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09 luglio 2019

Vincent Lambert. L'agonia che non fa notizia

(Nella foto, Vincent Lambert prima dell'incidente.)

di Giuliano Guzzo
In edicola e in rete, pochissimi giornali oggi ne scrivono. Sempre gli stessi, tra l’altro. Stiamo parlando dell’agonia di Vincent Lambert, il francese tetraplegico 42 anni ricoverato all’ospedale di Reims da quattro giorni ormai senza cibo né acqua, ça va sans dire, nel suo «miglior interesse». Non solo. Quasi a voler scongiurare l’interruzione di questa tortura infernale, la camera di Lambert è ora piantonata e gli accessi sottoposti a un rigoroso filtro; tanto che pure ai suoi genitori, da anni di casa nel nosocomio, ora viene ingiunto di favorire i documenti.

Un copione da pellicola horror che nessun giudice francese o europeo pare più in grado di fermare. Il che è paradossale se si pensa a quanto di moda vadano ultimamente parole come «accoglienza», «solidarietà», «soccorso». In tal senso, è impossibile non pensare al fatto che un uomo di altra provenienza rimasto quattro giorni senza alimentazione e idratazione – magari nel Mediterraneo, a bordo di un’imbarcazione Ong – avrebbe scatenato una gara internazionale di solidarietà. Giustamente. Ma per questo figlio di Francia inchiodato sofferente a un letto nada, nessuno invoca o riconosce il «dovere» di soccorso.

Solo la madre Viviane e i familiari più stretti, unitamente a chi dall’estero non può fare altro che pregare, seguono infatti adesso quest’agonia per quello che è: la sofferenza inflitta a un innocente e l’affossamento di una civiltà europea che, già scossa dalle vicende di Alfie, Charlie e Isaiah, pare aver stabilito un macabro feeling con l’abisso. Ovviamente qui i fact-checkers, ossia i Guardiani della Verità Ufficiale, interverranno sostenendo che queste son fregnacce perché Lambert era un «vegetale» ed ora, comunque, la sedazione profonda azzera ogni possibilità che egli possa sperimentare la minima sofferenza.

Peccato che il suo dottor morte, Sanchez, sostenga d’aver applicato una sedazione «tenue» e che la madre Viviane, dopo 24 ore che questa era stata somministrata, abbia riferito un raggelante «ci stava guardando e noi potevamo vedere che stava soffrendo». Colpisce poi che a Lambert sia assicurato che le mucose della bocca non diano una sensazione di secchezza, accorgimento che mal si concilia con l’idea che egli sia un «vegetale» che nulla può sentire. Dunque costui è davvero in agonia senza averlo mai chiesto, senza che alcuno possa far più nulla e senza che questo, se non come scandalo, almeno passi come notizia.


Niente, invece. Il silenzio avvolge l’ospedale di Reims, la famiglia Lambert e naturalmente il dramma di Vincent, che si trova ora a percorrere l’ultimo tratto di vita circondato dal disinteresse di chi ne ignora la vicenda e di quelli che evviva il «restiamo umani», ma non troppo. Sì, perché davanti alla fragilità di una persona torturata proprio in quanto fragile, l’Umanitarismo Collettivo può finalmente gettare la maschera, tanto in una camera piantonata mica ci sono telecamere o giornalisti. E nessuno può vedere il volto mostruoso e deforme della pietà a comando a cui siamo addomesticati, restando indifferenti a chi viene fatto crepare per fame e per sete.


 

24 febbraio 2018

L'embrione dell'uomo che si fa pecora

di Giuliano Guzzo
L’entusiasmo con cui è stata diffusa ed accolta, ieri, la notizia della «creazione dell’embrione ibrido pecora-uomo» sottolinea un problema non scientifico ma sociale drammaticamente sottovalutato: l’esistenza dell’uomo-pecora che dal centro del gregge, ove imperturbabile si trova, senza fiatare si beve ogni cosa.

Magari pure ringraziando. Diversamente, se gli uomini-pecore non esistessero e se a turno non fossimo tutti, in fondo, un po’ tali, la presunta svolta epocale ci sarebbe stata presentata con toni assai più cauti. Anzitutto perché non è stato «creato» proprio un bel nulla (in laboratorio mica si crea, surrogando Dio, ma si produce: totalmente diverso). In secondo luogo perché quello strombazzato non è, al momento, neppure uno studio scientifico (ma un’anticipazione di una comunicazione a congressi: anche qui, qualcosa di decisamente diverso).

Infine, perché prima di brindare a una nuova frontiera per i trapianti sarebbe opportuno andarci cauti (soprattutto perché, con una cellula umana insieme a una animale, non si risolve il problema del rigetto). Ciononostante, c’è chi ha sentenziato: «Rassegniamoci, la natura umana non è niente di speciale nell’universo». Chiaro a che pro il giubilo per l’ibrido pecora-uomo? Per promuovere l’uomo-pecora, che ritiene di non essere «niente di speciale» – o, se pensa di esserlo, dimentica di essere unico -; che non crede alla religione in quanto vecchia ma venera Scienza e Progresso in quanto nuovi; che mengelianamente non pone limiti alla ricerca senza rendersi conto che, così, non aumenta il sapere ma solo la sudditanza alla Tecnica di un’umanità che, anziché retta da solidarietà, rischia di finire sottoposta a standard.

 

25 luglio 2017

L'ombra del post-umano sul piccolo Charlie


di Paolo Barale

Da pochi giorni Charlie Gard e i suoi genitori sono cittadini americani. Così il Congresso degli Stati Uniti d'America ha deciso di stupire il mondo. È l'ennesimo colpo di scena, dopo l'incredibile mobilitazione di popolo, gli interventi del Papa e di Trump, che mostra l'entità della battaglia in corso tra nazioni, tra due sistemi sanitari, tra le eccellenze della ricerca e diverse idee sulla bioetica, sul diritto dei singoli.

La cittadinanza non poteva arrivare in un momento più significativo di questo, dato che per i Gard è stata una settimana cruciale. Il giudice dell'alta corte britannica, Nicolas Francis, colui che dovrà stabilire se il piccolo potrà andare oppure no negli Usa, per nuove cure, ha individuato tre passaggi prima di esprimere il verdetto finale, il quale non arriverà prima del 24 luglio.

Il primo di questi è avvenuto lunedì scorso. È arrivato a Londra, con dati nuovi e incoraggianti per i Gard, il dottor Michio Hirano, direttore del dipartimento di malattie neuromuscolari del centro medico università Columbia di New York, invitato dallo stesso giudice, dopo essersi confrontati in video conferenza giovedì 12 luglio. A fianco del dottor Hirano vi era anche Enrico Bertini, medico proveniente dal Bambino Gesù, uno degli ospedali che si sono messi a disposizione per accogliere Charlie. Successivamente, i medici del Great Ormond Street Hospital hanno tenuto il consulto tecnico-scientifico con lo specialista americano. Durante tale incontro ha partecipato anche la mamma del piccolo, Connie Yates, dopo che il legale della famiglia, Grant Armstrong ha fatto valere il diritto dei genitori a rimanere vicini al figlio, contro l'ingiusta opposizione dei medici, che non volevano la loro partecipazione. Infine, il terzo passaggio è avvenuto quando i genitori e i medici hanno definito i testimoni da ascoltare nell'udienza finale, che dovrebbe tenersi tra il 24 e il 25 venturi.

Che cosa è emerso? Nonostante il dottor Hirano insista sulla possibilità di un miglioramento per Charlie, grazie a un nuovo farmaco, i medici inglesi continuano a sostenere che per Charlie non esiste speranza e che continuare a fornirgli cure è accanimento terapeutico. Niente di più falso, giacché i motivi per continuare a sperare ci sono e prendersi cura della vita umana, soprattutto quando è debole, esentandola dal calcolo eugentico costi-benefici, come stanno facendo mamma Connie e papà Chris, e i molti loro amici, è civiltà. Quello dei medici del Great Ormond è “accanimento”, come quello del giudice Nicolas Francis e dei 4 gradi di giudizio, tre in UK, uno della Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo, che attraverso verdetti hanno dato ragione ai medici in questione. Per il momento bloccati, merito di 'leoni' quali sono i coniugi Gard e della mobilitazione internazionale a favore della vita del loro piccolo.

Un accanimento ottuso contro il mistero della vita. Contro la possibilità che la vita, anche quella segnata dalla malattia, possa essere più forte di qualsiasi previsione tecnico-scientifica; di qualsiasi schema razionalistico. Accanimento che mostra tutta la sua intolleranza al favor vitae quando diviene la domanda che il giudice Francis ha rivolto ai genitori di Charlie: “Perché volete che vostro figlio viva?”

Come è già stato detto su autorevoli testate, come Tempi, La Verità, La Nuova Bussola Quotidiana, Vita Diocesana Pinerolese, sul sito della fondazione Europa Popolare e anche sulle colonne di questo piccolo ma vitale blog – e continuare a ribadirlo è usare bene il proprio tempo – la battaglia per Charlie è una battaglia per tutti, cattolici e non, purché non abbiano paraocchi ideologici; per me che scrivo, per voi che leggete, poiché prima o poi ci troveremo anche noi in una situazione delicata, in cui avremo bisogno di tenerezza e amore; per tutti coloro che sono malati, piccoli e grandi.

Per questo la Federazione Uniamo la sentenza sul bimbo inglese “segna fortemente il destino di tutti i piccoli” che nascono con patologie rare e complesse. Ed evidenzia come le malattie mitocondriali siano “molto poco conosciute e imprevedibili”. Ma la decisione di “porre fine alle sofferenze” di Charlie non tiene conto delle sue pur flebili possibilità offerte dalla ricerca in un campo ancora tutto da esplorare come quello delle malattie rare. Di fatti la Federazione italiana malattie rare ha fatto sapere di recente: “Molti bimbi con stessa malattia sono migliorati oltre ogni aspettativa medica”. E così, si può sottolineare, con maggior ragione, che il bimbo è intubato da più di dieci mesi: se soffrisse, il corpo non avrebbe già ceduto? Ma giudici e medici preferiscono altre domande, purtroppo; così oltre a non prendere in considerazione quanto riportato, si mostrano restii ad affidare Charlie agli ospedali, come il Bambino Gesù, che lo vorrebbero ospitare; anche se i suoi genitori sono in grado di badare a qualsiasi spesa per trasporto e cure, grazie alle tante donazioni ricevute: più di un milione di sterline, da oltre 85.000 sostenitori.

I Gard sono praticamente in ostaggio. Tale problema dimostra che qui, prima ancora che di scontro tra pro life e sostenitori dell'eutanasia, tra laici e cattolici, ancor prima della fiducia che si può avere o no nelle cure, si vede l'assurdità che si genera quando a tutti i costi, si diceva “accanimento ottuso”, si vogliono applicare rigorose procedure tecniche all'insondabile mistero della vita. La salute precaria del piccolo, sebbene presenti possibilità di miglioramento, non supera un certo test tecnico-scientifico, dei nuovi spartani/nazisti. Come se la scienza possa avere sempre l'ultima parola su tutto. Terribile!

Di conseguenza va in scena, sia nell'aula dell'alta corte britannica, sia nelle sale del Great Ormond, la tirannia della tecnoscienza, che fa credere a chi la impone, medici magistrati politici proprietari di multinazionali (per esempio, Facebook, Google, Microsoft), di essere demiurghi, divinità. Ecco il postumano che avanza. Per capire bene, si legga cosa asserisce il filosofo Vittorio Possenti all'interno della sua opera 'La rivoluzione biopolitica. La fatale alleanza tra materialismo e tecnica' (pagg. 130-132): “L'innegabile tendenza della tecnoscienza a pensarsi come un potere universale che si impone dovrebbe renderci ancora più attenti a che non venga minacciata la realtà stessa della società politica quale comunità di liberi ed eguali, regolata da diritto e giustizia, e che non prevalga al suo posto una nuova forma di assolutismo: quello tecnoscientifico, la biocrazia di Comte, intesa come dominio sulla vita e insieme dominio dei tecnoscienziati sulla società”. E poi l'autore afferma ancora: “Il rischio maggiore che la tecnoscienza presenta è di naturalizzare integralmente l'uomo, considerandolo infine un mero oggetto. Se la tecnica non può né trasformare l'essenza umana, né produrre la persona, può però trattare l'uomo come un oggetto naturale, e questo dipende dall'uomo stesso, non da supposte intenzioni della tecnica. Quando ciò accade, siamo molto oltre il progetto di Bacone secondo cui scienza e tecnica andavano intese come un aiuto fondamentale di ordine redentivo-restaurativo: “In seguito al peccato originale, l'uomo decadde dal suo stato e dal suo dominio sulle cose create. Ma entrambe le cose si possono recuperare, almeno in parte, in questa vita. La prima mediante la religione e la fede, la seconda mediante le tecniche e le scienze” (Bacone, Novume Organum, L. II, paragrafo 52). Oggi lo strumento di redenzione è divenuto padrone e la tecnica si è emancipata dalla religione. L'ideologia della tecnica favorisce tale distacco, come indicato nel mito di Prometeo. Questi, rubando il fuoco agli dèi per donarlo agli uomini, dà inizio all'interpretazione ideologica della tecnica come hybris antidivina. La connessione tra conoscenza e potere è andata oltre quanto preconizzato da Bacone. La democrazia costituzionale e rappresentativa è oggi chiamata a confrontarsi con un potere assolutamente non rappresentativo quale è quello della tecnoscienza, che non nasce da un'elezione”.
Prima accettiamo le parole pronunciate dal professor Possenti e meglio è per tutti noi, e sopratutto per Charlie Gard e i tanti bisognosi di amore e di cure. D'altronde, il grado di civiltà di una nazione si giudica proprio da come in essa vengono trattati i più deboli.
Per prendere sul serio le parole del filosofo e contrastare i pericoli da lui sottolineati, occorrono gesti ricchi d'amore ragione e di sana dissidenza: il prendersi cura della vita umana, sopratutto quando è debole, esentandola dal calcolo eugenetico costi-benefici, come stanno facendo mamma Connie e papà Chris Gard, e i molti loro amici, tra questi Papa Francesco e Trump è civiltà, altro che accanimento terapeutico!

Ovviamente, non si deve perdere la Speranza.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/07/obice-lombra-del-post-umano-sul-piccolo.html

 

02 luglio 2017

Slippery slope, ovvero da Charlie a noi


di Giulia Bovassi

La storia del piccolo Charlie Gard, bambino di 10 mesi affetto da una malattia mitocondriale rara (c.d. encephalomyopathy mitochondrial DNA depletion syndrome), e della dura lotta della sua famiglia contro la decisione da parte di medici e giudici, di continuare (o intraprendere – nel caso di terapie sperimentali) le cure del piccolo dichiarato senza possibilità, sottoposto a sofferenze pesanti e la cui dignità incompatibile con quanto deve sopportare.

Ogni questione in ambito sanitario implica la considerazione di tutti i soggetti in gioco, proprio perché ciò di cui si sta parlando è una relazione. A me piace sottolineare che oltre ad una relazionalità vi è “esistenzialità” al centro dei termini ovvero, l’ospedale, ma allarghiamo pure, il mondo scientifico terapeutico, è un crocevia di esistenze e domande di senso. Ciascun membro mette in gioco la sua vita radicalmente, non solo a causa di patologie a tal punto gravi da vederla compromessa, ma per il suo rapporto con ciò che ha, ciò che è e con quanto lo precede e lo segue. Questa premessa perché io stessa ho imparato che nell’affrontare questioni bioetiche si deve aver ben chiaro che gli agenti, attivi o passivi che siano, sono tutti esseri umani, allo stesso modo degni, la cui vita ugualmente sacra, la cui libertà similmente pericolosa.

Quello che Charlie chiede a ciascuno di noi è che la sua vita venga vista (non attribuita) come degna alla pari di qualsiasi altra considerata culturalmente a “norma” posta a confronto con gli standard di normalità condivisi o ingurgitati alla cieca. Ogni essere umano, creatura legata alla contingenza della sua natura mortale, non deve giustificare il riconoscimento della sua dignità intrinseca, la cui appartenenza vige solo per il semplice fatto di essere uomini (rispetto che siamo chiamati a recuperare). Non esiste, se non nella cruda eugenetica di storica memoria, ed oggi ampiamente infiltrata nell’antropologia postmoderna, un criterio tale per cui possa spettare, sulla base di un comprovato e attuale principio di uguaglianza e parità fra i soggetti, ad alcuni di noi l’autorità di avvalorare o declassare selettivamente altri di noi. Non c’è una giustificata misurazione qualitativa in virtù della quale una persona possa concludere ragionevolmente, con certezza e rigorosità scientifica, sulla base di ipotesi future impossibili a verificarsi, se la sua esistenza sia o meno di oggettivo interesse e merito, così come la sua appartenenza alla comunità umana. Se ciò fosse plausibile, le variabili del problema godrebbero di totale immobilità d’autonomia, ovvero sarebbero alla mercé dei diversi soggetti: ogni univocità cozzerebbe con l’aspirazione personale e il metro di valutazione singola relazionati ai progetti di vita propri e futuri, sottoposti alla liquidità di revisioni continue.

Ai medici spetta l’obbligo di adoperarsi, con quanto è nelle loro capacità e possibilità, per il paziente: per guarirlo laddove è possibile, altrimenti per curarlo o semplicemente assisterlo. Essi non hanno il dovere di fare sempre tutto quello che è possibile fare, così come nessuno di noi è vincolato a rispondere a una simile pretesa. Questo significa che non sono sottratti al loro Giuramento, che a me piace chiamare vocazione, nei confronti del piccolo Charlie, e nel contempo sono invitati ad essere lucidi nel saper individuare il confine divisorio fra proporzionato e sproporzionato, discernimento sottile, quasi mai immediato. Serve anche a noi, esterni, tenere a mente che il CDM (codice deontologico) vieta l’accanimento terapeutico, sia esso dettato da spirito di sperimentazione e ricerca o per paternalismo. Dico che è utile avere a mente ciò poiché il distinguo è questione delicata anche per l’operatore sanitario, oltre che problematica importante, condizionata altresì dal singolo paziente/singolo caso clinico. Il medico ha il dovere di avanzare quando è lecito farlo e fermarsi se le opzioni rimaste implicano una sofferenza gravosa, eccessiva e insopportabile, per un paziente già incatenato dal dolore della malattia e ciò con uno sbilanciamento fra i benefici effettivi e ottenibili rispetto a quanto quel trattamento richiederebbe/imporre al malato. Sono termini ambigui e difficili, da trattare con la consapevolezza che quando noi parliamo di interventi “semplici” (basterebbe che gli venisse fatto un banale intervento “x”..) talvolta possono darsi come gravosi data la particolarità della condizione fisica del soggetto, sicché il “minimo” per noi rappresenta un “massimo” per quel paziente. Chiaramente se applicato a strumenti di sopravvivenza non vi può non essere lo sfondo eutanasico: si è consapevoli che, una volta spenti, si ha il conseguente venir meno della vita del paziente, atto illecito di eutanasia omissiva. Tra possibile-fattibile e desiderabile vi deve persistere l’equilibrio, dove più che il mezzo ad essere ordinario è il bene del paziente. Può concepirsi lo sviluppo di un legittimo dubbio di accanimento da parte dell’equipe medica curante, ma non può coerentemente darsi una resa mortale (con il venire meno dei supporti vitali) nonostante la gravità della malattia genetica e la prospettiva di vita breve. Mi verrebbe da chiedere alla Corte e ai medici: se Charlie, come dite, è destinato a morire di qui a breve, che vantaggio ricaverebbe da una morte indotta piuttosto che per naturale decorso della malattia? Tanto vale accompagnarlo senza gravare o ledere ulteriormente la sua condizione,invece che sopprimerlo per il medesimo scopo, no?

La vicenda di Charlie tocca vette di ingiustizia decisamente alte quando a sostegno del suo bene si propone l’eliminazione del malato come «miglior interesse del paziente» contro il potere e il volere dei genitori. La vicenda è buia, angosciante e intimorisce perché ha tutti i presupposti per divenire un precedente mostruoso al via libera dell’eutanasia infantile (e in generale del paradossale “diritto all’omicidio”), purtroppo è quanto già successo in altri Paesi e il traguardo a fine della corsa dei diritti pro-morte, dietro cui si affanna la cultura dominante. Quest’ultima ha occultato la domanda principale: qual è il vero bene integro per questa persona? Se all’origine di ogni agire venisse imposta una sosta su questo quesito, si rischiarerebbero i dubbi etici di molte potenziali violazioni, prima fra tutte quella che ha convertito l’autodeterminazione con la convenienza politico – economica ammantata di  sempre nuove e roventi “libertà da..”, quando il bene invece non è assenza di responsabilità sociali e individuali, ma la direzionalità oltre-sé di una vera “libertà per..”, capace di dare frutti di giustizia. In questo caso «il miglior interesse di Charlie» senza dubbio non può darsi nella sua eliminazione fisica, come “libertà da” una vita detta indegna o con probabile infelicità cronica, piuttosto nella vicinanza e presenza amorevole della sua famiglia, i cui diritti e volontà, a quanto pare, declassano in seconda posizione rispetto a voleri più forti e incisivi, come quelli espressi dalla CEDU, che impongono una morte.

Di fatto il male che evapora da questa vicenda sulla vita di un essere umano è lo specchio di un grave percorso educativo e culturale da tempo in atto sulla mentalità comune: quello per cui, isolati con il proprio ego, si ha autorità senza libertà, possesso senza oggetto; ci viene regalata l’ambiziosa battaglia al possibile per uomini dinamici, in movimento verso l’ideale perfetto di sé, ma alle spalle viene incollato un bugiardino con precise indicazioni su che tipo di perfezione pretendere, ed è una perfettibilità instabile e votata alla decapitazione dell’identità, che non è nulla se non sedimentata nella nostra miseria. Siamo necessari per una cultura nebbiosa che ha ridefinito l’ontologia della specie umana in un antispecismo dove contano contesti di assolvimento da implicazioni, doveri, e vota per una proposta futuristica che non abbia bisogno degli uomini difettosi invischiati nel collante familiare (meglio la dipendenza indifferente, meglio un «guardian»). Ecco la tolleranza universale, ecco il cuore dell’accettazione: cambiare chi è scomodo all’efficienza. Ho letto, tra i diversi commenti, riferimenti a questo caso come di transumano e postumano: io non penso lo si possa investire di queste correnti filosofiche, ma credo che Charlie sia l’indifferentismo obbligatorio per giustificare la disgregazione alienante e annichilente di uomini incapaci di volersi vivi perché impreparati alla vita. Charlie verrà usato come caso limite, spetta a noi impedirlo.

Controcorrente è dire: tu vali a prescindere, così come sei, per questo, non per come ti vorrei, la tua esistenza è un dono indisponibile. Da Charlie a noi.

https://kairosbg.wordpress.com/2017/06/28/slippery-slope-ovvero-da-charlie-a-noi/

 

26 giugno 2016

Benvenuti nel Mondo Nuovo di Huxley


di Alfredo Incollingo

Nel 1932 lo scrittore inglese Aldous Huxley pubblicò il celeberrimo “Il mondo nuovo”, una distopia letteraria su un'umanità tecnocratica e bionica, asservita ad una concezione asettica e “drogata” dell'esistenza. Fantasia o profezia? La domanda viene spontanea perché oggi stiamo assistendo a rivoluzioni antropologiche che hanno molto in comune con le descrizioni allucinanti di Huxley. Lo stesso autore, molti anni dopo la pubblicazione del romanzo, ammise in un saggio ("Ritorno al mondo nuovo") che alcune delle sue “fantasie” si stavano rivelando concrete. Il futuro inquietante che “Il nuovo mondo” ci prospetta a questo punto non sembra poi tanto lontano.
Aldous Huxley è probabilmente il volto notorio della “beat generation” inglese, quel gruppo di autori libertini e “new age” tanto di moda durante i decenni della (tragica) contestazione generazionale. “Huxley” è un cognome importante e rinomato, una famiglia di artisti e scienziati: il fratello di Aldous, Andrew, vinse addirittura nel 1963 il Premio Nobel per la Medicina. Gli Huxley furono i paladini del movimento umanista, laico e filantropico nato nei primi decenni dell'Ottocento, mai smettendo la loro veste progressista anche in tempi più recenti. Aldous, sulla scia degli avi, fece altrettanto, schierandosi con la contestazione e propagandando la sua filosofia millenaristica, fatta di droghe e spiritualità orientale. Aborto, eugenetica, eutanasia e le altre “diavolerie” moderne furono “diritti” difesi dalla polemica penna dello Huxley. Sorgono spontanee alcune domande: le intuizioni de “Il nuovo mondo” sono frutto della sua formazione culturale? Oppure sono delle previsioni intelligenti sull'andamento della modernità, avendo compreso in anticipo quali sarebbero state le future trasformazioni antropologiche? Oppure sono delle vere e proprie descrizioni di interventi politici pianificati in altre sedi? I dubbi rimangono, pensando al contesto in cui Huxley è cresciuto.

Ne “Il nuovo mondo” si racconta un futuro anomalo e disumano. La tecnica governa le vite umane, che sono uniformi e diversificate in caste. Si nasce in serie, senza troppe distinzioni sessuali e si vive in un mondo ovattato, grazie al benessere gratuito e a dosi massicce di droghe. Gli ultimi (veri) esseri umani sono rintanati in riserve, disprezzati dai “civili” e considerati alla stregua di animali: è un concentrato di scienza, di economia e di psicologia. In “Ritorno al nuovo mondo” Huxley ritorna sul romanzo molti anni dopo ravvisando nella sua epoca la concretizzazione delle sue “fantasie”.
Dall'uso smodato della pubblicità al dramma della droga lo scrittore passa in rassegna tutti i temi trattati nel suo romanzo e dichiara come questi si siano riproposti similmente nella realtà. Quello che ci aspetta, afferma, è un futuro totalitario, peggiore forse di quello ideato nella sua opera. La libertà è in pericolo per la minaccia di un potere occulto e subdolo che si mostra “buono” nascondendo il suo volto truce. Il benessere, i beni materiali e l'uso smodato della scienza hanno determinato, secondo Huxley, un governo occulto capace di dominare psicologicamente l'essere mano, lasciandogli poca libertà o condendone una illusoria.
Verità o falsi timori? Il gender, i “matrimoni” omosessuali, la piaga dell'aborto e le altre amenità che noi conosciamo sono il prodotto di una “cultura della morte” che in breve potrebbe sommergerci. Sembriamo forti, ma siamo deboli all'interno e qualsiasi minaccia interna o esterno non incontrerebbe ostacoli ad un facile dominio.
“Il nuovo mondo” e “Ritorno al nuovo mondo” andrebbero letti con queste convinzioni, che ciò che è scritto non è frutto dell'immaginazione, ma la possibilità di un futuro angosciante.
 

12 novembre 2015

Il ritorno dell’eugenetica


di Giuliano Guzzo

All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, la comunità internazionale, scossa dall’orrore dei lager, convenne sull’importanza di dover evitare il ripetersi di simili tragedie; mai più, fu la promessa. Un impegno solenne e internazionale che però non ha saputo frenare il riemergere di una fissazione che – dice la storia – interessò il regime di Hitler ben prima dell’Olocausto: quella eugenetica. Trattasi, in breve, della volontà di perfezionare la specie umana, valutata alla stregua di una razza che deve essere protetta, per così dire, da “contaminazioni” fisiche e genetiche. Questo culto della perfezione, al di là delle immorali tesi che sottende, reca con sé il rischio di allarmanti derive, come ha dimostrato l’Aktion T4, il programma di sterilizzazione e soppressione col quale i nazisti, dal 1940 al 1942, eliminarono più di 70.000 loro concittadini disabili o reputati tali.
Ebbene, ad appena settant’anni da quella stagione di barbarie, anche se può sembrare assurdo, l’eugenetica è nuovamente tra noi. L’incubo del miglioramento della razza è infatti tornato, anche se sotto mentite spoglie: non più scienziati nazisti, ma affermati studiosi e, al posto dei campi di lavoro, ospedali e laboratori d’avanguardia. Il risultato, però, è il medesimo: l’eliminazione dei più deboli. La prova forse più evidente viene dalla progressiva scomparsa delle persone affette dalla Sindrome di Down. Non nascono più. Ne è un esempio quel che accade in Inghilterra e Galles, dove nel 1990 le diagnosi prenatali di sindrome di Down erano state 1.075, mentre nel 2008 hanno toccato quota 1.843 (+70%). Una crescita considerevole alla quale non è però corrisposto un aumento delle nascite, che invece sono addirittura calate di 1 punto percentuale, passando da 752 a 743. Merito, si fa per dire, del fatto che le coppie che ricorrono all’aborto dopo aver appreso di attendere un figlio Down, in Inghilterra, è pari al 92%. In Francia le cose non vanno molto meglio se si considera che, in replica ad un emendamento che prevedeva, per le donne incinte di bambini Down, l’indicazione di associazioni «che si prendono cura dei bambini Down e le loro famiglie», il deputato Olivier Dussopt, avrebbe detto:«Quando sento che “purtroppo” il 96% delle gravidanze con Sindrome Down finisce con l’aborto, la vera domanda che mi faccio è perché ne rimane il 4%».
Ma l’attuale tendenza eugenetica è più ampia e non interessa la sola Sindrome di Down, come ha avuto modo di spiegare anche Bromage, che ha sottolineato l’esistenza di «un trend in aumento di diagnosi prenatale e di aborti di feti che sarebbero nati con disabilità» (Med. Humanities 2006; 32 (1):38-42). Ad ampliare il raggio dell’eugenetica prenatale, da alcuni anni, c’è poi la diagnosi preimpianto, tecnica che consente di selezionare, come fossero oggetti, gli embrioni privi di malattie genetiche e dunque utili alla fecondazione extracorporea. Un abominio, questo, ampiamente prevedibile e previsto dato che già tre anni dopo il lancio del Progetto Genoma, mirato alla mappatura del patrimonio genetico umano (genoma), il biologo Bertrand Jordan scriveva: «L’impatto del Progetto Genoma sulla società è lungi dall’essere insignificante. Le nuove conoscenze che abbiamo ottenuto conducono all’eliminazione degli embrioni attraverso la diagnosi prenatale e la possibile interruzione della gravidanza» (Travelling Around the Human Genome, Inserm 1993, p. 168).  Così l’eugenetica ha preso piede al punto che, per assurdo, nemmeno quando un bimbo disabile riesce a sopravvivere allo screening prenatale e a venire al mondo, oggi, è al sicuro. Soprattutto nella civile Inghilterra, dove il prestigioso Royal College of Obstetricians and Gynaecology, non più tardi di qualche anno fa, ha lanciato un appello a dir poco inquietante: «Let us kill disabled babies», lasciateci uccidere i bambini disabili. Parole che non abbisognano di commenti e che tradiscono, di fatto, un odio preoccupante per i più deboli.
Una categoria particolarmente a rischio, oggi, è anche quella dei nati prematuri: uno studio europeo condotto su 1400 medici di 10 nazioni ha messo in luce percentuali bassissime di neonatologi che tenterebbero di rianimare un neonato prematuro di 24 settimane di età gestazionale: in Olanda, ad esempio, appena l’1% dei medici ha dichiarato che lo farebbe (Cfr. J Pediatr 2000; 137:608-15). Una tendenza tutt’altro che isolata se si considera che circa vent’anni fa, in Svezia, furono emanate raccomandazioni selettive e restrittive con le quali si sconsigliava apertamente la rianimazione di neonati prematuri. Ancora più impressionante, al riguardo, è l’esito di uno studio del 2004 che ha messo in luce come l’80% dei medici francesi si sia espresso favorevolmente all’eutanasia attiva in casi neonatali e l’abbia persino praticata (Cfr. Arch Dis Child Fetal Neonatal 2004; 89:19-24).
A questo punto, sorge spontanea una domanda: come si è potuti arrivare a tutto questo? Non più tardi di qualche decennio fa, lo ricordavamo all’inizio, gli Stati si impegnarono in favore di una stagione di pace e con la Dichiarazione universale dei diritti umani del ’48 si affermò che «tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti». Come si spiega, allora, l’attuale successo dell’eugenetica?
Per rispondere a questo interrogativo, occorre fare, anche storicamente, un passo indietro ricordando anzitutto che l’eugenetica di Stato non fu affatto una invenzione nazista, bensì statunitense. La prima vera e propria legislazione in materia, infatti, fu emanata dallo Stato del Connecticut addirittura nel 1896; ma, soprattutto, è curioso notare come quando la Germania di Hitler, nel ’33, adottò leggi che autorizzavano la sterilizzazione e l’aborto obbligatorio, fosse stata già anticipata addirittura da 28 Stati americani. Segno che la barbarie eugenetica, contrariamente a quel che si crede, non abbisogna affatto, per manifestarsi, di feroci dittature, anzi: attecchisce meglio in regimi politici democratici, dove il gran parlare di “diritti”, spesso, trasmette alla gente un mendace senso di distensione. Apriamo qui una parentesi per ricordare che la stessa Legge 194/’78, ancora oggi tanto osannata da politici e intellettuali nostrani, apre de facto all’eugenetica laddove, al comma 2 dell’articolo 6, annovera le «rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro» tra le cause che possono giustificare l’aborto procurato dopo il novantesimo giorno dal concepimento.
Tutto questo per stare sul versante politico. Le sue radici filosofiche dell’eugenetica invece, devono essere ricercate nel pensiero di Francis Galton (1822-1911), cugino di Charles Darwin e inventore del darwinismo sociale, teoria fondata sull’opportunità di incoraggiare la procreazione dei “migliori” e di limitare, invece, quella degli individui reputati di ceppo scadente, inferiore o malato. Un chiarimento di questa prospettiva ce la offre Friedrich Nietzsche quando, con parole inequivocabili, scrive:«I deboli e in malriusciti devono perire, questo è il principio del nostro amore gli uomini» (L’anticristo, Adelphi 1970, p.169). In epoca contemporanea, considerazioni simili sono state riprese da Aldous Huxley, primo direttore dell’UNESCO e presidente, per diversi anni, della Eugenetics Society, il quale, nel suo Ritorno al Nuovo Mondo (Mondadori, 1961), fece capire di essere terrorizzato dalla prospettiva di «una maggioranza di umani di qualità biologicamente inferiore». Per venire agli ambienti scientifici, anche il celebre zoologo Desmond Morris ebbe a dirsi quasi rammaricato dal fatto che, finora, «le fantascientifiche idee allevamenti di bambini, attività sessuale in comune, sterilizzazione selettiva, e divisione dei compiti riproduttivi sotto il controllo dello Stato, non si sono avverate» (La scimmia nuda, Bompiani, 1987, pp. 107 – 108).
Ora, dietro questa pesantissima svalutazione della dignità umana, favorita oggi anche da una sorta di riduzionismo consumistico che tende ad equiparare il valore delle persone alle loro abilità o capacità, c’è, in sostanza, un’antropologia nichilista, priva di orizzonti metafisici e incapace di cogliere la grande verità che il cristianesimo, con Agostino – ma anche con tantissimi altri -, ha affermato a chiare lettere: «Ogni uomo è una persona» (De Trinitate, XV, 7, 11). Significa che ciascuno di noi – a prescindere dai tratti intellettuali, fisici o anagrafici che lo caratterizzano – rappresenta un patrimonio unico, di valore inestimabile. E merita, in quanto essere umano, di essere accolto, ascoltato, amato. Senza se e senza ma.

http://giulianoguzzo.com/2012/07/09/il-ritorno-delleugenetica/
 

05 marzo 2015

Un piccolo appello a Dijana Pavlovic

di Federico Catani
Lunedì 2 marzo a “Piazza pulita”, noto talk show politico in onda in prima serata su La7, si è parlato di eugenetica e sterilizzazione. A farlo è stata Dijana Pavlovic, attrice e attivista politica, fondatrice della Consulta Rom e Sinti di Milano. L’esponente politica, già candidata con la lista “L’altra Europa per Tsipras” alle ultime elezioni europee, e in passato con la Federazione della Sinistra (che raggruppava Comunisti italiani e Rifondazione comunista), è un’ospite assidua della trasmissione e ogni volta si fa portavoce delle istanze della popolazione rom, con toni alquanto vittimistici. Lunedì ha esordito citando alcuni passaggi dell’opera teatrale “Vita mia, parlami”, scritta da Mariella Mehr, che racconta quanto accaduto nella civilissima e democratica Svizzera dal 1926 al 1974. Nella Confederazione Elvetica, infatti, in quegli anni è stata attuata una politica di sterilizzazione forzata dei rom, considerati geneticamente malati, con tanto di sottrazione dei figli ai loro genitori. Nell’arco di questo tempo, circa 600 bambini sono stati sottratti alle loro famiglie e cresciuti in collegi, istituti psichiatrici o famiglie adottive. Una pagina buia della nostra storia occidentale, senza dubbio da riscoprire e studiare, se non altro per comprendere che certi orrori non hanno riguardato solo il nazismo.

Tralasciando la discussione che poi è scaturita con gli altri ospiti all’interno del programma, quello che qui ci preme dire è altro. Non ci risulta che ai nostri giorni in Italia o in Europa si proponga la sterilizzazione forzata degli zingari o di altri gruppi etnici. E se qualcuno lo facesse, siamo certi che verrebbe prontamente condannato e messo a tacere. Com’è giusto che sia. Ci permettiamo però di rivolgere un appello alla signora Pavlovic, non in quanto rom, ma in quanto esponente politica della sinistra più estrema. Viste le sue battaglie per i diritti, sarebbe disposta a denunciare le campagne di sterilizzazione forzata che oggi, nel 2015, vengono ancora attuate dalle grandi organizzazioni internazionali quali Oms e Unicef? Sarebbe disposta a denunciare quanto avviene in molti Paesi del Terzo Mondo, dove per ottenere la riduzione della popolazione secondo teorie neomalthusiane e razziste si impone l’aborto?

Nel suo intervento, l’esponente rom ha usato la parola “eugenetica”, esprimendo una netta condanna. Ebbene, è consapevole che l’eugenetica c’è ancora? Quando nella fecondazione artificiale si scartano gli embrioni difettosi e malati, per impiantare solo quelli sani, non si sta forse ripetendo quanto aveva programmato Hitler nel Terzo Reich? E quando si permette l’aborto perché il feto è malformato non si sta forse perseguendo una scelta eugenetica? E con l’eutanasia dei malati, anche bambini, non accade lo stesso? Oggi in molti Paesi liberaldemocratici e tolleranti si consente l’eliminazione di vite ritenute indegne di essere vissute. E sperimentiamo l’ipocrisia di chi condanna gli atti di bullismo verso down e portatori di handicap, ma poi ritiene giusto uccidere nel ventre della mamma chi presenta tali problemi: il tutto in nome dell’amore! La Pavlovic ha denunciato pure le ingiustizie subite dai bambini zingari in Svizzera, perché venivano sottratti ai loro genitori. Si sentirebbe allora di condannare chi permette l’adozione da parte delle coppie gay? Non è una violenza privare il bambino di un padre e di una madre? Non è violenza praticare la compravendita di ovuli e sperma e quella dell’utero? Non è violenza rendere la donna una semplice incubatrice per poi strapparle subito via il bambino partorito e consegnarlo a una coppia omosessuale? Non è perversione tutto ciò? Non è una vergogna colossale?

Ecco, ci aspettiamo che la signora Pavlovic, così come i suoi compagni politici, in nome dei diritti umani, del rispetto, della tolleranza e di quei valori democratici di cui tutti si riempiono la bocca, denunciassero e lottassero con noi queste battaglie. Dalla parte dei deboli, dei discriminati, degli indifesi, degli innocenti. Accoglierà il nostro appello?

http://www.notizieprovita.it/notizie-dallitalia/eugenetica-e-sterilizzazioni-in-nome-dei-diritti-civili/
 

17 settembre 2013

La Relazione sulla 194, fra criticità e omissioni

di Giuliano Guzzo

E’ nuova, ma del tutto simile alle precedenti: tanti numeri e poca riflessione. Le 44 pagine dell’ultima Relazione del Ministro della Salute sull’attuazione della Legge 194  hanno infatti tutta l’aria di un dossier – senza offesa per il Ministro Lorenzin – stilato con una certa superficialità e che, come se non bastasse, ancor più superficialmente viene presentato da stampa e televisione. Ma andiamo con ordine, a partire dal dato centrale di questa come di parecchie Relazioni sull’attuazione della Legge 194 da anni a questa parte: il calo del numero degli aborti, che nel 2012 sono stati 105.968, con una riduzione del 4,9% rispetto al 2011 (111.415).Tutto bene dunque? Non proprio, e per diverse ragioni che meritano, sia pure brevemente, di essere prese in esame.
 

25 novembre 2012

October Baby : il film che ha commosso l’America


di Isacco Tacconi
Nella serie dei film nascosti in soffitta non poteva che finire anche “October Baby”, la storia ispirata alla straordinaria esperienza di Gianna Jessen, la giovane ragazza di 35 anni sopravvissuta all'aborto che dal 1996 gira per il mondo per raccontare la sua storia.
 

03 luglio 2012

I down, l'esorcista e la fiera dell'ipocrisia


di Marco Mancini
“Un posseduto che, come conseguenza della sua possessione, è diventato simile – mi spiego – a un down… quindi non capisce, fa gesti…”. Così mons. Andrea Gemma, nel corso di una trasmissione di Sat2000 dedicata al tema dell’esorcismo, ha descritto l’atteggiamento di un ragazzino in una delle fasi della possessione diabolica
 

28 ottobre 2011

Il principio di non contraddizione su aborto ed embrioni

di Federico Catani
Quando si beve troppo si rischia di mandare all’aria la coerenza. Ma il dramma è che certi soggetti, pur non abusando di alcolici, hanno una confusione interna innata. È il caso delle istituzioni comunitarie, che hanno messo da parte il principio di non contraddizione. Si fa qui riferimento alla Corte di Giustizia dell’Unione europea, che la scorsa settimana ha stabilito il divieto di brevettare medicinali ricavati con procedimenti che comportano la distruzione di embrioni umani. La notizia ovviamente ha rallegrato il mondo pro-life. Tuttavia, a ben vedere, la sentenza ha rilevato una volta di più l’ipocrisia e le contraddizioni del diritto comunitario.