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05 novembre 2018

Fra nazione e mainstream. In America come in Europa

di Giorgio Salzano
È diventato evidente negli ultimi decenni il paradosso della sinistra, che, mentre pretendeva di parlare per il popolo, faceva in effetti astrazione da ciò che costituisce un popolo. In Europa come in America.

«Una nazione con l’anima di una chiesa», così G.K. Chesterton descriveva gli USA dopo averli visitati. È passato un secolo da allora, e troviamo difficoltà a comprendere ciò che intendeva su entrambi i lati dell’Atlantico, su quello europeo ancor più che su quello americano. Sappiamo appena ormai che cosa sia una nazione, e ancor meno che cosa sia una chiesa.

«Io sono un nazionalista», ha proclamato Donald J. Trump a una recente adunata in Texas, sollevando le prevedibili reazioni isteriche da parte democratica: c’è chi ha detto che questo suonava hitleriano, e altri che era puro razzismo, implicando di per sé la “nazione bianca”. Niente di più insulso. Quei commentatori ignorano, non so se in buona o in cattiva fede (il secondo è più probabile), la differenza tra il parlare di nazione riguardo all’Europa e agli USA.

L’idea di nazione si è sviluppata in Europa nei tempi moderni, dopo che il senso della Cristianità, unitaria res publica Christiana, è andato definitivamente a pezzi a con la riforma protestante, mentre al contempo i monarchi locali, specialmente in Inghilterra Francia e Spagna, realizzavano l’unificazione burocratica dei loro regni, così creando quella peculiare forma politica alla quale diamo il nome di “stato”, e che oggi diamo per scontata quando ragioniamo di cose politiche.

Dopo le guerre religiose e dinastiche che travagliarono i secoli sedicesimo e diciassettesimo, venne in questione nel diciannovesimo secolo la coincidenza dello stato con la nazione: una entità sociale definita dall’identità etnica variamente combinata con una lingua comune, costumi e tradizione letteraria – tutte cose purtroppo di difficile definizione, e quindi dai confini vaghi. Conosciamo tutti che cosa successe in Europa in nome dello stato-nazione, conducendo al suo suicidio.

Con gli USA è tutta un’altra storia, di essere, come osservato da Chesterton, «l’unica nazione al mondo fondata su un credo»: nelle parole della Dichiarazione di Indipendenza, «che tutti gli uomini sono creati uguali, e sono dotati dal loro Creatore di certi diritti inalienabili, tra i quali quello alla Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità». Il nazionalismo prende quindi qui un significato differente che in Europa. Questo significato dà all’America, pur con i limiti e le mancanze degli Stati Uniti, l’“anima di una chiesa”. Ma solo se si mantiene in quel credo il riferimento a un Creatore, che fece gli uomini uguali. Se lo cancelliamo, per lasciare solo l’uguaglianza, si presenta la tentazione totalitaria. L’America cessa di rappresentare un peculiare esperimento politico-religioso, e diventa come l’Europa. Condannata al suicidio.

Dopo le distruzioni della Seconda Guerra Mondiale, la ricostruzione fu governata da leaders che facevano appello alle risorse spirituali dei popoli europei. E che concepirono l’idea di qualcosa come gli Stati Uniti d’Europa, basata sulla loro comune eredità culturale e religiosa: una possibile altra “nazione con l’anima di una chiesa”. Ma questa idea fallì miseramente, per ragioni che sarebbe troppo lungo enumerare. Il risultato fu il tentativo di superare le forze negative che avevano portato alla distruzione non attraverso il riconoscimento di una comune eredità, ma attraverso la negazione di ogni e qualunque eredità, nel nome di una nozione astrattamente filosofica di uomo – al punto che fu perfino presa in considerazione d’adesione della Turchia all’Unione Europea. Questa si è in conseguenza trasformata in poco più di un club di burocrati e finanzieri.

Abbiamo ancora elezioni in Europa, ma queste sono per lo più giocate all’interno di un consenso egemonico determinato dall’ideologia liberal, con poche variazioni tra il centro e la sinistra: partiti che trovano riscontro in America nei democratici e i repubblicani solo di nome (RINOs, come dicono là). Ogni qual volta emerge un partito che si richiama seriamente al popolo, con i suoi costumi e le sue tradizioni da difendere contro l’invasione di immigranti che non hanno alcuna intenzione di integrarsi, esso viene immediatamente bollato nei media egemoni – MSM, main stream media dicono in America – come di “estrema destra” e “populisti”.

La visione dell’America filtrata dai MSM europei è più o meno quella dei MSM americani. La quale non è di certo molto in sintonia con quella larga parte del popolo americano che determinò l’elezione del “nazionalista” Trump. Quella parte dell’America è perciò largamente sconosciuta in Europa, e ancor meno compresa nel suo sforzo di preservare alla nazione l’“anima di una chiesa”.
Togli via quest’anima, e resta un popolo di soggetti di diversa estrazione. E non è detto che senza di essa questi soggetti sappiano trovare perfino le risorse di carattere per essere buoni operatori economici, e assicurare il benessere necessario a godere di quei diritti dissolutori del senso di comunità del popolo che la sinistra profonde a piene mani. In America come in Europa.


 

05 settembre 2017

Democrazia Regale. Cristianesimo autorità potere


di Paolo Maria Filipazzi

Nel panorama editoriale odierno di rado ci si imbatte in un’opera che appaia destinata ad influire sull’evoluzione culturale futura, a maggior ragione se si guarda il quadro, non proprio entusiasmante della cultura cattolica. Quando ciò accade è quindi doveroso darne conto.
Segnaliamo, quindi con questa recensione, l’interessantissimo saggio di Giorgio Salzano Democrazia Regale. Cristianesimo autorità potere, edito per i tipi di Marsilio nel 2014. Il saggio tratta del tema più sottaciuto dal Cattolicesimo odierno: la Regalità di Cristo. Lo fa, per giunta, in una maniera innovativa e spiazzante, sotto forma di studio comparato fra teologia, filosofia e antropologia, e con un occhio fisso al dibattito contemporaneo ed al rapporto con la democrazia.
Il saggio prende le mosse dalla crisi della conversazione nel dibattito contemporaneo, caratterizzato dalla contrapposizione fra “fede” da una parte e “scienza” e/o “filosofia” dall’altra, che si riflette nella contrapposizione fra Stato e Chiesa, titolari di differenti pretese di “cattolicità”, ovvero di universalità. Una contrapposizione  che si fa ancora più complessa con l’universalizzazione degli scambi, che attira nella comparazione tutte le culture, il che rende necessario ampliare il discorso coinvolgendo, a fianco di teologia e filosofia, le scienze umane e, soprattutto, l’antropologia. Quest’ultimo è, secondo noi, l’aspetto più innovativo ed intrigante dell’opera.
Alla base della riflessione c’è la questione della rappresentanza, vale a dire di chi possa parlare a nome di tutti. Insomma, è in ballo la questione dell’autorità, o, ancora, di chi sia autorizzato a svolgere la funzione di mediazione negli scambi reciproci che formano la comuntà. Vengono quindi in rilievo le culture etnologiche, in cui la funzione di mediazione si concretizza sotto la forma della regalità, quest’ultima caratterizzata da un forte legame con la dimensione del sacrificio. Tuttavia, in tutte queste culture si manifesta un limite: alla pretesa di universalità del regno si contrappone la finitezza geografica del medesimo.
Questa contraddizione si risolve con l’esodo del popolo d’Israele dall’Egitto, che è un’uscita da tutti i possibili Egitto, ovvero da tutte le culture tradizionali. Ad essere in questione, però, non è la regalità, ma la sua titolarità. Quest’ultima passa ad un Signore cosmico ed universale che supera i confini delle varie signorie. Una volta uscito dall’Egitto, il pericolo per Israele è dare vita ad un nuovo Egitto. Questo rischio si concretizza nella storia della monarchia davidica. Con l’esilio a Babilonia e la fine del regno vi è, nel popolo d’Israele, una presa di coscienza della natura universale della regalità divina.
Tutto questo si compie in Gesù Cristo e nel suo sacrificio continuamente riattualizzato nell’Eucarestia. Con Cristo, infatti, il simbolico morire e rinascere del re presente nelle culture antecedenti avviene non più come rito simbolico ma realmente, come fatto storico.
Resta, a questo punto, la necessità di mettere a confronto la pretesa di regalità fondata sull’Incarnazione del Verbo con le pretese di sovranità universale sorte successivamente: la modernità e l’Islam. Si tratta, in realtà, di pretese assai simili. Infatti, la modernità non consiste in nient’altro che nella pretesa di sottomissione dell’individuo allo Stato. Sono, insomma, entrambe, pretese islamiche. L’Autore risolve la questione tramite il confronto fra due modelli di relazioni: triadico e diadico. Una vera relazione si da quando fra due interlocutori si pone un terzo cui fare comune riferimento. Sia nell’Islam che nello Stato moderno si hanno, invece relazioni puramente diadiche: fra Allah ed un Profeta che legittima la propria pretesa in senso tatutologico; fra l’individuo ed uno Stato che pretende il mero “rispetto delle regole” da parte di ciascun consociato. In nessuno dei due casi si crea, quindi, una vera trama di relazioni.
Al contrario, il modello triadico è proprio alla pretesa di regalità di Cristo, manifestandosi nello stesso mistero trinitario in cui, tramite Cristo, ogni battezzato è attirato, diventando egli stesso partecipe della regalità divina. In tal modo la democrazia è legittimata come “regalità diffusa”, previo, però il riconoscimento della Regalità di Cristo.
Il cerchio, dunque, si chiude: “Per eccellenza graziosa è la persona del re, e con Cristo la grazia regale si estende a ogni persona”.

 

19 luglio 2017

L'ultima di padre Spadaro


di Dario Alessandrini

«Lo schema teopolitico fondamentalista vuole instaurare il regno di una divinità qui e ora. E la divinità ovviamente è la proiezione ideale del potere costituito. Questa visione genera l’ideologia di conquista.
Al contrario lo schema teopolitico davvero cristiano è invece escatologico, cioè guarda al futuro e intende orientare la storia presente verso il Regno di Dio, regno di giustizia e di pace. Questa visione genera il processo di integrazione che si dispiega con una diplomazia che non incorona nessuno come "uomo della Provvidenza"» (p. Spadaro).

La pars destruens è condivisibile: quando religione e Stato coincidono generano regimi (teocrazie islamiche nelle quali la religione assume un orizzonte totalizzante e teocrazie "secolari" nelle quali è la politica ad assumere l’orizzonte onnicomprensivo dell’umano come nei regimi di Stalin, Hitler, Pol Pot, Ceausescu, etc.).

La pars costruens lascia basiti: se la vera Chiesa guarda al "futuro escatologico" nei rapporti con lo Stato, allora dovrebbe limitarsi a "generare processi" senza avere la pretesa di fornire un criterio ontologico nella formulazione delle leggi civili? Mentre in Italia ci si appresta "escatologicamente" a produrre un processo secondo il quale dall'Unione civile si dovrà passare gradualmente al Matrimonio Omosessuale, mentre si avvia a conclusione il processo che conduce alla liberalizzazione della Droga, e si conclude la parabola che approda alla legge sulla Eutanasia, la Chiesa - "il vero schema teopolitico cristiano" - che fa?

Guarda oltre, guarda al futuro escatologico, ignora questi nodi, e "sogna" una umanità riconciliata promuovendo la Parenesi Globale per la prossimità al Migrante. Così la Chiesa "escatologica" di Spadaro resta librata in aria e lascia lo spazio pubblico nelle mani di quella “escatologia secolare” che si approssima a  condurre il mondo verso il post-umano. Questo "gioco" costituito dall’intreccio di due escatologie reciprocamente implicate  - una che conduce al post-umano, l'altra che vagheggia l'umanità riconciliata - può risolversi in modo diverso se non nella loro piena identificazione? Tradotto nelle categorie della teologia classica: la separazione netta tra Chiesa e Stato non si risolve in definitiva nella  perfetta identificazione Stato/Chiesa? E questa non genera sempre mostri? In questi rigurgiti teologici sembra sentire il riecheggiare  di “teologie politiche” non ben assunte e  metabolizzate (Bloch, Moltmann).

La Chiesa non ha mai ridotto il Regno di Dio alle categorie intramondane, cioè all'ambito socio-politico. Il Regno di Dio (dimensione escatologica) è già (anticipato nella fede) e non ancora (realizzato nella gloria). L'unico "errore" - se così si può dire - operato dalla Chiesa è consistito nella non sempre chiara distinzione tra le due sfere: Cesare (stato) e Dio (chiesa). Questa è stata una trattativa lunga e drammatica mai definitivamente risolta. Ratzinger diceva che ci sarà sempre una tensione nell'attribuzione della sfera di influenza tra chiesa e stato.  L'importante è aver chiaro - e la Chiesa lo ha avuto sempre chiaro - che la dimensione escatologica, per quanto sia il fermento  della storia, non sarà mai realizzata pienamente nella storia. Il fine della storia non può essere collocato nell’ambito intramondano, non può nascere dal basso, dallo sforzo dell’uomo, non può consistere nella riconciliazione tra tutti i popoli o nella sintesi tra tutte le religioni in un unico comune denominatore, ma è la Parusia, cioè l'irruzione del divino nel mondo perché questo sia definitivamente trasfigurato e assunto nella gloria trinitaria.
 

07 dicembre 2016

Sant'Ambrogio, il campione del primato cattolico


di Alfredo Incollingo

I cattolici sanno che nei momenti più difficili della storia le virtù sono più fulgide e chi ne è in possesso riesce a compiere grandi azioni. La fede è più salda e ci spinge ad agire con speranza nel mondo. Quando meno ce l'aspettiamo, la Provvidenza ci aiuta e ci indica il percorso da seguire per uscire dalle sabbie mobili.
Nonostante il cristianesimo si fosse diffuso ad ampio raggio nell'impero, l'unità e l'ortodossia erano minacciate da sette eretiche e dalla corte imperiale, che non riconosceva l'autonomia e la superiorità del vescovo di Roma e della Chiesa Cattolica. San Paolo affermava che non c'è salvezza fuori dalla Chiesa: così è e sempre sarà, poiché ogni potere in Terra è legittimato da Dio, ha in Lui la sua origine. Questo affermava Sant'Ambrogio a Milano quando doveva respingere le ingerenze dell'imperatore Valentiniano II e della madre e reggente Giustina: entrambi erano di fede ariana e insieme ai pagani tentarono di ridimensionare e limitare la presenza dei cattolici nella vita politica a corte e nell'impero.

Nelle sue pastorali Ambrogio si rammaricava dello stato di decadenza della corte milanese: intuì che il relativismo morale e la corruzione dei costumi influivano negativamente sulla solidità dello Stato: solo il cristianesimo poteva purificare e rigenerare il principato che stava collassando su se stesso. Era necessario quindi che Cristo prendesse il posto dei vecchi idoli. Due episodi emblematici ci raccontano il carisma di Ambrogio e la sua tempra, mai incline al compromesso: se ciò fosse stato fatto, per lui sarebbe stato un tradimento del Vangelo.
Nel 382 gli imperatori Graziano, Teodosio e Valentiniano II (all'epoca ancora un bambino) diedero seguito ai decreti dell'Editto di Tessalonica. L'influenza ambrosiana è evidente negli stessi contenuti del testo legislativo: infatti il vescovo riteneva che fosse necessario portare a termine la cristianizzazione iniziata con Costantino, ponendo fine all'idolatria ancora in auge.

A Roma l'Altare della Vittoria, posto nella Curia Iulia, venne spostato: i pagani con il noto retore Quinto Aurelio Simmaco perorarono la richiesta di riposizionare nel luogo originale l'ara direttamente all'imperatore. Sant'Ambrogio difese l'Editto di Tessalonica e dimostrò la superiorità del Dio cristiano sui vecchi idoli. Simmaco aveva chiamato a Milano un giovane retore africano, Agostino, il futuro Padre della Chiesa, per difendere la causa pagana: per quest'ultimo fu una totale sconfitta perché l'imperatore Valentiniano diede ragione ad Ambrogio (e Agostino si avvicinò al cristianesimo).

I rapporti tra il vescovo, strenuo difensore del primato romano, e l'imperium non furono sempre così idilliaci, come possiamo ben comprendere. L'imperatore Teodosio mal digeriva la tenacia di Ambrogio che più volte aveva costretto il principe a sedersi tra i fedeli e non a lato del vescovo, come era prassi a Costantinopoli. Nel 390 a Tessalonica le truppe imperiali avevano massacrato la popolazione, rea di aver assassinato il governatore cittadino e alcuni dignitari. Teodosio senza un razionale e umano giudizio aveva punito innocenti e colpevoli. Ambrogio di fronte alla crudeltà dell'imperatore pretese la pubblica penitenza, vietandogli di entrare in chiesa e di prendere parte ai Sacramenti: mai prima di allora un principe era stato costretto a riconoscersi colpevole e umile di fronte ai suoi sudditi. Ambrogio aveva dimostrato così che l'imperatore non è una divinità, ma un uomo comune e in quanto cattolico era parte integrante della Chiesa. Solo nella Chiesa c'è salvezza e Sant'Ambrogio dette concretezza all'insegnamento paolino.

 

28 dicembre 2013

Figli legittimi e figli naturali, la rivoluzione silenziosa

di Giuliano Guzzo

Come non di rado accade, alle rivoluzioni fasulle – complici i mass media – badano tutti, mentre quelle autentiche, e magari discutibili, passano sotto silenzio. E’ il caso, con riferimento a quanto annunciato nei giorni scorsi dal premier Enrico Letta, dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e alla cancellazione delle differenze tra figli naturali e figli legittimi: il primo provvedimento, benché parziale e non in vigore effettivo da oggi (saranno aboliti i finanziamenti diretti e solo dal 2017) ha rubato la scena al secondo, definitivo e con effetti immediati.
 

14 novembre 2013

Padre condannato per schiaffi. Facciamo del buon senso sull’educazione.

di Alessandro Rico

La vicenda del papà di Arezzo, condannato a un mese di reclusione per uno schiaffo al figlio, è molto più complessa di quanto si può sospettare. Guai a fare anche di questo, un problema di tifoserie nemiche, quella a favore dei ceffoni e quella votata alla non violenza assoluta. Innanzitutto, vanno chiarite le circostanze: pare che la sberla incriminata abbia lasciato un segno rosso sul viso del bambino, sconvolto al punto da saltare la scuola per diversi giorni. E poi bisogna specificare il reato che i giudici hanno contestato al manesco genitore: si tratta di abuso dei mezzi di correzione, una fattispecie regolata dall’articolo 571 del Codice penale, che punisce chiunque, nell’impiego appunto «dei mezzi di correzione o di disciplina», esponga la persona sottoposta alla sua autorità al pericolo «di una malattia nel corpo o nella mente».
 

07 novembre 2013

Il sano e cattolico amor di Patria

di Andrea Virga
Lo scorso 4 novembre, trovandomi in centro a Lucca con molto tempo libero, ho deciso di partecipare alle celebrazioni cittadine relative alla Festa Nazionale delle Forze Armate, in memoria della Vittoria finale ottenuta dalle nostre forze contro l’Austria-Ungheria nel 1918.

In generale, sono stato sorpreso molto positivamente. La chiesetta di Santa Maria della Rosa, la stessa frequentata da Santa Gemma Galgani, di per sé molto pregevole dal punto di vista artistico, era gremita di gente per la Santa Messa. Non mancavano, allineati lungo le pareti, le varie rappresentanze d’arma: alpini, paracadutisti, bersaglieri, reduci, mutilati e invalidi di guerra, volontari della libertà, carabinieri, poliziotti, ecc. Tutti erano in alta uniforme, coi labari e i gonfaloni, recanti le medaglie al valore. Insieme a loro, svettavano i gonfaloni dei comuni di Lucca e della provincia, e in prima fila stava il Sindaco con la fascia tricolore. I banchi erano poi riempiti da intere scolaresche delle elementari e delle medie, accompagnate dalle maestrine, che hanno seguito la funzione senza creare confusione.

Il sacerdote ha celebrato coram Deo la Messa in forma ordinaria, accompagnata dall’organo e dai canti dei fedeli. Nell’omelia si è dilungato senza tuttavia riuscire noioso, riuscendo ad attirare anche l’attenzione dei bimbi presenti sull’importanza non solo della difesa della Patria come virtù civile e religiosa, ma anche della buona battaglia contro il peccato, riallacciandosi al noto brano paolino sull’armatura della fede. Grande emozione alla Consacrazione, quando i vessilli sono stati elevati in onore del Santissimo Sacramento.

Solo dopo la cerimonia religiosa, si è proceduto alla cerimonia civile, sulla piazza antistante il vicino municipio, ossia dinanzi a Santa Maria Forisportam. Una compagnia mista formata da una banda musicale e da squadre in rappresentanza delle Forze Armate (Esercito, Marina, Aeronautica, Carabinieri) e dell’Ordine (Polizia di Stato, Polizia provinciale e municipale, Vigili del Fuoco, Guardie di Finanza, Guardie Forestali) era schierata sull’attenti. Al suono della banda, sfilano le insegne delle associazioni d’arma, poi quelle della Provincia, della Città e degli altri comuni della Lucchesia e della Garfagnana, e infine, da solo, il comune martire di Sant’Anna di Stazzema. Poi sta alle autorità civili e militari, rappresentate dal Prefetto e dal Comandante provinciale dei Carabinieri, passare in rassegna la compagnia.

La cerimonia procede con momenti di intima commozione, quando sulle note dell’Inno Nazionale, si compie l’alzabandiera, e soprattutto quando i fanciulli delle elementari, con le loro voci bianche, cantano la prima strofa della Canzone del Piave. Persino i discorsi dei politicanti hanno sprazzi di patriottismo autentico, quando il sindaco del PD parla di “Quarta Guerra d’Indipendenza” o quando un anziano reduce nomina, a fianco dei caduti di Cefalonia, gli eroi di El Alamein e reclama il rientro in Italia dei marò imprigionati in India. Si riesce quasi a perdonare i discutibili accenni alla “dittatura nazifascista” o alla “resistenza”, ma non il silenzio sull’occupazione militare statunitense o sulle missioni di “pace” per conto NATO. Ahimé, non si può pretendere troppo da uno Stato satellite.

Eppure, celebrazioni come queste sono ormai una boccata d’aria per questo Paese nelle cui tribune politiche si ciarla di reati d’omofobia e di negazionismo, di gender e di ius soli. Non mancano, purtroppo, i cialtroni come quel sindaco che ha esposto la bandiera pacifista, offendendo così le autorità militari presenti e le centinaia di migliaia di Caduti di cui si celebra il ricordo. Tuttavia, è degno di nota che in questo Paese esistano ancora autorità che rendono omaggio al sacrificio dei militari che hanno difeso la Patria e che educano la gioventù a questi alti propositi.

Ancora meglio è che queste celebrazioni continuino ad avvenire nel pieno rispetto dell’importanza capitale che ha la religione cattolica per la storia, la cultura e l’identità della nostra nazione. Come se questa fosse ancora la religione ufficiale dello Stato, si prega ufficialmente Nostro Signore Gesù Cristo perché protegga e assista il nostro popolo, i nostri militari, le nostre autorità (e Dio sa se, soprattutto quest’ultime, ne hanno bisogno!). Gli acattolici non sono costretti a prendervi parte, ma hanno la decenza di non protestare in nome di una malintesa laicità.


Questa situazione mi ricorda quando alle elementari eravamo condotti in chiesa per l’inizio dell’anno scolastico o quando al Liceo si celebravano Messe d’istituto per occasioni particolari come la fine dell’anno scolastico o la morte del Papa. Si trattava di scuole pubbliche statali, beninteso, e ciò avveniva negli anni ’90 e 2000. E i politici e i docenti di cui stiamo parlando sono moderati di centrodestra o di centrosinistra, non certo feroci nazionalisti o cattolici integralisti. Eppure questi omaggi a Dio e alla Patria sono ritenuti ancora naturali e doverosi dalla maggioranza, e bisogna lottare perché non si ceda ulteriore terreno, ma si rafforzi questo sentimento di amore verso quei beni immortali che trascendono l’individuo.
 

06 giugno 2013

Il caso Cucchi e il cortocircuito giustizialista

di Marco Mancini

La sentenza di assoluzione degli agenti di polizia penitenziaria accusati di aver pestato Stefano Cucchi ed aver così contribuito al suo decesso ha suscitato un vespaio di polemiche. Riepiloghiamo brevemente la vicenda: il 15 ottobre 2009 il giovane era stato trovato in possesso di sostanze stupefacenti e sottoposto così a custodia cautelare. Nei giorni seguenti, le sue condizioni di salute peggiorarono vistosamente e le visite mediche alle quali fu sottoposto registrarono la presenza di ecchimosi e fratture alla mascella e alla colonna vertebrale. Mentre i genitori tentavano inutilmente di ottenere le autorizzazioni necessarie per fargli visita, il giovane fu ricoverato infine presso il reparto detenuti dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, dove morì sei giorno dopo il suo arresto.