato ad immaginare, giustamente, verifiche puntuali sulle loro condizioni psicofisiche o almeno che, interpellandoli, si sia dato voce alla loro esperienza. Peccato che lo studio in questione si sia basato solo su interviste telefoniche ai genitori dei bambini stessi.

Ora, non occorre una cattedra universitaria per capire come: a) un’intervista telefonica a dei genitori, ancorché dettagliata, nulla dice sulla reale ed effettiva condizione dei figli; b) i cattivi genitori di solito non sono mai molto contenti di confessarsi come tali, tanto meno rispondendo a domande al telefono; c) le coppie omosessuali, specialmente in questa fase storica, hanno tutto l’interesse, comprensibilmente, ad accreditarsi come famiglie felici e serene. Queste prime considerazioni dovrebbero bastare, già da sole, a far capire come taluni entusiasmi per questo nuovo studio siano, per usare un eufemismo, un tantino esagerati. Ma andiamo avanti, perché è solo l’inizio. Un secondo limite è la dimensione del campione.

Infatti, se da un lato questa ricerca ha l’indubbio merito di basarsi sul National Survey of Children’s Health, sondaggio rappresentativo che ha portato ad avere quasi 96.000 questionari di nuclei familiari statunitensi con almeno un figlio di età compresa tra 0 e 17 anni al momento dell’intervista, dall’altro essa si è ridotta a confrontare appena 95 coppie di lesbiche e 95 coppie eterosessuali; il che non solo esclude le coppie composte da due uomini, ma determina una fortissima riduzione della dimensione dei campioni considerati e, come si sa, più due campioni sono numericamente ridotti più la significatività statistica delle loro eventuali differenze diviene – a meno che esse non siano macroscopiche – difficile da rilevare.

Non è un caso che lo studio di Simon Crouch – criticabilissimo per altre ragioni– avesse comunque un campione assai più vasto, pari a 500 bambini. Il terzo, direi decisivo aspetto critico di questa ricerca – i cui esiti, lo si sarà capito, son stati magnificati con troppa fretta – è che non solo è stata condotta su un campione di contesti affettivi assai ridotto, ma non ha considerato, per quantificare il benessere dei figli “studiati” tutta una serie di dati su costoro in termini di rendimento scolastico, problematiche a scuola, partecipazione ad attività sportive, depressione e bullismo. Perché questa omissione, data ricchezza di informazioni che in tal senso il NSCH offre? Perché cioè non includere ulteriori elementi nell’analisi? E’, converrete, una bella gran bella domanda e che non può non insospettire.

Una quarta criticità di questo studio è, per così dire, di natura politica. Come infatti è stato osservato, gli autori di questa ricerca – fra i quali non si può non notare i nomi di Henny Bos e Nanette Gartrell, entrambe lesbiche e militanti di organizzazioni LGBT – fanno parte del NLLFS, acronimo che sta perNational Longitudinal Lesbian Family Study, una organizzazione che ha lo scopo di “sdoganare” l’omogenitorialità lesbica ottenuta tramite inseminazione con donatore. Quello che si dice, insomma, un piccolo grande conflitto d’interessi. Dicendo questo, sia chiaro, non s’insinua che l’orientamento sessuale di uno studioso renda le proprie ricerche più o meno credibili, ci mancherebbe, ma a fronte invece d’una militanza politica ritengo sia legittimo avere qualche sospetto.

La quinta ed ultima criticità di questo studio, molto semplicemente, sta nel fatto che pur con tutti i limiti che presenta – e non sono né pochi né irrilevanti – qualche aspetto poco allegro sulle coppie lesbiche, rispetto alle altre, lo riscontra comunque; si è infatti visto come queste risultino maggiormente stressate e più inclini a litigare con i ragazzini rispetto a quanto fanno genitori eterosessuali: non proprio un dato rassicurante. Come mai, ci si a questo punto chiedere potrebbe chiedere, tanta enfasi su una pubblicazione simile? Cosa spinge a presentare con toni trionfalistici ricerche che, ad esser buoni, andrebbero prese con estrema cautela e certamente non possono essere considerate definitive? Fretta? Disattenzione?

Penso che per rispondere a questa domanda un buono spunto provenga da quanto sei accademici – nessuno dei quali, beninteso, con la fama di conservatore – ha diffuso nel febbraio dello scorso anno segnalando in sostanza i pregiudizi anti-conservatori e anti-cristiani che oggi dominano scienze sociali e dintorni. Il che probabilmente spiega da un lato come mai si continuino a pubblicare studi dalle metodologie discutibili e, dall’altro, motiva l’enfasi che a questi viene riservata. Un atteggiamento francamente ingiustificato e che, se il metodo scientifico conta ancora, non può portare a mettere in discussione il bene, per un figlio, rappresentato della famiglia unita e composta da padre e madre, che – come osserva il sociologo Mark Regnerus– è ancora una empirica e robusta verità.
giulianoguzzo.com
 

12 febbraio 2016

L'unico scopo del ddl Cirinnà è l'utero in affitto

Dopo qualche giorno di pausa, in vista dei primi voti al Senato riguardanti il ddl Cirinnà, ricominciamo a pubblicare analisi che ne dimostrano gli aspetti surreali.

di Federico Baldelli Purrone

Scrivo per la prima volta e lo faccio anche in una condizione “disperata”: sono studente e a breve avrò due esami importanti, tra cui quello di diritto privato.
Perché ve ne parlo? Non mi interessa narrarvi la mia vita privata, lo faccio perché, vuoi per la concentrazione dovuta allo studio negli ultimi giorni, vuoi per la tensione socio-politica sul dll Cirinnà, mi sono messo a studiarlo, Costituzione e Codice Civile alla mano, con l’intento di dare il mio contributo al dibattito producendo un’analisi critica il più possibile tecnica ma sempre considerata in relazione alla società ed ai suoi dati.

Questo è il risultato.

Le coppie omosessuali, seppur non ritenute idonee ad essere ammesse al matrimonio, attualmente godono dei diritti che riguardano quella formazione sociale, come le visite e le decisioni di ambito sanitario, fino alla donazione degli organi dopo la morte, come la possibilità di visitare il partner in carcere, di prendere il figlio del partner a scuola o in altra sede, di adottare perfino il figlio del partner deceduto se la moglie è anch'essa deceduta, poiché in tali circostanze il diritto di prelazione nell'adozione viene dato alla persona affettivamente più vicina al bambino.
Su questo c’è poco da discutere, gli strumenti giuridici per ottenere il declamato fine ci sono quasi tutti, disponibili nell'ordinamento giuridico italiano da parte dei soggetti di qualsiasi orientamento sessuale. L'unico aspetto che deve ancora essere regolamentato è quello relativo alla successione.
Da questo fatto inizia ad emergere la motivazione forzatamente ideologica di questo ddl, immotivato nella sua portata, una porcheria dal punto di vista sia logico che giuridico.

In primis bisogna considerare uno dei princìpi costituzionali che regola il modo della legge ordinaria di porsi nella sua attività di regolamentazione dei soggetti giuridici: situazioni uguali vanno trattate in modo uguale, situazioni diverse vanno trattate in modo diverso. Questo principio spazza via la pretesa discriminazione nei confronti delle coppie omosessuali.
La discriminazione infatti non sussiste perché, tra coppie omosessuali ed eterosessuali, benchè la dignità delle persone che le compongono sia pari, è inconfutabile una differenza insita nella stessa natura delle due formazioni sociali, una tutelata di diritto, l’altra di fatto: la coppia eterosessuale, prescindendo da condizioni accidentali, dunque non determinate a priori, come la sterilità, possiede il potenziale di generare figli, nuovi soggetti giuridici che sono meritevoli della tutela dell'ordinamento in quanto rappresentano il futuro della società, la tutela particolare dei potenziali figli è effettuata ponendo a priori princìpi che dettano gli obblighi dei genitori nei confronti dei figli, obblighi che, fatto salvo il caso straordinario di adozione, derivano dalla paternità e dalla maternità biologica, determinando esse gli status rispettivamente del padre e della madre.

La coppia omosessuale, proprio in quanto tale, è incapace per sua natura di generare figli, e nei fatti ha soltanto due modalità per "acquisire" nella sua formazione sociale di fatto un bambino:
la prima consiste nell'adozione , che nell'ordinamento non è presente, e ciò è da imputare a due cause, ossia alla prudenza da parte dell'ordinamento verso la scissione tra genitorialità e complementarietà sessuale (è un tema assai delicato che sta rivelando che i dubbi al riguardo sono espressi da tutte le parti, di ogni orientamento sessuale, politico, religioso, dovuti all'impatto di una tale regolamentazione su uno degli aspetti più intimi della natura umana) e ai dati relativi alle procedure di adozione che mostrano la presenza di 2.000 bambini attualmente adottabili "contesi" da 30.000 coppie eterosessuali richiedenti;
la seconda consiste nella procedura dell'utero in affitto, procedura che presenta problemi di natura primariamente costituzionale e bioetica, secondariamente di regolamentazione giuridica, e contro essa sta insorgendo un fronte compatto, numeroso ed eterogeneo composto prevalentemente, ma non solo, da donne che a Parigi, col patrocinio di varie autorità e di enti ed associazioni anch’essi vari, hanno firmato una petizione internazionale per inasprire l’opposizione ad una pratica che non può che essere considerata barbara. Tertium non datur, a livello fattuale non esistono altre modalità.

Dunque l'articolo 5 del ddl Cirinnà quali circostanze regolerebbe nei fatti?
Visto che l'adozione da parte delle coppie omosessuali in Italia non è prevista - le cause sono espresse sopra - rimangono soltanto le situazioni che prevedono l'adozione in caso di morte del partner e dell'ex coniuge del partner, già regolamentate dall'ordinamento come spiegato in incipit, e le situazioni in cui il figlio adottando del partner è nato tramite la procedura dell'utero in affitto.

Quest'analisi dimostra che la step child adoption è esclusivamente indirizzata (e volontariamente, dovendo dedurre con logica e competenze tecniche l’intenzione del legislatore) a dare rilevanza e tutela, in ambito giuridico, alla pratica dell'utero in affitto e al concepimento – assurdo da parte dell’ordinamento per come lo regola la Costituzione- di un presunto “Diritto al figlio” di tutte le coppie, eterosessuali e omosessuali, che altro non è se non la base della pratica sopra citata.

Una semplice rappresentazione utilizzata dal Ministro Lorenzin spiega il quadro giuridico che deriverebbe dall’approvazione del ddl Cirinnà: una finestra aperta ai deleteri effetti di una pratica che si è voluto tener fuori con la porta chiusa.
Uno dei cavalli di battaglia per la legge sarebbe costituito dalla presunta mancanza di tutela nei confronti dei circa 530 bambini, censiti dall’Istat, i quali, a quanto si può dedurre, non soffrono certo problemi economici in merito alla loro crescita, essendo stati commissionati dietro lauto pagamento da coppie necessariamente caratterizzate da un certo elevato grado di agiatezza, ma presentano problemi di tutela sotto il punto di vista della loro origine biologica, a cui sono collegati da nove mesi di gestazione, nonostante la successiva separazione coatta.

Tutta la rimanente regolamentazione prevista per le unioni civili delle coppie omosessuali è costituita da un link diretto e quasi totale alla vigente disciplina del matrimonio, fatta eccezione ovviamente per il nome e per l’obbligo delle pubblicazioni, dato questo che caratterizza l’unione civile come privilegiata.
Inoltre emerge un altro problema relativo al titolo II della legge, quello che disciplinerebbe le coppie di fatto: il ddl infatti prevedrebbe la giuridicizzazione forzata di queste formazioni sociali, imponendo, sebbene non come nel matrimonio, un regime di regole non determinato dalla volontà delle parti.

Una simile impostazione rappresenta un abominio per l'autonomia dei soggetti giuridici, condizione aggravata dalla possibilità, come scritto in incipit, delle coppie di qualsiasi tipo di disporre autonomamente, in modo parziale e quindi anche privilegiato, dei diritti di cui a gran voce si reclama.
Se ciò non bastasse è possibile anche analizzare i fatti relativi all'iter legis: una prima stesura della legge è stata consegnata in Senato e assegnata alla Commissione Giustizia, come previsto dalla Costituzione, ma alla Commissione, tramite piccole mosse, è stato di fatto impedito lo svolgimento dell'analisi, e il testo è stato quindi presentato in aula senza che vi fosse un relatore della Commissione che rendesse informata l'aula sulla natura della legge, in modo tale da consentire le discussioni e le votazioni pertinenti su un’analisi tecnica, dunque oggettiva e imparziale, come previsto dall'articolo 72 della Costituzione e dal Regolamento del Senato, violati senza alcuna opposizione, anzi con tacito ma clamorosamente palese via libera da parte del Presidente del Senato Pietro Grasso.
 

16 gennaio 2016

Sorpresa Maradiaga. Parole nette sui matrimoni gay. La Cei prenda spunto

di Francesco Filipazzi

"Quando il Papa ha avuto qualche espressione per i gruppi gay e lesbiche, questi sono arrivati a considerare che il Papa stava mettendo in agenda la possibilità che la Chiesa avallasse il matrimonio tra persone dello stesso sesso. No, dobbiamo capire che ci sono cose che possono essere riformate e altre no. La legge naturale non può essere riformata".
Queste frasi non sono state pronunciate dal bieco Mons Luigi Negri, dall'antico Card Martini o dall'orribile avv. Amato, ma dal Cardinale Maradiaga, l'arcivescovo di Tegucigalpa, attualmente a capo della commissione di cardinali che deve occuparsi di riformare la struttura della Chiesa, nei piani di Papa Francesco, di cui l'honduregno è un amico e collaboratore.
Frasi molto nette, rilasciate a un quotidiano dell'Honduras, che non lasciano adito a doppie interpretazioni e, proprio quindici giorni prima dell'ormai programmato Family Day contro la legge Cirinnà, sembrano di segno totalmente opposto a quelle pronunciate da alcuni improvvidi prelati italiani.
Mentre dunque Mons Galantino e compagnia, come dicevamo pochi giorni fa, si sono adeguati all'onda, un cardinale notoriamente inquadrato fra i progressisti, ribadisce a sorpresa la dottrina millenaria. Al contrario di quanto fece riguardo alla comunione ai divorziati, di cui purtroppo è fra i massimi promotori. Ma a quanto pare a tutto c'è un limite.

"Noi vediamo come Dio ha disegnato il corpo umano, il corpo dell’uomo e il corpo della donna, per integrarsi e trasmettere la vita, il contrario non è il piano della creazione, ci sono cose nelle quali non si può cambiare", spiega dunque Maradiaga, con una frase che anni fa era banale per un qualsiasi cattolico e oggi ci tocca salutare come clamorosa. Le foglie sono ancora verdi in estate dunque e a quanto pare lo rimarranno, se come dice il cardinale, la riforma della struttura ecclesiastica voluta da Francesco è solo una riforma economica e burocratica, che non dovrebbe toccare alcun dogma. Perché, ricorda sempre Maradiaga, la Chiesa ha una componente sovra umana, e quindi l'uomo non ne è proprietario. Sarebbe meglio che anche lui se ne ricordi.
Una boccata di ossigeno inaspettata, per un mondo cattolico disorientato e in molti casi avvilito dalle uscite dei vescovi italiani e dalla remissività del quotidiano di riferimento.

Un mondo cattolico che però non si è arreso e andrà al Family Day del 30 gennaio a ribadire il proprio no alla distruzione della famiglia in Italia.
 

22 dicembre 2015

Un referendum boccia le nozze gay? Niente prima pagina


CorriereLa prima è lo spazio – questo sì in prima pagina – riservato, nello scorso mese di maggio, all’esito di un altro referendum sul medesimo argomento: quello in Irlanda che, com’è noto, ha visto un Paese tradizionalmente ritenuto cattolico (dove le unioni civili c’erano comunque già dal 2010), introdurre a furor di popolo i cosiddetti “matrimoni egualitari”. La seconda ragione che porta a stupirsi per la mancata sottolineatura, da parte della stampa, della svolta determinata dal referendum sloveno deriva, banalmente, dalla rilevanza del fatto stesso: la maggioranza dei cittadini ha infatti votato non solo andando controcorrente ma in modo opposto a quanto sperato dal proprio governo, quello di centro-sinistra, con primo ministro Miro Cerar.

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Soprattutto, con la notevole maggioranza emersa alle urne – pari ad oltre il 63%, più ancora del 62,1% del sì irlandese alle nozze gay –  la Slovenia è ora, in assoluto, uno dei primi Paesi al mondo che, dopo aver approvato una legge sui matrimoni sullo stesso sesso, fa marcia indietro. La notizia, insomma, c’era: eccome; eppure una manina invisibile, curiosamente attiva nelle redazioni di tutte e tre i principali quotidiani italiani, dalla prima pagina – dove sarebbe stato naturale aspettarsela – l’ha confinata, dove la censura non è stata totale, in quelle interne: casualità, propaganda da Pensiero Unico o azione di lobby? Difficile dirlo. Di certo c’è che alcune notizie, benché importanti, vengono messe da parte. E sarebbe francamente superficiale liquidare tutto ciò come normale.

http://giulianoguzzo.com/2015/12/22/un-paese-dice-no-alle-nozze-gay-niente-prima-pagina/
 

15 ottobre 2015

Matrimonio gay o affarone?

di Elia Buizza 
(da Notizie Pro Vita)
Il matrimonio gay, legalizzato o no, non è “matrimonio”. Comunque muove un bel giro di soldi.
Le associazioni ci sono, la militanza territoriale è sommariamente garantita, il contesto storico-sociale attuale (caratterizzato da una forte disinformazione) pare essere favorevole, le pressioni internazionali sono più che sufficienti e i finanziamenti abbondano.
Sembra mancare solo un riconoscimento da parte del legislatore per completare il disegno da anni perseguito dal mondo lgbt, che incontra il suo ultimo ostacolo nella mancata estensione giuridica del vincolo matrimoniale alle coppie di persone dello stesso sesso.
Questo deficit legislativo, però, non pare influenzare particolarmente il mondo gay che, in tutta Italia, organizza convegni ed esposizioni per sensibilizzare l’opinione pubblica, educandola a guardare con favore a questi nuovi modelli familiari che invocano riconoscimento e tutela (già garantiti, a livello di diritti privati individuali, dall’ordinamento vigente).
Ed ecco che a Bologna (comune che già nel 1982 riconosceva “l’importanza e la progettualità di una realtà associativa gay e lesbica”, concedendo una sede al “Circolo di cultura omosessuale 28 giugno”, oggi chiamato “Il Cassero”) approda Gay Bride Expo, un salone integralmente dedicato ai matrimoni tra persone dello stesso sesso che si svolgerà alla Fiera di Bologna il 10 e l’11 ottobre. L’obiettivo dichiarato dagli organizzatori è “costituire il punto di riferimento del dibattito nazionale tramite stand espositivi dedicati alle aziende del settore Same Sex Wedding, incontri politici, seminari tecnici e mostre e di affermarsi come testimone autorevole delle tendenze moda, del design e del divertimento” (si veda il sito www.queerblog.it).
Certo è che, alla luce delle dichiarazioni rilasciate da alcuni organizzatori, l’iniziativa pare più essere un evento unidirezionalmente orientato che non prevede la presenza di alcuna controparte e, di conseguenza, destinato a perdere il ruolo di “punto di riferimento del dibattito” ancor prima di vederselo riconosciuto. Tra i nomi dei partecipanti i più rilevanti sono Alessandro Fullin (curatore delle iniziative culturali del centro gay Il Cassero) e Carlo Gabardini (attivista nella lotta contro l’omofobia).
Flavio Romani, presidente dell’Arcigay (patrocinatore dell’evento) afferma che “il matrimonio tra persone dello stesso sesso è una realtà anche in Italia, Gay Bride Expo ce ne dà la prova: esistono operatori commerciali che hanno deciso di rivolgersi alle coppie omosessuali per dar corpo ai loro sogni, e realtà che sostengono spose lesbiche e sposi gay nel loro viaggio verso la felicità”. Ma la “realtà” di cui parla Romani non esiste, è un auspicio personale e soggettivo, una convivenza amorosa e passionale, ma non è un matrimonio.
Che poi gli operatori commerciali si siano rivolti alle coppie omosessuali per assecondare i loro desideri è un dato di fatto, ma i dubbi circa le motivazioni che li spingono a rendersi disponibili per l’organizzazione di questo tipo di cerimonie sono numerosi e ben fondati: il fatto che, statisticamente parlando, si può riscontrare nelle coppie lgbt che vorrebbero sposarsi un tasso di ricchezza notevolmente elevato, induce a considerare l’ipotesi che talune scelte vengano assunte dai suddetti operatori seguendo logiche più di tipo economico che di tipo etico. Potete rileggere quanto già abbiamo scritto qui, per riflettere sugli interessi economici che muovono i fautori dei “diritti per tutti”.
Il diffondersi di questi eventi, però, non illuda l’opinione pubblica. Non basta un abito ed una cerimonia formale ad unire in vincolo matrimoniale due persone. Un travestimento, per quanto bello e realistico, rimane un travestimento. Anche quando i matrimoni tra persone dello stesso sesso fossero espressamente riconosciuti dal nostro ordinamento, queste “fiere nozze” saranno pallide imitazioni mal riuscite sotto tutti i punti di vista; null’altro che imitazioni, un imbarazzante tentativo di assimilare la preparazione e l’organizzazione di un matrimonio all’organizzazione e alla preparazione di qualcosa che matrimonio non è, in quanto carente degli elementi essenziali richiesti.
E’ interessante sottolineare che è lo stesso “orgoglio gay”, quello che non ha perso completamente il lume della ragione e del buon senso, a sostenerlo.


 

28 settembre 2015

Per “La Stampa” mamma e papà non servono più. Ma è una bufala.


di Giuliano Guzzo

«Noia, sesso stanco, litigi per i figli: le coppie omo e eterosessuali si assomigliano nella crisi ma le prime ci mettono più impegno per risolverla e restare uniti. È questa la traccia della conferenza “La famiglia omogenitoriale: nuovi orizzonti, nuovo benessere”» si legge sul sito de LaStampa.it in un pezzo firmato da Alessandra Di Pietro che francamente somiglia tanto ad uno spot alle “famiglie arcobaleno”, le quali – oltre che maggiormente equilibrate – risulterebbero pure l’ambiente ideale per la crescita dei figli, dal momento che in queste, rispetto alle famiglie vintage composte da papà e mamma, si riscontrerebbe «una maggiore comunicazione». E’ proprio così? L’articolo in questione, volto a presentare una conferenza il cui citato titolo – “La famiglia omogenitoriale: nuovi orizzonti, nuovo benessere” – tradisce analogo trionfalismo targato LGBT, non sembra lasciare margine a dubbi, eppure una sua lettura minimamente attenta fa sorgere il sospetto che, forse, si sarebbe dovuti essere più cauti. 

Nel testo si trovano infatti appena due rinvii a ricerche che dovrebbero definitivamente sdoganare quell’incompresa – dai bigotti, s’intende – meraviglia che è la “famiglia arcobaleno”. Il primo è a un elenco di studi corposo ma privo di qualsiasi spiegazione – ma la quantità non è qualità -, il secondo è ad uno studio italiano (Sexuality Research and Social Policy 2015, Vol.12;1) realizzato su 40 genitori omosessuali e 40 eterosessuali, con campionamento di convenienza [1], che non consente – né potrebbe farlo – alcuna valutazione generale, e senza considerare fattori decisivi come per esempio classe sociale e quindi possibilità economiche: «There were important limitations to our study», ammettono gli stessi autori. Ma per il barbaradursismo imperante – e per i tanti giornalisti che ne sono campioni – questo conta zero, così preparatevi pure a leggere ancora, e a sentirvi ripetere, che «tutti gli studi» dicono che mamma e papà sono ferri vecchi e che – come direbbe l’hippie interpretato da Verdone in “Un sacco bello” – è l’amore che vince, perché finisce sempre così.

[1] Viene chiamato campionamento di convenienza perché «legato alla semplicità dell’estrazione, o al basso (inesistente) costo di estrazione»: Levine D.M. – Krehbiel T.C. – Berenson M.L., Business Statistics, Pearson 2006 (trad.it Statistica, Apogeo 2006, p.221); nello specifico, i “genitori omosessuali” partecipanti a questo studio, non scelti casualmente fra la popolazione, sono stati reclutati direttamente – si legge nell’articolo – presso l’«Italian Rainbow Family Association».